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YESIM
USTAOGLU
la
regista turca di
"Viaggio
verso il sole"
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CHI
E'
Dalla
Turchia Yesim Ustaoglu, una giovane architetto
passata al cinema, che prende di petto il problema dei problemi nell'area
dell'Anatolia: i curdi e la persecuzione di cui sono oggetto. "Viaggio
verso il sole" è la storia di una presa di coscienza che
avviene attraverso l'amicizia di un giovane turco assolutamente
"innocente" e spoliticizzato con un ragazzo curdo che, come lui,
cerca fortuna a Istambul. A causa del colore della pelle, un po' più scuro
della media, il protagonista, Mehmet, vive in prima persona l'esperienza
dell'appartenere ad una minoranza perseguitata e sceglie coraggiosamente di
rimanere accanto ai più deboli. Yesim Ustaoglu ha
iniziato come giornalista e saggista, scrivendo molti articoli per riviste
d'arte e di cinema. Ha poi realizzato diversi lungometraggi, vincitori di
premi e riconoscimenti, tra cui spicca "Hotel"
(1992). Ha debuttato come regista nel 1994 con "La
traccia", premiato come miglior film al Festival
Cinematografico di Istanbul. "Verso il sole" è stato premiato al
Festival di Berlino nel 1999.
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SCHEDA
VIAGGIO
VERSO IL SOLE
di
Yesim Ustaoglu
Produzione:Turchia/Olanda/Germania, 1999
Regia e sceneggiatura: Yesim Ustaoglu
Fotografia: Jacek Petrycki
Montaggio: Nicolas Gaster
Musica: Vlatko Stefanovski
Scenografia e costumi: Natali Yeres
Interpreti: Newroz Baz (Mehmet), Nazmi Qirix (Berzan),
Mizgin Kapazan (Arzu), Ara Güler (Süleyman Bey),
Nigar Aktar (la proprietaria della lavanderia), Iskender Bagcilar (l’investigatore)
Produzione: Behrooz Hashemian, Phil van der Linden, Pit Reithmüller,
per Istinai Filmler ve Reklamas (Istanbul)/The Film Company (Amsterdam)/Medias
Res (Berlino)
Durata: 105 min.
Distribuzione Italia: Istituto Luce
Distribuzione Lombardia: Zenith
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La locandina di "Viaggio verso
il sole", 1999
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SINOPSI
Mehmet e Berzan sono due ragazzi originari dell’Anatolia.
Il primo proviene dalla Turchia occidentale e precisamente da Tire, una
cittadina situata nell’entroterra della costa egea, nella zona di Izmir e
di Efeso; il secondo, di etnia curda, da Zorduç, un piccolissimo villaggio
del sud-est del Paese, non lontano dalla frontiera irachena. Entrambi si
sono da poco trasferiti a Istanbul, la grande città, spinti dal miraggio di
un lavoro: Mehmet ha in effetti trovato impiego all’azienda idrica
municipale, dove il suo udito particolarmente fine risulta utilissimo per
localizzare eventuali perdite nelle tubature sotterranee; Berzan fa il
venditore ambulante di cassette nei mercati all’aperto nei pressi del
ponte di Galata ma sta anche cercando di saperne di più sulla sorte del
padre, improvvisamente scomparso e con ogni probabilità detenuto in una
delle prigioni della metropoli. I due si incontrano casualmente una sera,
costretti a sfuggire a un gruppo di teppisti, e stringono ben presto una
forte amicizia, confidandosi reciprocamente le rispettive speranze: Berzan,
ad esempio, non vede l’ora di guadagnare abbastanza per poter far ritorno
al paese natale e sposare la ragazza del suo cuore, di cui conserva
gelosamente la foto. Dal canto suo, Mehmet condivide un angusto alloggio con
altri sei lavoratori e da qualche tempo ha una tenera relazione con Arzu,
che presta servizio in una lavanderia-stireria del quartiere centrale di
Sultanahmet alle dipendenze di una burbera e severa proprietaria.
