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LA GLOBALIZZAZIONE E’
INSOSTENIBILE
Melania Cavelli
La nuova retorica del
mercato liberalizzato ha dipinto il processo di globalizzazione dei mercati come
la panacea che risolverà ogni problema. Il processo di globalizzazione in atto
viene in genere descritto come l’unico possibile, e per alcuni la
globalizzazione e più in particolare i processi di mondializzazione del
liberismo economico, il cosiddetto Nuovo "ordine" mondiale, costituiscono un
paradigma indiscutibile. In particolare viene sottolineata la stretta relazione
fra rivoluzione informatica, la nuova struttura sociale emergente, "la società
dei network" e la ristrutturazione mondiale del capitalismo, che ha come
controaltare l’emergenza di nuove forme di localismo come forma di
resistenza alla globalizzazione (il localismo a volte assume la forma estrema di
fondamentalismo religioso).
Ciò che unifica e
caratterizza le funzioni dominanti e tutti questi processi in atto, è
l’essere
organizzati intorno a networks (reti) che costituiscono la nuova
morfologia sociale della società dell’informazione. La logica dei network
modifica in maniera sostanziale le modalità e i risultati dei processi di
produzione, la nostra esperienza, le strutture di potere e la stessa cultura. Anche se la forma di
organizzazione sociale a rete è già esistita in altri tempi, la sua espansione
senza precedenti (che pervade l’intera struttura sociale) é legata alle nuove
tecnologie dell’informazione, le quali forniscono le basi materiali a tutto il
processo. È comunque importante sottolineare che la rivoluzione delle tecnologie
dell’informazione non ha creato la società dei network, ma che senza le
tecnologie dell’informazione la società dei network non potrebbe esistere.
L’inclusione/esclusione
da un network e l’architettura delle relazioni fra network, resa possibile in
tempo reale dalle nuove tecnologie dell’informazione, configura i processi
dominanti e le funzioni sociali. I network sono strutture aperte, che possono
espandersi senza limiti, integrando nuovi nodi. Una struttura sociale basata su
network è altamente dinamica, è un sistema aperto capace di innovazione. Tale
struttura porta quindi a modificazioni profonde del mondo del lavoro, della
politica, della cultura, della vita quotidiana. In particolare:
- per quanto riguarda
il lavoro tale struttura è alla radice di un’organizzazione basata sulla
flessibilità di imprese e lavoratori tanto che si assiste ad una trasformazione
delle relazioni di potere fra capitale e lavoro, in favore del capitale;
- per quanto riguarda la cultura, essa è attualmente organizzata intorno
ai network elettronici dei media. Ciò sta cambiando il nostro orizzonte
simbolico, tanto che si può parlare di una cultura della "realtà virtuale",
poiché l’ipertesto flessibile, diversificato, invasivo nel quale ci immergiamo
quotidianamente è diventato la nostra realtà. Ma ciò che è più importante è che
la cultura nella società dell’informazione, sta mutando il classico rapporto
natura/cultura. Da un rapporto di dominio della cultura sulla natura, si è
passati a relazioni in cui la natura viene oggi artificialmente rivitalizzata (e
preservata) e si trasforma in una forma culturale ideale;
- per quanto riguarda la politica la nuova struttura sociale dei network
porta a modificazioni istantanee di nuovi valori e di umori del pubblico e
sempre più la politica viene messa in scena attraverso i media;
- per quanto riguarda la vita sociale la struttura dei network porta alla
dominazione dello spazio (attraverso lo space of flow) e
all’annientamento del tempo (attraverso il timeless time). In
altre parole il tempo reale dei network informatici (che comprime gli anni in
secondi e i secondi in frazioni di secondo - attimi - eliminando e comprimendo
le sequenze di tempo), si scontra con il tempo biologico e quello scandito
dall’orologio della vita di ogni giorno. Esempi concreti di processi costruiti
intorno al timeless time (tempo senza temporalità) della società dei
network sono le frazioni di secondo con cui avvengono le transazioni finanziarie
del mercato globale o le "guerre instantanee" basate su azioni chirurgiche, come
il conflitto nei Balcani di recente memoria.(1) Per quanto riguarda lo spazio,
il suo significato cambia così come è cambiato quello del tempo; e le funzioni
dominanti tendono ad essere articolate intorno allo "spazio dei flussi", che è
alla radice delle città globali.
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È evidente che la nuova
morfologia dei network sta portando ad una riorganizzazione delle relazioni di
potere che non ha precedenti. Gli interessi dominanti hanno il potere di
escludere parte della popolazione, "chiudendo l’interruttore" delle connessioni
alle reti dominante; tali popolazioni passano così da una situazione di
sfruttamento ad una di irrilevanza strutturale. Il "Quarto mondo degli esclusi"
emerge non solo in Africa, America latina, ecc., ma anche in seno alle stesse
nazioni affluenti. Ed esso è popolato in prevalenza da donne e bambini.
Ma quel che è
importante sottolineare è che i network sono gli strumenti più appropriati
dell’economia capitalistica basata sull’innovazione e sulla concentrazione
decentralizzata, tanto che la nuova economia è organizzata intorno a network
globali di capitali (e informazioni), e l’accesso a questo know-how
tecnologico è alla radice della produttività e della competitività. Anzi, grazie
alle tecnologie dell’informazione e dei network i flussi di capitali e i modi
capitalistici di produzione stanno modificando le relazioni sociali sull’intero
pianeta.
