|
Cristina
Bragaglia
Scrittori
italiani e cinema
Sommario
|
I.
|
Confusione tra cinema e vita
in un racconto di Ada Negri
|
|
II.
|
La diffidenza degli
scrittori italiani
|
|
III.
|
Il caso particolare di
Pirandello e Saba
|
|
IV.
|
Dagli anni Quaranta agli
anni Settanta: l'epoca del disprezzo
|
|
IV.
|
Un approccio innovativo
|
I.
Confusione tra cinema e vita in un racconto di Ada Negri
27 novembre 1928 - il cinema in Italia era
ancora muto - Ada Negri, poetessa non eccelsa ma di grande fama a
quell'epoca, pubblica sulle pagine del «Corriere della Sera» un racconto
intitolato Cinematografo. Attraverso la storia di Bigia, dattilografa
scialba e bruttina che vive una seconda vita attraverso le vicende viste
sullo schermo cinematografico, la scrittrice arriva al centro di un fenomeno
che stava allora iniziando: il nuovo spettacolo esercitava sul pubblico
psicologicamente più fragile un fascino e un'attrazione assai più
coinvolgenti di qualunque altra forma artistica. La letteratura del passato
ci ha tramandato esempi di insane influenze esercitate dalla lettura: il Don
Chisciotte di Cervantes non distingue più tra la realtà e il mondo
immaginario dei romanzi cavallereschi; Emma Bovary si lascia sedurre sulla
scorta della lettura di romanzi d'amore e d'avventure. Negli anni Venti il
cinema diventa l'arte in grado di suscitare nello spettatore un'attrazione
tale da non permettergli più di distinguere tra la realtà della sua vita
quotidiana e quella che «vive» grazie ai fantasmi che si muovono su uno
schermo in una sala buia.
|

Ada Negri nel 1928 pubblica il racconto "Cinematografo",
intuendo per prima il potere di immedesimazione che possiede il
cinema.

Woody Allen decenni dopo riprende il tema nella "Rosa
purpurea del Cairo"

La locandina di "La rosa purpurea del Cairo" |
Con grande lucidità,
Ada Negri riassume in mezza
pagina il senso della visione cinematografica e descrive il processo di
identificazione della sua misera dattilografa con le eroine della pellicola:
«ella trasmigra nella persona della protagonista, entra nel suo mondo: ama,
odia, pecca, arrischia, gioisce, patisce, trionfa, immedesimata in lei».
Così che la «piccola dattilografa» conosce solo il mare del
cinematografo, viaggia su «lussuose automobili», «treni fulminei» e
«aerei velivoli», «gioca con la vita e la riprende, scompare e
ricompare».
Don
Chisciotte ed Emma Bovary si trasformano in una piccola dattilografa: è
l'effetto di uno spettacolo di massa come il cinema e Ada Negri sa ben
cogliere l'incanto dell'immedesimazione che è in grado di esercitare su un
pubblico in gran parte privo di cultura. Così come non può impedirsi di
mettere in guardia dai pericoli chi questo incanto subisce.
Bigia (e il nome
non era scelto a caso) non riesce più a distinguere tra le due esistenze
parallele che conduce: «da qualche tempo, le parallele deviano, si
raggiungono, si intersecano: le anime si cozzano». Suggestionata da un
film, la cui protagonista si getta sotto un'auto e viene salvata dal
principe azzurro, Bigia crede di rivivere quelle sequenze: ma invece
dell'amore l'attende la morte.
Il racconto (quasi un'anticipazione della Rosa purpurea del Cairo di
Woody Allen) appare significativo di come l'ambiente letterario italiano
comprendesse la capacità del cinema di raggiungere un numero amplissimo di
persone.
Al tempo stesso però se ne temeva il potere di fascinazione: Ada
Negri nel finale giunge a punire, moralisticamente, la povera dattilografa
con la morte, per essersi abbandonata alle fantasticherie.
|
II.
La diffidenza degli scrittori italiani
Ma per comprendere appieno il carattere di singolarità che presenta il
racconto della poetessa lo si deve inserire all'interno di quel diffuso
atteggiamento di diffidenza e disprezzo che connotava il rapporto degli
intellettuali italiani con il cinema.
|
Nel decennio precedente, Verga - è
noto - aveva scritto di nascosto gli adattamenti dei suoi romanzi,
attribuendone la paternità alla sua amante.
Non tragga in inganno il titolo
Cinematografo cerebrale che De Amicis nel 1910 attribuisce a un
racconto e a una raccolta di «bozzetti umoristici e letterari»: altro non
è che un uso metaforico del termine per alludere al flusso di pensieri e
immagini che affollano la mente.
Solo D'Annunzio, provocatoriamente, esibisce i suoi rapporti con il nuovo
spettacolo, firmando nel 1914 soggetto, sceneggiatura e didascalie di Cabiria,
il film diretto da Pastrone.
In quello stesso anno (il 28 febbraio) e in
concomitanza con l'uscita del film, rilascia al «Corriere della sera»
un'intervista in cui espone una serie di considerazioni sul cinema,
paragonandolo alle Metamorfosi di Ovidio per la capacità di creare
il «meraviglioso», elemento essenziale di un'arte piacevole.1
Anche il poeta Guido Gozzano non amava far sapere di scrivere per la nuova
arte: nel 1911 aveva collaborato con Roberto Omegna per un documentario
sulla Vita delle farfalle, stendendone il commento e aveva fornito il
soggetto a La storia di Piccolino di Giovanni Vitrotti.
Dopo Cabiria
e la discesa in campo di D'Annunzio, nel 1916 l'autore di La signorina
Felicita decide di scrivere un'«orditura cinematografica», San
Francesco; lo interromperà la morte. 2
|