Una sera, rientrando a casa in autobus, Mehmet viene arrestato dalla
polizia con l’accusa di portare con sé una pistola, in realtà
abbandonata sul sedile accanto al suo da uno sconosciuto che è riuscito a
dileguarsi prima del posto di blocco. Durante l’interrogatorio le sue
giustificazioni non vengono credute, anche perché il colore scuro della sua
pelle lo fa assomigliare più a un curdo che a un abitante della Turchia
dell’ovest; viene quindi violentemente percosso e rinchiuso in cella
d’isolamento. Arzu, preoccupata dalla prolungata assenza di Mehmet e su
consiglio di Berzan, che è riuscito a rintracciarla, si reca alla stazione
di polizia per sincerarsi delle condizioni del ragazzo. Ma quando
quest’ultimo viene rilasciato, dopo alcuni giorni di detenzione, il peggio
deve ancora cominciare: licenziato dal suo datore di lavoro, ha la sgradita
ventura di trovare la porta di casa marchiata con la X rossa che designa i
"nemici" curdi, il che induce i suoi coinquilini, allarmati, a
invitarlo a lasciare immediatamente l’abitazione.
| Berzan si offre di aiutarlo, ospitandolo nella propria
stanza in periferia e rimediandogli l’opportunità di dare una mano in una
discarica di rifiuti; ora a Mehmet la situazione appare meno drammatica,
tranquillizzato anche dalle visite di Arzu, mentre Berzan - che con un
gruppo di amici, suoi conterranei, segue con apprensione le notizie
riguardanti uno sciopero della fame che alcuni prigionieri curdi stanno
portando avanti da settimane in un carcere di massima sicurezza - parte di
tanto in tanto con gli autobus di linea che collegano Istanbul alle altre
regioni del Paese, sui quali, per arrotondare i magri introiti, svolge le
mansioni di assistente di viaggio.
Una mattina, però, Berzan esce in fretta e furia di casa per partecipare a
una manifestazione in favore degli scioperanti, tra i quali si cominciano a
registrare le prime vittime. Mehmet lo segue e per poco non si ritrova
coinvolto in una carica della polizia, ma subito dopo viene informato della
morte di Berzan, ucciso nel corso dei disordini. Sconvolto, Mehmet si reca
all’obitorio con la fidanzata nel tentativo di ottenere l’affido del
cadavere, altrimenti destinato alla fossa comune. Convinto a fatica un
riluttante funzionario grazie al decisivo intervento di Arzu, Mehmet decide
perciò di esaudire l’ultimo e più profondo desiderio di Berzan: preso in
prestito un camioncino sul quale viene caricata la bara, si avvia per
l’estremo lembo sud-orientale della penisola anatolica, alla ricerca dello
sperduto villaggio di montagna da cui era partito lo sfortunato amico. |

Newroz Baz,
uno dei protagonisti di "Viaggio verso il sole", in cui
interpreta il ruolo di Mehmet.

Nazmi Qirix,
che interpreta il ruolo di Barzan, il curdo amico di Mehmet. |
Giunto in prossimità della destinazione un guasto al
motore mette fuori uso il veicolo, ma Mehmet è sempre più risoluto a
raggiungere la meta e prosegue con tutti i mezzi disponibili, in autostop o
in treno. Ed è proprio su un vagone ferroviario che, dopo aver verificato
di persona la condizione di vera e propria occupazione militare cui è
sottoposta la regione abitata dalla maggioranza curda, Mehmet incontra un
militare di leva, come lui nativo di Tire; ma alla domanda di quest’ultimo
("Da dove vieni?"), preferisce rispondere: "Sono di Zorduç",
assumendo orgogliosamente come propria l’origine del compagno scomparso,
al quale si sente ormai sempre più vicino. E a Zorduç finalmente Mehmet
arriva, accompagnato da un carretto trainato da un cavallo, ma lo attende
un’ultima, amara sorpresa: le povere case che formavano il minuscolo
centro non esistono più, sommerse dall’inondazione provocata dalla
recente costruzione di una diga. A Mehmet allora non resta che far scivolare
pietosamente la bara nell’acqua, guardandola inabissarsi mentre un
incredibile, enorme disco solare tramonta all’orizzonte.
