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I C O N O I N I TA L I A S U L
P R O C E S S O S. M. E.

CHI ERA CONTRO GIOVANNI FALCONE : NOMI E COGNOMI
FATTI DA ILDA BOCCASSINI
Da: www.rainews24.rai.it
"Né
il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno
politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che
comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole
secondo la convenienza del momento. E' soltanto il più macroscopico
paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua breve
esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal
paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi... Non c'è stato uomo
in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E'
stato sempre "trombatissimo". Bocciato come consigliere
istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come
candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore
nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso".
Così Ilda Bocassini, la scorsa estate, ricordava Giovanni Falcone a 10
anni dalla sua morte: collega con il quale aveva condiviso una vocazione
forte alla magistratura, vissuta come impegno civico totalizzante.
Oggi sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ma napoletana di
nascita, 53 anni, separata con due figli, la Bocassini non è
personaggio da seconda linea. Impegnata nei processi di Mani Pulite e
nelle inchieste sulla criminalità organizzata, per tutti nel Palazzo di
giustizia milanese diventa ben presto "Ilda la rossa":
appellativo che allude alla sua capigliatura, recentemente convertita ad
un new look che ha sorpreso molti, e , secondo i maligni, alla sua fede
politica. Ma prima di Milano, dei grandi processi di Tangentopoli, la
sua carriera in magistratura ha alle spalle anni ancor più difficili,
vissuti pericolosamente nella lotta alla mafia a Caltanissetta e
culminati nell'inchiesta sull'omicidio Falcone.
E' lei a condurre buona parte delle indagini che risalgono
ai materiali ed ai mandanti della strage di Capaci, è lei a
raccogliere elementi fondamentali per fare chiarezza sulla strage di via
D'Amelio. Coerente fino alla scontrosità, inflessibile nelle
requisitorie, esigente con i collaboratori, a Milano si tuffa ben presto
nell'inchiesta Duomo connection. Impermeabile al fascino dei
riflettori, infastidita dai risvolti mediatici dei processi eccellenti
che la vedono sostenere la pubblica accusa, è stata inserita dal
settimanale francese L'Express fra le cento donne più potenti del
mondo. Aspramente attaccata dai difensori degli imputati del processo
Sme-Ariosto per la sua intransigenza, sfugge alle facili etichette di
chi la inquadra politicamente e in una lunga intervista a Giuseppe
D'Avanzo (Repubblica), nell'anniversario della morte di Falcone, ha toni
polemici nei confronti di molti suoi colleghi, perché "la
magistratura italiana addirittura scioperò contro Falcone nel 1991.
Scioperò contro la legge che creava la Procura nazionale antimafia a
lui destinata".
Abituata alla ricerca di chiarezza, fa nomi e cognomi: "Per
bloccarne la candidatura (di Falcone all'antimafia, ndr.) - spiega - un
togato del Csm, Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò
in una lettera al presidente Cossiga l'"assoluta indipendenza"
dell'antagonista di Falcone, Agostino
Cordova, osservando che "i
criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non
prevedono notorietà o popolarità". Dunque, Falcone non era
indipendente, ma solo "popolare" per Viglietta. Più esplicito
in quell'accusa fu Alfonso Amatucci, anch'egli togato al Csm, per la
corrente dei Verdi (cui pure Falcone aderiva). Scrisse al Sole-24 ore
che Giovanni "in caso di designazione, avrebbe fatto bene ad
apparire libero da ogni vincolo di gratitudine politica". Falcone
era più o meno un "venduto" per Amatucci". E ancora,
guardando a fuori il Palazzo, non risparmia dalle critiche esponenti di
sinistra: "Leoluca Orlando Cascio (già sindaco di Palermo, ndr.),
nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra che
"dentro i cassetti della procura di Palermo ce n'è abbastanza per
fare giustizia sui delitti politici". Quei cassetti, dove si
insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco,
Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l'accusa di Amatucci e Viglietta:
Falcone è un "venduto". Delle due l'una, allora. O quelle
accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato
che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano,
come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare
pubblica ammenda. In dieci anni, non ho
ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella
politica".
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Antonio Di Pietro durante la manifestazione dei
Girotondini, in cui chiese il referendum contro il Lodo Schifani. |

Ferdinando Casini il giorno in cui fu approvato
dal Parlamento l'anticostituzionale Lodo Schifani, legge varata
per sottrarre Berlusconi al giudizio dei giudici nel processo SME. |

Il Pubblico Ministero Ilda Boccassini nel giorno in cui
chiese le condanne per magistrati ed avvocati coinvolti nel
Processo SME. |
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Imi-Sir/Lodo
Mondadori, il processo che pareva impossibile

