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Festival
del Cinema Africano di Milano
XIII
EDIZIONE, 2003

Il Festival del Cinema Africano di
Milano si
propone ogni anno
come un'occasione d'incontro e conoscenza dei temi e dei linguaggi di nuove
cinematografie, quelle africane e della diaspora, per lo più sconosciute al
pubblico italiano. Grazie a una visione dell'Africa e del mondo proposta da
autori africani, il Festival costituisce un'alternativa concreta alla
cultura e all'informazione corrente dei mass-media.
Il programma cinematografico prevede ogni anno una selezione accurata di
lungometraggi e cortometraggi africani in Concorso. I film che partecipano
alla selezione devono essere girati da registi provenienti dall'Africa o
dalla diaspora africana in Europa.
Due giurie internazionali sono chiamate a consegnare i Premi ufficiali del
festival per i migliori lungometraggi e cortometraggi.
Affiancano il concorso le sezioni parallele (Retrospettiva, Sezione
informativa, Sezione a tema, Finestre sul mondo) che hanno contribuito a
promuovere un maggiore interesse per la storia cinematografica dell'Africa e
delle comunità africane della diaspora.
La Retrospettiva è dedicata ogni anno alla produzione cinematografica di un
paese africano.
Dal 1998 al concorso dei film si è aggiunta una nuova sezione: il Concorso
video.
La produzione audiovisiva in Africa è in pieno sviluppo; grazie ai relativi
vantaggi economici rappresenta spesso il luogo privilegiato della
sperimentazione e della ricerca di nuovi linguaggi.
Il pubblico del Festival del Cinema Africano di Milano può contare ogni
anno sulla presenza di numerosi ospiti, professionisti del cinema e delle
culture africane (oltre 120 invitati di cui una cinquantina proveniente dai
paesi ACP).
L'attività di organizzazione e di direzione artistica del festival hanno
permesso al Coe di maturare una conoscenza profonda della cultura
cinematografica africana e di costituire una fitta rete di relazioni con i
professionisti degli audiovisivi europei e dei paesi ACP rappresentanti di
tutti i settori (produzione e distribuzione).
CONCORSO
CINEMATOGRAFICO DI:
Lungometraggi - Cortometraggi – Video
Il Concorso presenta film realizzati da
registi africani o della diaspora africana nel mondo.
A partire dall’anno scorso abbiamo introdotto alcune varianti riguardo ai
criteri di selezione che regolamentano le sezioni in concorso. Per
rispondere alla “crescita” irruente delle proposte di cortometraggi di
fiction girati in video, abbiamo pensato di accogliere nella competizione
“cortometraggi” tutto ciò che è fiction, indipendentemente dal
supporto video o pellicola, mentre la competizione “video” presenta
tutta la produzione documentaria non fiction, un genere fino ad oggi poco
esplorato dagli autori africani, che sta invece acquistando sempre più
spessore.
Questa sezione è particolarmente interessante per comprendere le nuove
tendenze del cinema africano e le sperimentazioni di un nuovo approccio al
documentario e alla docu-fiction.
Tre Giurie internazionali sono chiamate a consegnare i premi ufficiali del
Festival.
CONCORSO – LUNGOMETRAGGI
Abouna
Regista: Mahamet-Saleh Haroun
Nazionalità: Ciad
Bent Keltoum
Regista: Mehdi Charef
Nazionalità: Algeria
El-Kotbia
Regista: Nawfel Saheb-Ettaba
Nazionalità: Tunisia
Heremakono
Regista: Abderrahmane Sissako
Nazionalità: Mauritania
Kabala
Regista: Assane Kouyaté
Nazionalità: Mali |
Madame Brouette
Regista: Moussa Sene Absa
Nazionalità: Senegal
Paris selon Moussa
Regista: Cheick Doukouré
Nazionalità: Guinea
Poupées d'argile
Regista: Nouri Bouzid
Nazionalità: Tunisia
Promised Land
Regista: Jason Xenopoulos
Nazionalità: Sudafrica
Rachida
Regista: Yamina Bachir-Chouikh
Nazionalità: Algeria |
FINESTRE SUL MONDO
Nell’ottica di promuovere le culture cinematografiche meno
conosciute, quattro anni fa è nata questa sezione che porta il festival
oltre i confini dell’Africa e della cultura black verso la dimensione di
un cinema meticcio dove i limiti culturali e razziali si fanno sempre più
labili. La sezione Finestre sul mondo è aperta a tutte le cinematografie
appartenenti ad aree scarsamente presenti sui nostri schermi: film dai
Caraibi, dal Pacifico, dall’area mediorientale, dall’Asia, dal
Sudamerica senza dimenticare quei film dalle connotazioni geografiche sempre
più confuse che riflettono le tendenze “nomadi” dell’attuale
produzione indipendente.
Tra le opere inserite nella sezione: Jenine...
Jenine, in cui l'attore e regista Mohammad
Bakri racconta le tracce lasciate sulla popolazione
dall'invasione israeliana nel campo palestinese di Jenin; Our
times dell'iraniana Rakhshan Bani-Etemad,
che segue alcune donne candidate alle elezioni presidenziali del 2001; Le
rêve plus fort que la mort, ritorno di Jean
Rouch in Niger per narrare tre sogni di amicizia e avventure
dionisiache; Memories of the old man's son
del panamense Enrique Castro Rios,
documento sulla Storia del suo paese intrecciato con estratti di video di
diari familiari.