ANALISI
DELLA STRUTTURA
La storia del cinema cosiddetto "civile", ovvero
di quel cinema che basa i propri intrecci su fatti realmente accaduti o su
avvenimenti d’attualità, ponendo l’accento sui nervi scoperti della
Storia e sugli eventi più controversi e drammatici vissuti da singoli
individui o da interi gruppi sociali, è purtroppo costellata di occasioni
mancate, di tentativi goffi e velleitari. Di episodi, cioè, in cui la
nobiltà delle intenzioni e la buona fede degli autori vengono soverchiate -
e, non di rado, travolte - dall’urgenza di sostenere una tesi o di sposare
una causa, nell’ingenua presunzione che sia sufficiente schierarsi
"dalla parte giusta" per dar ragione dell’esistenza stessa del
film, senza curarsi di mantenere sotto stretto controllo gli equilibri
narrativi, la problematizzazione degli spunti, il rigore della messa in
scena: elementi tanto più necessari allorché le ambizioni siano
dichiaratamente quelle di incidere, di intervenire, di risvegliare e
sensibilizzare le coscienze.
Non è questo, fortunatamente, il caso di Yesim Ustaoglu e di Viaggio
verso il sole; alla quarantenne regista turca, giunta al suo secondo
lungometraggio, va in primo luogo riconosciuto il merito di aver tenuto ad
adeguata distanza qualunque semplificazione o rozzo schematismo, penetrando
nel vivo di una vicenda tragica - e tutt’altro che risolta - come quella
che vede per protagonista il popolo curdo evitando qualsiasi pietismo o
intento didascalico, salvaguardando al contempo l’emozione e la
partecipazione indispensabili a rendere "vivi" e credibili
situazioni e caratteri. In Viaggio verso il sole - la cui produzione
ha potuto contare, utilizzandolo al meglio, sul non trascurabile appoggio di
capitali stranieri (tedeschi e olandesi, ma anche svizzeri e italiani) - non
vi sono né dichiarazioni esplicite né roboanti parole d’ordine, né
tantomeno si tenta di carpire l’adesione dello spettatore con espedienti
corrivi o scontati: i sottotesti, i "grandi temi", prendono forma
sullo schermo per il tramite dei corpi dei giovani interpreti e della
fisicità dei luoghi nei quali agiscono, coadiuvati dall’abilità e dalla
sobrietà delle soluzioni visive e linguistiche adottate.
Mehmet si è spinto fino a Istanbul animato dal sogno di far fortuna, il che
per quanti si trovano ai margini del "primo mondo" opulento e
industrializzato vuol dire sostanzialmente procurarsi un lavoro, costruirsi
una famiglia, condurre una vita tranquilla.
La metropoli offre - almeno in
teoria - tutte queste chances, fa balenare riflessi di Occidente: non
importa se per abitarci bisogna accontentarsi di occupare due metri quadrati
in una stanza affollata e promiscua, girando per le strade con una strana
asta per le mani alla ricerca di qualche tubatura danneggiata. Ignaro,
narcotizzato come milioni di suoi compatrioti da un’informazione che il
regime si incarica di rendere il più neutra e asettica possibile, Mehmet
non sa nulla di quanto succede non soltanto ai confini del suo vasto Paese,
laddove la gente parla una lingua diversa (seppur ufficialmente
"inesistente", così come tutta la cultura e l’etnia che la
esprime), ma anche attorno a lui, nei viali e nei parchi in cui passeggia
abbracciato alla fidanzata. Per il "ragazzo di Tire" incontrare
Berzan significa soprattutto imbattersi in un amico, in una persona con cui
confidarsi, scherzare, sentirsi a proprio agio; nel suo animo non è ancora
scoccata la scintilla della consapevolezza, della comprensione di ciò che
sta dietro a quei racconti sul padre scomparso, sulla fidanzata lontana, su
Zorduç e su quelle montagne aspre e misteriose. Ci penserà la fatalità
delle circostanze, unita al colore troppo scuro della sua pelle, a mettere
in moto il processo, a fargli sperimentare dapprima la spietata durezza e la
stupida cecità del potere, poi il peso dell’odio e del pregiudizio (ancor
più paradossale nella misura in cui è frutto di un malinteso, di un errore
di valutazione), infine il dolore per una morte di un compagno sincero, di
una persona cara, inaccettabile e incomprensibile come lo sono tutte le
morti violente.
