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INTERVISTA
A EVA CANTARELLA
Sessualizzare
il diritto

Discutiamo
della proposta di “sessualizzare” il diritto, vale a dire di dare
vita a un diritto sessuato o diritto femminile. Professoressa Cantarella,
ci può inquadrare i termini fondamentali della questione?
Con
questo termine si intendono molte cose, ma per vedere di capirle, di
individuarle tutte, dobbiamo partire dal momento in cui nasce la
proposta di sessualizzare il diritto appunto. La proposta nasce come
critica alla concezione dell'uguaglianza nello Stato liberal-borghese.
Nello Stato liberal-borghese si parla di uguaglianza ma l'uguaglianza è
un principio astratto; si parla di una titolare dei diritti che non ha
sesso, che è neutra, ma in realtà questo neutro è un uomo, perché il
diritto è
modellato sugli interessi dell'uomo, sulla figura e sugli interessi
maschili. Una delle frasi che veniva spesso ripetuta e che viene spesso
ripetuta da chi sostiene questa teoria è: “Non esiste un neutro,
io non ho mai visto un neutro passeggiare per la strada, ci sono uomini
e donne”, quindi questo diritto formalmente neutro in realtà è
un diritto degli uomini e per gli uomini. La proposta ha origine dal
fatto che esistono le differenze sessuali, che esistono uomini e donne,
si basa sulla necessità quindi di creare
un diritto che tenga conto anche del soggetto donna.
Questo vuol dire che il diritto sessuato, l'idea di sessuare il diritto,
nasce in una prospettiva che è stata definita “essenzialista”. La
prospettiva essenzialista è quella secondo cui i generi sessuali
possono essere identificati, nel senso che c'è un'identità di genere,
esiste una identità di genere femminile perché esiste un'essenza
femminile, che molte volte è stata espressa in termini biologici.
L'idea di sessualizzare il diritto significa creare un diritto, dar vita
a un diritto, che tenga conto - qui le formulazioni sono diverse - dei
valori o degli interessi femminili.
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Come si configura, In Italia e all’estero, questa proposta di
creare un diritto che si riferisca alla donna come soggetto
particolare?
In
Italia c'è un movimento che parla di sessualizzare il diritto. C'è
stato recentemente un numero unico della rivista Democrazia e
Diritto dedicato proprio al diritto sessuato; ci sono stati
molti interventi, prima di questo volume, su Sottosopra,
una pubblicazione che fa capo alla 'Libreria delle donne' a
Milano e ci sono molti centri femministi che se ne occupano. Il
diritto sessuato in Italia è stato prospettato come il diritto
che afferma valori e interessi femminili, con gli inevitabili
problemi connessi, perché parlare di valori femminili implica
l'esistenza di una cultura femminile diversa da quella maschile.
Non posso adesso entrare nel dettaglio, ma è evidente che, per
quanto riguarda i valori, questo si presta all’accusa di
“essenzialismo” di cui parlavo prima, nel senso che parlare
della donna nel quadro di una categoria, di un genere sessuale,
significa imprigionare le donne all'interno di una definizione che
non tiene conto delle loro diversità. Il discorso sembra diverso
nel caso in cui il diritto femminile si riferisca agli interessi,
perché si potrebbe dire che gli interessi femminili variano nel
tempo, sono cioè storicamente individuabili e determinabili. In
realtà anche l'idea che il diritto debba considerare gli
interessi femminili ha creato dei grossi problemi.
C'è stato, nel 1979,
un famoso caso negli Stati Uniti che ha coinvolto questi temi: il
processo contro un colosso della
imprenditoria e della distribuzione americana, la SIARS.
La SIARS aveva rifiutato di assumere una lavoratrice sulla base
del fatto che una ricerca sul lavoro femminile aveva dimostrato
che le donne hanno in generale un approccio diverso, poco
produttivo, al lavoro. Il loro approccio è più domestico, meno
individualistico, detto altrimenti, le donne hanno meno interesse
a guadagnare di più e sono meno interessate al lavoro a
provvigione; sulla base dei risultati di questa ricerca la SIARS
non aveva assunto la lavoratrice. Ci fu, di conseguenza, una
celebre causa intentata contro la SIARS; la Equal Emploiment
Opportunity Commission agì contro questa società e il fatto
risultò estremamente interessante in quanto aprì una discussione
sulla tutela degli interessi delle donne. La SIARS diceva che non
era interesse delle donne avere un lavoro a provvigione e lo
affermava sulla base di una presunta differenza rispetto agli
uomini: in ciò si possono vedere i rischi dell'essenzialismo, i
quali si riscontrano anche quando non si parla di valori ma di
interessi universalmente femminili. La difesa della lavoratrice,
sostenuta dal Equal Emploiment Opportunity Act, affermava
che questo non era vero e quindi la controversia si spostò sulla
questione della differenza-uguaglianza tra uomini e donne. La
SIARS, puntando sul tema della differenza sessuale, ottenne
ragione; e questo è un caso molto significativo - che fece e fa
tuttora discutere - perché dimostra come la teoria della
differenza possa avere degli effetti perversi.
