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RITRATTO
DELLA
'ROSSA' DI NAPOLI

L'Espresso, ottobre 2002
Si nasconde nei particolari il diavolo. Ed è di particolari,
punzecchiature, vendette, continui rinvii e guerre di nervi che è
vissuto per quasi tre anni il processo Imi-Sir-Lodo Mondadori. Anche
l'ultima decisione di Ilda Boccassini, quella di pronunciare una
requisitoria alla rovescia, aperta anziché chiusa dalle richieste di
condanna, nasce da un particolare. Uno sgarbo di un avvocato. Roba da
niente nei dibattimenti all'italiana. Materia per un procedimento per
oltraggio alla corte in quelli che scorrono sul piccolo schermo nei
serial americani.
Mercoledì 16 ottobre uno stanco Gherardo Colombo, rappresentante
dell'accusa insieme alla Boccassini, entra nell'aula della quarta
sezione penale. Ha i capelli arruffati e l'aria di chi è stato in piedi
la notte per ristudiare le carte. Vicino a lui c'è Ilda "la
rossa" (per via dei capelli): è sempre bella, ma il suo volto in
sei anni di caccia alle toghe sporche porta i segni di un mestiere
capace di incidere fin sui lineamenti e sulla loro dolcezza. I due pm
non ne sono sicuri, ma pensano che quello sia il gran giorno della
requisitoria. Solo una settimana prima il presidente Paolo Carfì ha
chiesto alle difese se avevano qualcosa in contrario nel tenere udienza
proprio il 16. E gli avvocati lo avevano guardato senza proferir parola.
Tutti d'accordo. Ma solo in apparenza.
Perchè il 16 si alza in piedi l'avvocato Giorgio Perroni, difensore di
Cesare Previti, e spiega che anche quella udienza non s'ha da fare:
l'onorevole cliente è impegnato, non può presenziare, sta in
Parlamento. Bisogna rimandare tutto. Perroni sa di averla combinata
grossa. Tenta di riparare. E fa peggio. Ricorda di aver proposto a Carfì
una sorta di scambio: tu non fai iniziare la requisitoria e noi, in
assenza di Previti, ti permettiamo di celebrare l'udienza, ma solo per
leggere la tua ultima ordinanza.
È a quel punto che per Ilda Boccassini
diventa chiaro qual è l'obbiettivo delle difese. Grazie alla legge
Cirami
in via di approvazione in Parlamento gli imputati sanno che il
processo Imi-Sir (almeno in tempi brevi) non partorirà una sentenza. E
così puntano al colpo grosso: evitare che vengano anche pronunciate le
richieste di condanna.
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E' stato dimostrato a
Milano che a Roma c'erano giudici che vendevano la propria indipendenza
e da anni stiamo qui a discutere dell'indipendenza dei magistrati di
Milano che l'hanno svelato e non di quei giudici di Roma che, la loro
indipendenza, se la sono venduta.
Ilda
Boccassin |
Sì,
il diavolo si nasconde nei particolari. E tra gli articoli del codice di
procedura penale, dove non sta scritto da nessuna parte che le pene si
propongono dopo aver esposto indizi e prove contro gli imputati. C'è
una lunga casistica di processi contro la criminalità organizzata in
cui si è partiti dalle condanne. E questa storia, fatta di giudici
corrotti (a Perugia due magistrati romani hanno già patteggiato la
pena), di avvocati così amici dei magistrati da gestire i loro conti
esteri, di soldi trasportati in contanti dagli spalloni utilizzati dalla
mafia, cosa è se non crimine organizzato?
Così, quando rientra in ufficio, Ilda parlotta con Colombo, si consulta
con Paolo Ielo, chiede consiglio a Francesco Greco e a Gerardo
D'Ambrosio e quindi annuncia:
"Io sabato 21 presento subito le
richieste di condanna". Per mettere un punto fermo. E per dare un
segnale: il gioco è finito, tutti - politici compresi - si assumano le
loro responsabilità.
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Una foto di Ilda Boccassini
dei primi anni '90

Giovanni Falcone, l'amico del
cuore di
Ilda Boccassini
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Lei, del resto, alle sue non è mai sfuggita.
Classe 1949,
napoletana, due figli, un tempo di sinistra, già aderente a Magistratura
Democratica, la corrente che abbandonò dopo che il Csm votò contro la
nomina del suo amico Giovanni Falcone a coordinatore del pool di
Palermo, Ilda Boccassini ha un carattere duro, spigoloso.
A volte anche
lunatico. Capace di cameratesche pacche sulle spalle dei colleghi, ma
anche di memorabili sfuriate e lunghe freddezze. Con Giancarlo Caselli,
oggi procuratore generale a Torino, prima capo della Procura di Palermo,
è un viavai di alti e bassi.
Con Saverio Borrelli, ex numero uno della
procura di Milano, è stata prima quiete dopo la tempesta, e poi amore a
tutto tondo. Con l'ex membro del Csm Armando Spataro, nemmeno una parola
da dieci anni; solo oggi arrivano le prime timide aperture. Come tutte
le persone di carattere, Ilda Boccassini ha un caratteraccio. Ma, per
dirla con la superteste
Stefania Ariosto, "è rigorosa prima con
se stessa e poi con gli altri".
Il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina), dopo avere
lavorato fianco a fianco per quasi due lustri, spiega:
"Pur
essendo una donna, per noi è sempre stata un soldato". E se a
Palazzo di Giustizia hanno scelto per lei il diminutivo di "Bocassa",
che richiama il nome di uno spietato dittatore centroafricano, per i
suoi detective Ilda è sempre e solo "la dottoressa".
Inevitabile che la sua strada incrociasse prima o poi quella dell'uomo
che tutti in azienda chiamano "il dottore": Silvio Berlusconi.
E non solo nell'inchiesta toghe sporche.
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Siamo nel
febbraio del '94, Forza Italia è appena nata,
Ilda
Boccassini vive blindata a Caltanissetta dove è stata volontariamente
applicata (era in servizio a Milano)
per dare la caccia agli assassini di
Falcone. Davanti a lei e al procuratore Giovanni Tinebra il pentito
Salvatore Cancemi ricorda che Riina ripeteva spesso di avere "Berlusconi
e Marcello Dell'Utri nelle mani". Inizia così l'operazione Oceano,
una gigantesca indagine alla ricerca di eventuali riscontri ai presunti
contatti tra i vertici Fininvest e Cosa Nostra, poi sfociata a Palermo
in un processo per fatti di mafia a carico di Marcello Dell'Utri. Ilda
la segue per qualche tempo. Poi scadono i suoi due anni in Sicilia. Con
Tinebra, il capo a Caltanissetta, i rapporti non sono più quelli di
prima. Quando la Procura si è ritrovata tra le mani un secondo
rilevante pentito, Vincenzo Scarantino, che parlava sia dei presunti
rapporti tra la mafia e Berlusconi, sia dei retroscena dell'omicidio di
Paolo Borsellino, Ilda Boccassini si è subito convinta della sua
inattendibilità e lo ha messo per iscritto. A posteriori l'evoluzione
dei processi per la strage di Via D'Amelio finirà per darle in buona
parte ragione. Ma sul momento la discussione raffredda i legami. Ilda
torna a Milano con molti rimpianti.
Quelli per lei non sono mesi tranquilli.
Il pool di Mani pulite è
ancora popolarissimo. Buona parte della procura di Milano, Borrelli
in testa, le è ostile. Colpa del suo carattere, delle sue opinioni, ma
anche della sua bravura. Entrata in magistratura nel 1977, Ilda non ci
ha messo molto a dimostrare di che pasta è fatta. All'inizio si occupa
di rapine, delitti passionali e operazioni antidroga che la portano a
ordinare blitz di centinaia di carabinieri nelle periferie di Milano.
Sul finire degli anni Ottanta comincia a collaborare sull'asse
Palermo-Milano con Giovanni Falcone. Con lui segue molte indagini
sul riciclaggio del denaro sporco e, soprattutto, cerca di catturare
l'imprendibile Gaetano Fidanzati, il boss siciliano che dalla latitanza
inondava la metropoli di eroina e cocaina. Sulle sue tracce ci sono
allora sia l'alto commissario antimafia - retto da Domenico Sica e dal
suo vice, l'ex sostituto procuratore milanese Francesco Di Maggio - sia
i carabinieri coordinati da Boccassini e Falcone. Intercettando
l'apparecchio di una cabina telefonica si riesce a individuare Fidanzati
in Sud America. Viene indetta una riunione nell'ufficio di Borrelli dove
tra i vertici dell'alto commissariato e Ilda Boccassini va in scena uno
scontro memorabile.
Ilda e Falcone spingono perché prima di
arrestare Fidanzati si tenti di ricostruire la sua rete di rapporti.
Niente
da fare. Il blitz scatta subito.
