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Mondher
Kilani
Integrazione, multiculturalismo, etnicità e cultura
Integrazione
Prendiamo, per cominciare, il termine di
integrazione, che nel contesto francese in particolare, ma per certi
versi anche in quello di paesi come l'Italia, sembra identificare
realtà contraddittorie. Per gli uni l'integrazione passa per l'adozione
dei valori maggioritari: per realizzarla, taluni pensano, occorre
preservare il modello repubblicano universalista. Come scrive Albert
Grosser ne Les identités difficiles (1996), "La nozione di
"integrazione repubblicana" segna molto precisamente il limite del
rispetto dovuto alle differenze culturali, regionali, religiose,
etniche". In questo senso, l'integrazione è identificata con
l'assimilazione, termine ritenuto antinomico al riconoscimento delle
differenze culturali.
In realtà, non
è così scontato che l'unità sia del tutto incompatibile con
l'eterogeneità. L'esempio dell'immigrazione asiatica in Francia
(cinesi, vietnamiti, cambogiani..) mostra che l'integrazione può
risultare riuscita anche se limitata essenzialmente alla sfera
economica, anche se il gruppo in questione continua a vivere in modo
decisamente comunitario. Al contrario, gli immigrati di origine maghrebina,
benché più prossimi dal punto di vista della storia e
della cultura, non sembrano affatto così ben integrati nella società
francese.
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Muhammad al-Qasimi
il pittore marocchino
del "non figurabile"

Akacimi, 1988

Kacimi, 1994

La grotta dei tempi futuri,
1993
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In questo particolare caso, anche se l'integrazione
individuale è molto forte, come mostra un'inchiesta recente (1), il
fatto che il gruppo massivamente e astrattamente identificato come maghrebino, non disponga di un progetto culturale comune
e ancor
meno della capacità di mobilitare risorse per difendere i propri
interessi collettivi (per assenza di istituzioni comunitarie o religiose
rappresentative, di associazioni culturali, sociali ed economiche
influenti) spiega il paradosso per cui esso è rifiutato e stigmatizzato
come elemento particolarmente allogeno rispetto alla società francese.
L'assenza di un profilo comunitario forte rafforza infatti l'immagine
negativa che la società maggioritaria francese tende
aprioristicamente ad avere a proposito degli "arabi" e
dell'Islam, identificati come alterità radicali i cui valori sarebbero
agli antipodi della civiltà "giudaico-cristiana".
Si potrebbe
perfino affermare che l'immigrato maghrebino è particolarmente
respinto, malgrado i suoi tentativi di integrazione, proprio perché la
sua presunta distanza culturale è innanzitutto una pre-costruzione
della cultura maggioritaria francese.
Sulla scia di
altri, sarei tentato di porre la questione se un'integrazione riuscita,
anche nel quadro unitario e universalista del modello francese, non
passi attraverso il legame comunitario (nel 1995 il rapporto dell'Alto
Consiglio dell'integrazione, intitolato "Legami culturali e
integrazione", non esita a sostenere l'idea che l'integrazione
passi per il riconoscimento della cultura dell'immigrato).
Ripercorrendo
la storia dell'immigrazione in Francia, in effetti si constata che la
condivisione dei comuni valori della Repubblica non ha impedito
l'espressione delle differenze e dei particolarismi da parte di gruppi
come i polacchi, gli italiani, gli armeni, gli ebrei dell'Europa
dell'Est, gli spagnoli, gli ebrei dell'Africa del Nord, i portoghesi.
E
inoltre il ruolo dello Stato repubblicano e laico, quale si è definito
a partire dalla Terza Repubblica, non è stato quello di vietarsi
qualsiasi intervento nel campo religioso, ma di garantire l'uguaglianza
fra tutte le religioni e la libertà di praticarle.
Norbert Rouland,
autore di L'Etat français et le pluralisme (1995), osserva che
"l'organizzazione comunitaria può attenuare lo choc dello
sradicamento dell'immigrato e fungere da istituzione che media con la
società globale. Mentre invece l'individuo isolato (com'è in parte nel
caso dei giovani immigrati maghrebini delle banlieues svantaggiate) può
diventare facile preda dei movimenti estremisti"
(2).
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Multiculturalismo
Ma allora è
vero che l'integrazione passa per quel multiculturalismo (come si
dice con un termine statunitense apparso recentemente in Europa), che
agli occhi di molti rappresenta la panacea dei numerosi problemi di
integrazione che conoscono le società dell'Europa occidentale? In
realtà, non è affatto certo: quella nozione è un guazzabuglio
invocato a vanvera senza tener conto delle specificità dei contesti in
cui la si vorrebbe applicare e senza chiarire quali siano le poste in
gioco che essa implica.