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"Viaggio
verso il sole" ha ricevuto, tra gli altri, il premio Blaue
Engel per la Pace al Festival del Cinema di Berlino nel 1999, che ha
consentito alla regista Yesim Ustaoglu di ottenere il visto di
censura da parte del governo turco ma non quello di
distribuzione.
Pertanto
il film in Turchia è distribuito per vie clandestine. Quando lo
proiettarono nel Teatro dell'Accademia ad Istanbul, il teatro era
stipato e fuori si formavano file lunghe chilometri.
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E allora non rimane che mettersi in viaggio, attraversare
paesaggi bellissimi e sconosciuti, intraprendere un cammino che non è
solamente motivato dalla testarda, compassionevole volontà di restituire le
spoglie di un essere umano alla sua terra tanto amata e desiderata, ma
rappresenta anche la definitiva presa di coscienza dell’esistenza di un
mondo e delle ferite che lo lacerano. Una presa di coscienza che culmina con
la rinuncia alla propria identità e alla sua sostituzione con quella
dell’amico scomparso, che nel dialogo col militare
di leva sul treno diretto a oriente - uno dei momenti più intensi e
pregnanti del film - funge da segnale della raggiunta acquisizione di un
senso di "appartenenza", di comunanza spirituale con coloro che di
quell’identità sono stati crudelmente e immotivatamente deprivati.
In
Viaggio verso il sole tutto ciò avviene senza che nei dialoghi
risuonino, anche per una sola volta, le parole "curdo" o
"Kurdistan", senza che considerazioni di ordine apertamente
"politico" prendano il sopravvento sulla dolente umanità dei
personaggi. Il film di Yesim Ustaoglu "non cerca di aggiungere
un’altra parola sull’intricata vicenda dei giochi di potere
mediorientali, sulle responsabilità del nazionalismo curdo, sulle
compiacenze dell’Occidente, sulla dialettica anche violenta interna al
popolo delle montagne (Pkk, Pdk, Dep, Upk... comunisti, democratici vecchi e
nuovi, patriottici... i dodici milioni di curdo-turchi e i cinque di
curdo-iracheni)" (Tassi). Mai direttamente evocato, lo spettro del
sistematico annientamento dei concetti stessi di popolo, lingua e nazione
curda perpetrato dal regime di Ankara si infiltra in maniera ancor più
inquietante nelle pieghe delle vicissitudini di Mehmet, Berzan e Arzu,
traducendosi negli atteggiamenti protervi dei militari e dei gendarmi, nelle
fuggevoli immagini trasmesse da un vecchio televisore, nel marchio
d’infamia tracciato con la vernice rossa sulle porte delle case, nel
timore con cui si bisbigliano sottovoce parole in un idioma
"straniero" (volutamente non doppiate, a rimarcare
l’irriducibile alterità di chi le pronuncia rispetto a un potere che le
vorrebbe cancellate e "normalizzate"). In una sola sequenza
l’incombenza - terribile e grottesca insieme - delle armi e dei carri
armati si fa manifesta e tangibile, ma la sgranatura delle immagini di
repertorio, girate in video, finisce per assimilarla a una sorta di visione
onirica, irreale, quasi a sottolinearne l’intrinseca e inspiegabile
assurdità.
