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CULTO ESTETICO E REALISMO
D'IMMAGINE NELL'UNIVERSO ECCENTRICO DI
TAMARA DE LEMPICKA
Paolo Mastroianni

Immortalata nel famoso
Autoritratto alla guida di una Bugatti verde,
commissionato nel 1929 per la copertina della rivista tedesca di moda "Die
Dame", l'elegante figura dal gelido sguardo proteso nel vuoto di una visione
irreale e che rimanda solo astrattivamente i tratti esteriori di Tamara De
Lempicka, ha riassommato un prototipo del moderno e spregiudicato dinamismo
costruito dal costume artistico déco e liberty sull'immagine
simbolica del femminile negli anni venti e trenta. Un modello archetipo
incarnato oltretutto nella suggestiva esemplarità evocata da questa
aggiornata rappresentazione di "donna eccessiva", connubio di bellezza e
perversione da cui promanano riflessi di una sintesi inquietante, e così
proficuamente spendibile per l'esercizio della cartellonistica pubblicitaria
coeva.
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Difatti nei primi decenni del novecento trova forte corrispondenza
la convivenza tra linee espansive dell’avanguardia artistico-letteraria, con la
sua proiettata tensione verso la sperimentazione di linguaggi innovativi in
aperta collisione coi dettami degli stilemi tradizionali, e l’espressione
congiunturale di ipotesi riaffermative del passato, tendenti invece a
suturare il divario con gli avvertiti mutamenti culturali attraverso
l’innesto armonizzante di elementi moderni su esigenze interpretative
orientate pur realisticamente verso un'ostinata rilettura dell’antico.
Parigi costituiva in quell’epoca il crocevia privilegiato entro cui
eteroclite spinte intellettuali provenienti dalla transfuga e discontinua
espressione dei movimenti di idee confluivano in un clima europeo di
proficui scambi reciproci, cui gli eventi incalzanti della rivoluzione
sovietica avevano impresso un moto accelerativo implementando il flusso
copioso di artisti e scrittori russi rifugiati nella capitale francese.
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Tamara de Lempicka, Autoritratto (1929) |
Anche Tamara Gorska era fra questi, assecondando l'ambizioso progetto di
avanzamento sociale che l’aveva indotta a reclinare le sue pur agiate radici
polacche in favore del solido approdo rappresentato dall’adottato cognome
maritale di Tadeusz Lempicki, il dandy latifondista fastosamente sposato a
San Pietroburgo durante la guerra. Giunge a Parigi nel 1918 appena ventenne,
proprio mentre la famiglia dello zar veniva fucilata a Ekaterinburg dai
rivoluzionari, e dopo un’avventurosa fuga in Finlandia da cui aveva trattato
e ottenuto la liberazione del consorte, precedentemente arrestato dalla Ceka
per i suoi legami con la polizia zarista, tramite la mediazione di un
diplomatico svedese col quale aveva nel frattempo intrattenuto una
relazione. Assieme al ricongiunto coniuge intesse rapporti immediati col
beau monde della fuoriuscita (e reazionaria) aristocrazia russa,
raggruppata attorno al principe Iussupov, già implicato in patria
nell’omicidio dell’ambiguo Rasputin (assurto in virtù delle sue capacità
taumaturgiche all'improvvido e fatalmente inviso ruolo di alter ego
della zarina Alessandra), e alla moglie Irina Alexandrovna, nipote di Nicola
II° Romanov.
Ancora nel '27, l'intensità psicologica conferita al
malinconico Portrait de S.A.I. le Grand-Duc Gabriel Constantinovitch,
commissionato da un cugino di quest'ultima, testimonierà un'istanza
partecipativa alle vicende familiari del protagonista accludibile alla
solidità di legame con tale scelta d'ambiente. La raffigurazione emaciata e
quasi caricaturale del volto costituisce in questo dipinto esperienza
singolare nella ritrattistica (maschile e non) dell'artista, che abbandona i
referenti francesi cui si era fino allora ispirata per richiamarsi invece
alle destrutturanti scarnificazioni formali del discoperto manierismo
pontormiano, evocando inoltre talune tipologie espressioniste presenti nelle
"maschere apocalittiche" di George Grosz, Otto Dix o
Max Beckmann, pur
situandosi tali progetti realizzativi su coordinate ideologiche estremamente
lontane dal "disimpegno evasivo" della pittrice polacca. D'altronde, tali
stimoli dall'arte tedesca d'avanguardia sono concomitanti ai suoi rapporti
di collaborazione con la rivista di moda "Die Dame", iniziati proprio nel
'27. La vita di Tamara è stata costellata di viaggi e spostamenti frequenti,
che già all’età di tredici anni
la
conducono in Italia per un soggiorno al seguito della nonna ove ha modo di
avvicinarsi all’arte tramite visite museali a Roma, Firenze e Venezia, e
compiere così i primi approcci con la pittura attraverso l’uso
dell’acquerello, mentre più tardi lo scoppio del conflitto bellico,
sorprendendola in Russia, le negherà la possibilità di tornare nella Polonia
invasa dalla Germania guglielmina, ma il facoltoso marito banchiere della
zia presso cui è ospitata provvederà opportunamente alla dote per coronare
l’auspicato matrimonio con Lempicki.