Elenco dei film
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America so beautiful
Regista: Babak Shokrian
Nazionalità: U.S.A.
Cine Piquetero
Regista: autori vari
Nazionalità: Argentina
Les Defis
du Facteur
Regista: Mohamed
Tawfik
Nazionalità: Irak
Dilhiroj
Regista: Razycov Yusup
Nazionalità: Uzbekistan
El ultimo vagon
Regista: Osvaldo Daicich
Nazionalità: Cuba - Argentina
Hoover street revival
Regista: Sophie Fiennes
Nazionalità: Gran Bretagna - Francia
Inja
Regista: Steven Pasvolsky
Nazionalità: Australia
Jenine Jenine
Regista: Mohammad Bakri
Nazionalità: Palestina
Lettere dalla Palestina
Regista: film collettivo coordinato da Francesco Maselli
Nazionalità: Italia
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Mabrouk at Tahrir
Regista: Dalia Fathallah
Nazionalità: Libano
Memories of the old man's son
Regista: Enrique Castro Rios
Nazionalità: Panama
Mixmemoria
Regista: Carmen Luz e Vik Birkbeck
Nazionalità: Brasile
Our Times
Regista: Rakhshan Bani-Etemad
Nazionalità: Iran
Le reve
Plus Fort que la mort
Regista: Jean Rouch
Nazionalità: France
Quand
Miriam s’est dèvoilè
Regista: Assad
Fouladkar
Nazionalità: Libano
Sacrifices
Regista: Oussama Mohammad
Nazionalità: Siria
Sodad
Regista: Lorena Natalia Fernandez
Nazionalità: Argentina
Watermark
Regista: Damon Fepulea’i
Nazionalità: New Zealand
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PREMI
La Direzione Organizzativa del Festival costituisce tre
Giurie Ufficiali per il concorso lungometraggi, per il concorso
cortometraggi e per il concorso video che sono incaricate di conferire i
premi ufficiali: tre premi corrispettivamente di 10.000 euro, di 5.000 euro
e di 4.000 euro ai lungometraggi-premio di 5.000 euro e due premi di 3.500
euro ai cortometraggi - 2 premi ai video.
Ai Premi ufficiali si affiancano numerosi premi speciali e riconoscimenti.
Il pubblico è invitato a votare i lungometraggi in concorso, esprimendo il
proprio giudizio su apposite cartoline distribuite all’entrata delle sale
cinematografiche. Il Premio del Pubblico (5.000 euro) viene consegnato al
film più votato.
I premi non sono accumulabili. Nel caso in cui il Premio del Pubblico
coincida con il Premio della Giuria, il Premio del Pubblico viene consegnato
al secondo film più votato.
PREMI
ASSEGNATI FESTIVAL 2003
GIURIA Ufficiale “Concorso Lungometraggi” ha conferito il
1° PREMIO COE (Euro 10.000):
al film RACHIDA di Yamina Bachir- Chouikh (Algeria)
2° PREMIO CEI – Conferenza Episcopale Italiana -
(Euro 5.000):
al film POUPEES D’ARGILE di Nouri Bouzid (Tunisia)
3° PREMIO MAE – Ministero degli Affari Esteri –
(Euro 4.000):
al film MADAME BROUETTE di Moussa Sene Absa (Senegal)
MENZIONE:
al film PROMISED LAND di Jason
Xenopoulus (Sudafrica)
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Il regista palestinese Mohammed Bakri, mentre
presenta il suo film "Janine Janine"
sull'occupazione israeliana |

Una scultorea espressione del regista , che ha
partecipato al Festival 2003 nella Sezione "Finestre nel
mondo" |
Nell’ambito del XIII° Festival Cinema Africano di
Milano è stato conferito il
PREMIO “Città di Milano” (Euro 5.000) al
lungometraggio più votato dal pubblico al Film BENT KELTOUM di Mehdi Charef
(Tunisia)
GIURIA Ufficiale “Concorso
Cortometraggi” ha conferito il
1° PREMIO COE (Euro 5.000):
al film HISTOIRE DE TRESSES di Jacqueline Kalimunda (Ruanda)
2° PREMIO Ministero per i Beni e le Attività
Culturali (Euro 3.500):
al film YIZO YIZO II episodio 12 di Teboho Mohlatsi (Sudafrica)
3° PREMIO ex equo – Diocesi di Milano (Euro
1.500):
al film PETITE LUMIERE di Alain Gomis (Senegal)
3° PREMIO ex equo Diocesi di Milano (Euro 1.500):
al film KOKOA di Moustapha Alassane (Niger)
MENZIONE SPECIALE:
al film THE SKY IN HER EYES di Ouita Smit, Madida Nacayiyana
(Sudafrica)
GIURIA Ufficiale
“Concorso Video” ha conferito il
1° PREMIO COE (Euro 3.000):
al film ZIMBABWE COUNT DOWN di Michael Raeburn (Zimbabwe)
2° PREMIO – REGIONE LOMBARDIA (Euro 2.000):
al film O CAPITAINE DES MERS di Hichem Ben Ammar(Tunisia)
3° PREMIO – PROVINCIA DI MILANO (Euro 1.500):
al film CONTES CRUELS DE LA GUERRE di Ibea Atondi e Karim Miské (Congo –
Costa d’Avorio)
La
Giuria Ufficiale del Concorso Cortometraggi ha assegnato il
GRAN PREMIO della GIURIA:
al film LE PACTE di Guy Desiré Yameogo(Burkina Faso)
La Giuria Ufficiale del Concorso Video ha assegnato una:
MENZIONE: al film SALAAM SUDAN di Ishraga Lloyd (Sudan)
MENZIONE: al film NAPOLI CENTRALE di Bouchira Khalili
(Marocco)
La
GIURIA degli STUDENTI premia:
ECHOS D’ALGERIE di Khaled Ammari (Algeria)
I (e segnala il proprio apprezzamento per altri cortometraggi quali:
THE BALL di Orlando Mesquita (Mozambico)
PETITE LUMIERE di Alain Gomis (Senegal)
I HAVE A
DREAM di Zak Ové (Trinidad)
PREMI
SPECIALI
Premio "Citta di Milano"
del Comune di Milano, al lungometraggio più votato dal pubblico, 5.000 Euro
BENT KELTOUM di Mehdi Charef (Tunisia)
Premio
della Giuria degli Studenti
La
Giuria composta da 15 studenti dell’ITSOS Albe Steiner di Milano ha
assegnato il premio - che consiste nell'acquisizione dei diritti video del
film scelto, in modo da favorirne la diffusione nelle scuole superiori della
Regione Lombardia e di tutto il territorio nazionale ed è sostenuto dalla
fondazione ISMU, Rotary Club di Legnano, ITSOS di Milano e Direzione
Scolastica Regionale per la Lombardia, al film ECHOS D’ALGERIE di Khaled
Ammari (Algeria).
La Giuria degli studenti premia ECHOS D’ALGERIE di Khaled
Ammari, per lo stile essenziale e convincente con cui affronta il tema della
guerra fratricida in terra algerina che colpisce vittime innocenti e coloro
che inseguono ideali di libertà di pensiero e modelli di vita alternativi a
quelli imposti dal potere e dall’ideologia integralista. In particolare
sono stati apprezzati il montaggio, la fotografia e la musica scelta.
La giuria tiene anche a segnalare il proprio apprezzamento per altri
cortometraggi della competizione, quali The ball di Orlando
Mesquita per lo sviluppo originale dell’idea, l’effetto divertente e
l’immediatezza della comunicazione; Petite Lumiere di
Alain Gomis per come ha saputo restituire in modo originale e sperimentale
un approccio filosofico e la ricerca del senso delle cose. Infine teniamo a
menzionare I have a dream di Zak Ovè per l’idea, la
scelta e l’uso dei colori e della musica.
Premio
Signis (Ocic
e Unda)
La giuria composta da Mario Ventura , Nike Morganti,
Maria Dulce Araujo Evora assegna ill premio al film BENT KELTOUM
di Mahdi Charef (Tunisia).
Per il modo con cui affronta una grave realtà sociale attraverso la ricerca
della propria identità da parte della protagonista, divisa tra due culture
che sembrano inconciliabili. Il rifiuto iniziale viene superato dalla
comprensione, nello scenario di un deserto scabroso che diventa simbolo del
travaglio interiore.
Assegna inoltre una Menzione al cortometraggio THE BALL del
regista mozambicano Orlando Mesquita., per lo stile ironico e simpatico con
cui tratta un problema di fondamentale importanza per il nostro tempo.
Premio
CINIT- CIEMME
Il
CINIT assegna il proprio premio, che consiste
nell’ospitalità a Venezia nel periodo del Festival, a Zak Ové per il
film I HAVE A DREAM, per l’originale elaborazione della
trama, ricca di riferimenti alle culture africane e di sguardi attenti alla
realtà dell’immigrazione e a quella dei giovani. Il regista ha saputo
dosare con ironia ed equilibrio le difficoltà quotidiane e le speranze di
riscatto dell’emigrante africano negli USA, grazie alla regia brillante e
coinvolgente.
Premio
"Città di Venezia"
viaggio
e soggiorno durante la Mostra internazionale d’arte cinematografica, ad un
regista appartenente alla cinematografia africana o di altri continenti che
sono abitualmente esclusi dai circuiti commerciali del mondo occidentale. Un
cineasta che attraverso il suo lavoro valorizza e fa conoscere il cinema del
proprio paese contribuendone così allo sviluppo. Un cineasta che, invitando
i suoi colleghi all’impegno artistico, sociale e morale, dà il suo
contributo affinché il cinema sia una degna rappresentazione della realtà
e della vita di cui è espressione. Il premio è stato assegnato al regista
del Burkina Faso Guy Désiré Yameogo
Premio
FAO
La giuria composta da Enrique Yeves, Antonello Proto
e Marzio Marzot ha assegnato il premio, che consiste nell’affidare al
regista la realizzazione di un documentario per la FAO, a Hichem Ben Ammar,
per il film RAIS LABHAR– Ô CAPITAINE DES MERS
Per
informazioni: Coe-Comunicazione & Media tel. 02.66712077 e 67073084 fax
02.66714338

Piccole, grandi donne resistono
Lo sguardo altro al femminile

Il trittico, premiato al
Festival del cinema Africano dalla giuria ufficiale dei lungometraggi,
pone sotto i riflettori la condizione femminile nel e del Continente.