Viaggio verso il sole non è un’opera formalmente perfetta;
all’interno della sua struttura emergono, a un’analisi più accurata,
passaggi incerti o non completamente compiuti. Tuttavia essi vengono
ampiamente compensati da una grande energia
espressiva, da uno spiccato senso dello spazio e del paesaggio, da una non
comune (per questo tipo di film) capacità di lavorare sul globale così
come sui dettagli. Ne è testimonianza, fra le altre, la scena
dell’arrivo di Mehmet a Zorduç, nella quale un fatto oggettivo
(l’allagamento di numerose zone della Turchia orientale, dovuto alla
costruzione di enormi dighe di sbarramento) si trasforma in pretesto per
un’immagine dotata di un impatto straordinario: "E nel punto più
lontano dalla civilizzazione forzata della multirazziale Istanbul, quando
non sopravvivono neppure le macerie sprofondate in un fiume-lago che
ridisegna la topografia turca, ritroviamo anche la realtà del Gap,
megaprogetto poco conosciuto dalle nostre parti: un sistema di dighe e
canalizzazioni con cui il governo di Ankara ha deciso di appropriarsi del
Tigri e dell’Eufrate, di uno dei due tesori cioè (acqua e petrolio) che
hanno sempre fatto del Kurdistan terra di conquista, obbligando centinaia di
migliaia di curdi alla fuga e favorendo di fatto lo spopolamento forzato
della regione" (Tassi). Questo l’antefatto, il freddo dato di
cronaca; sullo schermo però i nostri occhi - e quelli di Mehmet -
percepiscono unicamente la silenziosa, infinita desolazione dei resti di un
villaggio tramutati in un liquido e melmoso cimitero, che forse soltanto un
sole smisurato come quello che campeggia nel finale avrà, un giorno, la
forza di asciugare, facendo sorgere un filo di speranza.
ITINERARI
DIDATTICI
I curdi e il Kurdistan: storia di un’identità negata
- L’evoluzione storica: le origini di un popolo, la sua lingua e la sua
religione, le sue radici etniche e l’area geografica di riferimento, i
rapporti con le nazioni vicine.
- L’attualità e la cronaca: la dispersione delle popolazioni curde nei
Paesi del Medio Oriente (Turchia, Iran, Iraq, Siria), le frammentazioni e le
divisioni interne, la lotta per l’indipendenza del Pkk (e delle altre
fazioni) e la repressione dei governi (in particolare quello turco),
l’occupazione militare e la deportazione, il caso-Öcalan e le pesanti
responsabilità dell’Occidente.
- Le prospettive future: la sospensione della condanna a morte di Öcalan,
la tregua unilaterale proclamata dai movimenti di liberazione, l’apertura
di un dialogo e le possibilità di autonomia e/o di convivenza pacifica.
ELEMENTI
PER LA DISCUSSIONE
- L’incontro di Mehmet e Berzan: due coetanei e le loro
speranze per il futuro, un’identica e difficile realtà metropolitana da
affrontare, ma anche due retroterra e due condizioni di vita ben diverse.
- Il sacrificio di Berzan e le tappe del percorso di consapevolezza di
Mehmet: la traumatica scoperta di una tragedia spaventosa e
"quotidiana".
- Il carattere e il ruolo di Arzu: la sua determinazione, la comprensione
che dimostra per la scelta coraggiosa e sofferta di Mehmet.
- Istanbul, ponte fra due continenti: le due anime di una città dalle
caratteristiche peculiari, da sempre centro nevralgico della Storia e della
cultura europea e mediorientale, e l’immagine che ne comunica il film.
- L’onnipresenza e la violenza di un potere poliziesco e repressivo: i
controlli, i posti di blocco, il commissariato, il carcere, i carri armati
per le strade delle provincie curde, la devastazione delle terre
desertificate e allagate.
- L’ostilità e l’intolleranza "diffuse": la rissa
dell’inizio del film, le X rosse sulle porte dei "nemici", il
licenziamento di Mehmet e l’atteggiamento dei suoi coinquilini dopo
l’arresto.
- La persistenza di una lingua e di una cultura "proibite": i
dialoghi in curdo (e la decisione della regista di non doppiarli), i gesti
di solidarietà fra chi è costretto a uniformarsi a norme e a leggi
prevaricatorie e repressive (la complicità dell’amico di Berzan al
mercato, lo stesso Berzan che sull’autobus nasconde il documento della
ragazza curda), la sopravvivenza delle tradizioni (la musica, la danza), la
disperazione e la resistenza (gli scioperi, le manifestazioni).