Così in
Svizzera, in alcuni ambienti politici e culturali è invalsa l'abitudine
di impiegare il termine di multiculturalismo, in luogo di
federalismo,
per descrivere le varietà sociologiche, politiche e culturali del
paese. V'è qui un abuso del linguaggio nella misura in cui le realtà
descritte hanno a che fare piuttosto con il principio della
territorialità: territorialità politica, territorialità linguistica e
territorialità religiosa, riconosciute e difese dalla Costituzione su
scala cantonale e confederale, piuttosto che coesistenza egualitaria nel
medesimo spazio di svariate culture, tradizioni, lingue, religioni. E'
così che, per esempio, la frontiera linguistica nelle città o regioni
bilingue della Svizzera, come Bienne o i cantoni di Friburgo, del
Vallese e di Berna, è strettamente regolamentata dalle rispettive
Costituzioni cantonali e garantita dalle autorità federali. Allo stesso
modo la territorialità religiosa non ha impedito fino agli anni più
recenti che nel cantone protestante di Ginevra si insediasse un
vescovado cattolico; così come solo molto recentemente il cantone
protestante di Vaud ha nominato un magistrato di confessione cattolica
come prefetto di distretto (colui che rappresenta il potere esecutivo
cantonale).
In una
manifestazione organizzata nel 1994 a Ginevra, sul tema della
"Ginevra meticcia" (3), i promotori hanno esaltato il
carattere pluriculturale della metropoli sul lago Léman. Ma, a guardare
più da vicino, ciò che si è riusciti a mettere in evidenza è
soprattutto il carattere internazionale della città, la sua
tradizione di apertura e di tolleranza, e niente affatto il suo preteso
carattere multiculturale, che non ha riscontri in nessuna pratica
istituzionale o politica (per esempio, non v'è alcun riconoscimento dei
diritti politici degli stranieri, né a livello comunale né a livello
cantonale).
| Allo
stesso modo, l'affaire del "velo islamico", che, come in
Francia, ha agitato nel 1996 la piccola repubblica, si è chiuso con una
decisione del Consiglio di Stato (l'organo di governo cantonale), che
intimava all'istitutrice incriminata di scegliere fra il foulard e
l'insegnamento, con la motivazione esplicita del rispetto della regola
della laicità nella scuola pubblica e quella implicita della preminenza
dei valori giudaico-cristiani.
D'altronde questo genere di reazioni non
è affatto sorprendente perché non fa che obbedire al modello svizzero.
Questo è il prodotto di un fragile equilibrio, il quale, essendo il
risultato di una lunga lotta fra diverse componenti linguistiche,
religiose e culturali, non è in grado di reggere un sovrappiù di
diversità o di eterogeneità, che metterebbe in pericolo il modus
vivendi, continuamente negoziato, fra le diverse componenti del
paese. E' questo che potrebbe spiegare la forte "invisibilizzazione"
degli stranieri nel paesaggio politico, culturale, religioso elvetico.
In
contrasto con la Svizzera, si potrebbe forse sostenere, come alcuni
fanno, che l'Olanda è un paese multiculturale? Certo, in questo paese
gli stranieri godono, soprattutto sul piano culturale, di numerosi
vantaggi: per esempio, ricevono sovvenzioni per produrre programmi per
la radio e la televisione.
Se hanno uno status legale,
percepiscono, al pari dei nazionali, il sussidio di disoccupazione o il
reddito minimo garantito e godono del diritto di voto attivo e passivo
nelle elezioni municipali. Ma questo è sufficiente per affermare che
tolleranza è sinonimo di uguaglianza e che l'Olanda è un paese
multiculturale? |
Muhammad al-Qasimi
Il pittore vive tra
Parigi e Rabat e ha esposto a Bourges, Casablanca, Rabat, Parigi
e New York

Kacimi, 1993

Il tempo dei narratori, 1994
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Negli Stati
Uniti l'ideologia del multiculturalismo fu la risposta al fallimento del
mito del melting pot, un'espressione che simboleggiava la magica
trasformazione in americano di ogni immigrante che sbarcasse ad Ellis
Island. Consapevole del divario tra l'immagine e la realtà, l'America
di quest'ultimo decennio ha abbandonato i suoi antichi riferimenti per
promuovere i valori del pluri- o multi-culturalismo, simboleggiato da
un'immagine culinaria, il salad bowl (l'insalatiera). Dietro
questa metafora c'è l'idea che gli Stati Uniti, come l'insalata, siano
composti da numerosi "ingredienti" di culture. Benché
mescolate come gli ingredienti di un'insalata, queste culture
resterebbero distinte conservando i loro sapori particolari. In breve,
ogni cultura contribuirebbe a suo modo al "sapore generale"
della nazione americana.