Quella di piccole e grandi donne traviate dalla modernità urbana.
E non solo attraverso lo
sguardo di donne come quello dell'algerina Yamina Bachir Chouikh
che ha
vinto il Festival con RACHIDA, opera prima che celebra la determinazione ed il
coraggio di un'eroina.
Ma anche attraverso le
meditazioni di uomini, incapaci di prendere posizioni autentiche ed
originali, fra le opposte tentazioni dell'integralismo e della
globalizzazione.
Riflessioni maschili sulla
condizionie femminile portate in maniera diversa sul grande schermo da
Mendhi Charef ne Bent Keltoum, premio del pubblico,
dall'applauditissimo
tunisino Nouri Bouzid ne POUPEES
D'ARGILE, secondo premio
ufficiale, e da un ironico e tagliente Moussa Sene Absa ne MADAME
BROUETTE, lungometraggio senegalese che si è aggiudicato il terzo
premio.
Se, infatti, Rachida
e Bent Keltoum affondano lo sguardo nell'annoso problema del
terrorismo algerino attraverso due figure femminili che resistono ad
ingiustizie ed insensatezze con la quotidianità costruttiva, Poupees
d'argile denuncia una realtà ancora drammaticamente presente nel
mondo, con un'eccellente regia e l'intensa interpretazione dell'attrice
Hend Sabri. Madame Brouette, invece, canta la gioia di
vivere delle donne malgrado le difficoltà che incontrano. Gridi di libertà
di piccole, grandi donne, che si ergono tra figure maschili confuse,
perse, incapaci di superare i dictat sociali.
Bouzid, salendo sul palco
ha esordito affermando di sentirsi iracheno: "Non riesco a parlare
del film, astraendolo da tutto ciò che sta succedendo. Mi domando se
davanti ad un fatto così non sia meglio spegnere la cinepresa, visto che
non serve a niente fare cinema." E nel suo delicatissimo film
denuncia il commercio di bambine, che resistono al loro destino,
accettandolo e rimettendo in discussione la propria vita in maniera
creativa. Ma denuncia anche la figura maschile, incarnata dal
"trafficante di bimbe d'argilla", attanagliato dai sensi di
colpa, confuso "proprio come il popolo arabo", costretto
ad arrendersi alla perdità d'identità, dominato dalla ragiulia,
il senso d'onore virile, che impedisce ad un uomo di ammettere davanti
agli altri di avere problemi.
I personaggi
femminili, la
bimba Fedhah ed il suo corrispettivo adulto Rebah, appaiono più liberi,
forti, istintivi, ribelli. Omrane, il protagonista maschile che smercia
carne giovane, è carico di blocchi ed ostacoli, che non capisce e
riconosce per primo, annegandoli nell'alcool "Gli integralisti
rappresentano un contropotere importante - dichiara Bouzid - C'è
una ripresa importante di questo spirito, alimentato anche dalla
televisione... Noi in Tunisia siamo costretti ad accettare le costrizioni
della società saudita, anche se vanno contro la legge tunisina (la
poligamia, ad esempio). La società avanza in maniera lenta e incosciente
verso l'integralismo e nessuno si rende conto di questo." Poupees d'argile
è proprio una triangolazione di vite difficili da incatenare, femminili e
maschili, che ritorna nell'espressione massima di libertà, la canzone a
cui Fedhah (che cerca conforto modellando bambole d'argilla) e Rebah si
affidano quando tutto sembra essere perduto, reciso. Danzare e cantare per
resistere e volare altrove è il loro grido di speranza: "figlia
del vento e dell'aria senza documento ed identità, le vostre lacrime si
sono prosciugate..." Parole che riecheggiano attraverso tutta la
pellicola. Refrain di una resistenza femminile che percorrono una vita
intera da quando le ingenue bimbe vengono vendute dai genitori al
trafficante di anime e corpi al momento in cui su un ralenty struggente,
ma ricco di speranza, Fedhah, si allontana sola su una strada libera,
abbandonando sulla panoramica dall'alto lo sguardo dello spettatore.
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Una scena del film "Madame
Brouette"
di Moussa Sene Absa (Senegal, 2002) |
Il regista Moussa Sene Absa con la protagonista di
"MadameBrouette", premiato al Festival di Milano
2003 |
Moussa Sene Absa nel suo Madame
Brouette, invece, lancia una denuncia di innovativo femminismo
senegalese. Con una tagliente ironia, che colpisce proprio
l'incomunicabilità di due mondi distanti: femminile e maschile. La
protagonista raccoglie tutte quelle donne che subiscono violenze
psicologiche e fisiche da uomini che pensano di poterle ripudiare e
riprendere a piacere. Per piacere. E proprio da questi oggetti del
piacere, si alza il grido di libertà finale pronunciato dalla fiera ed
indipendente Mati: "Sono libera, proprio come una pernice. Nessuna
gabbia riuscirà a rinchiudermi." Anche Moussa Sene Absa, commentando
la sua pellicola, riflette sulle immagini che il piccolo schermo sta
diffondendo in questi giorni difficili, di repressione ed ingiustizia:
"Ho fatto un film che voleva riconciliare l'uomo e la donna. Ma
oggi penso che sia necessario riconciliare l'uomo con la natura. Ho visto
cose terribili, mentre voi guardavate il mio film. Vorrei che voi aveste
un pensiero non per il mio film, ma per chi è sotto le bombe. Perché
l'arte serve anche a ciò: noi abbiamo diritto alla pace."