Edmondo De Amicis scrisse "Cinematografo
cerebrale", ma disprezzava il cinema

Gabriele D'Annunzio fu l'unico scrittore che non si
vergognò di scrivere nel 1914 la sceneggiatura di "Cabiria" |
III.
Il caso particolare di Pirandello e Saba
È il 1916 anno quanto mai significativo per i rapporti tra gli
intellettuali italiani e il cinema, principalmente perchè Luigi Pirandello
(uno dei pochi che amava veramente l'arte nuova) ambienta nel mondo del
cinema il suo romanzo Si gira, pubblicato da Treves (nelle edizioni
successive prenderà il titolo di Quaderni di Serafino Gubbio operatore).
Genialmente Pirandello intuisce l'ambiguità dell'immagine in movimento -
vita artificiale e «costruita», ma insieme vita vera, fonte di dolore
autentico.3
Come nota anche il critico statunitense Gavriel
Moses, un primo pregio del
romanzo è la estrema novità dell'ambientazione: l'azione si svolge nel
mondo del cinema, quando il cinema si avviava a essere un fenomeno di massa,
ma ancora non era al centro dell'attenzione dei mezzi di comunicazione.
Per Pirandello il cinema, però, non è solo lo spunto per una inedita
ambientazione del suo romanzo. Egli comprende che la nuova arte introduce un
nuovo modo di percezione della vita e del mondo e nel romanzo cerca di dare
conto attraverso le vicende dei protagonisti di questo mutamento
epistemologico. Altri autori avevano subìto l'influenza del nuovo mezzo
espressivo e avevano riflettuto su di esso,4
ma nessuno aveva esplicitato questa riflessione nelle sue scelte tematiche.
Le vicende dei protagonisti paiono rifare il verso a mille pellicole di quel
dramma mondano che tanto piaceva agli spettatori e che permetteva all'Italia
una supremazia sui mercati. Ma non è solo questo: lo scrittore entra nel
meccanismo della creazione di un film e descrive l'animazione delle riprese
con grande competenza ed entusiasmo: «Scenografi, macchinisti, apparatori,
falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte, modiste,
fiorai, tant'altri operai addetti alla calzoleria, alla cappelleria,
all'armeria, ai magazzini della mobilia antica e moderna, al guardaroba, son
tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per giuoco».
Subentra, però, immediatamente la riflessione sulla natura del cinema,
incentrata sul nesso realtà/finzione:
«Ma come prendere sul serio un lavoro, che altro scopo non ha, se non
d'ingannare - non se stessi - ma gli altri? E ingannare, mettendo su le più
stupide finzioni, a cui la macchina è incaricata di dare la realtà
meravigliosa? Ne vien fuori, per forza e senza possibilità d'inganno, un
ibrido giuoco. Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto più
si scopre e avventa, in quanto si vede attuata appunto col mezzo che meno si
presta all'inganno: la riproduzione fotografica. Si dovrebbe capire, che il
fantastico non può acquistare realtà, se non per mezzo dell'arte, e che
quella realtà, che può dargli una macchina, lo uccide, per il solo fatto
che gli è data da una macchina, cioè con un mezzo che ne scopre e dimostra
la finzione per il fatto stesso che lo dà e lo presenta come reale».
|
ECCEZIONI: SABA E
PIRANDELLO

