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Perché
gli uomini uccidono le donne
QUELLO CHE
DICONO LE DONNE
Femminicidi e donne assassine. Chi ammazza chi, secondo le statistiche
Mara Gasbarrone
Il più efferato femminicidio
dell’anno, quello di Avetrana, sembrerebbe un caso di omicidio con attiva
partecipazione femminile. Aspettando qualche decina di puntate di Porta a
porta (e non solo), vorrei ricordare i casi su cui in questi anni si
sono concentrati i riflettori dei media: Erica a Novi Ligure, la Franzoni a
Cogne, Rosa e Olindo a Erba, Amanda a Perugia. Si potrebbe pensare ad una
maggioranza di donne assassine.
Invece no: le assassine fanno audience (o lettori), per cui di loro si parla
di più, ma le donne sono solo il
7% degli assassini volontari, fonte un
autorevolissimo volume di 450 pagine, il Rapporto sulla criminalità in
Italia del Ministero dell’Interno (pag. 126). Negli uomini c'è una
propensione ad ammazzare 10 volte maggiore rispetto alle donne. A proposito
di “diversità maschile”, non c’è che dire: questa è proprio evidente,
evidentissima, e tutta negativa: niente di cui vantarsi.
Ovvviamente non tutti gli uomini assassini
ammazzano le donne, anzi per lo più gli uomini si ammazzano fra di loro:
quando l’autore dell’omicidio è uomo, nei tre quarti dei casi la vittima è
un altro uomo, “solo” in un quarto è una donna (pag. 128 del Rapporto, dati
riferiti alla media 1992-2006). Tuttavia la percentuale delle vittime donne
aumenta dal 20% del 1992-94 al 31% del 2004-2006.
Quando le donne uccidono, le vittime sono maschi nei 2/3 dei casi e la quota
percentuale non aumenta, per tutto il periodo considerato. Non bisogna
tuttavia dimenticare – aggiunge il Rapporto - che gli omicidi da parte di
autore di sesso femminile sono una minima parte di quelli commessi e
solitamente avvengono nei confronti del proprio partner.
Nella grande maggioranza dei casi, quindi, il bilancio della guerra fra i
sessi a livello criminale vede le donne come vittime e gli uomini come
carnefici.
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Uomini che
odiano le donne. E le uccidono
Elettra Deiana
Mai titolo
di romanzo ha avuto l’inquietante presa allusiva ed evocativa di quello di
Stieg Larsson, un romanzo poliziesco che è
soprattutto un affresco della cupa contemporaneità tecnologica in cui
viviamo e dell’ancestrale, ricorrente bisogno maschile di far male alle
donne. Male estremo, fino alle estreme conseguenze. Odiarle e dunque
violentarle, seviziale, ucciderle, come il titolo fulminante di Larsson
suggerisce e la drammatica cronaca di tutti i giorni documenta. Nel nostro
Paese, per quel che ci riguarda. Ma altrove, in altri Paesi, è la stessa
cosa.
Personalmente non vorrei più parlare di quello
che alcune donne hanno voluto chiamare, con pertinente neologismo,
“femminicidio” e che ritorna come un incubo in
ogni stagione. Con paurosi picchi estivi, sottolineano i cronisti. Come se
il caldo rappresentasse un’attenuante. Ma mi sento sempre obbligata a
riparlarne, di fronte a certi salti di qualità del misfatto; mi sento spinta
a rompere la consegna del silenzio che, in altri momenti, cerco invece di
impormi, dietro l’alibi che molte di noi hanno già detto tutto sulla
violenza degli uomini. Che c’è da aggiungere? Forse, dicono alcune,
bisognerebbe scavare di più nella vita delle donne e degli uomini, indagare
meglio le metamorfosi del presente, gli oscuri grumi esistenziali che la
società ormai liquida, come Zygmunt Bauman l’ha definita, non riesce
tuttavia a sciogliere né a ricollocare in una dimensione di accettabile
relazionalità. Che cosa rende, quando accade l’episodio di violenza, le une
vittime e gli altri carnefici? Che cosa scatena la pulsione assassina, che
cosa indirizza la mano omicida di un uomo?
Uomini che uccidono le donne.
Senza alcuna distinzione di latitudine e appartenenza
culturale. Mentre le donne da noi continuano a essere ammazzate, il
mantra del rumeno assassino di donne, per “istinto e cultura” tipici di quel
Paese, ha dovuto per forza di cosa farla finita con la sua danza macabra sui
set mediatici. Gli ultimi episodi, in particolare, hanno messo copiosamente
in scena maschi di nascita e appartenenza italiana, quasi tutti legati da
qualche vincolo di vicinanza – parentale o amicale o affettiva – alla
vittima. Come da manuale. L’assassino, abbiamo sempre detto, al quasi
novanta per cento dei casi di morte violenta di una donna, ha le chiavi di
casa o, se suona, gli viene aperto. Bisognerebbe allora parlarne, della
sparizione del rumeno assassino, che così
ossessivamente per mesi, non molto tempo fa, ha occupato la vulgata della
sicurezza delle donne. Servirebbe almeno a fare un punto di analisi, un
passo di chiarezza, uno sforzo per una più chiara assunzione di
responsabilità pubblica. L’uso politico della violenza contro le donne è uno
dei lati particolarmente nefasti del problema. Ed è aspetto abietto della
politica. Niente che abbia a che vedere con un’analisi seria riesce ancora,
a parte le eccezioni che pure ci sono, a prendere diffusamente spazio né a
mettere radici nella cultura, nell’informazione, nei dispositivi
interpretativi della realtà di oggi.
Uomini che uccidono le donne.
E uomini che per lo più, quando non uccidono, tacciono,
non hanno parola, pensano che la cosa riguardi solo l’assassino. Questa è
una parte grande del problema. Non tutti ovviamente sono così. Mentre molti
hanno cominciato a solidarizzare e prendono posizione inequivocabilmente
dalla parte delle donne, altri hanno anche cominciato a interrogare il lato
oscuro dell’essere maschio e del come, del perché questo lato – vero e
proprio cuore di tenebra – operi, spesso inaspettatamente, nelle relazioni
con l’altro sesso. Qui sta il vero punctum dolens della faccenda, quello su
cui bisognerebbe scavare. Gli uomini, proprio loro,
dovrebbero scavare, lavorare su sé stessi. Molto più diffusamente,
radicalmente, pubblicamente di quanto accada.
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LE DONNE DI VERMEER
1600

Vermeer, Donna con l'orecchino di perla

Vermeer, Donna alla spinetta
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Eva Gabrielsson,
che è stata compagna di vita di Stieg Larsson e, si dice, anche ispiratrice
della trilogia Millenium, in un’intervista rilasciata al Venerdì di
Repubblica del 23 luglio, spiega che per Larsson e per lei stessa la
violenza sulle donne non fa altro che proseguire su un diverso terreno la
discriminazione e l’ingiustizia delle quali le donne sono vittime nella
società. Un po’, dice Gabrielsson, come la guerra secondo Von Clausewitz,
che non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. Mezzi
estremi, appunto, come la morte può essere per una donna, in una società
misogina come quella in cui viviamo, l’esito estremo della sua vita con un
uomo o dell’incontro con un uomo. La violenza sulle donne è insomma
intrinseca alla relazione tra i sessi, struttura l’intera società, e
riguarda tutti e tutto: cultura, discorso pubblico, politica, rapporto di
cittadinanza delle donne e degli uomini con lo Stato. Non può essere
rubricata sotto il titolo “vicende private”, oppure “odio e passione”.
Violenza Intrinseca e insieme specifica dell’epoca che
viviamo.
Bisogna scavare nelle vite e riempirne lo
spazio pubblico. Bisogna interrogarsi sul mondo di oggi, così pieno,
concretamente e simbolicamente, di donne e di femminile, al punto da
provocare uno stato latente o manifesto di crisi di identità e spaesamento
nella parte maschile della società nonché, di conseguenza, nella vicenda
personale di molti uomini. Stanno qui, almeno in parte non piccola, le
radici di quella causa scatenante che, nella contemporaneità, riporta alla
superficie in forma estrema l’atavica e ancestrale vocazione del maschio al
dominio, al controllo alla punizione del corpo delle donne. Corpo sessuato.
E’ saltata ormai da tempo la rassicurante – per gli
uomini – divisione tra la sfera pubblica e quella privata; è saltato
il confinamento delle donne nei perimetri nascosti della riserva domestica;
è diminuito – o ha preso forme mimetiche – lo spirito di adattamento
delle donne a tutto quello che viene dagli uomini. |
L’economia, la comunicazione,
la pubblicità, tutte dimensioni che sono oggi globali e pervasive, sono
ampiamente incentrate sulle donne, se ne nutrono e ne amplificano l’impatto
fantasmatico sulla società mediatizzata. Il corpo femminile, la femminilità,
l’eros, i sentimenti, la sfera emotiva, tutto ciò insomma che prima era
tenuto segreto nei recinti della sfera privata, invade a dismisura e
smisuratamente occupa lo spazio pubblico. Donne metabolizzate come tutto è
metabolizzato negli immani processi della globalizzazione: siamo a questo
punto. La differenza femminile è resa funzionale all’economia globale: un
tema di analisi stringente, oltre che una fotografia inoppugnabile della
realtà. Le donne sono oggettivate e mercificate in forme estreme e tuttavia
– proprio perché messe al centro – appaiono incombenti e onnipresenti, non
solo idoli ma spesso protagoniste dello spazio pubblico. Se in altre epoche
la violenza si esercitava su un corpo femminile rimosso dalla dimensione
pubblica e prigioniero nelle case degli uomini, oggi l’odio maschile si
indirizza contro un corpo che sfugge via dalle regole del possesso
individuale e occupa uno spazio che appare infinito e inafferrabile per chi
pretenda di tenerlo sotto controllo: lo spazio dell’immaginario, della rete,
della fiction, del reality. Anche se non è sempre il corpo in carne ed ossa
ucciso a essere in fuga ma quello fantasmatico e perturbante dell’ossessione
maschile, attraverso cui l’uomo guarda le cose che ha a portata di mano e le
sente estranee. Le trasformazioni economiche e politiche di una società di
mercato e la cultura mediatica di massa, con le sue diaboliche torsioni
della realtà, e tutto questo accompagnato dagli effetti di quella che venne
chiamata dalle femministe “la rivoluzione più lunga” (quella delle donne
appunto), che segnò una cesura tra il prima e il dopo delle relazioni tra i
sessi, hanno prodotto cambiamenti radicali e
imprevisti, di cui a un certo punto è sfuggito il bandolo.