E la fendente ironia con cui Absa ha
pervaso il suo Madame Brouette resta l'unica arma lecita ed
obbligata, da imbracciare al posto delle armi. Quelle che la protagonista
usa per identificare la sua libertà. Quelle che la follia imperialista
sbandiera per legittimare un'occupazione colonialista, sotto i falsi
colori di un'ipotetica democrazia. Uomini e popoli, che dal piccolo al
grande schermo si stanno ballottando un futuro ancora una volta ricco di
ismi: sessismi, razzismi, nazionalismi, integralismi... Ingiustizie
perpetrate per non ammettere di essere tutti ostacolati a riconciliarci
con il nostro prossimo, quello che ci consente di esistere e di
identificarci. Uomini o donne, che invece di riaffermare un diritto alla
pace ed all'amore, accendono l'odio per il nemico. Da inventare anche
quando non c'è. La parola alla donna, piccola o grande che sia, il
Festival l'ha dato forse anche per questo: per ricordare quanto l'universo
femminile, represso e disagiato ancora oggi nel mondo arabo ed africano,
porti avanti sempre la propria resistenza, nell'inseguimento di un'identità
e libertà, racchiuso in una canzone, in una danza, in un gesto d'amore.
Anche nello sguardo altro.
Fonte: ombretta.diaferia@abrigliasciolta.com
SCHEDA
Anno: 2002
Data uscita: 28/03/2003
Nazione: Algeria - Francia
Produzione: Cine Sud Promotion, Ciel Production, Art France Cinema
Distribuzione: Esse&bi cinematografica
Durata: 100'
Regia: Yamina Bachir Chouikh
Sceneggiatura: Yamina Bachir Chouikh
Fotografia: Mustapha
Belmihoub
Musiche: Anne-Olga
De Pass
Montaggio: Yamina Bachir Chouikh
CAST
Rachida Ibtissem
Djouadi
Aicha Bahia
Rachidi
Khaled Zaki
Boulenafed
Zohra Rachida
Messaouden
RECENSIONE
DI "Rachida"
a cura di Alessandra Montesanto
Il riscatto è possibile. Questo il cuore del
messaggio del film algerino, miglior lungometraggio alla XIIIa edizione del
festival del cinema africano.
Rachida è una maestra della scuola elementare di un quartiere di Algeri.
Rachida è bella, giovane e non porta il velo. Una mattina, mentre va al
lavoro, viene avvicinata e insultata da un gruppo di terroristi ( tra cui un
suo alunno) che vogliono costringerla a mettere una bomba nella scuola. Lei
rifiuta e così, accecato dalla rabbia, il capo banda le spara a brucia pelo
allo stomaco e scappa insieme a tutti gli altri.
Rachida si salva per miracolo e si trasferisce con la madre in un villaggio
dove si illude di trovare la tranquillità necessaria per riprendersi dal
trauma: oltre alla lesione all’addome, infatti, la ragazza porta con sé
una ferita ancor più dura da guarire, la paura.
Ma anche nel nuovo villaggio Rachida dovrà confrontarsi prima con i
pregiudizi della gente del luogo (sua madre è considerata una
“disonorata” perché ha divorziato) e, ancora una volta, con il
fanatismo integralista dei terroristi. L’occasione di un matrimonio, infatti, è il pretesto per l’intero
villaggio di far festa e proprio quella notte, i terroristi decidono di
colpire. Rachida, però, riuscirà a fuggire e a salvare un bambino.
La mattina che segue la strage della festa gli unici ad uscire per strada
sono la maestra Rachida e i suoi alunni, diretti alla scuola ridotta in
macerie. Dopo aver scritto sulla lavagna: “Argomento del giorno” Rachida
si volta verso i ragazzi (e verso di noi): i suoi occhi sono lucidi, ma lo
sguardo è quello di chi non si arrende.
Il film dell’algerina Yamina Bachir Chouikh è tratto da una storia vera;
il personaggio di Rachida è ispirato a quello di una giovane insegnante
che, nella realtà, non è sopravvissuta ad un attentato terroristico. Tahar, il ragazzo della protagonista del film, dice: “L’acqua del mare
lava via le disgrazie” e Rachida risponde: “Allora, L’Algeria dovrebbe
essere sommersa”.
Il film è un’opera di denuncia, trasuda rabbia, indignazione e
sofferenza. Sono i sentimenti di tutto un popolo, quello algerino, colpito
dalla piaga del terrorismo, in cui i padri ripudiano le figlie perchè
violentate e dove regna la rassegnazione.
Ma con la storia di Rachida, la regista dà voce alle donne, alla loro forza
morale; forse perché tragicamente abituate alla violenza, forse perché
costrette in tempo di guerra a sopportare il peso di enormi responsabilità,
le donne sembrano le uniche a saper reagire con determinazione e saggezza.
