Democrazia
della terra: è la vera rivoluzione
Ho fatto un sogno in cui la
società umana si evolveva dall'avidità e dal consumismo della globalizzazione
alla compassione e ad una Democrazia della Terra basata sulla conservazione.
La globalizzazione sta spingendo il mondo verso un
apartheid del "vivere" e non "vivere", giacché gli elementi
primari della vita - la biodiversità, il cibo e l'acqua vengono mercificati e
privatizzati e le condizioni di base per la vita della gente vengono distrutte.
Nella democrazia della Terra, la biodiversità e l'acqua saranno recuperate come
beni comuni. Non ci saranno brevetti sulla vita e nessuna privatizzazione
dell'acqua. Il diritto al cibo e all'acqua sarà parte dei diritti umani
universali fondamentali di tutti, a prescindere dalla classe, dal sesso, dalla
religione e dall'etnia.
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Come
disse Gandhi "Sulla terra ce ne è abbastanza per i bisogni di tutti ma non
per l'avidità di alcuni". Nessuno soffrirebbe la fame o la sete se fossimo
tutti responsabili e disposti a dividere.
Nella
democrazia della Terra, la diversità sarà la condizione per la pace e la
cooperazione.
Nella democrazia della Terra, la nostra identità
fondamentale sarà quella di cittadini della terra, parte della famiglia
allargata di tutte le specie e di tutti gli esseri attualmente divisi da
conflitti e guerre basati sulla razza e la religione.
In
quanto cittadini della terra il nostro dovere di proteggere la Terra e il suo
fragile sistema ecologico, circoscriverà il nostro sistema di produzione e
consumo. La conservazione, e non il consumismo, sarà il segno del progresso
umano.
Questo sogno di
giustizia e pace, di sostenibilità e cooperazione sta già delineando un altro
mondo, al di là della globalizzazione e della militarizzazione, oltre la paura
e l'odio.
Il mondo e la visione del mondo delineati dalla
globalizzazione corporativa sono chiaramente in declino - e si reggono solo
tramite la forza bruta. I movimenti contro la globalizzazione corporativa che si
sono riuniti a Porto Alegre, in Brasile, avevano
come slogan "un altro mondo è possibile".
Un altro mondo non è solo possibile, sta avvenendo. Mi riferisco alla
costruzione della "democrazia della terra".
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Ragazza indiana

Ragazze indiane |
La
democrazia della Terra è centrata sulla terra. Ci ricolloca nella trama della
vita della famiglia della terra - Vashudhaiva Kutumbakam in sanscrito. In quanto
membri della famiglia della terra, le nostre responsabilità aumentano, ma anche
i nostri diritti.
Le nostre responsabilità aumentano perché dobbiamo
rispettare lo spazio ecologico per altre specie e dobbiamo smettere di operare
come se le risorse del pianeta fossero solo di pochi membri delle specie. Il
ricollocare gli umani nella famiglia della terra accresce i diritti di coloro
che attualmente sono esclusi sia dall'acceso alle risorse vitali - biodiversità,
sementi, medicina, acqua - che dalle altre risorse.
La
globalizzazione corporativa sta trasformando la terra in un supermercato,
e le risorse della terra in merci che possono essere comprate in un supermercato
controllato da cinque giganti dei geni, cinque giganti del grano e cinque
giganti dell'acqua. Questa è la ragione per la quale al World Food Summit, il
riferimento al "diritto al cibo" è stato cancellato, al World Water
Forum il "diritto all'acqua" è stato cancellato e nelle varie
negoziazioni sulle risorse genetiche e la biodiversità i "diritti dei
contadini" sono stati negati.
Nella
Democrazia della Terra, i diritti alle risorse vitali naturali sono diritti
naturali che discendono dal nostro essere membri della comunità della terra
e non vengono dati dagli stati e non possono essere tolti dalle corporazioni. E
tutti gli umani hanno gli stessi diritti al cibo e all'acqua, perché in quanto
esseri ecologici, siamo tutti uguali - è il mercato globale che ci rende
disuguali.