L'UNITA'
-
di Antonio Cannata
Rinviata quattro volte, la
sentenza del processo Imi-Sir arriva dopo 88
udienze. Il processo è partito dall'accusa di corruzione in atti
giudiziari a carico dell' onorevole Cesare Previti, l'ex capo dei Gip di
Roma, Renato Squillante, gli avvocati romani Attilio Pacifico e Giovanni
Acampora, gli ex giudici romani Filippo Verde e Vittorio Metta, Felice
Rovelli, figlio dell'ex presidente della Sir, e la vedova dell'
industriale, Primarosa Battistella.
Sono due le tangenti finite
nel mirino degli inquirenti. La prima di 67 miliardi di lire e relativa
al giudizio Imi-Sir
sarebbe stata versata
dall'industriale Nino Rovelli. La somma sarebbe stata pagata, nell'arco
di tre mesi durante il 1994, a Cesare Previti (21 miliardi), Attilio
Pacifico (per 33 miliardi) e Giovanni Acampora (13 miliardi). Pari a 3
miliardi e 36 milioni di lire è, invece, la presunta tangente versata
per il Lodo Mondadori
Secondo le ricostruzioni fatte
dall'accusa sui complessi passaggi di denaro legati a questa somma, la
tangente per il Lodo Mondadori sarebbe partita dai conti correnti
riferiti alla società All Iberian per arrivare sul conto estero di
Cesare Previti, il «Mercier».
Da
qui un miliardo e mezzo avrebbe preso la via del conto corrente di
Acampora, il «Careliza», dal quale 425 milioni rientrano nelle
disponibilità di Cesare Previti che, sempre secondo le ricostruzioni
dell'accusa, li avrebbe dirottati in seguito, dopo averli divisi un
due tranche, sul conto corrente estero di Attilio Pacifico, il «Pavoncella».
Da qui 400 milioni sarebbero stati fatti rientrare in Italia e
consegnati da Attilio Pacifico all'ex giudice Vittorio Metta che del
Lodo Mondadori fu il giudice relatore. Subito dopo la formulazione
dell'accusa, cominciano le schermaglie procedurali: Previti e Pacifico
chiedono a Carfì di 'astenersi' dal giudicare.
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«Da
due anni si fanno leggi solo per gli imputati eccellenti»
L'INTERVISTA AD
ANNA FINOCCHIARO
L'UNITA'
ROMA «Un’occasione mancata». La legge sul patteggiamento
allargato era stata pensata per abbreviare i tempi dei processi. Adesso,
dopo i giochi di prestigio del centrodestra, le sue norme rischiano di
produrre effetti opposti. Anna Finocchiaro ripercorre
l’iter del provvedimento approvato dalla Camera, il passaggio dal sì
iniziale del centrosinistra al voto contrario di ieri. L’ennesimo
regalo della maggioranza di governo a Cesare Previti? «Le regole che si
vogliono introdurre sono sbagliate a prescindere dalla loro
utilizzabilità o meno nei dibattimenti milanesi - spiega la
responsabile Giustizia della Quercia - Introducono, infatti, meccanismi
che non semplificano i procedimenti. Mentre il cancro che mina il
sistema giudiziario è rappresentato proprio dai tempi biblici dei
processi».
La destra accusa l’Ulivo di aver fatto macchina
indietro ossessionata dal caso Previti...
Avevamo contribuito con molto
impegno all’elaborazione del provvedimento sul patteggiamento. Il
nostro obiettivo era quello di allargare l’utilizzo di un istituto che
ha contribuito ad accelerare i tempi dei processi. Ma, alla fine, non
abbiamo ritenuto condivisibile l’impuntatura della maggioranza sulla
sospensione del dibattimento per un termine "non inferiore a 45
giorni"...
In un primo tempo, però, l’Ulivo aveva detto sì
ad una sospensione di 30 giorni...
Anche quel termine, secondo
me, era sbagliato. I Ds, alla Camera, hanno presentato un emendamento
che riduceva a 10 i giorni di sospensione del processo. I 45 giorni di
congelamento del dibattimento, voluti dal centrodestra, scatteranno
quando un imputato vorrà riflettere sull’opportunità di presentare
istanza di patteggiamento. Una fase troppo lunga prevista da una norma
che è profondamente sbagliata, quindi: rallenta i tempi della
giustizia, in alcuni dibattimenti può risolversi nella reiterazione
dell’istanza da parte di più imputati con conseguenze paralizzanti,
contraddice l’esigenza di eliminare dal Codice ogni strumento che
possa essere utilizzato per allungare i procedimenti...
La norma renderà più facile le iniziative
dilatorie dei difensori, nella sostanza?
I difensori, legittimamente,
utilizzano tutti gli strumenti offerti dalla legge per tutelare i loro
assistiti. Ma noi, come legislatori, dobbiamo provvedere ad eliminare
gli ostacoli che rendono farraginoso il cammino della giustizia...
L’esperienza dei processi milanesi ha spinto
l’opposizione a mettere in primo piano l’efficienza rispetto alle
garanzie?
Si può celebrare un processo
giusto e celere mantenendo salde le garanzie degli imputati. I due
principi non sono contraddittori. La norma che è stata approvata ieri,
tra l’altro, ha incontrato l’opposizione del centrosinistra non
sulla base del fatto che gioverebbe o non gioverebbe a Previti. Una
legge è buona o non buona in sé. Si approva perché la si ritiene
giusta, perché concorre a definire un processo garantito, celere ed
efficiente. Se ci troviamo davanti una regola sbagliata il problema di
capire a chi giovi è secondario. Se è sbagliata non deve entrare
nell’ordinamento, punto e basta.
Castelli afferma che il centrosinistra vota solo
a favore delle leggi che servono per mandare in galera Berlusconi,
Previti o Bossi...
Quello che afferma il ministro
è privo di fondamento. La storia dimostra che noi non abbiamo approvato
alcuna norma contro Berlusconi, Previti o Bossi perché siamo in
minoranza e perché non vogliamo affatto capovolgere per via giudiziaria
il responso delle urne. I fatti, tra l’altro, dimostrano che vige la
dittatura della maggioranza e che per due anni non si sono fatte altre
leggi se non quelle che favoriscono gli imputati eccellenti. Non
possiamo arrivare al paradosso della mistificazione...
Perché il centrodestra ha proposto
l’allungamento dei termini per il patteggiamento e la conseguente
sospensione dei processi?
A me, ovviamente,
l’accanimento di questi giorni è sembrato sospetto. Ma il metro che
ha guidato il centrosinistra, al di là dei sospetti che ognuno può
avere, è stato uno solo. Ripeto: una norma deve essere giusta o
sbagliata per tutti, a prescindere se Previti o Berlusconi possano
utilizzarla.
Il ministro della Giustizia annuncia di aver
chiesto a Milano la documentazione sui fatti denunciati da Previti...
L’intervista rilasciata ieri
da Castelli è contraddittoria e, spesso, priva di senso. Il ministro,
tra l’altro, fa confusione tra responsabilità penale e responsabilità
politica. Castelli non può pensare di sottrarre alla responsabilità
penale il presidente del Consiglio, come non può pensare di sottrarre
alla giustizia alcun cittadino italiano. Nessuno è libero dal vincolo
della soggezione alla legge.
Castelli afferma che il tribunale di Milano è
una sorta di zona franca...
Indirettamente
è lui che vuole imporre zone franche sotto il profilo della
responsabilità penale. Cosa significa "solo il popolo può
giudicare Berlusconi"? Siamo al paradosso di Cristo e Barabba e del
popolo che volle libero Barabba. È questa la democrazia che ha in mente
Castelli? E che senso ha chiedere l’acquisizione di atti dei processi
milanesi alla soglia di una sentenza? Il ministro dovrebbe astenersi dal
promuovere queste iniziative o, comunque, dovrebbe valutare i tempi.
Nessuno nega il diritto del Guardasigilli di esercitare le proprie
prerogative. Ma l’esercizio di queste deve svolgersi dentro un sistema
di relazioni tra istituzioni che è delicatissimo. Ci vuole modo e,
soprattutto, ci vuole misura.
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LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO
IL LODO SCHIFANI |
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Sono riconoscibili alcuni leaders dei DS: Marida
Bolognesi, Fassino e Mussi. |

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IL FOGLIO: LA VERGOGNA DEL GOVERNO CON BOCCASSINI
"L'intima ipocrisia " di offrirle due poliziotti ogni mattina