La ricerca sul lavoro femminile aveva voluto dimostrare in realtà,
giustamente, che la categoria del lavoratore era stata modellata
sul lavoratore maschio e non sulla lavoratrice donna. Nel momento
però della verifica concreta si era rivolta contro le donne. Una
femminista americana molto nota e molto brava, Marta
Mino, disse, commentando questo caso,
che non tenere conto delle differenze, cos“ come tenerne conto,
può portare a riprodurle. Ella mise quindi in luce il pericolo
insito nell'affermazione della differenza sessuale e,
indirettamente, quello presente nell'approccio essenzialista al
diritto sessuato.
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René Magritte, Il ritorno
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René Magritte, Golconde
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René Magritte, La firma in bianco |
Dopo
il superamento delle teorie essenzialiste del diritto sessuato o quanto
meno dopo che queste sono state messe in minoranza, sono emerse però
altre teorie giuridiche femministe. Quali sono le loro caratteristiche?
Il
diritto sessuato che sostiene che noi dobbiamo creare regole che
affermino valori o interessi femminili, è stato superato non ugualmente
nei diversi paesi del mondo; è stato superato più negli Stati Uniti
che in Italia, dove è ancora forte la
teoria della differenza sessuale. Direi che
l'atteggiamento che in questo momento è dominante è quello delle
femministe post-moderne. Le femministe che si definiscono post-moderne
sono femministe che si ispirano alle teorie post-strutturaliste - quindi
a Lacan, a Derrida, a Foucault -, si ispirano all'idea-base che il
soggetto viene costruito dall'esterno, dal linguaggio. Queste femministe
dicono che tra i “discorsi” che contribuiscono a creare l'individuo,
nella fattispecie la donna, vi è il diritto. Uno dei personaggi più
interessanti tra le femministe post-moderne è Mary
Jo Frag, tra l'altro tragicamente scomparsa
nel 1992. Mary Jo Frag proprio nel 1992 pubblicò sulla Harvard Law
Review un Post-modern legal manifesto, incompiuto, che poi a
cura del marito è stato pubblicato in un volume. Secondo Frag anche il
diritto contribuisce a creare l'idea della donna e afferma che se noi
cerchiamo di togliere tutto quello che è costruzione sulla donna e
andiamo al fondo, vediamo delle cose che sembrano indicare
un’“essenza femminile”, che sembrano naturali, ma che in realtà -
almeno alcune di queste - si dimostrano essere un prodotto del diritto.
Quindi ha individuato le regole giuridiche che contribuiscono a formare
la parte del femminile che sembra naturale, ma che non lo è veramente.
Frag divide queste regole in tre categorie:
ci sono le regole che terrorizzano il corpo
femminile, che sono per esempio la mancata
sufficiente difesa contro la violenza fisica, contro il “sexual
harassment”, del quale tanto si discute in Italia anche in questo
momento, o quello che gli americani chiamano lo stalking. Lo stalking
consiste nell'attendere una donna sotto casa: se io tutto le sere,
tornando a casa, trovo un individuo che sta lì e mi guarda, che non fa
niente, ma ho l'impressione che mi controlli e che mi possa aggredire,
ecco questo è lo stalking. Può sembrare ridicolo, ma è invece
qualcosa di veramente preoccupante e in effetti molti casi di stalking
poi hanno dato luogo ad aggressioni e violenze .
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René Magritte
Le passeggiate di Euclide |
Ci
sono poi le regole che maternalizzano
il corpo femminile, ad esempio tutte
le regole che puniscono o criminalizzano l'aborto o che comunque
rendono difficile praticare l'aborto. Tra queste si hanno anche
alcune regole del mercato del lavoro, per esempio, negli Stati
Uniti, l' “unequal payment system”, la non parità salariale e
la mancanza, o la riduzione al minimo, delle ferie per maternità.