Il
mercato globale ha accresciuto la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri
- ma ha disumanizzato tutti gli umani - i poveri perché spinti a livelli di
esistenza subumana, o peggio perché viene negato loro il diritto alla
sopravvivenza. I ricchi e benestanti stanno diventando disumani nel processo di
accumulazione della ricchezza.
Per riscattare la nostra comune umanità dobbiamo
riconoscere che la nostra specie è diversa ma uguale all'interno della comunità
della terra.
Il
progetto di eguaglianza che è crollato con il muro di Berlino, e che è stato
descritto come la fine della storia da Francis Fukuyama,
era centrato sullo stato e basato sulle uniformità. L'uguaglianza nella
democrazia della terra è radicata nella diversità e nell'auto-organizzazione
decentrata che va dall'individuo alla comunità, dal paese al pianeta. Questa
ricerca di un'eguaglianza basata sull'ecologia sta portando a cambiamenti
radicali nella produzione e nel consumo.
La
globalizzazione corporativa riduce la terra ad un supermarket di merci dove
tutto è in vendita. Estingue i diritti fondamentali alla vita, ai mezzi
di sostentamento e agli stili culturali diversi. I ricchi sono ridotti ad
accumulatori e consumatori del supermarket globale, mentre i poveri e gli
emarginati sono considerati non necessari e da buttar via. Gli umani, come
agenti creativi che fanno e producono beni e servizi e attraverso quella
produzione riproducono la vita, non trovano posto nel supermarket globale nel
quale possiamo essere solo consumatori e non produttori.
La globalizzazione corporativa è la
fine della riproduzione e della produzione come elementi essenziali degli esseri
della nostra specie. La democrazia della Terra è il modo per reclamare
la nostra creatività e le nostre capacità produttive.
Nella
sfera della biodiversità, la fine della creatività sta nei brevetti per la
vita che portano alla pirateria e al brevettare il sapere indigeno, e da qui
alla creazione di un monopolio di diritti nelle mani delle corporazioni
occidentali che possono essere usati per impedire alle comunità indigene di
accrescere la loro sapienza per produrre cibo e prevenzione sanitaria. I
brevetti sui semi rendono illegale il conservare e riprodurre semi, spezzando
così il ciclo della rigenerazione sia del raccolto che della conoscenza.
Nella
sfera alimentare, la fine della creatività sta nella globalizzazione e
industrializzazione dei sistemi alimentari, che eliminano i piccoli contadini
dalla catena alimentare, distruggono le economie alimentari locali e le culture,
lasciando tutti ignoranti sulla provenienza del cibo, su come sia stato prodotto
e su quello che contiene. Nei buoni sistemi globalizzati
non c'è posto per le persone che coltivano e producono cibo. Questa è una
ricetta per rendere superfluo il 75% dell'umanità legato alla produzione
alimentare.
La
privatizzazione dell'acqua è un tentativo di rompere i nostri legami con
l'acqua in quanto dono di natura, essenziale per tutte le vite,
riducendola ad una merce che si può acquistare dalle corporazioni. Questo
comporta la fine delle persone e delle comunità che conoscono i loro sistemi
idrici, che hanno la responsabilità della conservazione dell'acqua e del
mantenimento del ciclo dell'acqua, e che, attraverso la cura e la conservazione,
ne assicurano riserve sostenibili.

IL WTO DEVE ESSERE RIFORMATO
Se vogliamo che smetta di terrorizzare i deboli e quelli
che non hanno potere per imporre l'apertura di nuovi mercati a vantaggio dei
paesi ricchi e delle corporation, il Wto deve essere riformato. Oggi esso non
è concepito per disciplinare i potenti, nè è in grado di farlo. Ciò che serve
urgentemente per portare giustizia ed equità nelle regole del mercato
internazionale, per tutelare la sopravvivenza dei contadini del Terzo Mondo e
per difendere i diritti alimentari dei poveri, è che si abbassino i costi di
produzione e si impedisca una competizione impari con prodotti d'importazione i
cui costi vengono tenuti artificialmente bassi grazie ai contributi.
Sono queste
le questioni che dovrebbero avere la priorità al prossimo "ministerial
meeting" del Wto, che si terra' a Cancun in Messico (10-14 settembre 2003).