E questo tipo di capitalismo è profondamente differente da quello
precedente (industriale), poichè esso si basa sul capitale finanziario, sulle
imprese "high-tech", sull’innovazione, sulla comunicazione dei media, sui
servizi finanziari avanzati; e le attività dominanti possono essere
interconnesse e lavorare come unitá in tempo reale alla scala planetaria. Per
questo motivo è corretto definire questo tipo di organizzazione economica come
economia globale e non economia mondiale, per meglio differenziarla
dall’economia mondiale che in fondo è esistita in Occidente già dal 1500.
La società dei network
rappresenta quindi un mutamento qualitativamente rilevante nell’esperienza
umana. Secondo Manuel Castells (1996) ci troveremmo addirittura agli albori di
una nuova esistenza e di una nuova era, contrassegnata dall’autonomia della
cultura "vis-à-vis" le basi materiali della nostra esistenza (la realtà del
lavoro quotidiano). Questo non è però un momento di per sé esilarante. Anzi
l’ordine sociale della società dei network, sempre più appare a tanti come un
grande disordine sociale a carattere globale. |

Aurora boreale

Arcobaleno |
Gli scenari che
emergono non sono del tutto rosei e molte sono le contraddizioni insanabili
insite nei fenomeni in atto. La contraddizione più eclatante è che i processi in
atto di globalizzazione illimitata delle economie non sono sostenibili dal punto
di vista sociale, ambientale ed economico. La presa di coscienza collettiva
della insostenibilità socio-ecologica dei meccanismi in atto di globalizzazione
è particolarmente importante poiché essa può minare dalle fondamenta il
gigantesco edificio del Nuovo ordine globale. Illustrerò nelle pagine che
seguono le mie tesi che si basano su quattro postulati di insostenibilità:
1. La
globalizzazione ha un impatto "insostenibile"sull'uso delle risorse
L'eliminazione di ogni
difesa (e barriera) locale legata ai processi di globalizzazione e "deregolazione"
delle economie, ormai in atto a scala mondiale, incide sui meccanismi con cui le
corporazioni internazionali hanno accesso alle risorse del pianeta. Grazie a
questi meccanismi che vanno sempre più consolidandosi è in sensibile aumento lo
spostamento delle risorse e materie prime dal cosiddetto Terzo mondo al Primo (i
paesi ricchi). Se non si prenderanno delle misure appropriate, questo scambio
epocale, di "natura" in cambio di valuta pregiata, può raggiungere dimensioni
insostenibili per le popolazioni interessate. Già oggi il bisogno pressante di
moneta pregiata delle nazioni più povere, le cui economie sono gravemente
segnate dal debito, sta portando tali paesi a sottrarre alla popolazione
affamata le terre più fertili. In altre parole per pagare i debiti (che hanno
ormai raggiunto punte spaventose) è meglio mettere le terre a coltura per
l'esportazione (2). Ciò sta portando a una destabilizzazione della vita di tanti
paesi (si pensi al Messico e alle recenti rivolte della popolazione indigena del Chapas). In conclusione le attuali forze del mercato internazionale, qualora
dovessero accrescere il loro attuale potere, non creerebbero certo le premesse
per un'equa distribuzione delle risorse. Tale iniqua distribuzione delle risorse
già da tempo ha creato flussi continui di risorse e materie prime provenienti
anche da molto lontano verso le metropoli ricche. Un incremento di tali flussi
comporta una moltiplicazione dei trasporti il cui costo (sotto forma di maggiore
emissioni di CO2 e di altri inquinanti legati alla combustione dei combustibili
per l'autotrazione), finirebbe col gravare sull'intero pianeta.
Inoltre, grazie ai
processi evanescenti e artificiali della attuale politica monetaria (legati alla
cosiddetta "economia di carta"), è molto probabile un incremento
dell'importazione anche di quei beni che è possibile produrre localmente, poiché
la politica dei cambi e il basso costo dei trasporti (che non riflette i costi
reali e ambientali) rende il bene importato meno costoso di quello prodotto sul
posto. La conseguenza di tutto ciò è il fallimento di tanti produttori locali,
il tutto in nome di un libero mercato decisamente falsato. Il risultato generale
di tali processi di globalizzazione sarebbe una maggiore interdipendenza delle
economie, una pesante ipoteca sulla loro auto-sufficienza sia materiale (in
materia di produzione energetica, di cibo, ecc.) che spirituale, poiché si
avrebbe uno spostamento e una centralizzazione dei poli decisionali verso
burocrazie distanti. Tali burocrazie, sempre più difficilmente controllabili dal
basso, potrebbero rivelarsi inefficienti, irresponsabili e addirittura corrotte
(come è successo, da quel che si sa, nell'ex Unione Sovietica). In altre parole
verrebbero ad essere premiate forme gestionali che ove applicate si sono
rivelate dispendiose spesso legate alle grandi corporazioni internazionali a
discapito dei poteri locali, che in molti casi hanno costituito il fiore
all'occhiello delle democrazie avanzate.
2.