Di conseguenza,
viene oggi considerato come politicamente corretto che ogni minoranza
etnica, ma anche sociale (donne, omosessuali, handicappati..),
intervenga per denunciare gli stereotipi, per correggere la propria
immagine, per rivendicare posizioni sociali ed economiche, per
contestare le ineguaglianze. La comunità degli afroamericani e quella
dei nativi americani sono, per ragioni evidenti, all'avanguardia in tale
battaglia. La loro azione si esercita particolarmente al livello dei
programmi di insegnamento, laddove, per esempio, per gli afroamericani
si tratta di ricollocare l'Africa e i suoi grandi personaggi nella
storia mondiale e nordamericana e per i nativi americani di sottolineare
la propria anteriorità storica o l'influenza del modello irochese sulla
Costituzione americana. Parallelamente, l'affirmative act (le
azioni positive), messo in piedi dal governo federale, si è dato
l'obiettivo di correggere strutturalmente gli handicap e gli svantaggi
subiti dai gruppi etnici e sociali minoritari.
Ma un tal
modello è destinato al successo? L'attuale offensiva contro l'affermative act e la messa sotto accusa del multiculturalismo da parte
di taluni intellettuali e accademici americani - come Richard
Bernstein,
autore di un'opera dal significativo titolo di "Dictatorship of
Virtue: Multiculturalism and the Battle for America's Future" (1994) -
testimoniano della grande controversia che attualmente agita il paese e
della crisi del modello multiculturale. La critica rivolta al
multiculturalismo, oltre a mettere in discussione il
"politicamente corretto" ad esso connesso - sempre più
percepito come un discorso egemonico, oppressivo e minaccioso per la
democrazia e le libertà -, sottolinea come il culto delle etnicità
produca effetti di disintegrazione dell'ideale nazionale e provochi la
"ghettizzazione" dei diversi gruppi etnici. Certe
manifestazioni del multiculturalismo, sostengono alcuni, producono
addirittura risultati opposti a quelli perseguiti, vale a dire una
maggiore marginalizzazione dei gruppi etnici svantaggiati. Così, per
esempio, certuni lamentano il fatto che la promozione di programmi
afrocentrici e l'adozione del vernacolo afroamericano nelle scuole
accentuano la frattura tra comunità nera e le altre componenti del
paese e rafforzano le forme di apartheid che conosce la società
americana.
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Zaman Yasim
Un artista
dell'Arabia Saudita che utilizza molti materiali per dare
respiro allo spazio

Ballerina

Vecchio
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Di fronte a tali
critiche o riserve, e soprattutto di fronte al problema di come sia
possibile far sì che le diverse culture possano coabitare su un piano di uguaglianza, sono stati recentemente prodotti alcuni contributi utili
a chiarificare il dibattito, e fra questi in particolare l'opera di
Richard Taylor, "Multiculturalisme. Différence et démocratie" (1994).
Lo
studioso canadese pensa che la coesistenza di più culture
reciprocamente esclusive e non rispettose l'una dell'altra non
corrisponda al principio morale del multiculturalismo. A suo parere, in
quanto emanazione della natura umana universale, tutti gli individui
hanno uguale valore, meritano uguale rispetto e le medesime opportunità
di realizzazione.
La dignità di esseri uguali esige istituzioni
democratiche non repressive, non discriminatorie e aperte al dibattito.
Siffatto sistema politico e morale garantirebbe al tempo stesso
l'espressione dei diritti universali e la protezione dei particolarismi
culturali. E' una tale politica del riconoscimento che può fondare
l'educazione multiculturale, promuovere il valore delle diverse culture
e permettere di apprezzare le diversità non per se stesse, ma in quanto
accrescono le possibilità e la qualità della vita.