- La struttura del film e le soluzioni registiche che lo connotano: gli
spazi urbani della prima parte (il centro, le periferie, gli interni e gli
esterni: i segni della modernizzazione) e il progressivo mutare dei paesaggi
attraversati da Mehmet (l’altopiano anatolico, il lago salato, la severa
bellezza delle montagne, le immagini simboliche del finale: i segni di una
natura e di un tempo immutabili).
IDEE
- Documentazione e ricostruzione (mediante ricerche da
effettuare sui quotidiani e sulle riviste del periodo e con l’ausilio di
Internet) della vicenda di Abdullah Öcalan: la fuga dalla Turchia, le
richieste di asilo politico ad alcuni Paesi occidentali (fra cui
l’Italia), l’operazione-arresto in Kenya, il processo e la sentenza
capitale, gli spiragli per una risoluzione non cruenta della situazione e
dell’intera "questione curda".
a
cura di Marco Borroni
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Yesim
Ustaoglu ha visto tutti i documentari fatti negli anni 70 da
Krzysztof Kieslowski. Quando stava cercando un direttore di fotografia
per il suo lavoro "Viaggio verso il sole", chi - ella
pensò - poteva essere migliore di Jacek Petrycki, il cineoperatore
di Kieslowski?
"Egli
ha gradito subito la sceneggiatura - dice la Ustaoglu in
un'intervista - ed era molto
ansioso di iniziare il film".
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RECENSIONE
N.1
di Irene Bignardi
Per una coincidenza che sembra uscita da una sceneggiatura
cinematografica, "Viaggio verso il sole", il bel film turco della
regista Yesim Ustaoglu che mette in scena la persecuzione anticurda in
Turchia, è stato presentato lo scorso anno alla Berlinale proprio il giorno
del rapimento di Ocalan, mentre la comunità curda di Berlino scendeva per
le strade - con gli incidenti e le vittime che ne sono derivati. E alla fine
il film si è conquistato il primo dei suoi molti
riconoscimenti: il premio Blaue Engel per la pace - che
gli ha consentito di avere il visto di censura, ma non di trovare una
distribuzione in Turchia. E si capisce. Perché la sua denuncia è aspra,
anche se espressa in maniera distaccata, sottile, con l'eleganza funzionale
d'immagini sempre dense ed eloquenti, e quello che ci mostra - uno stato di
polizia, dove la polizia non ha esitazione ad arrestare senza ragione,
intimidire, picchiare, uccidere - non è certo il miglior biglietto da
visita per un paese che vorrebbe entrare a far parte della Comunità
europea. Bisogna aggiungere per lo spettatore italiano quello che Yesim
Ustaoglu ha spiegato a suo tempo: che il protagonista è un turco di pelle
scura, e per questa ragione viene regolarmente scambiato per curdo - e
regolarmente emarginato quando non perseguitato (ma nella realtà l'attore,
Newroz Baz, è proprio curdo). Che la persecuzione anticurda comincia nella
cosmopolita Istanbul, dove, come si vede nel film, le case dei curdi sono
segnate con una croce che equivale a una condanna. Che è la prima volta,
dai tempi di Yol, quasi vent'anni fa, che sentirete parlare curdo
in un film turco (niente paura, per questi brevi dialoghi ci sono i
sottotitoli). Viaggio verso il sole è la cronaca
di un'amicizia tra due marginali nella grande città, l'ingenuo
Mehmet e il più politicizzato Berzan, di un amore molto tenero tra Mehmet e
la giovane Arzu, che ci offre un ritratto pudico e forte di una semplice
ragazza liberata nella testa più che nelle abitudini, di una persecuzione
poliziesca ai danni di una minoranza, di un lungo viaggio dei due giovani
alle origini - la lontana, bellissima, desolata Anatolia - che è anche
l'omaggio di Mehmet all'amico ucciso brutalmente dalla polizia. Yesim
Ustaoglu, che per formazione è architetto, ha un occhio speciale, di
matrice neorealista, per cogliere la realtà della emarginazione sociale,
etnica e politica, per esaltare i frammenti di realtà che ruba alla strada
e che concerta con i suoi attori. Ma se al pubblico turco certi
particolari sembreranno certo molto realistici, quel tanto di poco chiaro
che può avere la realtà della Turchia contemporanea per lo spettatore
occidentale conferisce al film, nella seconda parte, un tocco in più, un
tono indeterminato e misterioso: come quei carri armati (sono immagini di
repertorio) che percorrono la città, suscitando la stessa angoscia
metafisica che suscitavano quelli del bergmaniano Silenzio.
