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G
L I I M P U T A T I D E L P R O C E S S O
S. M. E.
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Cesare Previti, l'avvocato e faccendiere
al servizio di Berlusconi
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Silvio Berlusconi. imprenditore,attuale premier italiano
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Renato Squillante, uno
dei magistrati romani corrotti
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Ascoltato dai giudici di Milano l'ex magistrato romano
ribadisce
la sua innocenza: "I soldi in Svizzera
erano dei miei familiari"
Imi-Sir,
Squillante si difende: "Non
sono un corrotto"
"Con
Previti telefonate per giocare a calcetto"
L'ex
capo dei Gip di Roma piange parlando dei figli

MILANO -
"Non sono un corrotto". L'ex presidente dei Gip di Roma,
Renato Squillante, ha ribadito la sua innocenza, come già aveva fatto
sabato l'onorevole Cesare Previti. Squillante è stato sentito per circa
tre ore in videoconferenza dai giudici della quarta sezione penale del
tribunale di Milano per il processo Imi-Sir. Tre ore in cui l'ex capo
dei Gip di Roma si è difeso, ha pianto parlando dei suoi figli
("li ho coinvolti in questa vicenda e hanno avuto la carriera
stroncata") e ha ammesso di aver pensato al suicidio. "Sono
contento perché, dopo sei anni, ho finalmente avuto la possibilità di
difendermi e di respingere le accuse" è il primo commento alla
fine dell'interrogatorio.
Gran parte dell'udienza è stata caratterizzata dallo scontro con il pm
Ilda Boccassini che ha chiesto all'ex magistrato romano di dar conto
delle telefonate intercorse tra lui, Previti e Pacifico. "Se lei
pensa che nelle telefonate si sia parlato di quello che pensa lei, se lo
tolga dalla testa", ha sbottato Squillante per poi spiegare che, in
particolare, le telefonate con Previti (anch'egli imputato nel processo)
si devono esclusivamente al calcetto che giocavano due volte la
settimana. Nient'altro, visto che lui non si era mai interessato della
causa civile Imi-Sir, "io ho fatto penale tutta la vita".
"Santa Madonna", ha tuonato Squillante contro la Boccassini,
"sono innocente e la mia non è una condizione bella, sono una
persona infangata di cui tutti parlano. Non sono quel corruttore di cui
tutti parlano".
Il pm è andato avanti chiedendo all'ex magistrato dei suoi rapporti con
Franco Berlinguer, avvocato che seguiva la causa Imi-Sir. Squillante ha
risposto che si trattava di "uno scocciatore" e che le
telefonate riguardavano sempre affari che Franco Berlinguer voleva fare
nei Paesi dell'Est, in particolare a Mosca. E anche con il figlio di
Rovelli c'erano dei rapporti, ha spiegato Squillante, per l'amicizia che
c'era con il padre e perché il figlio era preoccupato della causa di
cui però Squillante dice di non essersi mai occupato.
L'ex giudice romano ha sostenuto di aver saputo di una transazione nella
vicenda Imi-Sir al Quirinale, quando era membro dello staff del
Presidente Cossiga e Sergio Berlinguer, fratello di Franco, segretario
generale. "Io presumevo - ha spiegato Squillante - che le parti
fossero a conoscenza di quella transazione. Tanto è vero che in
un'occasione ne parlai con Rovelli. Ma mi disse che non sapeva.
Dall'atteggiamento di Rovelli pensai che in realtà lui ne fosse a
conoscenza anche se non me lo voleva dire. Fu Sergio Berlinguer che mi
suggerì di consigliare alla famiglia Rovelli l'avvocato Francesco
Berlinguer. Io lo feci, e poi non ho più saputo nulla".
Quanto ai movimenti sui suoi conti bancari svizzeri, l'ex magistrato ha
sostanzialmente ricondotto tutto a "necessità private".
L'apertura dei conti era insomma per gestire il patrimonio della sua
numerosa famiglia. Squillante ha ribadito, con forza, che i suoi figli
in tutta questa vicenda non c'entrano nulla e che lui ha commesso
errori di cui chiede scusa, riferendosi al fatto che questi capitali
fossero all'estero.
Riguardo poi i movimenti, ritenuti sospetti dalla Procura, dell'estate
del '94, Squillante ha detto che erano finalizzati a convogliare il
denaro sui vari conti riconducibili ai figli in una sola società, la
Forelia, che poi venne intestata alla nuora russa ("Mi pento mille
volte di averla messa in mezzo", ha detto Squillante).
Nell'ambito di questa operazione, Dionigi Reginelli, il legale elvetico
incaricato di operare sui conti, avrebbe fatto "un
guazzabuglio", facendo investimenti di sua iniziativa. In questo
modo, secondo Squillante, si sarebbe ingenerato il sospetto che si
trattasse di versamenti in contanti provenienti dall'esterno mentre, in
realtà, il denaro sarebbe già stato parte del patrimonio.