La globalizzazione ha un
impatto "insostenibile" sull'ambiente
L'aumento dei costi
ambientali legati all'incremento degli spostamenti di merci e di persone è uno
degli effetti più evidenti della globalizzazione delle economie. A scala più
piccola, tale processo è già in atto in Europa dopo la sua unificazione, anche
se una globalizzazione a scala planetaria prevede siano percorse distanze ben
lunghe. La distribuzione, l'imballaggio e il trasporto dei prodotti, su strada
(con camion), e per via aerea, avviene ormai a distanze sempre maggiori e con un
uso maggiore di combustibili. Ciò è alla radice di un aumento delle emissioni di
gas serra a scala planetaria. Tali spostamenti, a distanze enormi, di merci e
persone, sono resi possibili dai sussidi (statali) destinati al settore
trasporti. Se i costi dei trasporti riflettessero in pieno i costi economici e
ambientali, il volume degli scambi e degli spostamenti a scala mondiale
diminuirebbe considerevolmente, rendendo la globalizzazione economica nei fatti
irrealizzabile (3). A causa della necessità di trasportare le merci su lunghe
distanze, lievita anche la quantità utilizzata di imballaggi, resi necessari dai
trasporti a lunga distanza, e di conseguenza lievita anche la domanda di alberi
e altre risorse necessarie per produrli (plastiche, polistiroli, ecc.) e la
quantità dei rifiuti (ex imballaggi). Anche l'aumento dei consumi o meglio l'iperconsumismo
- che verrebbe promosso alacremente dalle multinazionali che hanno bisogno di
una crescita della domanda (prevedibilmente con successo, visto che i loro
aumentati guadagni permetterebbero di non badare a spese in campagne
pubblicitarie - contribuisce a moltiplicare i rifiuti.
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Canion

Cascata |
Gli effetti ambientali
della globalizzazione delle economie investono l’ambiente e le attività
economiche. Ciò accade poichè la globalizzazione economica aumenta la domanda di
risorse necessarie per produrre più beni ed è alla radice di un sistema di
scambi per i quali risulta più conveniente spostare le industrie più inquinanti
nei luoghi ove le legislazioni ambientali sono più permissive (tale processo
prende il nome di eco-dumping).
Tale enorme ingranaggio
economico inghiotte sempre più foreste per soddisfare la sempre più pressante
domanda di cellulosa (per gli imballaggi), porta al sacrificio di
diversità biologica poiché habitat anche rari vengono trasformati in colture
agricole e minerarie, per soddisfare le necessità impellenti della
globalizzazione e ha effetti devastanti sulla stabilità del clima mondiale, così
come già dimostrano i recenti trends che registrano un aumento globale delle
emissioni di gas climatelari (4). In generale si registra un aumento
dell’inquinamento globale con maggior uso di sostanze tossiche e di emissioni
(5), oltre ad un incremento degli effetti negativi sulle attività economiche
(attività minerarie, agricole, pesca e acquacoltura,ecc.)(6). Dal punto di vista
locale risulta gravemente compromessa la capacità di governo del proprio
territorio.
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I casi più
emblematici sono quelli in cui le autorità locali (città, ma anche
nazioni), a causa delle difficili condizioni economiche, trasformano il
proprio ambiente in merce di scambio. Per qualche occupato in più, si è
disposti a scambiare anche l'aria respirabile. E nazioni come il Giappone utilizzano
ampiamente tale contingenza e hanno già trasferito le loro produzioni più
inquinanti in altri paesi (vedi Barnet R.J. e Cavanagh J., 1994). Con l'aumento
della disoccupazione e della sotto-occupazione tali provvedimenti, dettati dalla
disperazione, possano diventando un fenomeno sempre più frequente e il "dumping
ambientale" sta diventando la norma. I costi di tali politiche per il pianeta
sono ancora tutti da calcolare.
3.
La globalizzazione ha un
impatto "insostenibile" sulla società
Dal punto di vista
della sostenibilità sociale gli impatti più rilevanti si hanno a livello
politico, sulle istituzioni democratiche oltre che sulla qualità della vita in
generale. Per quanto riguarda la democrazia, il paradosso di questi
ultimi anni è che a una globalizzazione delle attività economiche corrisponde
una "deglobalizzazione" di fatto del mondo politico (un esempio è la stessa
incapacità di intervento efficace della comunità politica internazionale nel
conflitto dei Balcani). Ad un accelerato processo di integrazione economica
corrisponde un processo, altrettanto accelerato, di disintegrazione politica. La
relazione fra i due processi ha degli aspetti perversi poiché le istituzioni
economiche globali e la finanza internazionale influenzano sempre più i
meccanismi di governo e in un certo senso "delimitano" le strategie politiche
nazionali e locali in campo ambientale, sociale, e dell'impiego (Dahrendorf R.,
1995).
Ma i nuovi attori
internazionali operano a scala globale, ma con interessi decisamente
particolaristici. E un pugno di multinazionali (per la maggioranza americane o
occidentali) sono ormai diventate determinanti per l'economia di tutto il
pianeta e per la vita di milioni di persone. Nei fatti l'impatto delle politiche
di queste multinazionali giganti va oltre la competenza (e la consapevolezza)
delle singole compagnie troppo occupate nel loro "business as usual".
Purtroppo le politiche di tante multinazionali hanno conseguenze ecologiche,
sociali e sul territorio spesso devastanti e a lungo termine.