Intanto, è esplosa la
Duomo Connection, uno scandalo fatto di
mafiosi legati ai corleonesi, di appalti e mazzette. Gli uomini di
Ultimo, per la prima volta in Italia, sono riusciti a documentare,
filmando e intercettando, la vita quotidiana degli uomini d'onore al
Nord. Sono saltate fuori storie di traffico di droga, ma anche i
contatti con i politici che, passando per la massoneria, arrivano
persino alla famiglia Craxi. Ilda procede come un treno. Macina
indagini su indagini, ma fa tutto da sola. Non si fida di alcuni
colleghi e non manca di sottolinearlo aumentando così le tensioni
all'interno dell'ufficio. La situazione è talmente tesa che Borrelli,
dopo aver assistito all'ennesimo scontro con Spataro, un altro
magistrato dal carattere spigoloso, la estromette dal pool che indaga
sulla criminalità organizzata. Nel settembre del '91 il procuratore
scrive:
"Boccassini è dotata d'individualismo, carica
incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al
lavoro di gruppo". Sembra il capolinea. Invece Ilda, a poco
a poco, comincia a maturare. Diventa più diplomatica. Più disponibile.
Fino ad arrivare a riconoscere, nel 1997, che il provvedimento di
Borrelli "era dettato da una sorta di ragion di Stato".
Ma prima di giungere a quel punto molta altra acqua deve passare sotto i
ponti. Soprattutto l'Italia deve conoscere la tragica stagione delle
bombe di mafia.
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Quando muore Giovanni Falcone (1992), lei parte
di notte per vegliare con gli amici carabinieri il cadavere dell'amico.
Poi, a Milano, prende la parola in un'aula magna gremitissima, e come
spesso le accade dice una verità, sia pure parziale, molto antipatica.
Racconta come tutti, a partire dai colleghi, per arrivare sino
"agli intellettuali del cosiddetto fronte antimafia", avessero
accusato Falcone di essersi venduto quando nel '91 aveva accettato di
andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia al fianco di
Claudio Martelli.
Le parole più dure, e ingiuste, sono proprio per
Colombo, allora già impegnato in Mani Pulite al quale si rivolge
direttamente:
"Gherardo, anche tu diffidavi di
Giovanni, perché
sei andato al suo funerale? L'ultima ingiustizia Giovanni l'ha subita
proprio dai giudici milanesi che gli hanno mandato una rogatoria senza
allegati (i verbali sui politici socialisti coinvolti in tangentopoli,
ndr.). Giovanni mi telefonò quel giorno e mi disse: "Che
amarezza, non si fidano del loro direttore degli Affari penali".
Ovvio,
quindi, che in occasione del suo primo rientro dalla Sicilia, nel '94,
la Procura di Milano la circondi di freddezza. Ilda Boccassini accetta
così al volo l'offerta di Giancarlo Caselli che la vuole a Palermo. La
nuova esperienza dura però solo sei mesi. Anche lì, le incomprensioni
non mancano: Ilda tra l'altro sostiene che è sbagliato dedicarsi più
ai rapporti tra mafia e politica, che alla Cosa Nostra militare. Ma
questa volta a spingerla a rientrare è soprattutto la lontananza dai
due figli (un maschio e una femmina, avuti da un magistrato da cui si è
poi separata) e la stanchezza per un'esistenza blindata. Certo, c'è
la popolarità.
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Saverio Borrelli, il capo del pool Mani pulite,
che agli inizi non andava molto d'accordo con Ilda, ma poi si
ricredette.

Ilda nell'aula del Tribunale di Milano con il
suo fedele collega e amico Gherardo Colombo
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Il "Times" e "L'Express" l'hanno
inclusa, unica italiana,
nell'elenco delle 100 donne più importanti
al mondo, ma il resto è solitudine, scorte e vita da caserma. A
Milano a farle da apripista verso la riconciliazione con i colleghi sono
Francesco Greco e Gherardo Colombo.
Sì, proprio lui, Colombo. I due ex amici (cofondatori nel 1985 del
circolo Società Civile cui apparteneva anche l'attuale ministro
Giuliano Urbani) si incontrano per caso in ascensore. Gherardo saluta
Ilda come niente fosse accaduto. Lei, sorpresa, scoppia in lacrime:
"Ma come, mi saluti? Dopo quello che ti ho detto?". E lo
abbraccia.
Così quando il pool si trova per le mani la supertestimone Stefania
Ariosto, Greco propone che sia lei a seguire l'indagine:
per verificare le sue parole bisogna ricorrere a microspie, pedinamenti,
intercettazioni. Solo lei, grazie all'esperienza siciliana, è in grado
di farlo. Il 12 marzo del '96 scatta il blitz: finisce in carcere il
capo dei gip del tribunale di Roma, Renato Squillante. E l'Italia
scopre ufficialmente che anche Berlusconi è sotto inchiesta per
corruzione giudiziaria. Da allora la "dottoressa"-"Bocassa"
- "Ilda la rossa" diventa il bersaglio grosso. Il deputato
forzista ed ex sostituto procuratore a Milano
Tiziana Parenti l'accusa
di aver offerto soldi a un pentito per coinvolgerla in un'inchiesta sul
consumo di cocaina. I media della Fininvest fanno da grancassa. Ma Ilda
è innocente e la Parenti viene rinviata a giudizio.
Poi, i giornali berlusconiani la sbattono ancora in prima pagina per
l'arresto di una donna somala accusata di traffico di minori e in parte
scagionata dal test del Dna, disposto proprio da lei. "La Procura
che rapisce i bambini", titola "Il Giornale". Massimo D'Alema,
a quell'epoca presidente del Consiglio, legge l'articolo (poi
considerato diffamatorio) e chiede ufficialmente scusa alla somala in
nome del popolo italiano.
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Ischia,
"la mia isola" -
l' ha definita Ilda

Ischia, Punta Sant'Angelo

Ischia, Castello aragonese

Ischia, tramonto |
Quando nel giro di pochissimi giorni Ilda
risolve a Milano l'omicidio di un gioielliere di via Padova e di un
tabaccaio in via Derna (due dei delitti più efferati del '99 che
avevano permesso al Polo di gridare ancora una volta all'allarme
criminalità) di complimenti invece non ne arrivano.
Anzi, tutto il
Parlamento insorge contro di lei perché si è permessa di esprimere
solidarietà a Colombo per gli attacchi ricevuti dopo una celebre
intervista in cui il magistrato ipotizzava che i lavori della
commissione bicamerale fossero condizionati dal ricatto. Così i media
ripartono alla carica. Ricordano una storia questa volta vera: come uno
zio di Ilda, ex procuratore di Vallo della Lucania, sia stato condannato
per concussione.
Le denunce infondate nei confronti della Boccassini si moltiplicano con
il risultato che il suo avanzamento di carriera a magistrato di
Cassazione viene bloccato per mesi.
Le lettere anonime contenenti
proiettili, insulti e preservativi usati, sono centinaia.
"Sono
sicura che venti milioni d'Italiani pensano che io faccia processi
politici", commenta sconsolata. Ma va avanti. La tranquillità la
trova tra gli amici di sempre: Ottavia Piccolo, qualche regista
teatrale, un paio di giornalisti che non si occupano né di politica né
di giustizia. Niente mondanità, nessuna presenza alle cene milanesi tra
avvocati e magistrati, mai una parola sugli imputati anche con le
persone più fidate.
In vacanza a
Ischia ("La mia isola") viene però
fotografata in compagnia di Cesare Romiti, che un suo ruolo da
imputato in Tangentopoli lo ha avuto.
Uno scivolone, una caduta di stile
di una donna magistrato che si è sempre fatta onore di scegliere i
rapporti sapendo l'importanza della legalità in tutto? Qualcuno
interpreta la scelta di farsi vedere con Romiti come un segnale in stile
siciliano lanciato a quelli della Fininvest. Come dire: attenzione,
anch'io ho amici importanti. Il peggio deve ancora venire.
Dopo l'11 settembre 2001 il ministero di Grazia e Giustizia decide di
levarle la scorta.
il provvedimento è controfirmato da Gianni De Gennaro, il capo
della Polizia, un amicissimo che lei ha pubblicamente difeso dagli
attacchi di forzisti del calibro di Lino Iannuzzi e Filippo Mancuso. Ilda
ha paura. E lo dice. Le Jene di Italia 1 la pedinano mentre va a fare la
spesa e, grazie a una telecamera, dimostrano quanto sarebbe semplice
colpirla in ogni momento.
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Borrelli nel suo discorso di commiato alla
magistratura la loda e attacca l'allora ministro dell'Interno Claudio
Scajola. Lei gli risponde subito. Pubblicamente e con queste parole:
"Grazie per aver tutelato anche la nostra incolumità: altri si
devono vergognare".
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LA
LETTERA DI ILDA A GHERARDO COLOMBO SUL RITIRO DELLA SCORTA

Carissimo Gerardo,
ancora una volta mi hai dimostrato il tuo affetto e con te a fianco non
sarò mai sola.
Sono consapevole che, anche in questi difficili momenti, potrò sempre
contare sulla tua guida ed appoggio sia come capo dell'ufficio che come
amico e questo mi rende più forte e serena.
So che sei preoccupato per la mia sicurezza ma ti assicurò che ho fatto
e farò tutto quello che è umanamente possibile per evitare «spiacevoli»
situazioni.
Non posso comunque che ribadirti la mia ferma decisione di rifiutare
anche la nuova deliberazione del comitato per l'ordine e la sicurezza
pubblica.