Agli uomini in maniera evidente e plateale, perché non
hanno voluto o non sono stati fino ad oggi capaci di farci i conti.
Sta qui infatti, in questi cambiamenti non
elaborati della contemporaneità, la radice di antropologia umana che riporta
alla superficie la ferina pulsione maschile all’assassinio di una donna. E
sta qui il terreno fondamentale di una ricerca umana di nuove relazioni di
civiltà tra donne e uomini che non si affidi soltanto ( soltanto) alla legge
e alla punizione dei violentatori e degli assassini ma sperimenti la fatica
della riflessione, della parola pubblica, del messaggio educativo, della
pratica di convivenza, solidarietà, reciprocità tra gli uomini e le donne.
Lo sforzo maggiore (non unico ma maggiore) in questa direzione – sforzo di
analisi, autoanalisi, pratica di dialogo, di parola pubblica, di assunzione
di responsabilità politico-istituzionale – spetta oggi agli uomini. Ma
questo è forse l’aspetto del problema che rende il problema senza soluzione.
Rivista di scienze sociali, N. 3 del 15 giugno 2010
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Il circolo
degli uomini (sa della sua prepotenza, ma...)
Le
riflessioni di alcuni maschi sulla violenza maschile
Lea Melandri
Nel libro L'ultimo paradosso
(Einaudi
1986), presentato come "un quaderno di appunti, note, osservazioni, pensieri
sui problemi fondamentali dell'esistenza", Alberto Asor Rosa scrive:
"Uomini. Sediamo da secoli in gruppo intorno ad una tavola - non importa se
rotonda o quadrata - impartendo il comando cui la nostra funzione ci
abilita, distribuendo il potere che il nostro ruolo ci assegna.
Anche fra
amici indossiamo corazza: i momenti più intimi della nostra conversazione
passano tra celate accuratamente abbassate. Le nostre mani sono chele in
riposo. Gli orgogliosi sanno fare tutto questo con dignità e fierezza, i
vili lo ostentano codardamente per incutere timore: ma gli uni e gli altri
stanno diritti solamente perché c'è una corazza a sostenere il filo della
schiena o una spada a cui appoggiare il fianco stanco. Il nostro volto, il
nostro corpo sono pur là, dietro quelle biancheggianti, livide spoglie. Ma
non oseremmo pensare di rinunciare al nostro circolo e alle sue leggi
neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia
senza pari. Sediamo, intenti a noi stessi, alla nostra forma, al nostro
decoro, al nostro eroismo, alla nostra dignità: al nostro essere-per-sé,
custodito da un simulacro d'acciaio e da una maschera di ferro.
Intorno a
noi ci sono soltanto o subalterni o buffoni: e tra essi mettiamo le donne,
alle quali per giunta presumiamo di piacere e di dar piacere ostentando le
virtù cavalleresche, ossia tutto ciò che più ci allontana da loro. A forza
di tenere il corpo in armatura, ne risultiamo un poco rattrappiti, le
giunture scricchiolano e nel muovere ci procurano dolore. Talvolta ci sorge
il sospetto che il nostro sacrificio, offerto a divinità tanto astratte
quanto crudeli come quelle che compongono la religione dell'ascetismo
guerriero, sia scontato ed inutile, e persino oggi un poco patetico: ed
aspiriamo ad uscire da qualche crepa della vecchia armatura, a scivolare
furtivi sotto quel tavolo, per guadagnare la porta della riunione a uscire a
respirare aria pura".
"Ma appena fissiamo lo sguardo nello sguardo dei nostri compagni, attraverso
la fessura della celata…e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la
nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il
nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia - non appena sguardo
con sguardo di nuovo s'incatena, subito il desiderio di libertà, l'ansia di
gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli…
L'unico
passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è
stato la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il
circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo della maglia più debole. Sono
secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita
affonderanno".
Ho ripensato a questo frammento e al destino
del libro che lo contiene - giudicato dagli intellettuali più vicini
all'autore come meritevole di restare in solaio, dove sembra effettivamente
rimasto -, dopo aver letto su
Liberazione il punto di vista di dieci uomini sul tema
"Maschi,
perché uccidete le donne? " (6/7
novembre 2005). Mi soffermo su due aspetti, che non finiscono di
sorprendermi: la potenza - o prepotenza - che conserva tuttora la
"neutralità", l'abitudine dell'uomo di pensarsi e di parlare come prototipo
unico della specie umana; e, per un altro verso, la repentinità con cui essa
può eclissarsi, come se avesse in effetti la leggerezza di una maschera che
si può mettere e togliere a volontà. Negli scritti pubblicati dal giornale,
l'idea di un dominio maschile che attraversa da sempre la sfera privata e
pubblica, la consapevolezza delle forme più o meno violente con cui si è
imposto il patriarcato, appaiono come verità incontestabili, dati della
propria esperienza e della propria formazione culturale, analisi che
sembrano essere state presenti da sempre, sia pure in modo diverso,
nell'impegno politico di ognuno.
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Se le donne
hanno dovuto faticosamente, tra mille inganni e ostacoli, "prendere
coscienza" di un'oppressione, peraltro evidente, e sopportare che
questa lucidità si rivelasse estremamente fragile, pronta a
scomparire dopo ogni piccola conquista, gli uomini, ragionando su
una rappresentazione del mondo prodotta dalla storia dei loro simili
hanno evidentemente una via di accesso più facile alla messa a nudo
del sessismo, delle logiche d'amore e di violenza che lo sostengono,
nonostante i progressi della civiltà.
Perché
allora quella difesa estrema, sempre meno convinta eppure ostinata,
della neutralità, che si esprime non solo nel cancellare dalle
analisi politiche il rapporto tra i sessi, ma anche in quella
copertura che è la sua distorta collocazione tra le questioni
sociali: emarginazione, cittadinanza incompleta, sfruttamento
economico, beni comuni, ecc.?
Le donne sembra che stentino a "sapere" quanto è profonda l'espropriazione
che hanno subito, quanto siano ancora lontane dalla percezione di sé come
individualità intere, corpo e pensiero, quanto siano propense ad
accontentarsi di una emancipazione che le porta sulla scena del mondo con le
stesse attribuzioni per cui ne sono state allontanate: corpo, sessualità,
maternità. Anche sulla violenza che subiscono quotidianamente, e che risulta
essere ancora la causa prima della loro morte, cala spesso l'invisibilità,
frutto di paure, intimidazioni, così come di desideri e fantasie amorose mal
riposte. Per quanto riguarda gli uomini, viene invece il sospetto che
"sappiano" e che sia proprio l'evidenza del privilegio toccato loro
storicamente e diventato "destino", copione di comportamenti obbligati, a
dover essere in qualche modo aggirata, perché colpevolizzante e quindi
innominabile. |

Vermeer, Donna che scrive

Vermeer, La lettera |
La comunità storica maschile ha visto cadere imperi, muraglie, confini, odi
che sembravano irriducibili, eppure esita a far cadere le fragili pareti che
separano la sua civiltà dalla porta di casa, l'immagine della sua "virilità"
pubblica dalla posizione di figlio, fratello, padre, marito, amante.
Ma tutto ciò che scorre innominato sotto la storia rischia di diventare col
tempo la galassia che la conduce a sua insaputa, che la ricopre via via di
macerie e la tiene con lo sguardo rivolto all'indietro, cosicché la speranza
finisce per confondersi con la nostalgia, e il corpo femminile, su cui
ancora si pretende di esercitare un possesso indiscusso, diventa,
immaginariamente, la terra feconda, incontaminata, di rinascite a venire.
Lo spazio che si è aperto su Liberazione, interrogando uomini e donne sul
destino che li ha confusi e contrapposti, si spera che da piccolo rigagnolo
di riflessioni inedite diventi un fiume capace di dare nuova linfa alla
politica e di allargarne gli argini, prima che lo facciano distruttivamente
il mercato, le guerre o il fanatismo religioso.
11 novembre 2005
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Perchè
gli uomini uccidono le donne
MICHELA MARZANO
Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino
dell'impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E
poco importa il contesto sociale: non si accetta l'autonomia femminile.
Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe
l'amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo
ed unico. Quello che spinge l'assassino ad uccidere la moglie o la compagna
proprio perché la ama. Come dice Don José nell'opera di Bizet prima di
uccidere l'amante: "Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen". Ma cosa
resta dell'amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e
di gelosia? Che ruolo occupa la donna all'interno di una relazione malata e
ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?
Per secoli, il "dispotismo domestico", come lo chiamava nel XIX secolo il
filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della
superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, "uterina", e utili
solo - o principalmente - alla procreazione e alla gestione della vita
domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per
loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias.
Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie
di "virtù femminili" come l'obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e
pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia
definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di
non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle
donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.
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Vermeer, La lattaia

Vermeer. La merlettaia |
Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa
terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra "donne per
bene" e "donne di malaffare". In nome della parità uomo/donna, le donne
hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo
stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: "Non più
puttane, non più madonne, ma solo donne!".
