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Anna Salvo
I
labirinti dell'eros
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Come nascono, in che modo si
intrecciano i legami d'amore? Di certo - e già Platone lo sosteneva -
il desiderio ha origine da uno stato di mancanza, di
"povertà", che spinge il soggetto verso una ricerca di
pienezza, di beatitudine, di soddisfacimento. Tuttavia, l'itinerario
interno che fa di una persona, di un oggetto d'amore, la meta cui
giungere non è mai lineare, né semplice.
"Non potrei dire / di essere
stato all'inferno / per amor tuo / ma spesso / mi trovai là /
inseguendoti. Nei versi del poeta americano William Carlos Williams è
magistralmente rappresentata la qualità inquietante del percorso
d'amore, la sua natura dolorosa e infera. L'eros porta con sé il
marchio di un patimento che deriva anche, o forse soprattutto,
dall'essenza sfuggente, irraggiungibile, dell'oggetto d'amore. Il
desiderio non sarà mai del tutto appagato: il bisogno, la domanda di
soddisfacimento, continuerà a premere, chiederà - come ha sostenuto
Jacques Lacan - "un ancòra". Si comprende quindi come
l'immagine del labirinto venga spesso utilizzata per rappresentare la
natura dell'eros: quando lo sguardo, o il tentativo di comprendere,
scendono verso le zone più oscure dell'inconscio non è più possibile
coltivare l'illusione o l'immagine augurale del "e vissero felici e
contenti" con cui terminano molte fiabe. Non voglio con questo
escludere che vi possano essere forme di pacificazione e di equilibri
faticosamente ricercati, ma ciò che desidero sottolineare è la
commistione, l'"impasto" che unisce libido e distruttività,
Eros e Thanatos: non due entità distinte, in una separazione
idealizzata in cui il desiderio esclude la morte, ma le due pulsioni
intrecciate insieme, in una "confusione" che le rende
inseparabili.
Solo adottando tale doloroso punto di
vista potremo tentare di scavare nel mondo interno e di afferrare il
senso e l'origine di molte inquietudini che attraversano le esperienze
d'amore. Come spiegare altrimenti quello stato di estremo bisogno che si
prova soprattutto verso un oggetto d'amore perduto, quello struggimento
difficilmente traducibile in parole che ci fa talvolta balbettare
"Senza di te, non vivo più"? O ancora, in che altro modo si
può cercare di intendere quell'accanimento distruttivo - non
consapevole eppure tanto efficace - con cui anche individui non
patologici si rivolgono contro l'oggetto amato per sbranarlo, per farlo
a pezzi e per poterlo, infine, disperatamente rimpiangere? La passione
quindi è connessa al percorso labirintico per via della sua non totale
appartenenza alla solarità, alla bellezza e alla "beanza" del
soddisfacimento: essa non è, di fondo, soltanto una promessa di
felicità.
A
N N A S A L V O
è psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Collabora con il Dipartimento di sociologia dell'Università degli studi della Calabria.
Per "Il Manifesto" si è occupata di temi di psicologia clinica, di cui attualmente scrive su "La Sicilia".
Ha contribuito a "Verso il luogo delle
origini" (La Tartaruga, 1992) ,
a "Psicoanalisi al femminile" (Laterza, 1992).
Con Gabriella Buzzati ha pubblicato "Corpo a
corpo" (Laterza, 1995).
In edizioni Mondadori, nel 1994, è apparso "Depressione e
sentimenti".
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Tuttavia un
altro interrogativo, apparentemente, semplice, si affaccia sullo
scenario in cui l'eros si muove: cosa cerchiamo inseguendo la persona
amata? La prima risposta, la più ovvia e scontata, porterebbe a
sostenere che ciò che ci spinge verso "quella" persona
sono i sentimenti che al momento proviamo per lei, l'assoluta sicurezza
che lei, proprio lei, risponda alle nostre attese, il desiderio che
l'attrazione diventi reciproca. Tutto questo è, in qualche modo, vero,
ma a tale semplice certezza si affianca il sospetto che l'innamoramento
attuale, il desiderio di e per quella persona porti verso un passato
remoto, verso un desiderio antico e indecifrabile. Passato e presente si
intrecciano, si sovrappongono nel tempo dell'eros, che porta con sé
tracce, configurazioni di qualcosa che abbiamo perduto e abbiamo urgenza
di ritrovare. Freud ha più volte messo in evidenza come l'inconscio non
conosca il trascorrere del tempo, come tutto in esso si collochi in una
sorta di perenne presente. E allora anche la libido, il desiderio
sessuale che attraversa e pervade tutto l'Es, non segue l'andamento di
una freccia, ma piuttosto quello di un cerchio o quello di una spirale.
Mi è spesso capitato di ascoltare, e non soltanto dai pazienti in cura,
riflessioni, momenti di consapevolezza che riguardavano proprio tale
"strana" collocazione nel tempo dell'oggetto d'amore: quasi che
desiderare una persona non sia tanto una scoperta, quanto piuttosto un
ritrovamento. Giulia diceva "Mi comporto come se lui dovesse essere
qualcosa che già conosco. E allora pretendo che diventi il più
possibile simile a quella cosa che neppure io so bene com'è, ma che
c'è stata, che voglio riavere. E se non lo fa, mi arrabbio, ce l'ho con
lui, ma non posso dirglielo, mi prenderebbe per pazza".
Dalle parole
di Giulia possiamo trarre un'altra considerazione, assai importante per
intraprendere questa sorta di viaggio intorno al desiderio, ai modi in
cui esso si manifesta, agli spostamenti, alle contorsioni che lo
attraversano e, quindi, alle perversioni. Il desiderio infatti si nutre
di fantasia, si alimenta di immagini, di scene, di vagheggiamenti, che
danno alla sessualità la consistenza di una "vita sessuale".
Se così non fosse - e quando così non è -, la sessualità umana si
trasformerebbe in una serie di atti (di coiti, come si usa dire in
ginecologia) orribilmente ripetitivi, assertivi al fine della
riproduzione. Il godimento, il piacere, hanno infatti bisogno di una
dimensione più umana, quella del gioco delle immagini, dei teatri
interiori che prendono vita e si animano attraverso le fantasie
sessuali. Per far meglio comprendere l'intreccio delle fantasie nella
vita sessuale, ricorderò l'inizio di un film intriso di sottile
erotismo, Bella di giorno di Luis Buñuel. Una carrozza corre attraverso
un bosco, si ferma, e Séverine, la protagonista, per ordine del marito
viene legata ad un albero da due servi e frustata, mentre il marito le
urla insulti. Uno dei servi si avvicina e, sotto lo sguardo degli altri
due uomini, inizia a baciarla. La scena si sposta in un interno di casa
borghese. Solo nel corso del film gli spettatori comprenderanno che la
scena cui
hanno assistito era una fantasia, un desiderio di Séverine, non un
accadimento reale, ma che quella fantasia non è slegata dall'intreccio
della vicenda rappresentata.
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Luis
Buñuel: LA RAPPRESENTAZIONE DEL DESIDERIO IRRAGGIUNGIBILE |
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Luis Buñuel
sul set di "Bella
di giorno" (1966).
Protagonista: Caterine Deneuve
Egli soleva dire:
"Dammi due ore di attività al giorno, e passerò le altre
ventidue ore in sogni" |

La cover in Francia
di uno dei più famosi film di Buñuel "Il
fascino discreto della borghesia" (1972) |

"L'età dell'oro"
(1930),
uno dei due film che
Luis Buñuel sceneggiò e girò insieme al pittore surrealista Salvador
Dalì. Il film causò rivolte nei teatri parigini per le scene
di perversione troppo spinte. |
Questi temi
saranno ripresi più volte nel corso del testo: averli enunciati ha per
me il significato di indicare il bagaglio, gli strumenti con cui
iniziare quel viaggio intorno all'eros necessario per comprendere in
quali e quanti modi la perversione prende forma.

Il nostos e gli
intrecci d'amore
In genere si pensa che la nostalgia
sia un sentimento, un moto del cuore che si accompagna alla malinconia,
alla tristezza. E ancora, che essa faccia parte di quelle sensazioni,
difficilmente traducibili in parole, che attraversano il nostro mondo
interno e riverberano, poi, sul modo di guardare la realtà. Tale
consunzione dell'anima appartiene tuttavia anche ai modi in cui il
desiderio si orienta: essa pervade il movimento, le oscillazioni che
guidano la ricerca di un oggetto d'amore; si nasconde nelle fantasie
erotiche, si lascia intravedere nei diversi inseguimenti, nelle fughe
da e verso la persona amata.
Parlare di
nostalgia è in qualche modo necessario per afferrare le qualità più
profonde dell'eros e per comprendere poi come l'orientamento acquisti
consistenza. O, per meglio dire, è necessario attraversare il paesaggio
interiore della nostalgia per cercare di rispondere alla domanda: cosa
vuole un perverso?
La nostalgia nasce dalla memoria, da
qualcosa che il presente non è in grado di restituire. Freud ha parlato
di "uomini che..soffrono di nostalgia , ma non si ammalano".