Ci troviamo quindi a
fronteggiare una crisi di "autorità" senza precedenti nell'era moderna. Tale
crisi di autorità comporta nel contempo una crisi di democrazia. L'impotenza a
formulare un grande disegno, l'appiattimento delle idee nel pragmatismo del
giorno per giorno, la crisi delle ideologie e degli ideali (con il
riconoscimento di fatto del primato dell'economia - e del denaro - sugli altri
valori), indebolisce il ruolo del libero scambio democratico. La globalizzazione
dall'alto fa sì che le amministrazioni locali (città) diventino parte di una
macchina economica gigante, che lavora a scala internazionale. I meccanismi di
specializzazione produttiva, su cui si reggerebbe questo potente
ingranaggio, enfatizzerebbero il processo aumentando nel contempo la dipendenza
(anche politica) da meccanismi economici incontrollabili dal basso (ad esempio
dalle città).
Tale supposta
specializzazione delle economie locali e nazionali (tanto cara a che fa
riferimento alle teorie economiche di Ricardo) su produzioni e prodotti che
possono essere realizzati a minor prezzo nelle regioni ecologicamente e
socialmente più adatte per produrli - e quindi con vantaggio per tutta la
comunità internazionale - non regge di fronte ai meccanismi e ai ritmi
rapidissimi della svalutazione e della rivalutazione delle monete (7).
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Campagna

Alberi |
La
fluttuazione monetaria (che influisce ovviamente sul costo finale del prodotto e
quindi sul "vantaggio comparato" nel produrlo) avviene ormai a velocità tali da
invalidare, per pure ragioni monetarie (di cambio della valuta) il "vantaggio
comparato" nella produzione di un bene in una data nazione. E spesso si sfiora
l'assurdo: ad esempio industrie che nel 1981 si sarebbero dovute concentrare
negli USA, nel 1985, se avessero seguito alla lettera le teorie di Ricardo e di
tanti solerti economisti dei giorni nostri, avrebbero dovuto essere abbandonate
da tale paese (8).
Al momento quindi non c'è spazio per una reale
specializzazione della produzione, a meno di creare situazioni paradossali di
continuo movimento non solo di capitali ma anche di industrie da una nazione
all'altra, con costi sociali ovviamente gravissimi.
Inoltre
la creazione di
un mercato unico mondiale enfatizza molto anche la competizione, non solo fra
nazioni, ma anche fra regioni e città. Aumenta nei fatti la necessità, per città
e regioni, di attrarre investimenti e capitali internazionali nel proprio
territorio, in un regime di concorrenza spietata e non sempre leale. |
E ciò potrebbe
portare a divisioni tali (fra amministrazioni locali, regioni, ecc.) da
dilaniare e frammentare ancor più il tessuto democratico. La "crisi di
democrazia" che riguarda sempre più le economie globalizzate costituisce un
punto molto critico, poiché i suoi effetti non sono solo sociali, ma anche
ambientali: infatti l’esperienza mostra che la "protezione ambientale richiede
la democrazia" e un ruolo attivo (di stimolo e controllo) dei cittadini. (9)
4. La
globalizzazione ha un impatto "insostenibile" sulla qualità della vita
Per quanto riguarda la
qualità della vita le conseguenze più immediate sono dovute allo
sgretolarsi del tessuto sociale con un aumento generalizzato dell'insicurezza
sociale, della violenza e dei crimini, l'atomizzazione e l'alienazione degli
individui, che perdono le vecchie solidarietà anche a causa di uno spirito di
competizione e di successo innalzati a valori sociali nel "villaggio globale"
delle multinazionali. Inoltre l'accelerazione sta conquistando progressivamente
tutti i settori della vita, poichè i fenomeni di globalizzazione viaggiano oggi
su canali sempre più veloci. L'accelerazione tecnica, con l'aiuto di fax, TGV,
Chronopost, autostrade dell'informazione, aerei supersonici ecc., pone tutta la
società in corsa, trascinandoci tutti verso un divenire che può creare
feed-back positivi, ma può anche sospingerci verso gravi pericoli.
L'impatto della
congiunzione tra tecnicizzazione, burocratizzazione, anonimazione, astrazione
(eccessiva specializzazione) e mercificazione conduce ad una perdita
generalizzata di concretezza e di responsabilità (e in definitiva di umanità),
mentre l'irruzione dell'accelerazione tecnica nelle nostre vite costituisce una
minaccia concreta alle culture consolidate, alle tante forme di civiltà che
costellano il mondo e alla stessa natura.
(Morin E. e Kern
A.B, 1994, p. 101).
Da una parte ci
troviamo a fronteggiare i processi legati all'accelerazione tecnica e dall'altra
anche quelli di mondializzazione economica: entrambi sono ormai un dato di
fatto. E il libero scambio globale ne costituisce il principio-guida, una sorta
di dogma indiscutibile per la moderna teoria economica. L'alone dogmatico e
assolutista che circonda tali fenomeni porta di conseguenza a considerarne gli
impatti come inevitabili. Anche le terapie, suggerite da alcuni per lenirne gli
effetti più gravi, sono guardate con sospetto, quali attentati al libero scambio
delle merci, al comandamento della competizione internazionale senza freni e ai
suoi corollari, anch'essi "assolutamente necessari" (e quindi indiscutibili),
quali ad esempio la deregolazione delle economie e la privatizzazione. Anche il
processo di integrazione e interdipendenza farebbe parte di questa rosa dei
principi intoccabili, nell'era consacrata al "mondo unico"; ma la globalizzazione economica non sempre li promuove .