La denuncia delle condizioni politico-sociali dell’ Algeria si traduce in
una narrazione limpida e cruda, dove la violenza non è ostentata, ma
nemmeno rimossa, il dolore è mostrato con dignità e non si scade nella
retorica.
Il ritmo, teso e serrato, esprime la lotta che la protagonista deve
sostenere ogni giorno con la paura e il coraggio che, come le dice la madre,
scaturisce dalla rabbia e dal desiderio di cambiare le cose. La regia coglie
il non-detto, quel silenzio che nasce dall’insufficienza delle parole
davanti all’orrore. La fotografia esalta i colori vivaci e la solarità
delle persone per esprimere il contrasto con la barbarie. La musica rimane
in sottofondo e accompagna le emozioni (il dolore e la rivincita dei
personaggi).
In tanta disperazione la regista vuole mandare un forte messaggio di
speranza, ma non si tratta assolutamente di speranza passiva, ma di una
profonda convinzione che le cose possono cambiare solo quando non ci si
arrende né alla paura, né al rancore, ma si comincia a lottare per un
futuro migliore con armi diverse ed efficaci, quelle della cultura e
dell’educazione. Ed è ai bambini che Yamina Bachir Chouikh consegna le sorti di un Paese e
di un mondo che, oggi come oggi, non sono capaci di dialogare, ma parlano
soltanto di aggressioni, sopraffazione e arroganza. Ma il riscatto è possibile, come ci insegna Rachida, figura dolce,
sensibile e, allo stesso tempo, fragile e forte.
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Incontro
con Yamina Bachir Chouikh
la regista algerina di Rachida

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Ibtissem
Djouadi. la protagonista di "Rachida"(Algeria,
2002) |
Yamina è una signora dall’aspetto
socievole e aperto, sempre sorridente. Appena comincia a parlare si
capisce anche che è una persona estremamente determinata: quella
determinazione che possiedono le persone che hanno vissuto sulla
propria pelle grandi sofferenze, persone che hanno davvero qualcosa da
dire. Una determinazione che è quasi un senso di missione, una
missione culturale ovviamente.
Ci ha parlato della realizzazione del film, che è stata difficile dal
punto di vista della ricerca di sostegni: la produzione è, in effetti
solo virtualmente algerina e decisamente francese (Cine Sud
Productions e Art France Cinema). Non ci sono stati invece nel paese
problemi di censura: Rachida è stato un grande successo.
Addirittura alcune sale cinematografiche, che erano rimaste chiuse per
quindici anni, hanno riaperto in occasione della distribuzione di
questo film. Famiglie intere, ci ha spiegato, sono accorse a vederlo,
e non solo i giovani, che normalmente costituiscono il solo pubblico
cinematografico.
Rachida,
scritto dalla stessa regista, che lo ha anche montato (ha esordito nel
cinema come montatrice), parte da un episodio realmente accaduto: una
giovane maestra assalita dai terroristi che volevano obbligarla ad
introdurre una bomba nella sua scuola. La maestra rifiutò e le
spararono. In più la bomba le esplose accanto uccidendola. "Io
invece non volevo che Rachida morisse – racconta Yamina – affinché
potesse raccontare la violenza del terrorismo, nonché quella sociale
delle tradizioni".
Ha tenuto però a precisare che "Alcuni lo hanno visto come un
film contro l’Islam, ma non era questo il mio obiettivo."
Un’altra dichiarazione interessante è stata la seguente: "In
Algeria si ha sempre l’abitudine di parlare in nome del
popolo. Io ho cercato di parlare del popolo e di me".
Soprattutto a questo è dovuto quindi il successo del film, alle tante
persone che si sono riconosciute nelle tragiche vicende vissute sulla
propria pelle e in particolare le donne. Queste donne algerine ancora
schiacciate dal peso di una tradizione che anziché valorizzarle le
calpesta. Eppure Yamina ha detto che il personaggio di Rachida, così
volitivo e affatto rassegnato, non rappresenta affatto un’eccezione.
In Algeria da diverso tempo le donne hanno cominciato ad emanciparsi.
Alcune di esse, oltre a rifiutarsi di indossare il velo, studiano,
lavorano (qualcuna, ci ha detto, fa anche il pilota!), o si aggregano
per combattere anche giuridicamente il proprio status socio-politico,
specie da quando è stato promulgato il Codice della famiglia (1984)
che le vorrebbe chiuse in casa, in totale dipendenza dai loro mariti,
senza alcun diritto civile, figuriamoci politico. Questa lotta per
l’emancipazione (non solo) femminile, chiaramente, non avviene, né
può avvenire, senza forti resistenze ed ostacoli, in un paese dove le
usanze più arcaiche (e la rassegnazione ad esse) sono ancora
profondamente ancorate nella mentalità della popolazione. Di qui le
ondate di terrorismo integralista che hanno cominciato a bersagliare
dapprima gli intellettuali algerini, poi l’intera popolazione
civile, dalle città ai villaggi, dove centinaia di persone comuni
sono state ammazzate in una sola notte, e le donne rapite, violentate
dai terroristi e poi ripudiate dai loro stessi padri: "La morte
è divenuta banale", ha detto Yamina e le donne sono il bersaglio
principale, proprio perché si teme questa loro emancipazione.