Certo i primi anni a Parigi non
scorrono facilmente, dal momento che l'esteriore forzosità del tenore di
vita sostenuto denota una disinvoltura non suffragata dalle reali
consistenze economiche della coppia, alloggiata in fortunosi appartamenti
d'affitto e spesso contrastata da gravi incomprensioni legate al rifiuto
"nobiliare" dell'ex dandy di circoscrivere la condizione d'indigenza in cui
versa ormai la famiglia (accresciuta nel '20 dalla presenza della figlia
Kizette) attraverso una concreta assunzione d'impegno attivo. E' in tale
congiuntura che Tamara, confortata dalla memoria di un'esperienza puberale
(quando si volle ostinatamente cimentare nel voler dipingere un ritratto
della sorella), decide proprio su consiglio sororale di frequentare una
scuola artistica, dapprima presso l'Académie de la Grande Chaumière e quindi
negli studi di Maurice Denis e André Lhote, pittori apprezzati nella Ville
Lumière soprattutto per le loro qualità ornamentali.
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Tamara de Lempicka, Le due amiche - noto
anche con il titolo Prospettiva (1923)

Tamara de Lempicka, Kizette dormiente (1934)
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I risultati della sua
ricerca ne rimarranno fortemente influenzati, in modo particolare dopo le
prime esperienze attuate entro il 1920 (presumibilmente debitrici anche di
conoscenze tecniche precedentemente assorbite durante la stanzialità in
Russia), che in opere quali
Portrait de jeune femme en bleu
o
Portrait de femme au châle, esposte poi nel '22 al Salon d'Automne e al
Salon des Indépendants, acclarano i dettami di un'impostazione oleografica
ancorata a modelli accademici, magari sollecitata da un'attenzione ai
contrasti cromatici ma significativamente inavvertita della forza attuata
dalla destrutturazione formale cézanniana o dalle scaturenti scomposizioni
cubiste. Nel corso degli anni venti trovavano invece visibilità gli approdi
dell'universo compositivo di Tamara, con realizzazioni come
Le chinois
o figurazioni di nudi femminili quali
Nu couché
e soprattutto
Les
deux amies
(quest'ultimo noto anche col titolo di Perspective),
che traducendo partizioni teoriche dei suoi maestri risentivano altresì del
nuovo clima intellettuale creato in Europa da un'annunciata esigenza
normalizzatrice, egemone non soltanto nell'ambito dell'organizzazione
politica ma anche in quella artistico-letteraria, declinando il segno di
quel generale desiderio restaurativo volto a proiettare le idee-guida
dell'orizzonte estetico entro i limiti "rassicuranti" offerti
dall'esemplarità classica.
Era l'epoca del cosiddetto "richiamo all'ordine",
come recitava il titolo omonimo del testo di Jean Cocteau (non casualmente
inserito insieme ad André Gide nella cerchia amicale dell'artista polacca)
pubblicato in quegli anni, in cui la referenzialità e l'autorevolezza
fornite dai modelli estetici storicizzati assurgevano a veicolo
degli sviluppi preferenziali sottesi alla costituzione del mezzo
espressivo. |
Anche
lo stesso Lhote si farà promotore e opportuno interprete del ritorno alla
dimensione accademica e alle certezze del dato realistico, in un progetto
teso a recuperare la concreta materialità dell'istanza naturalistica
eliminando l'avvertita "pericolosità" delle "fughe in avanti" ingenerate
dalla mescolanza dei generi artistici, e la promulgazione di tali principi
troverà poi sbocco nel gigantismo rappresentativo e nell'ordine monumentale
dell'arte "imperiale" enfatizzata dai regimi totalitari (nazi-fascisti e
stalinisti) nel periodo tra le due guerre.
La traduzione di questa
riscoperta avviene entro i canali di una mitologia "arcaicizzante" o
comunque ipotecata dal ripristino costruttivo dei valori formali messi in
mora dalle spinte centrifughe inerenti alla fase "irrelativa" e nichilistica
dell'avanguardia astrattista. L'effervescente mondanità della vita artistica
parigina, in cui la pittrice s'inserisce nel secondo decennio, si dibatte
infatti tra i riflessi di uno spregiudicato individualismo anticonformista
che
nell'ostentazione di una sessualità
libera da "complicazioni" sentimentali, sprezzante dei vincoli
familistico-riproduttivi e trasgressiva nelle disinvolte celebrazioni degli
amori saffici, manifesta un'aristocratica ripulsa nei confronti di una
morale borghese ingabbiante e normativa.