La globalizzazione
economica aumenta l'indipendenza, ma nello stesso tempo anche la polarizzazione,
unifica e nello stesso tempo divide, livella e dislivella. La diseguaglianza
ad
esempio cresce a scala mondiale, fra ricchi e poveri (ad esempio le
ineguaglianze di reddito sono in netta crescita), fra "sviluppati" (dove il 20 %
della popolazione consuma l'80 % delle risorse) e "sottosviluppati". E lo stesso
libero scambio è una pura illusione poichè il disordine regna sovrano nel venire
meno delle regole e nelle difficoltà ad elaborarne di nuove. Il disordine regna
imperante ad esempio nel prezzo delle materie prime, nel carattere precario
delle norme monetarie (1. Morin E., e Kern A.B , 1994, p. 61), nella piaga della
mafia che si estende su tutti i continenti e che giá controlla grosse fette di
mercato, nella creazione di nuovi monopoli e oligopoli che di fatto si
sottraggono alle regole della libera concorrenza.
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Nuovi disordini si
nascondono anche dietro a meccanismi in apparenza trasparenti, quali il
bilanciamento degli scambi e la specializzazione delle economie. Per quanto
riguarda il bilanciamento degli scambi il calcolo viene normalmente effettuato
in termini puramente monetari. Gli scambi vengono considerati perfettamente
bilanciati quando si importano e si esportano beni per lo stesso valore (ad
esempio in presenza di un miliardo di beni importati e dello stesso valore di
beni esportati). Ma ciò non tiene conto sia del carattere artificiale e precario
delle norme monetarie (ad esempio intervento delle banche centrali per regolare
il corso dei cambi, ecc.) e sia di ciò che James Goldsmith (1995) fa acutamente
notare, ovvero che in realtà le nazioni occidentali "esportano lavoro e
importano disoccupazione" (Goldsmith J., 1995 p. ). La ragione è semplice:
i beni da noi esportati, per reggere la concorrenza sul mercato mondiale con
quelli prodotti nelle nazioni più povere che risparmiano alla grande sul salario
dei propri lavoratori, devono basarsi su produzioni automatizzate (ad esempio
industrie high-tech) che richiedono l'impiego di poca forza lavoro.
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Ischia, S. Angelo

Ischia, tramonto |
L'inverso avviene
invece per la produzione dei beni che importiamo, confezionati in genere
impiegando moltissime persone impiegati con salari bassissimi. Il bilanciamento
degli scambi sarebbe quindi in equilibrio in termini monetari, ma certamente non
lo è in termini di lavoro.
Un impatto certamente
sgradevole di meccanismi così spietati di concorrenza a scala mondiale, è che le
industrie e gli impianti produttivi che richiedono molta manodopera sono
forzati, per non perire, a spostarsi in nazioni o regioni ove la manodopera
costa meno. Con più di 4 miliardi di persone in pochi anni entrate di fatto
nell'ingranaggio dell'economia mondiale (includendo nazioni quali la Cina,
l'India, il Vietnam, il Bangladesh e le nazioni che facevano parte dell'ex
impero sovietico) è ovvio prevedere per l'Occidente un futuro segnato da una
disoccupazione cronica e in molti casi in netta crescita. Con impatti sulla
società e sulle città difficili da governare.
Non dimentichiamo che
le ristrutturazioni verso un'economia globale, molte già avvenute, hanno non
solo portato molte multinazionali a rilocalizzare le loro industrie e attività
in condizioni per loro più vantaggiose (basso costo della forza lavoro,
politiche meno restrittive dal punto di vista ambientale, ecc.), ma tanti
governi . credendo di risolvere i loro problemi "quando l’economia gira" - si
adattano sempre di più alle domande del mondo degli affari e aprono i loro paesi
alle corporazioni straniere (e alle loro richieste), "deregolando" le economie,
privatizzando e riducendo le spese e le attività governative e la tassazione
alle industrie.
Ma la ricetta che essi
prescrivono ai loro paesi per lasciare che l'economia giri, in realtà è
dettata dalle multinazionali internazionali e dal settore affaristico che pensa
ovviamente al proprio profitto e non particolarmente a quello del paese che
ospita (per lo più momentaneamente) le loro attività. E le medicine da essi
prescritte sono per lo più molto amare per le comunità ospitanti (locali): si
richiede in genere un maggior accesso alle risorse, poche restrizioni e meno
protezioni per le industrie locali, meno tasse (e quindi un minor flusso di
denaro da reinvestire per la comunità), una forza lavoro flessibile e
compiacente, meno barriere agli scambi. E in un sistema economico mondiale
integrato e aperto bisogna essere preparati a veder incanalati i flussi degli
investimenti verso le poche regioni che promettono i maggiori profitti, privando
il resto del mondo di un'equa distribuzione dei benefici. Le città, le regioni e
in scala più grande le stesse nazioni si trovano spinte ad una competizione
forzata poiché il loro destino dipende interamente dalla capacità di attirare
le poche corporazioni multinazionali giganti e i grandi capitali finanziari.
