Adesso cercherò di fare del mio meglio per
riportarvi le sue parole, partendo da tutto quello su cui Agatone ed io ci
siamo trovati d'accordo. Come tu stesso hai detto, Agatone, bisogna
innanzitutto chiarire la natura dell'Eros, i suoi attributi e le sue
azioni. Forse la cosa più semplice è seguire nella mia esposizione lo
stesso ordine che seguì la straniera nell'esame che mi fece. Io, infatti,
le rispondevo un po' come adesso ha fatto Agatone con me: io dichiaravo
che Eros è un grande dio e che ama le cose belle. Lei mi dimostrava che
ero in errore con le stesse argomentazioni di cui mi sono servito
discutendo con Agatone: Diotima diceva che Eros non è né bello, per
usare le mie parole, né buono. E io le dicevo:
"Ma come Diotima? allora Eros è cattivo e
brutto?"
"Che dici? Questa è una bestemmia! - mi rispose
-. Credi forse che tutto ciò che non è bello debba essere per forza
brutto?"
"Ma certo!"
"E perché mai? Chi non è sapiente deve per
forza essere ignorante? Non ti sei mai accorto che c'è una via di mezzo
tra la sapienza e l'ignoranza?"
"E qual è?"
"Avere un'opinione giusta, senza però saperla
giustificare. Questo non è vero sapere: come posso parlare di scienza, se
non so dimostrare che è vero quello che penso? Ma non è neppure piena
ignoranza, perché per caso la mia opinione potrebbe corrispondere ai
fatti. L'opinione giusta è quindi, suppongo, simile a quel che dicevo:
sta a metà strada tra la piena conoscenza e l'ignoranza"34.
"E' vero", risposi.
"Dunque chi non è bello non per questo è per
forza brutto, né chi non è buono deve essere cattivo. E così è per
l'Eros: poiché tu sei d'accordo con me che non può essere né buono né
bello, non devi per questo credere che sia necessariamente cattivo e
brutto. Eros - così mi disse Diotima - è a metà tra questi
estremi."
"Però - ripresi io - tutti concordano nel
pensare che Eros sia un dio potente."
"Dicendo tutti, parli degli ignoranti o di
coloro che parlano sapendo cosa dicono?"
"Io parlo proprio di tutti."
Diotima si mise a ridere. "Come possono dire di
lui che è un dio potente se dicono che non è affatto un dio?"
"Ma chi dice questo?" dissi io.
"Tu per esempio - disse - ed anch'io!"
Ed io: "Ma cosa dici?"
"E' tutto semplice - rispose -. Dimmi: non sei
forse convinto che tutti gli dèi sono felici e belli? o oseresti
sostenere che qualcuno degli dèi non è né bello né felice?"
"lo non oserei proprio", risposi.
"Ma chi è felice? non è chi possiede cose
buone e belle?"
"Certo."
"Ma tu hai riconosciuto che Eros, mancando delle
cose buone e belle, le desidera proprio perché gli mancano."
"E vero, ero d'accordo con te su questo."
"E allora come può essere un dio se le cose
buone e belle gli mancano?"
"Sembra impossibile, in effetti."
"Come vedi - disse -, anche tu ritieni che Eros
non sia un dio."
"Chi sarà dunque Eros? un mortale?"
"No di certo."
"E allora?"
"E come negli esempi precedenti, la sua natura
è a mezza via tra il mortale e l'immortale".
"Che vuoi dire, Diotima?"
"E' un dèmone potente, Socrate. I demoni,
infatti, hanno una natura intermedia tra quella dei mortali e quella degli
dèi."
"Ma qual è il suo potere?" chiesi.
"Eros interpreta e trasmette agli dèi tutto ciò
che viene dagli uomini, e agli uomini ciò che viene dagli dèi: da un
lato le preghiere e i sacrifici degli uomini, dall'altro gli ordini degli
dèi e i loro premi per i sacrifici compiuti; e in quanto è a mezza via
tra gli uni e gli altri, contribuisce a superare la distanza tra loro, in
modo che il Tutto sia in se stesso ordinato e unito. Da lui viene l'arte
divinatoria, ed anche il sapere dei sacerdoti sui sacrifici, le
iniziazioni, gli incantesimi, tutto quel che è divinazione e magia. Il
divino non si mescola con ciò che è umano, ma, grazie ai dèmoni, in
qualche modo gli dèi entrano in rapporto con gli uomini, parlano loro,
sia nella veglia che nel sonno. L'uomo che sa queste cose è vicino al
potere dei dèmoni, mentre chi sa altre cose - chi possiede un'arte, o un
mestiere manuale - resta un artigiano qualsiasi o un operaio. Questi dèmoni
sono numerosi e d'ogni tipo: uno di essi è Eros".
"Chi è suo padre - domandai - e chi sua
madre?"
"E' una lunga storia - mi disse -. Adesso te la
racconto. Il giorno in cui nacque Afrodite, gli dèi si radunarono per una
festa in suo onore. Tra loro c'era Poros, il figlio di Metis. Dopo il
banchetto, Penìa era venuta a mendicare, com'è naturale in un giorno di
allegra abbondanza, e stava vicino alla porta. Poros aveva bevuto molto
nettare (il vino, infatti, non esisteva ancora) e, un po' ubriaco, se ne
andò nel giardino di Zeus e si addormentò. Penìa, nella sua povertà,
ebbe l'idea di avere un figlio da Poros: così si sdraiò al suo fianco e
restò incinta di Eros. Ecco perché Eros è compagno di Afrodite e suo
servitore: concepito durante la festa per la nascita della dea, Eros è
per natura amante della bellezza - e Afrodite è bella.
Proprio perché figlio di Poros e di Penìa, Eros si
trova nella condizione che dicevo: innanzitutto è sempre povero e non è
affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude,
va a piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le
stelle, per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e
il bisogno l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca
sempre ciò che è bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un
cacciatore di prim'ordine, sempre pronto a tramare inganni; desidera il
sapere e sa trovare le strade per arrivare dove vuole, e così impiega
nella filosofia tutto il tempo della sua vita, è un meraviglioso
indovino, e ne sa di magie e di sofismi. E poi, per natura, non è né
immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso alla vita
e muore, poi ritorna alla vita grazie alle mille risorse che deve a suo
padre, ma presto tutte le risorse fuggon via: e così non è mai povero e
non è mai ricco.
Vive inoltre tra la saggezza e l'ignoranza, ed ecco
come accade: nessun dio si occupa di filosofia e nessuno desidera
diventare sapiente, perché tutti lo sono già. Chiunque possegga davvero
il sapere, infatti, non fa filosofia; ma anche chi è del tutto ignorante
non si occupa di filosofia e non desidera affatto il sapere. E questo è
proprio quel che non va nell'essere ignoranti: non si è né belli, né
buoni, né intelligenti, ma si crede di essere tutte queste cose. Non si
desidera qualcosa se non si sente la sua mancanza".
"Ma allora chi sono i filosofi, se non sono né
i sapienti né gli ignoranti?"
"E' chiaro chi sono: anche un bambino può
capirlo. Sono quelli che vivono a metà tra sapienza ed ignoranza, ed Eros
è uno di questi esseri. La scienza, in effetti, è tra cose più belle, e
quindi Eros ama la bellezza: è quindi necessario che sia filosofo e, come
tutti i filosofi, è in posizione intermedia tra i sapienti e gli
ignoranti. La causa di questo è nella sua origine, perché è nato da un
padre sapiente e pieno di risorse e da una madre povera tanto di
conoscenze quanto di risorse.