Come ho già avuto modo di comunicare per iscritto le decisioni prese
dal comitato sono state dettate esclusivamente da «ragioni politiche»
e non «tecniche»; ed invero la revoca dell'apparato di scorta è stata
assunta e ratificata dal capo della polizia nonostante il parere
negativo del procuratore generale e nonostante che nulla fosse cambiato
rispetto al luglio 2001.
Non intendo, quindi, avallare decisioni inadeguate che metterebbero a
repentaglio inutilmente la vita di giovani poliziotti, distogliendoli da
incarichi più utili per la collettività.
D'altro canto lo stesso capo della polizia, prefetto De Gennaro, che
conosco da tantissimi anni, ha sempre ritenuto che l'unico strumento
efficace per un soggetto a rischio fosse un apparato di scorta e non
certo una tutela.
Molte volte in questi dieci anni, ricordando i nostri colleghi uccisi
dalla mafia, io e il prefetto De Gennaro abbiamo riflettuto sul punto,
arrivando sempre alla stessa conclusione: si doveva fare di più. E'
noto infatti che Paolo Borsellino andava a trovare ogni giorno la madre
gravemente ammalata in via D'Amelio eppure nessun controllo è stato
disposto in quella zona. Nessuna vigilanza fissa. Nessuna delimitazione
sotto l'abitazione della signora Borsellino. Questo ha consentito ai
criminali assassini di poter parcheggiare per un intero giorno la 126
imbottita di esplosivo. Un'autovettura che, probabilmente, non sarebbe
sfuggita se quella zona fosse stata adeguatamente controllata.
Probabilmente, anzi sicuramente, il destino dei due colleghi era già
segnato ma per ucciderli hanno dovuto alzare il livello dello scontro e
creare a Capaci e in via D'Amelio delle scene di guerra.
A Capaci percorrevano quel pezzo di autostrada tre autovetture blindate,
una di queste è stata colpita in pieno e ho ancora negli occhi quelle
immagini di resti umani che ho voluto vedere per non dimenticare quando
la sera del 23 maggio sono corsa a Palermo, ma l'autovettura di Giovanni
ha resistito all'impatto; se non fosse stato alla guida sarebbe ancora
vivo.
Ciascuno si assume la responsabilità di quello che fa e di quello non
fa. Chi ha il dovere di proteggermi si è tirato indietro. Pazienza. Io
e te, come tanti altri magistrati, crediamo nella cultura della legalità
e abbiamo il dovere di salvaguardare i valori della Costituzione a
qualsiasi prezzo. Per dirla con Biagi, non indosseremo mai una livrea.
Vorrei che tu trasmettessi questa mia lettera al prefetto di Milano.
Ilda Boccassini
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23 maggio 2003
Le condanne nella parte finale della requisitoria
fissata per il 30 maggio, dopo le elezioni
Processo Sme, la Boccassini
inizia dai documenti
"Inattendibili
le dichiarazioni di Squillante e Pacifico"
Le richieste, forse, nella prossima udienza, il 30
giugno
MILANO
- Parte dai documenti questa volta Ilda Boccassini. Dalle carte che
illustrano i passaggi di denaro da un conto all'altro, trasferimenti che
sono alla base dell'accusa di corruzione in atti giudiziari per Cesare
Previti, Renato Squillante e Attilio Pacifico. Sono le 14,30 quando il
pm, carte alla mano, inizia la sua requisitoria. Prima, in mattinata, i
difensori di Previti avevano cercato di farla escludere dal processo per
le parole ("bambino viziato" da lei usate nei confronti del
deputato forzista), ma la Corte ha respinto la richiesta e la procura
ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di sostituirla.
Così, "Ilda la rossa" ha iniziato a parlare. Di richieste di
condanna, per ora, non c'è traccia. Arriveranno probabilmente il 30
maggio, alla prossima udienza fissata per la requisitoria, quando i
seggi che si apriranno domenica per le elezioni amministrative saranno
chiusi da tempo. E spente saranno anche le inevitabili polemiche che il
voto si trascinerà dietro. Poi sarà la volta della parte civile, il 6
giugno e quindi ci saranno le arringhe della difesa. E la sentenza,
probabilmente, non arriverà prima della metà di giugno: più dopo che
prima.
Intanto andrà avanti anche il processo a Silvio Berlusconi, la cui
posizione è stata stralciata dal processo Sme dagli stessi giudici
milanesi per "legittimi impedimeni del presidente del
Consiglio". Domani ci sarà la seconda udienza del processo
stralcio: sarà ancora dedicata al calendario, in attesa della
deposizione di Silvio Berlusconi previste, a quanto si dice, per l'11
giugno.
Ilda Boccassini ha lasciato per ultime le richieste di condanna forse
anche per evitare critiche, quelle stesse che le piovvero addosso quando
al processo Imi-Sir-Lodo iniziò la requisitoria proprio partendo dagli
anni di carcere che, secondo l'accusa, la corte avrebbe dovuto comminare
agli imputati. Questa volta il pm parte invece dalle carte. Le mostra in
aula. Sono schemi e riferimenti bancari che ricostruiscono il passaggio
di circa 500 milioni di lire dai conti esteri Fininvest, Polifemo e
Ferrido, sul conto di transito Mercier di Previti, fino al conto Rowena
ai primi di marzo del '91.
Ma prima di tirare fuori le carte fa una premessa. "Dalla prima
udienza preliminare sono trascorsi cinque anni, sono state spese tante,
tantissime parole da parte della Procura, dei testimoni e degli imputati
che hanno raccontato fatti accaduti tanti anni prima". L'unico modo
per "districarci da tutto questo sono i fatti che sono raccontati
da qualcuno ma che sono impressi sulla carta e raccontano nella loro
cruda verità, quello che è successo", ha proseguito il pm. La
Boccassini si riferisce ai documenti bancari e alle tracce che questi
documenti lasciano. "Hanno in sé qualcosa in più - dice la
Boccassini - se io stacco un assegno e qualcuno lo incassa resta una
traccia immutabile nel tempo".
E i passaggi di questi assegni nessuno, finora, attacca il pm, li ha
smentiti. "Questa ricostruzione - ha detto la Boccassini - non è
stata smentita dalle difese e dai consulenti delle difese. Nessuno ha
potuto contestare il dato documentale".
Il pm ha quindi confutato le giustificazioni rese durante il processo
Imi-Sir/Lodo dagli imputati in merito a questo passaggio di denaro.
"Le dichiarazioni rese da Pacifico e Squillante - ha detto il pm -
sono inattendibili e prive di fondamento". Non solo. Il pm ha
ribadito che le loro giustificazioni sono "inverosimili" e
"prive di riscontri documentali e testimoniali".
Il pm si è soffermato anche su alcune stranezze della prima fase di
indagini, come ad esempio il coniglio spellato recapitato in un pacco
natalizio nel dicembre '95 al teste Stefania Ariosto. La Boccassini ha
quindi messo in luce il trasferimento dei fondi appartenenti a
Squillante dalla Svizzera al Lichtestein all'indomani dell'inizio delle
indagini presso la Procura milanese.
"Wait and see", aspettiamo e vediamo. Questo l'unico commento
del premier Silvio Berlusconi alla requisitoria del pm milanese.
L'Espresso, 23 maggio 2003
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ILDA
BOCCASSINI NELLE SUE FUNZIONI DI
PUBBLICO MINISTERO AL PROCESSO SME
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30
maggio 2003
Processo
Sme, la richiesta del pubblico ministero. "Tre
miliardi dalla Fininvest finirono a Squillante e Verde"
Boccassini: "Condannate
Cesare
Previti a 11 anni"
Per
il pm commessi "reati gravissimi, e nessuno merita attenuanti"
Il
legale del deputato forzista: "Una montagna di congetture"

MILANO
- Ilda Boccassini ha chiesto 11 anni di pena per Cesare Previti al
termine della sua requisitoria al processo Sme. Alla fine della lunga
ricostruzione della mancata vendita dell'industria alimentare pubblica,
il pm ha tirato le sue conclusioni: il deputato di Forza Italia,
avvocato della Finivest ed ex ministro del governo di Silvio Berlusconi
deve essere condannato per aver corrotto dei magistrati.
Insieme a Previti, dice la Boccassini, devono essere condannati tutti
gli altri imputati: Renato Squillante, ex capo dei Gip di Roma, la
pubblica accusa ha chiesto 11 anni e 4 mesi e l'interdizione perpetua
dai pubblici uffici. Per il giudice Francesco Misiani la richiesta è
stata di 6 mesi, per Fabio Squillante un anno e 6 mesi, per
Mariano
Squillante un anno e 10 mesi, per Attilio Pacifico 11 anni, per
Filippo
Verde (ex giudice) 4 anni e 8 mesi, per Olga Savtchenko 1 anno. Per
tutti è stata chiesta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e per
gli avvocati l'interdizione a esercitare per 5 anni.
Secondo il
magistrato il dibattimento ha dunque dimostrato "la gravità dei
reati" tanto che nessuno può meritare neppure le attenuanti
generiche. "Le accuse sono gravissime", ha detto la pubblica
accusa, che ha poi aggiunto: "La tenuta dello stato di diritto, in
democrazia, è l'unico baluardo che consente alla democrazia stessa di
continuare ad esistere, e se si viola questo principio può essere in
gioco la democrazia stessa".