A
trarne vantaggio sarebbe solo il settore degli affari, a discapito delle
comunità locali e delle classi meno abbienti.
Un altro problema è
legato alla specializzazione delle produzioni agricole (che diventerebbe
inevitabile in regime di globalizzazione dei mercati) e che ha impatti non solo
ambientali (legati ad un maggiore uso di energia, di pesticidi e diserbanti)
(10) , ma anche sulle possibilità di impiego in agricoltura. Molto
verosimilmente il modello che verrebbe adottato è quello già in uso
nell'agricoltura americana ove all'utilizzo di prodotti chimici si combina l'uso
intensivo di macchinari riducendo di molto la manodopera agricola che in America
varia dal 3 al 6 % rispetto al 50-80 % degli paesi in via di sviluppo (Kennedy
P., 1995). Se tale modello venisse esteso al Terzo mondo (e ad alcune regioni
ancora essenzialmente agricole europee) c'è da prevedere una migrazione di massa
di milioni di ex agricoltori nelle città che si trasformerebbero in megalopoli
immense, assolutamente ingovernabili non solo dal punto di vista ambientale
(basti pensare alle enormi difficoltà ad organizzare il sistema dei trasporti,
di rifornimento di acqua, di energia ecc.), ma soprattutto sociale con un
estendersi di quei fenomeni di vera e propria guerriglia urbana che si stanno
già manifestando in alcune immense città americane.
5. Strategie di
transizione sostenibili
Da quanto finora detto,
emerge che gli attuali processi di globalizzazione dei mercati stanno portando a
un’accelerazione dei processi di devastazione del mondo naturale (compreso
l’eco-dumping) la distruzione delle comunità e il progressivo smantellamento
della politica ambientale e sociale, l’indebolimento degli stati nazionali (che
fino ad ora sono stati i principali attori delle politiche sostenibili),
l’anonima mercificazione del mondo, forme aggressive di "ipercompetizione"
economica e una predominanza di fenomeni disgreganti che in alcune nazioni
raggiungono punte drammatiche (11). Un ruolo cruciale verrà svolto dalle città,
che diventeranno i luoghi ove si concentrerà la maggior parte della popolazione
mondiale. Purtroppo gli scenari che riguardano le città dell’era della
globalizzazione non sono anch’essi confortanti, anzi essi possono essere
definiti decisamente "ad alto rischio" a causa dei fenomeni che stanno alterando
profondamente la struttura fisica delle città e in particolare a causa dei
processi sempre più serrati di concentrazione urbana, (di "megalopolizzazione"
delle città), di urbanizzazione diffusa, dei processi sempre più profondi di
frammentazione urbanistica, di discontinuità geografica (12) e di
"deterritorializzazione" (13) che rendono gli insediamenti figli della globalizzazione sempre più ingovernabili e invivibili. Tutti questi fenomeni non
possono reggere ai tempi lunghi, che sono quelli della sostenibilità.
Per tutte queste
ragioni ritengo che l’economia globale è destinata a fallire nei tempi lunghi
perché è insostenibile. In altre parole il sistema dovrebbe "implodere"
naturalmente, anche se ciò potrebbe avvenire in tempi troppo lunghi e con costi
ambientali altissimi. Quel che bisogna evitare è che nei tempi brevi tale tipo
di economia produca effetti devastanti a cui potrà essere molto difficile porre
rimedio. Ritengo quindi che sia necessario invertire in tempi rapidi la rotta e
individuare strategie di transizione verso un mondo sostenibile. Per individuare
strategie efficaci di transizione bisogna partire dalle contraddizioni insite
nei processi in atto. Fra le contraddizioni legate al processo di globalizzazione in atto (e su cui si è discusso soprattutto al Vertice mondiale
per lo sviluppo sociale di Copenhagen del 1995) vi è la disgiunzione fra la
crescita economica e lo sviluppo sociale. In particolare nei paesi
industrializzati la crescita economica è accompagnata dall’aumento della
disoccupazione; mentre nei paesi a basso reddito essa è accompagnata
dall’aumento della povertà sia in termini assoluti che relativi. A tali processi
si accompagna la contemporanea pressione verso i bisogni indotti consumistici
che alla lunga non potranno essere soddisfatti a causa dell’impoverimento
progressivo della maggioranza della popolazione (e della contemporanea
concentrazione della ricchezza in mano a pochi. Ritengo che la presa di
coscienza di tale contraddizione possa costituire un elemento di riflessione non
solo per le classi più colpite, ma per il mondo capitalistico e le stesse
multinazionali che prima o poi si troverebbero deprivate "dei loro stessi
mercati" (ovvero di coloro che hanno la capacità finanziaria per soddisfare la
spinta al consumo).