Così, mio caro Socrate, è fatta la natura di questo
dèmone. L'idea, però, che tu ti eri fatta dell'Eros non mi sorprende per
nulla: da quel che capisco dalle tue parole, tu credevi che Eros fosse
l'amato, non l'amante. Per questa ragione, senza dubbio, ti sembrava che
fosse pieno di ogni bellezza. Infatti l'oggetto dell'amore è sempre
bello, delicato, perfetto, sa dare ogni felicità.
Ma l'essenza di chi ama è differente: è quella che
ti ho prima descritto".
Io allora ripresi:
"E sia, straniera: tu hai proprio ragione. Ma se
questa è la natura dell'Eros, a cosa può esser utile a noi uomini?"
"Adesso cercherò di spiegartelo, Socrate. Eros
ha dunque questo carattere e questa origine: ama le cose belle, come tu
ben sai. Ora, prova a domandarti: che cos'è l'amore per le cose belle? o
più chiaramente: chi ama le cose belle, le desidera; ma in che cosa
consiste esattamente il desiderio che si prova quando si ama?"
"Noi desideriamo che l'oggetto del nostro amore
ci appartenga", risposi io.
"Questa tua risposta - disse - apre un nuovo
problema: che cosa accade all'uomo che possiede le cose belle?"
Io dichiarai che non ero affatto capace di rispondere
a una domanda simile.
"E allora - disse lei - parliamo del bene invece
che del bello. Cosa mi dici se ti domando: chi ama le cose buone, le
desidera: ma cosa desidera?"
"Che siano sue", risposi.
"E cosa accade all'uomo che le possiede?"
"In questo caso posso rispondere più facilmente
- dissi -: sarà felice".
"In effetti proprio possedere ciò che è buono
fa la felicità delle persone. Così non abbiamo più bisogno di
domandarci che cosa vuole chi vuole essere felice, perché parlando della
felicità abbiamo già toccato il fine ultimo del desiderio."
"E' vero", dissi.
"Ma questa volontà, questo desiderio, tu pensi
sia comune a tutti gli uomini? Tutti vogliono sempre possedere ciò che è
buono? Dimmi cosa ne pensi."
"E' così, questa volontà è comune a
tutti."  
"Ma allora, Socrate - riprese -, perché non
diciamo che tutti gli uomini amano, se tutti desiderano sempre le stesse
cose? Come mai, al contrario, diciamo che alcuni uomini amano ed altri non
amano affatto?"
"Sono stupito anch'io di questo", risposi.
"Non devi stupirti, però - disse -. Il fatto è
che l'amore ha molte forme, ma noi prendiamo una sola di queste forme e le
diamo il nome generico di amore come se fosse l'unica. Questo nome
andrebbe dato a tutte, ma per le altre forme usiamo nomi diversi."
"Mi fai un esempio?", chiesi.
"Certo. Tu sai che la capacità creativa delle
persone può manifestarsi in molti campi. La creatività entra in gioco
tutte le volte che qualche cosa viene prodotta, perché prima non c'era e
poi c'è; così le opere degli artigiani, in tutti i campi, sono frutto
della creatività e gli uomini che le fanno sono tutti dei creativi, degli
artisti."
"E' vero."
"Però - continuò - tu sai che non li chiamiamo
tutti artisti, ma diamo loro altri nomi. Tra tutti quelli che svolgono
attività che hanno a che fare con la creatività, soltanto ad alcuni
diamo il nome di artisti, di poeti: solo a quelli che compongono musica e
versi. In realtà tutti lo sono. Solo i versi in musica chiamiamo arte, e
soltanto questo è il dominio che riconosciamo agli artisti."
"E' vero", dissi.
"Ed è lo stesso per l'amore. In generale, ogni
desiderio di ciò che è buono, che è bello, è per tutti "amore
possente, Eros ingannevole". Il desiderio umano ha mille forme
diverse: alcune persone hanno la passione del denaro, o dello sport, o
dello studio, ma noi non diciamo che amano, che sono innamorati. Altri,
che seguono una particolare forma d'amore, ebbene solo per loro usiamo le
parole che dovremmo usare per tutti: amore, amare, innamorati."
"Sei proprio convincente", risposi.
"Molti dicono, però, che amare significa
cercare la propria metà. Io non sono d'accordo, perché non c'è affatto
amore né per la metà né per l'intero, mio buon amico, se l'oggetto del
nostro desiderio non è buono: le persone accettano di farsi tagliare
anche i piedi o le mani, se sono convinte che queste parti possono portare
dei mali. Io non credo affatto che ciascuno si affezioni a ciò che gli
appartiene, a meno che non sia convinto che ciò che è suo sia buono e ciò
che gli è estraneo sia cattivo. Gli uomini. infatti, non desiderano altro
che il bene. Non la pensi così anche tu?"
"Certo, per Zeus", risposi.
"Allora possiamo dire semplicemente che gli
uomini desiderano ciò che è buono?"
"Sì."
"E non dobbiamo forse aggiungere che essi
desiderano possedere ciò che è buono?"
"Certo che dobbiamo."
"E non soltanto possederlo, ma possederlo
sempre." "Dobbiamo aggiungere anche questo."
"Quindi - disse - l'amore è il desiderio di
possedere sempre ciò che è buono?"
"E' così", dissi.
"Se è dunque chiaro - disse - che l'amore è
questo, dimmi in quale forma, in quale genere di attività, l'ardore, la
tensione estrema che accompagna lo sforzo di raggiungere questo fine, deve
ricevere il nome di amore. Di quale tipo d'azione si tratta? Me lo sai
dire?"
"Certamente no - risposi -. Se lo sapessi, non
sarei così pieno d'ammirazione davanti al tuo sapere e non verrei da te
come allievo per imparare quel che sai."
"Allora - riprese -, te lo dirò io: amare, sia
per il corpo che per l'anima, significa creare nella bellezza."
"Bisognerebbe essere degli indovini per capire
cosa vuoi dire con queste parole, e io non lo sono affatto."
"Mi esprimerò più chiaramente. Tutti gli
uomini, mio caro Socrate, hanno capacità creative sia nel corpo che
nell'anima. Tutti noi, quando abbiamo raggiunto una certa età, per natura
proviamo il desiderio di generare, ma non si può generare nulla nella
bruttezza: si può solo nella bellezza. Nell'unione dell'uomo e della
donna c'è qualcosa di creativo, qualcosa di divino. Tutte le creature
viventi sono mortali, ma in loro c'è una scintilla d'immortalità: è la
fecondità dei sessi, la capacità di generare nuovi esseri viventi. Ma
questo non può avvenire se non c'è armonia: e non c'è armonia tra la
bruttezza e tutto ciò che è divino, perché solo la bellezza è in
armonia con gli dèi. Dunque nel concepire una nuova vita, la dea della
Bellezza fa da Moira e da Ilitia, la dea della nascita. Per questo, chi ha
dentro di sé qualcosa di creativo, quando si avvicina a ciò che è bello
prova gioia nel suo cuore, si apre al fascino della bellezza. E' il
momento della generazione: egli crea. Ma quando si avvicina a ciò che è
brutto, allora si chiude in se stesso scuro in volto e triste, cerca di
allontanarsi, e così non crea affatto, anche se porta ancora dentro il
suo seme fecondo, e ne soffre. Per questo chi sente la propria creatività
pronta alla vita, è fortemente attratto dalla bellezza: soltanto chi
possiede la bellezza è libero dalle sofferenze che ogni atto creativo
comporta. E dunque Eros - concluse - non desidera affatto la bellezza, mio
caro Socrate, come tu credi."
"E cosa allora?"
"Desidera creare e far nascere nuova vita nella
bellezza."
"Ammettiamolo'', dissi.
"E proprio così - ripeté -. Ma perché creare
nuova vita? Perché per qualsiasi essere mortale l'eternità e
l'immortalità possono consistere solo in questo: nel creare nuova vita.