Ma i rapporti tra gli uomini e le
donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad
essere considerati dei "delitti a parte"? Come è possibile che le violenze
contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti
sociali?
Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità,
valore e diritti all'uomo, tanto più l'uomo reagisce in modo
violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere
lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste
sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è
più solo l'unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un
malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale
povero e incolto. L'uomo violento può essere di buona famiglia e
avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o
la posizione sociale che occupa.
Si tratta di uomini che non accettano
l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la
donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca
fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non
vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano
responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita
della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un
altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l'uccidono.
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Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il
sintomo del "declino dell'impero patriarcale". Come se la violenza fosse
l'unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a
mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso.
Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il
mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l'amore si dissolve e
sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall'altra persona. Ma
la dipendenza non esclude mai l'autonomia. Al contrario, talvolta è proprio
quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un'altra persona che
si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive
Hannah Arendt
in una lettera al marito, l'amore permette di rendersi conto che, da soli,
si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un'altra
persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere.
Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L'altro
non è a nostra completa disposizione. L'altro fa resistenza di fronte al
nostro tentativo di trattarlo come una semplice "cosa". È tutto questo che
dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per
amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all'altro
la possibilità di esistere.
La Repubblica, 14 luglio 2010
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Gli
uomini che uccidono le donne
Sostenendo che sia amore
Chiara Avesani
I
femminicidi, cioè le uccisioni di donne per il loro genere, sono molto
aumentati nell'ultimo decennio. L’amore o la passione
non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o
parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non
hanno a che fare con la follia, ma con una escalation di violenza, fino a
uccidere. Queste morti sono premeditate.
I femminicidi, cioè le uccisioni di donne per il loro genere, hanno subito
un incremento significativo nell’ultimo decennio. Secondo il rapporto del
2008 di Eures-Ansa,
su “L’omicidio volontario in Italia”, uno su quattro avviene in
famiglia e la vittima è una donna. Gli assassinii fra le mura domestiche
sono più frequenti al Nord e la Lombardia è la prima in classifica. Il 70,7%
dei femminicidi, nel 2008, è stato compiuto all’interno di contesti
familiari e il 21,8% delle vittime di sesso femminile ha tra i 25 e i 34
anni. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per
lungo tempo. A volte la violenza è preceduta da episodi di stalking.
Solo oggi, in poche ore, si registrano almeno tre casi: nelle Marche, un
uomo denunciato per stalking dalla madre, a Verona un altro è stato
arrestato per minacce alla ex compagna e a Genova un terzo in manette perché
perseguitava la ex moglie.
E’ fondamentale riconoscere e prevenire questi casi, fare formazione e
sensibilizzare. Paola Perrone
si è occupata delle iniziative per le pari opportunità della
regione Piemonte fino al 2010 lavorando, tra le altre cose, a un progetto
chiamato “Melting
lab” per la prevenzione della violenza contro le donne e il
sostegno alle vittime. “Il fenomeno dei femminicidi è certamente in crescita
– conferma Perrone – anche se il dato del sommerso, cioè delle donne che non
denunciano è complesso da valutare. La violenza domestica è un fenomeno
sottostimato, mentre gli stupri fanno più notizia”. Ci sono infatti alcuni
luoghi comuni da sfatare per poter valutare la realtà del fenomeno. “Si
tende a immaginare che violenze, che possono anche sfociare nell’omicidio,
siano compiute da estranei, quando spesso sono commesse da familiari o
conoscenti. Inoltre, è sbagliato immaginare che i femminicidi riguardino
solo contesti disagiati. Le violenze partono anche da uomini con un buon
grado di istruzione e benessere economico”.
Quali sono le cause di questa vera e propria persecuzione di genere? Secondo
alcuni psicologi il motivo sarebbe da ricercare nello scarso potere che
ancora oggi le donne hanno nella società. Secondo altri studi sociologici,
invece, sarebbe la crescente autonomia economica e sociale femminile ad
alimentare la spirale di violenza: quanto più la donna acquisisce diritti,
dignità e cerca di affermarsi nella società, tanto più l’uomo si trova
spaesato, in cerca di una propria identità. Si tratta di uomini che,
indipendentemente dal loro status sociale, per propria debolezza, non
accettano l’autonomia femminile e vogliono controllare e sottomettere la
compagna per dimostrare che hanno potere.
“Non porrei la questione in questi termini – spiega ancora Paola Perrone. –
In questo modo, anche implicitamente, si torna a attribuire la colpa alla
parte femminile. Si identifica nuovamente nella donna un comportamento,
seppur lecito, che sarebbe la causa della violenza. Questa è
una mentalità
insidiosa che involontariamente riconduce al luogo comune per cui la donna
che subisce violenza “avrà pur fatto qualcosa per meritarlo”.
Quali sono dunque i
reali meccanismi? “A mio giudizio – chiarisce Perrone – vanno ricercati in
due fattori. Il primo è la frequente riproduzione di modelli familiari
vissuti in giovinezza: sono ricorrenti i casi in cui la persona è cresciuta
in un contesto nel quale c’era un rapporto simile tra i genitori. Per questo
è fondamentale inserire, come nei nostri programmi, anche l’aspetto
dell’aiuto ai bambini che hanno assistito a violenze. In secondo luogo c’è
certamente il senso di inadeguatezza dell’uomo e il suo desiderio di auto
affermazione che si incanala in una volontà di controllo totale sulla vita
di un altro. Ma non vorrei che passasse l’idea che, in qualche modo, la
causa è il comportamento di autodeterminazione femminile. Le premesse su cui
si deve agire sono proprio queste: l’acquisizione dei diritti, le pari
opportunità, la pari dignità dei generi. E per capire quanto ancora siamo
lontani dall’idea di uguaglianza basta guardare i dati recenti sulla
differenza tra la retribuzione mensile di un uomo e di una donna a parità di
mansioni: lo scarto è quasi del 20%”.
9 agosto 2010
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America Latina capitale dei femminicidi
Simone
Ovart*
Tra le prime cause di morte delle donne nel mondo c'è l’omicidio, Insieme
con gli incidenti stradali, i tumori, la fame o l’AIDS. Nonostante gli
omicidi si verifichino sia tra donne che uomini, l’alto tasso di morti
femminili ha portato a coniare il termine “femminicidio”.
Non esiste ancora una definizione universalmente concordata e accettata di
femminicidio: alcuni lo definiscono “genocidio di genere”, data la crudeltà
con cui si manifesta la violenza sulle donne, altri parlano di “genocidio
nascosto” per il numero impressionante di donne scomparse nel mondo. Io
vorrei designarlo come “qualsiasi forma di violenza fisica o psicologica
esercitata sulle donne in quanto tali”.
La caratteristica
principale che accomuna i casi di femminicidio è la mancanza di valore e il
disprezzo per la vita della donna, alla quale si aggiunge un’estrema
brutalità realizzata attraverso stupri, torture, mutilazioni, spesso
consumati in famiglia, per mano di parenti, compagni, conoscenti o amici.
Purtroppo si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutte le classi
sociali.
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Anche alcuni Paesi in cui vige
la Sharia (la legge islamica) sembrano non
attribuire alcun valore alla vita delle donne; si può infatti parlare di
“violenza di matrice religiosa legittimata dallo Stato” quando casi di
omosessualità femminile o di abbandono del tetto coniugale da parte delle
donne vengono condannati con la morte.
Tuttavia, non dobbiamo pensare che episodi di violenza siano estranei alla
realtà italiana, dove donne e ragazze sono state spesso uccise in nome
dell’onore, dell’amore, della gelosia o della passione, nell’ambito stesso
della famiglia. Nel 2009 sono state assassinate per mano di un uomo 119
donne, 84 nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 113 nel 2008.
Il Paese europeo dove si registra il maggior numero di assassini di donne è
il Belgio, che si trova all’ottavo posto nella classifica mondiale con una
incidenza di 29,30 donne uccise ogni milione. L’Ungheria occupa il nono
posto con una incidenza di 25,69. L’Italia si trova al 34° posto (su 40) con
una incidenza di 6,57 per milione di abitanti donne. Il Regno Unito si
classifica al 33° posto, con una incidenza di 7,65, la Svezia al 35° con una
incidenza di 5,96.
La regione al mondo caratterizzata dal più alto tasso di femminicidi è
l’America Latina: secondo dati recenti in Guatemala solo nel 2009 sono state
uccise 789 donne (e questo stando ai dati della Polizia). Nel 2005 le
vittime erano 665; in Colombia tra il 2002 e il 2006 sono state 377; in Cile
dal 2001 al 2007 sono state uccise 330 donne; in Bolivia nel 2007 le
uccisioni sono state 420; in Brasile nel 2006 solo a Rio de Janeiro, sono
state uccise 300 donne. Si tratta di un fenomeno endemico risultante da tre
fattori: machismo, impunità e povertà. |

Vermeer, La mezzana

Vermeer, Soldato con ragazza
|
Il femminicidio è possibile perché la donna viene discriminata dentro e
fuori dalle istituzioni e se i Governi non riescono a prendere una posizione
forte contro questa violenza e a garantire loro il diritto alla sicurezza in
qualità di cittadine, essi si rendono inevitabilmente complici di queste
barbarie. In Sud America sono
soprattutto le donne indigene e le ragazze madri a subire queste violenze in
quanto più vulnerabili poiché più colpite dalla povertà, quindi
impossibilitate a permettersi gli alti costi della giustizia e molto spesso
incapaci di farsi capire dalle forze di polizia perché parlano un’altra
lingua.
In Messico dal 2006 al 2009 sono state assassinate ben 3726 donne. In
particolare Ciudad Juárez, nello Stato di Chihuahua, è famosa non solo per
essere la città simbolo della criminalità organizzata, ma anche per le
centinaia di ragazze che vengono rapite e uccise.