L'Uruguay Round (1994) dell'Accordo generale sul commercio e le tariffe (General
Agreement on Trade and Tariffs) è stato fatto accettare al Terzo Mondo sulla
base di una sola promessa: che i paesi ricchi avrebbero ridotto i propri
contributi, abbassato le tariffe e creato delle opportunità di esportazione per
i paesi poveri. Al meeting di Doha del novembre 2001 si e' fatto ricorso alla
stessa promessa, aggiungendo come argomentazione ulteriore la minaccia del
terrorismo. Stuart Harbinson, all'epoca presidente del Consiglio generale del
Wto, ha ammesso: "C'e' in una certa misura la sensazione che gli eventi
dell'11 settembre rappresentassero una minaccia al mondo e alle procedure
istituzionali internazionali. E che fosse importante per le istituzioni
multilaterali, non solo per il Wto, il fatto di apparire efficaci. Perciò
ritengo ci fosse una pressione particolare sulle persone perchè conseguissero
un risultato". E' evidente che il cosiddetto "Doha Round" non e'
stato un negoziato, ma una farsa inscenata per "apparire efficaci".
Esso è stato un tentativo di tenere vive le illusioni, non di regolare il
mercato. Il fallimento di Seattle lo aveva reso necessario. *
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India, Japur. Negozianti |

India, fiume Jamuna |
L'incapacita' e la
mancanza di volonta' del Wto di regolare gli abusi del mercato da parte dei
ricchi e potenti sono dimostrate chiaramente dal fatto che, dopo Doha, i
contributi degli Usa e quelli europei sono in realtà aumentati.
L'amministrazione Bush ha recentemente approvato una legge sull'agricoltura che
accresce i contributi agricoli negli Stati Uniti del 10%, portandoli a circa
venti miliardi di dollari all'anno. In Europa, gli attuali contributi saranno
mantenuti fino al 2013. Allo stesso tempo, paesi come l'India sono stati
costretti ad abolire importanti restrizioni (conosciute come restrizioni
quantitative, o QRs) e hanno visto i loro mercati e i loro prezzi interni
crollare, mentre il mercato è invaso da prodotti il cui basso prezzo è ottenuto artificialmente mediante forti contributi.
A causa di un commercio
ineguale legalizzato dal Wto, le importazioni agricole dell'India sono
quadruplicate, da 1,04 miliardi di dollari nel 1995 a 4,16 miliardi di dollari
nel 2000.
Mentre cresce il commercio mondiale che avvantaggia l'industria
agro-alimentare del Nord, i coltivatori del Terzo Mondo stanno perdendo la
propria capacità di sostentamento. Per esempio, il fatturato del caffè è salito da quaranta a settanta miliardi di dollari negli ultimi anni. Allo stesso
tempo, il guadagno dei coltivatori di caffè è sceso da nove a cinque miliardi
di dollari. I coltivatori indiani di cotone stanno perdendo la loro capacità di
sostentamento in seguito a due fattori: la vendita sottocosto di cotone texano
fortemente sostenuto dai contributi, e le sementi costose e inaffidabili come il
cotone della Monsanto geneticamente modificato. Il vantaggio ottenuto dall'India
grazie alle regole del Wto sulla liberalizzazione del mercato ha assunto la
forma di suicidi tra i coltivatori e morti per fame. I doppi standard e le
distorsioni del Wto sono evidenti. Ecco perchè persino la base vagamente
democratica dei negoziati di Ginevra viene ormai sostituita da "mini-ministerials":
a Sydney lo scorso novembre, a Tokyo questo febbraio.
Questi piccoli incontri
riservati sono perfetti per costringere, minacciare e corrompere, e l'esito che
producono, qualunque esso sia, è un oltraggio alla trasparenza e alla
democrazia. * Mentre ci prepariamo al meeting di Cancun, le questioni della
democrazia, del cibo, della fame e della sopravvivenza dei coltivatori
dovrebbero essere prioritarie. L'agricoltura sostenibile e la coltivazione
organica - insieme a restrizioni quantitative, leggi contro la vendita
sottocosto di prodotti e leggi antitrust contro le corporation globali - sono
l'unica garanzia per il sostentamento e la sicurezza alimentare nel Terzo Mondo.