Roma, 17 dic. (Ap.Biscom) - Una vergogna. Il Foglio non usa mezzi
termini nel definire l'atteggiamento del Governo, che invia ogni giorno
a casa del Pm Ilda Boccassini due poliziotti che le offrono un servizio
di tutela, dopo averle negato la scorta.
Il magistrato milanese, aggiunge il direttore Giuliano Ferrara, che ha
firmato con l'elefantino, "ha perfettamenteragione" nel
rifiutare, ogni giorno, la tutela dei due poliziotti. E considerato che
il pm "ha incastrato gli autori della strage di
Capaci, è nel pool contro Al Qaida, dirige l'accusa nei processi contro
il premier, la sceneggiata dei due poliziotti copre di vergogna il
governo che la mette in scena".
Vergogna, continua Ferrara, "è una parola grossa, ma non ce ne
sono altre"; è stata usata da giornale "contro l'infedeltà
costituzionale di una casta giudiziaria che nell'ultimo decennio ha
preteso per sé il monopolio della morale" ma ora, aggiunge,
"siamo costretti ad usarla" contro il Governo.
Il gesto del Governo rivela un' "intima ipocrisia": "due
agenti inutilmente inviati a casa del pm sono due mani avanti
messe dal Governo nel caso succedesse qualcosa, sono la precostituzione
furbesca di un alibi. Sono una vergogna quotidiana. Che non abbiamo
alcuna intenzione di condividere".
IL
FOGLIO
11
settembre, New York:
cadono le Torri Gemelle. 20 settembre, Italia: per garantire
maggiore sicurezza ai cittadini dopo i recenti accadimenti
internazionali, il Governo Berlusconi taglia le scorte ai magistrati.
Non a "tutti" i magistrati, ma soprattutto a quelli che in
passato si sono esposti di più nella lotta alla mafia, e ad alcuni che
nel presente sono impegnati in processi che coinvolgono come imputati il
presidente del consiglio e una sua ristretta cerchia di collaboratori.
Effetti deviati della globalizzazione? Vogliamo, dobbiamo
crederlo. Il problema è che il nostro paese detiene un tristissimo
record tra le nazioni occidentali, quello di giudici uccisi
mentre svolgevano il loro lavoro.
Ma questo sembra non preoccupi il nostro governo, visto che si dà da
fare per tagliare le scorte. Un caso per tutti: quello del magistrato
della Procura della Repubblica di Milano Ilda Boccassini, la
donna che nel 1993 fece arrestare i responsabili dell'omicidio di
Giovanni Falcone e della sua scorta. Ma come è possibile che tolgano la
scorta a una donna diventata simbolo della lotta alla mafia? La realtà
sembra proprio che superi la fantasia. Eppure lo scorso 20 settembre il
ministro degli Interni, Claudio Scajola, ha firmato una circolare
in cui veniva richiesta la riduzione del 30 per cento delle scorte
assegnate a giudici e personaggi di spicco del mondo politico italiano.
Per quale motivo? Dirigere i nuovi agenti ormai "disoccupati"
verso nuove funzioni per "soddisfare le attuali condizioni generali
di sicurezza". Obiettivo apparentemente nobile, specialmente se si
crede che, come più volte ha affermato lo stesso ministro degli
Interni, per molti la scorta è inutile ed è diventata uno "status
symbol". Così è stato che, con nuovi mille poliziotti, per le
strade italiane ci sono 150 nuove pattuglie a controllare il territorio.
Ma non si può fare di tutta l'erba un fascio. Se tra i privilegiati
delle auto blindate ci saranno di sicuro personaggi che non corrono
grossi rischi e che godono a sproposito di privilegi di Stato, ci sono
con altrettanta certezza uomini e donne che sono costantemente sotto il
mirino della malavita organizzata. Ilda Boccassini è una di
queste che, paradossalmente, ha visto la decurtazione della sua scorta.
Sostituto procuratore della Repubblica a Milano, la Boccassini è il
giudice che, nel 1993, ha incastrato i responsabili dell'omicidio di Giovanni
Falcone. Un'impresa che le ha fatto guadagnare l'odio di Cosa
Nostra. In più, Ilda la rossa (soprannome datole per via della
sgargiante capigliatura) è attualmente impegnata nel
processo Sme
che vede coinvolti per questioni di corruzione, guarda caso proprio il
premier Silvio Berlusconi e il suo avvocato Cesare Previti. Nessuno ha
mai affermato che ci siano oscure manovre politiche dietro alla
decisione di togliere la scorta al giudice milanese, ma la coincidenza e
quanto meno imbarazzante. Tanto imbarazzante che lo stesso direttore del
Foglio, il filo-berlusconiano Giuliano Ferrara, ha organizzato una
campagna per far tornare la scorta alla Boccassini.
In Rete sono già nate tante iniziative spontanee di protesta, condivise
anche da personalità molto importanti. Ma siccome siamo convinti che
ricevere decine di migliaia di mail di protesta è molto più
significativo che sentirsi i rimbrotti di Dario Fo, ci mettiamo
di mezzo anche noi. Dopo esservi letto lo speciale potete, se lo ritenete
opportuno, far sentire la vostra voce al ministro dell'Interno Claudio
Scajola e agli altri esponenti del governo, chiedendo che venga
ripristinata la scorta per Ilda Boccassini e per gli altri magistrati.
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Ancora
fango sulla Boccassini, Borrelli: «Il Quirinale ci tuteli»
L'Unità 14 dic 2001 - di Susanna
Ripamonti

Gli
“house organ” della famiglia Berlusconi, “Panorama” e
“Giornale” lo danno per certo. In una paginetta firmata da Lino
Jannuzzi,e pubblicata dal settimanale di Segrate, si afferma
che «c’è una lobby che lavora da tempo in Europa per isolare e
incastrare Silvio Berlusconi» e fin qui siamo alla piatta ripetizione
di ciò che il proprietario della testata afferma in sedi istituzionali.
Ma il giornalista ritiene di avere le prove del complotto: la banda dei
quattro, ovvero i terribili magistrati che Jannuzzi indica per nome e
cognome: la pm milanese Ilda Boccassini, la parlamentare europea dei Ds
Elena Paciotti, la procuratrice europea Carla Del Ponte e il pm spagnolo
Carlos Castresana, si sarebbero incontrati la settimana scorsa a Lugano.
Qualcuno li avrebbe visti «riuniti discretamente in un albergo».
Jannuzzi prosegue sostenendo che «non ci vuole molta fantasia per
indovinare cosa facessero...è scontato che i quattro di Lugano
collaborano per trovare il modo di arrestare Berlusconi». A giudicare
però, dal tenore delle smentite, non solo è fantasiosa questa ipotesi,
ma lo stesso incontro è frutto di una allucinazione.
Il
primo a far fuoco e fiamme è stato ieri mattina il procuratore generale
di Milano Saverio Borrelli: «Intendo rivolgermi al Csm e al Capo dello
Stato per chiedere una netta presa di posizione a tutela della
onorabilità della dottoressa Ilda Boccassini e del prestigio
dell'intera magistratura e di quella milanese, che gli articoli
presentano come cospiratrice in una sorta di intrigo internazionale
contro il Presidente del Consiglio». Prima di parlare il pg milanese
aveva fatto una rapida inchiesta interna. Conclusioni: «Un incontro del
genere non c'è mai stato. Il contenuto del tazebao di Lino Jannuzzi su
“Panorama”, prontamente ripreso dal “Giornale”, è soltanto una
abbietta e totale menzogna. Una menzogna che è talmente colossale che
non può non essere conosciuta come tale anche da chi l'ha pubblicata,
sebbene al momento rimanga relativamente oscuro il fine di tale
pubblicazione, al di là del generico obiettivo di gettare manate di
fango sulla magistratura in genere e su Ilda Boccassini in particolare».
Mentre
Borrelli parlava coi giornalisti, nel suo ufficio era presente anche
Boccassini, che evidentemente aveva appena fornito al pg tutti i
necessari chiarimenti: «Ilda Boccassini non ha mai più incontrato
Elena Paciotti dopo che la stessa è uscita dalla magistratura ed è
diventata parlamentare europeo, non ha mai incontrato e non conosce
Carlos Castresana, non ha mai più incontrato Carla Del Ponte dopo l'ultimo anniversario della strage di Capaci (23 maggio 2001). Ilda
Boccassini non è mai stata in un albergo di Lugano nè la scorsa
settimana nè mai».
«Per
quello che abbiamo appreso telefonicamente - ha detto ancora Borrelli -
Elena Paciotti non va a Lugano da circa 20 anni e l'ultima volta che
Ilda Boccassini ed Elena Paciotti si sono incontrate in albergo risale a
circa 10 anni fa. Nessun tipo di incontro, nè con questi personaggi nè
con altri, Ilda Boccassini ha mai avuto per il fine indicato dall'
articolo di Lino Jannuzzi».
«Se l' intenzione è quella di far saltare i nervi ai magistrati di
Milano - ha concluso Borrelli -, non ci riescono. Se invece è quella di
attizzare una campagna di odio contro un magistrato, allora ci riescono
benissimo». Ma, aveva aggiunto Borrelli ai microfoni di Radio Popolare,
«da una campagna stampa ispirata a questi toni, possono nascere rischi
gravissimi per l’incolumità personale di Ilda Boccassini». E circa i
motivi di questi attacchi, il procuratore generale ha ipotizzato: «O il
fatto che il pm sia pubblica accusa in processi in cui sono imputati
Previti e Berlusconi oppure il suo passato di lotta contro la mafia».
Contemporaneamente,
dalla Spagna, è arrivata l’indignata smentita e la promessa di
querele di Castresana, che afferma che la notizia pubblicata dalle due
testate della famiglia Berlusconi «è assolutamente falsa. Non ho mai
partecipato a summit anti-Berlusconi, nè a Lugano nè in alcuna altra
parte, nè la scorsa settimana nè mai». Il magistrato spagnolo
aggiunge: «Non so chi sia il signor Lino Jannuzzi: non so quali siano
le sue fonti, nè quale scopo persegua con questa sua falsa
pubblicazione. Il giudizio sulle intenzioni che egli mi attribuisce è
ugualmente falso. Per tutte queste ragioni, mi riservo - conclude - il
diritto di esercitare le opportune azioni legali».
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Giudici
diversi dalla razza umana
IDA
DOMINIJANNI