Ora, il desiderio d'immortalità accompagna necessariamente quello del
bene - lo sappiamo, ormai - se è vero che l'amore è desiderio di
possedere per sempre il bene. E così da tutto quello che abbiamo detto
segue questo, che l'amore ha come proprio oggetto l'immortalità."
Ecco quello che Diotima mi insegnava, parlando delle
cose d'amore. Un giorno mi chiese:
"Quale pensi che sia, Socrate, la causa
dell'amore e del desiderio? Non vedi in che strano stato sono gli animali,
quando il loro istinto li spinge a procreare? Tutti gli animali - che si
muovano sulla terra o volino nell'aria - sembrano impazziti, l'amore li
tormenta, e li spinge ad accoppiarsi. Poi quando viene il momento di
nutrire i loro piccoli, sono sempre pronti a combattere per difenderli:
anche i più deboli affrontano animali più forti di loro e sono pronti a
sacrificarsi per amore dei loro piccoli. Soffrono loro le torture della
fame, pur di sfamare i figli e far tutte le altre cose necessarie. Presso
gli uomini si può pensare che tutto questo sia il frutto di una
riflessione razionale. Ma presso gli animali, da dove proviene questo
amore che li mette in tale stato? Puoi dirmelo?"
Ancora una volta risposi che non ne sapevo nulla. E
allora riprese:
"E tu pensi di diventare un giorno davvero
esperto nelle cose d'amore senza sapere questo?"
"Ma è ben per quello, Diotima, come ti dico
sempre, che ti sto vicino, perché so di avere bisogno di una guida.
Allora dimmi perché accade tutto questo e quant'altro riguarda
l'amore."
"Se sei convinto - disse - che l'oggetto
naturale dell'amore è quello sul quale abbiamo più volte discusso, non
devi certo meravigliarti. Infatti su questo punto la natura mortale segue
sempre lo stesso principio quando cerca, nella misura dei suoi mezzi, di
perpetuare la vita e divenire immortale. E non può farlo che in questo
modo, attraverso l'amore, che fa sì che un nuovo essere prenda il posto
del vecchio. Riflettiamo: quando si dice che ciascun essere vivente rimane
se stesso (per esempio che dalla nascita alla vecchiaia permane la sua
identità), ebbene questo essere non ha mai in sé le stesse cose. Diciamo
sì che è sempre lo stesso, ma in realtà non cessa mai di rinnovarsi
ogni momento in certe parti, come i capelli, le ossa, il sangue, insomma
in tutto il suo corpo.
E questo non è vero soltanto per il suo corpo, ma
anche per la sua anima: i sentimenti, il carattere, le opinioni, i
desideri, i piaceri, i dolori, i timori, niente di tutto questo rimane
costante per ciascuno di noi, ma tutto in noi nasce e muore. E accadono
cose più strane ancora. Non solo in generale certe conoscenze nascono in
noi mentre altre spariscono - e quindi nel campo della conoscenza noi non
rimaniamo mai gli stessi - ma ciascuna conoscenza in particolare subisce
la stessa sorte. Infatti noi dobbiamo esercitarci nello studio proprio
perché alcune conoscenze ci sfuggono continuamente: le dimentichiamo,
tendono ad andare via, e con lo studio, inversamente, fissando nella
memoria ciò che vogliamo ricordare, le conserviamo. E' per questo che
sembrano le stesse: in realtà le conserviamo rinnovandole. E' così che
tutti gli esseri mortali si conservano: non sono sempre esattamente se
stessi, come l'essere divino. Sembrano conservare la loro identità perché
ciò che invecchia e va via è subito sostituito da qualcosa di nuovo,
molto simile. Ecco in che modo - Socrate - ciò che è mortale partecipa
dell'immortalità, nel suo corpo e in tutto il resto; non c'è altro modo.
Non meravigliarti dunque se ciascun essere è dominato dall'amore e si
preoccupa tanto dei propri figli, perché questo è nella natura dei
viventi: è al servizio dell'immortalità".
Preistoria, Atena
|
Queste parole mi riempirono di stupore e glielo
dissi:
"Ma come, saggia Diotima, le cose stanno
veramente così?"
Ella mi rispose col tono serio di chi insegna:
"Devi esserne certo, Socrate. Pensa alle
ambizioni che hanno molte persone e ti meraviglierai senza dubbio della
loro assurdità; se rifletti, meditando sulle mie parole, ti accorgerai di
quanto è strano lo stato di coloro che desiderano diventar celebri e
acquistar gloria immortale per l'eternità: sono disposti per questo a
correre ogni rischio, più ancora che per difendere i loro figli. Sono
pronti a mettere in gioco il loro denaro, ad affrontare tutti i disagi, a
rischiare la loro stessa vita. Pensi forse che Alcesti sarebbe morta per
Admeto, che Achille avrebbe seguito Patroclo sulla via della morte, che il
vostro re Codro avrebbe affrontato la morte per conservare il regno ai
suoi figli, se essi non avessero creduto di lasciare l'immortale ricordo
del loro valore, che è giunto sino a noi? E' così, disse. A mio avviso,
è per rendere immortale il loro valore, per acquisire un nome glorioso,
che gli uomini fanno quel che fanno, e questo tanto più se le loro qualità
personali sono alte - perché è l'immortalità che essi desiderano.
Allora,
disse, gli uomini fecondi nel corpo pensano soprattutto alle donne: il
loro modo d'amare è tutto nel cercare di generare dei figli e così
assicurare alla loro persona l'immortalità - questo essi credono - e la
memoria di sé e la felicità per tutto il tempo a venire. Altre persone,
però, sono feconde nell'anima: c'è infatti una fecondità propria del
nostro spirito che a volte è superiore a quella del corpo. Ecco qual è:
è la forza creativa della saggezza e delle altre virtù in cui il nostro
spirito eccelle. Questa fecondità eccelle nei poeti e in tutte le altre
persone che per il loro mestiere devono usare la creatività. Ma dove la
saggezza tocca le vette più alte e più belle è nell'ordinamento e
nell'amministrazione della città attraverso la prudenza e la giustizia.
Quando un uomo fecondo nel suo animo, simile agli dèi, coltiva sin da
giovane il proprio spirito, e divenuto adulto sente il desiderio di
mettere a frutto le sue capacità, allora cerca in ogni modo la bellezza -
perché mai potrà essere creativo nella bruttezza. I suoi sentimenti si
dirigono allora verso le cose belle piuttosto che verso le brutte, proprio
perché la sua anima è feconda. Se incontra un'anima bella e generosa e
sensibile, allora le dà tutto il suo cuore: davanti a lei saprà trovare
le parole giuste per esprimere la sua forza interiore, per esaltare i
doveri e le azioni di un uomo che vale: così potrà guidarla educandola.
E secondo me, attraverso il contatto con la bellezza dell'anima
dell'altro, con la sua costante presenza, potrà venire alla luce quanto
di meglio portava in sé da tempo: in questo senso la sua anima crea,
genera nuova vita. Che sia presente o assente, il suo pensiero va sempre
all'altro che ama e così nutre ciò che nel rapporto con lui in sé ha
generato.
Tra gli esseri di questa natura si crea così una comunione più
intima di quella che si ha con una donna quando si hanno dei bambini, un
affetto più solido. Son più belle, in effetti, ed assicurano meglio
l'immortalità, le creature che nascono dalla loro unione. Chiunque vorrà
senza dubbio mettere al mondo simili creature piuttosto che bambini, se si
pensa ad Omero, ad Esiodo e agli altri grandi poeti. Si osserverà con
invidia quale discendenza essi hanno lasciato, capace di assicurar loro
l'immortalità della gloria e della memoria, perché anche i figli
spirituali di quei grandi sono immortali. O ancora, se vuoi - disse -,
puoi pensare quale eredità Licurgo abbia lasciato agli Spartani per la
salvezza della loro città e, si può dire, della Grecia intera. Per le
stesse ragioni voi onorate Solone, il padre delle vostre leggi, e in tutti
i paesi - greci e barbari - sono onorati gli uomini che hanno prodotto
grandi opere, mettendo a frutto le più alte capacità del loro spirito.