Eppure, mentre tutti i movimenti di coltivatori del pianeta chiedono le
restrizioni quantitative, è in atto un tentativo concertato di sviare
l'attenzione da questa questione - che imporrebbe un cambiamento nelle regole
del Wto - alle questioni che invece aiutano a rafforzare il Wto. Dopo Seattle,
la diversione dalle restrizioni quantitative e' stata creata con
l'argomentazione dell' "accesso al mercato", secondo cui il Wto
servirebbe a costringere i paesi sviluppati ad aprire i loro mercati ai paesi
del Terzo Mondo.
Ora il discorso è passato ai "contributi". Il Wto,
si dice adesso, serve a eliminare i contributi dei paesi ricchi. Questo e'
chiaramente falso, per una serie di ragioni:
1. Le attuali regole del Wto hanno costruito una clausola "di pace"
per i paesi ricchi fino al 2005 (articolo 13 dell'Accordo sull'agricoltura -
Agreement on Agriculture).
2. La stessa categorizzazione dei contributi nell'Accordo sull'agricoltura
definisce la maggior parte dei contributi negli Stati Uniti e nell'Unione
Europea come "tabella verde" e "tabella azzurra". Tali
categorie non sono considerate "distorcenti il mercato" e dunque non
possono essere oggetto di ricorso da parte del Wto.
3. Pur essendo in corso la revisione interna dell'Accordo sull'agricoltura -
cominciata nel 2001 - gli Stati Uniti hanno ulteriormente incrementato i loro
contributi sull'agricoltura portandoli a 180 miliardi di dollari per i prossimi
anni.
4. La recente decisione americana sugli accordi tessili dimostra chiaramente che
gli Usa non si piegano al Wto quando esso va contro le lobby interne, un
atteggiamento rafforzato dal nuovo ruolo militare degli Usa sin dall'11
settembre.
Fonte:
Il Manifesto, 17 luglio 2003

Agricoltura
industriale e crisi idrica
L’agricoltura industriale ha spinto la produzione alimentare a usare metodi
che hanno determinato una riduzione della ritenzione idrica del suolo e un
aumento della domanda d’acqua. Non riconoscendo all’acqua il suo carattere
di fattore limitante nella produzione alimentare, l’agricoltura industriale ha
promosso lo spreco. Il passaggio dai fertilizzanti organici a quelli chimici e
la sostituzione di colture idricamente poco esigenti con altre che abbisognano
di grandi quantità d’acqua hanno rappresentato una ricetta sicura per
carestie d’acqua, desertificazione, ristagni e salinizzazione.
Le siccità possono essere aggravate dal mutamento climatico e dalla riduzione
dell’umidità nel suolo. La siccità provocata dal mutamento climatico –
fenomeno che prende il nome di siccità meteorologica – è collegata alla
carenza di precipitazioni. Ma anche quando la quantità di pioggia rientra nella
norma, la produzione alimentare può risentirne se la capacità di ritenzione
idrica del suolo è stata erosa.
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India, negozio d'argenti

I trasporti in India |
Nelle zone aride, dove foreste e fattorie
dipendono totalmente dalla capacità del suolo di mantenersi umido, l’unica
soluzione è l’aggiunta di materia organica. La siccità dovuta a scarsa
umidità del suolo si presenta quando manca la materia organica che serve a
trattenere l’acqua nel terreno.
Prima della Rivoluzione verde la conservazione
dell’acqua era parte integrante dell’agricoltura indigena. Nel Deccan, in
India meridionale, il sorgo veniva associato a leguminose e semi oleosi per
ridurre l’evaporazione. La Rivoluzione verde ha scalzato l’agricoltura
indigena a favore di monocolture in cui le varietà nane hanno sostituito quelle
alte, i fertilizzanti chimici quelli organici e l’irrigazione artificiale le
colture da pioggia. Il risultato è che i suoli si sono impoveriti di materiale
organico indispensabile e le siccità provocate da scarsa umidità del terreno
sono diventate un fenomeno ricorrente.
