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"Vivre sa vie"
di Godard
Susan Sontag
1
"Il cinema è un'altra forma di arte grafica" scriveva Cocteau nel
Journal d'un inconnu. "Grazie alla sua mediazione, posso scrivere con
immagini, e assicurare alla mia ideologia un potere sul fatto reale. Io
mostro ciò che altri narrano. In Orphée, per esempio, non racconto il
passaggio attraverso gli specchi; lo mostro e, in un certo qual modo, lo
provo. I mezzi di cui mi valgo non hanno importanza, se i miei personaggi
eseguono pubblicamente ciò che io voglio. Il più grande potere di un film
è di essere indiscutibile, in riferimento alle azioni che esso determina e
che si svolgono davanti ai nostri occhi. E' normale che il testimone di
un'azione la trasformi a proprio beneficio, la deformi e la deponga su di
essa in un modo impreciso. Ma l'azione si è svolta e torna a svolgersi ogni
volta che la macchina la resuscita. Combatte le testimonianze inesatte e i
falsi rapporti di polizia".
2
Ogni arte può essere
considerata un metodo di prova, un'affermazione precisa nello spirito della
massima veemenza. In qualunque opera d'arte si può vedere un tentativo di
essere indiscutibile in riferimento alle azioni che essa rappresenta.
3
La prova differisce
dall'analisi. La prova stabilisce che una cosa è accaduta. L'analisi mostra
perché è accaduta. La prova è un metodo di argomentazione che è, per
definizione, completo; ma il prezzo di questa completezza è che la prova è
sempre formale. Soltanto ciò che già contenuto nell'inizio, risulta
provato alla fine. Nell'analisi, invece, ci sono sempre altre prospettive di
comprensione, nuove sfere di causalità. L'analisi è sostanziosa. E' un
metodo di argomentazione sempre incompleto, per definizione; è, per essere
esatti, interminabile. La misura nella quale una data
opera d'arte è ideata come un metodo di prova è, naturalmente, questione
di proporzioni. Indubbiamente certe opere tendono alla prova e sono basate
su considerazioni di forma più di certe altre. Credo tuttavia di poter
affermare che l'arte aspiri sempre ad essere più formale che sostanziosa, e
a conclusioni che rivelano grazia e ingegno, e solo secondariamente
convincono in termini di motivazioni psicologiche o di forze sociali.(Si
pensi ai finali appena credibili ma immensamente soddisfacenti di quasi
tutte le opere di Shakespeare, e in particolare delle commedie). Nella
grande arte è la forma - cioè, nel discorso che sto facendo, il desiderio
di provare più di quello di analizzare - che alla fine è sovrana. E' essa
che permette di terminare.
Io non invento niente, leggo molto. La mia originalità, e il mio
fardello, sta nel credere che il cinema sia fatto più per pensare che per
raccontare storie.
Jean-Luc Godard |
4
Un'arte che si preoccupa di
provare è formale in due sensi. Il suo soggetto è la forma (al disopra e
al di là della materia) degli avvenimenti, e le forme (al di là e al
disopra della materia) della coscienza. Anche i suoi mezzi sono
formali, includono cioè un elemento cospicuo di schematismo (simmetria,
ripetizione, inversione, raddoppiamento, ecc.). E questo può valere anche
quando l'opera è talmente carica di "contenuto" da potersi
praticamente definire didattica, come La Divina Commedia.
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Jean-Luc Godard nei primi anni '60

Il matrimonio di Godard con la bellissima e
bravissima attrice Anna Karina
(1962)

Godard oggi
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5
I
film di Godard tendono particolarmente alla prova, più che all'analisi. Il
suo quarto film, Vivre sa vie (1962) è un documento, una dimostrazione.
Mostra che qualcosa è accaduto, non perché sia accaduto. Espone
l'inesorabilità di un avvenimento.
Per
questa ragione, nonostante le apparenze, i film di Godard sono decisamente
fuori dell'attualità. Un'arte interessata a problemi sociali, attuali, non
può limitarsi a mostrare che qualcosa è. Deve indicare come.
Deve
mostrare perché. Ma Vivre sa vie non spiega niente. Rifiuta la
causalità. (Così, la consueta sequenza causale del racconto viene spezzata
nel film di Godard dalla scomposizione estremamente arbitraria della storia
in dodici episodi, collegati tra loro più serialmente che causalmente).
Vivre sa vie non è certamente un film "sulla" prostituzione, come
il suo secondo film, Le petit soldat (1960) non è un film
sulla guerra d'Algeria. E in Vivre sa vie egli non ci dà neanche una
spiegazione, del tipo consueto, riconoscibile, su ciò che portò il
personaggio principale, Nana, a diventare una prostituta.