Il principio morale
del multiculturalismo si fonda sul rispetto: questo richiede da tutte le
parti buona volontà, capacità di enunciare e discutere i disaccordi, e
di distinguere tra disaccordi ammissibili e non ammissibili
(per esempio,
l'espressione di posizioni razziste e antisemite), infine disponibilità
a cambiare, se necessario, la propria opinione per effetto di
un'argomentazione convincente.
In breve, la realizzazione del
multiculturalismo dipende dal libero esercizio di queste capacità di
discussione. |
In Francia, dove
il solo termine di multiculturalismo suscita allarme, nondimeno sempre
più si incontrano persone pronte a credere che questo progetto sia
concepibile nel contesto francese. Per esempio: il già citato Norbert Rouland pensa che sul piano giuridico sia possibile
un'interpretazione pluralista dello Stato unitario francese. A suo
parere, le differenze possono esprimersi mediante la
legge: egli
ricorda che il Consiglio costituzionale ha ammesso che il legislatore
possa trattare diversamente gruppi o persone che hanno situazioni
diverse; e che certe norme possono non applicarsi in modo uniforme in
tutto il territorio francese, senza peraltro rimettere in questione i
principi repubblicani riguardanti l'uguaglianza dei cittadini. In ciò
vicino alla posizione filosofica di Richard Taylor: Norbert Rouland
pensa che "l'accettazione del pluralismo consiste nel tracciare un
quadro in cui maggioranza e minoranze, legate dall'adesione ad alcuni
valori comuni, entro un sistema di concessioni reciproche concordino nel
considerare che le vie d'accesso a questi valori universali e alla loro
espressione possano essere diverse e coesistere in condizioni
d'autonomia relativa da determinare insieme".(4)
Etnicità
Oggi il discorso
politico e mediatico, in Italia e in Francia, assume solo la dimensione
negativa dell'etnicità, per parlare dei massacri, delle guerre e degli
altri comportamenti considerati come barbari, selvaggi, premoderni. Il
qualificativo "etnico" suona sinistramente nelle espressioni
"purificazione etnica", "pulizia etnica",
"guerra etnica", "odii etnici". Inoltre, il senso
comune e una parte dei media hanno la tendenza a considerare i
"gruppi etnici" come entità quasi-naturali connotate dall'ancestralità
e da primordiali legami di sangue, e di conseguenza ad associarli ad una
differenza irriducibile che si incarnerebbe nei caratteri somatici ed
esprimerebbe una "essenza" culturale premoderna (Rivera). In
tal modo il termine di etnia è spesso usato come un eufemismo per dire
razza senza pronunciare questa parola (Rivera). Sempre più
frequentemente il discorso neorazzista in Europa ricorre al termine di
etnia, come d'altronde a quello di cultura - su cui mi soffermerò più
avanti - conferendo ad essi un significato di tipo razziale. Le Pen e
l'estrema destra francese, per esempio, hanno preso l'abitudine di
parlare di "etnia francese" e della necessità di difenderla
contro l'invasione di altre "etnie". Certo, in altri contesti
il vocabolario etnico viene adoperato per connotare realtà umane
positive, per esempio la proliferazione di nuovi gusti e nuove pratiche
quali la cucina "etnica", l'abbigliamento "etnico",
la musica "etnica"; ma ciò si configura come nettamente
marginale e soprattutto privo di effetti sulla percezione negativa della
etnicità.
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I tentativi di
resuscitare la festa a mo’ di zombi sono diventati la regola nella
nostra società del consumo, che ha trasformato questa istituzione in
efficace argomento per vendere e in valore economico.
Mondher Kilani |
Ora, come ha
ampiamente mostrato un gran numero di lavori scientifici (Barth, 1969,
Maselle e M' Bokolo 1985, Poutignat e Streiff 1995, Breton 1995,
Martiniello 1995a, Bayart 1996), l'etnicità è essenzialmente una
categoria costruita. E' un modello di percezione e di classificazione
cognitiva che ricorre a elementi di identificazione - di cui il
contenuto o il senso attribuito al contenuto sono mutevoli - allo scopo
di costruire frontiere che agiscono come barriere semantiche fra i
gruppi. Una volta che ci si è sbarazzati dalle connotazioni
naturalistiche o addirittura biologistiche, l'etnicità non appare più
come quella realtà primordiale che caratterizzerebbe le società
premoderne, in particolare quelle africane, ma come una realtà che
nella maggior parte dei casi rappresenta una risposta all'affermarsi
della modernità, che si nutre delle categorie della modernità e che
funziona secondo la razionalità moderna. Di qui il fatto che l'etnicità
tende ad essere una categoria manipolata e utile alla manipolazione. Gli
esempi di invenzione dell'etnicità non si contano e riguardano sia il
periodo coloniale, con la moltiplicazione di etnonimi nella cartografia
amministrativa coloniale, sia il periodo postcoloniale, quando l'etnicità
viene usata come una delle strategie "in risposta alle nuove
istituzioni e alle nuove regole di allocazione delle risorse" (Bayart,
1996: 45).