Luigi Pirandello, al contrario degli altri, intuì
le potenzialità del cinema.

Umberto Saba si innamorò della figura di Charlot. |
Un'altra felice intuizione di Pirandello riguarda il senso di alienazione
che colpisce gli attori non solo perchè «si sentono strappati dalla
comunione diretta con il pubblico». Con sensibilità e acutezza di grande
modernità Pirandello mette in rilievo che gli attori cinematografici
«avvertono
confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di
votamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della
sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch'esso produce
movendosi, per diventare soltanto un'immagine muta, che trèmola per un
momento su lo schermo e scompare in silenzio, d'un tratto, come un'ombra
inconsistente, giuoco d'illusione su uno squallido pezzo di tela».
Nonostante tutto, una insopprimibile diffidenza nei confronti della macchina
percorre tutto il racconto di Serafino Gubbio, narratore che troppe volte
protesta la sua nullità, ridotto com'è a girare la manovella della
macchina da presa. Il finale tragico, la ripresa della morte - vera, reale -
di un uomo (anni dopo il critico francese André Bazin lo indicherà come
uno dei tabù del cinema), permette a Pirandello di esprimere tutta la sua
diffidenza nei confronti di un'epoca ormai dominata dalla macchina:
|
«Ah, che dovesse toccarmi di dare in pasto anche materialmente la vita
d'un uomo a una delle tante macchine dall'uomo inventate per sua delizia,
non avrei supposto. La vita, che questa macchina s'è divorata, era
naturalmente quale poteva essere in un tempo come questo, tempo di macchine;
produzione stupida da un canto, pazza dall'altro, per forza, e quella più e
questa un po' meno bollate da un marchio di volgarità».
Un'ottica anticipatrice permette a Pirandello di cogliere con lucidità
tutte le problematiche di questo mezzo di comunicazione di massa, fino ad
anticiparne pericolosi esiti, su cui ancora oggi ci si interroga.
Il poeta Umberto Saba, come molti altri, subisce il fascino di Charlot e al Triste
Charlot dedica, sulla «Fiera letteraria» del 10 aprile 1927 una lunga
poesia, suggeritagli dalla visione di La febbre dell'oro. Ecco la
descrizione del celebre personaggio, a quell'epoca soggetto di molti
interventi critici di letterati:
«È triste,
così triste che appena ne puoi ridere.
Mentre "Che uomo è quello?" ti domandi,
Per deformati
Strisciati
Passi egli muove tra i mostri a impossibili
Conquiste;
Nel suo fragile insiste
Equilibrio; se fa il nemico spesso
Cadere, è sempre là dove ha bisogno
Di non essere; a un pugno in cui sta morte
Campa; e, per sorte,
Dei mucchi d'oro che sono i più grandi,
Della donna più fulgida ha il possesso...
In sogno».
L'esempio di Pirandello e Saba non trova molti proseliti nella
letteratura alta. Ma l'editoria sfrutta in vari modi il fascino che il
cinema esercita su un pubblico sempre crescente: ad esempio sostituendo le
illustrazioni con foto di scena di film da quei romanzi ricavati (succede
anche per I promessi sposi.5
Tra le due guerre si sviluppa nell'editoria di intrattenimento un filone di
ambientazione cinematografica, che nulla ha a che spartire con
l'approfondimento pirandelliano. Il mondo del cinema appare uno sfondo pieno
di attrattive, quasi esotico nel suo fascino. Sono romanzi (e novelle)
interessanti quasi unicamente per l'analisi delle modalità di ricezione del
cinema nel periodo delle due guerre, del suo alone fiabesco e della sua
presa sull'immaginario collettivo. Segnaliamo tra gli altri Agazur
innamorata di Mura (1929) e Nannetta a Hollywood di Tito A.
Spagnol (1935), La signora di tutti di Salvator Gotta (1933) (solo
per la parte finale) e, sul versante giallo, Il mistero di Cinecittà
di Augusto De Angelis (1941).
Mario Soldati, da poco tornato dagli Stati Uniti, lavora alla Cines e
racconta le sue esperienze in un romanzo che pubblica nel 1935 nascondendosi