Della
fascinosa letterarietà di questo vitalismo notturno insediato nella capitale
francese facevano parte indivisibile, negli anni venti e trenta, conosciuti
protagonismi dell'eccesso femminile come la creatrice di alta moda Coco
Chanel, costumista di famosi spettacoli e balletti teatrali in
collaborazione con Picasso e Cocteau, e l'eclettismo performativo della
poeta-cantante Suzanne Rocher (nota come Suzy Solidor), animatrice del
locale "La Vie Parisienne", di cui Tamara era assidua frequentatrice assieme
al suo circuito intellettuale, che nell'aperta enunciazione della propria
omosessualità offriva un modello riappropriativo di autonomia gestionale.
Debutta così una costruzione d'immagine del protagonismo femminile teso ad
affermare il modello "divorante" della donna-virago, "amazzone" o "vedova
nera" cinicamente adusa all'incessante e rituale "consumo" di amanti
occasionali, che prefigura una nuova forma di soggettività in grado di
annegare il classico dualismo maschile-femminile in un'identità simbolica
potenzialmente androgina.
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GLI AMICI DI
TAMARA DE LEMPICKA |
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André Gide |

Pablo Picasso |

Coco Chanel |

Jean Cocteau |
Quest'ideale volontà di superamento
"antropologico", paventato efficacemente nei Manifesti di Valentine de
Saint-Point con l'avvento della "superfemmina" quale attuata espressione
della modernità di costume futurista, non sembra però rappresentare novità
originale, rimanendo attestata sugli attardati retaggi delle mitologie
romantico-simboliste incarnate nell'inquietante "eccentricità" della
femme damnée o fatale. Tale specifica raffigurazione, che destina
all'esercizio distruttivo nei confronti del maschile la dislocazione di un
emergente lato oscuro e "demoniaco" nel segno femminile, demanda la valenza
espansiva delle potenzialità di emancipazione a una mera volontà di
annientamento dell'altro da sé. Le strategie costruttive della soggettività
vengono così disancorate da qualsiasi orizzonte della significazione di
genere, restringendo la visione del processo di ritrovamento dello status
sessuato a primitiva sintesi conflittuale in cui le parti si riconoscono
nella reciprocità della rispettiva e cristallizzata funzione simbolica,
senza dunque porre in discussione e bensì rafforzando i vincoli della
gerarchia patriarcale espressi nell'equilibrio di ruolo egemone/subalterno.
De Lempicka appare muoversi in un abito mentale volto a recepire la
realizzazione estetica quale prodotto di necessaria
coniugazione col ciclo vitalistico della propria qualità esistenziale, in
cui la teatralità del gesto assume la ritualità decadente di evento sublime,
di costitutiva azione letteraria in nuce, secondo le suggestioni
dannunziane costruite attorno al lirismo narcisistico evocato dalla figura
del poeta-vate ma anche con l'apporto emulativo degli istrionismi futuristi
allora assai in voga. L'artista risultava difatti intrattenere rapporti con
Marinetti, mentre un incontro col famoso scrittore abruzzese, culminato in
un burrascoso soggiorno al Vittoriale, aveva dato vita tra '26 e '27 a un
ambiguo gioco di schermaglie seduttive, impedendo alfine a Tamara di
ottenere un ambito rilancio pubblicitario con la prestigiosa commissione del
ritratto al "divino poeta", che a sua volta usciva evidentemente piccato
dall'inutile tentativo intrapreso per arricchire ulteriormente i "trofei"
del suo museale serraglio femminile.
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I progetti realizzativi dell'artista
polacca conoscevano frattanto nuova vitalità, operando un passaggio
stilistico che dai richiami al coevo gigantismo volumetrico di Picasso e
Léger, evidente nelle donne "esplosive" di
Nu assis
e
Nu couché
del 1922-23, approdava alla riscoperta classicista di Ingres, meditata poi
attraverso dirette frequentazioni col manierismo toscano.
In queste opere
apparivano inoltre precisi riferimenti all'enfasi anatomica che
caratterizzava l'iconografia femminile di alcune sculture paleolitiche (e
perciò genericamente identificate come Veneri) rinvenute in Italia,
Francia e Austria. Scartando comunque l'ideale puro di bellezza
naturalistica vagheggiato dal grande artista francese, nella scultorea
icasticità delle figurazioni "bloccate" e nell'alterazione delle proporzioni
compositive della pittrice trova riscontro la paventata deformazione formale
di Lhote, scompaginata disarmonicamente in una rappresentazione oggettiva
che declina il rifiuto di asservirsi alla prosaica "dittatura" della realtà
fotografica, predisponendo un tessuto frammentato dell'immagine stessa, come
mostra l'Arlecchino posto sul fondo ne
l'Hommage à Watteau
del '18: il mantenimento della plasticità volumetrica nella donna in primo piano
denota però l'ipoteca di una traduzione decorativa di sapore intellettuale,
atta a disattendere la geometrizzazione della decostruzione cubista
apportata all'iconografia oggettuale.