Tutte queste - dice Frag - sono regole che maternalizzano il corpo
femminile e perciò l’idea della maternità, che dovrebbe essere
innata, è in realtà indotta e generata, in gran parte, dalle
regole giuridiche.
Un terzo tipo di regole sessualizza
il corpo femminile. Sessualizzare il
corpo femminile attraverso delle regole giuridiche vuol dire, per
Frag, far approvare regole giuridiche che propongono un modello di
comportamento sessuale “ortodosso”, eterosessuale e
monogamico. Tali regole puniscono quindi l'omosessualità e
l'adulterio. Questo, riassumendo molto, è il senso del Post-modern
legal manifesto. Naturalmente la controproposta è che si
impongano, si approvino delle regole che contrastino la
costruzione, da parte maschile, della femminilità delle donne:
questa è, in sintesi, la posizione post-moderna.
Non ci sono solo le femministe post-moderne che propongono di
modificare il diritto tenendo conto del genere sessuale, ma ce ne
sono anche altre, tra cui Catherine
McInnon, una giurista diventata
famosa, anche a livello dei media, per la sua difesa di Anita
Hill nelle famose udienze contro il
giudice Thomas. Catherine McInnon ha fatto una proposta che ha
diviso il mondo non solo delle femministe, ma il mondo femminile
americano: ha tentato di far passare una famosa ordinanza che
vietasse la pornografia. Su quali basi ha fatto questa proposta?
McInnon parte da una critica al diritto dello stato
liberal-borghese e dice: il diritto dello stato liberal-borghese e
le sue regole si basano sul dominio, sulla violenza dell'uomo
sulla donna. In questo senso propone due esempi molto
significativi. Il primo è quello della violenza sessuale. La
violenza sessuale, come noi la immaginiamo, sarebbe una
costruzione ideologica maschile, perché quando si pensa a questa
forma di violenza si pensa ad un atto di inaudita brutalità; il
violentatore per noi è un mostro, è un bruto, uno che compie un
atto assolutamente fuori dalle regole. Per McInnon la questione
non può essere posta in questi termini: a suo giudizio, la
violenza sessuale è infatti qualcosa di endemico nello stato
patriarcale; le sue regole giuridiche prevedono la violenza sulla
donna, che non si verifica perciò solo quando un uomo abusa
brutalmente, da un punto di vista sessuale, di una donna, ma si
determina tutte le volte in cui tra l'uomo e una donna c'è una
diseguaglianza, anche di natura economica. McInnon sostiene che la
diseguaglianza economica non sia una cosa individuale; la
diseguaglianza economica è abituale, è la regola in questa
nostra società, in quanto le donne hanno meno accesso alla
ricchezza. È quindi è violenza sessuale anche quella che si
verifica in rapporti apparentemente consensuali, perché in realtà
il consenso della donna è stato determinato da questa
ineguaglianza di fondo. |
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René Magritte
Canzone d'amore |
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René Magritte, Magia nera |
Questa teoria ha naturalmente fatto molto discutere; anche se c'è in
essa un fondo di verità - è chiaro, ad esempio, che la lavoratrice che
cede al datore di lavoro non si trova in condizioni di parità -,
configurare ogni discriminazione come violenza sessuale è quantomeno
discutibile, semmai uno può parlare di ricatto, può parlare di tante
altre cose. Il dibattito intorno alle tesi di McInnon, alla sua proposta
di vietare la pornografia, è stato ed è, come si può facilmente
comprendere, molto acceso.
Qual
è il senso della proposta vietare la pornografia e quale è stata la
reazione dei gruppi femministi?
Per
capire la reazione bisogna vedere come McInnon ha motivato questa
proposta. La pornografia è una
subordinazione grafica alla violenza, cioè
è una subordinazione che viene rappresentata con segni e parole nei
film pornografici. Pur non essendo una violenza reale, ma rappresentata,
è tuttavia concreta violenza nei confronti delle donne, perché, dice
McInnon, la pornografia, in uno stato liberal-borghese che difende la
libertà, altro non è che libertà di esprimere un odio verso le donne
e di soddisfare il desiderio di violenza contro di loro. Anche questo -
non è un mio commento mio, ma una delle reazioni - è molto opinabile,
perché non tutta la pornografia esprime violenza sulla donna in quanto
c'è anche la pornografia sadomaso in cui è la donna che esercita
violenza sull'uomo. Comunque, al di là di ciò, questa presa di
posizione ha provocato una rottura totale all'interno del mondo
femminile; alcune donne conservatrici si sono schierate con McInnon
chiedendo che la pornografia fosse vietata, mentre gran parte delle
rappresentanti del femminismo si è opposta e ha detto che la richiesta
di vietare la pornografia proponeva un modello di “vanilla-sex
behaviour”, di “sesso alla vaniglia”.