In onore di quello che queste persone hanno saputo creare si sono già
innalzati molti templi, mentre questo non è mai accaduto fino ad oggi,
per i figli nati dall'amore di un uomo e di una donna.
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Preistoria, collez. di Marija Gimbutas |
Preistoria, Dioniso |
Ecco, Socrate, le verità sull'amore alle quali tu
puoi certamente essere iniziato. Ma le rivelazioni più profonde e la loro
contemplazione - il fine ultimo della ricerca su Eros - non so se sono
alla tua portata. Voglio però parlartene egualmente, senza diminuire il
mio sforzo. Cerca di seguirmi, almeno finché puoi. Chi inizia il cammino
che può portarlo al fine ultimo, sin da giovane deve essere attento alla
bellezza fisica. In primo luogo, se chi lo dirige sa indirizzarlo sulla
giusta strada, si innamorerà di una sola persona e troverà con lei le
parole per i dialoghi più belli. Poi si accorgerà che la bellezza
sensibile della persona che ama è sorella della bellezza di tutte le
altre persone: se si deve ricercare la bellezza che è propria delle forme
sensibili, non si può non capire che essa è una sola, identica per
tutti. Capito questo, imparerà a innamorarsi della bellezza di tutte le
persone belle e a frenare il suo amore per una sola: dovrà imparare a non
valutare molto questa prima forma dell'amore, a giudicarla di minor
valore. Poi, imparerà a innamorarsi della bellezza delle anime piuttosto
che della bellezza sensibile: a desiderare una persona per la sua anima
bella, anche se non è fisicamente attraente. Con lei nasceranno discorsi
così belli che potranno elevare i giovani che li ascoltano.
E giunto a
questo punto, potrà imparare a riconoscere la bellezza in quel che fanno
gli uomini e nelle leggi: scoprirà che essa è sempre simile a se stessa,
e così la bellezza dei corpi gli apparirà ben piccola al confronto.
Dalle azioni degli uomini, poi, sarà portato allo studio delle scienze,
per coglierne la bellezza, gli occhi fissi sull'immenso spazio su cui essa
domina. Cesserà allora di innamorarsi della bellezza di un solo genere,
d'una sola persona o di una sola azione - una forma d'amore che lo lascia
ancora schiavo - e rinuncerà così alle limitazioni che lo avviliscono e
lo impoveriscono. Orientato ormai verso l'infinito universo della
bellezza, che ha imparato a contemplare, le sue parole e i suoi pensieri
saranno pieni del fascino che dà l'amore per il sapere. Finché, reso
forte e grande per il cammino compiuto, giungerà al punto da fissare i
suoi occhi sulla scienza stessa della bellezza perfetta, di cui adesso ti
parlerò.
Sforzati - mi disse Diotima - di dedicarti alle mie
parole con tutta l'attenzione di cui sei capace. Guidato fino a questo
punto sul cammino dell'amore, il nostro uomo contemplerà le cose belle
nella loro successione e nel loro esatto ordine; raggiungerà il vertice
supremo dell'amore e allora improvvisamente gli apparirà la Bellezza
nella sua meravigliosa natura, quella stessa, Socrate, che era il fine di
tutti i suoi sforzi: eterna, senza nascita né morte. Essa non si accresce
né diminuisce, né è più o meno bella se vista da un lato o dall'altro.
Essa è senza tempo, sempre egualmente bella, da qualsiasi punto di vista
la si osservi. E tutti comprendono che è bella. La Bellezza non ha forme
definite: non ha volto, non ha mani, non ha nulla delle immagini sensibili
o delle parole. Non è una teoria astratta. Non è uno dei caratteri di
qualcosa di esteriore, per esempio di un essere vivente, o della Terra o
del cielo, o non importa di cos'altro. No, essa apparirà all'uomo che è
giunto sino a lei nella sua perfetta natura, eternamente identica a se
stessa per l'unicità della sua forma. Tutte le cose belle sono belle
perché partecipano della sua bellezza, ma esse nascono e muoiono -
divenendo quindi più o meno belle - senza che questo abbia alcuna
influenza su di lei. Iniziando il proprio cammino dal primo gradino della
bellezza sensibile, l'uomo si eleva coltivando il suo fecondo amore per i
giovani e così impara a percepire in loro i segni della pura e perfetta
bellezza: allora potrà dire di non essere lontano dalla meta. Così, da
soli o sotto la guida di un altro, la perfetta via dell'amore ha inizio
con la bellezza sensibile ed ha per fine la contemplazione della Bellezza
pura: l'uomo deve salire come su una scala, da una sola persona bella a
due, poi a tutte, poi dalla bellezza sensibile alle azioni ben fatte e
alla scienza, fino alla pura conoscenza del bello, e ancora avanti sino
alla contemplazione della Bellezza in sé.
Questo, mio caro Socrate - mi
disse la straniera di Mantinea -, è il momento più alto nella vita di
una persona: l'attimo in cui si contempla la Bellezza pura. Se la vedrai
un giorno, al suo confronto sfioriranno le ricchezze, i bei vestiti, i bei
ragazzi che ti fanno girar la testa: eppure tu e tanti altri accettereste
di non mangiare né bere, per così dire, pur di poterli ammirare e poter
stare con loro. Cosa proverà l'anima allora nel fissare la Bellezza pura,
semplice, senza alcuna impurità, del tutto estranea all'imperfezione
umana, ai colori, alle vanità sensibili? Cosa proverà il nostro spirito
nel contemplare la Bellezza divina nell'unicità della sua forma? Credi
forse che possa ancora essere vuota la vita di un uomo che abbia fissato
sulla Bellezza il suo sguardo, contemplandola pur nei limiti dei mezzi che
possiede, ed abbia vissuto in unione con essa? Non pensi, disse, che
solamente allora, quando vedrà la bellezza con gli occhi dello spirito ai
quali essa è visibile, quest'uomo potrà esprimere il meglio di se
stesso? Non una falsa immagine egli contempla, infatti, ma la virtù più
autentica, in piena verità. Egli coltiva in sé la vera virtù e la
nutre: non sarà forse per questo amato dagli dèi? non diverrà tra gli
uomini immortale?"
Ecco, Fedro, e voi tutti che mi ascoltate, quel che
mi disse Diotima. Ed è riuscita a convincermi, così come io - a mia
volta - cerco di convincere gli altri: per dare alla natura umana il
possesso di ciò che è bene, non si troverà miglior aiuto dell'Eros. Così
- io lo dichiaro - ogni uomo deve onorare Eros; io onoro l'amore che è in
me, io mi consacro all'Eros ed esorto gli altri a fare altrettanto. Per
quanto è in mio potere fare, ora e sempre voglio esaltare la forza
dell'Eros, e il suo valore. Ecco il mio discorso, Fedro. Consideralo, se
vuoi, un elogio dell'Eros, altrimenti dagli il nome che vorrai."
Questo disse Socrate. Mentre tutti si complimentavano
con lui e Aristofane cercava di dirgli qualcosa perché Socrate di
sfuggita aveva fatto una allusione al suo discorso, ecco che si sentì
bussare alla porta dell'atrio, e un gran vociare di gente allegra, e la
voce di una suonatrice di flauto.
"Ragazzi - disse Agatone - andate a vedere,
presto. Se è uno dei miei amici, invitatelo ad entrare. Altrimenti dite
che abbiamo già finito di bere e che stiamo andando a dormire."
Un istante più tardi si sentì nell'atrio la voce di
Alcibiade, non più molto in sé per il vino, che urlava a squarciagola.