E' stato perché
non è riuscita a farsi prestare i duemila franchi per l'affitto arretrato
dall'ex-marito o da qualche collega nel negozio di dischi dove lavora, e
l'hanno perciò sfrattata dal suo appartamento? Improbabile. O almeno non si
è trattato soltanto di questo. Ma praticamente non sappiamo altro.
Godard
ci mostra soltanto che è diventata una prostituta. E ancora, alla fine del
film, non ci dice perché il suo magnaccia, Raoul, la "vende", o
che cosa sia accaduto tra di loro, o quali siano state le ragioni della
sparatoria conclusiva dove Nana rimane uccisa.
Ci mostra soltanto che Nana
viene venduta e muore. Non analizza. Prova. |
6
In Vivre
sa vie Godard usa due metodi di prova. Ci dà una collezione di immagini
per illustrare ciò che vuole provare e una serie di "testi" per
spiegarlo. Tenendo separati questi due elementi, il film impiega un metodo
espositivo veramente nuovo.
7
Le
intenzioni di Godard sono quelle stesse di Cocteau. Ma Godard vede delle
difficoltà dove Cocteau non ne vedeva. Ciò che a Cocteau interessava
mostrare, e che fosse indiscutibile in riferimento a se stesso, era un
fatto magico, cose come la realtà dell'incantesimo, l'eterna possibilità
della metamorfosi (passare attraverso gli specchi, ecc.). Ciò che
Godard vuole mostrarci è il contrario: l'antimagia, la struttura della
lucidità. E' per questo che Cocteau si serviva di tecniche che,
mediante
l'analogia delle immagini, univano insieme gli avvenimenti formando una
totalità sensuale. Godard non fa alcun tentativo di sfruttare il bello in
questo senso. Si vale di tecniche che frammentano, dissociano, alienano, spezzettano. Esempio: il
famoso montaggio "staccato" (raccordi
bruschi, ecc.) del suo primo film, A bout de souffle (1959). Altro esempio:
la suddivisione di Vivre sa vie in dodici episodi con lunghi titoli, simili
a intestazioni di capitoli, che all'inizio di ogni episodio ci dicono più o
meno quello che accadrà. Il
ritmo di Vivre sa vie consiste nel fermarsi e ripartire in continuazione.
(In un altro stile è anche il ritmo del sesto film di Godard, Le
mépris,
girato nel 1963). Di qui la suddivisione del film in vari episodi separati.
Di qui anche le ripetute interruzioni e riprese della musica nei titoli di
testa; e la brusca presentazione del volto di Nana, prima da sinistra, poi
(senza transizione) di faccia, infine (ancora senza transizione) da destra.
Ma soprattutto c'è la dissociazione tra parola e immagine che persiste per
tutto il film, autorizzando accumulazioni abbastanza diverse di intensità
sia per l'idea sia per il sentimento.
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Fotografare
un viso significa fotografare l'anima che c'è dietro. La fotografia è
verità. E il cinema è la verità ventiquattro volte al secondo. Bruno protagonista
di Le petit soldat (1960) |
8
In tutta la storia del
cinema, immagine e parola hanno lavorato in tandem. Nel muto la parola,
trascritta in forma di didascalie, si alternava, letteralmente collegandole
con le sequenze delle immagini. Con l'avvento del sonoro immagine e parola
da successive che erano divennero simultanee. Mentre nei film muti la parola
poteva essere commento all'azione o dialogo tra coloro che vi partecipavano,
nei film sonori (con la sola eccezione dei documentari) essa divenne quasi
esclusivamente, e certo, preponderatemente, dialogo. Godard ristabilisce la dissociazione tra parola e immagine tipica del
muto,
ma a un nuovo livello. Vivre sa vie è palesemente composto di due
tipi diversi di materiale, il visto e l'udito. Ma nel distinguere tra
questi materiali, Godard si mostra molto ingegnoso, ai limiti del gioco. Una
variante è lo stile da documentario televisivo o da cinéma-vérité
dell'ottavo episodio, dove si è dapprima trasportati in una corsa in auto
per le vie di Parigi e poi si vedono in un rapido montaggio le immagini di
una dozzina di clienti e si ode una voce asciutta e priva di tono che espone
rapidamente la routine, i rischi e la difficoltà spaventosa della
professione della prostituta. Un'altra variante è nel dodicesimo episodio
dove le gloriose banalità scambiate tra Nana e il suo giovane amante
vengono proiettate sullo schermo in forma di didascalie. Il dialogo d'amore
non viene "udito" per niente.
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9
Insomma
Vivre sa vie deve essere considerato una estensione di un genere
cinematografico particolare: il film narrato. Ci sono due forme
tipiche di
questo genere, che ci dà delle immagini accompagnate da un testo. Nella
prima, il film è raccontato da una voce impersonale, l'autore, per così
dire. Nell'altra, udiamo il monologo interiore del protagonista che
racconta gli avvenimenti a mano a mano che li vediamo succedere.