Che cos'è questo “sesso alla vaniglia”? È il sesso ortodosso,
tradizionale, eterosessuale. Sono state le femministe lesbiche quelle
che hanno introdotto l’espressione; hanno inoltre contestato
fortemente McInnon e tutte le donne che sostenevano la campagna contro
la pornografia. Le femministe omosessuali hanno anche proposto un uso
costruttivo della pornografia, nel senso che a loro giudizio la
pornografia può essere usata come strumento per la liberazione
sessuale. Quanto detto può dare un'idea anche della violenza dello
scontro su questo punto: chiedere l'abolizione o il divieto della
pornografia è, nella nostra ottica, qualcosa che crea un problema.
Ci sono state nel mondo femminile anche altre fratture oltre a quella
riguardante la pornografia, e sempre a proposito di rapporto fra il
genere e il diritto. Le femministe, in particolare quelle omosessuali,
hanno detto per esempio - questa è una polemica anche con Mary Jo Frag
- che le regole che maternalizzano il corpo femminile non sono negative
ma positive, perché le regole giuridiche maternalizzano il corpo
femminile eterosessuale, ma dematernalizzano il corpo della lesbica,
impedendo alle donne lesbiche l'adozione e la fecondazione artificiale;
quindi ben vengano le regole che maternalizzano il corpo femminile. Un
altro campo giuridico controverso è l'aborto. Anche l'aborto, che
apparentemente è uno dei temi su cui c'è un universale consenso delle
donne, diciamo delle femministe o delle donne che hanno un certo
approccio politico, è stato contrastato dalle femministe africane.
Queste hanno detto che il vero problema per loro non è quello di
abortire, ma quello di riuscire a tenere in vita i figli, che
regolarmente muoiono di fame: non vogliono quindi parlare dell'aborto.
Tutto ciò dimostra - è perciò interessante - come vi siano state
fratture profonde proprio sul tema fondamentale delle regole giuridiche
che riguardano le donne.
Il problema del rapporto genere-diritto e quello della sessualità non
è affrontato soltanto dalle femministe: può parlarci delle altre
posizioni intorno a questi temi?
Certo,
ce ne sono molte estremamente interessanti. È opportuno soffermarsi su
quella di un giurista, Richard Possner,
che negli ultimi anni ha fatto discutere moltissimo le femministe
americane. Richard Possner nel 1992 ha scritto un libro che si chiama Sex
and reason sostenendo una teoria economica del sesso, applicando al
sesso, al comportamento sessuale, la teoria dell' “attore
razionale”, del soggetto che sceglie il suo comportamento valutando i
costi e i benefici. Possner ha costruito una teoria secondo cui il
comportamento sessuale maschile e quello femminile sono diversi perché
biologicamente la donna è diversa dall’uomo. Sulla base di questa
differenza biologica, che consiste essenzialmente nel fatto che le donne
fanno i figli, ha sostenuto che le donne hanno una tendenza alla
monogamia o quanto meno sono più selettive, perché vogliono un partner
che dia loro più garanzie e fiducia nel periodo in cui sono incinte e
devono partorire; gli uomini, il cui contributo alla nascita sta
solamente nel concepimento, sarebbero perciò meno selettivi nelle loro
scelte sessuali.
Non mi dilungo su questa teoria, che ovviamente è stata - e giustamente
-, contrastata dalle femministe e vengo invece al centro della questione
sul rapporto genere-diritto. Possner, al di là di tutte le critiche che
si possono fare al suo libro e alla sua teoria, sul rapporto
genere-diritto ha una posizione a mio parere apprezzabile, perché si
pone una domanda importante: il diritto
deve regolare le scelte sessuali o no? E,
eventualmente, in che misura deve regolarle? La risposta di Possner:
“sex is like eating”, “il sesso è come il cibo”, e quindi la
conseguenza è che si deve regolarlo il meno possibile; chiunque mangia
quello che vuole e così può fare liberamente le sue scelte sessuali,
naturalmente con dei limiti, ma il meno possibile. È interessante la
posizione di Possner perché la sua teoria “economica” si
contrappone alla teoria moralistica che in America è molto forte.