In
una intervista allo «Spectator» di Londra Silvio Berlusconi,
perseguitato dal fantasma del comunismo, sferra l'attacco più efferato
alla magistratura e illustra il suo programma di politica estera per il
mondo post-89: «imporre ovunque la libertà con la forza, sul modello
della guerra in Iraq»
ROMA
«Cerco
sempre di essere ironico nei miei discorsi», premette Silvio Berlusconi,
e il guaio è proprio questo, che molte persone di buon senso reagiranno
anche stavolta all'intervista rilasciata dal premier a Boris Johnson e
Nicholas Farrell per lo Spectator
di Londra scrollando le spalle di fronte all'ennesima boutade,
o esterrefatti ma rassegnati di fronte all'ennesimo sintomo della follia
del premier. Hanno questo tono, del resto, molte dichiarazioni a caldo
degli esponenti dell'opposizione. Errore fatale. Berlusconi non scherza
affatto e la sua pretesa ironia ha un sapore sempre più agghiacciante,
non recita la parte del fool
e la sua follia è sempre più programmatica. Evidentemente a suo agio
con due giornalisti stranieri ma per una volta compiacenti - cioè non
appartenenti a quella stampa estera che il presidente del semestre
europeo considera con disprezzo un «club romano di sinistra» -, l'uomo
della Provvidenza si lascia andare a una compiuta e organica
esternazione della sua weltanschauung
politica, volta tanto al passato quanto al futuro. E non è «solo»
questione di giudici, anche se stavolta
l'attacco alla magistratura
travalica il razzismo: «Per fare quel lavoro devi essere mentalmente
disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è
perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».
Se pure questa definizione dei magistrati, unita a quella sulla «gelosia»
di giornalisti come Biagi e Montanelli («Erano più anziani di me e
credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto»), è
certamente la parte dell'esternazione che più colpirà tanto
l'immaginario collettivo quanto ciò che resta dell'articolazione dei
poteri democratici, non è tuttavia l'unica ad alto tasso di gravità.
Non è da meno infatti la ricostruzione della storia repubblicana che il
premier fornisce. E soprattutto non è da meno la sua visione del mondo
post-89 e della politica estera armata, tale da fare impallidire al
confronto il fanatismo dei neoconservatori americani estensori della
dottrina «preventiva» di Bush jr. Al nocciolo di entrambe c'è sempre
la stessa ossessione anticomunista, maturata già «all'età di 12 anni»,
quando il giovane Silvio si rese conto che «il comunismo era
l'oppressione più inumana e criminale della storia dell'uomo». E oggi,
anno di grazia 2003 dalla nascita di Cristo e 14 dalla caduta del Muro
di Berlino, «il comunismo non è morto: ci sono ancora più di un
miliardo di persone nel mondo che vivono sotto il comunismo». Quanto
all'Italia, trattasi secondo il suo premier di una democrazia anomala,
in quanto infestata da un'opposizione «fatta di persone che furono
comuniste e protagoniste del Pci, che era stalinista in origine».
Persone che dopo l'89 sarebbero dovute finire sotto processo «per la
complicità morale con i crimini del comunismo, dalla Cambogia a Fidel
Castro a Milosevic».
E che invece sotto processo ci hanno mandato lui,
«perché la sinistra fece infiltrare i suoi uomini intutti i punti
nodali dello stato, scuole, giornali, stazioni tv, magistratura». Sì
che lui, nel `94, entrò in politica «con grande dispiacere», ma
spinto dalla convinzione che «l'estrema sinistra sarebbe stata un
disastro per l'Italia». Il solito salvatore della patria, che però
stavolta getta la maschera senza alcun pudore: «Ero l'uomo più
popolare in Italia perché ho creato la tv commerciale dal niente, un
importante uomo d'affari, il proprietario della seconda catena di
supermercati, un uomo di sport con molte vittorie, con cinque squadre
non solo di calcio ma di hockey, pallavolo, rugby». Un faccendiere
miliardario in carriera, in breve. Unto dal signore però, e amato dal
popolo.
Miliardario e tuttavia senza macchia. Il conflitto
d'interessi? fandonie dell'europarlamento e dell'Economist, che
«confonde le guardie con i ladri»: «Non ho mai guadagnato un soldo
dalla mia vita nella politica. Ho messo i miei soldi nella politica, sì,
per finanziare Forza Italia». Non solo. Ha dovuto vendere i suoi
supermercati, per contrastare la strategia «BB, boicotta Berlusconi»
della sinistra. Povera vittima. Diventato presidente del consiglio in
mezzo a tantio ostacoli, la prima volta fu fatto fuori dai giudici, la
seconda non ce la fa a governare perché non ha i poteri di Blair e ha
ereditato «uno stato vecchio e obsoleto». In compenso ha già reso il
mercato del lavoro «il più flessibile in Europa, sì, più flessibile
di quello inglese».
Ma è ancora nulla al confronto di quello che il
premier italiano, il presidente del semestre europeo, l'amico di Bush e
Putin ha in animo di fare per il mondo, illuminato dal faro di una «gratitudine
assoluta» per gli Stati Uniti che «ci liberarono dal nazismo e dal
comunismo» rimettendoci «il 4% del loro Pil». Appoggiare la guerra in
Iraq «è stato difficile perché avevo l'intera sinistra contro»,
perdipiù il nostro aveva qualche dubbio sulla sua necessità, ma ora si
è convinto che «l'intervento in Iraq può essere paradigmatico per
l'intera regione». Paradigmatico, proprio così. Perché in un mondo in
cui «l'occidente è straordinariamente forte e promette di dare ai
poveri del mondi cibo e acqua», il punto è «imporre Libertà e
Democrazia» (con la maiuscola tutt'e due). E come si fa? Semplice. Si
dice «al signor X o Y, in questa o quella dittatura, tu devi
riconoscere i diritti umani nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o
giù di lì, altrimenti interveniamo. Sì! Con la forza se è
necessario. Perché è l'unico modo di mostrare che non è uno scherzo».
Non è uno scherzo infatti. Narra Berlusconi che fu
al G8 di Genova che pervenne a questa visione delle cose. Era a cena, «facevo
battute come al solito», chiedeva a Schroeder delle sue donne, vedeva
Blair scherzare con Chirac e Putin scherzare con Bush, e pensò a
quant'era finalmente diventato bello il mondo, «che meraviglia!» dopo
la lunga guerra fredda, ed era felice, ma poi venne l'11 settembre a
rovinargli il gioco.
Che bella serata era stata, «attorno a quel tavolo
di Genova». Fuori da quel tavolo, in quelle stesse ore, il suo governo
eseguiva il massacro della Diaz e le torture di Bolzaneto.
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"E' ORA DI
SVEGLIARSI": PER NOI STESSI, PER I NOSTRI FIGLI, MA ANCHE
PER NON VANIFICARE
L'EROISMO DI ILDA BOCCASSINI |
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G
R A
Z I E
, I L D
A |
_____________________
Ha
detto proprio così. Ampi stralci dall'intervista-choc
Tra
virgolette: I processi e la sinistra, la democrazia, l'Iraq e la
telefonata di Gheddafi, l'Economist e Montanelli... I passi cruciali
dell'intervista del Presidente del Consiglio al settimanale inglese.