Due
esempi del primo tipo, con l'anonima voce di un commentatore, che
sovrintende all'azione sono L'année dernière à Marienbad di Resnais e
Les
enfants terribles di Melville. Un esempio del secondo
tipo, con il monologo
interiore del protagonista, è Thérèse Desqueyroux di
Franju. Ma
probabilmente gli esempi più alti di questo secondo tipo, nel quale
l'intera azione è raccontata dal protagonista, sono Le journal d'un
curé de
campagne e Un condamné à mori s'est échappè di Bresson.
Fu
nel suo secondo film, Le petit soldat, girato a Ginevra nel 1960 ma
distribuito (dopo essere stato fermato per tre anni dalla censura francese)
soltanto nel gennaio 1963, che Godard si servì delle tecniche portate alla
perfezione da Bresson.
Il film è costituito da una serie di riflessioni del
protagonista. Bruno Forestier, uomo immischiato in una organizzazione
terroristica di destra al quale viene affidato il compito di uccidere un
agente svizzero dell'FLN. All'inizio si ode la voce di Forestier che dice:
"Il tempo dell'azione è passato. Sono cresciuto. E' giunto il tempo
della riflessione". Bruno è un fotografo. Dice: "Fotografare
un viso significa fotografare l'anima che c'è dietro. La fotografia è
verità. E il cinema è la verità ventiquattro volte al secondo".
Questo brano centrale di Le petit soldat, nel quale Bruno medita sui
rapporti tra verità e immagine, preannuncia la complessa meditazione sul
rapporto tra verità e linguaggio di Vivre sa vie.
Poiché le vicende di Le petit soldat e i rapporti effettivi tra i
personaggi vengono in gran parte esposti dal monologo di Forestier, la
cinepresa di Godard è libera di diventare uno strumento di contemplazione,
rivolgendosi a certi aspetti degli avvenimenti e dei personaggi. Avvenimenti
quieti - il volto di Anna Karina, le facciate degli edifici mentre si
attraversala città in auto - vengono "studiati" dalla cinepresa
in modo da isolare in un certo modo l'azione violenta.
Le immagini paiono a
volte arbitrarie, esprimendo esse una sorta di neutralità emozionale; altre
volte rivelano un'intensa partecipazione. Come se Godard udisse, e
guardasse poi ciò che ha udito.
In Vivre sa vie Godard porta
questa tecnica - prima udire poi guardare - a nuovi livelli di complessità.
Non c'è più un punto di vista unitario, sia esso la voce del protagonista
(come in Le petit soldat) o un narratore nella posizione di Dio, ma
una serie di documenti (testi, narrazioni, citazioni, estratti, brani più
complessi) di vario tipo. Sono soprattutto parole, ma possono anche essere
suoni o immagini senza parole. |
Vivre sa
vie
Il miglior film di Godard,
secondo Susan Sontag


Due
espressioni di Anna Karina,
protagonista
di Vivre sa vie

Il
protagonista di Vivre sa vie

Godard
sul set di Vivre sa vie
La scena iniziale di Vivre sa vie, con i
due protagonisti riflessi nello specchio del bar. |
10
Tutti gli elementi essenziali della tecnica di Godard sono presenti nella
sequenza dei titoli di testa e nel primo episodio. I titoli di testa passano
su un'immagine di Nana, vista da sinistra, talmente buia da essere quasi una
sagoma. (IL titolo completo del film è: Vivre sa vie. Un film en douze
tableaux). Man mano che i titoli proseguono, la si vede di fronte, e poi
da destra, sempre in quest'ombra profonda. Ogni tanto batte le ciglia, sposta
leggermente il capo (come se il restare immobile così a lungo le desse
fastidio) o s'inumidisce le labbra. Nana è in posa. Sa di essere vista. Poi
abbiamo la prima didascalia: "Primo episodio. Nana e Paul. Nana ha
voglia di farla finita". A questo punto cominciano le immagini, ma
l'accento è posto su ciò che udiamo. Il film vero e proprio si apre nel
pieno di una conversazione tra Nana e un uomo; sono seduti al banco di un
caffè e volgono le spalle alla macchina; oltre al colloquio, udiamo i
rumori del barista e frammenti di discorsi di altri avventori. Mentre
parlano, sempre senza guardare la macchina, apprendiamo che l'uomo (Paul) è
il marito di Nana, che hanno un bambino e che lei ha recentemente lasciato
marito e figlio per cercare di diventare un'attrice. In questo breve
incontro in pubblico (non è mai precisato di chi sia stata l'iniziativa),
Paul è freddo e ostile, ma la vuole di nuovo con sé; Nana è depressa,
disperata e disgustata di lui. Dopo alcune frasi stanche e amareggiate,
osserva: "Più parli e meno dici". In tutta questa sequenza, Godard
esclude sistematicamente lo spettatore. Non c'è passaggio dal campo al
controcampo. Non si permette allo spettatore di vedere, di partecipare. Gli
si permette soltanto di ascoltare.