La nostalgia è allora un modo non necessariamente patologico di
rapportarsi con ciò che abbiamo perduto, con ciò che poteva essere e
non è stato, con ciò a cui abbiamo rinunciato. Il mondo greco ha
sicuramente conosciuto i motivi del viaggio e del desiderio di ritorno:
il nostos. Ulisse è, per eccellenza, l'uomo guidato, posseduto da
questo stato d'animo. L'antichità classica, tuttavia, non ci lascia in
eredità la parola come noi la conosciamo e la usiamo.
Il vocabolo
fu coniato nel XVII secolo da un medico svizzero, Johannes
Hofer, per dar
nome ad un'affezione morbosa , quel desiderium patriae che assaliva i
soldati di ventura lontani dal loro paese. Il desiderio del ritorno era
tanto profondo, urgente e irrealizzabile da provocare uno stato di
abbattimento, di languore, di pena interiore che poteva spingersi fino a
lasciarsi morire. Il rimpianto per la patria lontana e la privazione
dell'ambiente familiare giungono a provocare uno stato di malessere
simile alla malinconia d'amore. In entrambi i casi, la memoria - come
giustamente i greci avevano intuito - diviene l'artefice della
sofferenza: ricordare uno stato passato di felicità, di appagamento,
rende insopportabile il presente. Un secolo più tardi, Madame de Staël
arrivò a sostenere che "la passione del ricordo è il più
inquieto dolore che possa impadronirsi dell'anima".
Il tema dell'esilio, del dolore del
ricordo, possiede comunque un carattere atemporale, non collocabile in
questa o quell'epoca storica, se già nel Salmo
136, detto appunto dell'esilio, è scritto: "Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci
siamo seduti e abbiamo pianto al ricordo di Sion". Il "mal del
paese" è struggimento legato alla memoria, è desiderio di un
ritorno non collocabile, è rimpianto, lacrime, quindi, difficoltà di
vivere l'attuale. La patria perduta (quella per esempio del Nabucco di
Verdi) è, insieme, l'oggetto del desiderio e la cura, il modo in cui
alleviare le sofferenze. Ulisse, il soldato di ventura , il popolo
d'Israele guariranno se riportati in patria, quando la dolcezza del
paese tanto desiderato potrà tornare a consolare il cuore, a lenire le
ferite, a interrompere, finalmente, il patimento.
Io credo che
a questo punto non sia difficile rintracciare affinità, neppure tanto
nascoste, tra i sentimenti dell'esule e quelli di chi perde o ha perduto
un oggetto d'amore.. L'amore infatti, come la nostalgia, costruisce
"luoghi santi", non solo in senso figurato ma anche reale: si
pensi al modo in cui si percepisce la casa della persona amata, il
quartiere in cui essa è collocata, il percorso che vi conduce. Tutto
diviene un bene prezioso e irrinunciabile, tutto parla dei propri
sentimenti; le cose si animano, acquistano una particolare bellezza,
un'unicità visibile solo agli occhi di chi ama. E' difficile, in questo
caso, distinguere la beatitudine che il desiderio d'amore porta con sé
dalla sottile aura di feticismo che circola tra gli oggetti legati alla
persona amata.
Eppure,
talvolta, tale miracolo crolla: l'oggetto d'amore viene perduto e una
sorta di catastrofe, di sensazione di fine del mondo invade chi subisce
la perdita, chi è chiamato ad arrendersi di fronte alla fine di un
sogno. Allora, come per Ulisse e il soldato di ventura, inizia un
percorso di patimenti, un'esperienza interiore in cui si alternano moti
del cuore differenti. Certezza del recupero, sogni di ricongiungimento
prevalgono o soccombono in una specie di battaglia interna contro il
vuoto della perdita, l'inaccettabilità del presente, lo sconquasso
affettivo. Come un naufrago, come Ulisse, chi perde la persona amata
desidera tornare "in patria", è mosso verso la propria Itaca
da una nostalgia ingovernabile, che non accetta nessuna sostituzione.
Credo che
chiunque abbia vissuto tale esperienza sappia come ci si ingegni per non
essere totalmente travolti dalla sofferenza, come si impari a
fronteggiare il dolore straziante della perdita. Accade così che a
fianco della vita quotidiana - banale e ripetitiva, in cui ci si muove
quasi come automi - si costruisca spesso una vita "altra",
fatta di fantasia, di sogni ad occhi aperti, di intrecci inventati. In
questo altrove, in cui si è padroni e registi, la perdita non è mai
avvenuta, la persona amata è ancora lì, presente: si coltiva allora
una sorta di vita doppia, si passa dalla routine sempre uguale a se
stessa alle fantasticherie della vita "inventata". Nonostante
questi sforzi, però, ciò che abbiamo perduto rende distratto, assente
il nostro essere nel mondo. La nostalgia diviene simile a una musica
interna che ossessivamente fa sentire le sue note: dal pianissimo
dei momenti di patimento velato, appena percepibile, al tempestoso
della disperazione, del desiderio di morire. "Oh dolci baci, oh
languide carezze! L'ora è fuggita. Io muoio disperato": le
drammatiche parole della famosa aria di Cavaradossi nella Tosca non
suonano eccessive nè retoriche a chi è catturato dalla nostalgia per
un amore perduto.
Accanto a
questa modalità disperata e disperante di rimpianto chiuso, consapevole
della perdita, vi è un'altra forma di nostalgia, più erratica, più
vaga, più aperta. E' la delusione che prende talvolta l'esule al
momento del ritorno in patria o l'indefinibile disappunto che si palesa
in chi riesce, finalmente, a ritrovare l'oggetto perduto. Leonardo da
Vinci scrivendo sul senso della pittura ha sostenuto che essa è
"cosa mentale"; allo stesso modo, la nostalgia
è, in questo
caso, vicenda della mente, non riposa nella gioia dello sguardo che si
appaga dei paesaggi familiari ritrovati. Nulla può guarirla, nessun
rimedio, nessun farmaco, nessun oggetto può farla arretrare. Essa si
dispiega senza una direzione precisa, vuole sempre raggiungere un altro
luogo, cerca continuamente un oggetto diverso. Non conosce quiete, non
sa cosa significhi sostare.
(...) E così un
sentimento che a prima analisi appariva soprattutto legato a esperienze
dell'anima, a un sentire del cuore, ci rivela una consistenza che lo
avvicina e lo connette alla vita sessuale. Mettere a fuoco tale stretta
parentela è molto importante per poi comprendere in che modo si muove
la perversione, dove si arresta e quale sogno impossibile insegue.
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Il tema delle
perversioni è trattato da Freud nei seguenti testi:
1. I tre saggi sulla teoria
sessuale del 1905
rappresentano il fondamento teorico e unitario della sessualità. In
questo saggio Freud fa emergere la portata della natura del bambino,
della sua sessualità pregenitale e lo definisce: perverso polimorfo.
2. Il problema economico del
masochismo del 1924 è la
revisione del concetto di masochismo, già interpretato come derivato da
un preesistente sadismo sia nei Tre saggi sulla teoria sessuale
da cui si evince anche che le perversioni, in particolare
nell'articolazione su differenti piani in Un
bambino viene picchiato (1919),
si possono fondare sul sadismo e sul masochismo.
3. Il feticismo
del 1927, qui Freud elabora la parola Verleugnun,
(rinnegamento, disconoscimento), diniego, che implica una vera e propria
scissione dell'Io, ma sul significato di questo termine troviamo anche
un altro lavoro interessante: L'organizzazione
genitale infantile del
1923 e, infine, nel Compendio
di psicanalisi del 1938;
Freud distingue ulteriormente fra il concetto di rimozione e quello di
rinnegamento, sconfessione, specifico della perversione.
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Fantasia e nostalgia
Finora ho
parlato della nostalgia nei confronti della patria, della persona amata,
di oggetti in qualche modo reali. Immanuel Kant, molto prima che la
psicoanalisi venisse a proporre una nuova visione del mondo, aveva
intuito che chi soffre di nostalgia non rimpiange tanto un luogo quanto
un tempo: la propria giovinezza, l'infanzia felice vissuta nel paese
delle origini. Già per Kant, quindi, il sottile patimento prodotto
dalla nostalgia non poteva essere guarito da alcun ritorno. E' infatti
il tempo il vero nemico contro cui il nostalgico cerca disperatamente di
combattere: non poter recuperare quella felicità è il dramma che non
riesce ad accettare.
Di
quale desiderio di ritorno, o tentativi di ritorno, parla Freud?
Nell'interpretazione psicoanalitica si verifica uno spostamento di messa
a fuoco: i luoghi esterni - la patria, il villaggio, la casa - diventano
paesaggi interiori, si trasformano in una vaghezza, la beatitudine
dell'infanzia. Roberta, una donna di circa trent'anni, senza aver mai
letto né Kant né Freud, diceva: "Allora io ero felice. Sono stata
una bambina che ha avuto tutto: quelle attenzioni, quelle tenerezze,
quelle cure che ti fanno sentire che non hai bisogno di altro. Ci penso
sempre, non posso non pensarci. Così, ogni giorno devo tornare a casa,
da mia madre e mio padre. E li odio, perché tutto è finito, e li
rimprovero perché loro sono la causa della mia sofferenza".