Nelle regioni esposte alla siccità, un sistema agricolo ecologicamente solido
è l’unica via per una produzione alimentare sostenibile. Tre acri di sorgo
utilizzano la stessa quantità d’acqua di un solo acro di risaia. Tanto il
riso quanto il sorgo rendono 4500 chilogrammi di cereale. Con la stessa quantità
di acqua, il sorgo fornisce una dose di proteine 4,5 volte superiore, quattro
volte più minerali, 7,5 volte più calcio e 5,6 volte più ferro, e può
fornire una quantità di alimento 3 volte maggiore del riso. Se lo sviluppo
agricolo avesse tenuto conto della conservazione dell’acqua, il miglio non
sarebbe stato definito un prodotto agricolo marginale o inferiore. |
L’avvento della Rivoluzione verde ha spinto l’agricoltura del Terzo mondo
verso la produzione di frumento e riso. Le nuove colture richiedevano più acqua
del miglio e consumavano 3 volte più acqua delle varietà indigene di frumento
e riso. L’introduzione di queste coltivazioni ha avuto anche forti costi
sociali ed ecologici. Il drastico aumento della quantità d’acqua utilizzata
ha determinato l’instabilità degli equilibri idrici regionali. I massicci
progetti di irrigazione e l’agricoltura a uso intensivo d’acqua, scaricando
sull’ecosistema una quantità d’acqua superiore a quella sopportabile dal
suo sistema naturale di deflusso, hanno portato a ristagni, salinizzazione e
desertificazione. I ristagni si verificano quando la profondità della
superficie freatica si riduce di una misura compresa tra 1,5 e 2,1 metri. Se in
un bacino si aggiunge acqua più in fretta di quanto questo possa drenarne, la
falda sale. Circa il 25% delle terre irrigate degli Stati Uniti soffre di
salinizzazione e ristagni. In India, 10 milioni di ettari di terra irrigata con
i canali è intrisa d’acqua e altri 25 milioni di ettari sono a rischio di
salinizzazione.
dal testo
"Le guerre dell'acqua", Vandana Shiva, pag.114

Le donne del Kerala contro la Coca
Cola.
L'acqua è un bene pubblico
Espulsa dal governo indiano nel 1977, la Coca Cola ha
rimesso piede nel paese il 23 ottobre 1993, quando vi si insediava l'altra
multinazionale americana, la Pepsi-Cola. Attualmente le due imprese possiedono
novanta stabilimenti «d'imbottigliamento», che in realtà sono «di
pompaggio»: 52 appartengono alla Coca Cola e 38 alla Pepsi-Cola. Ognuno di essi
estrae da 1 a 1,5 milioni di litri d'acqua al giorno.
Questo genere di bevande gassose presenta rischi certi, derivanti dallo stesso
processo di fabbricazione. Prima di tutto gli stabilimenti d'imbottigliamento,
pompando dalle falde, tolgono ai poveri il diritto fondamentale a procurarsi
acqua potabile. Inoltre, generano rifiuti tossici che minacciano l'ambiente e la
salute pubblica. Infine, producono bevande notoriamente pericolose per la salute
- il parlamento indiano ha costituito una commissione parlamentare mista
incaricata d'indagare sulla presenza di residui di pesticidi.
Per più di un anno, nel distretto di Palaghat,
nel Kerala,
alcune donne delle tribù di Plachimada hanno organizzato sit in di protesta
contro il prosciugamento delle falde freatiche provocato dalla Coca Cola. «Gli
abitanti - scrive Virender Kumar, giornalista del quotidiano Mathrubhumi -
si
caricano sulla testa grandi quantità di acqua potabile, da andare a cercare
sempre più lontano, mentre camion pieni di bevande gassose escono dallo
stabilimento della Coca (1)». Per fare un litro di Coca Cola sono necessari
nove litri di acqua potabile.
Le donne adivasi (2) di Plachimada hanno iniziato ad
organizzarsi poco dopo l'apertura dello stabilimento della Coca Cola la cui
produzione doveva raggiungere, nel marzo 2000, 1.224.000 bottiglie di Coca Cola,
Fanta, Sprite, Limca, Thums up, Kinley Soda e Maaza. Il panchayat locale (3)
aveva concesso alla multinazionale, sotto condizione, l'autorizzazione ad
attingere acqua con l'aiuto di pompe a motore.