Vediamo Nana e Paul soltanto quando interrompono il loro infruttuoso
colloquio e lasciano il banco per mettersi a giocare al flipper. L'accento
è sempre posto su ciò che si ode. Mentre prosegue la loro conversazione,
continuiamo a vedere Nana e Paul soprattutto di spalle. Paul ha smesso di
supplicare e ora parla con rancore. Racconta a Nana il curioso componimento
che suo padre, un maestro di scuola, ricevette da un'allieva sul tema
"La gallina": "La gallina ha un interno e un esterno"
aveva scritto la bimba. "Se si toglie l'esterno, si troverà l'interno.
Se si toglie l'interno, si troverà l'anima". Su queste
parole l'immagine si dissolve e finisce l'episodio.
11
La storia della gallina è il
primo dei molti "testi" inclusi nel film per chiarificare ciò che
Godard vuol dire. La storia della gallina è, naturalmente, la storia di
Nana. (In francese c'è un gioco di parole, in quanto "poule" significa non
soltanto "gallina" ma "ragazza di costumi disinvolti"). In
Vivre sa vie
assistiamo allo smontaggio di Nana. All'inizio del film si è già spogliata
del suo "esterno": la sua vecchia identità. La nuova, entro pochi
episodi, sarà quella di una prostituta. Ma ciò che interessa a Godard non
è la psicologia o la sociologia della prostituzione. Egli sceglie la
prostituzione come la metafora più radicale per separare gli elementi di una
vita, come un terreno di sperimentazione, un crogiuolo per lo studio di ciò
che in una vita è essenziale e di ciò che è superfluo.
12
Tutto Vivre sa vie può essere considerato un testo, uno studio, sulla
lucidità; sulla serietà. E si serve di testi (nell'accezione più
letterale del termine) in tutti i dodici episodi, tranne due. Il
componimento della bimba sulla gallina raccontato da Paul nel primo
episodio. Il brano di un racconto apparso su una rivista scandalistica
recitato dalla commessa nel secondo episodio. ("Tu sopravvaluti l'importanza
della logica"). L'estratto della Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer
cui Nana assiste nel terzo episodio. La storia del furto di mille franchi
che Nana racconta all'ispettore di polizia nel quarto episodio. (Apprendiamo
così che il suo nome completo è Nana Klein e che è nata nel 1940). La
storia di Yvette - e di come due anni prima sia stata abbandonata da Raymond
- e la risposta di Nana ("Io sono responsabile") nel sesto
episodio. La lettera di richiesta d'assunzione che Nana scrive alla
maîtresse di un bordello nel settimo episodio. Il racconto documentario
della vita e della routine della prostituta nell'ottavo episodio. Il disco
di musica da ballo nel nono episodio. La conversazione con il filosofo
nell'undicesimo episodio. L'estratto del racconto di Edgar Poe (Il ritratto
ovale) letto ad alta voce da Luigi nel dodicesimo episodio.
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Godard è
il primo che si sia reso pienamente conto del fatto che, per affrontare le
idee con serietà, bisogna creare un nuovo linguaggio cinematografico atte
ad esprimerle, se si vuole che esse abbiano una certa scioltezza e una certa
complessità.
Questo egli ha cercato di fare, in modi diversi, in
Le
petit soldat, Vivre
sa vie, Les
carabiniers,
Le mépris,
Une femme mariée
e Alphaville.
Susan Sontag |
13
Il
testo intellettualmente più elaborato è il colloquio dell'undicesimo
episodio tra Nana e un filosofo (interpretato dal filosofo Brice Parain) in
un caffè. Discutono sulla natura del linguaggio. Nana domanda perché non
si possa vivere senza parole; Parein spiega che ciò avviene perché parlare
equivale a pensare, e pensare a parlare, e senza pensiero non esiste vita.
Il problema non è di parlare o non parlare, ma di parlare bene. Parlare
bene richiede una disciplina ascetica (une ascèse) e un distacco.
Bisogna per prima cosa rendersi conto che non è possibile arrivare
direttamente alla verità. E' necessario sbagliare.
All'inizio del colloquio Parain racconta la morte del Porthos di Dumas,
l'uomo d'azione. Fu il suo primo pensiero a ucciderlo. (Allontanandosi
di corsa da una carica di dinamite che aveva sistemato, Porthos si chiese
improvvisamente come fosse possibile camminare, per quale ragione si
mettesse un piede davanti all'altro. E si fermò. La dinamite esplose). In un
certo senso anche questa storia, come quella della gallina, riguarda Nana. E
questa storia, come il racconto di Poe letto nel successivo (e ultimo)
episodio ci preparano - formalmente non sostanzialmente - alla morte di
Nana.