Nessun frutto di corruzione, quindi. Anche perché, rivendica a gran
voce Squillante, "sarebbe sufficiente tirare le somme di quanto
c'era prima e di quanto c'è stato dopo per capire che i conti tornano e
che il resto sono solo illazioni".
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Le
dichiarazioni di Lussemburgo sono una novità sui
passaggi di denaro Fininvest-Previti-Squillante
Conti
svizzeri e parcelle in nero le ammissioni
del Cavaliere
di
MARCO TRAVAGLIO

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ROMA
- "Ci sarà da divertirsi", annuncia Silvio Berlusconi in
vista della seconda puntata delle sue "dichiarazioni
spontanee", previste al processo-stralcio per l'11 giugno. Ed è
probabile che sia così, dopo le singolari dichiarazioni dell'altroieri
in Lussemburgo, poi subito rettificate in serata. Per la prima volta,
dopo otto anni di inchiesta e 38 mesi di dibattimento, il Cavaliere ha
parlato del vero oggetto del processo: non il prezzo della Sme, ma
l'eventuale prezzo di due giudici, Squillante e Verde. E soprattutto il
clamoroso bonifico di 434.404 dollari, che il 6 marzo '91 passa dal
conto Polifemo (Fininvest) al Ferrido (Fininvest) al Mercier (Previti)
al Rowena (Squillante). Berlusconi in parte rivela particolari inediti,
in parte smentisce se stesso, in parte entra in rotta di collisione con
le carte bancarie agli atti del processo.
Una banca
in tribunale.
"C'era una organizzazione che fungeva da banca, e che serviva tutti
coloro che frequentavano il palazzo di Giustizia di Roma" (Ansa, 24
maggio, ore 18.37). "Il signor Pacifico eserceva un servizio
finanziario per conto di clienti tra i quali diversi professionisti e
magistrati. Questi servizi utilizzavano operazioni di compensazione in
dare e in avere tra i vari clienti" (Ansa, 24 maggio, ore 22.23).
L'"organizzazione" era dunque Pacifico. Il quale, al processo,
ha specificato quale "servizio finanziario eserceva":
trasportava di qua e di là dalla frontiera svizzera miliardi su
miliardi per conto di amici, avvocati e almeno quattro giudici. Attività
vietata fino al 1989 sotto il profilo valutario, e tuttoggi illegale
sotto il profilo fiscale per le somme non dichiarate. Improbabile che lo
facessero "tutti" . Quelli che risultano averlo fatto (e
l'hanno anche ammesso) sono imputati a Milano. Parcelle in nero.
"A un certo punto Fininvest ha continuato a pagare le parcelle per
il lavoro estero allo studio Previti: quei 500 milioni sono stati uno
dei tanti pagamenti... Noi abbiamo versato a una banca" . Attenti a
quel "noi". Dal 1995, quando il pool di Milano cominciò a
indagare su All Iberian, la società-madre del sistema off-shore del
gruppo Berlusconi, la cosiddetta "Fininvest parallela",
Berlusconi e i suoi portavoce hanno sempre negato di avervi a che fare.
Anche perché da quei conti partirono anche i 23 miliardi finiti sui
depositi personali di Bettino Craxi. Ma il Cavaliere niente, tetragono
dinanzi a ogni accusa di falso in bilancio: "All Iberian? Mai
conosciuta" (7-12-2000). Ora, all'improvviso, indietro tutta. Tre
auto-smentite in un colpo solo: i conti Polifemo e Ferrido, e dunque la
Fininvest occulta, sono roba sua; Previti veniva pagato con oltre 10
miliardi in nero, estero su estero (con conseguente evasione fiscale,
sia di Previti sia di "noi" , cioè Berlusconi e sue aziende);
i bilanci Fininvest erano falsi, visto che quelle "parcelle"
non furono registrate.
Le spese di Cesare. "Se questi
soldi fossero andati a Squillante, non li avrebbe ricevuti Previti, che
invece ha dato prova di averli ricevuti, di averli spesi. Ci sono tutte
le prove per tabulas". Ancora sui 500 milioni (434.404 dollari)
targati Fininvest del 6 marzo '91, operazione con riferimento in codice
"Orologio". Previti dice che Pacifico glieli portò in
contanti in Italia, per le sue spese; e ne versò poi altrettanti a
Squillante per fatti suoi. Ma Dionigi Resinelli, il vicedirettore della
sua banca, la Darier Hentsch di Ginevra, giura in tribunale che
Squillante aspettava con ansia quel denaro: "Mi aveva preannunciato
l'arrivo dell'importo dalla Darier Hentsch (cioè da Previti). In
precedenza avevamo concordato il riferimento Orologio" . E poi il
riferimento per le "compensazioni" di Pacifico era
"Oceano" . Solo quella volta Previti usò "Orologio"
. Perché quel bonifico era per un altro: Squillante. Che infatti
ricevette la somma nel giro di un'ora. Ora Berlusconi sostiene che
Previti ha documentato spese per 500 milioni. Ma non è così:
l'avvocato porta "pezze d'appoggio" originali, del 1991, per
spese inferiori ai 30 milioni. Per il resto, solo dichiarazioni di
artigiani, muratori, antiquari e personaggi vari che oggi dicono di
ricordare di aver avuto soldi da Previti nel '91 per un totale di 500
milioni. Una sorta di autocertificazione a posteriori. Senza alcuna
prova che i 500 milioni fossero gli stessi del triangolo
Polifemo-Ferrido-Mercier.