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La cultura, o civiltà, intesa nel suo
ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include le
conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e
qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di
una società.
Edward B. Taylor |
Cultura
Si inventa l'etnicità,
ma si inventa anche la cultura (R. Wagner, The invention of Culture,
1975), una categoria che per lungo tempo è stata associata al contenuto
primordiale e intangibile dell'etnicità. Oggi le culture stanno per
sostituire gli Stati e le nazioni in quanto grandi soggetti a confronto,
costituendosi come strumenti di affermazione identitaria e come rifugi
immaginari. Finché era garantita la supremazia dell'Occidente e finché
questo riusciva ad imporre i propri modelli economico-sociali e politici
(il capitalismo, il socialismo), il discorso non verteva sulla
"guerra delle culture". Tanto è vero che il periodo che va
dal dopoguerra fino alla fine degli anni Settanta è quello in cui ha
potuto svilupparsi il discorso che parlava di dialogo tra le culture e
auspicava l'avvento di una cultura mondiale che si nutrisse delle
differenze e si arricchisse in virtù della molteplicità. Ma da quando
la situazione mondiale si è nuovamente inasprita e da quando la
mondializzazione e la globalizzazione dispiegano i propri effetti
distruttivi, è diventata un'idea dominante quella della cultura come
immaginario valore-rifugio e si è determinato lo "choc delle
culture", (5) come espressione e risultato degli
squilibri e delle disparità a livello internazionale.
Ancora una volta
si tratta di un problema legato ad un'illusione: l'illusione della
corrispondenza fra unità culturale e organizzazione politica, fra
unità culturale e risultati economici, fra unità culturale e
definizione della democrazia e dei diritti dell'uomo, fra unità
culturale e pratica religiosa. Accade allora che si sviluppino
convinzioni come quelle del "matrimonio riuscito" fra
confucianesimo (o buddismo) e sviluppo economico, dell'incompatibilità
dell'Islam con le forme del capitalismo e della democrazia, del felice
connubio fra i valori occidentali e i diritti universali dell'uomo..
"L'illusione 'culturalista' ritiene che una cultura si componga di
un corpus, stabile e conchiuso, di rappresentazioni, di credenze
e di simboli, i quali avrebbero una forte "affinità" con
opinioni, atteggiamenti, comportamenti precisi" (Bayart, 1996:
46-47).
| Ora, se è vero
che esistono delle pratiche culturali, è invece arduo affermare che
esista una cultura a-storica. Prendiamo l'esempio della "cultura
francese" della quale taluni ambienti xenofobi enfatizzano la
presunta omogeneità e vetustà. L'identità francese è qualcosa che
viene costantemente rimodellata e il suo "genio", così come
quello di ogni altra cultura, sta nel fatto d'aver assimilato i valori
di ondate successive di immigranti.
Allo stesso modo occorre
relativizzare la dimensione culturale del "miracolo
giapponese": esso discende infatti non tanto da una
"essenza" nipponica (i valori del confucianesimo,
l'istituzione della "impresa-famiglia", l'ideologia
paternalista che lega l'imperatore ai suoi sudditi, la pretesa
sottomissione dell'individuo allo spirito collettivo), quanto piuttosto
alla congiunzione, tutto sommato recente risalendo agli anni Trenta, di
un insieme di fattori storici, economici, ideologici e culturali. Come
sottolinea Jean- François Bayart, "nessuna cultura si è
trasformata quanto la cultura giapponese per effetto degli scambi e
dell'influenza delle culture straniere" (1996: 26).
La
naturalizzazione del modello giapponese corrisponde in gran parte
all'immagine costruita da un Occidente impegnato in una sfrenata
competizione economica con quel paese. L'immagine opaca ed essenzialista
del Giapponese vale, malgrado tutto, a marcare la sua estraneità ed a
riaffermare la legittimità dell'Occidente rispetto all'invenzione della
modernità e all'esercizio della sua leadership.