Una furiosa
lotta contro il tempo, un desiderio senza tregua di ritorno traspaiono
dalle parole di Roberta: i suoi sintomi fobici - non poter restare sola,
soprattutto nella sua casa di donna adulta - celavano un insaziabile
bisogno di regressione. Come Pollicino, la paziente si sentiva
"schiacciata" dalla casa dei genitori, verso cui comunque era
"costretta" a tornare; il suo rancore nei loro confronti era
quello di chi ha subito un atto di malvagità, un sopruso. Ecco quindi
come tempo e spazio si confondono nella costruzione nostalgica: la casa
(un luogo) diviene l'infanzia (un tempo). Non si tratta più, come per
l'esule o per Ulisse, dell'evento reale del ritorno in patria ma del
meccanismo psichico della regressione, di un viaggio all'indietro nel
proprio tempo interiore.
In che modo
tale necessità di "tornare indietro" o, meglio, di "non
andare mai avanti" si collega al tratto perverso? Rinnegare la
realtà, fingere che non esistano le differenze è l'ambizioso e
doloroso progetto del perverso. Sto parlando delle qualità psichiche
profonde della perversione: ciò che la contraddistingue, che le dà
vita, è l'impossibilità o l'incapacità di accettare i limiti; limiti
costituiti dai confini che distinguono e separano il proprio Io da
quello degli altri, un sesso dall'altro, una generazione dall'altra.
Questo tema, centrale nell'interpretazione psicoanalitica, tornerà più
volte nel corso del testo, sarà come quelle frasi che, diversamente
svolte, ritornano continuamente in una composizione musicale.
Per Roberta,
come per molti nevrotici e come per molti di noi, il tratto perverso si
lasciava intravedere nel desiderio onnipotente di fermare il tempo, di
essere ancora e sempre "quella bambina felice" che ricordava
di essere stata. L'adorazione dell'infanzia non lasciava spazio mentale
ad un'altra esperienza, le faceva disprezzare tutto ciò che aveva nel
frattempo costruito, esercitava su di lei un potere assoluto. Come un
grande feticcio, l'infanzia gettava ombre sulla sua vita e nulla poteva
sostituirla: era, insieme, un ideale e un idolo. E il rimpianto prendeva
le sfumature di un sentimento colpevole, di qualcosa di cui vergognarsi,
che poteva essere mostrato solamente attraverso una malattia, i sintomi
fobici (come si è detto, il non poter rimanere da sola nella propria
casa e la necessità di ritornare a quella dei genitori).
Forse Roberta
non era riuscita, da bambina, ad arricchire il proprio mondo interno di
quella capacità di fantasticare, di costruire sogni ad occhi aperti che
rendono più sopportabili le perdite. Ho già parlato di ciò accennando
all'esperienza di chi affronta una delusione d'amore, la perdita di un
oggetto amato. Ma tale capacità di costruire scenari interiori, dove
il possibile e l'impossibile si incrociano e si sovrappongono, riveste
nella nostra vita psichica un'importanza che va ben oltre quella del
piccolo rimedio contro le pene d'amore.
E' da molto
piccoli, infatti, che si impara a far uso delle fantasie per riempire il
vuoto di sentirsi soli, separati, espulsi da quella pienezza
irripetibile che è, nella primissima infanzia, la diade madre-figlio.
La madre è colei che dà origine al primo senso di solitudine e alla
prima nostalgia. Fantasticare diviene allora per il bambino lo
spazio-tempo in cui creare e ricreare pezzi di quel mondo perduto in cui
passato e presente si confondono, dove realtà e desiderio coabitano
senza urti. Attraverso tale esperienza il piccolo elabora il dolore
della perdita, si prepara ad accettare che per quella pienezza, quella
beanza, quella totale appartenenza reciproca non c'è ritorno. E il modo
in cui il bambino si rapporta, in cui vive, nel mondo interno, tale
esperienza originaria di separazione e di perdita è fondamentale per
come poi si costruirà la soggettività. I segni lasciati da
quest'esperienza continuano, coattivamente, a riapparire nel mondo
affettivo adulto, seppure "travestiti" da altro: il primo
oggetto d'amore e il modo in cui ne abbiamo accettato o meno la perdita
si ripropongono nella vita adulta in forma di comportamenti e di sintomi,
attraverso percorsi psichici contorti e complessi, talvolta perversi. Si
tratta di una sorta di "pietra d'inciampo" contro la quale si
va continuamente ad urtare, cadendo oppure conquistando nuove forme di
equilibrio. La capacità di restare in piedi, di non rovinare
nell'angoscia di una perdita mai elaborata è collegata con l'esperienza
del fantasticare di cui si è già detto e che il bambino oppone al
vuoto dell'originaria separazione.
Ma quali sono
le caratteristiche del mondo della fantasia, dell'"area di
transizione"? Questa si pone come un "regno intermedio",
come uno spazio di sospensione tra la realtà esterna e il mondo
interno del soggetto. "...avevamo la gioia che dà quel che non
muta/ stavamo là in uno / spazio in mezzo tra mondo e balocchi":
così, nella IV delle Elegie duinesi, con quella sapienza che non
ha bisogno di conoscenza teoretica, Rainer Maria Rilke allude al
carattere di sospensione proprio del fantasticare infantile. L'area di
transizione non conosce infatti confini precisi, non può essere
definita in termini puntuali. Il piacere che in essa si prova è molto
simile al piacere della produzione artistica, dell'elaborazione
culturale. Giocare con le immagini, con le idee, con le parole può
assumere, in un individuo adulto, il significato profondo di una
costruzione che aiuta a sopportare l'orrore del vuoto, lo strazio di una
spaventosa e spaventevole condizione di solitudine. Fantasticare produce
uno stato di "lieve narcosi": negli intrecci degli scenari
inventati si diventa capace di sopportare il dispiacere, la delusione,
l'insoddisfazione.
Durante
l'infanzia la presenza-assenza della madre - primo oggetto d'amore e
quindi prima causa di nostalgia - diventa sopportabile grazie alla
costruzione della sua figura in fantasia; alla presenza reale della
madre il bambino impara ad accompagnare l'immagine fantasticata. E in
questi sogni ad occhi aperti, in questi castelli in aria, il piccolo,
come l'adulto, può continuamente mutare gli scenari e gli intrecci: le
vicende fantastiche si adattano a molte manipolazioni, a infiniti
cambiamenti. Si comprenderà ora meglio perché, a proposito di Roberta,
ho connesso il non sapere o potere accettare la perdita
dell'infanzia con la probabile scarsa esperienza del fantasticare. Ciò
da cui dobbiamo separarci vive in noi attraverso la fantasticheria e, in
tal modo, non è perso per sempre. Per la paziente, invece, quella
perdita era tanto più grave e intollerabile perché era rimasta
incatenata al dato reale: il suo rimpianto era una sfida accanita contro
il tempo, era il segno di un dolore che non conosceva lenimento.
Fantasticare
ha sempre una tonalità nostalgica, che contiene in sé una sorta di
cura contro l'assenza: affinché quest'ultima non divenga un coltello
che lacera il cuore è forse necessario saper costruire, inventare mondi
fantastici che ci aiutano a sopportarla. Ma in questi scenari sia il
bambino che l'adulto si muovono come acrobati che camminano sul filo,
in una condizione di perenne rischio, dove le regole del tempo e della
spazio vengono continuamente violate. E ancora, gli intrecci, i
mutamenti, le variazioni sempre possibili riportano all'antico
desiderio, quello di essere tutt'uno con l'oggetto amato, di dominarlo,
di possederlo, di manipolarlo.
C'è in tutto
questo qualcosa di perverso? La risposta è complessa. Certo, c'è
qualcosa di perverso nel desiderare un'unione totale ed assoluta,
una
sovrapposizione indistinta con l'oggetto d'amore, nel negare i confini e
i limiti della separazione. E ancora, c'è qualcosa di perverso nel
confondere passato e presente, nella cerimonia della finzione, nel
bisogno di dominio e di manipolazione. Tuttavia, proprio la capacità di
abitare in uno stato di "lieve narcosi", di "illusione
legittima" si oppone a quella fascinazione perversa che pretende di
sovrapporre realtà e desiderio. Poiché proprio in tale pretesa sta il
nodo che il perverso non riesce a sciogliere. Semplificando, potremmo
forse dire che per la perversione non esistono fantasie, ma solo azioni
coattive; il desiderio è vissuto come un diritto e, in quanto tale, non
accetta spostamenti né soddisfacimenti diversi. Come un diritto, esso
pretende di esprimersi nella realtà, di essere tradotto in una
visibilità concreta.
Quanto tutto
ciò sia "mortifero" l'ho capito dai sentimenti che io stessa
provavo ascoltando Andrea, il paziente che vedeva il suo
"vizio" condannato a divenire "una cartolina
pornografica". Egli raccontava la sua necessità di essere punito
dalle donne, il suo bisogno di abiezione, di mortificazione, di
indegnità. Tutto questo si traduceva, di tanto in tanto, in
"azioni sempre uguali", che seguivano un cerimoniale da lui
prestabilito. Andrea pagava le donne per esigere il suo diritto ad
"essere offeso". Dopo qualche seduta, centrata su questi temi,
la mia attenzione su di lui cominciò a scemare: venivo presa da una
sorta di sonnolenza, da una noia mortale. E proprio indagando su questo
mio sentimento, attraverso quest'esperienza diretta, ho compreso quanto
avevo studiato e letto circa il carattere plumbeo, inabissante,
dissolutorio dell'azione perversa. La mia noia, il mio desiderio di
dormire erano un tentativo di fuga da ciò che il paziente mi trasmetteva,
il "sempre uguale" della morte. Il tono monotono di Andrea, la
sua accuratezza nel descrivere i particolari - come di chi osservi ad un
microscopio il movimenti di un batterio -, l'assenza di variazioni erano
esattamente l'opposto della vivacità, della giocosità e
dell'irriverenza delle fantasie erotiche.