La Boccassini ci ha messo quasi tutto il giorno a ricostruire le
indagini e la vicenda che ha portato alla mancata vendita della Sme
(industria alimentare controllata dall'Iri presieduta a quei tempi da
Romano Prodi) a Carlo De Benedetti. Il punto finale di quella vicenda -
dall'offerta dell'Ingegnere alla discesa in campo di Berlusconi chiamato
da Bettino Craxi a mettere in piedi una cordata concorrente - è, dice
l'accusa, la corruzione dei giudici che respinsero la richiesta di De
Benedetti di citare in giudizio l'Iri.
E per la prima volta il magistrato parla della Fininvest, e dunque
dei tre miliardi ricevuti da Previti da parte di quella azienda che
sarebbero poi finiti sui conti dei giudici Verde e Squillante. E così,
ripercorrendo le fasi della vendita di azioni Sme, l'accusa sostiene che
l'avvocato Pacifico conosceva prima del suo deposito (19 luglio 1986) la
decisione dei giudici e quindi la sentenza di primo grado che riguardava
la vendita del comparto agroalimentare dell'Iri.
Un'indentica operazione, inoltre, sarebbe stata fatta anche da Barilla
(della cordata di Berlusconi), per un importo di 750 milioni, che
attraverso l'avvocato Pacifico sarebbero andati a Verde. Un altro
miliardo, invece, attraverso i conti di Previti e poi di Pacifico,
sarebbe arrivato a Squillante.
Nella requisitoria Ilda Boccassini parte da Squillante, presunto
beneficiario della tangente, spiegando che l'ex capo dei gip di Roma
aveva aperto un proprio conto corrente in Svizzera fin dall'84. Quindi
ripercorre il percorso investigativo che nel 1995 porta la Guardia di
finanza a scoprire che Squillante si recava all'estero per motivi
finanziari. Il pm ricorda che Fabio e Mariano Squillante, anche loro
imputati nel processo, chiusero una società e ne crearono un'altra e
che dopo l'episodio del bar Tombini Fabio Squillante e la moglie, anche
lei imputata nel processo, andarono in Svizzera e prelevarono una somma
poi trasferita in Liechtenstein. Solo nel 2001 "abbiamo saputo -
dice il pm - che si trattava di 10 miliardi di lire".
La Boccassini parla anche del viaggio negli Stati Uniti di alcuni
magistrati romani, pagato da Cesare Previti. Dal 1986 al '91, sostiene,
vengono depositati in Italia 17 miliardi e 800 milioni di lire. Il
magistrato elenca tutti i versamenti effettuati da Marco Iannini che,
dice, prelevava i soldi dallo studio di Previti in via Cicerone e li
versava sui conti: "Vi sembra irreale che la Ariosto abbia visto
denaro sul tavolo attorno al quale c'erano Renato Squillante, Attilio
Pacifico e Cesare Previti? La risposta è no. La Ariosto dice che i
magistrati frequentavano l'abitazione di Previti" e questo, secondo
l'accusa, sarebbe dimostrato dal fatto che fu proprio Previti a pagare
il viaggio a cui aveva partecipato Filippo Verde negli Stati Uniti.
Ma per Alessandro Sanmarco, uno degli avvocati del deputato forzista,
tutto questo è "una arrampicata su una montagna di congetture, con
vertiginose cadute nel vuoto giudiziario più assoluto". E ancora
Sanmarco parla di "una richiesta paradossale per un imputato
innocente", e sottolinea che "l'accusa ha voluto compensare il
numero degli anni con l'incertezza del reato".
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Ilda Boccassini e Cesare Previti, per il quale Ilda ha
chiesto e ottenuto la pena a 11 anni di carcere.
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Un collage di Ilda con i due potenti che ha osato e
osa perseguire: Silvio Berlusconi e Cesare Previti |
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Manifesto, 26 giugno 2003
«Su
di noi tonnellate di fango»
Al
defunto processo Sme Ilda Boccassini accusa il premier e i veleni sparsi
contro i giudici: «Quello stesso stato che Berlusconi intende
rappresentare». Per pm e parti civili il lodo Schifani è «palesemente
incostituzionale»
Francesco
Catanzaro

MILANO
«Come
cittadina, speravo di vedere oggi in quest'aula di tribunale Silvio
Berlusconi. Ho creduto alle parole del presidente del consiglio, che
aveva garantito al tribunale la sua presenza per oggi. Invece non c'è».
Ilda Boccassini non dimentica le vane promesse che Silvio Berlusconi
aveva posto a coronamento del suo monologo reso ai giudici del processo
Sme una settimana fa. Perciò, prima di entrare nel vivo della delicata
questione sull'incostituzionalità della norma che sospende i processi
per le cinque massime cariche dello Stato, l'esordio del pm, ad apertura
di udienza, è tutto per il presidente del Consiglio:
«Ogni imputato ha
la facoltà di mentire. Sono state gettate tonnellate di fango su questo
tribunale, su questa procura, su di me, Ilda Boccassini, e sui miei
collaboratori. Cioè su quello stesso stato che proprio Berlusconi,
nella veste di presidente del consiglio, intende rappresentare». Se
questi sono i presupposti, la conclusione non può che essere una: il
Tribunale invii alla Corte Costituzionale l'eccezione di
incostituzionalità del Lodo Schifani (ex Maccanico), la legge appena approvata dal
governo a tempo di record per sottrarre Berlusconi ai suoi guai
giudiziari. Lo chiedono a gran voce la Procura milanese e le parti
civili.
Basta considerare che con la nuova normativa si è creata una
posizione di privilegio di un individuo rispetto agli altri cittadini,
per capire che essa è «palesemente incostituzionale». Ma non solo.
Oltre al principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge,
sono molte altre le norme a cui il presidente del consiglio si sottrae:
la ragionevole durata del processo, il diritto alla difesa in giudizio,
l'obbligatorietà dell'azione penale, il principio del giudice naturale,
e, infine, il principio in base al quale ai ministri (così come
dovrebbe essere anche per il presidente del consiglio) non viene
consentito alcun privilegio sui reati comuni. Tutti principi sanciti a
chiare lettere dalla Carta costituzionale, principi che però vengono
aggirati dalla nuova normativa blocca processi. Senza contare che, come
sottolinea il pm Gherardo Colombo a termine di un lungo intervento denso
di considerazioni tecnico-giuridiche, si tratta di una legge approvata
per via ordinaria. Ma c'è dell'altro: il magistrato fa anche notare
come la nuova norma sia in contrasto con alcuni articoli della
Costituzione europea relativi alla salvaguardia dei diritti dell'uomo.
Le accuse della
difesa
Altrettanto preciso nei riferimenti alla
giurisprudenza, ma ancora più duro nelle sue valutazioni è
Giuliano
Pisapia, legale di parte civile per la Cir di Carlo de Benedetti.
Sull'attività giurisdizionale - lamenta il legale nella memoria
presentata ai giudici - prevale il ruolo personale di carattere
istituzionale, il che significa applicare «un privilegio inaccettabile
sulla base dei nostri principi costituzionali».
Ovviamente opposto il parere di
Niccolò Ghedini e
Gaetano Pecorella, seduti un giorno in tribunale nella veste di avvocati
del premier, il giorno dopo alla camera come deputati di Forza Italia. A
loro modo di vedere, i pm e le parti civili «sono fuori tema», perché
il tribunale, stando alla nuova normativa, avrebbe dovuto sospendere
immediatamente il procedimento, senza concedere alle parti di sollevare
alcuna questione. «La legge è già entrata in vigore», si lagna
Ghedini. «Proseguire il processo significa violare la legge che ne
stabilisce la sospensione», rincara Pecorella, puntando il dito contro
il pm Boccassini, accusata di considerazioni «di natura politica».
Lunedì processo in
letargo
E, sul tema immunità, la loro è una visione
quantomeno singolare. Sospendere un processo è un istituto «assolutamente
ordinario», dice Pecorella, che è anche Presidente della Commissione
giustizia alla Camera. Nessun conflitto, quindi, con la Costituzione: «Le
cinque massime cariche dello stato hanno responsabilità e funzioni tali
- osserva il legale- che non possono essere paragonate alle condizioni
abituali di normali cittadini che affrontano un procedimento». Anche
per il collega Ghedini «il presidente del consiglio non viola alcun
principio di uguaglianza», perché l'immunità è una norma stabilita
fin dal 1983, ma solo per i membri del Csm, «persone che non sono state
neppure elette dal popolo», conclude il difensore, facendo suo il luogo
comune coniato dal suo datore di lavoro.
Ma dopo quattro ore di infuocati interventi tra
accusa e difesa, il collegio presieduto da Maria Luisa Ponti non prende
nessuna decisione, riservandosi di entrare nel merito per lunedì
prossimo. Che dunque sarà il giorno delle sospensioni: alle nove e
trenta per il processo stralcio Sme a carico del solo Berlusconi, che
rimarrà fermo almeno fino al termine della legislatura (2006). Poi,
alle dieci, sarà la volta del troncone principale, anch'esso destinato
a una lunga sospensione per effetto del patteggiamento allargato, norma
che sarà in vigore da domenica 29. Il contentino offerto dal governo a
Cesare Previti, che, almeno per il momento, non può ancora godere di
vera e propria immunità come il suo amico Silvio Berlusconi.