Tali interessi decorativi concordavano
d'altronde con le sintesi ideologico-stilistiche dell'altra fonte emulativa
di De Lempicka, il pittore Denis, già appartenente all'esoterico gruppo
"gauguiniano" dei Nabis ("profeti" nella lingua ebraica) ed assertore
del ritorno allo spirito di un cattolicesimo "originario", precapitalistico
o addirittura medievalizzante, che l'aveva indotto a fiancheggiare
l'integralismo socio-religioso paventato dall'Action Française, il
reazionario movimento monarchico-
nazionalista di "rinascita dei valori" (torbidamente implicato nell'affare
Dreyfus) capitanato da Charles Maurras, di cui facevano
significativamente parte diversi esponenti nobiliari afferenti alle
amicizie dell'artista polacca.
All'interno di questa "virata" storicamente retrovisiva, mentre in
Francia reclina le sue ali la dissacrante e antiestetica rivolta dadaista e
dalle sue ceneri si enuclea l'esperienza introspettiva del surrealismo, in
una combinazione divaricante che necessita di polarizzare tensioni molto
diverse, trovano ricezione gli afflati neoclassicisti di Tamara.
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T.de Lempicka, La bella addormentata

T.de Lempicka, André Gide

T.de Lempicka, La colomba (1928)
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Essi si
coniugano opportunamente con gli ideali di un'arte esperita quale mezzo
esteriore di comunicabilità e orientata da modalità astrattive fredde e
controllate, cerebralmente intesa a munirsi di un dispositivo realizzativo
semplice ma originale, specificamente fondato su una linea compositiva curva
e serpentinata, modellata attraverso contorni netti e marcati costruiti su
basi cromatiche decisamente ridotte (due o tre colori di massima, secondo
l'affine insegnamento di Lhote), e infine tesa al superamento di qualsiasi
tensione guidata dal sentimento o dall'innesto tumultuoso della
passionalità.
Nascono da queste coordinate molteplici ritratti degli anni
venti, come
Femme à la robe noir, in cui la deformata pesantezza
della figura femminile appare "inscatolata" entro gli stretti contorni di
un'angusta cornice, analogamente a
Portrait de Tadeusz Lempicki
e
Portrait de Madame P., il cui soggetto (coincidente col precedente
Femme) sembra da identificare presumibilmente con un'amica
sentimentalmente legata alla pittrice, mentre in
Portrait du marquis
D'Afflitto
la costruzione formale dell'iconografia rileva visibilmente
la mediazione classicista del manierismo di Pontormo e Bronzino, presente
anche nella statica simmetria della doppia rappresentazione di
Irène et
sa soeur
e nel raffinato
Portrait de la duchesse de la Salle,
esemplarmente proteso ad incarnare radici di un sé femminile evocato quale
status affermativo di una superiore appartenenza di ceto.
Un'importante
occasione per De Lempicka si presenta a Milano nel 1925 con l'incontro del
conte Emanuele di Castelbarco, disponibile a organizzarle una mostra alla
Bottega di Poesia, spazio espositivo di respiro internazionale e
aristocratico cenacolo intellettuale da lui stesso animato nella città
meneghina, che tra le sue frequentazioni trasversali annoverava personaggi
come D'Annunzio, Marinetti e Alberto Martini. Dall'intrattenimento di queste
relazioni e dai numerosi viaggi di lavoro compiuti in Italia prenderà avvio
la notevole fortuna artistica di Tamara nella penisola, in cui s'inscriverà
anche "l'occasione perduta" del Vittoriale. All'ambiente della galleria
milanese di Castelbarco faceva inoltre riferimento il gruppo artistico di
Novecento, fondato nel 1922 dalla scrittrice Margherita Sarfatti (molto
vicina a Mussolini) insieme a pittori
come
Leonardo Dudreville, Achille Funi, Ubaldo Oppi, e attivo fino alla metà
degli anni trenta, che in concomitanza alla rivista romana d'ispirazione
metafisica "Valori plastici" condivideva con Tamara un'analoga e non casuale
ricerca sui modelli della monumentalità classica, rivisitati secondo le
linee espressive di un realismo naturalistico maggiormente armonizzato con
la dimensione della quotidianità, depurato dunque dalla solenne idealità
evocata dalle ineludibili suggestioni storiche del classicismo simbolista e
preraffaellita di Pierre Puvis de Chavannes.