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Alcuni film di
Jean-Luc Godard

Una stupenda espressione di Anna Karina in Alphaville
(1965) con Eddie Constantine

Alphaville. Una tipologia di riprese che
Godard predilige per esprimere la dualità, in questo caso, della
donna.

Bande apart (1964). Questa scena del
ballo è stata riciclata da Quentin Tarantino in Pulp fiction.

La donna è donna (1961) con la Karina,
Jean-Paul Belmondo e Jean Claude Braily. Poichè Anna Karina stava
prendendo una cotta per il bel Jean Claude, Godard in pochi mesi
la portò all'altare.

Anna Karina in Le petit soldat (1960). Il
soldato combatte nella guerra d'Algeria, ma il film parla
soprattutto del rapporto tra verità e immagine.

About the truffle (1963) con Jean-Paul
Belmondo e Jean Seberg
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14
Godard ricava l'epigrafe di questo saggio cinematografico sulla libertà e la
responsabilità da Montaigne: "Prestati agli altri, datti a te
stesso".
La vita della prostituta è, ovviamente, la metafora estrema
dell'atto di prestarsi agli altri. Ma se ci chiediamo in quale modo Godard
ci abbia mostrato Nana che si conserva per se stessa, la risposta è che non
ce l'ha mostrato. Lo ha piuttosto commentato. Noi non conosciamo le
motivazioni di Nana se non da lontano, per deduzione.
Il film evita
completamente la psicologia; non c'è esplorazione di stati d'animo, di
angosce interiori.
Nana, ci dice Godard, sa di essere libera. Ma questa libertà non ha
un'interiorità psicologica. La libertà non è qualcosa di intimo, di
psicologico; assomiglia di più alla grazia fisica. E' essere ciò che
uno è, chi uno è.
Nel primo episodio, Nana dice a
Paul:
"Voglio morire". Nel secondo la vediamo che tenta disperatamente
di ottenere denaro in prestito, e cerca senza successo di superare lo
sbarramento del portinaio e di raggiungere il suo appartamento.
Nel terzo la
vediamo piangere al cinema su Giovanna d'Arco. Nel quarto, al commissariato
di polizia, piange di nuovo raccontando l'incidente umiliante del
furto di mille franchi. "Vorrei essere qualcun'altra" dice.
Ma nel
quinto episodio ("Per strada. Il primo cliente") Nana è divenuta
ciò che è. Ha imboccato il cammino che porta all'affermazione di se stessa
e alla morte. Solo in quanto è diventata una prostituta, noi vediamo una
Nana capace di affermare se stessa.
E' questo il significato del suo
discorso alla collega Yvette nel sesto capitolo, quando Nana dichiara
serenamente: "Sono responsabile. Volgo il capo, sono responsabile. Alzo
una mano, sono responsabile".
Essere liberi significa essere
responsabili. E si è liberi, e quindi responsabili, quando ci si rende
conto che le cose sono come sono. Così il discorso a Yvette si conclude con
queste parole:"Un piatto è un piatto. Un uomo è un uomo. la vita
è...vita".
15
Che
la libertà non abbia un'interiorità psicologica - che l'anima sia qualcosa
che non si trova sopra l'"interno" di una persona, ma solo dopo
averlo sradicato - è la dottrina spirituale esposta da Vivre sa vie.
Si può supporre che Godard si renda ben conto della differenza tra la
propria concezione dell' "anima" e quella della tradizione
cristiana.
Questa differenza viene esplicitamente sottolineata con la
citazione dalla Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer: la scena che
vediamo è infatti quella dove il giovane prete (Antonin Artaud) viene a
dire a Giovanna (Renée Falconetti) che dovrà essere arsa sul rogo. Il
martirio, dichiara Giovanna allo sconvolto sacerdote, è in realtà la sua
liberazione.
Se la scelta di una citazione da un film distanzia la nostra
partecipazione emozionale alle idee e ai sentimenti, in questo contesto il
riferimento al martirio non è ironico.
La prostituzione, come Vivre sa
vie ce la presenta, ha tutte le caratteristiche di un'ordalia. "Il
piacere non è sempre divertimento" annuncia laconicamente il titolo
del decimo episodio. E Nana muore.
I
dodici episodi di Vivre sa vie sono le dodici stazioni della sua Via
crucis. Ma nel film di Godard i valori della santità e del martirio
sono trasposti su un piano totalmente laico.
Godard ci offre Montaigne
invece di Pascal: qualcosa di analogo al tono e all'intensità della
spiritualità bressoniana, ma senza cattolicesimo.