Pubblichiamo
ampi stralci dell'intervista rilasciata da Silvio Berlusconi a Boris
Johnson e Nicholas Farrell, nella versione italiana riportata da «La
Voce di Rimini». Il testo completo in inglese - sostanzialmente simile
- si può leggere all'indirizzo: www.spectator.ko.uk
Il
complotto della sinistra
«La
gente non considera la storia della politica italiana. Per mezzo secolo
l'Italia è stata governata da una coalizione di cinque partiti che
erano di origine democratica e pro-occidente, i cristiano-democratici, i
socialisti, i repubblicani, i social-democratici e i liberali. Il
sistema italiano ha prodotto 57 governi in poco meno di 50 anni. Io sono
a capo del cinquantasettesimo governo e per la prima volta in cinquanta
anni ho la grande maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento.
Successe che nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, il partito
comunista, la Sinistra, era stata sconfitta dalla storia, non fu
processato per la complicità morale con i crimini del regime comunista
- che loro avevano sempre appoggiato, dalla Cambogia a Fidel Castro a
Milosevic - e venivano appoggiati perché la Sinistra ha sempre avuto
un'attrazione fatale per la dittatura, sapete, e non furono portati in
tribunale perché la Sinistra fece infiltrare i suoi uomini in tutti i
punti nodali dello stato, cioè le scuole, i giornali, le stazioni TV,
la magistratura, nel sistema nervoso centrale dello stato. Invece di
essere processati, usarono le loro infiltrazioni per portare in
tribunale tutti gli altri partiti, a cui la storia aveva dato ragione».
Perché è entrato
in politica?
Sono entrato in politica con grande dispiacere, ma
nel 1994 ho pensato che l'estrema Sinistra sarebbe stata un disastro per
l'Italia. (...) Ero l'uomo più popolare in Italia perché ho creato la
Tv commerciale dal niente ed ero un importante uomo d'affari, perché
ero un uomo di sport con molte vittorie. (...). Ho costruito piccoli
paesi ed ero il proprietario della seconda più grande catena di
supermercati - tutti gli italiani lo sapevano. Ero alla guida di un
movimento popolare (...).
Perché tutti i
commentatori lo attaccarono?
Credo ci sia un elemento di gelosia (...). Tutti
questi giornalisti - Biagi, Montanelli - erano più anziani di me e
credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il
rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi
volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono politicamente affini,
si è sviluppato un sentimento irrazionale tra giornalisti italiani
molto famosi. (...)
Perché ha
appoggiato la guerra in Iraq?
Abbiamo avuto molti dubbi sulla necessità di
questa guerra, e abbiamo cercato di evitarla, ma quando abbiamo visto
che gli Usa e l'Inghilterra, nostri tradizionali alleati, avevano deciso
di fare la guerra, noi siamo stati solidali nei loro confronti. Facciamo
l'esempio di un nostro fratello che si lancia in un affare dopo che per
tre mesi gli abbiamo chiesto di desistere - beh, è mio fratello, e lo
appoggio, anche se non al punto di pagare le sue perdite! (...).
Democrazia con
la forza
(...) «Dato l'enorme e paradossale successo del
fondamentalismo, perché non parliamo più apertamente della comunità
di democrazie? Sì, perché non riformiamo l'Onu? Diciamo che al signor
X o Y, in questa o quella dittatura: tu devi riconoscere i diritti umani
nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o giù di lì, altrimenti
interveniamo. E possiamo farlo perché non c'è una forza contrastante.(...).
Vi dico la verità, se vivessi in un Paese dove non ci fossero le
elezioni, diventerei un rivoluzionario, se non un terrorista. E questo
è perché io amo troppo la libertà, e senza libertà un uomo non è un
uomo. Non ha dignità. E così oggi siamo capaci, con Russia e America
insieme, di guardare a tutti gli stati del mondo, e valutare la dignità
di tutta la gente del mondo, e possiamo dar loro dignità e libertà. Sì!
Con la forza se necessario! Perché è l'unico modo di mostrare che non
è uno scherzo. Abbiamo detto a Saddam, fallo, o noi arriviamo, e siamo
arrivati e l'abbiamo fatto. Non posso dire da quale paese mi è arrivata
una telefonata nei giorni scorsi, ma mi ha chiamato un importante leader
e mi ha detto: «Farò qualsiasi cosa gli americani vogliano, perché ho
visto cosa è successo in Iraq, e ho avuto paura». (Il portavoce di
Berlusconi ha indicato che il leader in questione era il Colonello
Gheddafi). (...)
Perché l'Economist
crede che Lei non sia adatto a governare l'Italia?
L'Economist ha fatto un grande e colossale
errore confondendo le guardie con i ladri. Ha preso i protettori della
democrazia e della libertà per i ladri, e ha preso i ladri per le
guardie. Non ho mai guadagnato un soldo nella mia vita dalla politica.
Ho messo i miei soldi nella politica, sì, per finanziare Forza Italia
(...).
E' giusto
approvare leggi che la salvano dai processi?
(...) Soltanto l'8 per cento degli italiani ha
fiducia in questa magistratura. Questo perché hanno capito ciò che l'Economist
non ha ancora capito. Dunque questo è sembrato il solo possibile
rimedio. E non casi chiusi, ma sospesi durante il periodo di servizio
allo stato. Io ero contro. Non lo volevo. (...).
Perché l' opinione
pubblica `non la capisce' all' estero?
Credo che l'80 per cento dei giornalisti siano
di Sinistra e abbiamo rapporti molto stretti con l'informazione estera,
e hanno tutti un club a Roma. (...) Non capiscono la nostra
magistratura. Guarda cosa è successo ad Andreotti che era stato
condannato a 20 anni.
Andreotti sette
volte primo ministro, non era un mafioso?
Ma no, ma no.
Andreotti è troppo intelligente. Guardate, Andreotti non è mio amico.
Lui è di Sinistra. Hanno creato questa menzogna per dimostrare che
la Democrazia Cristiana che è stata per 50 anni il partito più
importante nella nostra storia non era un partito etico, ma un partito
vicino alla criminalità. Ma non è vero. E' una follia! Questi giudici
sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e
secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro, devi essere
mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche- Se fanno quel
lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza
umana. (Ndr: nella versione dello Spectator, qui segue un'ultima
frase: «E' per questo che ho iniziato un processo di riforma totale»).
Il Manifesto 5
settembre 2003
_____________________
Antonio
Di Pietro, 2 agosto 2004

Cari amici,
in questi giorni sono state rese pubbliche le
motivazioni della sentenza del processo Imi-Sir Lodo Mondadori.
Per conoscere la verità dei fatti, rendersi conto di tutte le
bugie che fino ad oggi Silvio Berlusconi ha propinato agli italiani e
per scuotere tutte le coscienze, anche noi dell'Italia dei Valori,
abbiamo deciso di
contribuire a pubblicizzare questi atti.
Per chiunque fosse interessato a leggere le motivazioni del processo può
cliccare sulla nostra home page (www.antoniodipietro.it)
dove c'è una sezione dedicata a questi documenti, che possono essere
consultati e
scaricati in versione pdf.
Io vi consiglio caldamente di leggerli, così avrete una nuova
prova che il nostro lavoro ed il nostro impegno civico sono necessari
per ristabilire una Giustizia sempre più minacciata da quei personaggi
che oggi sono a capo del
Governo.