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LE DONNE AMATE DA TAMARA
DE LEMPICKA |
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T. De Lempicka, Madame M. |

T. De Lempicka, Duchessa de La Salle (1925) |
In questa scansione cronologica
si configura infine il contributo di Gino Severini, che pur operando
all'interno dell'avanguardia futurista s'interpone dal suo osservatorio
parigino nell'attiva mediazione tra Italia e Francia, in quella linea di
istanze sperimentative aperta alla contaminazione con cubismo, "esprit nouveau" e orfismo, ma nel '21 determinata a sancire la necessità del
ritorno alla tradizione classica. Non costituirà dunque mera casualità la
ripresa in De Lempicka di riferimenti tematici attribuibili a schemi
severiniani, oltreché a richiami novecentisti, come rivelerà la scelta di
Mère et enfant
nel '28. Nelle composizioni dell'artista polacca si
denota attualmente un accentramento tematico sul nudo femminile, isolato
come scelta rappresentativa di un'autoreferenziale fonte interlocutiva che
mira ad esperire sue intime finalità espressive, accentuando inoltre in
immagini di erotica godibilità l'espansione seduttiva di questi contenuti
vitali. In
Le Rythme e Groupe de quatre nus, entrambi del '25,
le figurazioni femminili imprimono alla loro simultanea compresenza un esito
narrativo egemonizzato dalla scansione armonica delle forme curvilinee,
progettata secondo procedimenti di "incastro" dei corpi che stabiliscono il
segno reale delle interrelazioni.
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T. De Lempicka, Gruppo di quattro nudi (1925)

T. de Lempicka, La modella
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Effetti certo molto diversi dal posteriore
Femmes au bain, col quale intrattengono evidenti analogie
iconografiche, in cui la formazione di donne, già piegata a maggiore
"armonizzazione" di linee formali per ulteriori esigenze stilistiche, appare
accostata seguendo criteri di casualità che non attivano livelli
significativi di comunicazione, ma un senso diffuso di straniato isolamento.
Nel
Groupe de quatre nus inoltre, l'inscatolamento della composizione
(procedimento già adoperato in altre esecuzioni) e il suo affollamento
figurativo provocano un particolare schiacciamento prospettico che tende a
proiettare verso l'esterno del limite bidimensionale del quadro (quindi in
direzione dello spettatore) la scena di donne ivi rappresentata.
Soprattutto
Le Rythme acclara plateali riconoscimenti a Le Bain turc di
Ingres, sia desumendone taluni modelli iconografici che nella statuaria
cerebralità dell'esecuzione complessiva, rimandando oltretutto ad analoghe
ricerche effettuate in Italia nel '24 dal novecentista Oppi con Le amiche
e dal contiguo Felice Casorati
nel Concerto, le cui linee
di svolgimento sono raccolte da Tamara durante le frequentazioni milanesi
alla Bottega di Poesia.
Alla
fecondità produttiva di questo periodo risalgono le nuove versioni di Nu
assis e Nu couché, che De Lempicka utilizza per applicare alla
tecnica della deformazione formale assorbita da Lhote la visione
illusionistica e proto-barocca dello scorcio "sottinsù" di Veronese, altresì
richiamandosi agli enfatici allungamenti anatomici del Parmigianino e alle
torsioni dei corpi scarnificati di Pontormo.
Ne risultano immagini quasi
compresse, con le teste "aspirate" verso il fondo della quinta scenica e
dunque ridotte a dimensioni minime rispetto a quelle preponderanti delle
gambe, in "fuoriuscita" dalla superficie rappresentativa secondo modalità
più evidenti ma analoghe agli effetti di Groupe de quatre nus. |
Sul
reclinare degli anni venti le ambizioni artistiche di Tamara cominciano ad
ottenere riconoscimenti pubblici, dapprima con positivi giudizi di critica
su riviste parigine di rilievo, quindi nel 1927 col primo premio
all'Exposition International des Beaux Arts di Bordeaux per il dipinto
Kizette au balcon e nel 1929 con la medaglia di bronzo all'Exposition
International di Poznan per
Kizette, communiande (quest'ultimo non
era comunque distribuito secondo criteri meritocratici, ma come onorificenza
nazionale per "esemplarità produttive" polacche). Successo e ricchezza
rappresentano un binomio di valori lungamente accarezzato dall'artista,
luoghi ideologici di un potere simbolico che non mira a discutere né
oltrepassare le gerarchie patriarcali, bensì mantenerne le premesse
fondative. Perciò l'esigenza di Tamara trasforma i ricordi di un passato
precario in definitiva acquisizione di uno status da rappresentare
socialmente, esibendo col trasloco nella villa esclusiva, appositamente
costruita e arredata da professionisti à la page (vi prenderà parte
anche la sorella Adrianna, divenuta valente architetto), i lasciti di un
sogno finalmente inverato.