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16
Il
solo passo falso di Vivre sa vie lo troviamo alla fine, quando
Godard spezza l'unità del suo film, riferendosi ad esso dall'esterno, in
quanto autore. Il dodicesimo episodio incomincia con Nana e Luigi soli in
una stanza; lui è un giovanotto di cui Nana si è a quanto pare innamorata
(lo avevamo già visto una volta, nel nono episodio, quando Nana lo incontra
in una sala da biliardo e si mette a flirtare con lui). All'inizio la scena
è muta e il dialogo - "Usciamo?", "Perché non vieni a
vivere con me?" eccetera - viene presentato nei sottotitoli. Poi Luigi,
sdraiato sul letto, incomincia a leggere ad alta voce Il ritratto ovale
di Poe: la storia di un artista intento a dipingere un ritratto della
moglie; si sforza di giungere alla somiglianza perfetta, ma quando
finalmente la raggiunge, la moglie muore. Su queste parole la scena si
dissolve e si riapre con Raoul, il magnaccia di Nana, che la trascina
brutalmente attraverso il cortile di casa sua e la spinge a bordo di
un'auto. Dopo una corsa in macchina (una o due brevi immagini) Raoul
consegna la donna a un altro magnaccia; ma si scopre che il denaro scambiato
non è sufficiente e si mette mano alle pistole. Nana viene colpita.
L'ultima immagine ci mostra le macchine che si allontanano velocemente e
Nana che giace morta sul selciato.
Ciò
che infastidisce non è che si tratti di una conclusione troppo brusca. E'
che Godard fa apertamente un riferimento estraneo al film: al fatto, cioè,
che la giovane attrice che interpreta il personaggio di Nana, Anna Karina,
è sua moglie. Si prende gioco del suo stesso racconto, il che è
imperdonabile. Ciò indica un curioso scadimento di energia, come se Godard
non avesse osato lasciarci recepire la morte di Nana in tutta la sua
terrificante arbitrarietà, ma avesse voluto inserire, all'ultimo momento,
una sorta di causalità subliminale. (La donna è mia moglie - l'artista che
ritrae sua moglie la uccide - Nana deve morire).
17
A
parte questo errore, Vivre sa vie mi sembra un film perfetto. Cerca
cioè di fare qualcosa di nobile e insieme di complesso, e riesce a farlo
completamente. Godard è forse il solo regista d'oggi interessato a fare
"film filosofici" e dotato di un'intelligenza e di una discrezione
all'altezza di tale compito. Altri registi hanno avuto opinioni
personali sulla società contemporanea e sulla natura della nostra umanità;
e qualche volta i loro film sopravvivono alle idee che espongono. Godard è
il primo che si sia reso pienamente conto del fatto che, per affrontare le
idee con serietà, bisogna creare un nuovo linguaggio cinematografico atte
ad esprimerle, se si vuole che esse abbiano una certa scioltezza e una certa
complessità. Questo egli ha cercato di fare, in modi diversi, in Le
petit soldat, Vivre
sa vie, Les
carabiniers,
Le mépris,
Une femme mariée
e Alphaville.
E Vivre sa vie è a mio parere il suo film più riuscito. Per questa
concezione e per lo straordinario complesso di opere in cui ha tentato di
attuarla, Godard è secondo me il più importante regista rivelatosi
nell'ultimo decennio.
(Scritto nel 1964)
Fonte del testo: Susan Sontag, Contro
l'interpretazione, Mondadori, 1998 pp. 299-314
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Susan
Sontag (New York, 1933)
si è laureata a Harvard nel 1957 in
filosofia e in inglese, ha poi seguito corsi a Oxford e alla Sorbona
e insegnato filosofia e religione alla Columbia e alla Rutgers
University. Collaboratrice del New York Times", della "Partisan
Rewiew" e di "The Nation", è autrice di cinema e di
teatro (Diet for Cannibals, Alice a letto), ma
soprattutto acuta saggista della cultura contemporanea, dalle mode
effimere alle più complesse problematiche di fondo, dalla
letteratura alla musica, all'arte, all'impegno politico più
radicale e a favore dei diritti umani, che l'ha condotta più volte
a Serajevo.
Tra le sue opere ricordiamo la sua raccolta
di racconti Io, eccetera,
i romanzi Il benefattore
(1963), Il kit della morte
(1967) e L'amante del vulcano
(1992), il reportage Viaggio a Hanoi
(1968) e i saggi Stili della
volontà radicale (1969), Sulla
fotografia (1977), Malattia
come metafora (1978), Sotto
il segno di Saturno (1980). |
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BIOGRAFIA DI
JEAN-LUC GODARD
di
Cinzia Sgheri
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Sebbene oscuro e quasi sempre lontano dai favori del grande pubblico, il
cinema di Godard è considerato arte assoluta. Geniale e dissacrante, il
regista francese scardina le regole del cinema classico e rivoluziona
completamente i tradizionali meccanismi di narrazione. Insieme a François
Truffaut, è uno dei padri della Nouvelle Vague, l'onda nuova formata dai
giovani cineasti francesi che negli anni Sessanta si oppongono al cinema
tradizionale e di cui proprio il suo film d'esordio, Fino all'ultimo
respiro (Orso d'Oro per la regia al Festival di Berlino), è considerato
il manifesto.