Questa teoria vuole punire praticamente i comportamenti ritenuti
immorali; si pensi che in 26 Stati la sodomia è considerata un vero
reato ed è quindi punibile dalla legge. Alla posizione moralistica si
sono opposti vari giuristi: insieme a Possner ne ricorderei quanto meno
un altro, David Cohen.
In un suo recente libro, Law, society and sexuality, egli
sostiene che il sesso debba essere regolato, ma non in base a criteri
morali, perché non si può punire l'immoralità in sé stessa. L’idea
di punire l'immoralità in quanto tale mette in discussione un
fondamentale principio, che in Occidente si è affermato da Kant in poi,
quello della separazione tra la sfera pubblica e la sfera privata, che
segna il limite dell'intervento dello Stato nelle scelte proprie degli
individui.
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Professoressa Cantarella, in sintesi, quali sono i lati positivi
del femminismo?
In
questo post-femminismo o femminismo post-moderno, di cui nota
esponente è Julia Kristeva,
ci sono indubbiamente dei lati positivi. L’idea centrale di
questo filone del femminismo considera il soggetto-donna come
costruito dall'esterno. La donna non è un'entità determinabile,
noi possiamo dire solo quel che non è, dice Kristeva, e quindi
non è possibile neanche una politica femminista in positivo. Tale
prospettiva, che poi ha i suoi lati negativi, ha avuto comunque un
effetto decisamente positivo: ha consentito di smantellare l'idea
di un'essenza femminile, di un soggetto femminile identico,
monolitico, che era dominante nell'epoca in cui trionfava
l'esaltazione della differenza sessuale. Le femministe
post-moderne hanno messo in luce che le donne stanno in tanti
posti diversi nello spazio, nelle classi sociali e quindi compiono
scelte sessuali diverse. Non si parla più di valori e di
interessi uguali, perché in realtà l'essenzialismo - giustamente
dicono le femministe post-moderne - aveva in mente un soggetto che
era la donna bianca ed eterosessuale e non teneva conto delle
altre donne. Il post-femminismo consente di considerare come donne
anche le donne nere, le donne di altre razze, le donne lesbiche,
consente di tenere conto delle differenze di classe: questo mi
sembra un aspetto molto positivo.
Per affermare che le donne non sono tutte uguali e che la
differenza fondamentale forse non è quella fra uomo e donna ma
che, accanto a questa, certamente importante, ci sono le
differenze fra donne, non c'è però bisogno di essere
post-moderne. Comunque le femministe post-moderne hanno
contribuito in modo decisivo ad affermare questo principio.
L'altra cosa importante è che le femministe post-moderne hanno
messo in discussione l'idea che le opposizioni binarie siano
naturali. Prendiamo l'opposizione “uguaglianza-differenza”:
fino a qualche anno fa chi sosteneva che la differenza non doveva
essere presa in considerazione o non era così importante
all'interno di una politica femminista, e quindi sosteneva
l'uguaglianza, era accusata di essere “mascolinizzata”. Da una
parte c’era l'uguaglianza, che voleva dire omologazione al
maschio, neutralità dell'essere umano, cancellazione delle
differenze e dall'altra parte la contrapposizione tra uomo e
donna, tra mondi diversi, tra modi diversi di ragionare e via
dicendo. Le femministe post-moderne hanno messo in luce che tutte
le opposizioni binarie non esistono nella realtà, che ci sono
sempre delle interrelazioni e, molto giustamente, con riferimento
alla questione della “uguaglianza-differenza” - qui si
potrebbe citare in particolare Joan
Scott - hanno detto non dobbiamo
scegliere l'uguaglianza o la differenza: l'uguaglianza
vuol dire cancellazione delle discriminazioni legate alla
differenza e quindi c'è interrelazione fra un termine e l'altro
del problema. È possibile arrivare a
questa conclusione sia dal lato del femminismo post-modernista che
da altre posizioni, perché basta pensare che la regola
dell'uguaglianza è una regola prescrittiva e non descrittiva.