dietro uno pseudonimo (Franco Pallavera): 24 ore in uno studio
cinematografico.6
In uno stile che cerca di riprodurre a livello linguistico le tecniche e gli
stilemi del linguaggio cinematografico, quali la dissolvenza o il primo
piano, Soldati ci accompagna sul set, seguendo una diva e i personaggi che
le stanno attorno.
IV.
Dagli anni Quaranta agli anni Settanta: l'epoca del disprezzo
Negli anni Quaranta e Cinquanta le collaborazioni degli scrittori con
l'industria cinematografica si infittiscono: qualcuno diventa recensore,
molti collaborano a sceneggiature. Di questa ultima esperienza si trovano
tracce in alcuni romanzi del dopoguerra: nel 1954 Alberto Moravia colloca
l'azione del Disprezzo nell'ambiente cinematografico italiano. Di
quel periodo particolarmente felice per Cinecittà ben poco resta nelle
pagine moraviane. Protagonista è un giovane drammaturgo (Roberto Molteni)
che si adatta a fare lo sceneggiatore per motivi finanziari. Il suo lavoro
per il cinema (che egli considera umiliante) coincide con la crisi del suo
matrimonio, che si chiude con la tragica morte della moglie. Moravia
affianca ai due personaggi principali figure appartenenti al mondo del
cinema, il produttore Battista e due diversi registi, il mediocre e
accondiscendente Pasetti e Rheingold, tedesco, forte di un passato celebre e
deciso a difendere le proprie idee per il film tratto dall'Odissea cui sta
lavorando.7
Moravia, anch'egli sceneggiatore (sebbene non attestato dai titoli di testa,
nel 1942 prestò, tra l'altro, la sua opera per lo script di Ossessione),
dedica alcune paginette per tracciare un quadro del lavoro sulla
sceneggiatura:
«Voglio spendere alcune parole sul mestiere dello
sceneggiatore [...]». Assodato che la sceneggiatura è «dramma, mimica,
tecnica cinematografica, messa in scena e regia» Moravia lamenta che «sebbene
la parte dello sceneggiatore nel film sia di prima importanza e venga
immediatamente dopo quella del regista, per ragioni inerenti allo sviluppo
sinora seguito dall'arte del cinema, essa rimane sempre irrimediabilmente
subordinata e oscura. Lo sceneggiatore è un artista che, pur dando il
meglio di sé al film, non ha poi la consolazione di sapere che avrà
espresso se stesso». Le proteste continuano fino ad affermare, due pagine
dopo, che «la maniera meccanica e abitudinaria con la quale si fabbrica la
sceneggiatura rassomiglia forte a una specie di stupro dell'ingegno,
originato piuttosto dalla volontà e dall'interesse che da una qualsivoglia
ispirazione o simpatia».8
| Dieci anni dopo
Giuseppe Berto costruisce un romanzo attorno alla sua
depressione e lo intitola Il male oscuro: anche qui l'io narrante fa
lo sceneggiatore, di malavoglia, solo per guadagnare soldi. Questo permette
a Berto (anch'egli soggettista e sceneggiatore attratto dagli ingenti
guadagni del mondo del cinema) di presentare ambienti e personaggi legati a
Cinecittà.
L'epoca della fascinazione è definitivamente chiusa: lo
scrittore guarda con lo stesso disprezzo moraviano a questo mondo dominato
dal denaro e dalla mancanza di cultura, accentuando i lati grotteschi della
narrazione.
Più complesso lo sguardo che Ennio Flaiano
getta sul mondo del cinema in
due racconti lunghi, Melampus e Oh Bombay, pubblicati nel 1970
in un volume dal titolo Il gioco e il massacro. In Melampus
uno sceneggiatore italiano, recatosi a New York, vive una intensa storia
d'amore con una donna che si annulla per lui. Giorgio Fabro crede in un
cinema che porti a «un risultato di meraviglia, quello dei sogni e
dell'arte». L'ambiente cinematografico resta però sullo sfondo: persino
Los Angeles viene descritta come una qualunque città americana.
Più
interessante il rapporto con l'immagine audiovisiva che si viene a delineare
nelle pagine di Oh Bombay, dove il protagonista (un arredatore) vive
una futuristica avventura con un piccolo televisore che ha acquistato a Hong
Kong, durante una sosta del suo viaggio in Oriente. |
ANNI QUARANTA E CINQUANTA