Prove sparite e false. "Una
parte della magistratura nasconde prove a favore, crea prove false"
. Le presunte "prove a favore" sono gli interrogatori dei
giudici D'Angelo e Casavola. Ma nessuno li ha "nascosti": noti
in copia al processo Sme, fanno parte di un altro procedimento, a carico
di Squillante, a Perugia. La cosiddetta "prova falsa" è la
famigerata bobina del bar Mandara, su cui indaga la Procura di Perugia
su denuncia di Previti e Squillante, per una presunta manipolazione.
Comunque non contiene accuse a Previti e Berlusconi. E con l'eventuale
manipolazione la "magistratura" non c'entra: a Perugia non c'è
alcun magistrato indagato.
(26 maggio 2003)
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Silvio Berlusconi e Bettino Craxi alla fine
degli anni '80 |

Un quadro dedicato a Ilda Boccassini |

Il pool di "Mani pulite" nei primi
anni '90: Di Pietro, Colombo e Davigo. |
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Il
collegio milanese stralcia la posizione del premier
La decisione dopo l'ennesima richiesta di legittimo
impedimento
Sme,
Berlusconi processato a parte
Boccassini:
"Previti è un bambino viziato.
Non risentirò
Prodi e Amato, su di loro accuse diffamanti"
MILANO
- Silvio
Berlusconi sarà processato a parte. Al processo milanese per la Sme la
posizione del presidente del Consiglio è stata stralciata rispetto a
quella degli altri imputati. "Non era possibile mantenere l'unità
del processo - spiega la motivazione - che non può continuare
nell'incertezza a causa degli impegni del premier". La decisione
presa dal collegio della prima sezione penale arriva, infatti, dopo il
quinto rinvio dell'udienza, a causa degli impegni istituzionali addotti
dal premier. Un continuo slittamento criticato dal pm Ilda Boccassini:
"Emerge chiaramente che vi è una volontà precisa di Silvio
Berlusconi di non presentarsi in dibattimento".
La decisione del collegio milanese pare anticipare e, in qualche modo,
influire anche sul lodo Maccanico, escludendo la posizione di Berlusconi
e consentendo la prosecuzione del processo per gli altri imputati, tra i
quali Cesare Previti. Non a caso i legali dei due imputati avrebbero
preferito che si bloccasse l'intero processo in modo da evitare che si
arrivasse a una seconda sentenza di condanna per Previti, nel timore che
questa assumesse un significato anche nei confronti del capo del
governo.
Che accadrà adesso? Il processo proseguirà senza il legittimo
impedimento di Berlusconi che lo aveva rallentato per molti giorni. La
prossima udienza è stata fissata al 23 maggio alle ore 10.00 e, in
quella occasione, il pm Boccassini dovrebbe cominciare la sua
requisitoria.
I giudici hanno respinto tutte le richieste di prove testimoniali e
hanno disposto l'acquisizione solo di alcune prove documentali. Per
quanto riguarda Berlusconi i giudici della prima sezione penale hanno
quindi rinviato l'udienza al 19 maggio prossimo per formulare un nuovo
calendario processuale.
Intanto Ilda Boccassini si affretta a dire no a tutte le richieste dei
difensori degli imputati del processo Sme e in particolare a quella di
un interrogatorio di Cesare Previti. "Si è dato già troppo spazio
- attacca il pm - e se posso fare una battuta è come il primo figlio,
un bambino viziato a cui si sono date tutte vinte". Parole che
provocano una protesta formale da parte dei difensori del senatore
forzista.
Poi la Boccassini torna sul processo e lo fa per dare voce alla propria
contrarietà a risentire in aula Romano Prodi e Giuliano Amato.
"Non possono riferire - spiega - nulla in più di quanto è già
stato detto. Se poi questo è un modo per dare voce in aula ad accuse
generiche, inconsistenti e diffamanti questa è una discussione in cui
non entro".