Poco prima vola negli Stati Uniti (in
concomitanza con la caduta di Wall Street che segnerà l'inizio della grande
depressione), tempio dell'indotto desiderio di modernità tecnologica
avvertito quale ossessiva mitologia di progresso, oltreché condizione
indirimibile per l'aggiornamento tematico sulle nuove tendenze stabilite
nell'ambito della moda e in quello artistico: d'altronde, entrambi i settori
mediante l'enorme sviluppo della cartellonistica pubblicitaria paiono ormai
fondersi insieme, scatenando passaggi continui e livelli reciproci di
emulazione. Così, un quadro come
Saint-Moritz, impostato come offerta di fruizione sciistica, in tralice
fra immagine di réclame vacanziera e tributo alla mondanità sportiva, si
pone quale indicazione di tendenza per un pubblico capace di condividerne la
forza del valore simbolico e di trarne opportuna visibilità di
auto-rappresentazione. Le tele di De Lempicka risentono subito delle
suggestioni americane offerte dai paesaggi metropolitani, popolandosi delle
solide e inconfondibili presenze dei grattacieli, come sarà facile osservare
anche a distanza di tempo negli sfondi di talune opere realizzate dopo il
rientro a Parigi, quali
Femme bleue à la guitare
(pur nota come La
musicienne) e
Romana de la Salle, fille du duc de la Salle, del
'29,
Portrait de Madame Allan Bott
(o Femme aux émeraudes) e
Nu aux buildings, entrambi del '30, inoltre in
Portrait de Madame
Boucard
del '31 e
Adam et Eve del '32.
| Come spesso accade alle grandi pittrici, Tamara de Lempicka
nel dopoguerra fu dimenticata per decenni, pur continuando a
vivere e a dipingere. E' morta nel 1978.
Eppure negli anni '20 e '30 era diventata molto famosa,
scandalizzando la cultura ufficiale sia per i suoi audaci nudi
che per la sua vita movimentata nonché per il suo orientamento
omosessuale.
Fu riscoperta con una mostra parigina solo nel 1972, quando
da un pezzo si era trasferita negli Stati Uniti e si faceva
chiamare baronessa Kuffner dopo le seconde nozze. Divenne
immediatamente un'artista da culto, assai apprezzata per la sua
modernità e complessità pittorica.
In Italia, in particolare, le sue opere si vedono raramente
in circolazione, anche perchè nei musei italiani non c'è alcun
suo dipinto. Solo nel 1994 le fu dedicata una personale e da
allora abbiamo dovuto attendere dodici anni per rivedere le
splendide tele della grande pittrice.
Nel 2006, infatti, al Palazzo Reale di Milano è stata
allestita una indimenticabile mostra curata magnificamente da
Gioia Mori, che ha riportato nei nostri occhi la luce dei
capolavori di Tamara de Lempicka. Maria
Antonietta Pappalardo |
Altre esecuzioni
confondono significativamente i confini della ricerca espressiva con modelli
desumibili dalle riviste di moda, come asseriscono il famoso
Autoritratto
in automobile e
Jeunes filles, ambedue destinate non casualmente
alle copertine di "Die Dame" nel '29 (pur se realizzate in precedenza), ma
anche una nuova versione di Les amies. Ma accanto all'apoteosi della
modernità si denota la contraddittorietà di un parallelo processo di
evoluzione del manierismo pontormiano che volge al recupero di atteggiamenti
formali neo-barocchi. Se l'incontro con la modella-prostituta Rafaèla porta
nuovi turbamenti amorosi nella vita di Tamara, le tele in cui viene
rappresentata segnano una cesura evidente nell'itinerario stilistico
dell'artista, infatti la "triade" di
La belle Rafaèla,
Rafaèla sur
fond vert (o Le Rêve) e
Tunique rose costituisce riflesso
iconografico che evidenzia ancora la permanenza delle masse compatte
costruite nella materia pittorica, la plastica e "bloccata" volumetria delle
note raffigurazioni scultoree, "pietrificate" nella sagoma deformante delle
linee di contorno purtuttavia conferendo maggiore attendibilità alla
coerenza formale.
Nel periodo 1927-28 si configura dunque un procedimento
graduale ma irreversibile, orientato in Les amies verso
l'assottigliamento dei volumi e un'accuratezza inusitata dei dettagli
estetici, recuperando attraverso la linea serpentinata il linguaggio
manieristico degli sguardi incrociati e la costruzione di una sequenza
narrativa. L'intaglio marmoreo delle forme si scioglie, come dichiara
Portrait d'Arlette Boucard, in visibile architettura delle proporzioni e
volge al ritrovamento di un'istanza naturalistica, verificando inoltre
un'assimilazione dell'espressione erotica all'interno di fredde e astratte
sintesi delle pulsioni sentimentali.