Domandava dove fosse Agatone, voleva essere accompagnato da lui. E così
lo accompagnarono nella sala e stava in piedi solo perché la suonatrice
di flauto e qualcun altro dei suoi compagni lo sostenevano. Fermo sulla
soglia, portava in capo una corona di edera e di viole, la testa avvolta
nei nastri:
"Signori - disse - buona sera! Accettereste un
uomo completamente ubriaco per bere con voi? oppure dobbiamo limitarci a
mettere questa corona in testa ad Agatone e andar via subito? Siamo venuti
per questo, infatti. Ieri, in effetti non son potuto venire. Vengo adesso
con i nastri sulla testa per passarli dalla mia alla testa dell'uomo che -
nessuno si offenda - è il più sapiente e il più bello: voglio proprio
incoronarlo. Ah, ridete di me perché sono ubriaco! Ridete, ridete, tanto
lo so che è vero. Allora, mi volete rispondere? posso entrare o no?
volete o no bere con me?"
Allora tutti si misero ad applaudirlo, e gli dissero
di entrare e prender posto in mezzo a loro. Agatone lo chiamò, Alcibiade
si diresse vero di lui, aiutato dai suoi compagni, e cominciò a togliersi
i nastri dalla fronte per incoronare Agatone. Anche se ce l'aveva sotto
gli occhi non si accorse di Socrate e andò a sedersi accanto ad Agatone,
quasi addosso a Socrate che dovette fargli posto. Si sedette dunque in
mezzo a loro, abbracciò Agatone e gli mise la corona sulla testa.
|
"Ragazzi - disse Agatone - slacciate i sandali
ad Alcibiade, che sia terzo in mezzo a noi."
"Benissimo - disse Alcibiade - ma chi è terzo
con noi?"
Dicendo così si voltò e c'era Socrate. Appena lo
vide fece un balzo indietro e disse:
"Per Eracle, chi c'è qui? Socrate? Che tiro mi
hai teso! sdraiato accanto a me! Ti par questa la maniera di comparire
quando uno meno se l'aspetta? E che ci vieni a fare qui? Potevi metterti
accanto ad Aristofane o a un altro che voglia far lo spiritoso! E' che tu
hai trovato il modo di sdraiarti accanto al più bello della
compagnia!"
"Agatone, per favore difendimi tu - dice Socrate
-. Voler bene a quest'uomo non mi costa certo poco. Dal giorno in cui mi
sono invaghito di lui non ho più il diritto di guardare un solo bel
ragazzo, nemmeno di rivolgergli la parola. E' geloso, invidioso, mi fa
delle scene, me ne dice di tutti i colori e poco manca che me le dia.
Dunque, attenzione! Che non faccia adesso una scenata! Tenta di
riconciliarci tu o, se tenta di picchiarmi, difendimi perché la sua ira e
la sua follia d'amore mi fanno una paura terribile."
"No - disse Alcibiade -, è impossibile: tra te
e me nessuna riconciliazione. E per quel che hai detto faremo i conti
un'altra volta. Per il momento, Agatone, passami qualcuno di quei nastri,
che cinga la sua testa, questa testa meravigliosa. Voglio evitare che poi
si lamenti che ho incoronato te mentre ho lasciato senza corona lui, che
per i suoi discorsi vince tutti sempre, e non solamente una volta come te
ieri.
"Dicendo questo prese dei nastri, incoronò Socrate e
poi si sdraiò. Si mise comodo e disse:
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Preistoria, collezione Marija
Gimbutas |
"Amici miei, avete proprio l'aria di voler far
gli astemi. Ma questo non vi è permesso: bisogna bere, l'abbiamo
convenuto tra noi! Sarò io il re del simposio, finché voi non avrete
bevuto a sufficienza. Allora, Agatone, fammi portare una coppa, una
grande, se c'è. No, no, non c'è bisogno. Ragazzo - dice - portami quel
vaso per tenere il vino in fresco."
Ne aveva appena visto uno, che teneva otto cotili
abbondanti. Lo fece riempire e bevve per primo. Poi ordinò di servire
Socrate, dicendo:
"Con Socrate, amici miei, non c'è niente da
fare: quanto vorrà bere berrà, e non ci sarà verso di farlo
ubriacare."

Il servo allora portò il vino a Socrate che si mise
a bere, mentre Erissimaco chiedeva:  
"E poi cosa facciamo, Alcibiade? Restiamo così,
senza parlare di niente, la coppa in mano, senza cantare niente? beviamo
soltanto, come degli assetati?"
"Erissimaco - gli fa Alcibiade -, grande figlio
di un padre grande e saggio, io ti saluto."
"Ti saluto anch'io - dice Erissimaco -. E adesso
cosa dobbiamo fare?"
"Siamo tutti ai tuoi ordini perché un medico,
da solo, vale molti uomini. Obbediremo dunque ai tuoi desideri."
"E allora ascoltami - dice Erissimaco -. Prima
che tu arrivassi, avevamo deciso che ciascuno al suo turno, andando da
sinistra verso destra, avrebbe fatto un discorso sull'Eros, il più bel
discorso d'elogio. Noi l'abbiamo già fatto, adesso tocca a te, perché
hai bevuto ed è giusto che anche tu faccia il tuo discorso. Poi ordina a
Socrate quel che vuoi, e lui farà lo stesso con chi sta alla sua destra e
così via."
"Ben detto, Erissimaco - risponde Alcibiade -.
Solo che se uno ha bevuto troppo, non può dire cose che stanno alla pari
con chi è sobrio. E poi c'è Socrate: credi forse una sola parola di quel
che ha appena detto? non lo sai che è tutto il contrario? Perché lui, se
in sua presenza faccio l'elogio di qualcuno, d'un dio o di un'altra
persona che non sia lui, non ci pensa due volte a menarmi."
"Ma che dici!", gli fa Socrate.
"Per Poseidone - dice Alcibiade -, è inutile
che protesti, perché in tua presenza io non posso fare l'elogio di
nessuno, se non di te."
"E allora fa così - dice Erissimaco -, se vuoi:
fa un elogio di Socrate."
"Che dici? - riprese Alcibiade - tu credi che
dovrei... Vuoi che me la prenda con un tipo così e mi vendichi davanti a
voi?"
"Ma ragazzo, che ti passa per la testa? - dice
Socrate. Perché mai vuoi fare il mio elogio? per prendermi in giro?"
"Voglio solo dire la verità: a te accettare o
meno."
"La verità? Benissimo, allora accetto. Anzi ti
chiedo io di dirla."
"Presto fatto - dice Alcibiade -. Quando a te,
ti assegno un compito: se dico qualche cosa che non è vera, tronca a metà
le mie parole, se vuoi, e dimmi che su quella cosa lì io mento, perché
io volontariamente non racconterò certo delle balle. Però mescolerò un
po' tutto nel mio discorso, e tu non meravigliarti, perché tu sei proprio
un bel tipo e non è certo facile nello stato in cui sono, ricordare con
ordine proprio tutto.
Per fare
l'elogio di Socrate, amici, ricorrerò a delle immagini. Son sicuro
che lui penserà che voglia scherzare, e invece sono serissimo, perché
voglio dire la verità. Io dichiaro dunque che Socrate è in tutto simile
a quelle statuette dei sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori,
con in mano zampogne e flauti. Se si aprono, dentro si vede che c'è la
statua di un dio. E aggiungo che ha tutta l'aria di Marsia, il satiro: eh
sì, Socrate, gli somigli proprio, non vorrai negarlo! E non solo
nell'aspetto! Ascoltami bene: non sei forse sempre tracotante? Se lo
neghi, io produrrò dei testimoni.