A oggi si contano quasi 5mila assassini, tra cadaveri che affiorano dal
deserto e ragazze scomparse e mai più ritrovate. Tutte le vittime subiscono
lo stesso trattamento: rapite sulla strada del lavoro oppure mentre tornano
a casa, violentate, torturate, mutilate e uccise.
Una delle cause di questo orribile fenomeno è soprattutto
la coltre di
omertà che circonda la città messicana e che coinvolge magistrati, giudici,
politici e poliziotti, molti dei quali legati al narcotraffico e alla mafia
locale.
La polizia e il Governo si nascondono dietro la giustificazione che le
uccisioni e le sparizioni sono conseguenze di situazioni familiari
compromesse o di imprudenze irresponsabili, mentre le madri delle vittime
aiutate da organizzazioni internazionali per i diritti umani continuano a
chiedere giustizia.
Molto importante è stata la sentenza della Corte Interamericana dei Diritti
Umani che nel novembre 2009 ha condannato il Messico per i femminicidi di
Ciudad Juárez in quanto responsabile per la violazione del diritto alla
vita, all’integrità personale e alla libertà personale nei confronti delle
vittime di femminicidio. Lo stato messicano è quindi accusato di non aver
adottato misure efficaci e immediate dopo la denuncia e la sparizione di
queste donne a partire dal 1993.
La sentenza crea un precedente sul tema del femminicidio in America Latina e
nel Centro America perché riconosce per la prima volta la violazione
sistematica dei diritti umani delle donne.
In questo contesto assume grande importanza la Legge contro i femminicidi
approvata il 9 Aprile 2008 dal Congresso del Guatemala che definisce il
femminicidio come “la morte violenta di una donna in quanto tale, dal
momento che avviene in un contesto di relazioni di disuguaglianza di genere
che domina le relazioni tra uomo e donna”. Essa identifica quattro tipologie di violenza
contro le donne: femminicidio, violenza fisica/sessuale, psicologica ed
economica. Riconoscendo il genere come primo motivo di crimine, la legge
prende in considerazione le conseguenze di un sistema affetto da una forte
misoginia, machismo e pregiudizi e costituisce un importantissimo traguardo
nel contesto della violenza contro le donne, nonché un esempio da seguire
internazionalmente per sostenere la causa femminile.
Tuttavia l’introduzione di nuove misure legislative non può essere l’unica
soluzione per reprimere questo fenomeno. È necessario infatti puntare su un
cambiamento di mentalità che parta dall’educazione, insegnando ai ragazzi a
rispettare le donne e rendendo consapevoli le ragazze dell’esistenza di
strumenti giuridici volti a tutelare i loro diritti. Occorrono quindi nuovi
metodi di relazione educativa tra ragazze e ragazzi, cominciando dalla
famiglia, passando poi alla scuola e infine al mondo del lavoro. Garantire
il rispetto della donna là dove l'istruzione inizia è il primo passo da
compiere per raggiungere questo ambizioso tra guardo. (20 Luglio 2010)
*Presidente
Comitato Unifem Italia
_________________________________________________________________________
QUELLO CHE
DICONO GLI UOMINI
Uomini che
Uccidono le Donne Perché non Sanno Restare Soli
Cesare
Rimini
Le storie dell' uomo che non regge l' abbandono sono il segno del tempo che
ha visto rovesciarsi la clessidra del potere maschile. Era lui che lasciava,
che decideva, che aveva la comprensione della società per il suo tradimento,
quella stessa società che emarginava la donna tradita e comunque separata.
La parità tra i sessi era un' affermazione costituzionale, che, nella
pratica, è stata teorica per anni. Ma quando l' indipendenza della donna è
diventata la realtà del lavoro, l' uomo ha dimostrato la sua fragilità,
l' incapacità di vivere la parità in modo forte e
responsabile. E quasi quotidianamente si sono viste nell' uomo
nevrosi, depressioni sfociate in patologie psichiche che hanno portato anche
al delitto, l'ultimo stadio dell' insuccesso maschile. Ormai sembra che non
ci sia più spazio per lo stupore, mentre le donne si battono per le pari
opportunità nella vita come nel lavoro, è proprio la loro vita ad essere in
pericolo per la reazione di chi non sa sopportare la realtà delle loro
scelte, giuste o sbagliate che siano. La tragica vicenda di ieri a Gornate
Olona, quella donna e quei due bambini uccisi dal marito e padre sono l'
emblema di quello che sta succedendo. Storie drammatiche. Che a volte
possono essere fermate prima dell' epilogo più violento. Per questo è
indispensabile che l' aiuto sia dato ogni volta che viene richiesto, anche
sottovoce. Per non lasciare senza risposta la richiesta di protezione e per
fare in modo che queste richieste inascoltate non diventino l' occasione di
un più grave pericolo.
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Quando gli uomini uccidono le donne
Adriano Sofri
Chi tenga il conto degli uomini che ammazzano le donne annovererà
l'uxoricidio di Novi (Modena)
in questa categoria, alla data del 3 ottobre.
Alla data del 4, appena un giorno dopo e a qualche chilometro da lì, nel
Piacentino, un uomo ha ridotto in fin di vita la sua convivente,
trafiggendole la schiena con un forcone. Per questa voce, "Uomini che
uccidono le donne", i dettagli sono secondari. A Novi l'uomo, 53 anni, che
ha ucciso a colpi di mattone la moglie, Begm Shaneez, 46 anni, era, come
lei, pachistano, e pachistano il figlio maschio, 19, che ha ridotto in coma
a sprangate sua sorella, Nosheed, 20 anni. A Castelsangiovanni, sono
italiani, piacentini ambedue, lui 60 anni, e lei 41. Sarà diverso il
registro di chi invece tenga nota dei pachistani che ammazzano le donne o,
rispettivamente, dei musulmani che ammazzano le donne. Gli uni avranno
annotato in particolare l'assassinio di Hina, 20 anni, sgozzata nel 2006 dal
padre a Sarezzo, Brescia, gli altri quello di Sanaa, 18 anni, sgozzata nel
2009 dal padre fin quasi a decapitarla, a Pordenone.
Sono i casi più famosi in elenchi fitti. Ogni volta si ripeterà
doverosamente che le generalizzazioni sono arbitrarie e disastrose. "I
musulmani ammazzano le donne", o "i pachistani ammazzano le donne" - o, del
resto, "i cristiani ammazzano le donne". Tuttavia, senza una misura
convenzionale di generalizzazione, non sapremmo né ragionare né comunicare.
Così, quando diciamo che "gli uomini
ammazzano le donne", sappiamo naturalmente che non tutti gli uomini
ammazzano le donne, ma
intendiamo che parecchi uomini, e senz'altro troppi, ammazzano donne. In
Italia, per esempio, l'anno scorso sono state assassinate (almeno, i dati
non sono completi) 119 donne, 147 nel 2008, 181 nel 2006, più di 600 tra il
2006 e oggi. Se dicessimo che "le donne uccidono gli uomini" la
generalizzazione sarebbe molto più infondata, dal momento che le donne che
uccidono uomini sono una minima percentuale degli omicidi fra persone di
sesso differente.
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Vermeer, L'allegoria della fede

Vermeer, L'arte della pittura
|
Quella arbitraria dichiarazione - gli uomini uccidono le donne -
allude anche, per eccesso, a un'altra verità: che gli uomini, anche
quelli che si astengono con orrore dall'ammazzare e violentare e
picchiare donne, se non sono ipocriti con se stessi e sono disposti
a frugare nella propria formazione, sentono di avere a che fare con
l'impulso che spinge i loro simili a quell'orrore. Se ne tengono a distanza dandogli nomi di sicurezza
come "raptus" e follie. Sono tentato di dire che
gli assassinii di donne
stanno al maschilismo come gli attentati contro gli ebrei stanno
all'antisemitismo.
Il succo della "Sonata a Kreutzer" è questo: che, secondo
Tolstoj, chiunque può ammazzare la propria moglie. Lui non lo fece, però lo
scrisse. Le uccisioni di donne, anche quando sono privati, anche quando sono
l'opera di uomini miti - "tranquilli", diranno i vicini - e da un assassinio
solo, sono efferati. A Novi di Modena, una ferocia infame si è compiuta
così: due uomini, un padre e un figlio, si sono accaniti su due donne,
moglie e sorella, ripetendo e però rovesciando il modo dell'agguato a Hina.
Lì, la violenza del padre e dei suoi parenti maschi complici si era
procurata poi il consenso, chissà quanto forzato e rassegnato, della madre
di Hina. Qui, la madre di Nosheed ha dato la vita per proteggerla.
Ha fatto bene il ministro Carfagna a parlare di "deliri patriarcali". Fanno
bene quelli che ricordano che il delitto d'onore è uscito dal nostro codice
nel 1981 appena ieri (e dalle nostre teste, chissà) e che appunto gli uomini
ammazzano le donne, e di preferenza le "loro" donne - mogli, fidanzate,
amanti, come nella singolare espressione che estende la proprietà - "la mia
donna" - oltre la data di scadenza - "la mia ex-donna". "Uccide la sua ex-
fidanzata". (Ahimé, anche il comandamento, "la donna d'altri"). E se no le
prostitute, che non sono di nessuno, dunque di tutti, dunque "mie".
|
Quanto
al modo in cui il cristianesimo ha innovato nella condizione della donna (e
dei bambini, soprattutto introducendo una tenerezza e più tardi un amore
cavalleresco) e insieme ha accolto e perpetuato una soggezione patriarcale,
e non di rado una veemente misoginia, è un fatto che oggi è più difficile
adattare una cultura cristiana alla brutalità contro le donne. La quale
troppo spesso si compie, ma contro la sua ispirazione. Ne abbiamo appena
riparlato a proposito della più tradizionale delle pratiche contro le donne:
le mutilazioni genitali - o d'altra parte dell'abbigliamento teso a
occultare la vista della donna (che sia vista, e che veda, anche).