In Rachida, un film che crede ancora e con forza nel
cambiamento, un cambiamento generato dalla promozione della cultura e
dell’educazione e in un futuro che esiste, al presente, nei bambini
di oggi, si sente chiaramente l’eco della Lettera al Presidente
della Repubblica che diverse associazioni femminili algerine (riunite
nell’Afepec), hanno scritto nel marzo del 1997. Vogliamo concludere
con un brano di quella lettera:
| "L'avvenire dipende da ciò
che succede oggi sui banchi delle scuole. La scuola deve, lungi dagli
indottrinamenti, preparare i bambini ad affrontare il secolo. E'
nostro dovere e dovere dello Stato in particolare, far sì che la
scuola diventi un luogo di conoscenza, di valorizzazione e di apertura
verso i valori positivi prodotti dalla nostra società e dall'umanità.
Non vogliamo più che l'intelligenza dei nostri bambini sia mutilata,
che la loro sensibilità sia soffocata e la loro infanzia confiscata.
L'attuale sistema educativo mette in pericolo il nostro paese, Stato e
società. La sua riforma radicale è un'esigenza di salvaguardia
nazionale. Noi siamo marginalizzate nel nostro paese da un codice
della famiglia che organizza la nostra inferiorità e ci colpisce di
incapacità nella gestione stessa delle nostre vite e di quelle dei
nostri figli. Abbiamo a che fare con un'ingiustizia storica. Uno Stato
che rende inferiore la metà della sua popolazione amputa la società,
di cui conduce il destino, di una parte di sé. Esso porta di fronte
alla storia la pesante responsabilità di strumentalizzare la
discriminazione."
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Fonte:
www.centraldocinema.it
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2°
PREMIO "POUPÉES D'ARGILE"
(Tunisia)
di Nouri Bouzid |
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Recensione
a cura di
Alessandra Montesanto

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Feddah, 10 anni e Rebbeh, 19 anni. Feddah è piccola e indifesa,
Rebbeh è bella e sensuale ed entrambe sono legate da un sottile e
invisibile filo rosso: un destino comune. Tutte e due, infatti, sono
state strappate alla famiglia d’origine, in campagna, per essere
trasferite in città, a Tunisi, a lavorare come domestiche nelle
abitazioni di ricchi signori.
La bambina e la ragazza sono state affidate a Omrane, un uomo sulla
quarantina che garantisce della loro virtù e della consegna puntuale
dei soldi a casa. Omrane non è il “trafficante” senza scrupoli
che ci si potrebbe immaginare; egli si sente responsabile delle
giovani donne che gli vengono affidate dai genitori, poveri e
contadini. Rebbeh, però, verrà violentata dal figlio della sua
padrona. Dopo qualche tempo, ormai donna e consapevole del suo
fascino, farà di tutto per sfuggire al proprio tragico e squallido
destino per andare incontro ad una vita più serena. Feddah, anche lei
privata di ogni affetto, cerca conforto modellando bamboline
d’argilla e forse un giorno seguirà le orme di Rebbeh, fuggendo
lontano.
Con montaggio parallelo e una macchina da presa sempre addosso ai
personaggi, con primi piani insistenti per catturare paure, dolore,
sconforto e nostalgia delle protagoniste e una colonna sonora dolce e
dolente, Nouri Bouzid narra la storia di un faticoso riscatto, con un
racconto di contrappunti tra Rebbeh e Feddah. Attraverso le vicende
delle due giovani donne, infatti, il regista (autore di punta della
cinematografia tunisina) affronta la delicata questione del ruolo
femminile nella società del suo Paese: Feddah e Rebbeh, per ritrovare
la libertà, il rispetto e la dignità dovranno mettere in gioco
tutto, compresa la loro stessa esistenza. In generale, Nouri Bouzid,
con il suo cinema poetico e duro allo stesso tempo, parla di
personaggi che si possono definire come gli archetipi della comunità
magrebina sempre in cerca di riferimenti e di valori positivi da
riaffermare e a cui ancorarsi.
Biografia del regista
Nouri BOUZID (Sfax, Tunisia,
1945) si diploma nel 1972 all’INSAS di Bruxelles realizzando un
cortometraggio, Duel. Completa gli studi di cinematografia a Parigi,
con un stage che gli permette di seguire le riprese di Rendez-vous à
Bray di André Delvaux. Rientrato in patria nel 1972, per un anno
lavora alla Televisione Tunisina. Ma dal 1973 al 1979 viene
imprigionato per motivi politici dovuti alla sua appartenenza al
collettivo della sinistra militante “Perspectives Tunisiennes”. In
seguito lavorerà sul set di numerosi film come assistente alla regia:
Aziza (1980) del tunisino Abdellatif Ben Ammar,
Il ladrone (1980) di
Pasquale Festa Campanile, I predatori dell’arca perduta (1981) di
Steven Spielberg, fra gli altri. Ha lavorato all’adattamento
cinematografico e ai dialoghi di almeno sette film tunisini come
Halfaouine (1990) di Férid Boughedir, Soltane el Medina (t.l. Il
sultano della Medina, 1992) di Moncef Dhouib e Les silences du palais
(1994) di Moufida Tlatli. Firma la regia del suo primo lungometraggio
nel 1986 con Rih essed
(t.l. L’uomo di cenere) che, presentato nella
selezione ufficiale di Cannes, vince numerosi premi. Identica fortuna
ha il suo secondo film, Sfayah min dhahab (t.l.