Ma, si dirà, Socrate è forse un suonatore di
flauto? Sì, e ben più bravo di Marsia. Lui incantava tutti con quel che
riusciva a fare col flauto, tanto che ancora oggi chi vuol suonare le sue
arie deve imitarlo. Anche le musiche di Olimpo, io dico che erano di Marsia, il suo maestro. Le sue arie, suonate da un grande artista o da una
ragazzina alle prime armi, sono sempre le sole capaci di incantarci, di
farci sentire quanto bisogno abbiamo degli dèi: ci vien voglia di essere
iniziati ai misteri, perché quelle musiche sono divine. Tu, Socrate, sei
diverso da Marsia solo in questo, che non hai affatto bisogno di strumenti
musicali per ottenere gli stessi risultati: ti bastano le parole. Una cosa
è certa e dobbiamo dirla: quando ascoltiamo un altro oratore, il suo
discorso non interessa quasi nessuno. Ma ascoltando te, o un altro - per
mediocre che sia - che riporta le tue parole, tutti, ma proprio tutti,
uomini, donne, ragazzi, siamo colpiti al cuore: qualcosa che non ci fa
star tranquilli si impadronisce di noi.
Quanto a me, amici, non vorrei sembrarvi del tutto
ubriaco, ma bisogna che vi dica - come se fossi sotto giuramento - quale
impressione ho avuto nel passato, ed ho ancora, ad ascoltare i suoi
discorsi. Quando lo sento parlare, il mio cuore si mette a battere più
forte di quello dei Coribanti in delirio e mi emoziono sino alle lacrime:
e ne ho vista di gente provare le stesse emozioni. Ora, ascoltando Pericle
ed altri grandi oratori, mi accorgevo certo che parlavano bene, ma non
provavo niente di simile: la mia anima non era travolta, non sentiva il
peso della schiavitù in cui era ridotta. Ma lui, questo Marsia, mi ha
spesso messo in un tale stato da farmi sembrare impossibile vivere la mia
vita normale - e questo, Socrate, non dirai che non è vero. E ancora
adesso - lo so benissimo - se accettassi di prestar ascolto alle sue
parole, non potrei fanne a meno: proverei le stesse emozioni.
Socrate con
i suoi discorsi mi obbliga a riconoscere i miei limiti: io non cerco di
migliorare me stesso, e continuo lo stesso ad occuparmi degli affari degli
Ateniesi. Devo quindi fare violenza a me stesso, tapparmi le orecchie come
se dovessi fuggire dalle Sirene, devo andar via per evitare di passare con
lui il resto dei miei giorni. Soltanto davanti a lui ho provato un
sentimento che nessuno si aspetterebbe di trovare in me: io ho avuto
vergogna di me stesso. Socrate è il solo uomo davanti al quale io mi sia
vergognato. E questo perché mi è impossibile - ne sono perfettamente
cosciente - andargli contro, dire che non devo fare quello che mi ordina;
ma appena mi allontano, cedo al richiamo degli onori della folla intorno a
me. Allora mi nascondo, come uno schiavo scappo via, ma quando lo rivedo
mi vergogno per quel che prima ero stato costretto ad ammettere. Ci sono
volte che non vorrei più vederlo al mondo, ma se questo accadesse so che
sarei infelicissimo. Così, io non so proprio che cosa fare con
quest'uomo.

Ecco l'effetto delle sue arie da flauto, su di me e
su tanti altri: ecco cosa questo satiro ci fa subire. Ma ascoltate ancora:
voglio proprio mostrarvi come somigli alle statuette a cui l' ho già
paragonato, e come il suo potere sia straordinario. Sappiatelo per certo:
nessuno di voi lo conosce davvero e io, siccome ho già cominciato, voglio
mostrarvelo sino in fondo. Guardatelo: Socrate ha un debole per i bei
ragazzi, non smette mai di girar loro attorno, perde la testa per loro.
D'altra parte lui ignora tutto, non sa mai niente - questa almeno è
l'immagine che vuol dare. Non è questa la maniera di fare di un sileno? Sì
certo, perché questa è l'immagine esterna, come quella della statuetta
di Sileno. Ma all'interno? Una volta aperta la statuetta, avete idea della
saggezza che nasconde? Amici miei, sappiatelo: che uno sia bello, a lui
non interessa affatto, non se ne accorge neppure - da non credersi - e lo
stesso accade se uno è ricco o ha tutto quello che la gente ritiene
invidiabile avere. Per lui, tutto questo non ha alcun valore, e noi non
siamo niente ai suoi occhi, ve lo assicuro. Passa tutta la sua giornata a
fare il sornione, trattando con ironia un po' tutti. Ma quando diventa
serio e la statuetta si apre, io non so se avete mai visto che immagini
affascinanti contiene. Io le ho viste, simili agli dèi, preziose,
perfette e belle, straordinarie: e così mi son sentito schiavo della sua
volontà.
Ero giovane, e credevo seriamente che lui fosse preso
dalla mia bellezza; ho creduto fosse una fortuna per me, e un'occasione da
non lasciar scappare. Ero veramente fiero della mia bellezza e così
speravo che, ricambiando il suo interesse, avrei potuto aver parte della
sua saggezza.
Convinto di questo, una volta allontanai il mio
servitore - di solito ce n'era sempre qualcuno quando vedevo Socrate, e
non eravamo mai soli - e così restai da solo con lui. Devo proprio dirvi
tutta la verità: ascoltatemi bene, e tu Socrate, se non dico bene
correggimi. Eccomi dunque con lui, amici, da soli. Io credevo che avrebbe
ben presto cominciato a parlare come si parla fra innamorati, e ne ero
felice. Invece non fa assolutamente niente. Parla con me come sempre,
restiamo tutto il giorno insieme, poi se ne va. Allora lo invitai a far
esercizi di ginnastica con me, e così ci esercitavamo insieme: io speravo
proprio di concludere qualcosa. Facemmo ginnastica insieme per un certo
tempo, e spesso facevamo la lotta, ed eravamo soli. Che dirvi? Nessun
passo avanti. Non riuscendo a niente con questi sistemi, pensai allora di
puntar dritto al mio scopo. Non volevo affatto lasciar perdere, dopo essermi
lanciato in questa impresa: dovevo subito vederci chiaro. Lo invito dunque
a cena, come un innamorato che tende una trappola al suo amato. Ma non
accettò subito, anzi ci mise un po' di tempo a convincersi. La prima
volta che venne, volle andar via subito dopo cena. Io, che mi vergognavo
un po', lo lasciai andare. Ma feci un secondo tentativo: e in
quell'occasione dopo cena io prolungai la conversazione, senza tregua,
fino a notte fonda. Così quando lui volle andarsene, con la scusa che era
tardi lo convinsi a restare.
Era dunque coricato sul letto accanto al mio, là
dove avevamo cenato, e nessun altro dormiva con noi. Fin qui, quel che ho
raccontato potrei dirlo davanti a tutti. Ma quel che segue voi non me lo
sentireste affatto dire se, come dice il proverbio, nel vino (bisogna o no
parlare con la bocca dell'infanzia?) non ci fosse la verità. Del resto
non mi par giusto lasciare in ombra quel che di meraviglioso fece Socrate,
proprio adesso che ne sto facendo l'elogio. E poi io sono come uno morso
da una vipera: queste persone, si dice, non raccontano affatto quel che
han passato, se non ad altri che sono stati anch'essi morsi, perché solo
loro possono comprendere, e scusare tutto ciò che si è osato fare o dire
per l'angoscia del dolore. E io son stato morso da un dente più crudele,
e in una parte della persona che aumenta la crudeltà: nel cuore,
nell'anima (poco importa il nome). La filosofia con i suoi discorsi mi ha
trafitto col suo morso, che penetra più a fondo del dente della vipera
quando si impadronisce dell'anima di un giovane non privo di talento e gli
fa fare e dire ogni sorta di stravaganze - ed eccomi qua con Fedro, con
Agatone, con Erissimaco, con Pausania, con Aristodemo, ed anche con Aristofane, senza parlare di Socrate, e con tanti altri, tutti attenti
come me al delirio filosofico e alla sua forza dionisiaca.