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24
novembre 2003
Parla
il pm milanese:
"I
processi hanno dimostrato che la giustizia era in vendita".
"Ma
ora i corruttori dovrebbero fare le leggi per riformare la
magistratura"
di
Giuseppe D'Avanzo

MILANO
- "È qui per fare il gioco del "chi ha vinto e chi ha
perso"? E allora sieda lì e cominci ad annotare quel che io ho
vinto...". è un'Ilda Boccassini rilassata e ironica. Non disdegna
qualche sarcasmo amaro e sembra divertirsi nel riassumere tutti gli
esiti paradossali dei processi milanesi, le analisi e i commenti
politici, e no, che hanno provocato in queste ore. Il pubblico ministero
finge, pensosa, di raccogliere le idee e poi enumera le sue
"vittorie" contandole con un gesto infantile sulla punta delle
dita. "Vediamo, che cosa ho vinto io? Ho vinto i weekend".
"Finalmente, dopo anni, potrò tirare il fiato tra sabato e
domenica e starmene con i miei figli e i miei amici", racconta
ancora Ilda Boccassini. "Per i legittimi impedimenti degli imputati
i processi Lodo Mondadori/Imi-Sir e Sme, dall'udienza preliminare in
poi, e parlo quindi di anni, si sono celebrati sempre tra il sabato e il
lunedì. I giudici dei due collegi almeno, una settimana sì e un'altra
no, potevano riposare, io e Gherardo (il pubblico ministero Colombo, ndr)
ogni fine settimana, invece, dovevamo saltare da un processo a un altro.
Dal "Lodo" allo "Sme". Dallo "Sme" al
"Lodo". Non è una vittoria da gettare via, il weekend. Non le
pare? Un'altra vittoria che mi viene a mente è che, forse - e dico
forse, per carità - non sarò più indagata. Da quando sono cominciati
questi dibattimenti mi sono ritrovata indagata come non mi era mai
capitato nella mia carriera professionale. Indagata a Brescia. Di fatto,
indagata a Perugia. Indagata dagli ispettori del ministero. Un po'
indagata, diciamo la verità, anche dalla Corte di Cassazione,
addirittura a Sezioni Unite e per due volte perché, alla fin fine, la
richiesta di trasferire altrove il processo milanese per legittimo
sospetto censurava anche i miei comportamenti di pubblico ministero in
aula e la correttezza del lavoro durante l'istruttoria. Indagata,
infine, dal consiglio superiore della magistratura dove alcuni membri
laici hanno chiesto più volte un'inchiesta disciplinare nei miei
confronti. Senza conseguenze. Se non una:la promozione a consigliere di
Cassazione che i magistrati del mio concorso hanno ottenuto senza
problemi, io ho dovuto attenderla - chissà perché - quattro anni"
.
Ilda Boccassini ora appare incerta se dire o non dire, se continuare
"il gioco". Decide di continuarlo. "Ho certamente vinto
una partita con il presidente del Consiglio...". S'interrompe.
Volutamente, malignamente, per vedere l'effetto che fa. Ride dell'attesa
nervosa che le sue parole sollecitano, e finalmente continua: "Il
presidente del Consiglio dice di aver ricevuto 35 lettere di minacce di
morte. L'ho surclassato. Io, questa partita, l'ho vinta alla grande, e
per decine e decine di lettere di vantaggio... E' contento? Ora al gioco
del "chi ha vinto e chi ha perso" potrà aggiungere anche il
mio elenco..." .
E se mettessimo da parte il sarcasmo, propongo, per fare qualche
considerazione seria su quello che, secondo molti, è un "cambio di
stagione"? Ancora un tono sarcastico, e una risata allegra.
"Si deve essere distratto o non ha letto i giornali oggi.
Finalmente si può voltare pagina, è scritto ovunque. Tutti vogliono
voltare pagina. Anch'io voglio voltare pagina e gettarmi alle spalle
questi due benedetti processi".
Bene, dico, voltiamo pagina, ma almeno vediamo che cosa c'è scritto in
quella pagina. Non le pare?
Ilda Boccassini finalmente si fa seria. "Per vedere che cosa c'è
scritto, bisogna voler leggere. Ilda Boccassini finalmente si fa seria.
"Per vedere che cosa c'è scritto, bisogna voler leggere. E'
proprio questa volontà che sembra debole e assai poco diffusa. Secondo
molti, i due processi di Milano - Lodo Mondadori/Imi-Sir e Sme - sono
stati soltanto l'ennesimo, ultimo episodio del conflitto - decennale -
tra politica e magistratura. Per me non sono questo. Non lo sono mai
stati. Per me, nel corso del tempo, sono inaspettatamente diventati una
"prova di sopravvivenza" che metteva in gioco la stessa
legittimità della magistratura a svolgere la sua funzione al servizio
dello Stato. Vede, anche nel processo che si è concluso sabato, come
nel processo Mondadori, ci siamo trovati a dover dimostrare non solo la
colpevolezza degli imputati, ma il diritto stesso della magistratura a
raccogliere fonti di prova, a promuovere un processo. Mi sembra che
abbiamo ottenuto con grande fatica il risultato di riconfermare una
certezza che rischiava di andare perduta: le garanzie del processo
(imparzialità del giudice, il contraddittorio, la pubblicità, l'habeas
corpus, la non presunzione di colpevolezza, la motivazione dei
provvedimenti, la durata ragionevole...) non proteggono gli imputati
dall'accertamento dei fatti, ma sono stati pensati per difendere il
merito del processo.
Ci siamo riusciti, e lo dico con soddisfazione.
Perché non era un risultato scontato e non devo ricordare, proprio io,
le interferenze che questo processo ha subito, reati declassati,
procedure riformate... Una volta si pensavano leggi ad hoc per far
fronte a gravi fenomeni criminali, penso all'associazione per delinquere
di stampo mafioso. Nel caso dei processi milanesi, l'obiettivo è parso
essere soltanto fermare i dibattimenti. E tuttavia, questo riguarda
ancora i modi dei processi milanesi, ma non la sostanza. Le confesso che
tengo di più alla sostanza, ma per afferrarla bisogna tener conto dei
fatti che i dibattimenti hanno confermato, al di là di ogni ragionevole
dubbio e fatta salva la presunzione di innocenza a cui hanno diritto gli
imputati condannati oggi in primo grado. Ho la sensazione che chi vuole
voltare pagina, quei fatti non vuole vederli, vuole nasconderli come
polvere sotto il tappeto. Ma io sono un po' tignosa, si sa, e preferisco
ricordarli.
Tre processi (ai processi Lodo Mondadori e Sme, va aggiunto
il processo di rito abbreviato scelto dall'imputato Giovanni Acampora)
hanno dimostrato che è esistita "una lobby di magistrati e
avvocati" che ha condizionato a Roma gli esiti dei processi. E' un
fatto che i corruttori dei giudici erano in possesso addirittura di
bozze di sentenze e che su quelle bozze erano annotate le correzioni da
fare. E' un fatto dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che
alcuni di quei giudici era non "occasionalmente", ma
"stabilmente" retribuiti per venir meno ai loro doveri di
imparzialità e indipendenza. E' un fatto che i processi hanno
dimostrato, attraverso documenti bancari, il prezzo della corruzione.
Non è una conclusione che mi rende felice, anche se giudici corrotti e
corruttori dei giudici sono stati condannati con pene gravissime,
pesanti come magli. Al contrario, sono amareggiata e preoccupata" .
"Sono amareggiata - continua Ilda Boccassini - perché se la
giustizia può essere messa in vendita per un così lungo periodo di
tempo addirittura nella capitale del Paese, quel Paese vede minacciato
lo Stato di diritto, il fondamentale diritto dell'eguaglianza dei
cittadini dinanzi alla legge. Sono preoccupata perché affiora, nel
dibattito sollevato dalle sentenze di Milano, soltanto il desiderio di
voltare pagina e non vedo spuntare da nessuna parte la voglia di porre
rimedio a quel pericolo. Mi chiedo: per molti anni è stato possibile
comprare giudici e sentenze come se la giustizia fosse un mercato dove
vince chi è più sleale, chi ha più risorse e meno scrupoli. Come è
possibile che nessuno se ne sia accorto? Come è possibile che quei
giudici, ritenuti oggi corrotti, abbiano sempre collezionato le
eccellenti valutazioni dei consigli giudiziari? Che cosa non ha
funzionato? Che cosa non funziona nel nostro sistema di controlli, di
promozioni, di verifiche del lavoro e delle responsabilità? Non vale la
pena che ognuno di noi si ponga queste domande? Non deve essere
soprattutto la magistratura a riflettere e magari a fare scelte
coraggiose e forse impopolari? Qual è il costo che noi magistrati siamo
disposti a pagare nel nostro lavoro quotidiano al fine di preservarne
l'autonomia? Mi chiedo: voltare pagina, significa anche gettarsi alle
spalle la patologia che i processi di Milano hanno portato alla luce?
Significa far finta che nulla sia accaduto, che tutto va per il meglio?
Ma meglio chiudere qui questa conversazione. Mi accorgo che sto
diventando troppo seria e invece la situazione è grave, è vero, ma non
seria, come si dice".