L'articolo 3 della nostra Costituzione che dice che tutti i
cittadini sono uguali senza differenze di sesso, di razza o di
religione, non dice che non ci sono uomini e donne o che non ci
sono differenze, dice soltanto che un uomo e una donna non possono
essere trattati diversamente in considerazione di questa loro
differenza. Le teoriche della differenza sessuale dicono che
questo è un articolo che neutralizza le differenze e infatti ci
sono proposte di cambiare l'articolo 3 della nostra Costituzione,
che io continuo a ritenere invece un baluardo della libertà e
anche una salvaguardia della stessa differenza, intesa in senso
non essenzialista.
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René Magritte, Gli amanti |
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René Magritte
Il territorio di Arnheim, 1962 |
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René Magritte, Il bel mondo
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René Magritte
Le grazie naturali, 1963 |
Possiamo
allora parlare, invece, degli aspetti negativi del femminismo
post-moderno?
Certamente
ce ne sono e secondo me anche molto seri. Un primo aspetto negativo è
questo: il femminismo post-moderno, ispirandosi alle teorie
di Foucault, vede i centri del potere nelle
istituzioni, nella famiglia, nella scuola, nel carcere; questa
frantumazione del potere fa si che sia molto difficile individuare chi
esercita veramente il potere e su chi. Portando fino in fondo le teorie
post-strutturaliste riesce difficile
individuare il centro effettivo, che pure
esiste, del potere: questa mi sembra una critica molto giusta fatta
rivolta al post-strutturalismo femminista in particolare. C'è anche
un'altra idea, che per il femminismo forse è altrettanto esiziale,
quella per cui il soggetto, in questo caso la
donna, è il risultato di una costruzione esterna.
Questa prospettiva porta a concludere - se giungiamo alle logiche
conseguenze del pensiero post-strutturalista - che, come dice Julia
Kristeva, la donna è una finzione
e che quindi il femminismo può solo agire in negativo dicendo quello
che non deve essere. Questo mina alle basi proprio la possibilità
stessa del femminismo, perché il femminismo, per poter esistere, deve
poter avere un obiettivo e l'obiettivo presuppone che ci sia un soggetto
al quale riferirsi.
Come
uscire allora da questa contraddizione? Come risolvere questo problema
che evidentemente, come Lei ha detto, mina alla base la possibilità
stessa del femminismo?
Da
alcuni anni proprio di ciò si occupano le femministe: come uscire da
questa situazione, cioè come formulare una teoria del soggetto che non
cada da un lato nell'essenzialismo e dall'altro nella negazione di un
soggetto-donna, come può succedere se si seguono fino alle estreme
conseguenze le teorie post-strutturaliste. Un'autrice che mi sembra
importante, la quale ha cercato di uscire da questa aporia, è Teresa
De Lauretis. In un libro pubblicato già
nell'84, che si chiama Alice doesn't
e poi in successivi interventi, ha cercato appunto di costruire una
teoria diversa della soggettività. In sintesi, De Lauretis ha detto che
il soggetto si costruisce nell'interazione continua tra il mondo esterno
e il mondo interno, attraverso le esperienze; per le esperienze
comprendono anche la pratica sociale, ovviamente, e le azioni politiche.
In questa prospettiva De Lauretis comincia a formulare un'ipotesi di
soggettività femminile; questo è il punto focale: a suo giudizio le
esperienze sono il modo, il tramite attraverso il quale il soggetto
viene permeato di genere, e diventa quindi uomo o donna. È difficile
aggiungere altro, perché direi che proprio questo è il travaglio del
femminismo in questo momento.
Professoressa
Cantarella, come possiamo concludere questa conversazione sul diritto
sessuato?
Concludere
è sempre difficile, anzi impossibile, su qualunque argomento e quindi
anche su questo; possiamo comunque cercare di riassumere quanto abbiamo
detto e fare ancora qualche considerazione. Il femminismo ha fatto passi
avanti enormi. Ricordo, ho anche partecipato alle prime riunioni
femministe negli anni '70, che allora si diceva qualcosa che le
femministe di adesso, le più giovani, non sanno, si diceva che la
signora Agnelli è oppressa come l'operaia della FIAT. Oggi nessuno
direbbe più una cosa del genere. Devo dire che avevo delle perplessità
già allora, ma quello che io personalmente pensavo non conta; oggi la
situazione è profondamente cambiata in quanto si tiene conto del
problema delle differenze di genere, delle differenze fra donne e, con
riferimento al tema del diritto sessuato, direi che si
cerca di costruire una pratica dell'uguaglianza che tenga conto delle
differenze.