Vi chiedo dunque d'ascoltarmi perché certo mi
perdonerete per quel che ho fatto allora e per quel che dico oggi. E voi
servitori, voi tutti che siete profani, se state ascoltando, tappatevi le
orecchie con le porte più spesse.
E allora, miei amici, quando la lampada fu spenta e i
servi se ne furono andati, io pensai che non dovevo più giocare d'astuzia
con lui, ma dire francamente il mio pensiero. Gli dissi allora, scuotendolo:
 
"Dormi, Socrate?"
"Per nulla", rispose.
"Sai cosa penso?"
"Che cosa?"
"Penso che tu saresti un amante degno di me, il
solo che lo sia, e vedo che esiti a parlarne. Quanto ai miei sentimenti,
mi son convinto di questo: che è stupido, io credo, non cedere ai tuoi
desideri in questo, come in ogni cosa in cui tu avessi bisogno, la mia
fortuna o i miei amici. Niente, infatti, è più importante ai miei occhi
che migliorare il più possibile me stesso, e io penso che su questa
strada nessuno mi può aiutare più di te. Quindi mi vergognerei dinnanzi
alle persone sagge di non cedere ad un uomo come te più di quanto mi
vergognerei dinnanzi alla massa degli ignoranti di cedere."
Mi ascolta, prende la sua solita aria ironica e mi
dice: nbsp
"Mio caro Alcibiade, se quel che dici sul mio
conto è vero, se ho davvero il potere di renderti migliore, devo dire che
ci sai proprio fare. Tu vedi senza dubbio in me una bellezza fuori del
comune e ben differente dalla tua. Se l'aver visto questo ti spinge a
legarti a me e a scambiare bellezza con bellezza, il guadagno che tu pensi
di fare alle mie spalle non è affatto piccolo. Tu non vuoi più possedere
l'apparenza della bellezza, ma la bellezza reale, e quindi sogni di
scambiare - non c'è dubbio - il rame con l'oro. Eh no, mio bell'amico,
guarda meglio! T'illudi sul mio conto: io non sono niente. Lo sguardo
della mente comincia davvero a esser penetrante quando gli occhi
cominciano a veder meno: e tu sei ancora molto lontano da quel
momento."
Al che io rispondo:
"Per quel che mi riguarda, sia ben chiaro, io
non ho detto niente che non penso. A te, adesso, decidere ciò che è
meglio per te e per me."
"Hai ragione - mi fa -. Nei prossimi giorni noi
ci chiariremo, e agiremo nella maniera che sembrerà migliore ad
entrambi, su questo punto come su tutto il resto."
Dopo questo dialogo, io credevo di aver lanciato un
dardo che l'avesse trafitto. Mi alzai e, senza permettergli di reagire,
stesi su di lui il mio mantello - era inverno - e mi allungai sotto il
suo, ormai vecchio, e presi tra le mie braccia quest'essere veramente
meraviglioso, divino, e restai con lui tutta la notte. Adesso non dirai
che mento, Socrate. Ma tutto questo dimostra quanto lui fosse più forte:
non degnò di uno sguardo la mia bellezza, non se ne curò affatto, fu
quasi offensivo in questo. E dire che credevo di non essere affatto male,
miei giudici (sì, giudici della tracotanza di Socrate). Ebbene sappiatelo
- ve lo giuro sugli dèi e sulle dee - io mi alzai dopo aver dormito a
fianco di Socrate senza che nulla fosse accaduto, come se avessi dormito
con mio padre o con mio fratello maggiore.
Immaginate il mio stato d'animo! Certo, mi ero quasi
offeso, ma apprezzavo il suo carattere, la sua saggezza, la sua forza
d'animo. Avevo trovato un essere dotato di un'intelligenza e di una
fermezza che avrei credute introvabili: e così non potevo prendermela con
lui e privarmi della sua compagnia, né d'altra parte vedevo come
attirarlo dove volevo io. Sapevo bene che era totalmente invulnerabile al
denaro, più di Aiace davanti alle armi. Sul solo punto in cui credevo si
sarebbe lasciato catturare, ecco, era appena fuggito. Insomma,
completamente schiavo di quest'uomo, come mai nessuno lo è stato d'altri,
gli giravo vanamente attorno.
Tutto questo accadde prima della spedizione di Potidea. Entrambi vi partecipammo, e prendemmo anche i pasti insieme. Quel
che è certo, è che resisteva alle fatiche non solo meglio di me, ma di
tutti gli altri. Quando capitava che le comunicazioni fossero interrotte
in qualche punto, e in guerra succede, e noi restavamo senza mangiare,
nessun'altro aveva tanta resistenza alla fame. Al contrario, se eravamo
ben riforniti, sapeva approfittarne meglio degli altri, in particolare per
bere; non che ci fosse portato, ma se lo si forzava un po', lui poi
superava tutti e - cosa assai strana - nessuno ha mai visto Socrate
ubriaco. E credo che questa notte stessa avrete la prova di quanto dico.
Quanto al freddo - e nella zona di Potidea gli inverni sono terribili -
Socrate è del tutto straordinario. Vi racconto un episodio. Era un giorno
di terribile gelo, quanto di peggio potete immaginare, uno di quei giorni
in cui tutti evitano di uscire e se lo fanno si infagottano tutti, i piedi
avvolti in panni di feltro o in pelli di agnello. Socrate se ne uscì
coperto solo dal mantello che porta sempre andando a piedi nudi sul
ghiaccio con più tranquillità di quelli che avevano le scarpe: e così i
soldati lo guardavano di traverso, perché pensavano li volesse umiliare.

E c'è dell'altro da dire. "E' straordinario
ciò che fece e sopportò il forte eroe", laggiù in guerra: val
veramente la pena di sentire la storia che ho da raccontare. Un giorno si
mise a meditare sin dal primo mattino, e restava fermo a seguire le sue
idee. Non riusciva a venire a capo dei suoi problemi, e così stava lì,
in piedi, a riflettere. Era già mezzogiorno e gli altri soldati
l'osservavano, stupiti, e la voce che Socrate era in piedi a riflettere
sin dal mattino presto cominciò a circolare; finché, venuta la sera,
alcuni soldati della Ionia dopo cena portarono fuori i loro letti da campo
- era estate - e si sdraiarono al fresco, a guardar Socrate, per vedere se
avrebbe passato la notte in piedi. E così fece, sino alle prime luci del
mattino. Solo allora se ne andò, dopo aver elevato una preghiera al Sole.
Adesso, se volete, dobbiamo dir qualcosa della sua
condotta in combattimento - perché anche su questo punto bisogna
rendergli giustizia. Quando ci fu lo scontro per il quale i generali mi
assegnarono un premio per il mio coraggio, riuscii a salvarmi proprio per
merito suo. Ero ferito, lui si rifiutò di abbandonarmi e riuscì a
salvare sia me che le mie armi. Allora io chiesi ai generali di assegnare
il premio a te: non potrai certo, Socrate, dire adesso che io mento, e
neppure rimproverarmi per quel che dico. Ma i generali, considerando la
posizione in cui ero, volevano dare a me il premio, e tu hai personalmente
insistito più di loro perché il premio invece andasse a me. Ricordo
un'altra occasione, amici, in cui valeva la pena di vedere Socrate: fu
quando il nostro esercito a Delio fu messo in rotta. In quell'occasione fu
il caso a farmelo incontrare. Io ero a cavallo, e lui era oplita. Stava
ripiegando insieme a Lachete, tra le truppe sbandate, quando io capito lì
per caso, li vedo e per incoraggiarli dico loro che non li avrei
abbandonati. In quell'occasione ho potuto osservare Socrate ancora meglio
che a Potidea, perché avevo meno da temere, essendo a cavallo. Aveva più
sangue freddo di Lachete - e quanto! - e dava l'impressione (uso le tue
parole, Aristofane) di avanzare come se si trovasse in una strada d'Atene
"sicuro di sé, gettando occhiate di fianco", osservando
con occhio tranquillo amici e nemici e facendo vedere chiaramente, e da
lontano, che si sarebbe difeso sino in fondo se qualcuno avesse voluto
attaccarlo. E così andava senza mostrare alcuna inquietudine, insieme con
il suo compagno: gli opliti che, in simili situazioni, si comportano in
questa maniera di solito non vengono affatto attaccati dai nemici, che
invece inseguono chi scappa in disordine.