Questo esempio
vale a confermare che l'ascrizione ad una identità culturale da parte
di un'altra serve ad identificare e separare il "noi" dal
"loro". Esso inoltre mostra che la cultura, come l'etnicità,
non esiste in quanto struttura, ma come uno "stato d'animo",
un fatto della coscienza che organizza le differenze e le eterogeneità
fra le società, e fra gli individui e i gruppi sociali all'interno di
una società. Ciò equivale a dire che le culture non riflettono
un'unità reale (Rivera), ma esprimono uno stile di vita, un
insieme di simboli condivisi dagli individui che ne fanno parte, simboli
ai quali però essi non danno necessariamente il medesimo contenuto e
neppure la stessa interpretazione. |
La minoranza
etnica dei Nativi americani negli Usa lotta soprattutto in campo
storico-educativo.

Capo cheyenne

Bambini indiani d'America

Donna cheyenne |
In tal senso è del tutto abusivo
parlare, per esempio, di "cultura islamica" come di un blocco
monolitico, poiché dietro l'apparente unicità del modello di
riferimento si esprimono modi d'essere, estetiche della vita i quali, al
di là di qualsiasi contenuto primordiale, partecipano di un gioco di
corrispondenze formali. Dietro il referente "islamico" si
profila la pluralità degli universi sociali e culturali e la
discontinuità dei comportamenti e degli atteggiamenti nella vita
quotidiana.
In
realtà, la cultura è anzitutto un oggetto intellettuale, il prodotto
di una rappresentazione, che può essere quella del gruppo che si
auto-descrive, quella che distingue il "noi" da il
"loro", oppure quella dell'antropologo che studia un certo
gruppo. Ed è in tal senso che occorre riallacciarsi alla tradizione
dell'etnologia la quale - va ricordato - privilegiando il concetto di
cultura ha voluto trascendere l'intenzione descrittiva e tassonomica
contenuta nell'espressione classica di "usi e costumi" e
sottolinearne, per contrasto, il carattere di progetto di costruzione
del senso. Edward B. Taylor fu il primo ad offrire una definizione
scientifica di cultura, nettamente diversa dalla nozione gerarchica e
sostantivista di "civiltà", che egli preferirà abbandonare.
Quanto a Franz Boas, egli assume esplicitamente da Taylor il concetto di
cultura, con lo scopo di mostrare l'assurdità dell'idea, all'epoca
dominante e contenuta nella nozione di razza, di un legame tra tratti
fisici e i tratti della civiltà. Per Boas la nozione di cultura è
indispensabile poiché consente di spiegare la diversità delle società
umane senza ricorrere alla nozione di razza.
Note
1 Inchiesta
dell'Istituto nazionale di studi demografici (INED), i cui risultati
sono stati pubblicati nel 1995. Questa inchiesta mostra in particolare
la rilevanza dei matrimoni misti, un tasso assai basso di pratica
religiosa e la predominanza dell'uso della lingua francese fra i giovani
maghrebini.
2 Norbert Rouland,
"Multiculturelle. Enquête sur la République", in Libération,
21 ottobre 1996: 5.
3 Questa manifestazione
ha dato luogo ad una pubblicazione: L. Aubert (a cura di), 1996, Genève
métisse: de la ville internationaleà la citépluriculturelle.
4 "Multiculturelle.
Enquête sur la République", op. cit.
5 In un articolo apparso
in Foreign Affairs, Samuel Huntington annuncia gravemente che il
XXI secolo sarà dominato dallo "choc delle culture". Questo
testo è stato ripreso in versione francese da Libération (23
settembre 1993), col titolo "Il est temps de voir les failles entre
les civilisations".
__________
Fonte del testo:
Kilani Mondher,
"Qualche nota introduttiva su integrazione, multiculturalismo,
nazione, etnicità e cultura" in Gallissot René e Rivera Annamaria
"L'imbroglio etnico. In dieci parole chiave", Edizioni
Dedalo, 1997, pp. 9-23 con il taglio delle pagine 17-18 riguardanti la
parola "Nazione"
Fonte delle immagini
delle tele di Muhammad al-Qasimi e
di Zaman Yasim: www.aljazira.it
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Mondher
Kilani è professore ordinario dell'Istituto di antropologia
culturale e sociale di Losanna, nonché direttore dello stesso IAS.
Opere principali: Antropologia, Ed. Dedalo, 1994; L'invenzione
dell'altro, Ed. Dedalo, 1997
Indirizzo:
Bureau 3146, tél. 021/692 31 81
E-mail:
mondher.kilani@ias.unil.ch
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Maria Antonietta Pappalardo
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