Mi rendo conto che presentata così può sembrare una prospettiva molto
astratta ma posso fare un esempio tratto da una storia raccontata da un
medico che aveva lavorato in una fabbrica: la direzione della fabbrica
richiedeva ai lavoratori un esame del sangue, dal quale, se il
lavoratore che si sottoponeva al test era una donna, risultava se era
incinta; allora giustamente le lavoratrici hanno chiesto che, al momento
dell'assunzione, solo gli uomini fossero sottoposti a questo test. Mi
sembra un esempio molto concreto, chiaro e significativo di che cosa
voglia dire l'uguaglianza che tiene conto delle differenze. Quindi è
vero che tenere conto delle differenze può portare a regole diverse -
in questo caso la donna non viene sottoposta al test -, che sono tali
non perché ci sia un diritto femminile diverso, ma perché per essere
uguali bisogna in questo caso che ci siano regole diversificate.
Fonte:
Sito web "Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche

René Magritte, La grande famiglia
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Eva Cantarella |
VITA
Nata nel 1936 a Roma,
Eva Cantarella si è laureata in Giurisprudenza nel 1960 presso
l'Università di Milano. Ha compiuto la propria formazione
postuniversitaria negli Stati Uniti all'Università di Berkeley e
in Germania all'Università di Heidelberg. Ha svolto attività
didattica e di ricerca in Italia presso le università di
Camerino, Parma e Pavia e all'estero all'Università del Texas ad
Austin ed alla Global Law School della New York University. È
professore ordinario di Istituzioni di diritto romano presso la
Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Milano, dove
insegna anche Diritto greco. Partendo dalla ricostruzione delle
regole giuridiche, le ricerche di Eva Cantarella, sia in campo
romanistico che grecistico, tendono da un lato a individuare la
connessione tra le vicende politiche ed economiche e la produzione
normativa, e dall'altro a verificare la effettività delle norme
stesse, analizzando lo scarto tra diritto e società, la direzione
di questo scarto e le ragioni di esso.
OPERE
Della produzione di
Cantarella ricordiamo: Norma
e sanzione in Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco,
Giuffrè, Milano, 1979; L'ambiguo
malanno. Condizione e immagine della donna nell'antichità greca e
romana, Editori Riuniti,
Roma, 1981; Tacita Muta: la
donna nella città antica,
Editori Riuniti, Roma, 1985; Secondo
natura. La bisessualità nel mondo antico,
Editori Riuniti, Roma, 1988; I
supplizi capitali in Grecia e a Roma,
Rizzoli, Milano, 1991; Passato
prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia,
Feltrinelli, Milano, 1996; Pompei.
I volti dell'amore,
Mondadori, Milano, 1998; (con l. Jacobelli) Un
giorno a Pompei, Electa,
Napoli, 1999. |
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René Magritte |
OMAGGIO
A MAGRITTE
(1898-1967)
La
pagina iconografica è dedicata al pittore belga René Magritte,
uno, a mio avviso, tra i più originali del XX secolo. Ho
trascorso ore sui suoi quadri, convinta di poter indovinare cosa
si dicessero dentro la tela quegli oggetti uniti da misteriosi
legami e immobili movimenti. Solo
da pochi anni ho rinunciato agli indovinelli e ho capito che
quello che mi attrae in Magritte è "la realtà altra"
che egli riesce a vedere e rappresentare. Non "la realtà
altra" a livello psicoanalitico, perché egli non vuole far
emergere l'inconscio della persona (infatti è lontano mille
miglia da Salvator Dalì), ma "altra" nel senso di
misteriosa, deformata, paradossale, allucinatoria. "Noi non
vediamo che un solo lato delle cose, - scrive Magritte - io cerco
invece di esprimere l'altro". Egli opera la trasformazione
delle immagini che vediamo in base al senso comune in
immagini che ci trasmettono l'idea di un ordine diverso di
realtà. Cosa
si può chiedere di più ad un pittore "uomo" da parte
di una donna come me che tende a decostruire il sapere ufficiale,
a decodificare il logos patriarcale, a decentrare il punto di
vista occidentale e a costruire un nuovo ordine simbolico e
politico? |
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Pagina creata e curata da
Maria Antonietta Pappalardo
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