Nato a Parigi il 3 dicembre 1930 in una ricca famiglia di origine elvetica,
Jean-Luc Godard sfugge agli orrori della guerra passando l'adolescenza in
Svizzera. Torna a Parigi soltanto nel 1948, per frequentare il liceo e per
studiare alla Sorbonne. Proprio durante gli anni dell'università, inizia a
frequentare i cine club del Quartiere Latino e lì conosce François
Truffaut, Jacques Rivette e Erich Rohmer. Nel 1950, fonda insieme a Rivette
e Rohmer la 'Gazette du cinéma', cinque edizioni tra il maggio e il
novembre dove Godard scrive recensioni firmandosi con lo pseudonimo di 'Hans
Lucas'. Nel 1952, inizia a collaborare come critico e saggista con i Cahiers
du cinéma e nel frattempo realizza alcuni cortometraggi.
Il suo primo film
risale al 1960 ed è il capolavoro che, come già detto, segna l'inizio della
Nouvelle Vague. Fino all'ultimo respiro, da alcuni detrattori
accusato di formalismo, ma apprezzato dai più per la sua originalità,
cambia profondamente le regole cinematografiche e influenza buona parte del
cinema francese (e non solo) degli anni a venire. I suoi film successivi
continuano a far discutere. Le petit soldat (1960) viene accusato di
qualunquismo e proibito dalla critica francese per due anni, La donna è
donna (1961) è un bizzarro documentario a episodi che divide pubblico e
critica. Nel 1962, Godard realizza Questa è la mia vita e vince il
Premio speciale delle Giuria al Festival di Venezia. I suoi film continuano
a proporre, quasi ossessivamente, lo stesso tema. Tutti si interrogano sul
significato ultimo dell'opera cinematografica e tutti mettono costantemente
in discussione la funzione stessa del mezzo cinema.
Ma la poetica di Godard
continua ad evolversi, a cercare nuovi spunti di narrazione attraverso un
continuo percorso di crescita, teso verso la conquista della 'verità'.
Nascono così Il disprezzo (1963) ispirato a un romanzo di Moravia, e
nello stesso anno Ro.Go.Pa.G., film a episodi frutto della
collaborazione di Jean-Luc Godard con Roberto Rossellini, Ugo Gregoretti e
Pier Paolo Pasolini. Il 1965 è l'anno di un altro capolavoro assoluto, Il
bandito delle undici, vero e proprio poema cinematografico sulla
disperazione e il disorientamento il cui protagonista incarna e deforma i
pensieri, i sogni, i desideri dello stesso Godard. Dopo l'aspro Due o tre
cose che so di lei (1966), ricchissimo di nuove proposte linguistiche,
Godard realizza nel 1967 La cinese, Premio Speciale della Giuria alla
Mostra di Venezia, provocatorio esempio di cinema nel cinema con il ciak
spesso in primo piano e le sequenze che inquadrano l'operatore. Nel 1968,
con La gaia scienza, violenta e amara critica alle istituzioni della
società borghese, il regista esamina le possibilità rivoluzionarie del
cinema e inaugura la sua fase 'militante', che prosegue con Amore e
rabbia (1969) e si conclude con Crepa padrone, tutto va bene del
1972, analisi della classe intellettuale dopo i cambiamenti e le inevitabili
delusioni del Sessantotto.
Nel 1982 Jean-Luc Godard riceve a Venezia il
Leone d'Oro alla carriera e l'anno successivo, sempre al Lido, ottiene il
Leone d'Oro per il miglior film grazie a Prénom Carmen, che gli
regala anche il primo grande successo di pubblico. Con il mistico Je vous
salue, Marie (1984), Godard è di nuovo al centro del mirino delle
polemiche con l'accusa di aver portato sullo schermo un film blasfemo e
irriverente. Nel 1990, realizza Nouvelle Vague, lo infarcisce di
citazioni e tenta ancora una volta di riportare l'immagine ai suoi
significati più profondi. Nove anni più tardi torna dietro la macchina da
presa per raccontare i momenti che scandiscano un amore in Eloge de
l'amour, ambientato negli anni della guerra e della resistenza. Il suo
ultimo film, The old place (2002), è presentato fuori concorso alla
55esima edizione del Festival di Cannes.