(16 maggio 2003)
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LO SHOW DI BERLUSCONI AL
TRIBUNALE DI MILANO IL 17 GIUGNO 2003 |
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Il sudato comizio, dopo il quale non ha accettato il
contraddittorio con Ilda Boccassini. |

L'ambientazione curata da Fininvest: l'Aula Magna e non
l'Aula del Tribunale, 12 telecamere, 30
microfoni, claque alle spalle che assentiva e gridava "Sivio!Silvio!"
al momento opportuno. |

Prega e predica che, essendo il premier, "è più
uguale degli altri" e che è una vergogna per il paese costringere un
premier a venire in tribunale (sic!) |
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17
giugno 2003
Anziché
rispondere alle accuse attacca i giudici, Prodi, De Benedetti, Ariosto e
Dotti
Comizio
di Berlusconi in tribunale:
"La
legge è uguale per tutti, ma per me è più uguale perché io sono
stato eletto dalla maggioranza degli italiani"
Il
neoduce si rifiuta di rispondere alle domande del Pm in aula

Il 17
giugno, alla vigilia dell'approvazione in parlamento del "lodo
Schifani", Berlusconi è comparso davanti al tribunale di Milano
per la sua seconda "deposizione spontanea"
in ordine al
processo Sme, che lo vede coinvolto con l'accusa di aver corrotto i
giudici per far fallire l'acquisto dell'allora azienda alimentare di
Stato da parte dell'industriale De Benedetti.
Con la sicumera di chi sa di avere già in tasca il salvacondotto che lo
mette al riparo da tutti i processi almeno finché rimarrà a Palazzo
Chigi e forse anche oltre, e l'arroganza sfacciata dell'imputato che si
erge ad accusatore ben sapendo che l'accusa non può rivolgergli domande
ma solo stare ad ascoltarlo, il neoduce ha svolto il suo comizio di
un'ora, sotto le telecamere delle sue televisioni, e poi se n'è andato
rispondendo sprezzante al pm Ilda Boccassini, che gli ha chiesto se
avrebbe accettato un interrogatorio sulle accuse che gli vengono
contestate, che se i giudici vogliono interrogarlo devono venire a
Palazzo Chigi, perché lui ha cose più importanti da fare.
Il
comizio di Berlusconi era stato preparato con ogni cura, come uno show
mediatico pianificato e diretto da una sapiente regia. Al neoduce era
stato riservato il privilegio inedito di deporre nell'aula magna del
tribunale, quella riservata alle cerimonie solenni. Una "sede
anomala - ha osservato contrariata il pm Boccassini - questa è un'aula
che è sempre stata usata per le celebrazioni". Allo show erano
state riservate ben dodici telecamere e trenta microfoni, la cui
dislocazione, come anche l'impianto delle luci, è stata gestita
direttamente dai tecnici e dai curatori dell'immagine del neoduce, che
hanno voluto perfino cambiare il tavolino a lui riservato, perchè
"troppo piccolo". Non mancava neanche una nutrita schiera di
manutengoli forzitalici a fare da claque al comizio del capo del governo
e per sovrastare i suoi contestatori con cori assordanti di
"Silvio, Silvio". Un'ambientazione, del resto, perfettamente
coerente con la vanteria con cui il nuovo Mussolini ha sfacciatamente
esordito, e cioè che se è vero che la legge è uguale per tutti è
anche vero che egli è "un cittadino forse un po' più uguale degli
altri, dal momento che la maggioranza degli italiani gli ha conferito la
responsabilità di governare il Paese".
Al
di sopra della legge
Sulla scia
di questa arrogante premessa non ha esitato anzi ad attaccare
frontalmente i giudici per avergli rifiutato l'udienza a Palazzo Chigi
anziché a Milano (facoltà che gli sarebbe spettata come testimone, ma
non come imputato qual è, ndr), perché - si è lamentato teatralmente
adombrando un conflitto istituzionale a suo danno da parte del tribunale
- "decidere che cosa possa essere accettato come impedimento e che
cosa non possa essere accettato significa volersi sovrapporre al
presidente del Consiglio su come debba governare il Paese. E questo lo
trovo francamente inaccettabile".
Non contento ha invocato ancora una volta il suo ruolo politico per
ergersi al di sopra della legge, quando ha rimproverato al tribunale che
"non è uno spettacolo così degno che un premier si trovi imputato
in un'aula di tribunale, perché ciò comporta una lesione del prestigio
e dell'orgoglio dell'Italia. Io sono molto fiero del mio Paese. Buttando
ombre e fango sul presidente del Consiglio si buttano ombre e fango sul
Paese". Insomma, il danno all'immagine del Paese non sarebbe
causato dal fatto in sé di avere al suo vertice un inquisito per gravi
reati di corruzione, falso in bilancio, ecc., ma dal fatto che si tenti
di applicare anche a lui la legge come a un qualsiasi altro cittadino.
Davvero l'impudenza e l'arroganza di quest'uomo non hanno limiti! Ma del
resto che cosa ci si poteva aspettare di meno, da chi sa che il più
autorevole sostenitore della tesi che per salvare il
"prestigio" del Paese occorreva bloccare i processi a carico
del capo del governo, a costo di violare sfacciatamente la Costituzione,
è nientemeno che il "primo cittadino" d'Italia, Carlo Azeglio
Ciampi?