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Feticismo e chat rooms

Potremmo dunque
ipotizzare che la figura della
malinconia del postmoderno sia
proprio il cibernauta.
Come il flâneur baudelariano cercava rifugio nella folla proprio per
quel suo sguardo estraniato, per la sua impossibilità di appartenenza
ad una società ottimisticamente eccitata dalla rapidità del suo
sviluppo tecnico (Benjamin, 1981), così il cibernauta conosce il
lato oscuro dello sviluppo tecnologico e vi ci sprofonda,
si adatta alla rapidità dei suoi cambiamenti, alla veloce obsolescenza
di software e hardware, installando programmi sempre più aggiornati, ma
solo lui, che frequenta il cuore
nero delle chat, con un enorme
dispendio di tempo ed energie che non producono niente, sa verso dove lo
conduce il vertiginoso viaggio in cui trova sogni sperduti di
un’umanità desiderante che annega nell’attrazione per il
sex appeal dell’inorganico, per
quella macchina-feticcio
che diventa il vero, inerte interlocutore.
Fonte: Il nero
virtuale, in AAVV,
Athanor, (a cura di S. Petrilli), anno IX, nuova serie, n.1,
Lecce, ed. Piero Manni


Nel linguaggio
feticistico si esprime il fatto che, per un verso o per l'altro, la
maggior parte delle cose che arredano il nostro mondo sembrano essere
più di
quel che sono,
appaiono vive e attive
quando dovrebbero essere solo dei prodotti inerti dell'attività umana, possiedono
un'immagine capace di affascinare,
sono protagoniste di storie edificanti e leggende epiche,
dimostrano di avere potere su di noi, ci
fanno innamorare. Un doppio
scambio è caratteristico di queste
figure del feticcio: ciò che dovrebbe essere solo
una cosa inerte vi si presenta con i
caratteri più intensi della vita e del potere; ciò che al contrario è
vivo e riguarda la persona,
come corpo, risulta ridotto a puro oggetto,
cosa tra le cose. In questo scambio circolare tra la percezione della
vita e della morte, del personale e dell'inorganico, si gioca uno
straordinario potere di attrazione,
erotico e teologico allo stesso tempo. Il suo motore segreto è l'assenza.
Fonte:
Ugo
Volli, Fascino.
Feticismi e altre idolatrie, Milano,
Feltrinelli 1997
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L'età dell'oro: senza alcun limite
Da dove nasce il desiderio di essere un
tutt'uno con l'oggetto amato? Perché, per alcuni individui, è così
difficile accettare la separazione, colmarla con le fantasie? Qual è
l'oggetto che il perverso non può sopportare di avere perduto? Per
tentare di rispondere a queste domande occorre riconsiderare l'intera
questione percorrendo un cammino a spirale piuttosto che uno diritto. Freud
ha sostenuto che "amore è nostalgia",
e non per qualcosa di vago, di indefinibile, ma per quel primo,
originario, fondante oggetto d'amore che è il corpo materno. L'inconscio trattiene e mantiene vivo lo struggente desiderio di ritorno
verso il "luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo e che anzi è
la sua prima dimora...il corpo della madre".

|
P
A R A F I L I E
Si
tratta di quelle manifestazioni patologiche della sessualità che
sono state chiamate dapprima perversioni e poi deviazioni
sessuali.
Ad esse
non appartiene più, da quasi trent'anni, l'omosessualità. Il nuovo termine vuole indicare che la deviazione (para) dipende
dall'oggetto fonte di attrazione (filia).
Prima che nelle forme di rilievo clinico, se ne possono vedere
nuclei non necessariamente patologici in soggetti che possono
avere comunque difficoltà a vivere la relazione intima in modo
anche emotivamente coinvolgente.
Di solito si presentano associate ad un desiderio sufficiente,
all'incapacità di investire in una direzione oggettuale definita
e alla necessità di far fronte a sentimenti di vuoto. Nelle loro
espressioni più benigne, le parafilie presentano ancora un certo
grado di flessibilità e il soggetto non ne è imprigionato senza
via d'uscita.
Ciò
invece avviene nelle forme parafiliche organizzate, le
quali hanno una codificazione diagnostica ben definita.

Secondo l'ultima edizione del "Manuale Diagnostico e Statistico dei
Disturbi Mentali" (DSM-IV) prodotto dall'American Association of
Psychiatry:
le
caratteristiche essenziali di una parafilia sono fantasie, impulsi
sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti
sessualmente che riguardano :
1) oggetti inanimati;
2) la sofferenza o l'umiliazione di se stessi o del partner;
3) bambini o altre persone non consenzienti.
Devono manifestarsi per almeno sei mesi
Il
DAM-IV aggiunge che
"Per
alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili
per l'eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell'attività
sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano
solo episodicamente (per esempio, durante periodi di stress),
mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente
senza fantasie o stimoli parafilici. Il comportamento, i desideri
sessuali, o le fantasie causano disagio clinicamente significativo
o compromissione dell'area sociale, lavorativa, o di altre
importanti aree di funzionamento.
Le fantasie parafiliche possono essere agite con un partner non
consenziente, in modo da risultare lesive per il partner stesso.
Il soggetto può andare incontro ad arresto e reclusione.
I reati sessuali contro i bambini costituiscono una parte
significativa di tutti i crimini sessuali riportati e i soggetti
con esibizionismo, pedofilia e voyeurismo costituiscono la maggior
parte dei criminali sessuali arrestati. Le relazioni sociali e
sessuali possono essere danneggiate se altri trovano il
comportamento sessuale vergognoso o ripugnante o se il partner
sessuale del soggetto rifiuta di condividere le preferenze
sessuali inusuali.
In alcuni casi, il comportamento inusuale (per esempio, atti
esibizionistici o la collezione di oggetti feticistici) può
diventare l'attività sessuale principale nella vita
dell'individuo".
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"In
quel corpo io sono stata": così mi diceva, quasi sottovoce,
Luisa, una paziente che aveva difficoltà a sostenere il lutto per la
perdita della madre. Tale struggente e "furioso attaccamento"
non emerge facilmente alla coscienza, non fa parte di quei sentimenti di
cui riusciamo, con agio e tranquillità, a far parola. Piuttosto, esso
rimane nascosto, quasi sepolto nelle zone più profonde dell'inconscio e
si pone come un segreto che tale deve restare.
La potenza di quel
desiderio inconfessabile agisce però nell'apparato psichico, fa sentire
la sua voce in modo contorto, complesso, difficile da districare,
imponendosi come qualcosa che attraversa e perturba tutta la vita degli
affetti. Ogni successivo amore, ogni successivo attaccamento, porta con
sé le tracce della prima esperienza di attaccamento e amore, quella per
il corpo materno.
"L'impressione organica di questo primo nostro godimento vitale
fu certamente tale da rimanere scolpita in noi in modo indelebile"
scrive Freud in "Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci".
Il luogo delle origini, il corpo materno, circondato da un desiderio
segreto e potente, si ripropone in tutte le esperienze d'amore, nel
bisogno di protezione, di unione, di possesso reciproco, nella ricerca
di quell'appagamento che si manifesta nel "sentirsi a casa".
La pienezza, la beanza che provenivano dal primo oggetto d'amore mettono
in moto la ricerca di qualcosa di simile, di qualcosa che assomigli a
ciò che abbiamo conosciuto. Di tutto questo, è ovvio, non siamo
consapevoli, anzi, rimarremo spaventati e impietriti se mettessimo a
fuoco l'evidenza di tale desiderio proibito. Non mi riferisco, in questo
caso, a quell'amore-passione per la madre noto, non solo nella
letteratura psicoanalitica, come complesso di Edipo. Parlo di un'epoca
infantile più remota, di un attaccamento e di una passione più
antichi, di un' "età dell'oro" che
precede il triangolo edipico.
Forse
ricordare in che modo si è tramandato, nella cultura occidentale, il
mito dell'età dell'oro aiuta a comprendere meglio la scelta di tale
immagine a proposito di un complesso psichico. Esiodo e dopo di lui
Platone ne Il politico raccontano di un'epoca mitica in cui gli
uomini non dovevano fare alcuno sforzo per vivere, per nutrirsi: il grano
cresceva senza che si dovesse fare fatica per coltivarlo. Virgilio,
nella IV Bucolica, ritorna su questo tema, descrivendo con molti
particolari la felicità e la pacificazione che regnavano nell'età
dell'oro: le belve erano domestiche, la terra dava ogni tipo di frutto,
gli uomini non erano impegnati in alcuna attività violenta o
pericolosa.