Perché?,
chiedo.
"Non vede? Le acrobazie di quello che lei chiama il "cambio di
stagione" sono stravaganti fino al paradosso. E' stato dimostrato a
Milano che a Roma c'erano giudici che vendevano la propria indipendenza
e da anni stiamo qui a discutere dell'indipendenza dei magistrati di
Milano che l'hanno svelato e non di quei giudici di Roma che, la loro
indipendenza, se la sono venduta. La corruzione dei giudici dovrebbe
imporre un confronto sulle correzioni da applicare al sistema
giudiziario, al suo ordinamento, ma quelle riforme sembra siano anche
nelle mani di chi ha corrotto quei giudici. Non trova che siano
spassosi, i paradossi italiani?" .
Repubblica,
24
nov 2003
_____________________________
LETTERA
DI UNA GIORNALISTA A ILDA BOCCASSINI
www.dols.net
2-07-2003
Il
processo Sme forse non si farà, alla legge sarà impedito di fare il
suo corso. Ma non cala il sipario sulla verità.
di
Donatella Papi
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Gentile
Signora Boccassini,
spero le giungano la mia solidarietà e il mio più sentito
ringraziamento per il ruolo svolto e per il modo come ha sostenuto
l'esercizio delle sue funzioni.
Le confesso che all'inizio del Processo Sme avevo di lei l'immagine che
le avevano cucito addosso: "Ilda la rossa", il magistrato di
sinistra che fa politica nelle aule dei Tribunali. All'epoca ero una
moderata di centrodestra, che ha sempre cercato di votare dove ha
ravvisato la cultura della democrazia, dello stato di diritto, della
legge uguale per tutti.
Oggi
mi sento una cittadina partecipe della coscienza con la quale vanno
difesi la democrazia, lo stato di diritto, la legge uguale per tutti. A
questa presa di posizione ha contribuito il lavoro onesto di tanta
gente, il suo particolarmente.
Ho letto il resoconto della sua ultima requisitoria. Qualcuno l'ha
definita un urlo alla luna nera, una protesta civile, il tentativo
finale di proteggere almeno, soffocato il processo con una legge
palesemente incostituzionale, la limpidezza del lavoro della Procura di
Milano, lo spirito di servizio e la correttezza degli addetti in toga e
in divisa.
Con parole mie, voglio dirle che ho sentito la sua amarezza, la rabbia e
la frustrazione che derivano dal subire la prepotenza del potere che
vuole tacitare lei, il Pool di Milano. E la giustizia, impedendole di
fare il suo corso.
Da donna a donna, mi consenta di dire che ho notato come anche lei sia
cambiata. All'inizio del processo, questa notte lunga e nera della
Repubblica, era una ragazza fulva e spavalda. Oggi è una signora, una
bella Signora, ma la sua immagine racconta più delle parole il peso del
lavoro svolto, le ansie e le preoccupazioni. Per questo mi permetto di
scriverle, per esprimerle la mia solidarietà e rassicurarla, poiché
sul processo Sme forse è calato il sipario, forse non si arriverà a
sentenza, ma il verdetto etico, morale, civile è una verità che è
uscita dall'aula per raggiungere la coscienza di tanta gente.
Un
verdetto che non riguarda un uomo, un' azienda, episodi di corruzione,
ma l'inaccettabile sopraffazione di chiunque s'illuda di piegare ai
propri fini una democrazia, di sostituire al principio del confronto
l'affronto, alla regola del rispetto delle leggi l'imposizione di leggi
speciali che sono l'olocausto della civiltà. In questo caso siamo di
fronte alla disperazione incontrollata, al cerchio di fuoco, ma i rischi
non cambiano. Dobbiamo cambiare noi quando è necessario riconoscere il
sopruso e l'inganno a cui opporre la ferma lucidità della ragione.
Quando e come si è creato il corto circuito e si è spezzato il gioco
del potere? Non entro nel merito del processo per questioni di
conoscenza degli atti e competenza in materia. Ma anche perché penso
che l'evidenza dei due pesi e delle due misure, dei due ruoli (il suo di
pubblica accusa e quello dell'imputato di massima istituzione) e del
diverso senso di responsabilità si siano resi evidenti quando il potere
ha ritenuto di eludere l'iter processuale e ha impugnato due armi. La
prima un lodo stravolto nell'originaria formulazione, piegato a
salvacondotto personale e imposto agli italiani. La seconda, assai
peggiore, l'arma della delegittimazione, del fango e delle minacce per
screditare il lavoro, l'impegno, la toga nel suo caso. Quando si arriva
a questo si è raggiunto il livello più basso, più grave, più
dannoso.
La ringrazio signora Boccassini per il modo come lei ha reagito al
fango, alle minacce, al tentativo di delegittimazione e di tacitazione,
alla paura. Potrei usare molti aggettivi e tante espressioni. Ma la cosa
più meritevole da far notare è che lei, pur sotto pressione e sotto
scorta, ha continuato a fare il suo lavoro, con impegno, con
determinazione e compostezza. E' così che "Ilda la rossa" ha
dimostrato una verità altrettanto fondamentale e utile: è la qualità
delle persone che fa la differenza e che, sì, vi sono casi in cui non
tutti sono uguali di fronte allo Stato… ma per eccellenza e non per
difetto. Come lei ha ben spiegato "ogni imputato ha la facoltà di
mentire e di non rispondere, però qui si tratta del presidente del
Consiglio, che dovrebbe rappresentare quello Stato che rappresento
anch'io, nel mio ruolo di pubblica accusa". E sostenendo che allora
diventa poca cosa se Ilda Boccassini è coperta di fango, riceva
minacce, è soggetta a una campagna di delegittimazione, perché non è
una questione personale ma di ruoli, lei ha dimostrato il diverso modo
di interpretare il requisito essenziale del senso di responsabilità in
chi rappresenta lo Stato. Lei, signora Boccassini, ha scelto di
continuare ad esporsi in nome della verità e della giustizia.
L'imputato ha scelto di eludere e di farsi votare uno scudo in difesa di
interessi personali. Due pesi e due misure, due ruoli ma una sola dignità.
Il processo Sme forse non si farà, alla legge sarà
impedito di fare il suo corso. Ma non cala il sipario sulla verità. Per
questo non sia amareggiata e non senta vano il suo impegno, anche se ho
ben capito che nemmeno questo epilogo giacobino la farà flettere di un
millimetro. La immagino già al lavoro. Ecco, pensi che il suo impegno
è un buon esempio per tanta gente e il suo coraggio farà sentire tanta
gente meno indifesa. Sul piano istituzionale, il lavoro suo e del Pool
ha prodotto il risultato migliore: la trasparenza, consentendo agli
italiani di poter avere fiducia nella giustizia e negli amministratori
della giustizia. Il tutto senza innescare instabilità e tensioni. Il
miglior servizio al Paese e la migliore risposta alle numerose
sollecitazioni del Capo dello Stato.
Le auguro ogni bene e di agire nella massima serenità. Quanto al
processo Sme, per noi gente semplice gente comune, il verdetto c'è già
stato.
Grazie e buon lavoro.
Donatella Papi
Chi
e' Donatella Papi
Giornalista per Gioia
(dal 1978 al 1988 Gioia con la qualifica di Redattore e poi
Caposervizio). Ha scritto interviste e ritratti di gente dello
spettacolo e personalità, ha svolto inchieste su temi di costume e
sociali, si è occupata di programmi televisivi e media, di cultura,
scienze e medicina, salute e bellezza. In particolare ha seguito la
fecondazione artificiale fin dall'inizio della nuova tecnica e sul tema
ha pubblicato due libri.
Ha collaborato con Gente, dove si è occupata di politica,
attualità, spettacolo; inviato speciale de "Il Giornale"
con le Direzioni di Indro Montanelli e Vittorio Feltri; ha svolto
mansioni di caposervizio della pagina tv e media e si è occupata di
politica, telecomunicazioni e media, spettacolo e attualità; Capo
Ufficio Stampa del Ministero delle Comunicazioni, responsabile della
comunicazione, dell'immagine e dei rapporti con le istituzioni. Ha
curato in particolare l'organizzazione di convegni e manifestazioni, si
è occupata del Sito Internet del Ministro e del Ministero; portavoce
del Ministro delle Comunicazioni, On. Salvatore Cardinale; responsabile
delle Relazioni Esterne dell'Agenzia Ansa, dove si è occupata
dell'immagine, della comunicazione e dei rapporti istituzionali; ha
seguito il lancio di Ansaweb, la divisione per i servizi multimediali;
ha svolto attività di assistente dell'Amministratore Delegato.
_____________________________
Panorama,
13-1-2004
La Corte
costituzionale dichiara illegittimo il lodo Schifani

Con la
sentenza n. 24 del 2004 la Corte Costituzionale dichiara
l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2, della legge
20 giugno 2003, n.140 ed ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo
1953, n. 87, dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1,
commi 1 e 3, della predetta legge n. 140 del 2003.
La
Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 1 della
legge n. 140 del 20 giugno 2003.