Ma la multinazionale, del tutto illegalmente, dopo aver scavato più di sei
pozzi attrezzandoli con pompe elettriche ultra potenti, ha iniziato a pompare
milioni di litri di acqua pura. Il livello delle falde è drasticamente sceso,
passando da 45 a 150 metri di profondità.
Non contenta di rubare acqua alla collettività, la Coca Cola ha inquinato il
poco che ne rimaneva convogliando le acque sporche nei pozzi a secco scavati
nello stabilimento per sotterrare i rifiuti solidi.
Prima, l'impresa depositava i rifiuti in superficie, cosicché nella stagione
delle piogge questi ultimi, disperdendosi fra risaie, canali e pozzi,
costituivano una gravissima minaccia per la salute pubblica.
Oggi non è più così. Ma la contaminazione delle sorgenti di acqua resta un
dato di fatto.
Con le sue procedure, la Coca Cola ha provocato il
prosciugamento di 260 pozzi, la cui trivellazione era stata eseguita dalle
autorità per sopperire al bisogno di acqua potabile e all'irrigazione agricola.
In questa regione del Kerala, definita «il granaio di riso» proprio perché si
tratta di un ecosistema ricco e molto ben fornito di acqua, le rese agricole
sono diminuite del 10%. Il colmo è che la Coca Cola ridistribuisce agli
abitanti dei villaggi, sotto forma di concime, i rifiuti tossici prodotti dal
suo stabilimento. I test effettuati hanno infatti dimostrato che questi concimi
hanno un'alta percentuale di cadmio e piombo, due sostanze cancerogene.
Rappresentati delle tribù e dei contadini hanno denunciato
non solo la contaminazione delle riserve acquifere e delle sorgenti, ma anche le
trivellazioni senza criterio che compromettono gravemente i raccolti; hanno
richiesto, in particolare, la protezione delle tradizionali sorgenti di acqua
potabile, degli stagni e dei vivai di pesci, la manutenzione delle vie
navigabili e dei canali, il razionamento dell'acqua potabile.
Invitata a fornire spiegazioni sul suo operato, la Coca Cola ha rifiutato al
panchayat i chiarimenti richiesti. Di conseguenza, quest'ultimo le ha notificato
la soppressione della licenza di sfruttamento delle acque. Per tutta risposta,
la multinazionale ha cercato di comprarne il presidente, Anil Krishnan,
offrendogli 300 milioni di rupie. Inutilmente.
Tuttavia, mentre il panchayat le ritirava il permesso di
sfruttamento, il governo del Kerala, da parte sua, ha continuato a proteggere
l'impresa.
Non a caso le ha concesso circa 2 milioni di rupie (36.000 euro) a titolo di
sovvenzione alla politica industriale regionale. La Pepsi e la Coca Cola
ricevono aiuti simili in tutti gli stati in cui sono presenti. E questo per
bibite il cui valore nutrizionale è nullo rispetto a quello delle bevande
indiane tradizionali (nimbu pani, lassi, panna, sattu...) L'industria delle
bibite gassose utilizza sempre più lo sciroppo di mais ad alto tenore di
fruttosio. Non solo questo edulcorante è nefasto per la salute ma lo stesso
mais viene coltivato per produrre industrialmente alimenti per il bestiame. Una
grande quantità di mais viene quindi sottratta al consumo alimentare, privando
alla fine i poveri di un prodotto di base essenziale e a buon mercato. Per di più, la sostituzione di dolcificanti estratti dalla
canna da zucchero, come il gur e il khandsari, danneggia i contadini ai quali
questi prodotti garantivano redditi e mezzi di sussistenza.
| In sintesi, la Coca Cola e la Pepsi-Cola provocano, sulla catena alimentare e
sull'economia, un impatto pesante che non si limita al contenuto delle
bottiglie.