La vita stessa si svolgeva in maniera "autonoma"
dall'intervento umano, secondo il concetto greco di automatos
bios, cioè quella condizione in cui
tutto accade senza che l'individuo desideri qualcosa o si impegni
per essa: in questo regno dell'indistinto, la mancanza, il desiderio o
il bisogno vengono cancellati. Per il poeta latino tutto questo è già
accaduto in un'epoca originaria della civiltà umana, ma potrà tornare
ad accadere.
Il mito dell'età dell'oro contiene quindi una nostalgia
per il passato e un desiderio per il futuro. In tal senso è simile a
quelle tracce mnestiche che permangono segretamente nel nostro
inconscio, a testimonianza della pienezza assoluta data in dono dal
corpo materno.
Luisa era "stupefatta"
quando ricordava la promiscuità, la contiguità di pelle e di umori che
l'avevano legata, un tempo, al corpo della madre. E anche noi rimaniamo
disorientati quando tale segreto desiderio di ritorno prende maggiore
consistenza, quando lo sentiamo nominare o si pone dentro di noi come un
pensiero sia pure fuggevole.
Perché questa paura, questo
spaesamento,
questo fastidio? Perché, in qualche modo, il principio di realtà, l'Io
ci suggeriscono l'impossibilità di tale ricongiungimento, in quanto
siamo consapevoli che è avvenuta una frattura, una separazione. Su tale
desiderio, su tali fantasie cade la legge dell'interdizione.
|
(...) L'età dell'oro, la nostalgia
per quella pienezza che non conosce confini può dar luogo ad operazioni
psichiche differenti. Può divenire un feticcio - come nel caso di
Roberta -, un oggetto da mantenere immobile, così come è stato, un
simulacro inamovibile, una cerimonia carica di idolatria. E può
acquistare, invece, una consistenza più duttile, può dar luogo a
movimenti di allontanamento, non solo a manifestazioni di attaccamento
feroce: è allora possibile accettare oggetti sostitutivi, negoziare la
perdita. Perdere, disgiungersi, abbandonare, non rappresentano
necessariamente un crollo, una catastrofe: il depresso e, per altri
versi, il perverso sono invece convinti proprio del contrario. Entrambi
non sono capaci di conoscere e comprendere le oscillazioni, i movimenti
di andata e ritorno che il desiderio compie quando investe un oggetto
d'amore. Senza fratture, senza lacerazioni, senza incrinature.
Giulia
nutriva per la madre un affetto assoluto, un'adorazione piena di
dolcezze. Aveva "scelto" di ammalarsi - dall'età di quattordici anni il suo rapporto con il cibo era divenuto assai
problematico - piuttosto che "incrinare" quell'amore con
sentimenti ambivalenti. "Mia madre mi capisce senza parlare"
diceva nei primi tempi della terapia "le basta uno sguardo per
sapere ciò che penso, come mi sento. Mi aiuta, mi sostiene; è molto
diverso dallo stare vicino a una persona. Non so spiegare questa cosa
che è più, molto più dell'affetto". Da piccola, Giulia era presa
da profonde crisi di disperazione quando la madre usciva di casa. Si
recava allora in camera da letto, guardava i vestiti della madre e
piangeva, pensando che forse non sarebbe tornata mai più, che forse
era morta.
(...)
Riprodurre quell'antico rapporto, riattualizzarlo e pretenderlo nel
presente soddisfa, probabilmente, anche il desiderio onnipotente di
dominare il trascorrere del tempo, di fermare l'avvicinarsi alla e della
morte. Eppure, nonostante le pericolose implicazioni che ho cercato di
illustrare, la nostalgia del corpo materno non appartiene solamente a chi
produce sintomi, alle persone malate, ai perversi, per esempio. Essa
impregna la vita psichica di ciascuno di noi, agisce sotterraneamente,
riverbera sulla nostra vita affettiva e sessuale.
"Non
posso neppure darvi l'idea della grande influenza di questo primo
oggetto sulla scena di tutti gli oggetti successivi, degli effetti
profondi che esso produce, nelle sue trasformazioni e sostituzioni, fin
nelle zone più remote della nostra vita psichica": così scrive
Freud nell' "Introduzione alla psicoanalisi". (...) La vita sessuale, con
le innumerevoli fantasie che l'accompagnano, può essere intesa come un
tentativo di costruire e ricostruire quell'antica felicità.
Costruire e
ricostruire: vorrei richiamare l'attenzione sul significato di questi
due verbi. Essi si pongono come una possibile linea di confine fra un
tratto marcatamente perverso e uno più sano. Costruire e ricostruire
sono, appunto, le operazioni che la perversione non riesce ad
accettare: essa non accetta la perdita, la separazione, il trascorrere
del tempo. L'età dell'oro si pone, nell'economia perversa, non come
qualcosa da reinventare, come una ricerca di nuovi oggetti, ma come un
diritto cui non si può rinunciare. Si ricorderà il senso di noia
mortale, l'inquietante sonnolenza che mi era trasmessa da Andrea quando
raccontava le sue cerimonie perverse, quando, con la precisione di un
biologo, descriveva gli atti sessuali nel corso dei quali doveva essere
punito. Cosa mancava ad Andrea? Io credo gli mancasse la duttilità, la
capacità di reinventare il piacere, la giocosità delle fantasie
erotiche. Andrea era prigioniero della ripetizione: tutto doveva essere
sempre uguale. Egli era la vittima ma anche il padrone: veniva
picchiato, insultato, umiliato, ma era lui che "dava gli
ordini", era lui che imponeva, pagando, che tutto ciò gli fosse
fatto. La sessualità era per lui una sorta di oggetto morto. La madre,
il primo oggetto d'amore, viveva in lui come un feticcio, come un idolo.
La separazione, la fine dell'età dell'oro era stata vissuta come una
colpa tremenda. Nessun nuovo oggetto poteva sostituirla: Andrea non
sapeva costruire e ricostruire. La nostalgia, che, come ho già detto,
è "cosa della mente", non riusciva a portarlo verso qualcos'altro
e lo teneva incatenato, imbrigliato, nel desiderio più antico.
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CRASH:
EROS E TANATHOS IN AUTOMOBILE |
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La scena clou di "Crash",
in cui il protagonista è sessualmente attratto dalla moglie
appena morta in un incidente automobilistico
|
IL
ROMANZO
Il
profondo senso di catastrofe
che
aveva gravato come i fanali
sospesi
sulle mie precedenti escursioni autostradali, si era
affievolito.
La
presenza di Vaughan, aleggiante intorno a me lungo
le
sopraelevate affollate di traffico, mi convinceva che una
qualche
chiave all'imminente conflagrazione automobilistica
finale
fosse pur possibile trovarla.
Le
sue foto di atti sessuali, di sezioni di griglie di
radiatori
e di cruscotti, di congiunzioni tra gomito e cornice
cromata
di finestrini e tra vulva e
chiesuola
di strumentazione, riassumevano le possibilità di
una
nuova logica creata da quegli artefatti moltiplicatori,
erano
i codici di un nuovo connubio fra sensazioni e possibilità.
James
G. Ballard, Crash
James
Ballard, in Crash, individua l'incidente come “metafora
estrema per una situazione estrema”, dove l'uomo in automobile,
oltre che potente simbolo sessuale, è metafora delle condizioni
della società tecnologizzata; simbiosi di organico e di
inorganico, naturale e artificiale, fisiologico e macchinale,
pulsionale e inanimato.
Ballard vede nella quantità smisurata di
incidenti d'auto la forma del “cataclisma pandemico
istituzionalizzato in tutte le società industriali”.
Per
questo, Crash è una sorta di atlante immaginario di Eros e
Tanathos in automobile, e ne contiene tutte le inquietudini
e le ebbrezze. |
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La cover del film
(James Spader e Holly Hunter)

Rosanna
Arquette |

James Spader e
Elias Koteas

David
Cronenberg, il regista-cult di Crash (1996),
canadese, il
quale trova nel romanzo di James G. Ballard pane per le proprie
ossessioni: la nascita di nuove forme di sessualità indotte dalla
tecnologia, il rapporto perverso e autodistruttivo tra eros e
civiltà. Ricordiamo, tra gli altri: Scanners (1981), La zona morta
(1983), La mosca (1986), Inseparabili (1988), M.
Butterfly (1993), eXistenZ (1999). |
|
|

Il "filo
del desiderio" - si ricordi che anche Teseo porta con sé un filo
nell'affrontare la prova del labirinto - parte dalla madre per spostarsi,
per cercare, ancora e sempre, qualcosa che reinventi la felicità
perduta. Andrea non conosceva la duttilità, l'oscillazione, la
capacità di giocare tra il desiderio di ritornare e quello dell'andare.
E' proprio tale oscillazione, infatti, che rende possibile, in ciascuno
di noi, il procedere della vita amorosa, l'estendersi, il dilatarsi del
desiderio che, come un viaggiatore d'altri tempi, cerca nuove mete.
Certo, anche in noi agisce la nostalgia del ritorno, la memoria di
quell'antica felicità. Però ne possiamo accettare la perdita (...).