Con queste certezze in tasca e senza possibilità di contraddittorio il
comizio di Berlusconi si è potuto srotolare senza freni, evitando
accuratamente di rispondere sui fatti per i quali è stato citato in
giudizio, e cioè sui pagamenti dai conti esteri della Fininvest
(ammessi anche dal funzionario Fininvest Livio Gironi) a conti di
Previti e Pacifico, e da questi girati ai giudici Squillante e Verde per
emettere un verdetto sfavorevole a De Benedetti sull'acquisto della Sme.
In compenso ha sparato a zero e gettato fango su tutti quelli che lo
accusano o che hanno testimoniato a suo sfavore, a cominciare dai
magistrati inquirenti, che a suo dire hanno imbastito un processo in cui
"manca il morto, manca l'arma del delitto e manca anche il
movente", e alla cui base c'è solo "la fervida fantasia di
chi ha inventato questo teorema", gettando su di lui
"tonnellate di fango".
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L'inizio dello show di Berlusconi: con la claque
alle spalle, le luci della sua Fininvest, il sudore che cola e
l'eterno doppio petto difficile da abbottonare. |

La magnifica espressione, concentrata e triste, di Ilda che ascolta il soliloquio del premier italiano. |
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Da accusato ad accusatore
Ha attaccato Prodi
(all'epoca dei fatti presidente dell'Iri,
protagonista della vendita della Sme alla Buitoni di De Benedetti),
fingendo malignamente di non volerne parlare per rispetto alla sua
funzione istituzionale europea ("Mi hanno consigliato di non
pronunciare il suo nome in aula, ma non è colpa mia se era presidente
dell'Iri..."). E ha parimenti attaccato De
Benedetti, ritornando
sulla presunta tangente che costui avrebbe pagato alla DC in cambio del
contratto Sme, comportandosi in tal modo - ha detto il neoduce cercando
l'ironia ad effetto con una maldestra citazione di un celebre film -
"come Totò che voleva comprare il Colosseo".
Una particolare perfidia, al fine di screditarla, il cavaliere piduista
l'ha riservata alla principale teste a suo carico, Stefania
Ariosto, e
al suo ex fidanzato e allora capogruppo di Forza Italia Vittorio Dotti.
La Ariosto (il teste "omega") è una "mentitrice" e
una "mitomane", una poveretta "assediata dai
creditori", che "si presentava come una contessina, quando sua
madre era casalinga e suo papà un impiegato", ecc. ecc. Quanto a
Dotti, che aveva confermato alcune testimonianze della Ariosto, ce
l'aveva con lui perché per le sue ambizioni politiche puntava a un
ruolo all'interno di Forza Italia "ove si potesse mettere nei guai
il presidente".
Non solo Berlusconi non ha risposto a nessuna delle accuse
contestategli, ma si è pure permesso di fare lo strafottente
ironizzandoci sopra. Come quando, nel ripetere con impareggiabile faccia
tosta la favola che i soldi dai conti esteri Fininvest a Previti erano
"acconti sulla parcella", ha detto - come se questa fosse una
prova inoppugnabile a suo discarico - che se avesse voluto fare dei
pagamenti in nero non avrebbe certo usato bonifici bancari, ma sarebbe
bastato che si "frugasse in tasca", dal momento che poteva
contare su un patrimonio di centinaia e centinaia di miliardi.
E quando al termine del suo comizio ha raccolto le sue carte per
andarsene, e la Boccassini lo ha fermato chiedendogli se fosse allora
disposto ad accettare un interrogatorio sui precisi fatti a lui imputati, e cioé i bonifici esteri sui conti di Previti e Pacifico,
Berlusconi si è permesso l'ultimo insulto al tribunale, rispondendo che
se volevano interrogarlo dovevano venire a Palazzo Chigi. Il pm ha
ribattuto che essendo lui imputato e non testimone, "l'unica sede
istituzionale è il tribunale". Al che il neoduce, accampando
"urgenti motivi" per rientrare a Roma, si è dichiarato
disponibile a fare altre dichiarazioni il giorno 25, "perché - ha
detto senza paura di apparire ridicolo - non credo debba esserci neppure
un'ombra su chi rappresenta il governo del Paese". Ben sapendo,
naturalmente, che per quella data Ciampi avrebbe già firmato l'infame
"lodo Schifani" che lo salva dal processo Sme e dagli altri
ancora pendenti.