E tra realismo, denuncia e poesia Yesim Ustaoglu s'impone
con uno stile speciale, che promette un'autrice di cui vorremo sapere e
vedere di più.
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Una
caratteristica di Yesim Ustaoglu è nell'architettura. Il suo sapere
in questo campo disciplinare è evidente. E' affascinata dalle
costruzioni della grande metropoli turca, siano esse grattacieli o
catapecchie, strade o mercati, rappresentate nella loro evoluzione
dinamica. "In un
certo senso - ella osserva in un'intervista - l'architettura e il cinema vanno
insieme. Sono discipline affini. Quando progettate una costruzione,
dovete conoscere chi la userà. Dovete pensare all'illuminazione, all'acustica,
al colore. Proprio come per il cinema."
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RECENSIONE
N.2
di
Dino Frisullo e Annet Henneman
DAL
BOSFORO AL TIGRI: IL “VIAGGIO VERSO IL SOLE”
L’amicizia
può schiudere altri mondi. Attraverso l’amicizia Mehmet, giovane operaio
turco inurbato a Istanbul, scopre un mondo che sfida ogni giorno la morte.
Nelle viscere meravigliose e terribili della metropoli Mehmet è parte di
quel popolo di formiche che a milioni sopravvivono vendendo pane al sesamo o
cassette di contrabbando, custodendo macchine o frugando nella spazzatura.
Ma fra loro c’è un’umanità a parte che tesse la sua trama clandestina
in sorda lotta contro una polizia onnipresente, che danza nei miseri
dormitori ai ritmi proibiti dei Koma Amed o di Siwan Perver, che parla
un’altra lingua e sogna un’altra terra.
Quella
terra si chiama Kurdistan, ma la parola non è pronunciata neanche una volta
nel film della regista turca Yesim Ustaoglu, e non solo perché è parola
eversiva. Non è necessario. “Vengo da un villaggio ai confini
dell’Iraq”, dice Berzan. Non dice “sono kurdo”. Il suo amico dovrà
capire da sé.
Tutto il “viaggio verso il sole” di Mehmet, dalle sequenze affannose
della metropoli ai campi lunghi, distesi e dolci dell’oriente, è la
scoperta della terra negata, della realtà rimossa. Non c’è bisogno di
nominarla né di mostrarne i simboli. Va attraversata dallo spettatore con
lo sguardo ingenuo, atterrito, stupefatto e via via risoluto e consapevole
di Mehmet e della sua ragazza, Arzu. Quando in treno, ormai in zona di
guerra, Mehmet incontrerà un giovane compaesano arruolato nelle truppe
speciali, gli si presenterà infine come kurdo, dello stesso paese
dell’amico che non c’è più.
Questo
film è un lungo affresco di cui ogni pennellata è leggera e dolce anche
quando ha il colore del sangue. Due ore di una ricchezza che avvince, di una
umanità che prende alla gola. La violenza è sempre presente come minaccia
e arbitrio, ma senza le tinte forti di “Fuga di mezzanotte”. Non occorre
esibire la morte o la tortura.
Che in Turchia si può sparire per sempre, Mehmet lo scopre dalla sobria
rievocazione del padre di Berzan ucciso, e scopre che i bambini possono
essere “nemici dello Stato” nell’incontro casuale con tre piccoli
diffusori del Gundem, il giornale vietato. Davanti ai monumenti semisommersi
dell’antica Hasankeyf scopre, nel silenzio del casuale compagno di
viaggio, l’altra lingua negata. Conosce la guerra nelle torrette dei
blindati, nei posti di blocco, nelle occhiaie vuote delle case demolite
lungo il suo viaggio verso oriente. Verso le montagne sognate dall’amico,
per restituirlo alle sue montagne.