D
I C O N O A L L ' E S T E R O

Da
www.clarence.com
11 settembre, New
York: cadono le Torri
Gemelle. 15 settembre, Italia: per garantire maggiore sicurezza
ai cittadini dopo i recenti accadimenti internazionali, il Governo
Berlusconi taglia le scorte ai magistrati. Non a "tutti" i
magistrati, ma soprattutto a quelli che in passato si sono esposti di più
nella lotta alla mafia, e ad alcuni che nel presente sono impegnati in
processi che coinvolgono come imputati il presidente del consiglio e una
sua ristretta cerchia di collaboratori. Effetti deviati della globalizzazione?
Vogliamo, dobbiamo crederlo. Il problema è che il nostro paese detiene
un tristissimo record tra le nazioni occidentali, quello di
giudici uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.
Ma questo sembra non preoccupi il nostro governo, visto che si dà da
fare per tagliare le scorte. Un caso per tutti: quello del magistrato
della Procura della Repubblica di Milano Ilda Boccassini, la
donna che nel 1993 fece arrestare i responsabili dell'omicidio di
Giovanni Falcone e della sua scorta. Ma come è possibile che tolgano la
scorta a una donna diventata simbolo della lotta alla mafia?
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Panoramica sui giornali
stranieri
"Il
parlamento italiano ha assicurato l'immunità al primo ministro Silvio
Berlusconi fino alla fine del suo incarico approvando una legge che
protegge le cinque più alte cariche dello stato. Il processo in cui
Berlusconi è accusato di corruzione verrà bloccato prima dell'inizio
della presidenza italiana dell'Unione europea, il primo luglio",
annuncia il New York Times, e con esso i quotidiani di mezzo
mondo.

Qualche giorno dopo l'approvazione della
legge sull'immunità il País interviene con un secco editoriale.
"Silvio Berlusconi si è costruito su misura un vergognoso riparo
per proteggersi, finché sarà primo ministro, dai processi per
corruzione e reati fiscali". È vero che la nuova legge, "che
si somma ad altre leggi recenti come quella sulle rogatorie e quella sul
legittimo sospetto", è simile a quella di molte democrazie
europee, prosegue il quotidiano spagnolo. "Ma Berlusconi, facendosi
beffe dei giudici durante la sua difesa al tribunale di Milano, ha
cambiato le regole quando il gioco era già cominciato. In pieno
processo ha utilizzato la sua maggioranza in parlamento per approvare in
tutta fretta la nuova norma che lo mette, temporaneamente, al di sopra
della legge".
Sull'Independent Peter Popham firma un lungo articolo che è
insieme il ritratto di un leader e di un paese. Se l'approvazione della
legge sull'immunità ha suscitato in Italia "una reazione popolare
pari a zero", non è solo perché Berlusconi ha potuto contare su
un'ampia maggioranza che ha fatto di tutto per far passare la legge in
tempi rapidi. È anche e soprattutto perché gli italiani hanno voluto
evitare la "brutta figura" di avere un primo ministro sotto
processo proprio durante il semestre di presidenza dell'Unione europea:
"uno spettacolo vergognoso, un disastro che doveve essere evitato a
tutti i costi". "Eleggere come primo ministro un uomo che
molte persone, in Italia e all'estero, considerano nella migliore delle
ipotesi un maneggione, e nella peggiore un criminale legato alla mafia,
non è imbarazzante o vergognoso", prosegue Peter Popham.
"Ma che lo stesso uomo venga processato e condannato sulla base di
queste circostanze, mentre rappresenta il proprio paese a livello
internazionale, questa è una cosa che molti - inclusi diversi
rappresentanti dell'opposizione e il capo dello stato - considerebbero
un'intollerabile situazione di imbarazzo per la nazione. È questo
l'enigma tutto italiano con cui bisogna fare i conti per comprendere il
successo di Silvio Berlusconi. È questo il clima di relativismo morale
in cui il Cavaliere è vissuto e ha prosperato". Grazie a questo
clima gli stessi italiani che avevano sostenuto i giudici di Mani Pulite
poco dopo hanno potuto eleggere Silvio Berlusconi. "Berlusconi è
riuscito a far credere agli italiani due cose che lo riguardano che sono
in netta contraddizione": da un lato quella di essere un brillante
uomo d'affari che si è fatto da sé, dall'altro di essere la povera
vittima delle persecuzioni del sistema giudiziario. Quanto alla
presidenza dell'Unione, secondo Popham sarà "il tipo di evento
alla portata di Berlusconi e dei suoi milioni di sostenitori: un
grandioso circo politico, pieno di gente elegante, bella musica, fiori e
sullo sfondo un bel paesaggio italiano. Perché è la bella figura che
fa girare il mondo".
Anche il Los Angeles Times, in un lungo articolo apparso
sull'edizione domenicale, rileva l'anomalia italiana. "In tutta
Europa non esiste un uomo politico in carica così pittoresco e così al
centro delle polemiche come Silvio Berlusconi", scrive Tracy
Wilkinson. "In quale paese dell'occidente un imprenditore può
accumulare grandi ricchezze, possedere un impero mediatico, diventare
primo ministro, essere imputato in un processo, cambiare le leggi che
non gli piacciono e continuare a fare tutto ciò potendo contare su un
considerevole sostegno popolare? In un paese dove i governi cadono come
le foglie in autunno e il dibattito politico è una commedia, Berlusconi
ha dimostrato di fronte ai suoi avversari una grande abilità e una
straordinaria tenacia".
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La
lettera aperta del settimanale inglese al premier italiano
"L'opinione pubblica ha diritto ad avere risposte"
L'editoriale dell'Economist:
"Le nostre domande a Berlusconi"