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L'UNITA'
"Cesarone",
l'uomo che non doveva cadere mai
di Vincenzo Vasile

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Cesare Previti, un avvocato-imbroglione diventato deputato, che
anche nel Parlamento imbroglia votando al posto degli assenti e....ride. Una
scena raccapricciante, di cui alcuni milioni di italiani (non tutti) si
sono vergognati. |
È un’icona per l’Italia
dei condoni. Per quelli che non pagano le tasse. Come ha scelto di
dichiarare - non importa se per necessità difensiva - a quella famosa
udienza del processo di Milano. E le precisazioni ulteriori non servono
a chiarire, ma ammiccano a tutto quel mondo per cui Cesare Previti è e
rimane un mito: «No, non sono un evasore». Su quei miliardi - s’è
vantato - saldò la sua coscienza di contribuente con un condono
tombale. E poi, sottilizzando: «Non sono un evasore perché il fisco
non mi contestò mai quella somma». Guai a chiedergli come avrebbe
dovuto fare il fisco ad accorgersene, se i miliardi erano inguattati
dentro a un bel po’ di conti esteri, intestati a nomi di - poca -
fantasia, come «Oceano» per quell’amicone dell’avvocato Pacifico,
quello che faceva, chissà?, «le compensazioni delle compensazioni»,
(altra battuta celebre, incomprensibile ai più, consegnata ai verbali
d’aula).
Pazienza se non ci si capisce
un’acca. Nella difesa di Previti al processo di Milano la logica non
c’entra. Conta l'immenso repertorio di battute criptiche, conta la
montagna di «garbugli» da «azzeccare» manzonianamente - Corti da
ricusare, fumi di persecuzione da agitare, termini da far scadere - per
meritarsi una continua «standing ovation» dal popolo di quelli che
ammirano coloro che non pagano le tasse. E adorano chi gli insegna il
trucco. E magari sfottono l’altra metà d’Italia con le trattenute
in busta paga. Non è un caso che Alberto Sordi si ispirasse a lui, per
l’ultimo progetto che meditava, di un film che completasse la sua
Storia-affresco della parte oscura degli Italiani. Gente che non paga le
tasse. E quando parla, ci vuole l’interprete, per decodificare, sotto
i baffi di una risata sorniona, il «messaggio».
Filippo Mancuso di «messaggi»
se ne intende. A Cesare Previti attribuì un «simul stabunt, simul
cadent» rivolto a Berlusconi. (Insieme staranno in piedi, e insieme
rovineranno). Precisamente: l’avvocato forzista Michele Saponara,
citato dall’ex guardasigilli, essendo «onestamente attento al
divenire dell’eterna questione Berlusconi-Previti, mi dice di sapere
per certo che la preoccupazione di quest’ultimo (Previti) intorno alle
note procedure di Milano era giunta a un tale punto di esasperazione da
inviare all’altro (Berlusconi) una missiva di certissimo contenuto
ultimativo. Nella quale, Previti latineggiava l’allusivo avvertimento».
Simul? Insieme? O è vero il
gossip che dice che Berlusconi e Forza Italia l’avrebbero deluso, e
infine «scaricato»? Funzionerà quel motto di Mancuso come profezia,
ora che «il divenire dell’eterna questione» sembra arrivato al
capolinea?
L’interessato - se glielo
chiedessero - si può scommettere che risponderebbe con un sogghigno. Ce
l’ha stampato nella faccia. In quella faccia che - dice - si trova «sotto
processo» a Milano. E quando stira il labbro inferiore in quello che
normalmente dovrebbe essere un sorriso, hai un bel dirti che Lombroso le
sparava grosse, e Grace Kelly con un volto angelico ne fece più di
Carlo in Francia. Ma il chiamiamolo sorriso di Cesare Previti si porta
dietro un bruciante ricordo: di quando, nella campagna elettorale del
1996, illustrò il programma di governo suo personale e della coalizione
proclamando: «Non faremo prigionieri».
Tutto in nome della «cultura
politica del maggioritario»? No, la sua, di cultura - la sua: di
Previti - affonda radici altrove. Come l’interessato ammette quelle
volte che ha i suoi lampi di sincerità. Allorché, e capita sempre più
spesso, «esce al naturale». Esempio giudiziario: della pubblica accusa
al processo di Milano ha affermato che gli procura «un conato di
vomito».
Traduzione piuttosto drastica della teoria di Montesquieu sulla
divisione dei poteri: il «giudiziario» che giudica; la politica che,
se inquisita, vomita…
«Cesare - confida uno che in
Forza Italia è arrivato dopo gli anni ruggenti - è ancora legato a
quella stagione ruspante, muscolare, del gliela faremo vedere. Che non
trova più molto "audience" in certi salotti finanziari e
nell’elettorato di centrodestra, logorato più di quanto non appaia
dall’appello di legalità e di ordine dei girotondi. Tendenze "antemarcia"
che Berlusconi ha annunciato ai suoi di voler mettere conseguentemente
sotto traccia». Anche se - prima che i guai di giustizia si
addensassero - proprio quest’avvocato civilista di origine calabrese
occupò la tormentata casella di «coordinatore nazionale» (nel 1994, e
si chiamava segretario politico) del partito di maggioranza.
È, dunque, ben comprensibile
come mai dalle colonne del "Corriere" - le prime due colonne a
sinistra, quelle dell’editoriale, quelle che pesano - partisse qualche
tempo fa (per rimanere sinora inascoltata) l’invocazione a «mettere
gentilmente, fermamente alla porta» cotesto «modello di cittadino».