Esistono molte "armi"
anche in mano a chi consuma. E’ possibile non solo puntare su un consumo
selettivo e oculato (di prodotti "fair trade" ecc.), ma i limiti della biosfera
e della antroposfera possono fare da guida ai nostri consumi che saranno
"dematerializzati" (14). Tale sistema di produzione e di consumo dovrebbe
puntare sulla "deglobalizzazione degli scambi". Ciò significa passare da una
civiltà basata sulla distanza, da una economia planetaria ove il tempo e lo
spazio non contano più, a economie basate sulla prossimità, sulle risorse
regionali e sulle tecnologie del futuro che sempre più si prestano ad un uso
ottimale su scala decentrata. Si pensi ad esempio all’energia solare e alle biomasse (queste ultime essendo pesanti, non sono adatte a essere trasportate
sulle lunghe distanze). Tali nuove tecnologie, unite a quelle che si basano su
una maggiore ecoefficienza e un minor consumo di materiali per unità di
prodotto, aprono nuove prospettive ecologiche e per l’abitabilità del
territorio. Bisogna inoltre sottolineare che le strategie alternative di
resistenza attiva devono puntare a ridurre l’entropia sociale. Tenendo ben
presente che per ridurre l’entropia sociale occorre la cooperazione, occorre
puntare su un sistema di produzione e di consumo più conservativo, più lento e
quindi a minor disordine ambientale.
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Tramonto

Soffioni |
Inoltre la
sostenibilità richiede a mio parere la rinascita del locale (15)
anche se non si può raggiungere la sostenibilità urbana (locale) senza una
dimensione strategica globale (ad esempio le strategie contro l’effetto
serra vanno realizzate localmente anche se gli effetti si avvertono solo a scala
globale o non ha senso cercare di raggiungere una sostenibilità – fittizia - a
livello locale se essa è alle spese - occupandone "lo spazio ambientale"- di
altre nazioni). In altre parole se da una parte è necessario riconoscere la
scala globale dei fenomeni locali, dall’altra è necessario "ricondurre a casa"
il globale. Ciò significa che le risposte alla globalizzazione devono essere
ritrovate a diversi livelli. Solo nell’incontro a mezza strada fra politiche
"top-down" e "bottom-up", si può sperare in un radicale
cambiamento di ruolo dei governi locali e dei municipi. Tale incontro è
particolarmente proficuo perché porta al consolidarsi di forme intermedie di
democrazia. In altre parole le realtà locali possono essere sostenibili
cooperando insieme. Ciò aumenta la speranza di ricomposizione del tessuto
sociale attraverso il reinserimento dell’economia nel sociale e un riradicamento
locale.
Per non instaurare
relazioni perdenti con il globale, è necessario promuovere una
globalizzazione dal basso costruendo reti di solidarietà che si interfaccino
con le reti globali. (Brecher J. e Costello T.,
Contro il capitale globale,
Feltrinelli 1996).
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Inoltre una "globalizzazione dal basso", che rispetti le culture e le
economie locali preservando gli scambi tecnico-culturali, potrebbe portare a
forme di innovazione migliori, poiché verrebbe tutelata la diversità
socio-culturale, e avrebbe come luogo di incontro città che conserverebbero la
scala umana.
Ciò porterà a mio parere alla creazione di una società civile
urbana capace di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, capace
di mobilitazioni e nuove alleanze tra i leader urbani, nuove forme di
organizzazione sociale e economica (i colpiti dal sistema), i sindacati e le
élites illuminate in nome della "sostenibilità globale".
NOTE
(1) Secondo Manuel Castells in "City 7" (1996), una delle lotte fondamentali
nella nostra società contemporanea si svolge intorno alla ridefinizione del
tempo. Da una parte esso viene annientato e destrutturato (dissequencing)
dai network, e dall’altra aumenta la coscienza da parte sopratutto del movimento
ecologico, dei tempi biologici (i cui ritmi sono molto più lenti di quelli
storici).
(2) Il Terzo mondo ha
messo a coltura per l'esportazione un numero così elevato di terre fertili, che
la superficie totale è pari a quella dell'intera Europa. In tali terre, nei
fatti sottratte alle popolazioni locali che in molti casi ne avrebbero bisogno
per sopravvivere, vengono coltivati beni non di prima necessità quali cacao,
tabacco, caffè, frutti tropicali, per poi essere esportati nei paesi ricchi
(Duran F. R., 1993).
(3) Ritornerò ad
analizzare questo punto, poichè esso mostra che la globalizzazione economica è
un "gigante di carta", che basta un soffio (chiedere ad esempio che siano pagati
i conti "pieni" dei trasporti) per farlo crollare.
(4) È improbabile che
gli effetti devastanti sulla stabilità del clima delle emissioni in costante
aumento di gas climatelari, possano essere mitigati senza una
"de-globalizzazione" degli scambi e una diminuzione delle distanze fra
produttori e consumatori, che renderebbero possibile diminuire le emissioni.
(5) Emblematiche a tal
proposito sono le cosidette free trade zones (FTZS), luoghi "consegnati"
dai governi dei paesi più poveri in mano alle multinazionali, che in cambio di
lavoro pagato molto al disotto delle tariffe sindacali, ricevono concessioni
molto ampie dai governi dal punto di vista fiscale, di libero scambio e
ambientale. Si tratterebbe in altre parole di "zone franche", spesso prive delle
infrastrutture necessarie per far fronte a inquinamenti rilevanti di sostanze
tossiche e chimiche, ove si stanno progressivamente concentrando le industrie
chimiche internazionali più inquinanti attratte dagli standard sanitari e
ambientali e sociali meno stringenti.