La Repubblica, 1 agosto 2003
ROMA - Un
editoriale di una pagina e mezzo e un dossier che racchiude 28 domande.
Eccolo l'affondo dell'Economist a Silvio Berlusconi. Una stoccata,
firmata dal direttore del settimanale Bill Emmot, che dipinge così
Berlusconi. "Si tratta di un ricco uomo d'affari che usa il suo
potere politico per favorire le proprie attività imprenditoriali, sia
bloccando le indagini giudiziarie sul suo conto sia emanando nuove leggi
e norme nel proprio interesse. Per il settimanale, Berlusconi
"rappresenta un oltraggio al popolo italiano e al suo sistema
giudiziario e un caso estremo di abuso da parte di un capitalista della
democrazia all'interno della quale vive ed opera. Ben lungi dall'essere,
come sostiene, l'uomo che sta creando una nuova Italia, egli è un
eccellente rappresentante e perpetuatore del peggio della vecchia
Italia". Un'editoriale che è solo l'antipasto delle 28 domande che
il settimanale rivolge al premier, centrate sulle questioni irrisolte
delle sue vicende giudiziarie.
Il settimanale, ricorda
il recente iter giudiziario del presidente del consiglio, la legge sulle
rogatorie, la condanna di Cesare Previti, la legge che concede al primo
ministro e alle alte cariche dello Stato l'immunità per il periodo di
permanenza in carica, il blocco delle rogatorie del ministro dela
giustizia Roberto Castelli. Una raffica di accuse alle quali, scrive l'Economist,
deve essere data una risposta. In primis all'opinione pubblica. Da
questo nasce l'idea del dossier del settimale inglese. Risposte, dunque.
Le chiede l'Economist e, dice il settimanale inglese, "sono dovute
all'opinione pubblica".
E si arriva così al
cuore dell'intero ragionamento del settimanale inglese. Il processo Sme,
che "riguarda il tentativo riuscito di Berlusconi di bloccare nel
1985 la vendita della Sme a Carlo De Benedetti, nonostante fosse già
stato firmato il contratto". L'Economist la vede così:
"Al di là delle accuse su ciò che venne fatto, forse l'aspetto più
interessante della vicenda Sme è che né Berlusconi né la sua impresa
beneficiarono direttamente del blocco della vendita. Non comprarono la
società al posto di De Benedetti , né l'hanno fatto finora. Eppure
fecero di tutto per impedire a quest'ultimo di acquistarla".
A che scopo? "Per ammissione dello stesso Berlusconi fu perché
glielo aveva chiesto l'allora primo ministro, Bettino Craxi. I motivi
erano allora ideologici? No, il defunto Craxi era segretario del partito
socialista e da fautore, quale si proclama, del libero mercato,
Berlusconi dovrebbe essere favorevole alle privatizzazioni. La ragione
vera è che Craxi aveva promulgato un decreto che consentiva alle
televisioni di Berlusconi di costruire le reti nazionali che oggi gli
danno il monopolio quasi totale delle trasmissioni commerciali. Un altro
processo, conclusosi nel 2000, rilevò che negli anni '91-'92 le
compagnie di Berlusconi avevano effettuato elargizioni illecite su conti
correnti controllati da Craxi per 23 miliardi di lire. In altre parole
per Berlusconi la politica è stata uno strumento per garantirsi il
successo in affari".
Chiede risposte l'Economist. Ma, nel silenzio del premier, l'unica cosa
che arriva è la voce dell'ufficio legale della Fininvest che annuncia
"un esito giudiziario".
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Lettera
aperta a Silvio Berlusconi
Jul 30th 2003
Da
Economist.com
Silvio
Berlusconi
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Palazzo Chigi
370 Piazza Colonna
Rome 0018
Caro
Sig. Berlusconi,
Io
sto scrivendo a Lei per porre delle domande alle quali io credo che il
pubblico abbia diritto di sentire le risposte.
Come questo non sempre succede nei tribunali italiani, tali domande
dovrebbero essere poste e dovrebbero avere delle risposte in pubblico.
Il
18 Giugno, il parlamento italiano ha approvato un progetto di legge per
accordare l'immunità penale ai possessori dei cinque uffici più alti
di stato, incluso il presidente dello Stato e il presidente del
Consiglio. Ora è una legge. La legge si applica anche se un processo
era cominciato prima che il titolare della carica fosse eletto.
L'effetto più immediato della nuova legge è che il processo su
un fatto penale nel quale Lei è coinvolto — il caso di SME, nel quale
Lei è accusato di corruzione di giudici — è stato sospeso finché
Lei non sarà più il primo ministro. Il processo ricomincerà di nuovo,
solamente se Lei non fosse più eletto ad uno degli altri uffici che
beneficiano dall'immunità. Ma la legge è stata contestata alla corte
costituzionale.
Il
28 Aprile 2001, noi pubblicammo una storia di copertina intitolata "Perchè
Silvio Berlusconi è disadatto a condurre l'Italia" ed
un'inchiesta giornalistica di quattro-pagine "Una storia
italiana". Noi gli spedimmo una lettera il 11 aprile 2001,
contenente 51 domande che affermavano: “L'Economist intende pubblicare
brevemente un servizio speciale sulla Sua carriera di affari e sulle
varie inchieste su di Lei e le Sue società che sono state eseguite
dalla magistratura italiana durante gli ultimi sette anni”. Lei non
rispose.
Lei
presentò un documento per diffamazione contro L'Economist alla corte di
Roma il 2 maggio 2001. Come Lei saprà, questa corte non si è ancora
pronunciata sul suo documento.
Alla
luce di quanto sopra, noi stiamo scrivendo a Lei come lettera aperta e
La sfidiamo a rispondere al nostro ulteriore elenco di domande nello
stesso modo: in maniera aperta e pubblica. La nostra lettera comprende
sei sezioni come segue:
1.
L'affare
SME
2.
Le
Sue dichiarazioni spontanee
3.
La
denigrazione di Romano Prodi
4.
La
Sua richiesta di medaglia d'oro
5.
Le
Sue altre prove
6.
La
Sua precedente carriera in affari
Noi
aspettiamo ansiosamente la Sua replica
Distinti
saluti
Bill
Emmott - Redattore
The
Economist
________________________
Berlusconi, l'uomo
che sarebbe re, affronta l'imbarazzo del tribunale
Articolo apparso su "The
Guardian" del 6 maggio 2003 a firma Sophie Aire

Cavaliere
mira a portare con se' i suoi nemici, se trovato colpevole di corruzione
di un giudice. Ieri Silvio Berlusconi ha stabilito un precedente di
dubbia fama nella storia
legale italiana, diventando il primo Pimo Ministro in carica ad apparire
al suo processo.
"Sono
orgoglioso, ripeto, sono orgoglioso della mia condotta" ha deotto
il miliardario uomo d'affari accusato di aver corrotto un giudice con
85.000 sterline per fermare la vendita a Carlo De Benedetti,
proprietario di Buitoni, del gigante dell'alimentazione SME, di
proprieta ello Stato.
Il
signor Berlusconi, aiutato dai giganti dell'alimentazione Barilla e
Ferrero, afferro' l'affare facendo un'offerta piu' alta per la SME. Se
era orgoglioso della sua condotta, non poteva dire lo stesso di Romano
Prodi, il presidente della Commissione Europea, o Bettino Craxi, passato
Primo Ministro. Mentre l'Italia sta per assumere la presidenza
dell'Unione Europea in luglio, il commento non ando' inosservato anche a
Brussel.
Gesticolando
appassionatamente dietro il banco degli imputati, il signor Berlusconi
ha detto ad un'aula di tribunale straripante che il signor Prodi, anche
lui presidente di una compagnia azionaria chiamata IRI, ha cercato di
vendere il gigante alimentare al signor Benedetti ad un prezzo
eccessivamente basso. Gli avvocati del signor Berlusconi hanno
presentato una lettera di un uomo d'affari chiave, implicato, dicendo
che il signor Prodi stava personalmente
tentando
di dare l'affare al signor Benedetti.
Il
signor Berlusconi sostenne anche che il signor Craxi, l'allora Primo
Ministro socialista, l'aveva supplicato di fare un'offerta per il
gigante alimentare come un piacere allo stato italiano.
"Non
avevo nessun interesse diretto e Craxi mi supplico' di intervenire
perche' credeva che l'operazione danneggiasse lo Stato" asseri' il
signor Berlusconi.
Per
assicurare che gli altri nomi di alto profilo fossero trascinati in
tribunale, gli avvocati del signor Berlusconi hanno chiamato 1800
testimoni, includendo molte figure chiave in politica, per testimoniare
in tribunale, cosi' prolungando il processo di mesi, proprio quando
stava per concludersi.
Corre
voce che il signor Prodi sia l'unica persona che potrebbe raccogliere i
resti se il governo del signor Berlusconi dovesse implodere, ma lui ha
rigettato i commenti. "Non mi preoccupo. Questo non e' il mio
processo." disse dopo un fine settimana a Bologna. I suoi
sostenitori dissero che il signor Berlusconi stava "sparando una
pistola scarica".
Il
confronto nell'aula del tribunale e' stato un cambio di linea di
condotta da parte del Primo Ministro, che ha mantenuto la distanza dal
processo in corso da tre anni. Ha tentato di rigettare allegazioni di
corruzione come parte di una cospirazione comunista da parte dei giudici
di Milano "toga rossa", deterninati a distruggere il suo
governo conservatore.
E'
stato visto una una mossa diserata fatta da un uomo che sente il cappio
di una condanna per corruzione stringersi intorno al collo e che deve
confrontare il prospetti di perdere il primo posto in Italia per una
seconda volta in un decennio.
Le
prospettive che venga condonnato sono "molto, molto alte", ha
detto James Waltson, scienziato politico dell'Universita' americana di
Roma.
Il
signor Berlusconi e' stato forzato ad affrontare questa minaccia la
scorsa settimana quando il suo alleato Cesare Previti, un precedente
Ministro della Difesa, e' stato condannato a 11 anni per corruzione di
giudici che lo aiutarono a " concludere" degli accordi di
diversi milioni di sterline negli anni '80. Il processo e' stato visto
come l"antipasto"o il preannuncio al processo del signor
Berlusconi,
che dovrebbe concludersi piu' tardi quest'anno. Il signor Berlusconi,
nominato dalla rivista Forbesil terzo piu' potente miliardario del 2002,
e' stato forzato fuori ufficio dopo meno di un anno nel 1994, dopo che
era stato incriminato per frode e corruzione. Ha fatto battaglie contro
un sacco di minori investigazioni per frode, la maggior parte delle
quali sono state respinte, sin dalla sua elezione con una vittoria
schiacciante nel maggio 2001.
Ha
sempre rigettato le allegazioni, protestando che e' stato
"perseguitato invece che perseguito" dai giudici. Ha detto che
il potere e' andato alla testa dei giudici di Milano da quando i
processi di "Mani Pulite" hanno epurato la vecchia classe
politica nei primi anni '90.
L'ultima
svolta nel processo di corruzione del Primo Ministro ha mandato l'intera
classe politica italiana in spasmo di paura per il possibile danno ed
imbarazzo di condanna di corruzione durante la presidenza dell'Unione
Europea. Il Primo Ministro ha ammonito all'inizio dell'anno, in un
caratteristico discorso infocato in televisione, che , se condannato,
non lascera' il suo posto. Potrebbe, invece, indire le elezioni
all'ultimo momento per confermare che sara' ancora il leader scelto
degli italiani ed in effetti prevalere sul tribunale.
Come
il Primo Ministro, molti italiani sono convinti che i giudici di Milano
sono dei guastafeste, che tentano di rovesciare il governo conservatore.
Ed in una terra stanca di, e abituata a scandalidi corruzione, molti
preferirebbero evitare la crisi costituzionale che si profila, anche se
cio' significa che la giustizia verra' fermata.
Il
quotidiano piu' venduto "Corriere della Sera" ha
ammonito che il Cavaliere "governa ora con la spada di Damocle
sopra il capo" ed ha richeisto una legislazione d'emergenza per
dare alle massime cariche del governo immunita' contro prosecuzione ed
"evitare una guerra devastante per tutti"
Alternativamente
l'Italia potrebbe mettere il processo del Primo Ministro sotto ghiaccio
fino a quando egli non sara' piu' in carica. Ma la frammentata
opposizione italiana di sinistra ha ammonito che sarebbe uno scandalo
per il Primo Ministro tirarsi fuori adesso dal processo di corruzione.
"Berlusconi parla di immunita' (da prosecuzione). Quello che vule
e' impunita'." ha detto PieroFassinocapodei Democratici di
Sinistra.
Membri
del pubblico hanno scagliato ingiurie mentre il Primo Ministro se ne
andava, fuori dall'edificio del tribunale,di era fascista.
"Lasciati processare, buffone" grido' un membro irato della
folla. "Farai la stessa fine di Ceausescu” (il dittatore rumeno).
The
Guardian (tradotto da Cesarina Lalvani)
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Duro attacco del quotidiano francese
Le Monde
al premier
italiano
"I guai giudiziari del Cavaliere riguardano
l'Europa"
"Berlusconi
per guidare la Ue non ha leadership morale"