Gli zoccoli d’oro,
1989), così come il terzo, Bezness (1992), che partecipa al Festival
di Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs, e lo stesso Bent familia,
vincitore di numerosi premi. Tra un film e l’altro realizza degli
spot pubblicitari e il cortometraggio Sekatat Sherazade an el kalam el
mubah (t.l. Sherazade ha tenuto il silenzio sul
proibito) che
partecipa come episodio al film collettivo Harb el Khalij...wa baad (t.l.
La guerra del Golfo...e dopo). Bouzid è insegnante di cinema a
Tunisi.
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"Bent Familia",
due protagoniste femminili
E' la storia di tre donne che si riscattano dal
patriarcato.
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"Bent
familia", due protagonisti maschili.
E' il
film di Nouri Bouzid che ha ricevuto più premi |
| 3°
PREMIO "MADAME BROUETTE"
(Senegal)
di Moussa Sene Absa |
SCHEDA
| Nazione
Produttore
Sceneggiatore
Musica
Cast
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Canada/Senegal/Francia, 2002
Moussa
Sene Absa, Gilles Desjardins
Jean-Jaques
Bouhon, Matthieu Roy-Décarie
Majoly Fiori, Serge Fiori, Mamadou Diabaté
Osseynou
Diop,
Rokhaya Niang,
Aboubacar Sadikh
Bâ, Kadiatou Sy,
Ndèye Sénéba
Seck,
Akéla Sagna
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| Al Festival di
Berlino 2003 Madame Brouette ha ricevuto l'Orso d'argento per la migliore musica,
che è andato a Majoly
Fiori, Serge
Fiori e Mamadou Diabatà. |

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RECENSIONE
a cura di Alessandra Montesanto
Un giorno, all’alba, si sentono dei colpi di pistola provenire dalla
casa di Mati. Siamo in un quartiere popolare di Dakar; dall’abitazione
esce un uomo ferito a morte, Naago, marito di Mati. La donna esce in strada
e, dopo qualche esitazione, davanti agli occhi increduli dei vicini, afferma
di aver ucciso Naago. Ma starà dicendo la verità?
Mati è bella, giovane, fiera e indipendente. Soprannominata “Madame
Brouette” si guadagna da vivere percorrendo le vie della città con il suo
carretto di verdure. Mati è divorziata e madre di una bambina e, insieme
alla sua migliore amica Ndéye (anche lei è divorziata ed è scappata da un
marito violento) sogna di aprire un piccolo ristorante per ottenere una vita
più rispettabile e una maggiore autonomia. Mati non ne vuole sapere più di
uomini, è serena e orgogliosa. Ma il destino ha in serbo per lei una
sorpresa: le fa incontrare, infatti, Naago, un aitante poliziotto,
affascinante, ben educato e molto passionale. Mati se ne innamora
perdutamente. Col passare del tempo, però, la situazione cambia: l’uomo
non è il principe che Mati pensava che fosse. E’ un corrotto nel lavoro
(conduce traffici illeciti con i delinquenti della zona) e in amore (corre
dietro a tutte le donne che vede). Mati, comunque, non si perde d’animo,
cerca di guadagnarsi da vivere e di mantenere in piedi la famiglia, anche
perché aspetta un altro bambino.
Il giorno della festa di Tajaboom (in cui gli uomini si travestono da
donne), Naago va a divertirsi, balla e beve molto. Mati, invece, resta a
casa e inizia ad avere le doglie. La figlia di Mati corre a chiamare Naago
per chiedergli aiuto, ma lui non la sta a sentire e non interviene neanche
quando la bambina viene importunata da alcuni uomini ubriachi. Il mattino
dopo, Naago, pieno di alcool, ritorna a casa e si sentono gli spari. Naago
è morto. L’ha ucciso la figlia di “Madame Brouette”.
Un’atmosfera noir, la cronaca sociale e una sorta di carnevale africano,
costituiscono lo sfondo dell’ultimo film di Moussa Sene Absa, un film
apparentemente sopra le righe e festoso, in realtà impegnato e che pone
molte questioni. Il regista, per esempio, si è chiesto (e ha domandato
anche a noi spettatori) perché alcune coppie rimangono unite per
trent’anni e altre solo per qualche mese oppure come mai alcune donne
decidono a soli trentacinque anni di non avere più nulla a che fare con gli
uomini. L’intento dell’autore, innanzitutto, è quello di esplorare la
natura dell’amore per capire se, al giorno d’oggi, l’affetto, la
stima, la complicità e l’impegno sono ancora importanti.
“Madame Brouette”, oltre a questo, con i toni di una commedia musicale e
un po’ naif “all’Almodovar”, è una pellicola composita ed
elaborata. In essa, infatti, si parla della condizione sociale della donna
in Senegal e del ruolo della donna in generale, prendendo in considerazione
tutte le sfumature del genere femminile: la donna madre, moglie e amica. Gli
uomini sono trattati dal regista con poca indulgenza; Mati, invece, è un
bell’esempio di coraggio, lealtà, indipendenza e forza d’animo. Un
esempio per le donne africane, e non solo.
Pagina creata e
curata da Maria Antonietta Pappalardo
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