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L'ingombrante plasticità delle
vesti rinuncia al monolitismo dell'avvolgimento corporeo consonandosi già in
Jeunes filles al realistico movimento dei fluenti passaggi d'aria,
fungendo inoltre da mezzo disvelativo delle
forme anatomiche sottostanti
attraverso il gioco ambiguo delle trasparenze sottili.
Applicazioni
effettive di questo panneggiato manierismo sensuale si evidenziano tra
1930-32 in
Jeune fille en vert,
Portrait de Madame Allan Bott
e
Portrait de Madame Boucard, mentre anche la compattezza stilistica
delle precedenti capigliature si stempera nella rigidità fluttuante dei
"riccioli di carta" in
Idylle
(o Le départ) del '31 e nelle
diverse versioni di
Jeune fille à la fenêtre, dipinti nel '33, quindi
in
Portrait de Mademoiselle Poum
e
Kizette dormeuse, del '34.
Si apre un ciclo nuovo all'interno della visione estetico-artistica di
Tamara, in cui trovano ricezione, con la mediazione dell'ormai consolidata
fonte manierista, temi classici della pittura religiosa, trasposti e
talvolta segmentati entro iconografie ambigue e inquietanti, che da un lato
indicano il permanere di lontani retaggi e dall'altro segnano effettivi
processi di sviluppo.
Un'ambivalenza sembra clamorosamente invadere
l'universo femminile dell'artista polacca sul reclinare degli anni venti,
pertanto se il permanere della complicità saffica conclama nell'allusività
figurativa una privilegiata continuità del suo percorso stilistico-iconografico, confermando la presenza di queste linee
rappresentative fino a realizzazioni come
Myrto,
Printemps,
Le turban vert
(o Le vert jade) e a un'ulteriore versione di
Les deux amies (o Les jeunes femmes), tutte appartenenti al
biennio 1929-30, e alla più tardiva
La ronde, a queste modalità si
affianca una riscoperta della tensione mistico-spiritualista che affonda
radici nell'arte italiana tardo-manierista e barocca, senza tuttavia
tralasciare incursioni in ambito quattrocentesco. |

Tamara de Lempicka, Idillio (1931)
 T. de Lempicka,
Il turbante verde (1930) |
I progetti
esecutivi degli anni trenta traducono difatti una lettura devoluta alla
"conversione" su questi valori straniati dal mondo artistico di Tamara, che
pur nell'esperire la florida monumentalità "ingresiana" di
Andromède
(nota anche come L'Esclave) e
Portrait de Nana Herrera
testimoniano ancora nel '29 di un consapevole interesse celebrativo del nudo
femminile, paventano ricerche altresì orientate su altri versanti e poi
assurte a privilegiati criteri direttivi.
Premesse incontrovertibili di tali
successive risoluzioni vanno individuate in
La veuve
del '25, che
costruiscono l'antecedente figurativo di una corporeità "negante",
posizionata nei limiti istitutivi di un ruolo silente, col capo velato e
rigidamente assorto in preghiera,
mentre in
Mère et enfant
(parimenti diffuso come Maternité) e
Kizette, communiante, entrambe del '28, il manierismo
rappresentativo di Tamara riscopre nella "pudicizia" della pittura
devozionale la vitalità sommessa del sentimento sacrificale. Consolidate
soprattutto dopo il divorzio con Lempicki e il legame col facoltosissimo
barone Kuffner (poi
trasformato in matrimonio nel '33 e durato fino alla sua morte), le
coordinate effusive di queste pulsioni emotive, in cui permangono
comunque rimarcati caratteri astrattivi, s'incontrano comunque con antichi
clamori trasgressivi, come dimostra il nudo "marmoreo" di
Portrait de
Suzy Solidor, ma qui il coinvolgimento empatico e la contiguità del
soggetto paiono giustificare l'affrancamento dalla specificità delle scelte
estetiche ormai operante. Il tema della maternità ritorna pertanto nella
versione Mère et enfant del '32, con un ammorbidimento della
composizione che ben si attaglia alle virtù narrative della scelta
iconografica, e nel tardo Quattrocento del '37, in cui la fonte
botticelliana viene chiaramente enunciata quale rimando dell'ispirazione
spiritualista. Nello stesso anno
Adam et Eve restituisce il tessuto
dell'unica immagine di nudo maschile della pittrice polacca, qui accanto a
quello femminile, in una composizione ancorata agli schemi geometrici del
classicismo ingresiano, stavolta fruito secondo un'accezione desunta
dall'immobilità statuaria della metafisica dechirichiana, "imprigionata" nei
contorni di un'atmosfera sospesa tra evocazione dell'antico (la mela del
peccato originale) e citazione del moderno (i grattacieli).