Laddove c'è
sintomo, invece, non c'è possibilità di
rinuncia. Elisabetta aveva
amato la madre di una passione totale, l'aveva accudita e assistita
nella lunga malattia che l'aveva portata a morire. Ridotta alla
condizione di un corpo inerme, ella era consegnata "nelle
mani" della figlia, quasi come un neonato completamente affidato
alle cure materne. Chi era la madre e chi la figlia? In realtà, fin
dall'adolescenza, Elisabetta aveva preteso di far da madre a sua madre;
la "ossessionava" con continue telefonate, cercandola
dappertutto quando non la trovava in casa. Non stimava il padre:
lo considerava un individuo insignificante, un ospite indesiderato
all'interno della famiglia; i fratelli erano figure pallide, relegate
sullo sfondo. Lei, l'ultimogenita, era "l'unica figlia" di sua
madre: la loro intesa era perfetta, "a quell'amore non mancava
nulla ". Durante la malattia, allontanò i suoi fratelli e si
impossessò completamente della madre, ritornando ad abitare per lunghi
mesi nella casa dei genitori. Piero, l'uomo con cui viveva, si recava
più volte al giorno a trovarla, a portare il suo aiuto, a sorreggerla.
Ma, quando la madre morì ed Elisabetta tornò alla loro casa, Piero le
comunicò la propria incertezza circa il loro legame e decise di
andarsene. Le ripeteva "Tu non mi hai mai amato. Io sento che
qualcosa tra noi non ha funzionato. Ho bisogno di prendere tempo, di
capire". Cos'era accaduto? Piero era in qualche modo cosciente
della gelosia che provava verso la passione che aveva legato la paziente
alla madre. L'amore di Elisabetta per lui gli sembrava quasi inesistente
se paragonato alla forza potente e assoluta di quel sentimento antico,
di quel patto indissolubile. Dopo qualche mese si riavvicinò alla
paziente, chiedendole però un legame diverso, e cioè di poterla vedere
solo quando lo desiderava. Elisabetta iniziò allora a tormentarlo , a
pretendere ciò che lui in quel periodo non riusciva a darle per
poterlo "accusare" delle sue mancanze.
In che modo
il dolore, lo struggimento per la perdita agivano in Elisabetta? La morte
della madre aveva portato a galla sentimenti remoti, mai risolti: quel
legame, così appagante, senza limiti, in cui l'una poteva prendere -
psichicamente - il posto dell'altra, mostrava tutta la sua carica
distruttiva. Come Giulia col cibo, Elisabetta aveva scagliato contro il
compagno tutto il suo odio, il suo rancore, il suo desiderio di
annientamento. La perdita doveva essere denegata, e non solo nel senso
della morte della madre: ciò che la paziente non riusciva a sostenere
era la fine di quel primo legame, che viveva nel suo interno come un
ideale mai abbandonato. Un dolore quasi senza nome, carico di morte -
come carica di morte era la vita sessuale di Andrea -, prendeva il posto
della nostalgia, che sa accettare, invece, il distacco, la fine di
qualcosa. Si tratta forse di una "falsa nostalgia": non c'era
infatti in Elisabetta un oggetto perduto, assente, ma la
riproposizione angosciosa di una immobilità carica di pena, il
tentativo di falsificare la perdita, di opporsi al trascorrere del
tempo. La madre, così idealizzata, così perfetta, era diventata un
feticcio. Ricordarla era l'equivalente di venerarla, in un miscuglio
senza ordine e senza confini di cose che erano state ma non erano più,
che lei desiderava ma che non potevano più esistere. Lo stesso
esercizio del ricordo, della commemorazione, era attraversato da un che
di infero, di demoniaco: non vi era nel suo ricordare alcun aspetto
vitale, vibrante, ma piuttosto "l'immobilità dolorosa del
sadomasochismo".
Ho parlato a
lungo di Elisabetta, scendendo molto nel suo mondo interno, perché
vorrei, attraverso lei, far comprendere come il tratto perverso si
nasconda e percorra i territori psichici di molti di noi. La paziente non
presentava sintomi: era una giovane donna con un lavoro abbastanza
soddisfacente, con una vita relazionale sufficientemente buona. Chiese
un aiuto terapeutico solo per "capire meglio il suo rapporto con
Piero". Di certo, non apparteneva alla "grande scena"
perversa, nel senso che non aveva mai agito il suo tratto tramite quei
comportamenti o quelle coazioni che tradizionalmente sono riferite alla
perversione. Il suo feticcio era interno, non si traduceva nella
necessità di manipolare un reale oggetto-feticcio per giungere al
godimento. Il suo sadomasochismo non aveva bisogno di frustini o di
altri strumenti di tortura, ma si esprimeva nella cerimonia della
riproposizione immobile e angosciosa della madre-idolo. (...)
|
Gustave Flaubert
1821-1880 |
IL
LABIRINTO DELLA NOSTALGIA
"La passione del ricordo è il più
inquieto dolore che possa impadronirsi dell'anima"
Madame
de Staël
____________
Viaggiò.
Conobbe
la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, la
vertigine dei paesaggi e delle rovine, l'amarezza delle simpatie
troncate.
Ritornò.
Frequentò
la società, ed ebbe altri amori ancora. Ma il ricordo incessante del
primo glieli rendeva tutti insulsi; e poi la veemenza del desiderio, la
freschezza stessa delle sensazioni era perduta. Anche le sue ambizioni
intellettuali erano appassite. Passarono anni, e lui sopportava
l'inoperosità dell'intelligenza e l'inerzia del cuore.
Gustave
Flaubert
"L'educazione
sentimentale"
|

Madame de Staël
1766-1817
|
Perdita
e ritrovamento
Nella civiltà latina, l'arte di
costruire ponti era considerata un'attività sacra. Essa superava
infatti quella inviolabilità della natura che per gli antichi romani
era manifestazione divina. Unire ciò che era separato doveva allora
rispondere ad un carattere di sacralità : il pontefice era un
sacerdote, un costruttore di ponti collocato tra la sfera umana e quella
divina. Ho voluto ricordare questa antica connotazione dell'arte di
costruire ponti perché essa riguarda, in qualche misura, anche il modo
in cui lavora l'apparato psichico. Noi costruiamo
ponti tra le fantasie e la realtà percepita, tra il desiderio e
le mete, tra la "nostalgia chiusa" e il vagheggiamento di
oggetti-altri, sostitutivi di ciò che abbiamo perduto.
Tornando sul
concetto dell'età dell'oro, in che senso la sua fine rappresenta una
perdita? In un duplice senso, poiché essa si pone non soltanto come la
rinuncia al primo oggetto d'amore, ma anche come una ridefinizione di
sé. Il bambino, in quel primo e originario rapporto con la madre,
coltiva una rappresentazione di sé grandiosa, onnipotente, immortale,
e, soprattutto, non differenziata. La separazione e l'esperienza di
perdita lo portano ad accettare ed elaborare che esiste un
"dentro" e un "fuori", che al bisogno di possesso e
di dominio occorre sostituire il desiderio, che a quella ricerca di
quiete e di beanza occorre perlomeno affiancare l'impegno necessario a
"costruire" un affetto. Nulla gli è più dato in dono, come
compenso della sua grandiosità e magnificenza, nulla è più oggetto di
pretesa: il limite e i confini restringono e delimitano l'onnipotenza.
Ho di
proposito accentuato, nell'esposizione, la drammaticità di tale
processo perché volevo far intendere che in esso vi è rinuncia, e
quindi vi è il dolore e lo struggimento che ogni rinuncia comporta.
Tuttavia questa pena è necessaria perché il bambino esca dal caos,
dall'indistinto, da quel macigno mortifero che è il narcisismo, ed è
proprio questa pena che la perversione rifiuta ostinatamente di
affrontare: nel suo territorio la rinuncia è una catastrofe, il limite
una minaccia insopportabile, la differenziazione un fallimento. Pur di
non affrontare l'esperienza di perdita, il perverso accetta il peso dei
propri sintomi, l'angustia irrespirabile della ripetizione,
l'immobilità angosciosa della stagnazione.
Cosa rimane, infatti, a chi è capace
di elaborare la separazione, a chi accetta la fine dell'età dell'oro?
Non resta soltanto il dolore, la pena, la nostalgia. Il
guadagno di questa tappa, necessaria alla salute psichica, è
rappresentato dalla capacità di procedere avanti,
di cercare altri oggetti, in qualche modo sostitutivi; e ancora, dalla
ricchezza delle fantasie, dalla duttilità dell'immaginario erotico.
Dalla capacità di elaborare la separazione deriva un ulteriore
beneficio; quella sorta di divertimento mentale, psichico ed
esistenziale che è dato dal "costruire ponti". Ciascuno di
noi, infatti, anche senza averne consapevolezza, getta ponti tra passato
e presente, fra fantasie e realtà, tra desiderio e soddisfacimento. E
parlo di divertimento perché penso che siano proprio i ponti mentali e
affettivi che ci procurano il senso di movimento e delle nuove
avventure, rendendo l'esistenza non noiosa, non asfittica, non troppo
buia.