Molti altri aspetti del carattere di Socrate
potrebbero essere oggetti di un elogio, perché sono veramente ammirevoli.
Riguardo a queste cose, però, anche altri uomini probabilmente meritano
gli stessi elogi. C'è qualcosa in Socrate, invece, che lo rende
meravigliosamente unico, assolutamente diverso da tutti gli altri uomini
del passato e del presente. Infatti, volendo, si può trovare l'immagine
di Achille in Brasida e in altri, Pericle può ricordare Nestore o
Antenore, e questi casi non sono isolati: si possono fare paragoni simili
a proposito di tanti altri. Ma l'incredibile di quest'uomo è che lui e i
suoi discorsi non hanno paragoni né nel passato né oggi, per quanto si
cerchi con attenzione, a meno che non lo si voglia paragonare come facevo
io prima: non ad altri uomini, ma ai sileni e ai satiri - che si tratti di
lui o delle sue parole. Sì, perché c'è una cosa che ho dimenticato di
precisare: anche i suoi discorsi sono simili alle statuette dei sileni che
si aprono.
Infatti, se si ascolta quel che dice Socrate, a prima
vista le sue parole possono sembrare quasi comiche, tutte intrecciate con
strani discorsi: esteriormente ricordano proprio gli intrecci della pelle
di un satiro insolente. Parla di asini da soma, di fabbri, di sellai, di
conciatori di pelli, ed ha sempre l'aria di dire le stesse cose con le
stesse parole. Chi non sa o è poco attento, c'è caso che rida dei suoi
discorsi. Ma se li apri e li osservi bene, penetrandone il senso, scopri
che solo le sue parole hanno un loro senso profondo: parla come un dio, e
la folla delle immagini che usa, affascinanti, rimandano sempre alla virtù.
Chi lo ascolta è portato verso le cose più alte; anzi, meglio, è
guidato a tenere sempre davanti gli occhi tutto quel che è necessario per
diventare un uomo che vale.
Ecco, amici, il mio elogio di Socrate. Quanto ai
rimproveri che ho da fargli, li ho mescolati al racconto di quel che mi ha
combinato. Del resto non sono il solo che ha trattato in questo modo: ha
fatto lo stesso con Carmide, il figlio di Glaucone, con Eutidemo, il
figlio di Dioele, tutta gente che ha ingannato con la sua aria da
innamorato, con la conseguenza che furono loro ad innamorarsi di lui. Io
ti avverto, Agatone: non farti ingannare da quell'uomo! Che la nostra
esperienza ti sia di monito! Che non accada come dice il proverbio: "l'ingenuo
fanciullo non impara che soffrendo".
Quando Alcibiade ebbe parlato così, l'ilarità fu
generale, anche perché s'era capito ch'era ancora innamorato di Socrate.
E così Socrate gli disse:
"Tu non hai affatto l'aria d'aver
bevuto, Alcibiade. Altrimenti non avresti fatto un discorso così sottile,
tutto fatto per nascondere il tuo vero obiettivo, che è venuto fuori solo
alla fine: ne hai parlato come se fosse una cosa secondaria, e invece tu
hai fatto tutto un lungo discorso solo per cercar di guastar l'amicizia
tra Agatone e me. E tutto perché sei convinto che io debba amare solo te,
nessun altro che te, e che Agatone debba essere amato soltanto da te, da
nessun altro che da te. Ma non t'è andata bene: il tuo dramma satiresco,
la tua storia di sileni, abbiamo capito tutti cosa significhi. E allora,
mio caro Agatone, bisogna che lui non vinca a questo gioco: sta ben
attento che nessuno possa mettersi tra me e te."
E Agatone di rimando:
"Hai detto proprio la verità, Socrate. E ne ho
le prove: si è venuto a sdraiare proprio tra te e me, per separarci. Ma
non ci guadagnerà niente a far così, perché io torno proprio a mettermi
accanto a te."
"Oh, bene, - disse Socrate - ti voglio proprio
vicino!"
"Per Zeus, - disse Alcibiade - quante me ne fa
passare quest'uomo! Pensa sempre come fare per aver l'ultima parola con
me. Socrate, sei proprio straordinario! Ma lascia almeno che Agatone stia
tra noi due."

"E' impossibile - disse Socrate -. Perché tu
hai appena fatto il mio elogio, e io devo a mia volta far quello della
persona che sta alla mia destra. Quindi, se Agatone si mette al tuo
fianco, alla tua destra, dovrà mettersi a fare il mio elogio prima che io
abbia fatto il suo. Lascialo piuttosto stare dov'è, mio divino amico, e
non essere geloso se faccio il suo elogio, perché desidero proprio
cantare le sue lodi."
"Bravo! - disse Agatone -. Lo vedi tu stesso,
Alcibiade: non è proprio possibile che resti qui. Voglio a tutti i costi
cambiar posto, e ascoltare il mio elogio da Socrate."
"Ecco - disse Alcibiade -, finisce sempre così.
Quando c'è Socrate, non c'è posto che per lui accanto ai bei ragazzi.
Guarda che razza di ragione ha saputo trovare adesso per farselo stare
vicino!"
Agatone si era alzato per andarsi a mettere accanto a
Socrate, quando all'improvviso tutta una banda di gente allegra spuntò
dalla porta. Qualcuno era uscito e l'avevano trovata aperta, e così erano
entrati e s'erano uniti alla compagnia. Gran baccano in tutta la sala:
senza più alcuna regola, si bevve allegramente un sacco di vino.
Allora, mi disse Aristodemo, Erissimaco, Fedro e
qualcun altro andò via. Lui, Aristodemo, fu preso dal sonno e dormì
tanto, perché le notti erano lunghe. Si svegliò ch'era giorno e i galli
già cantavano. Alzatosi, vide che gli altri dormivano o erano andati via.
Solo Agatone, Aristofane e Socrate erano ancora svegli e bevevano da una
gran coppa che si passavano da sinistra a destra.
Socrate chiacchierava con loro. Aristodemo non
ricordava, mi disse, il resto della conversazione, perché non aveva
potuto seguire l'inizio e dormicchiava ancora un po'. Ma in sostanza,
disse, Socrate stava cercando di convincere gli altri a riconoscere che un
uomo può riuscire egualmente bene a comporre commedie e tragedie, e che
l'arte del poeta tragico non è diversa da quella del poeta comico. Loro
furono costretti a dargli ragione, ma non è proprio che lo seguissero del
tutto: stavano cominciando a dormicchiare. Il primo ad addormentarsi fu Aristofane, poi, ormai in pieno giorno, s'addormentò anche Agatone.
Allora Socrate, visto che si erano addormentati, si
alzò e andò via. Aristodemo lo seguì, come sempre faceva. Socrate andò
al Liceo, si lavò e passò il resto della giornata come sempre faceva.
Dopo, verso sera, se ne andò a casa a riposare.
dal sito web "Il giardino dei pensieri"
trad. it. di Paola Pultrini