Per questi usi il relativismo per conto terzi richiama la complicità di
nonne e madri infibulate e autrici a loro volta dell'infibulazione delle
loro bambine, come se ne risultasse una loro responsabilità libera, e non la
più trista prova del dominio patriarcale. Cui meravigliosamente si ribellano
tante donne (le bambine, si erano sempre ribellate, e tenute ferme a forza
come in una tortura), com'è successo l'altro ieri nel giardino mattatoio di
Novi. Queste pratiche, tradizionali e patriarcali, e sconfessate (non
sempre, del resto) dalle autorità di tutte le religioni, sono state però
incorporate e fissate, e a volte inasprite, in molti paesi dalla tradizione
islamica. Lo conferma proprio l'argomento invocato per smentirlo: cioè che
costumi e prescrizioni misogine non appartengano al Corano, ma risalgano a
prima dell'Islam. Esso è diventato il pretesto per una «riconquista» delle
donne alla modernità: nella «rivoluzione» khomeinista che ha ricondotto in
cattività le donne iraniane, o in quella taliban che la sta perseguendo.
Ho letto la sterminata trilogia di Stieg Larsson diffidando, e ricredendomi.
A cominciare dal titolo, "Uomini che odiano le donne", dunque le uccidono. A
stare alle motivazioni che un gran numero di loro fornisce a se stesso e al
pubblico, si potrebbe dire anche "Uomini che amano le donne", dunque le
uccidono. (I francesi, campioni di eufemismo, hanno tradotto: "Uomini che
non amano le donne"!). Larsson è stato un campione dell'impegno contro il
razzismo e il fascismo nella sua Svezia. I suoi romanzi hanno finito per
offrire la miglior chiave di interpretazione del recente voto svedese,
segnato dal successo del partito xenofobo e nazisteggiante.
Se la libertà è misurata prima di tutto dalla libertà delle donne - la
Scandinavia ne fu un esempio precoce e proverbiale, fino allo scherzo -
l'immigrazione che trascina con sé il peso di una tradizione patriarcale e
sperimenta nella nuova condizione lo scontro fra i suoi maschi e le sue
donne, eccita lo spettro dell'aggressione e della rivalsa sulle donne
libere. Due modi distanti e perfino opposti di "odiare le donne" rischiano
di congiurare contro la loro libertà - e incolumità. La nuova demografia di
Malmoe coincide strettamente con la sua nuova mappa elettorale.
L'alternativa starebbe, all'opposto, nella congiura di donne libere e donne
immigrate, cui leggi, istituzioni e forza pubblica dovrebbero mettersi al
servizio.
Pochi giorni fa, il 23 settembre, a Scandolara (Cremona) una donna indiana
di 25 anni, Rupika, si è cosparsa di benzina a casa sua e si è data fuoco ed
è morta. Aveva perso il lavoro, in un ristorante, e aveva paura, scaduto il
permesso di soggiorno, di essere rimpatriata. Ho letto che in India
l'aspettava un matrimonio combinato. Chissà. Non si può far a meno di
pensare a una ragazza che si è data fuoco qui, dove si sentiva libera, per
non tornare nel proprio paese, dove una solenne tradizione vuole bruciare
vive le vedove sul rogo dei mariti morti.
Repubblica, 5 ottobre 2010
___________________________________________
Le ragioni di questo appello
L’appello che diffondiamo in questi giorni reca le firme di
uomini
provenienti dai più disparati percorsi politici, culturali, religiosi,
sessuali, che hanno deciso di reagire in qualche modo ai terribili fatti di
violenza alle donne che le cronache hanno riportato alla nostra attenzione
negli ultimi mesi. Alcuni vengono da esperienze politiche tradizionali,
altri vengono da movimenti studenteschi, pacifisti e ambientalisti, altri
ancora hanno cominciato a riflettere su questi temi a partire da relazioni
affettive o di amicizia o da scambi con il movimento delle donne.
Si
tratta di percorsi semplicemente individuali. Ma anche di esperienze, spesso
informali, di gruppi di autocoscienza e di discussione su diverse questioni
(stupro, guerra, prostituzione, pedofilia). Esistono attualmente in Italia
gruppi di uomini di questo genere in diverse città: “Uomini in cammino” di Pinerolo,
“Maschile plurale” di Roma, “Maschile plurale” di Bologna, il
“Gruppo uomini” di Verona, il “Gruppo uomini” di Viareggio, il “Gruppo
uomini” di Torino, il “Gruppo uomini di Agape”, “Il cerchio degli uomini” di
Torino, l’“Associazione uomini casalinghi” di Pietrasanta, a cui si
aggiungono gruppi misti di uomini e donne “Identità e differenza” di Spinea,
“La merlettaia” di Foggia, il
“Circolo della differenza” di Parma, il
“Gruppo sui generis” di Anghiari, il
“Gruppo sul patriarcato” di Roma
promosso dal “Forum Donne PRC”.
Queste occasioni di riflessione hanno dato vita a un ampia produzione di
articoli, libri, incontri, convegni, sui temi della maschilità e dei
rapporti tra i sessi (anche se finora con scarsa attenzione da parte dei
media). Negli ultimi anni si sono infittite le occasioni di incontro e
confronto a livello nazionale tra uomini e anche tra uomini e donne con
alcuni appuntamenti oramai riconosciuti (ad Agape, Asolo, Anghiari fra gli
altri).
Gli uomini che hanno attraversato queste esperienze non rivendicano
estraneità rispetto alla storia a cui appartengono e non cercano rivincite
riesumando vecchi trofei e valori patriarcali. Assumono la libertà
conquistata dalle donne grazie al loro pensiero e alla loro pratica, come
occasione per interrogarsi e scoprire cose nuove su di sé.
Ci auguriamo che questo appello non sia semplicemente un atto formale: ne
proporremo la lettura e la discussione agli uomini che operano nella
politica e nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole, nei media,
nei sindacati, nell’associazionismo, nei servizi, nelle comunità di
immigrati, nelle realtà religiose. A tutti gli interessati diamo
appuntamento per un incontro pubblico il 14 ottobre a Roma, per scambiare
opinioni e elaborare ogni possibile ulteriore iniziativa. Intanto ci
auguriamo che le adesioni continuino ad arrivare. Chi volesse aggiungersi ai
firmatari può scrivere all’indirizzo:
appellouomini@libero.it
Criminologia.it - Pubblicato in rete il 1.10.2006

La violenza contro le donne ci riguarda:
prendiamo la parola come uomini
Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle
donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente
democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e
dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della
libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo
del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che
l’aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità
permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo . E tale
violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure
a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste
ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste
manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi
una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti
maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti,
individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una
indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli
uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza,
una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla
natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del
secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo. Sono mutate prima di tutto
le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e
donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di
sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure
a fatica, questo cambiamento.
L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società
occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso,
con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo
“scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la
logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con
un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del
rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una
larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla
rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere
interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica
attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una
critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una
“risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti
ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica,
che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista
del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente
sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non
esclusivamente – da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti
che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente
femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole
affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella,
rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un
immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi,
perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In
alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati
ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza
lesbica a Torre del Lago. Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con
otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo
caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia
da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di
lasciarli. Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza
(in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della
politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo
di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione
dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della
violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a
culture e religioni diverse dalla nostra.
|
Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra
società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di
violenza. E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla
violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo
inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo
stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei
comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche,
sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei
processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un
ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi
di violenza. Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una
chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte
maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi
maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine
patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di
coscienza collettiva.
La violenza è l’emergenza più drammatica. Una forte presenza pubblica
maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico
rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee,
per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi
fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla
sempre più
insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce
alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di
significare e di agire la loro nuova libertà: il
corpo femminile è negato con la violenza. |

Vermeer, Suonatrice di liuto

Vermeer, La baronessa Rolin
|
Ma
viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha
dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini
di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da
ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia,
nell’informazione, nell’impresa. Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle
organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande
trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal
massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Chiediamo che si apra
finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle
scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione,
nel mondo del lavoro.
Una
riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta
nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.
(seguono firme di diecine di uomini)
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UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE
Robert
Fisk
E’ una tragedia, un orrore, un crimine contro l'umanità. I particolari degli
omicidi - donne decapitate, bruciate vive, lapidate, pugnalate, folgorate,
strangolate e seppellite vive per lavare l’"onore di famiglia” - sono
terrificanti. Le ultime statistiche mondiali pubblicate dall’ONU nel 2007
parlano di circa 5.000 morti all'anno, ma in Medio Oriente e sudest asiatico
molte associazioni di donne sospettano che le vittime siano almeno quattro
volte di più.
La maggior parte delle vittime sono giovani, molti sono gli adolescenti,
eliminati nell'ambito di un vile tradizione che risale a centinaia di anni
ma che ora si estende su metà del globo.
L’ Independent ha condotto un’indagine durata 10 mesi in Giordania,
Pakistan, Egitto, Gaza e Cisgiordania per raccontare questi crimini, che
riguardano soprattutto donne giovanissime,spesso adolescenti. Tra le vittime
ci sono anche degli uomini e, sebbene i giornalisti la descrivano come
un’usanza prevalentemente musulmana, i delitti d’onore avvengono anche nelle
comunità cristiana e indù.
Il concetto di onore
(ird in arabo) – l’onore della famiglia e della comunità – va al di là della
religione e trascende la pietà umana. Le volontarie che lavorano nelle
organizzazione per i diritti umani, ad Amnesty International, nelle
associazioni delle donne e negli archivi dei mezzi d’informazione, ci dicono
che la strage delle innocenti accusate di aver disonorato la famiglia si
aggrava ogni anno che passa.