Nel 2003, le autorità sanitarie del distretto hanno
informato gli abitanti di Plachimada che l'acqua, ormai inquinata, non poteva
essere usata per scopi alimentari. Le donne erano state le prime a denunciare
questa «pirateria idrica» nel corso di un dharna (sit in) di fronte ai
cancelli della multinazionale. Nato per iniziativa delle donne adivasi, il movimento ha
attivato, non solo a livello nazionale, ma mondiale, un crescendo di solidarietà.
Incalzato dall'espandersi del movimento e dalla siccità che ha ulteriormente
aggravato la crisi idrica, finalmente, il 17 febbraio 2004, il capo del governo
del Kerala ha ordinato la chiusura dello stabilimento della Coca Cola. Le
alleanze arcobaleno, nate inizialmente tra le donne della regione, hanno finito
con il coinvolgere tutto il panchayat. Non solo, quello di Perumatty (nel Kerala), ha presentato, in nome del pubblico
interesse, un'istanza contro la multinazionale presso il tribunale supremo del
Kerala.
Il 16 dicembre 2003, il giudice Balakrishnana Nair ha ordinato alla Coca Cola di
smettere di pompare illegalmente dalla falda di Plachimada.
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India, Jesalmer. Le donne vanno ogni sera al pozzo,
unica fonte d'acqua nel giro di chilometri.

India, Jasalmer. L'attesa al pozzo è molto lunga e le
donne. stanchissime, tornano a casa che è buio. |
Le motivazioni della sentenza valgono quanto il verdetto stesso.
Il magistrato ha infatti voluto precisare: «La dottrina della pubblica
sicurezza si basa innanzi tutto sul principio per cui alcune risorse come
l'aria, l'acqua del mare, le foreste abbiano, per l'insieme della popolazione,
un'importanza così grande che sarebbe totalmente ingiustificato farne oggetto
di proprietà privata. Le suddette risorse sono un dono della natura e
dovrebbero essere messe a disposizione di tutti in modo gratuito,
indipendentemente dalla posizione sociale.
Poiché tale dottrina impone al governo di proteggere
queste risorse, in modo che l'insieme della collettività possa usufruirne,
nessuno può autorizzarne l'utilizzo da parte di privati o a fini commerciali
[...]. Tutti i cittadini senza eccezione sono i beneficiari delle coste, dei
corsi d'acqua, dell'aria, delle foreste, delle terre fragili da un punto di
vista ecologico. In quanto amministratore, lo stato, per legge, ha il dovere di
proteggere le risorse naturale [le quali] non possono essere trasferite alla
proprietà privata».
In sintesi: l'acqua è un bene pubblico. Lo stato e le sue
diverse amministrazioni hanno il dovere di proteggere le falde freatiche da uno
sfruttamento eccessivo, e la loro inazione in materia è una violazione al
diritto alla vita garantito dall'articolo 21 della Costituzione indiana. La
Corte suprema ha sempre affermato che il diritto di usufruire di un'acqua e di
un'aria non inquinate fa parte integrante del diritto alla vita stabilito dal
suddetto articolo. In altre parole, anche in assenza di una legge che regoli specificamente
l'utilizzazione delle falde freatiche, il panchayat e lo stato sono tenuti ad
opporsi allo sfruttamento intensivo di queste riserve sotterranee.
E il diritto di proprietà della Coca Cola non si estende alle falde situate
sotto le terre che le appartengono. Nessuno ha il diritto di appropriarsi della
maggior parte dell'acqua, e il governo non ha alcun potere di autorizzare un
terzo privato ad estrarne tali quantità. Da qui i due ordini emessi dal tribunale: entro un mese la Coca Cola dovrà
progressivamente smettere di pompare acqua per suo uso; passato questo termine,
il panchayat e lo stato garantiranno l'applicazione della sentenza.
La rivolta delle donne, che sono il cuore e l'anima del
movimento, è stata ripresa da giuristi, parlamentari, scienziati e scrittori...
Il movimento si è esteso ad altre regioni, dove la Coca e la Pepsi pompano le
riserve acquifere a danno degli abitanti. A Jaipur, la capitale del Rajahstan,
dopo l'apertura, nel 1999, dello stabilimento della Coca Cola, il livello delle
falde è passato da dodici metri di profondità a trentasette metri e cinquanta.