Ma
l'orizzonte ispiratore di De Lempicka si è spostato verso un altrove
spiritualista inteso a consacrare le fonti "eccessive" del barocco berniniano all'apoteosi sensuale dei suoi rapimenti mistici, di cui la
romana
Estasi di Santa Teresa
è destinata a costituire prototipo
indiscusso per realizzazioni come
Jeune fille aux arums
del '33 e
naturalmente in
Sainte Thérese del '35-36. I modelli agiografici
divengono, nel fluire degli anni trenta, protagonisti dell'universo
artistico di Tamara in opere come
Fillette priant,
Vierge bleue,
Madonne, ronde ed altre, quasi tutte indistinguibili tra loro in
quanto tradiscono le risultanze di un'impostazione oleografica
inficiata da un eccessivo "clamore enfatico" e attestata su forzosità
declamatorie e pietistiche. L'evidente declino della forza artistica conduce
De Lempicka alla scelta di registri soggettivi avulsi dal suo universo
rappresentativo, come
L'homme à la guitare del '35,
Vieillard
e
Le paysan del 1936-38, trattati quali esemplarità di
un'appartenenza sociale ideologicamente riprovata e perciò assunta
iconograficamente attraverso la facilità descrittiva del modulo veristico,
ma la virtualità di tale intenzionalità si esprime in quell'eccesso di
levigata "pulizia" nella stesura della materia pittorica, "ingessata" nella
ricerca di un perfezionismo formale che rivela compiacimento
autoreferenziale per il risultato estetico e indifferenza per le "sorti"
dell'umile contenuto espressivo.
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T. De Lempicka, Donna con mandolino

T. de Lempicka, Donna in rosso
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Nel '39, col nuovo titolo di baronessa Kuffner,
Tamara abbandona l'Europa assieme al marito per la definitiva
destinazione americana, e ancora una volta il beau monde che sceglie
quale status rappresentativo della propria immagine si attaglia alla sua
visione "spettacolare" della scena sociale, difatti s'inserisce nel circuito
delle star hollywoodiane, invadendo così lo spazio simbolico del cinema in
cui realtà e finzione s'incontrano, confondendo il nuovo immaginario
collettivo e trasfondendo l'una nell'altra senza soluzione di continuità.
Le
opere statunitensi degli anni quaranta e cinquanta, nonostante le numerose
occasioni espositive di New York, Los Angeles e San Francisco, che la
"consacrano" quale erede del cubismo di Lhote, confermano la sostanziale
perdita di "centro" nell'artista polacca, rimarcando in tele come
Dama in
blu,
Il turbante arancione,
Ametista
e
Ragazza
messicana
la presenza di estenuati referenti quattrocenteschi (la stessa
De Lempicka aveva d'altronde dichiarato nel '35 d'ispirarsi alla pittura
veneziana di Vittore Carpaccio) e manieristi, e collocando i rimandi
classicheggianti sull'orizzonte sommerso della rievocazione nostalgica.
E se
nell'esecuzione di nature morte quali
Il macinino da caffè
paiono
enunciare la rigogliosità di attive definizioni cromatiche, nelle più
tardive
Venezia sotto la pioggia e Calle
sembrano recare la
stessa impressione sfocata che caratterizza il loro tessuto compositivo.
Ancora meno credibili appaiono i suoi tentativi di emulare (fuori tempo) i
caratteri della pittura surrealista attraverso le ascendenze di Salvador Dalì, perciò quadri come
Paesaggio surrealista
o
Mano surrealista
occhieggiano sponde esteriormente imitative di problematiche a lei
estranee e inaccettate all'epoca in cui potevano contribuire ad effettuare
nuove collocazioni estetico-ideologiche, così come i decontestualizzati
esercizi di astrattismo informale compiuti negli anni sessanta tendono
goffamente a conformarsi alla statura concettuale delle sintesi performative
della Pop Art. |
Dopo la mostra romana del '57 e l'inutile tentativo di
rilanciare la sua figura artistica a Parigi nel '62 (nello stesso periodo
diviene la vedova Kuffner), abbandona qualsiasi progetto realizzativo
ritirandosi a Houston presso la figlia Kizette, ma con l'allestimento nel
'72 di un'esposizione retrospettiva organizzata nella medesima capitale
francese, otterrà un revival col riconoscimento di originalità delle
opere appartenenti agli anni venti-trenta. Sarà però un "canto del cigno",
difatti si trasferirà in Messico nel '78 ove la morte la sorprenderà due
anni dopo ancora intenta a rifacimenti di sue vecchie opere, lasciando per
estremo desiderio testamentario lo spargimento delle sue ceneri sul vulcano Popocatepetl, affidando quindi al gesto ineffabile di un ultimo soffio di
vento la volontà di disperdere quella forza vitale che per un'intera vita ha
cercato strenuamente di trattenere presso di sé.
Roma,
novembre 1997

La pagina è stata curata da Maria Antonietta
Pappalardo e pubblicata nel dicembre 2009
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