Il quale, se si parla dei lontani anni Settanta, non fa troppo il
misterioso: «Ero così di destra, ma così di destra, che persino
Gianfranco Fini, quando mi incontra, mi chiama "il fascista"».
Oppure: «Da ragazzo ero missino, come tutti i borghesi romani…».
Proprio tutti?
La domanda che sorge spontanea
è perché Berlusconi se lo sia tenuto appresso, un tipo così. Per le
ragioni inconfessabili cui allude Mancuso, connesse al processo di
Milano? O anche per fraterni e antichi legami? Oppure avrà ragione
un’altra transfuga di Forza Italia, la palermitana Cristina Matranga,
che più semplicemente spiegò alla "Stampa" il 29 settembre
1994: «Dicono che Previti sia l’avvocato degli affari illegali di
Berlusconi? È vero…».
La memoria di Previti,
abbastanza disponibile a rivangare il passato remoto in camicia nera
(seppure, puntualmente smentito dai superstiti del Pli, un giorno
millantò d’aver fatto parte in gioventù della Direzione liberale),
trascolora invece riguardo ai tempi più recenti. Spesso lui tira in
ballo la fatalità. Scartabellando archivi si rileva, per esempio, che
per via di un fonema palatale - per effetto della somiglianza del suono
di una "D" e di una "T" - il suo nome fu associato
alla loggia P2. A differenza di Berlusconi, (tessera 1816, codice E.
19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, data di affiliazione: 26 gennaio
1978), Previti non risulta nella lista che fu trovata nella villa di
Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi. Ma davanti a Villa Wanda, residenza
del Maestro Venerabile della loggia delle trame e dei misteri, alle ore
13,40 del 23 maggio 1988 una pattuglia della Digos annotò sul
brogliaccio dei devoti visitatori un «avvocato Cesare Previdi, di Roma,
senza documenti». Previdi, non Previti, si intende. Anche se c’è da
dire che di «avvocati Previdi» non ne risulta neanche mezzo negli
elenchi del Foro della capitale.
Si conoscono dagli anni
Sessanta con Silvio, come un giorno ricordò lo stesso Previti,
intervistato. Poi posticipò l’incontro, chissà perché, di un
decennio. All’epoca di una complicata connection - madre di tutti gli
affari - da cui Berlusconi intascò nientemeno che la villa di Arcore.
Apparteneva ai marchesi Casati Stampa. Ma l’ultimo discendente maschio
ebbe l’idea di tornare in anticipo nella sua casa romana al numero 9
di via Puccini, la sera del 30 agosto 1970, e imbracciando un fucile da
caccia al cospetto d’una classica scena di adulterio, uccidere la
moglie, Anna Fallarino e il picchiatore fascista Massimo Morenti, che i
giornali dell’epoca definirono il «suo amante», e infine di
togliersi la vita.
Il trentasettenne avvocato
civilista Cesare Previti curò dapprima gli interessi degli eredi
Fallarino, poi passò alla parte avversa, la marchesina minorenne
Annamaria. Di cui diventò pro-tutore. Ricorderà, intervistato da
Giorgio Bocca: «In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di
Silvio, e gli dissi: Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere. Sì,
e quale? Mi comperi la villa san Martino dei Casati Stampa ad Arcore.
Ma, avvocato, che me ne faccio? Ho i miei affari in città. Venga a
vederla. E alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: Me la
lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua… La provò e non se n’è
più andato". La occupò, per nove anni fino all’80, senza fare
alcun rogito, con la marchesina - residente nei Caraibi - che, ignara
continuava a pagare le tasse, mentre l’imprenditore «parvenu» con la
sua corte si installava nella villa portandovi pure uno stalliere
mafioso, e la sottoponeva a radicali ristrutturazioni.
La villa diverrà la reggia e
insieme il quartier generale berlusconiano. Mentre i primi passi del «miracolo
italiano» di Berlusconi continueranno a portare per lungo tempo il
segno della devota ed efficace assistenza della famiglia Previti. Sin
dai primi passi di Silvio nel grande giro. Il padre, Umberto,
commercialista missino di Reggio Calabria, romano d’adozione, risulta
essere l’ultimo degli amministratori dell’Edilnord, la società
sorta dal nulla in Svizzera, intestata alla cugina e alla zia di Silvio,
e poi messa in liquidazione proprio dal padre di Cesare. E sarà sempre
Umberto Previti a curare da quelle ceneri la nascita della Fininvest
Roma e l’aumento del capitale sociale da 20 milioni a 50 miliardi.
Cesare siede dapprima nel collegio sindacale della Fininvest srl. Si fa
le ossa. Poi entra nei consigli di amministrazione della Standa, di
Euromercato, di Mediolanum, assurge alla vicepresidenza della Fininvest
Comunicazione e della Rti.