I delitti d’onore sono frequenti soprattutto tra i curdi d’Iraq, tra i
palestinesi della Giordania, in Pakistan e in Turchia. Forse però questa
sproporzione dipende dal fatto che in alcuni paesi la stampa è più libera di
denunciare e compensa la segretezza che circonda gli stessi delitti in
Egitto, dove il governo nega che esistano, e in altri paesi del Golfo e del
Medio Oriente. Da molto tempo i delitti d’onore sono
aumentati anche in Occidente: in Gran Bretagna, in Belgio, in Russia,
in Canada. In molti paesi del Medio Oriente, le autorità sono complici di
questi crimini e riducono o addirittura annullano le condanne degli
assassini se le donne fanno parte della famiglia, oppure classificano gli
omicidi come suicidi per evitare i processi.
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Vermeer, Suonatrice di chitarra

Vermeer, Donna con collana di perle
|
E’ difficile mantenere la calma di fronte all’elenco
sterminato dei delitti d’onore. Come si deve reagire davanti ad un
uomo che violenta e poi, siccome è rimasta incinta, la uccide per salvare
l’onore della famiglia, come è successo in Egitto?
Medine Mehmi, una ragazza turca della provincia
di Adiyaman, a febbraio è stata sepolta viva sotto un pollaio dal padre e
dal nonno perché “aveva amici maschi”. Aisha Ibrahim
Duhulow aveva 13 anni nel 2008 quando, dopo essere stata accusata di
adulterio, è stata trascinata in una buca scavata nel terreno, sepolta fino
al collo e lapidata da 50 uomini. Il suo crimine? Essere stata violentata da
tre uomini. A Daharki, in Pakistan, una ragazza è stata uccisa dai familiari
mentre partoriva il suo secondo figlio. Prima di essere massacrata con
un’ascia, le hanno tagliato il naso, le orecchie e le labbra. Il primo
bambino, ancora piccolo, è stato trovato morto tra i suoi vestiti. La testa
del neonato spuntava appena, mentre il torso era ancora nell’utero. I tre
cadaveri erano in stato avanzato di decomposizione. Alcune donne volevano
seppellirli, ma un religioso musulmano si è rifiutato
di pronunciare una preghiera per loro perché trattandosi di una “donna
maledetta e dei suoi figli illegittimi” sarebbe stato un atto empio.
Nell’agosto del 2008, in Belucistan, cinque donne sono state sepolte vive
per aver commesso reati contro l’onore delle famiglie. Hamida, Rahima e
Fauzia erano adolescenti. Degli uomini le hanno picchiate, le hanno sparato
e le hanno gettate ancora vive in una fossa dove le hanno coperte di terra e
di pietre. Altre due donne, di 45 e 38 anni, hanno fatto la stessa fine per
aver protestato. Le più giovani erano colpevoli di aver voluto sposare
uomini non scelti dalle loro famiglie.
Un parlamentare pakistano,
Israrullah Zehri, ha dichiarato in aula che
quegli omicidi facevano parte “di una tradizione
secolare che bisogna continuare a difendere”. |
Nel dicembre del 2003, a Multan, ancora in Pakistan, una ragazza di 23 anni,
Afsheen, è stata assassinata dal padre perché, dopo un infelice matrimonio
combinato, era fuggita con un altro uomo, Hassan. Afsheen veniva da una
famiglia istruita di avvocati e ingegneri. “Le ho messo dei sonniferi nel tè
e poi l’ho strangolata nel dupatta (una lunga sciarpa che fa parte del
costume tradizionale delle pachistane)” ha confessato il padre alla polizia.
“L’onore è l’unica cosa che conta per un uomo. Era la mia figlia preferita.
Sento ancora le sue grida e avrei voglia di tagliarmi le mani e farla
finita”. I parenti avevano trovato Afsheen a Rawalpindi in compagnia di
Hassan e le avevano promesso che se fosse tornata a casa non le avrebbero
fatto nulla. Mentivano.
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Perché gli uomini uccidono le donne?
Lo so perché non l'ho ancora fatto.
di Pino Ferraro
Perché gli uomini
uccidono le donne? Credo di saperlo, ma non so dirlo.
Sarà certo una scusa. Ma è la verità. Sento di saperlo, ma non so dirlo. La
verità sta in questo scarto simbolico del dire, che ne custodisce il
segreto, lo rivela, lo mente e ne autorizza la consegna. Una questione di
ordine. Imposto dagli uomini. Certo da sovvertire, ma secondo quale altro
spettro di significati e di valori, secondo quali altri spettri, che non
siano nuovi fantasmi della mente pronti ad agitare brividi e violenze?
Converrà allora saltare fuori dell'ordine, avanzare sull'extraordinario, in
un mondo che produce già i suoi extra su tanti fronti, comunitari e sociali,
sempre più vicini alla soglia di uno sconvolgimento culturale necessario.
Fuori dell'ordine. Aprendo varchi alle periferie del Sé. A stabilire altre
relazioni. Altre storie d'amore. Un altro modo di amare. Il punto è questo.
Perché gli uomini uccidono le donne? Lo so,
perché non lo ho "ancora" fatto. Il "non ancora" sta a
dichiarare un già "fatto" da altri di cui faccio parte. Non so dirlo,
perché sta, e sto, al fondo della trama simbolica in cui quel sapere
organizza il suo potere. La neutralità non c'entra, perché mai il potere è
di nessuno e mai è neutrale, quanto più invoca la sua fondazione sul nulla e
sulla scelta decisionista. Ecco ci sono. Il nulla. Eccola la neutralità di
parte, la paura del nulla. La paura di morire, di perdere l'oggetto cui si è
ancorati, circoscrivendo un piccolo mondo privato. Non basta.
Angela Azzaro lo
ha scritto con una chiarezza che non lascia scampo. Non ci sono alibi di
neutralità. Ditecelo, uomini, perché ammazzate le donne? Ognuno risponda,
anche se dice di non aver ucciso, non ancora, anche se non si riconosce nel
più efferato dei gesti. E non c'è neppure l'alibi di una scala di distinguo,
per cui solo in fondo all'ultimo scalino ci si sporca di sangue le scarpe.
C'è chi è sceso fino al pavimento o al sottoscala della miseria umana, c'è
chi invece parla dal sesto piano, ma il palazzo è lo stesso. Tutti gli
uomini sono Hans, ha scritto Ingebor Bachmann. Mi sono sempre ribellato a un
tale richiamo e sempre ho dovuto capire che non si trattava di difendermi da
quella accusa. Una questione di rappresentanza, non di rappresentazione. Ne
sono un esponente, comunque sia e chiunque sia. Il punto di volta è questo.
Non è più una questione personale, ma di
rappresentanza di genere. Allora cambiare, cercare altre parole, dire
un altro sapere di se stessi, per un'altra relazione a sé, non
introspettiva: un sé senza se stessi. Una questione di luoghi. A cominciare
dal luogo interiore, perciò dall'Ethos e dal daimon col quale coabitiamo.
Occorre sapere perderci per qualche tempo, se vogliamo imparare qualche cosa
da ciò che non siamo noi stessi. "Perderci", sì, "qualche volta", dire
"sempre" sarebbe ancora un alibi; "qualche volta", cioè quando si incontra
qualcuno o qualcuna che ti chiama Hans o che ti chiede perché gli uomini
uccidono le donne, senza per questo cercare spiegazioni, ma altre relazioni.
Un "perché" che non è domandare, ma un protestare e rifiutare, continuando
ancora a cercare una relazione d'amore. Di un altro amore. Allora si tratta
non semplicemente di che cosa ne sappiamo o crediamo di sapere, si tratta,
piuttosto, di saper credere. Di rivedere questo rapporto, tra credere e
sapere, sulla cui distinzione si è fondata la cultura maschile e su cui
sempre ritorna, distinguendo. In maniera essenziale:
si tratta non più di credere di sapere, ma di saper credere a chi ti sta
davanti, la sua voce, il suo volto, la sua parola, la singolarità e
la differenza.
Qualche volta, ogni volta, sempre di nuovo,
davanti a un'altra. E non solo. Davanti a sé. La differenza non si dà mai in
saldo, non è mai scontata. E' sempre a prezzo del dono. Inscambiabile. Né
gli uomini possono "imitare" le pratiche delle donne. La loro cultura.
Assurdo, oltre che "innaturale", un esproprio, quando non è una semplice
intrusione. No, gli uomini devono restituire al mondo la loro differenza
senza preponderanza, senza violenza. Sarà poi possibile, senza, rimettere in
questione l'ordine che quella violenza salvaguarda e autorizza? Sarà
possibile senza convocare su nuovi scenari sesso e società, desiderio e
sentimento, passione e ragione? Come vedere insieme cosa accade nel mondo,
come guardare il mondo con due occhi, con tanti occhi, che non siano quelli
satellitari informatizzati di violenze e stupri? Gli occhi che informano non
"fanno sapere", non producono conoscenze e atteggiamenti.
Condividere vuol dire mettere insieme le proprie
divisioni. Troppa cultura analitica ha continuato a separare per
giustificare. Lasciando indiscusso e indiscutibile il rapporto tra eros ed
ethos, registrando solo l'altro tra eros e thanatos.
Io lo so perché gli uomini uccidono le donne, ma
non so dirlo. Ne sono perciò capace. Ed è questa la verità: gli uomini
uccidono le donne non perché abbiano paura della crescita del potere
femminile, sarebbe come ammettere che gli uomini ammazzano le donne allo
stesso modo in cui si ammazzano tra loro. Sarebbe come riconoscere alle
donne lo stesso ordine e uso del potere degli uomini. Certo è una ragione.