Giuseppe Berto nel romanzo "Il male
oscuro" parla della mancanza di cultura a Cinecittà

Ennio Flaiano in due romanzi del 1970 parla del
potere delle immagini |
Dalla prima notte in cui
segue le immagini di un tifone abbattutosi su Hong Kong, Lorenzo Amadante è
ossessionato dalle immagini allucinate e a tratti perverse che provengono
dall'apparecchio portatile, immagini e parole che si riversano su di lui
anche quando l'arredatore lo riduce in pezzi. Sono, queste immagini,
sicuramente metafora del suo inconscio (fanno riferimento ai problemi della
sua vita sessuale), ma anche del mondo del cinema, colpevole secondo lo
scrittore di aver perso la sua autenticità e di essersi ridotto a noia
profonda e onanismo, nonostante un'apparenza di divertimento
Nel finale, dal televisore infranto proviene una sorta di catalogo in cui
si confondono voci, parole, rumori e frasi ormai prive di senso, inevitabile
frutto di un mondo in cui «tutto si stava trasformando in un seguito di happening
e di questo passo le cose sarebbero avvenute soltanto per essere viste, già
spettacolo prima di essere la nostra vita». Apologo satirico, questo di
Flaiano, che arriva però a prevedere, nel suo tono apocalittico, l'assalto
delle immagini di cui si nutre la società contemporanea, anche per
nascondere la sua sterile vacuità.
V.
Un approccio innovativo
Settant'anni dopo Ada Negri, un'altra scrittrice italiana,
Laura Pariani,
che lavora anche come sceneggiatrice, si rivolge al cinema nei nove racconti
di La perfezione degli elastici (e del cinema),9
ispirandosi a film e attori per storie ambientate nella provincia lombarda.
Rievoca Frankenstein, il celebre film di James Whale, girato nel
1931, e il suo protagonista Boris Karloff, attraverso la vicenda di Le
belle vittime. La Bambina e il Mostro si confrontano come sullo schermo,
accompagnati dai versi di canzoni e cantilene in dialetto lombardo: le
immagini della narrazione letteraria si confondono e si sovrappongono con
quelle del film, conferendo all'irrealtà di quest'ultimo la tragicità del
quotidiano e del contemporaneo, in un gioco di punti di vista che riprende
quello del linguaggio cinematografico. Via via il procedimento interessa il
Lon Chaney di Notre-Dame de Paris, la Gong Li di Lanterne rosse,
la Louise Brooks di Il vaso di Pandora e
l'Oliver Hardy di Un
giorno perfetto. Le tre sezioni del libro (Trasposizioni, Ombre e
Nostalgie) propongono un innovativo approccio al cinema da parte della
narrativa: un intreccio sempre più fitto con immagini e storie che ormai
fanno inscindibilmente parte del nostro immaginario. Lo scrittore non si
limita più a registrare il pericoloso fascino che il cinema esercita sui
protagonisti: ne è egli stesso colpito, ma sa come rielaborarlo attraverso
un processo che rivive il narcisismo della visione cinematografica,
ricostruendone l'emozione e rievocandone il simbolismo.
Note
1. Quanto detto nell'intervista sarà
rielaborato in un testo dal titolo Del cinematografo come strumento di