La resistibile ascesa coincide
con una gran tessitura di pubbliche e private relazioni. In breve
diviene il personaggio cruciale introdotto nella cerchia giusta, sempre
a braccetto con influenti magistrati, intimo di Bettino Craxi, che in
quel periodo con Berlusconi ha un reciproco e proficuo rapporto di
sostegno. Ottiene la vicepresidenza della Selenia, industria bellica del
gruppo pubblico Iri. Ristruttura una torre spagnola sull’Argentario.
Compra uno yacht di 29 metri, il mitico Barbarossa. E spicca il volo.
Figura da più di vent’anni nella hit parade dei contribuenti romani.
Anche se poi si scoprirà che il grosso delle tasse non le paga, per sua
stessa ammissione, spinto da necessità difensiva al cospetto delle
accuse di corruzione. (Ma c’è chi vi vede anche una sfida e
un’ammiccante rivendicazione verso tutto un mondo sensibile ai modelli
dell’illegalismo diffuso).
Tasse che vanno, tasse che
vengono. Gente che non le paga. Ma le fa pagare alla marchesina di
turno. E a noi tutti. Come abbiamo visto, i primi passi del «cursus
honorum» previtiano coincidevano,infatti, con quello strano rinvio alle
calende greche del pagamento e del rogito per la villa di Arcore, che
portò la marchesina Casati a sborsare l’importo delle tasse
miliardarie dovute al fisco dall’acquirente. C’è da stupirsi se
Oscar Luigi Scalfaro un tipo così non lo volle alla Giustizia, dove
Berlusconi l’aveva piazzato nell’elenco originario del suo primo
governo, quello del ’94? Ripiegò sulla Difesa, divenendo in questa
maniera, seppur per breve tempo, il ministro dei Carabinieri. E proprio
in quel periodo Previti ha detto ai giudici di Milano di aver
risparmiato qualche miliarduccio, sottratto al fisco.
La storia successiva è nota,
oggetto del processo. Molte delle scene raccontate nelle carte si
svolgono proprio nei salotti dove regna Cesare Previti. Al Circolo
canottieri Lazio, sul Lungotevere Flaminio, che è un po’ un suo
feudo, avvenivano, secondo la superteste Ariosto, gli scambi di denaro
con i magistrati. C’è quel siparietto da antologia con Renato che
sbadatamente non ha preso la sua busta gonfia di banconote, e Cesare che
lo richiama indietro: «A Rena’, te stai a scorda’ questa…».
Battuta che fa il paio con un famoso «A Fra’, che te serve?», che
veniva rivolto da un grande palazzinaro a un potente elemosiniere dc,
quando sembrava che non dovesse mai finire la Prima Repubblica.
Traghettatore della Seconda, Previti - il metodo Previti - trasforma il
mezzo in scopo, ed eleva a sistema quelle tecniche di evasione, quelle
elusioni, quei raggiri di norme e codicilli, e le leggi ad hoc, e il
calendario della Camera sfruttato per far saltare le udienze, e i mille
illegalismi istituzionali. Non è un caso se «i luoghi di Previti»
hanno fatto ancora fino a qualche tempo addietro da set per il film
iper-realistico e soffocante che abbiamo vissuto. Lo studio legale di
via Cicerone è il posto dove a un Antonio Di Pietro, stressato dalle
inchieste e ricattato, venne offerto un ministero per farlo tacere. Ed
è la sede dove grossi faldoni di «articolati» e di «emendamenti» di
leggi concepite per cortocircuitare il sistema-giustizia vengono
sfornati a getto continuo dagli sherpa per le commissioni parlamentari.
Uno dopo l’altro, gli
espedienti, però, si sono risolti male, sia nel processo di Milano, sia
- in fondo - in Parlamento. Non ha funzionato il previsto «tabula rasa»
delle rogatorie internazionali. I giudici hanno interpretato con rigore
le norme sul legittimo sospetto. Finiti i giochi di prestigio, la stella
di Cesarone è via via impallidita, lanciando qualche bagliore assai
poco rassicurante sull’impero di Arcore, che pure egli stesso aveva
fornito di una reggia. Quel «modello di cittadino» è, in verità, per
un decennio che - almeno cronologicamente - va a concludersi, il «modello»
di certa Italia. Un paradigma di certa politica e di un blocco sociale,
oggi non più solidissimo. Ma i due, quei due, crolleranno assieme? O
divideranno le loro strade? Siamo così abituati a vederli in coppia, -
il buon Mancuso parla di «una banda», e Previti nel tentativo di
smentirlo gli ha ricordato di averne fatto parte - e non si riesce a
immaginarli separati.
L’uno rovinato da una
sentenza. L’altro aggrappato alla zattera di palazzo Chigi. Magari
pronto a ghermire un’altra reggia, il Quirinale, con qualche nuovo
sherpa al fianco, pronto ad offrirgli altro, indispensabile, «know how»
per sfangarla a forza di trucchi e di gelidi sorrisi.

Pagina creata e curata da Maria
Antonietta Pappalardo
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