Per intenderci, a essere stata giudicata incostituzionale è la prima
parte del cosiddetto Lodo Maccanico o Schifani in base al quale si
stabiliva la sospensione dei processi penali nei confronti delle
cinque più alte cariche dello Stato "in corso in ogni fase,
stato o grado, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti
l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle
medesime cariche o funzioni".
Secondo i giudici, l'articolo 1 del Lodo è in
palese contrasto con gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 24
(diritto di difesa) della Costituzione italiana.
AMMISSIBILE IL REFERENDUM
La Corte costituzionale è pervenuta anche alla conclusione che il
referendum proposto da Italia dei Valori di Antonio Di Pietro
per l'abrogazione dell'intero articolo 1 della legge 140 del 2003
sull'immunità delle cinque più alte cariche dello Stato è
ammissibile perché il suo oggetto non rientra nelle materie
per le quali l'articolo 75 della Costituzione vieta una consultazione
popolare (le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto,
di autorizzazione a ratificare trattati internazionali) e perché non
viola i principi integrativi fissati dalla stessa Corte in passate
occasioni.
Esulta Antonio di Pietro: «Noi dal primo momento abbiamo sostenuto
che questa legge fosse incostituzionale, illegittima e immorale. Oggi
noi siamo soddisfatti perché avevamo visto giusto».
«A questo punto - ha aggiunto - occorre valutare se (il referendum)
sia ancora necessario ». Soddisfatta anche l'Associazione Nazionale
Magistrati: «La sentenza della Consulta evidenzia la fondatezza delle
perplessità circa i profili di incostituzionalità formulate a suo
tempo dall'Associazione nazionale magistrati » ha dichiarato il
segretario dell'Anm Carlo Fucci.

I
L P R O C E S S O S.M.E.: S I N T E S I
Il processo Sme, divenuto insieme al gemello Imi-Sir/Lodo
Mondadori il simbolo dello scontro tra potere politico e magistratura,
e' arrivato a sentenza dopo quasi 4 anni di fase dibattimentale
contrassegnata da aspri scontri e polemiche. Queste le tappe salienti
dell'iter processuale.
Febbraio 1995 - Stefania Ariosto apre
il capitolo ''toghe sporche'', facendo rivelazioni prima ai militari
della Finanza, poi direttamente ai magistrati della Procura di Milano,
in qualità di testimone. Tra mille esitazioni, appunti e ricordi, la
bionda confidente rivela quello che sa su giudici romani, politici,
avvocati e bustarelle.
Autunno 1995 - Partono le indagini in
Procura a Milano. Grazie alla collaborazione dell'Ariosto, gli
inquirenti individuano un primo passaggio di denaro, risalente al marzo
'91: quasi 435 mila dollari partiti dal conto Ferrido di Fininvest e
piovuto in pochi giorni sul conto Rowena dell'ex capo dei gip di Roma,
Renato Squillante, dopo essere rimbalzato anche sul conto Mercier
intestato a Cesare Previti. Le indagini proseguono, e vengono scoperti
altri due bonifici, entrambi dell'88, rispettivamente di 800 milioni e
di un milardo di vecchie lire, che nel maggio l'uno e nel luglio l'altro
partono dal conto zurighese di Pietro Barilla per arrivare nelle
disponibilità di Attilio Pacifico. Dalla somma ricevuta, Pacifico gira
200 milioni a Filippo Verde (il giudice a capo del collegio che nel 1986
annullò l'affare Iri-Buitoni per l'acquisizione della quota di
maggioranza della Sme), 850 milioni a Cesare Previti e, infine, 100
milioni a Squillante. Versamenti che, per la Procura, coincidono con le
tappe dell'infuocata battaglia giudiziaria sulla compravendita Sme.
Novembre 1998 - Dopo tre anni di
indagini, inizia a Milano davanti al gup Alessandro Rossato l'udienza
preliminare, che si conclude circa un anno dopo con il rinvio a giudizio
per Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Renato Squillante, Attilio
Pacifico e Filippo Verde. Tutti accusati di corruzione in atti
giudiziari proprio per quei versamenti girati estero su estero in
coincidenza con le fasi cruciali del contenzioso Sme.
8 marzo 2000 - Inizia davanti ai giudici
della prima sezione penale (collegio formato dal presidente Maria Luisa
Ponti e dai giudici Guido Brambilla e Carmen d'Elia) il processo
denominato Sme-Ariosto. Un inizio faticoso, scandito da scontri e
battaglie procedurali tra accusa e difesa ancora prima che cominci la
fase delle testimonianze.
Autunno 2001 - Nell'aula Sme irrompe la
nuova normativa sulle rogatorie, la prima di cinque leggi approvate
dalla maggioranza di governo di cui fanno parte gli imputati Berlusconi
e Previti destinata a pesare sull'andamento del processo.
Il primo a
chiedere che le rogatorie finite nel fascicolo di dibattimento siano
considerate inutilizzabili perchè prive dei requisiti formali richiesti
dalla nuova legge è Previti. Ma i giudici respingono. Il parlamentare
ricusa il collegio che lo giudica. Ma anche questa richiesta viene
bocciata in Appello. Nel frattempo, si pone un'altra questione,
destinata ad acuire lo scontro tra potere politico e magistratura:
quella relativa alla scadenza del giudice a latere Brambilla, destinato
al Tribunale di Sorveglianza a partire dal 9 gennaio 2002.
Dicembre 2001 - In pieno periodo
natalizio, il Ministro della Giustizia Roberto Castelli dispone per
Brambilla il trasferimento immediato, che annullerebbe tutto il processo
a quasi due anni dal suo inizio. Ma la Corte d'Appello di Milano,
presieduta da Giuseppe Grecchi, prende una decisione opposta a quella
del Guardasigilli: il processo in corso va salvaguardato, Brambilla sia
applicato a tempo pieno nella Corte della prima sezione penale.
Gennaio 2002 - In occasione dell'apertura
dell'anno giudiziario, Francesco Saverio Borrelli, ormai prossimo alla
pensione, incita i suoi colleghi a ''resistere, resistere, resistere''.
Per Berlusconi e Previti è questa la prova della sussistenza, a Milano,
di una ''grave situazione locale''.
5 novembre 2002 - Dopo un burrascoso
iter tra Camera e Senato, mentre i girotondini assediano Palazzo Madama
e l'opposizione grida allo scandalo, il ''legittimo sospetto'' diventa
legge, la legge Cirami. Ed e' subito applicato a Milano, dove i
processi Imi-Sir/Lodo -Mondadori e Sme si fermano.
27 gennaio 2003 -
Il colpo di scena arriva dal Palazzaccio, dove, dopo una giornata e
mezzo di discussione, le Sezioni Unite della Cassazione emettono il
verdetto decisivo: nessuna grave situazione locale, i processi restano a
Milano. La reazione politica e' durissima: Berlusconi parla di
''decisione politica'' e di ''partita truccata''.
16 maggio 2003 - Il collegio giudicante
del processo Sme, alla vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini,
stralcia la posizione processuale di Berlusconi.
30 maggio 2003 - Il pm Boccassini
conclude la sua requisitoria, chiedendo condanne pesantissime: 11 anni
per Previti, 11 anni e 4 mesi per Squillante, 11 per Pacifico, 4 anni e
8 mesi per Verde.
12 giugno 2003 - Approvata la nuova
normativa sul patteggiamento allargato, che prevede, se richiesto dagli
imputati, uno stop del processo di 45 giorni, tempo ritenuto sufficiente
per poter decidere se patteggiare o meno la pena.
20 giugno 2003 - Il Lodo Schifani (ex
Maccanico), che
blocca i processi per le cinque più alte cariche dello Stato, diventa
legge. Processo-stralcio Sme bloccato per Berlusconi.
Giugno
2003 - "Sostituite
in udienza il pubblico ministero Ilda Boccassini". E' questa la richiesta
depositata dai difensori di Cesare Previti e annunciata ai giudici del
processo Sme nel corso dell'udienza. L'istanza fa riferimento a diversi
capitoli della vicenda, dal fascicolo di indagini 9520 ad altri aspetti
legati al procedimento. Inoltre, stando a quanto di apprende, la
richiesta che arriva 'ad un passo' dalla requisitoria del pm, farebbe
riferimento anche a quel ''bambino viziato'' con il quale Ilda
Boccassini, venerdi scorso, aveva apostrofato l'ex ministro chiedendo al
Tribunale di non consentirgli di essere interrogato.
29 giugno 2003 - Processo Sme fermo
fino al 3 ottobre per effetto della norma sul patteggiamento allargato,
richiesta da quasi tutte le difese.
Estate 2003 - Ilda Boccassini e Gherardo
Colombo, i due pm titolari del processo, vengono denunciati dal
cosiddetto ''Comitato per la Giustizia''. Per entrambi, l'accusa e' di
abuso d'ufficio, in relazione alla gestione del fascicolo 9520, faldone
di indagini dal quale sono scaturiti i due processi denominati ''toghe
sporche''.
3 ottobre 2003 -
Riprende il processo nell'aula milanese. La difesa Previti chiede che
sia avocato il fascicolo 9520 e che i due pm si astengano, perchà
colpevoli di ''conflitto di interesse'' per il fatto di essere oggetto
di un'indagine pendente a Brescia nei loro confronti e
contemporaneamente accusatori nell'aula del processo Sme. I giudici
respingono. La stessa richiesta viene allora rigirata alla Procura
Generale, che però la boccia nuovamente. E' questo lo spunto per
ricorrere nuovamente in Cassazione, dove lamentare nuovamente una
''grave situazione locale'' degli ambienti giudiziari milanesi tale da
giustificare la rimessione (trasferimento) del processo a Brescia.