(22 maggio
2002)
FILMOGRAFIA
COMPLETA DI JEAN-LUC GODARD
"Opération Béton", cortometraggio/documentario, 1954;
"Una femme coquette", cortometraggio, 1955;
"Tous les garçons s'appellent Patrick", cortometraggio, 1957;
"Une histoire d'eau", cortometraggio, 1958;
"Charlotte et son Jules", cortometraggio, 1959;
"Fino all'ultimo respiro", 1959;
"Le Petit soldat", 1960;
"I sette peccati capitali", solo episodio "L'accidia",
1961;
"La donna è donna", 1961;
"Questa è la mia vita", 1962;
"Ro.Go.Pa.G.-Laviamoci il cervello", solo episodio "Il nuovo
mondo"1963;
"Il disprezzo", 1963;
"Les carabinieres", 1963;
"Le più belle truffe del mondo", solo episodio (tagliato)
"Le grand escroc", 1963;
"Bande à part", 1964;
"Una donna sposata", 1964;
"Paris vu par...", solo episodio "Montparnasse-Levallois",
1964;
"Agente Lemmy Caution, missione Alphaville", 1965;
"Il bandito delle ore undici", 1965;
"Due o tre cose che so di lei", 1966;
"Il maschio e la femmina", 1966;
"Una storia americana", 1966;
"L'amore attraverso i secoli", solo episodio "L'amore nel
2000", 1967;
"La cinese", 1967;
"Lontano dal Vietnam", solo contributo "Camera-oeil",
1967;
"Week-end-Un uomo e una donna da Sabato a Domenica", 1967;
"Amore e rabbia", solo episodio "L'amore", 1967;
"La gaia scienza", 1968;
"Ciné-tracts", film collettivo anonimo, 1968;
"Symphaty for the Devil", 1968;
"Communications", abbandonato, 1968;
"One P.M.", abbandonato, 1968;
"British Sound", co-regia con Jean-Henri Roger, cortometraggio per
la tv britannica, 1969;
"Pravda", in collaborazione con Groupe Dziga Vertov, 1969;
"Vento dell'est", in collaborazione con Groupe Dziga Vertov, 1969;
"Lotte in Italia", in collaborazione con Groupe Dziga Vertov,
1969;
"Jusq'a la Victorie", co-regia con Jean-Pierre Gorin, abbandonato,
1970;
"Vladimir et Rosa", in collaborazione con Groupe Dziga Vertov,
1971;
"Crepa padrone, tutto va bene", co-regia con Jean-Pierre Gorin,
1972;
"Moi Je", abbandonato, 1973;
"Ici et ailleurs", co-regia con Anne-Marie Miéville, 1974;
"Numéro deux", co-regia con Anne-Marie Miéville, 1975;
"Comment ça va", co-regia con Anne-Marie Miéville, 1975;
"Six fois deux/Sur et sous la comunication", mini serie tv,
co-regia con Anne-Marie Miéville, 1976;
"Nord Contre Sud", 1976-77;
"France tour détour deux enfants", co-regia con Anne-Marie
Miéville,
serie tv, 1978;
"Scénario vidéo de Sauve qui peut (la vie)", video, 1979;
"L'Historie (Bugsy)", abbandonato, 1979;
"Changer d'image", filmato per la trasmissione "Le changement
à plus d'un titre", video, 1981;
"Si salvi chi può... la vita", 1980;
"Passion", 1981;
"Scénario du film Passion", video, 1982;
"Lettre à Freddy Buache", cortometraggio, 1982;
"Prénom Carmen", 1982;
"Petites notes à propos du film Je vous salue, Marie", co-regia
con Anne-Marie Miéville, video, 1983;
"Je vous salue, Marie", 1983;
"Detective", 1984;
"Soft and hard", co-regia con Anne-Marie Miéville, video, 1985;
"Grandeur et décadence du petit commerce de cinéma", video tv,
1985;
"Aria", episodio "Armide",1986;
"Meeting Woody Allen", video, 1987;
"Cura la tua destra...", 1987;
"King Lear", 1987;
"Closed", 1988;
"On s'est tous défilé", video, 1988;
"Puissance de la parole", video, 1988;
"Les Français vu par...", episodio "Le dernier mot",
1988;
"Histoire(s) du cinéma", video, 1988;
"Le rapport Darty", mediometraggio, 1989;
"Nouvelle Vague", 1990;
"Contre l'oubli", 1991;
"L'enfance de l'art", 1990;
"Germania nove zero", 1991;
"Les enfants jouven à la Russie", 1993;
"Ahimé!", 1993;
"JLG/JLG-autoportrait de décembre", 1994;
"Duex fois cinquante ans de cinéma Français", 1995;
"Histoire (s) du cinéma", serie tv, 1997;
"For ever Mozart", 1997.
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Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo
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