D'altra
parte, oltre alla molteplicità delle sostituzioni il processo di
separazione porta anche con sé - quanto più ci si avvicina al tratto
perverso - il falso sollievo dei ritrovamenti. Si ricorderanno le parole
di Giulia a proposito del ragazzo con cui ebbe la sua prima storia
d'amore: "Mi comporto come se lui dovesse essere qualcosa
che già conosco". Giulia voleva forse parlare di quella
sensazione vaga e inquietante che dà il ritrovamento. Ritrovare
qualcosa di perduto è, in effetti, un'operazione illusoria: ciò che
troviamo nelle vicende amorose ed erotiche è un oggetto nuovo che
riesce, in qualche modo, a sostituire quello antico. Sostituire non
equivale a ritrovare. Volere ad ogni costo "ritrovare"
significa non essere agili in quella capacità di costruire ponti
affettivi che garantisce la nostra salute psichica. La necessità del
ritrovamento può essere interpretata come segnale di un attaccamento
feroce e non negoziabile al primo oggetto d'amore e, insieme, al proprio
narcisismo. E un oggetto così narcisizzato scivola inesorabilmente
verso la dimensione del feticcio.
So che la
parola feticcio incute paura: spaventa riconoscere
al proprio interno assetti affettivi in cui si intravede la dimensione
feticistica. Di certo preferimmo usare questo termine per
designare persone dalla vita sessuale disturbata, malata. Eppure, come
ho già cercato di mostrare, il feticcio assume anche una dimensione
psichica che non necessariamente si traduce nel culto di oggetti
materiali indispensabili all'eccitamento sessuale. Esso getta la sua
ombra sui modi in cui la perdita è stata accettata ed elaborata: in tal
senso, la figura materna può divenire un feticcio sul cui altare
vengono sacrificati molti affetti.
Vorrei
affidare alla parole di Gustave Flaubert la
narrazione di una perdita non elaborata, di una separazione mai del
tutto accettata, anche se, nel caso del protagonista de "L'educazione
sentimentale", non si tratta del
legame con la figura materna ma di un amore, del primo amore da uomo
adulto.
Viaggiò.
Conobbe
la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, la
vertigine dei paesaggi e delle rovine, l'amarezza delle simpatie
troncate.
Ritornò.
Frequentò
la società, ed ebbe altri amori ancora. Ma il ricordo incessante del
primo glieli rendeva tutti insulsi; e poi la veemenza del desiderio, la
freschezza stessa delle sensazioni era perduta. Anche le sue ambizioni
intellettuali erano appassite. Passarono anni, e lui sopportava
l'inoperosità dell'intelligenza e l'inerzia del cuore.
Ho riportato per intero l'avvio dell'ultima parte di quello splendido
romanzo convinta che la bellezza della prosa di Flaubert possa riuscire
molto meglio di ogni concettualizzazione a descrivere le ferite che
rimangono aperte quando si vive prigionieri di ciò che è stato.
Federico, il protagonista, non scioglie il legame con la donna che ha
amato in condizioni impossibili. In qualche modo ella diventa un
feticcio: gli "altri amori" non riescono a scalfire il dominio
che il ricordo di lei esercita nel suo mondo affettivo. E infatti
Federico è costretto a sopportare "l'inoperosità
dell'intelligenza e l'inerzia del cuore". Tale inerzia, tale
immobilità, tale ancoraggio rendono i tentativi di allontanamento
viaggi senza partenza. Usando l'immagine del ponte, potremmo dire che
Federico non riesce a costruire passaggi, ponti nel suo mondo affettivo:
il suo cuore è inerte, la sua intelligenza oziosa.
Ricordare, per Federico come talvolta per molti di noi, acquista il
significato di un desiderio onnipotente che pretende di tenere insieme
tutti i pezzi. E' interessante sottolineare come gli antichi e desueti
termini "rimembranza, rimembrare"
abbiano una radice etimologica che rimanda al termine indoeuropeo "membru".
In esso si esprime la nostalgia di riunire parti
separate, di ricostruire un tutt'uno.
Ricordare - dal latino recordari - contiene un importante
riferimento alla parola cor (cuore) , luogo dove per l'antichità
romana aveva sede la vita sentimentale e intellettuale: l'atto della
memoria non è solo manifestazione mentale, ma anche, e forse
soprattutto, emotiva o affettiva. Ricordare può esprimere nostalgia,
desiderio di un passato irripetibile, ma può anche divenire ossessione
del ritrovamento, prigionia del passato. E quando prevale quest'ultimo
aspetto, non si è più capaci di fantasticare, di vagheggiare, ma si
diviene ostaggi di un desiderio prepotente che nega la perdita e
pretende il ritrovamento.
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RIMEMBRANZE
"Cangiando spesse volte il luogo della
mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni,
m'avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio centro,
mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo,
finattantochè io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel
tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle vie, alle case che
io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che
in poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci,
vidi, udii la tal cosa; cosa che del resto non sarà stata di
alcun momento; ma la ricordanza, il potermene ricordare, me la
rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e
copia di ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva
averla se non con successo di tempo, e col tempo non mi poteva
mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi
mesi, e coll'andar del tempo mi trovava sempre divenuto contento
ed affezionato a qualunque luogo."
Così scrive Giacomo Leopardi a proposito delle
"rimembranze" Firenze, 23 luglio 1827
"Zibaldone"
|
Ho più volte fatto riferimento, in questo capitolo, alle fantasie, a
quell'aria intermedia sospesa tra il mondo interno e la realtà esterna.
E' ora necessario introdurre il concetto di "oggetto
transizionale" per distinguerlo dall'oggetto-feticcio. Per
farlo, parlerò di un "piccolo vizio" di Maura, una giovane
donna trentenne che svolgeva, in modo impetuoso, una brillante attività
intellettuale. Quando scriveva, quando conversava con i suoi amici,
quando pensava chiusa nella sua stanza, Maura arrotolava piccole strisce
di carta e le teneva tra le dita toccandole continuamente. Non tutta la
carta era adatta, per lei, a questa attività: la migliore, quella che
aveva scelta come più soddisfacente, era una carta patinata molto
morbida e liscia. "Non creda" mi disse quando mi svelò
questo "minuscolo" segreto "che io lo faccia solo
quando sono triste o in ansia. E' qualcosa che accompagna soprattutto i
momenti di piacere intellettuale, è un vizio che rende più piacevole
pensare, scrivere. Mentre la mia testa lavora, la mia mano sinistra
costruisce rotolini".
I rotolini erano per Maura un oggetto transizionale. Come non
connetterli, infatti, a quell'attività manipolatoria che molti bambini
esercitano su pezzetti di stoffa, strofinandoli, toccandoli, gustandone
la consistenza e gli odori? E come per i bambini vi è un solo pezzetto
di stoffa che viene eletto a oggetto di transizione, per Maura un solo
tipo di carta poteva prestarsi al suo "minuscolo vizio". Non
solo i bambini, quindi, ma anche molti adulti - non necessariamente
persone che mostrino qualche forma di disagio psichico - si trovano
spesso a far uso di un oggetto transizionale. Qual è la sua funzione? A
cosa serve? Anch'esso, come lo spazio transizionale, si pone in un'area
intermedia tra sé e il mondo, anch'esso testimonia a favore di quel
lavoro psichico e mentale che si pone come un argine contro il dolore
della perdita e dell'abbandono. Esso tuttavia non possiede solo le
caratteristiche di un oggetto luttuoso: nei suoi confronti il bambino
(ma anche l'adulto) esprime un tenero attaccamento. E' qualcosa di
caldo, di rassicurante, di molto piacevole, ma non è un oggetto
erotico: esso, infatti, "deve sopravvivere
all'amore istintuale, e anche all'odio", come ha
sottolineato Winnicot, lo pscicoanalista
che ha più di ogni altro contribuito alla comprensione dell'oggetto
transizionale. La sua funzione è legata all'esperienza del gioco, alla
capacità di fantasticare, di creare scenari sempre nuovi.
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American Association of
Psychiatry
LE
PERVERSIONI O PARAFILIE
Nel
capitolo delle parafilie vengono inclusi l'Esibizionismo
(esposizione dei genitali), il
Feticismo
(uso di oggetti inanimati), il
Fretteurismo
(toccare o strofinarsi contro una persona non consenziente), la Pedofilia
(focalizzazione dell'interesse sessuale su bambini prepuberi), il Masochismo
Sessuale (ricevere umiliazioni o sofferenze), il
Sadismo
Sessuale (infliggere umiliazioni o sofferenze), il
Feticismo
di Travestimento (indossare abbigliamenti del sesso
opposto) e il Voyeurismo
(osservare attività sessuali).
Esibizionismo
In
questa parafilia, il soggetto prova piacere mostrando i propri
genitali ad un estraneo e talvolta anche masturbandosi. Di solito
egli non mette in atto tentativi di ulteriore attività sessuale.
L'insorgenza avviene spesso prima dei 18 anni, anche se la
manifestazione può avvenire più avanti nell'età. Perché la
diagnosi sia soddisfatta, deve manifestarsi per almeno sei mesi e
le fantasie, gli impulsi o i comportamenti sessuali devono causare
disagio importante al soggetto e una compromissione in aree
importanti del suo funzionamento, quali quella sociale o
lavorativa. Queste ultime specificazioni valgono per la
definizione compiuta di tutte le diagnosi di parafilia.