(6) Non sono ancora
molti gli studi che valutano il carico ambientale del ricorso massiccio
all’informatica e delle reti cablate che costituiscono il "sistema nervoso" che
connette il sistema produttivo della economia globalizzata. Mario Agostinelli
(1997) è uno dei primi a sottolineare tali aspetti, sostenendo che "queste reti
non sono immateriali. Esse richiedono supporti tecnologici sofisticati e
costosi: reti in fibra ottica, materiali purissimi, missili, satelliti, impianit
di trasmissione e ricezione spaziale, ripetitori, decodificatori e cablaggi;
unità neuronali centrali, intermedie e terminali costituiti da una marea
crescente di computer (grandi e piccoli) a vita breve e in continua evoluzione.
Tutto ciò comporta costi energetici e ambientali assai elevati"
(Agostinelli M., 1997 pp. 90).
(7) In altre parole ci
troviamo di fronte ad una sorta di gigantesco "casinò mondiale" ove l'economia
finanziaria è separata da quella reale.
(8) J. Goldsmith (1995)
calcola che un'industria che nel 1981 poteva trovare conveniente concentrare la
propria produzione negli Stati Uniti anziché in Francia a causa della bassa
quotazione del dollaro rispetto al franco francese (che, grazie ad una
valutazione più bassa in borsa, permetteva di realizzare prodotti a prezzi
competitivi sul mercato internazionale), nel 1985 avrebbe dovuto abbandonare la
produzione americana e trasferirsi invece in territorio francese a causa di un
ribaltamento dei rispettivi valori delle due valute.
(9) Un punto molto
critico è "crisi di democrazia", che caratterizza sempre di più le economie
globalizzate, con effetti sociali e anche ambientali: l’esperienza ci dice che
la protezione ambientale presuppone la democrazia e un ruolo attivo di stimolo e
di controllo da parte dei cittadini.
(10) Tale tipo di
agricoltura intensiva, meccanizzata e basata sull’uso di sostanze chimiche è del
l’accelerazione dei processi di erosione e in alcuni casi di desertificazione.
(11) Gli impatti
positivi del processo di globalizzazione non sono sufficienti a controbilanciare
quelli negativi. Gli impatti positivi riguardano le nuove forme di
partecipazione, la capacità di promuovere innovazioni tecnologiche, produttive e
amministrative e possono costituire una potenzialità per combattere gli effetti
perversi della globalizzazione.
(12) La discontinuità
geografica, è legata al fatto che il nuovo spazio industriale è organizzato
intorno a flussi di informazioni tecnologiche ed a una molteplicità di network
(reti) industriali globali e di tecnopoli, ove si concentrano alcune funzioni
spesso innovative.
(13) Il rafforzamento
dei legami transnazionali tende a andare di pari passo con l’indebolimento dei
legami fra le città e il suo intorno e fra le città e il sistema (urbanistico)
nazionale.
(14) Basarsi su una
politica delle infrastrutture dematerializzata, significa
promuovere politiche che consentano di consumare meno natura per unità di
output, che forniscano energia con meno centrali elettriche (puntando ad esempio
sui servizi e sul risparmio energetico), che promuovano una mobilità con meno
strade (attraverso politiche che ridisegnino le città con l’obiettivo di evitare
il traffico, anche attraverso la sostituzione del traffico fisico con quello
elettronico) e abitazioni che consumino meno ambiente (attraverso l'isolamento
ottimale degli edifici, l'uso di lampade e di elettrodomestici dai bassi consumi
e il ricorso a fonti rinnovabili).
(15) Anche se è vero
che l’economia locale può non essere sostenibile, è comunque evidente che una
economia sostenibile deve essere "locale"
BIBLIOGRAFIA
Agostinelli M.,
Tempo e spazio nell’impresa postfordista, Manifestolibri, Roma, 1997.
Barnet
R.J. e Cavanagh J., Global Dreams: Imperial Corporations anf New Worlod
Order, Simon eSchuster, New York, 1994
Brecher J. e Costello
T., Contro il capitale globale,
Feltrinelli 1996
Castells
M., The Rice of the Network Society, Blackwell Publishers, Cambridge, MA,
1996
Dahrendorf R.,
Quadrare il cerchio, Laterza ed. Roma, 1995.
Duran F. R., La
Explosion del Desorder, Fundamentos, Madrid, 1993)
Goldsmith
J. "The Trap", in Resurgence, n. 171, Kingfisher Print, Totnes, Devon,
luglio-agosto 1995.
Kennedy
P., "The Threat of Modernization", in New Perspectives Quaterly, Los
Angeles, vol. 12, Winter 1995
Morin E. e Kern A.B,
Terrra Patria, Raffaello Cortina ed. Milano,1994
Melania Cavelli
è
un’urbanista che si occupa da anni di valutazione d’impatto strategica, economia
ambientale, indicatori di sostenibilità e percettivi. Più di recente, anche
nell’ambito delle Nazioni Unite (alla Conferenza delle donne di Pechino e al
City Summit Habitat II di Istanbul), si è occupata di pianificazione di "genere"
e di città sostenibili nell’era della globalizzazione.
(e.mail:
melania.cavelli@tiscalinet.it)
Fonte:
http://www.ecologiapolitica.it/web/4/articoli/cavelli.htm
La pagina è stata creata da Maria Antonietta
Pappalardo e pubblicata il 23 novembre 2008 |