17 novembre 2003 - La sesta sezione
penale della Cassazione respinge la richiesta di rimessione di Previti:
il processo Sme, ormai giunto alle fasi conclusive, rimane a Milano.
21 novembre 2003 -
Ilda Boccassini, contrariamente alle attese, rinuncia alle repliche
dell'accusa. Dichiarazioni spontanee di Pacifico e Previti, che
esordisce così nel suo intervento: ''Non mi difendo, ma accuso''. I
giudici della prima sezione penale, dopo aver dichiarato ''chiuso il
dibattimento'', si ritirano in camera di Consiglio per il verdetto,
arrivato dopo otto ore.
22 novembre 2003 – Il verdetto dei
giudici: Cesare Previti condannato a 11 anni, il giudice Vittorio Metta
a 13 anni, il giudice Renato Squillante a 8 anni e mezzo, l’avvocato
Attilio Pacifico a 11 anni, l’avvocato Giovanni Acampora a 5 anni e
sei mesi, per Filippo Verde non è stata accolta la richiesta di 10 anni
di carcere della Boccassini ed è stato assolto.
(ASCA) - Milano, 22 novembre
2003
ULTIMISSIME
13
gennaio 2004 - La Corte
costituzionale dichiara illegittimo il Lodo Schifani (ex Maccanico) e
tutto ritorna in discussione.
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9 marzo
2004, Corriere della sera
Sme, depositate le motivazioni
della sentenza
ROMA
- Sono state depositate le motivazioni della sentenza Sme. Il documento
spiega le ragioni della colpevolezza degli imputati condannati e
ribadisce l'attendibilità dei testi, incluso Stefania
Ariosto.
GLI IMPUTATI
- Il parlamentare di Forza Italia Cesare
Previti, insieme ad altri due imputati, l'ex capo del gip di Roma Renato Squillante e l'avvocato
Attilio Pacifico, era stato assolto dall'imputazione specifica che
riguardava le presunte tangenti a giudici per bloccare la cessione del
colosso agroalimentare pubblico Sme al gruppo
Cir di Carlo De Benedetti nel 1985 - mentre era stato
condannato per il cosiddetto caso Ariosto. Questo, dal nome del teste d'accusa Stefania Ariosto,
riguardava la presunta corruzione di giudici a Roma all'inizio degli
anni 90, in particolare per un versamento di 434.000 dollari che nel
marzo '91 sarebbe andato da un conto attribuito alla Fininvest a conti
esteri riferibili a Previti a Pacifico e poi infine al giudice
Squillante.
SQUILLANTE
- Per i giudici l'ex capo dei gip romani Renato Squillante assolveva
«in specifico l'incarico di pagatore nei confronti di altri colleghi».
Se
Squillante era il pagatore, aggiunge il giudice nelle lunghe
motivazioni, «non poteva che essere lui stesso il collegamento tra gli
erogatori e gli altri magistrati cui proporre di farsi corrompere o
anche solo nei cui confronti attuare un intervento o comunque una
indebita ingerenza». Secondo il giudice «è corretta la formulazione
accusatoria che attribuisce a Squillante una condotta di vendita della
funzione dietro corrispettivo, individuando il genius di atti che effettivamente
appartengono alla sia specifica, sia generica competenza di un
magistrato appartenente ad un assai rilevante ufficio giudiziariò.
CORRUZIONE DEVASTANTE
- «La corruzione di un magistrato è devastante».
È quanto sostiene nelle motivazioni della sentenza il giudice Luisa Ponti, presidente del Collegio che
presiedette il procedimento a carico, fra gli altri, di Cesare Previti,
Silvio Berlusconi e Renato Squillante. Nel valutare il trattamento sanzionatorio applicato agli imputati
poi condannati, il giudice sottolinea che «la corruzione di un
magistrato, che per denaro o per altra utilitá sottomette
il proprio dovere di imparzialitá e terzietá agli
interessi di parte che agitano i piano processuale, è devastante, inoltre per lo stesso sistema democratico stabilito,
in cui il valore essenziale della giurisdizione è proprio quello della
autonomia e imparzialitá del giudice».
VERDE
- In relazione invece alle assoluzioni per il caso Sme i giudici
sostengono che «la sentenza del giudice Filippo Verde assolto dall'accusa
di corruzione non presenta di per se né sotto il profilo del
comportamento di Verde né sotto quello del contenuto decisiorio alcuna
anomalia,
tanto meno significativa di un precedente accordo corruttivo che fosse
specifico per tale atto». Sempre per Sme, continuano le motivazioni, «conclusivamente
non c'è prova in questo contesto dibattimentale che possa collegare
l'asserita ricezione della somma di almeno 200 milioni di lire ad un
previo accordo di messa a disposizione aprioristica da parte di Verde
della propria funzione giudiziaria a favore di Previti che nella specie
avrebbe agito per conto della Iar cordata guidata da Silvio Berlusconi».
ARIOSTO
ATTENDIBILE
- Nella prima parte della sentenza, viene invece sancita l'attendibilità
della Ariosto, la teste chiave dell'accusa, nei confronti della quale -
dicono i giudici - «si è scatenata ... una inevitabile reazione
aggressiva e tendenzialmente distruttiva sia sul piano mediatico che su
quello processuale, veramente straordinaria e inusuale...». La
sentenza di primo grado su Sme, che chiuse un dibattimento durato tre
anni e otto mesi, fu la seconda condanna di Previti per corruzione in un
anno. L'accusa
aveva chiesto per l'ex ministro della Difesa 11 anni di reclusione per
corruzione giudiziaria. L'assoluzione dalla contestazione del caso Sme
accoglieva parzialmente le istanze delle difese e, secondo fonti legali,
in prospettiva favoriva la posizione del presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, imputato separatamente per
entrambi i capi di imputazione nello stesso procedimento, sospeso per
lui per effetto del "Lodo Schifani", poi annullato dalla
Consulta. Il processo al premier riprenderà il 16 aprile.
FININVEST INTERESSATA
- Dalla sentenza emerge comunque che la Fininvest,
società posseduta dalla famiglia del presidente del Consiglio, era interessata alla vicenda Sme. Il giudice
Luisa Ponti dopo avere ricordato che nel corso di una delle sue lunghe
dichiarazioni spontanee «Silvio Berlusconi ha detto che lui non aveva alcun interesse
nella vicenda giudiziaria dopo avere ottenuto, in sostanza, attraverso
l'offerta poi formalizzata Iar, che il ministro delle partecipazioni
statali bloccasse l'esecuzione delle intese intervenute tra De Benedetti e
Prodi», il giudice ricorda che, invece, «di fatto la Iar, di cui
era azionista la Fininvest assieme a Barilla, è intervenuta in tutti i
gradi del giudizio definito». Non solo la Iar «convenne in altro
giudizio l'Iri». In conclusione «non si può dire che la Fininvest non
avesse interesse alla vicenda giudiziaria originariamente
attivata da Buitoni, vicenda di cui ebbe modo di occuparsi certamente
Previti che era il legale di riferimento per tutte le cause Fininvest a
Roma».
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IL
PROCESSO: LE INCHIESTE IMI-SIR e
LODO MONDADORI
IMI
- SIR
Al
centro dell'inchiesta Imi-Sir c'è una presunta tangente di 66
miliardi che sarebbe stata versata nel 1994. Secondo i pm milanesi, Ilda
Boccassini e Gherardo Colombo, la famiglia del petroliere Rovelli
avrebbe consegnato somme ingenti agli avvocati Previti (21 miliardi),
Pacifico (33 miliardi) e Acampora (13 miliardi) per
"aggiustare" - corrompendo, secondo l'accusa, i giudici romani
Squillante, Verde e Metta - la causa tra la Sir di Rovelli e l'Imi.
Causa che fruttò alla famiglia del petroliere mille miliardi.
LODO
MONDADORI L'inchiesta
Lodo Mondadori riguarda un pacchetto di azioni in
mano alla famiglia Formenton che passarano nelle mani della Fininvest
grazie ad una sentenza della Corte d'Appello che, secondo l'accusa,
sarebbe stata anch'essa "aggiustata". La vicenda del lodo
arbitrale sul contratto Cir-Formenton inizia nel 1989, quando tre
arbitri vengono incaricati di dirimere la controversia tra Carlo De
Benedetti e la famiglia Formenton che riguardava la vendita alla Cir da
parte di Formenton di 13milioni e 700mila azioni Amef contro 6 milioni e
350mila azioni ordinarie Mondadori. Il lodo arbitrale fu favorevole alla
Cir: Silvio Berlusconi prese la presidenza di Mondadori e De Benedetti
conquistò il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori. Il
24 gennaio 1991, però, la Corte d'Appello di Roma, presieduta dal
giudice Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni
Paolini, dichiarò che l'intero accordo, e quindi il lodo arbitrale, era
da considerarsi nullo.

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Maria Antonietta Pappalardo
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