Sì,
è poesia di parole e immagini questo film. Scritta e recitata da chi
conosce alla perfezione la realtà di cui parla, e sa farla vibrare senza
forzature. Perché la realtà urla. Attori e sceneggiatori sono kurdi.
Ciascuno di loro sulla propria pelle sa la prigione e la resistenza. Quando
nel commissariato di Istanbul una donna magra dal velo bianco confida alla
fidanzata di Mehmet che ogni giorno da settimane chiede notizie del figlio
scomparso, quando la radio annuncia freddamente il suicidio per fame dei
prigionieri e Berzan si leva dalla sua branda di periferia e corre davanti
al carcere a farsi ammazzare dalla polizia assieme a migliaia da altre
brande ed altri ghetti, è il proprio vissuto che mettono in scena gli
attori.
E’
fortunato Berzan. Non saprà mai che il suo sogno è stato bruciato dal
fuoco, spianato dalle ruspe, allagato dalle dighe. Non saprà che la ragazza
che l’attendeva è dispersa insieme al suo villaggio, di cui restano solo
le macerie segnate da quella “X” rossa di distruzione e morte che
ricorre in tutto il film – e che anche i nazisti tracciavano sulle porte
di Marzabotto.
Pure
la vita di Mehmet è segnata, lui turco, tre volte paria: perché povero,
così scuro di pelle da sembrare kurdo, e perché rifiuta di denunciare
l’amico che gli ha regalato musica sovversiva e gli ha offerto il suo
letto. Non solo non lo denuncia, ma si fa carico del suo sogno oltre la
morte.
Chi
ha conosciuto la realtà turca e kurda sa che la resistenza è fatta di
mille piccoli gesti quotidiani. E’ la carta d’identità della giovane
ricercata fatta sparire al posto di blocco, è l’aiuto a chi fugge, è la
sfida quotidiana ai rastrellamenti, è il lavoro offerto a chi esce di
prigione. E’ amicizia e amore: per le persone ed i luoghi, per la vita.
Tutto
questo incontra Mehmet nel suo viaggio materiale e interiore. Partito
ragazzo dai bassifondi di Istanbul, giunge uomo a Zardus. Dove Berzan voleva
tornare, e grazie a lui ritorna. Contando i gabbiani in attesa dell’alba,
come sul Bosforo. Ma è ben altro sole quello che sorge dalle montagne kurde
e non dal cemento della metropoli.
Bisogna
vederlo, questo film. Bisogna scoprire l’altra Turchia e l’altro mondo
negato con gli occhi avidi di vita del giovane Mehmet. Sapendo che mentre lo
si guarda c’è chi digiuna in carcere, c’è chi affronta la polizia,
c’è chi osserva impietrito le rovine del suo paese, c’è chi lotta.
Sapendo che ognuno di noi in Europa ha molta più voce e più forza di
Mehmet e Berzan, purché ne voglia fare uso.
“Viaggio
verso il sole”, premiato nel ’99 al Festival di Berlino, è semilegale
in Turchia. Non a Urfa o a Diyarbakir, non sui monti di Berzan, ma ad
Istanbul lo si può vedere nel minuscolo teatro dell’Accademia. Cinque
proiezioni al giorno, la sala stipata e lunghe code a ogni ingresso. Nel bar
del teatro o nella loro sede si possono incontrare i giovani del Mekemé, il
Centro culturale della Mesopotamia, attori e ideatori del film. Ora ne
stanno girando un altro: il lungo viaggio attraverso l’Anatolia di due
giovani destinati a combattersi sul fronte della “guerra che non c’è”.
Sperando nell’aiuto di cineasti italiani ed europei.
Che
il film sia autorizzato, mentre la realtà che descrive è più attuale che
mai nei ghetti e nelle celle d’isolamento, è la fotografia della
contraddizione della Turchia d’oggi, in bilico fra guerra e pace, fra
democrazia e barbarie. Si esce dal cinema con un senso di gratitudine per
chi, pur vivendo immerso in quella realtà, con voce non roca ma limpida sa
ancora restituire amore ed amicizia, sorriso e speranza. Poesia.
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Pagina creata e curata da
Maria Antonietta Pappalardo
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