E' anche una questione fisica. Di uso della forza bruta. Forse è più certo
che gli uomini soffrono un potere che non sanno riconoscere o lo riconosco a
tal punto con i propri codici che rispondono con la violenza di cui il loro
potere è capace. Ci deve essere qualcosa custodita
dentro la relazione d'amore. Ed è a sua rovina. La donna diviene
sempre un "corpo d'eccezione". La parità che pure si invoca, sul piano
giuridico, riguarda le quote di rappresentanza (quale?!), non certo quella
del corpo proprio, che resta nei confronti delle donne, per gli uomini un
corpo d'eccezione. Se ne può fare di tutto. Prenderlo, usarlo, occultarlo,
farlo a pezzi o non considerarlo affatto, è lo stesso. Corpo intendo anche
il corpo che piange come piange, che ride come ride, che cammina come
cammina, che si guarda come lo guardano… E' l'uso
dell'amore che autorizza e spiega queste stragi. E' la relazione
d'amore che permette queste stragi. Il fatto è che si ammazza "per amore".
Ma non è amore, non più, se mai lo è stato e lo è qualche volta un amore che
sa credere. E' questo l'inciampo. Si ammazza "per amore", all'interno
dell'uso che un tale dispositivo d'ordine autorizza. Su questo piano
scivolano come biglie tutte le altre considerazioni e non si riesce a
tenerle. Convocano al confronto sesso e società, amore e comunità, possesso
e proprietà, cupidigia e amore. Si ammazza per amore, per possessione, per
gelosie, per omertà. Allo stesso modo in cui si dice che le guerre si fanno
nel nome di Dio, per religione e per democrazia.
Tornano qui le altre
considerazioni sostenute su questo giornale dalla
Melandri e dalla Ingrao, diversamente.
Il fatto è che bisogna spezzare questo intreccio di connivenza estetizzante,
e psicanalizzante, tra amore e guerra. La psiche forse va scombinata e
cambiata. Ci servono altre culture di luoghi interiori. Certo va messo via
quanto fin qui abbiamo chiamato amore e che continua a fare stragi di donne,
amate, innamorate, volute, ripudiate. Bisogna imparare un altro amore. Una
questione anche di luoghi, per questo è una questione interiore, del sé come
luogo dell'io, ethos, ancora, perciò una questione politica, di luoghi
comuni cioè. Di case. Si arriva sempre tra gli spazi di casa. Si arriva
sempre all'abitare e al coabitare. Quando si parla di casa, non basta
parlarne per mattoni evidentemente, se non in ragione della qualità della
loro disposizione. Ma questo a chi importa? Una questione di spazi e di
stanze non interessa. E gli sfrattati che sono "cacciati" dalle case.
Sarebbe opportuno parlare di queste cose cominciando dalle case, da luoghi e
spazi, da stanze e di distanze.
Bisogna imparare ad amare.
Un altro amore. Cominciare a pensare alla educazione sessuale non in termini
contraccettivi, ma come educazione alla differenza. Fare della
differenza un sentimento. Sentirla. Non enunciarla. L'etica deve fare i
conti con l'amore che fin qui ne è stato l'inciampo. Fin qui ne è stato
fuori, pericoloso per lo stato. Meglio la famigliarità, l'amicizia di chi si
divide le cose, non certo la condivisione che mette insieme le proprie
divisioni. L'etica è stato il discorso del padre al figlio, da Aristotele a
Savater. Che sia Vittorio (Nicomaco in greco) o Diego, è lo stesso. Il
giusto mezzo. L'amore è stato lasciato di qua dall'etica. Agli omosessuali è
stato riconosciuto e censurato, agli uomini e le donne è stato invece
registrato con firma, chiuso in un contratto, comprensivo di clausole di
rescissione. Dietro quelle mura può succedere di tutto. Il fatto che le
uccisioni di donne per mano dei "loro" uomini sale il livello della
questione sociale, impone che si trovi un'etica a più voci. Un'etica della
differenza.
Penso ad una relazione d'amore restitutiva,
quando si restituisce all'altro il proprio essere così come si è, senza
voler essere altro, riconosciuto per l'unico e solo di là dal dono d'amore.
Senza proprietà. Dove ci sia il possesso senza la proprietà. Dove si possa
dire da una parte e dall'altra "mia e non di me". Per dirlo anche più a gran
voce, penso ad un amore senza futuro, ad una relazione d'amore senza futuro
e inattuale. Senza domani. Solo presente e viva.
Quando la si programma, la relazione d'amore cede il posto all'economia
dello scambio.
Per tutto questo ci mancano le parole, ci manca la società, le distanze, gli
spazi, i luoghi. Ci mancano le maglie simboliche, perché una relazione
d'amore tra differenti chiede di un sapere e un dire differente. Imparare ad
amare forse anche morire diversamente. Con diritto. Non per mano di altri.
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Femminicidio: perché gli uomini uccidono le
donne?
Filippo Nicolini
Ho già scritto della violenza nei confronti delle donne ma forse l’ondata di
follia assassina che ha riempito le cronache degli ultimi mesi impone
qualche ulteriore riflessione su un fenomeno che spesso viene proposto dai
mass media come l’esasperazione patologica di un sentimento, come una
passione in grado di superare i confini del razionale per dilagare
incontrollata in un territorio oscuro e primitivo, quasi bestiale. Per
questo non mi trovo d’accordo con definizioni del tipo “amore criminale”
o “delitto passionale” ma preferisco usare il
termine “femminicidio”, parola coniata per le centinaia di donne
vittime della spietata guerra tra narcotrafficanti che affligge il
territorio messicano di Ciudad Juarez ma ormai traslata nei
vocabolari sociologici di tutto il mondo.
Certo, passionale
riporta etimologicamente al greco “pathos”, letteralmente sofferenza,
termine che imprime su di sé l’immagine del sentimento più profondo, pulsionale, quello che si ribella e
si svincola dal controllo della ragione e della volontà.
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Vermeer, Donna con brocca

Vermeer, Donna dormiente |
Quello che non
permette di tollerare la frustrazione del rifiuto, dell’abbandono, del
distacco. Quello che esprime il rabbioso tormento del maschio privato
del suo potere assoluto sul corpo e sulla mente della femmina. Quello che
mostra l’invidia e il rancore dell’uomo nei confronti di donne che,
conclusa la fase del coinvolgimento e del desiderio, mostrano di
considerarlo un essere indisponente.
Dietro le quinte di un
comportamento delittuoso c’è comunque sempre una storia malata.
Non è facile,
però, trovare una spiegazione logica e univoca del perché un
individuo possa produrre un comportamento così estremo.
Contrariamente a quanto accade per la maggior parte degli omicidi,
in questo tipo di delitti il movente sembra essere
l’attaccamento amoroso, un attaccamento morboso, deformato, possessivo,
sciupato e lacerato da continui litigi e incomprensioni, ritmato da sfoghi
aggressivi e plateali pentimenti.
Tra le pieghe di
queste relazioni spesso si sviluppa una
violenza silenziosa, subdola, fatta di ricatti psicologici e morali,
di continue mortificazioni che genera, giorno dopo giorno, un penetrante
vincolo con l’aggressore difficile da accettare ma altrettanto difficile da
sciogliere perché, paradossalmente, diventa “normale”.
Dietro le quinte
di un comportamento delittuoso c’è comunque sempre una storia malata e
l’omicidio non è altro che la tragica, esasperata risoluzione di un rapporto
patologico la cui degenerazione si riflette sull’amore alterandolo,
soffocandolo, uccidendolo. In un’alta percentuale di casi viene evocata
l’aggravante della gelosia, di quella cieca paura del tradimento,
dell’abbandono, dell’umiliazione reale o simbolica che ferisce l’orgoglio e
l’egoismo maschile e che si esprime nelle forme moleste della rabbia e
della vendetta. |
Negli autori di crimini passionali prevale
frequentemente una personalità borderline
con tutto il suo carico di disgregazione emotiva, di insicurezza, di
rabbia repressa che esplode nel momento in cui la vittima cerca di
sottrarsi alla funzione che inconsapevolmente ricopre. In altre parole
l’assassino, temendo contemporaneamente da un lato la simbiosi e la perdita
della propria identità e dall’altro l’abbandono, cerca
di controllare le componenti irrisolte della propria personalità
attraverso il dominio e il possesso della sua compagna. Se vede
allontanarsi, anche in modo allucinatorio, questo suo punto di riferimento
vive l’angoscia che le sue certezze possano crollare e si sente perso.
L’origine, osservando il fenomeno in un’ottica
clinica, affonda le sue radici nell’infanzia e riporta a due temi
prevalenti. Quello dell’attaccamento incerto e insicuro del bambino
nei confronti della figura materna e quello del vuoto affettivo e
della mancanza di cure fisiche con conseguente fissazione sul desiderio di
un amore fusionale che impedisce la strutturazione di
un sentimento adulto. L’amore maturo e strutturato si fonda infatti
su un rapporto sano e gratificante con i propri genitori e sul positivo
superamento di tutte le fasi dello sviluppo psico-affettivo e sessuale. Del
resto l’uomo incontra durante la sua vita numerose separazioni. Da
quella originaria, dal ventre materno, a quelle dell’infanzia e
dell’adolescenza, fino a quelle vissute attraverso i cambiamenti del proprio
corpo. La capacità di accettare e di elaborare tali distacchi è determinata
proprio dall’acquisizione, a livello simbolico, di un nucleo protettivo
adeguato a cui far riferimento nel momento del bisogno. Se ciò non
avviene le separazioni vengono vissute come qualcosa di catastrofico poiché
la perdita dell’oggetto d’amore corrisponde alla perdita di se stessi.