E
in Lussemburgo La Voix scrive: "Scappa dalla giustizia"
ROMA - Un
editoriale in cui sostiene che Silvio Berlusconi non ha
"l'indiscussa leadership politica e morale" necessaria per
guidare l'Europa e un'intervista ad un nemico storico del premier
italiano, l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Così Le
Monde va all'attacco del futuro presidente della Ue e rinforza la
presa di posizione dell'Economist per cui
Berlusconi è "inadatto" a presiedere l'Unione.
Il titolo del quotidiano francese è chiaro: "Il caso Berlusconi"
così come la tesi: "L'Europa che deve molto all'Italia, avrebbe
potuto sognare di essere guidata da un uomo dall'indiscussa leadership
politica e morale. Non sarà questo il caso". E Le Monde
descrive un Berlusconi "in un momento particolarmente difficile,
mai come ora sotto i riflettori della giustizia del suo Paese".
L'editoriale di Le Monde si apre con una premessa: "Venendo
dalla Francia, le lezioni di morale sulle relazioni tra la politica e la
giustizia, e più precisamente sull'atteggiamento di questa a indagare
sui vertici dello Stato, non sono necessariamente le benvenute". Ma
fatta la dovuta premessa, l'analisi è impietosa. La presidenza italiana
inizia il primo luglio in "un momento particolarmente delicato:
crisi economica quasi generale, identità politica scossa dalla
questione irachena, infine, momento chiave per le nuove
istituzioni", che dovranno garantire il funzionamento dell'Europa a
25.
E' dunque in questo panorama che comincerà il semestre italiano, con
Berlusconi oggetto di un'azione, "una volta di più, della
giustizia milanese": "I capi di imputazione sono gravi -
scrive Le Monde - Il primo ministro e futuro presidente
dell'Unione rischia da tre a otto anni di carcere. Lui smentisce,
contrattacca, 'si indigna', si dice vittima di un complotto fomentato da
una manica di 'magistrati faziosi'. Vuole guadagnare tempo, per ottenere
la prescrizione. E, confermando la sensazione che dà di essere entrato
in politica per proteggersi dalla giustizia, cerca di far passare un
progetto di legge che gli garantirebbe l'immunità giudiziaria, almeno
temporaneamente".
Ricordati i guai giudiziari, il quotidiano sottolinea che tutto ciò
"riguarda l'Europa", avendo Berlusconi chiamato in causa
"due uomini, che la giustizia milanese ha scagionato. Romano Prodi
e Giuliano Amato, rispettivamente presidente della Commissione europea e
vice presidente della Convenzione. L'attacco quanto meno cade male,
perché annuncia relazioni poco serene tra il futuro presidente
dell'Unione e due dei responsabili con cui dovrà collaborare
strettamente".
Ma l'"anomalia" Berlusconi non finisce qui, conclude Le
Monde, ricordando che da due anni "il patron di Forza Italia
promette di risolvere il conflitto di interessi, aberrante e scioccante
per la democrazia, tra la sua occupazione delle tre principali emittenti
private del Paese e la sua funzione di premier. Si attende sempre una
decisione soddisfacente su questo argomento, come, più in generale, un
gesto che indichi che uno degli uomini più ricchi del Paese separa
radicalmente gli interessi del suo gruppo da quelli dello Stato".
Il tutto condito con un'intervista ad Oscar Luigi Scalfaro che esprime
tutta la sua "preoccupazione" per l'atteggiamento del premier.
""Se - dice l'ex capo dello Stato ai lettori di Le Monde
- per difendere i propri interessi personali bisogna assestare colpi di
clava alle istituzioni, si rischia di attentare alla vita democratica
italiana".
Ma le spine della stampa internazionale non sono finite per Berlusconi
che oggi, è stato accolto in Lussemburgo, da un articolo del quotidiano
La Voix intitolato: "L'echappe du Cavaliere", "La
fuga del Cavaliere". Anche La Voix tira in ballo i problemi
giudiziari del premier e lascia intendere che la visita al premier
lussemburghese serve per scappare ai giudici. "Fra la giustizia e
l'Europa - è il commento del quotidiano - Silvio Berlusconi ha scelto
l'Europa".
(24 maggio 2003)

Pagina creata e curata da Maria
Antonietta Pappalardo
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