liberazione e come arte di trasfigurazione, pubblicato sul «Corriere
della Sera» il 28 novembre 1914 (ora in Giovanni Pastrone. Gli anni
d'oro del cinema a Torino, a cura di Paolo Cherchi Usai, Torino, Utet,
1986, pp.115-122).
2 Sulla
sceneggiatura cfr. l'approfondita analisi di Sinibaldo Piro, Le
meravigliose frodi nel San Francesco di Gozzano, in «Cinema nuovo»,
XXV, marzo-aprile 1976, n. 240, pp.112-121. Sempre nel 1916 Guido Gozzano
pubblica un articolo dedicato al cinema dal titolo Il nastro di
celluloide e i serpi di Laocoonte (in «La Donna», 5 maggio 1916, n.5).
3 Molte
le analisi del romanzo pirandelliano: citiamo qui Giulio Ferroni, Il
romanzo del cinema, in Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio
operatore, Firenze, Giunti, 1994, pp.IX-XXXVI, Gavriel Moses, Film
Theory as Literary Genre in Pirandello and the Film-Novel,
"Annali d'Italianistica", 6, 1988, pp.38-68. Sui rapporti fra
Pirandello e il cinema cfr. Francesco Callari, Pirandello e il cinema,
Venezia, Marsilio, 1991 e Nino Genovese-Sebastiano Gesù, La musa
inquietante di Pirandello: il cinema, Palermo, Bonanno Editore, 1990.
|
4 Si
può citare l'esempio di Virgina Woolf che riflette sul cinema in un saggio
ad esso dedicato e che ad una attenta analisi dei suoi romanzi (ad esempio Mrs.
Dalloway) rivela di aver cercato di tradurre i movimenti di macchina e
il primo piano sulla pagina scritta. Cfr. Virginia Woolf, The Cinema, in Collected
Essays, a cura di Leonard Woolf, The Hogarth Press, London, 1966-67.
5 Cfr.
I promessi sposi: una storia milanese del secolo 17°, scoperta e
rifatta da Alessandro Manzoni, a cura di Alfonso Cerquetti, illustrata con
24 tavole cinematografiche Ambrosio, Milano, Hoepli, 1915.
6 Franco
Pallavera (Mario Soldati), Ventiquattr'ore in uno studio cinematografico,
Milano, Corticelli, 1935. Il volume è stato ripubblicato nel 1985 a Palermo
dalla casa editrice Sellerio. Per un'analisi del testo di Soldati cfr. Guido
Fink, L'uso del vetrino: il cinema nelle pagine di Mario Soldati, in
«Paragone», XXXVII, dicembre 1986, n. 442, pp. 62-68 e Ilaria Crotti, «Le
24 ore» di Soldati, 1998, in corso di stampa.
7 Jean-Luc
Godard nel 1963, con Le mépris, porta sullo schermo il romanzo di
Moravia, interpreti Brigitte Bardot e Michel Piccoli. A Rheingold vengono
date le fattezze di Fritz Lang, come lui regista della Germania prenazista,
come lui scappato negli Stati Uniti, dove Lang aveva dato un innovativo
contributo al genere noir.
8 Alberto
Moravia, Il disprezzo, Milano, Bompiani, 1997, pp. 40, 41, 43 e 44.
9 Laura
Pariani, La perfezione degli elastici (e del cinema) , Milano,
Rizzoli, 1998.
|

Virginia Woolf afferma di aver tradotto in alcuni
romanzi il movimento della cinepresa nella pagina scritta.

J. L. Godard, Il disprezzo
(1963) con Brigitte Bardot e Michel Piccoli, tratto dal romanzo di
Alberto Moravia

Jean-Luc
Godard |
Fonte: Bollettino ‘900, 2001
_______________________________________________
Pagina creata da
Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 6 marzo 2005
|