Feticismo
Si
tratta dell'uso di oggetti (calze, mutande, reggiseni, stivali,
ecc.) per raggiungere l'eccitazione. Di solito vengono strofinati
o annusati durante la masturbazione, o fatti indossare al partner
durante il rapporto sessuale. Il feticcio ha importanza
fondamentale per l'eccitamento e per l'erezione che non avviene in
sua mancanza. Il suo esordio è solitamente precoce. Si colloca
nell'adolescenza anche se il feticcio può essere stato connotato
di significati particolari nella prima fanciullezza. Una volta
insorto, tende ad acquisire caratteristiche croniche.
Frotteurismo
Di
solito in luoghi affollati (marciapiedi dove transita molta gente
o mezzi affollati di trasporto pubblico) per potersi sottrarre dai
rischi di essere arrestato, il soggetto si strofina o tocca una
persona non consenziente. Le zone più coinvolte sono i genitali,
i seni, le cosce e i glutei. L'esordio è di solito
nell'adolescenza. Il comportamento ha un picco di intensità tra i
15 ed i 25 anni ed in seguito la sua frequenza si riduce
progressivamente.
Pedofilia
Un
soggetto di almeno 16 anni e di almeno 5 anni più vecchio della
vittima che pratica attività sessuale con bambini prepuberi è
definito pedofilo. Di solito è espresso da soggetti con età più
avanzata da quella della tarda adolescenza. L'attrazione verso le
femmine, che è la più frequente, coinvolge solitamente bambine
tra gli 8 ed i 10 anni, mentre quella per i maschi coinvolge
ragazzi un po' più grandi. Il DSM-IV annota: " i soggetti
con pedofilia che sfogano i propri impulsi con bambini possono
limitarsi a spogliare il bambino e a guardarlo, a mostrarsi, a
masturbarsi in sua presenza, a toccarlo con delicatezza e a
carezzarlo. Altri, comunque, sottopongono il bambino a fellatio o
cunnilingus, o penetrano la vagina, la bocca o l'ano del bambino
con le dita, con corpi estranei, o con il pene e usano vari gradi
di violenza per fare ciò. Queste attività vengono di solito
giustificate o razionalizzate sostenendo che esse hanno valore
educativo per il bambino, che egli ne ricava piacere sessuale, o
che era sessualmente provocante - argomenti comuni anche nella
pornografia pedofilica. I soggetti possono limitare le attività
ai propri figli, a figliastri, o a parenti, oppure possono
scegliere come vittime bambini al di fuori della propria famiglia.
Alcuni pedofili minacciano il bambino per evitare che parli.
Altri, specie coloro che abusano spesso di bambini, sviluppano
complicate tecniche per avere accesso a loro, che possono
includere: guadagnare la fiducia della madre, sposare una donna
con un bambino attraente, scambiarsi i bambini con altri pedofili
o, in casi rari, adottare bambini di paesi sottosviluppati o
rapire bambini ad estranei. Tranne i casi in cui il disturbo è
associato a Sadismo sessuale, il soggetto può essere attento ai
bisogni del bambino per ottenere l'affetto, l'interesse e la
fedeltà del bambino stesso e per evitare che questi riveli
l'attività sessuale.
l disturbo inizia di solito nell'adolescenza, sebbene alcuni
pedofili riferiscano di non essere stati eccitati dai bambini fino
alla mezza età.
La frequenza del comportamento pedofilico varia spesso a seconda
dello stress psicosociale. Il decorso è di solito cronico, specie
in coloro che sono attratti dai maschi.
Il tasso di recidive dei soggetti con Pedofilia con preferenze per
i maschi è all'incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono
le femmine.
Masochismo
Sessuale
Vi
si esprime l'atto reale di subire umiliazioni, percosse, di essere
legato e fatto soffrire. Vi sono masochisti turbati dalle loro
fantasie che possono essere evocate durante la masturbazione o il
rapporto sessuale, ma non vengono agite.
Sadismo
Sessuale
Vengono
svolte azioni che provocano sofferenza psicologica e fisica alla
vittima e che sono sessualmente eccitanti per il sadico. Possono
essere limitate a fantasie fastidiose per il soggetto durante
l'attività sessuale che implicano la necessità di esercitare un
controllo completo sulla vittima e sul suo essere terrorizzata dal
fatto che si possano tradurre in atti reali.
I comportamenti possono essere messe in atto con un partner
consenziente, ma spesso con soggetti non consenzienti.
Si esprimono con condotte che tendono ad umiliare la vittima, a
imprigionarla, percuoterla, torturarla, fino anche ad ucciderla.
L'esordio si colloca prevalentemente nella prima età adulta e
acquisisce i connotati di cronicità. La gravità degli atti
sadici aumenta di solito con il passare del tempo.
Feticismo
da travestimento
E'
di solito un collezionista di indumenti femminili con i quali si
traveste. In questa situazione si masturba associando l'atto alla
fantasia di essere sia il maschio soggetto, sia la femmina oggetto
della sua fantasia sessuale.
Alcuni maschi indossano biancheria intima femminile sotto gli
abiti consueti, altri si vestono da donna e si truccano.
Di solito, ma non necessariamente, è eterosessuale.
Voyeurismo
Si
tratta dell'osservare soggetti di solito estranei quando sono nudi
o sono impegnati in attività sessuali per ricavare eccitazione.
Spesso hanno la fantasia di avere un'esperienza sessuale con la
persona che guardano di nascosto. Nella sua forma più grave, il
voyeurismo costituisce l'unica forma di attività sessuale
possibile. Esordisce solitamente prima dei 15 anni e tende alla
cronicità.
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Il bambino non dimentica, nel corso del tempo, l'oggetto del suo primo
gioco, però non lo rimpiange: il ricordo di quella prima esperienza è
come sospeso, ne rimane una memoria non dolorosa.
Crescere attiva la
capacità di investire in maniera più larga e diffusa su tanti altri
oggetti, non impone - se non in condizioni di sofferenza e disagio
psichico - di trattenere per sempre o di ritrovare necessariamente
quell'oggetto.
Gli anni, in condizioni sufficientemente buone, insegnano
al bambino, e poi all'adulto, a giocare molti giochi.
Cos'è, invece, un feticcio?
E' un oggetto
immobile, disanimato, è una prigione che impone di catturare, dominare,
racchiudere.
Il feticcio è solo apparentemente un oggetto di piacere:
nel profondo, attraverso di esso si esprime il desiderio onnipotente di
controllare.
Non è duttile, non è affatto giocoso, non accetta il
vagare del desiderio, ma lo tiene in ostaggio, ancorandolo ad una e una
sola esperienza.
Eros e Tanathos si affrontano e si scontrano
nell'economia psichica del perverso, ma questa battaglia è sempre
sovrastata da un irriducibile desiderio di dominare e controllare.
Ho
più volte cercato di mettere in luce tale aspetto e più volte, nel
corso del libro, tornerò a parlarne: cogliendo questa esigenza interna,
infatti, si compie un buon passo avanti nella comprensione del tratto
perverso.
Chi ha necessità di un feticcio, psichico o materiale,
esprime il bisogno inconscio di mantenere intatta l'illusione
di una perfetta fusione con il primo oggetto d'amore, con
il corpo materno.
Il perverso non prova nostalgia perché non accetta il
trascorrere del tempo, perché l'età dell'oro è per lui ancora
presente, perché non riesce ad elaborare l'uso di limiti e differenze.
Si può allora comprendere cosa si nasconde sotto l'ossessiva ragioneria
del dominio: a quella sorta di caos indifferenziato che sopravvive nel
suo interno, il perverso contrappone, quasi di necessità, l'esasperato,
continuo, irrinunciabile bisogno di controllo.
Fusionalità, indeterminatezza, assenza di confini sono, in qualche
modo, il temibile e idoleggiato terreno da cui nasce, poi, il desiderio
di dominare, il convincimento interiore di "essere l'unico
regista".
Il feticcio è allora qualcosa di più esteso e inquietante rispetto
alla necessità di ricorrere, per l'eccitamento sessuale, a oggetti
inanimati, quali stivali, fazzolettini, bustini di pizzo, da indossare o
da far indossare al partner.
Questa immagine di maniera del feticismo
non è errata, ma non basta per comprendere la complessità e le
contorsioni degli avvitamenti perversi.
Feticcio è, talvolta, e forse
il più delle volte, un'immagine interna: la figura materna o
l'infanzia, come ho cercato di far comprendere riferendo alcuni modi
interni di Giulia e di Roberta.
E tuttavia, alcuni tratti della grande
strategia perversa non appartengono soltanto all'economia psichica delle
persone malate, di chi esprime attraverso i sintomi il proprio disagio
interno.
Essi riverberano negli affetti di molti di noi, compaiono nelle
nostre fantasie, si nascondono nelle pieghe delle nostre scelte
sentimentali, si lasciano intravedere in ciò che Freud ha chiamato
"psicopatologia della vita quotidiana".
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Fonti:
1. Salvo Anna, Perversioni femminili, Mondadori, Milano, 1997; 2.
Il sito www.psychomedia.it; 3.
Articoli scientifici dell' American Association of Psychiatry; 4.
Alcuni siti
dedicati ai registi Luis Bunuel e David Cronenberg.
Pagina creata e curata da Maria
Antonietta Pappalardo
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