Paura, solitudine, incoerenza, rifiuto e abbandono possono quindi generare
insicurezza, scarsa autostima, dipendenza affettiva. Così, solo attraverso
processi compensatori di deformazione, cancellazione e generalizzazione,
diventa possibile ridefinire la realtà in modo da renderla più prevedibile,
più tollerabile, più aderente ai propri bisogni dando significato al proprio
senso di incompiutezza e cercando nell’altro qualcuno con cui integrarsi,
con cui completarsi.
Ma nella costruzione di questa realtà
soggettiva e allucinatoria possono mescolarsi e confondersi quelli che
S. Karpman definisce i ruoli del
“triangolo drammatico” e cioè quelli della Vittima,
del Salvatore e del Persecutore. L’illusione di essere
indispensabili all’altro può progressivamente trasformarsi in un’ossessione
che, spinta all’eccesso nel tempo e nello spazio, può trasformare
l’individuo in persecutore attraverso il controllo rigido e la
colpevolizzazione o attraverso un amore esasperato e soffocante. E se la
missione fallisce diventa poi facile indossare la maschera della vittima
trasformando la partner nella causa di tutti i propri mali, in colei che
nonostante gli sforzi e l’impegno ha negato l’amore offertole chiudendo il
cerchio e riproponendo il modello del rifiuto e dell’abbandono con tutto il
suo carico di rabbia, impotenza, animosità e disperazione. Per tale
motivo quasi mai questo tipo di crimini è frutto di un raptus omicida
anche quando il delitto si presenta irrazionale, illogico, folle. Seppure il
gesto appare spropositato questa forma di delitto si differenzia dall’atto
impulsivo proprio perché è frutto di una progressiva corrosione della
volontà, di una distorsione affettiva che paralizza il potere del controllo
e del senso critico, di un rabbioso tormento a lungo rimuginato che in un
momento diventa realtà. La morte è un mezzo di controllo estremo, un
potente strumento di potere e di superiorità, un delirante atto di giustizia
e di liberazione interiore e la lucidità è il cinico correlato necessario
per godersi tutta la scena…
Comunque sia, per vendetta o per punizione, per
paura dell’abbandono, della solitudine, per sospetto o per collera, ad
analizzare a fondo le statistiche, chiudere una storia lasciando il
proprio partner equivale ad avere circa il 30% di probabilità di essere
perseguitate, molestate, minacciate, picchiate o addirittura uccise da lui.
I maltrattamenti e le vessazioni il più delle volte sono lunghi e
articolati, fatti di messaggi ingiuriosi, richieste assillanti e ossessive
ad ogni ora del giorno e della notte, appostamenti e persecuzioni con
incursioni negli spazi privati delle vittime. Per questo dal 2009, seguendo
le orme di molti Paesi europei, ma non senza difficoltà e con la
diffidenza di molti politici e giuristi, anche in Italia è stato finalmente
codificato il reato di stalking.
Finalmente perché è ormai confermato da studi e statistiche che chi uccide,
violenta o picchia una donna che conosceva bene, l’aveva già minacciata o
perseguitata almeno una volta.
È agghiacciante pensare che nel mondo
occidentale la maggior causa di mortalità femminile è per mano di un uomo e
che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, è stata
vittima di qualche forma di violenza.
Tradotto in numeri fa ancora più impressione. Sei milioni 743mila le
vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, sette
milioni 134mila quelle che subiscono o hanno subito violenza psicologica.
Anche i dati sullo stalking mettono i brividi: in poco più di un anno
dall’entrata in vigore della legge gli arrestati sono stati oltre 1.200 e i
casi segnalati oltre 7mila.
Certo, la violenza sulle donne è un fenomeno che
si perde nella notte dei tempi, tanto deplorevole quanto diffuso,
espressione di una cultura che nonostante decenni di femminismo,
emancipazione, liberazione, pari dignità e pari opportunità continua a
considerare la donna una proprietà privata del maschio. “Qualcosa” che
gli appartiene e sulla quale può esercitare un potere e un diritto assoluti,
magari con la scusa di non essere stato capito, di non volerla perdere, di
amarla troppo. Per questo è assolutamente
indispensabile che anche le donne imparino a riconoscere la gravità delle
violenze e a prevenirne gli effetti
eliminando radicalmente la tendenza a lasciar correre, a giustificare
i comportamenti aggressivi evitando illusioni salvifiche e materne,
riconoscendo la propria autonomia, la propria indipendenza, la propria
libertà e non temendo la propria solitudine. E se in questo fossero
aiutate direttamente e indirettamente da strutture in grado di avviare anche
dei percorsi di sostegno e di recupero terapeutico delle personalità
violente, forse questa mattanza potrebbe, gradualmente, essere circoscritta
ed eliminata e non solo mitigata.
(dott.
Filippo Nicolini,
psicoterapeuta area sessuologia clinica)
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Le donne e
quella sacra violenza. Pregiudizi e religione
Enzo Mazzi
Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le
donne che si è
svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la
violenza è stata declinata per lo più in termini fisici.
Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e
le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi
profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani,
delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa
quella cristiana e cattolica.
Quasi un tabù è ad esempio la violenza del “sacro”
contro le donne. Talvolta viene allo scoperto come quando si accusano
le donne che abortiscono di essere assassine e si scomunicano e si torna a
chiedere per loro il carcere. Ma più spesso è sottile, pervasiva e
strisciante. I roghi delle streghe si sono spenti ma non si è spento il
progetto politico che c’era dietro e cioè l’annullamento
della soggettività femminile come soluzione
finale per il dominio moderno sulla natura e sulle coscienze.
La donna che ha potere
sulla vita è in sé una concorrente pericolosa di ogni sistema di dominio,
non soltanto di quello religioso.
Non
solo l’Inquisizione cattolica ha acceso i roghi. I rappresentanti della
nuova scienza medica contribuirono sistematicamente con la loro
consulenza specifica al controllo del limite di tollerabilità biologica
delle torture delle streghe. Lo fecero per danaro, ma anche per strategia
politica: volevano mani libere nella loro sperimentazione e puntavano al
monopolio della medicina e al controllo sulla sua organizzazione, sulla
teoria e sulla pratica, sui profitti e sul prestigio. Il rapporto con la
natura di cui erano portatrici le streghe fu annullato dai roghi e non è
stato più recuperato. La modernità ha così percorso la sua strada di
divaricazione dal naturalismo femminile fino a giungere all’attuale dominio
aggressivo e violento dell’individuo verso il resto del mondo, in una guerra
di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto
atomico.
È indispensabile una vera e propria riparazione
storica in tutte le culture e religioni, in tutti gli ambiti di vita,
per i misfatti compiuti contro le coscienze femminili fin dalla più tenera
età, contro la loro dignità, i loro saperi, le loro anime e i loro corpi,
la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà
possibile una vera pacificazione del mondo. Sono ancora troppo poche le
realtà che come le comunità di base mirano a scoprire, sradicare e
combattere la violenza contro le donne che si annida negli snodi profondi
della società, della cultura e della vita e in particolare nelle strutture
del sacro.
l’Unità, 26.11.2009
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Jan Vermeer
(Maria Antonietta Pappalardo)
Può una donna non amare Vermeer? Ho
scelto questo pittore per questa pagina dedicata al femminicidio come
antitesi della crudeltà maschile verso le donne. Nessun altro pittore ha amato e rispettato
le donne come l'olandese Jan Vermeer. Siamo nel lontano 1632 quando egli
nasce a Delft (Olanda) da un mercante d'arte. A soli 21 anni, tra difficoltà
e resistenze da parte della suocera, sposa Catharina Bolnes, sua musa
ispiratrice. Avrà 15 figli (di cui 11 sopravvissuti ) e vivrà in continue difficoltà economiche, perchè
quasi nessuno compra i suoi dipinti. Il suo soggetto privilegiato sono le
donne: compaiono 40 volte contro le 14 volte in cui compaiono gli uomini.
Non sono modelle: sono donne di famiglia, parenti, serve. Esse sono ritratte nella tranquilla
ma attiva quotidianità domestica: fanno le faccende,
ricamano, suonano, tessono, dipingono,
scrivono, ricevono lettere d'amore, si addobbano anche quando sono
incinte. Il pittore, più che dalla loro bellezza, appare stregato dalla ricchezza dei
talenti dimostrati dalle donne della sua casa e dall'affettuosa
concentrazione con cui esse affrontano ogni impegno, sia esso manuale o
intellettuale. Infatti le donne di Vermeer non sono mai belle
secondo i canoni convenzionali, ma hanno un'intensità, direi una verità, che
cattura lo sguardo. L'estrema economia dei loro gesti e la riservatezza
delle loro espressioni creano una atmosfera intima, nostalgica e insieme
piena di mistero.
Vermeer muore d'infarto a soli 41 anni,
coperto di debiti, mentre
la moglie raggiungerà la notevole soglia degli 87 anni. Il grande pittore ha
pagato questa sua predilezione per il soggetto femminile - sempre vestito,
domestico, operoso, dignitoso, talentuoso - con più di duecento anni di
completo oblio.
Non è un caso che non possediamo alcuna effigie della sua persona e che a
noi siano pervenute solo una quarantina di opere. I critici
- tutti maschi - lo disprezzavano in quanto 'soggiogato' dalle donne di famiglia e quindi si
rifiutavano di valutare positivamente finanche la sua tecnica pittorica, la sua ossessione
della prospettiva, la speciale luminosità dei suoi gialli, dei suoi
azzurri e delle sue perle.
Solo alla fine dell'ottocento uno
studioso, Théophile Thoré- Bürger, lo riporterà in vita e pian piano
crescerà l'interesse intorno all'artista.
Noi donne, appena lo incontriamo, lo amiamo alla follia. E'
incredibile che ci abbia comprese e valorizzate un uomo del '600 e coloro
che abbiamo al
fianco barcollino ancora, dopo più di trecento anni, nel 'continente nero' della
femminilità.
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La pagina è stata creata da Maria Antonietta
Pappalardo e pubblicata
nel novembre 2011
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