A Mehdiganj, una località a venti chilometri dalla città santa di Varanasi (Bénarès),
è sceso di dodici metri e i campi coltivati attorno allo stabilimento sono
ormai inquinati. A Singhchancher, un villaggio del distretto di Ballia (nell'est
dell'Utar Pradesh), lo stabilimento della Coca Cola ha inquinato definitivamente
acque e terre. Ovunque la protesta si organizza.
Ma va sottolineato che, nella maggior parte dei casi, le
autorità pubbliche reagiscono con violenza alle manifestazioni. A Jaipur, per
esempio, il militante pacifista Siddharaj Dodda è stato arrestato nell'ottobre
2004 per aver partecipato ad una marcia che chiedeva la chiusura dello
stabilimento.
Al prosciugamento
dei pozzi si aggiungono i rischi di contaminazione da pesticidi. Il tribunale
supremo del Rajahstan ha proibito la vendita delle bibite prodotte da Coca e
Pepsi, perché queste ultime si sono rifiutate di fornire la lista dettagliata
dei componenti, quando alcune analisi hanno dimostrato la presenza di pesticidi
pericolosi per la salute (4). Le due multinazionali hanno presentato ricorso
alla Corte suprema dell'India, ma questa ha rifiutato l'appello e ha convalidato
la richiesta del tribunale del Rajahstan, ordinando la pubblicazione della
composizione precisa dei prodotti fabbricati dalla Pepsi e dalla Coca. A
tutt'oggi, queste bevande sono proibite nella regione.
Uno studio, condotto nel 1999 da
All India Coordinated
Research Project on Pesticide Residue (Aicrp), ha dimostrato che il 60% dei
prodotti alimentari venduti sul mercato è contaminato da pesticidi e che il 14%
ne contiene dosi superiori alla quantità massima autorizzata. Una tale constatazione rimette in discussione il mito secondo cui le
multinazionali privilegerebbero la sicurezza e l'affidabilità, il che le
renderebbe degne di una fiducia rifiutata al settore pubblico e alle autorità
locali! Questo pregiudizio elitario contro l'amministrazione pubblica di beni e
servizi ha contribuito a fare accettare la privatizzazione dell'acqua. In India,
come altrove nel mondo, il ricorso ai privati impedisce di fornire acqua di
qualità a un prezzo abbordabile.
Il 20 gennaio 2005, in tutta l'India, attorno agli
stabilimento della Coca Cola e della Pepsi-Cola, sono state organizzate delle
catene umane. Tribunali popolari hanno notificato agli «idro-pirati» l'ordine
di lasciare il paese. Il caso di Plachimada dimostra che il potere del popolo può
avere la meglio su quello delle imprese private. I movimenti per la difesa delle
acque, peraltro, si spingono ben oltre.
Vogliono parlare anche delle
dighe, e del grande progetto
di collegamento fluviale i cui piani, che prevedono la deviazione del corso di
tutti i fiumi della penisola indiana, suscitano un'opposizione crescente (5).
Denunciano le privatizzazioni incentivate dalla Banca mondiale e la
privatizzazione della fornitura di acqua a Delhi (6). Bisogna infatti
sottolineare che il saccheggio non potrebbe aver luogo senza l'aiuto di stati
centralizzatori e corporativi.
La battaglia contro il furto dell'acqua non riguarda solo
l'India. L'eccessivo sfruttamento delle falde freatiche, i grandi progetti di deviazione
dei corsi d'acqua pregiudicano la conservazione della Terra nel suo complesso.
Per avere un'idea della posta in gioco, bisogna sapere che se ogni punto del
pianeta ricevesse la stessa quantità di precipitazioni, con la stessa frequenza
e secondo lo stesso schema, ovunque troveremmo le stesse piante e le stesse
specie animali. Il pianeta è fatto di diversità. Il ciclo idrologico dei
pianeti è una democrazia dell'acqua - un sistema di distribuzione al servizio
di tutte le specie viventi. Dove non c'è democrazia dell'acqua, non ci può
essere vita democratica.
Note: