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L'Altro in prospettiva
politica
Carlo
Galli

L'alterità è una nozione sempre presente nella storia del
pensiero politico e delle istituzioni politiche, che si trasforma nel tempo
a cominciare dalla Grecia classica e da Roma, attraverso il Cristianesimo
fino ad arrivare alla modernità e alla tarda modernità.
1. L'alterità nel mondo greco-romano
Nel
pensiero politico greco l'alterità è determinata in rapporto
all'appartenenza alla polis. Tanto che, come notava anche Benveniste[1],
c'è una curiosa specularità fra la lingua greca e quella latina da questo
punto di vista: in greco c'è prima polis e poi polites.
La città è l'elemento identitario: si è cittadini in quanto si fa parte
della città (ovviamente, ciò vale per i maschi liberi e adulti). Nel mondo
romano, al contrario, non c'è prima la città e poi l'essere cittadino, ma
c'è prima il civis e poi la civitas, che è l'insieme di
coloro che sono cives.
Il
mondo greco è fortemente identitario: è un mondo di esclusione
dell'altro,
un'esclusione potentissima verso i barbari ma anche un'esclusione di ogni
città rispetto all'altra. La macro-contrapposizione rispetto ai barbari,
tematizzata fin da Erodoto, è l'origine della nozione di
"Occidente"; è una contrapposizione fra entità qualitativamente
diverse, che sono reciprocamente a tal punto "altre" che i
conflitti insorgono solo quando "uno" invade "l'altro":
altrimenti vi è la pace della riconosciuta differenza. In quest'ottica,
Aristotele teorizza che il dispotismo non è male di per sé, ma è
male per i Greci. Ai barbari, invece, va benissimo, è adatto a loro: è
semplicemente la differenza qualitativa che fa ordine.
Le microcontrapposizioni fra poleis sono determinate
dall'ideologia della città greca, che è l'ideologia dell' "indigenanza"[2].
Se leggiamo gli Epitaffi, si può notare che sono costruiti
sulla base di un formulario canonico. Uno dei più famosi è Menesseno
di Platone, un altro è l'Epitaphios logos di
Tucidide, pronunciato
forse da Pericle. In questi casi si vede bene che l'elemento centrale di
questo formulario si può riassumere così: "noi siamo noi perché
siamo indigeni, siamo nati qui, non siamo venuti dal di fuori".
Roma
è, invece, un modello completamente diverso: è un modello di
mescidanza.
Serres a questo proposito scrive pagine straordinarie sul lettisternio, cioè
su di un rito di contaminazione che include e non esclude l'altro. In
generale, il mondo romano fonda la propria identità sul diritto e non sul ghenos;
ovvero, l'identità del civis romanus è predicabile all'infinito,
mentre l'essere polites di Atene non è predicabile all'infinito.
2.
Alterità e Cristianesimo
La
percezione del problema dell'alterità nel mondo cristiano è molto diversa,
perché qui l'alterità a stretto rigore non c'è. Per tutti -
l'Arabo, il Parto, il Siro - c'è la Pentecoste, per tutti lo Spirito parla
nella lingua di ciascuno: la comunicazione universale della Verità rivelata
dequalifica l'identità fino all'irrilevanza. Ciò che conta è anzi la
fratellanza, in quanto tutti i cristiani hanno un unico Padre. Nel lungo
periodo di tempo che denominiamo Medioevo, tale fratellanza è fondamento di
un'identità abbastanza stabile, quella della res publica christiana.
Ad esempio, c'è un divieto deuteronomico dell'usura, nel XXIII capitolo,
che è il divieto di prestare ad usura ai fratelli, che nel medioevo viene
interpretato come divieto di ogni forma di traffico finanziario dentro la
cristianità, perché la cristianità è formata da fratelli.
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La
cristianità non è un'identità politica, ma solo culturale, dato che
conosce conflitti di ogni tipo. Sono celebri alcuni Concili Ecumenici
in cui
si afferma che ci sono armi che non possono essere usate contro i cristiani
ma solo contro gli infedeli.
Ma
è da notare che la res publica christiana è cattolica, cioè
universale, e si estende in linea di principio a tutti gli uomini, anche a
quelli che al momento sono infedeli. Non a caso Dante colloca
Maometto
fra gli eretici, cioè lo qualifica come qualcuno che rompe l'unità
cristiana tendenzialmente presente nel genere umano.
Insomma,
l'altro in senso radicale in un'ottica cristiana non c'è più: a rigore
nemmeno Dio è Altro, perché ha preso figura umana. E non a caso nel
grande dibattito di Salamanca tra Ribadeneira e
Sepúlveda su come
classificare gli indigeni dell'America, vince la tesi che sono essere umani
esattamente come noi, cioè non sono pre-adamiti e devono quindi essere
battezzati.
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Il corteo di Re Sigismondo,
XVI secolo |
3. L'alterità nell'età moderna: da Hobbes
alla crisi dello Stato
Ma
a un certo punto - nel XVI secolo - il concetto di fratellanza
cristiana non tiene più. Calvino, per tornare all'esempio precedente, rilancia la possibilità dell'usura, perché la fratellanza non
è più ormai altro che una semplice uguaglianza, all'interno della quale
nascono le guerre civili di religione. Il cristianesimo non è più capace
di costituire un'identità : è questa una delle tragedie da cui nasce l'età
moderna.
Un'altra
è la scoperta del Nuovo Mondo, dove vivono esseri umani come noi, che però
non hanno la nostra storia, che non hanno il mondo greco-romano ed ebraico
alle spalle. E questa è una percezione di alterità
nuova, imprevista, che
però non viene elaborata come un'alterità radicale. Due sono le vie
attraverso le quali è stata metabolizzata questa alterità. La prima è
quella che fin da subito praticò la maggioranza dei pensatori
europei davanti alla scoperta dell'America, cioè la via della gerarchia,
come a dire "gli indigeni sono esseri umani, dal punto di vista
cristiano hanno un'anima come noi, sono destinatari come noi all'Evangelio,
ma sono i nostri fratelli minori, devono essere educati e protetti come
minorenni" (concretamente, questa incomprensione dell'altro implicò la
cancellazione delle civiltà amerinde, e lo sfruttamento degli indigeni fino
al genocidio).
La seconda è quella del
relativismo: ad esempio, Montaigne
afferma che gli indigeni hanno i cannibali e "noi europei" non li
abbiamo: in compenso abbiamo altri terribili vizi, che
"loro", gli indigeni, non hanno. Secondo Pascal, nella stessa
logica, "un meridiano decide della verità". L'alterità è
divenuta o una differenza attenuata (resa comprensibile perché
gerarchizzata) o una indifferente equivalenza.
Il
passo decisivo per comprendere questa alterità moderna che è una "non-alterità"
lo compie Hobbes. Nel XIII capitolo del Leviatano, che è uno degli
incunaboli assoluti dell'età moderna, si trova la descrizione dello stato
di natura, che è uno stato di "non alterità ". Il conflitto di
tutti contro tutti nasce anzi dal fatto che non c'è l'altro, ma vi sono
innumerevoli funzioni identiche in conflitto tra di loro, infinite
"macchine desideranti" tutte uguali che in una
situazione di scarsità di risorse perseguono il proprio utile (senza
raggiungerlo).
Per
definire lo stato di natura Hobbes afferma che esso è di fatto presente in
America, e che se in Europa non si pensa alla politica all'interno delle
coordinate razionalistiche e statualistiche che egli elabora, accadrà ciò
che sta accadendo in America, cioè prevarranno le logiche distruttive dello
stato di natura. Hobbes afferma insomma che gli americani non sono
"altri": anzi, sono uguali a noi, sono la nostra immanente
possibilità, il nostro probabile futuro. Ma questa uguaglianza è segno e
portatrice di catastrofe, non di pace. E l'uguaglianza non fa ordine, ma
genera conflitto: è essa stessa il conflitto, un conflitto che non avrà
mai più una composizione qualitativa, gerarchica.
Quindi
per Hobbes - e con lui per la politica moderna - a differenza che nel mondo
greco, non esiste un "altro" perché siamo tutti uguali, ma a
differenza che nel mondo cristiano non siamo più fratelli. Con Hobbes è
quindi chiaro che l'alterità in età moderna si pone come uguaglianza:
l'Altro è l'uguale, non legato a noi da alcun vincolo qualitativo, né da
alcuna gerarchia. E' questo il frutto del messaggio cristiano della
fratellanza, passato attraverso le catastrofi delle guerre civili di
religione da una parte e dalla scoperta dell'America dall'altra.
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"L'alterità nella res publica christiana
a rigore non c'è, perchè siamo tutti fratelli"
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Se
l'età moderna si fonda sull'esperienza del disordine inteso come
uguaglianza, nel senso che ciascuno è "altro" per ciascun altro -
il che vuol dire: siamo tutti uguali - se l'alterità è dequalificata in
un'uguaglianza senza fraternità, allora si comprende che la cornice moderna
in cui si inquadra la questione dell'alterità (o meglio, dell'alterità
impossibile) è la statualità; è nello spazio politico creato dallo Stato
che avviene la costruzione razionale e artificiale (cioè estranea ad ogni
determinazione naturale) dell'identità del soggetto, le cui dinamiche di
identificazione collettiva si rivolgono verso un'entità a sua volta
artificiale, lo Stato.
L'identità che lo Stato moderno è (e che crea) è
un'identità giuridica, e il diritto è jus soli non jus sanguinis.
In questo contesto, l'altro è o l'altro cittadino del nostro Stato
(giuridicamente uguale a noi) - o, per lo Stato, l'altro Stato (anche qui,
giuridicamente uguale: uno justus hostis) -, o il cittadino di un
altro Stato, che non per questo è qualitativamente diverso da noi. Le
opzioni di differenziazione (ideologie, religioni, professioni) non sono
alterità, se restano all'interno dell'universo giuridico unitario
dell'uguaglianza garantita dallo Stato.
L'alterità resta semmai solo verso
chi non è cittadino di alcuno Stato, verso i 'selvaggi' e gli indigeni
extraeuropei. Ma anch'essi, benché colonizzati e sfruttati, sono destinati
- è "il fardello dell'uomo bianco" - ad essere civilizzati, a
divenire uguali a noi.
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Nella
vicenda della statualità moderna c'è però anche, a un certo punto, un
elemento di rinaturalizzazione: lo Stato nazionale che - poiché nazionale e
naturale vogliono dire la stessa cosa - è una sorta di "artificio
naturale": è un'affermazione di identità che passa attraverso la
natura. E qui l'alterità torna a giocare la sua parte, appunto come
alterità naturale.
La
nazione la inventa politicamente Sieyes, anche se Boulanvilliers col
cosiddetto "liberalismo nobiliare" aveva teorizzato, contro
l'assolutismo regio, che i nobili francesi erano i discendenti dei Franchi
conquistatori, e dunque erano superiori dal punto di vista della razza
rispetto all'elemento gallo-romano, e alla pari del re in virtù della
uguaglianza germanica della stirpe.
Ma la nazione di Sieyes è estranea a
ogni idea di disuguaglianza naturale: ciò che gli preme affermare è che il
vero e più radicale soggetto politico non è lo Stato, ma è la nazione,
cioè quelli che sono francesi per nascita. L'altro a questo punto è il
non-francese per nascita, o il francese (il nobile) che pretende di essere 'differenza',
di godere di privilegi. La nazione nasce quando la politica per essere
rivoluzionaria - per distruggere un ordinamento - cerca una nuova legittimità,
assai più intensa di quella del razionalismo ma anche assai pericolosa
perché implica la riscoperta dell'alterità naturale, quasi biologica. E
infatti, anche se la Francia elaborerà un nazionalismo democratico e
illuministico, conoscerà anche, necessariamente, le logiche escludenti e
razziste del nazionalismo virulento. Così lo Stato nazionale è sia
un miracoloso equilibrio sia un potenziale squilibrio che - pensiamo anche
all'Italia, che fa il Risorgimento sulla base di una idealità liberale o
anche democratica, e trent'anni dopo è in piena virulenza nazionalistica,
insopportabile, non solo sguaiata e demagogica ma, oggi lo vediamo, foriera
di catastrofi - precipita già dagli anni '80 e '90 del XIX secolo
verso una dinamica di nazionalismi che, letteralmente, col 1914 divorano e
distruggono gli Stati che entrano in guerra mortale l'uno contro l'altro. Il
1914 è la data di morte dello Stato moderno e delle sue logiche di
definizione dell'identità e dell'alterità.
4. L'Altro nel Ventesimo secolo
Che cos'è l'Altro nella vicenda europea del
ventesimo secolo? Non è più l' "uguale-diverso da noi", il
qualitativamente uguale ma empiricamente diverso, che era nell'orizzonte
dell'età moderna. È invece tornato ad essere il "qualitativamente
diverso", ma non in un'ottica classica di distinta e distante
separatezza (come i Greci e i barbari): come si dimostra con risultati
devastanti evidentissimi nei totalitarismi, l'altro è un nemico
interno, un
non omogeneo e un non assimilabile che sta fra noi, che ci infesta e ci
minaccia, e da cui ci dobbiamo immunizzare distruggendolo. Nasce così la
pratica totalitaria del nemico oggettivo, cioè la definizione di un'alterità
che dapprima si incarna in alterità naturale o storica, e poi diventa
alterità virtuale (è tristemente famosa la battuta di Goering che
diceva "decido io chi è ebreo").
Nemmeno nel totalitarismo
biologico della destra importa più l'elemento naturalistico: l'altro è
costruzione delirante, paranoide, persecutoria, proiezione di un'identità
soggettiva che non ha più nello Stato razionale di diritto il criterio di
definizione di sé e dell'alterità. L'altro del totalitarismo è solo
manifestazione del nichilismo della politica moderna, esploso quando la
nazione e la classe hanno distrutto lo Stato.
Massacrato
dai totalitarismi, lo Stato è poi rinato dopo la seconda guerra mondiale,
all'ombra delle superpotenze, come un immane consiglio d'amministrazione che
gestisce il benessere: è lo Stato sociale, secondo le cui logiche
democratiche l'alterità non è una questione che abbia senso porsi
politicamente; la politica è inclusione nel sistema dei servizi pubblici,
non esclusione. Certo, anche lo Stato sociale ha bisogno di identità e di
identificazioni: richiede un minimo di adesione e di lealtà a regole,
procedure, e la volontà di restare all'interno dell'uguaglianza giuridica.
5. L'alterità oggi
Oggi
viviamo nel mondo globale, cioè in un mondo, privo di spazi politici
determinati, che costringe tutti a essere sempre a contatto con tutto e con
tutti. Questa è in realtà una definizione della crisi dello Stato, perché
lo Stato moderno era un sistema di smaltimento del disordine e di sgravio
dei pericoli: all'interno del recinto - dei confini, dello spazio - dello
Stato non poteva per definizione succedere di tutto.
Così,
oggi ci troviamo di fronte anche al collasso delle funzioni statali che in
età moderna erano destinate a definire l'alterità e l'identità. Infatti,
l'eccesso di mescidanza nel medesimo territorio fra soggetti provenienti da
universi culturali diversi, che non la libertà ma la necessità ha spinto
fra noi, non è filtrato da alcuna istituzione neutralizzante, né da
alcuna precondizione culturale, e si manifesta in un contesto in cui - in
linea di principio - può essere assente anche la stessa volontà minima di
aderire lealmente alle logiche dell'uguaglianza giuridica.
In
realtà, con lo Stato (e coi partiti, che gli davano una sorta di anima) va
in crisi l'identità politica dei soggetti, e quindi per ovvie dinamiche
difensive la percezione dell'alterità diventa fortissima, e tende a
cogliere l'alterità culturale in forma rigida e stereotipa, quando non
addirittura come alterità naturale, razziale. Si generano insomma continue
reazioni di rigetto, superficiali, epidermiche, banali: il colore della
pelle, la differenza di religione, tornano ad essere un problema. La
politica sembra incapace di operare nuove neutralizzazioni, o anche
solo nuove conciliazioni: è sempre più evidente che manca la tradizionale
capacità moderna, gestita dallo Stato, di depotenziare la questione
dell'identità e dell'alterità a dimensioni e a livelli non naturali ma
giuridici, centrati non sulla differenza ma sull'uguaglianza. La capacità,
cioè, di creare lo spazio politico dell'uguaglianza.
Quindi,
se la gestione delle alterità da parte di uno Stato è debole o
contraddittoria, riemerge inevitabilmente una percezione primordiale e
naturale dell'alterità, e dell'identità. Ma a questa catastrofe
categoriale è molto difficile rispondere riportando in campo le ragioni
dello Stato moderno, perché lo Stato moderno è una figura storica sempre
più obsoleta. E il cosmopolitismo che non vuole vedere i problemi è in
realtà predicatorio.
In
realtà, è necessario che si riformi uno spazio politico che non sia uno
Stato in senso moderno: uno spazio in cui le identità e le alterità non
valgano come qualitative e naturali, ma neppure siano neutralizzate a
funzioni indifferenti dell'unità giuridica. La complessità e alla fine la
scarsa utilità del dibattito fra neocomunitari e neocontrattualisti (il
liberalismo che voleva essere una filosofia universale si rivela una
funzione politica e culturale) , o le petizioni di principio a cui
sono costrette le teorie del multiculturalismo (vivono nel medesimo spazio
politico le culture che rispondono a determinati standard che servono a
vivere nel medesimo spazio politico) dimostrano quanto sia difficile il
compito di pensare la rispazializzazione - efficace ma non escludente - del
contesto globale; compito difficile eppure necessario, perché solo in un
nuovo spazio politico si può tentare di costruire forme di identità
efficaci ma rispettose delle alterità che sono tra noi. E che vi resteranno
a lungo, perché la globalizzazione è un orizzonte non superabile, anche se
va spazializzata.
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XV secolo, Nobildonne tedesche |

XV secolo, Donne dell'Ordine Ospitalieri |

XV secolo, nobiluomi fiorentini |
6. Conclusioni
Di
solito, si concludono questi discorsi parlando dell'Europa, e dicendo che
questa può essere la tipica identità che si prospetta in un mondo globale,
cioè l'identità ricca, plurale, non giocata sul principio della
identificazione statualistica moderna, non giocata evidentemente neppure sul
sangue, sufficientemente aperta e indeterminata per poter essere all'altezza
del mondo globale. Io stesso ho concluso il mio penultimo libro (Spazi
politici, Il Mulino, 2001) dedicando un paragrafo all'Europa.
Ma
sappiamo tutti quanto sia difficile fare un passo avanti verso la
costruzione di un'Europa che sia realmente un elemento identitario.
L'identità politica dell'Europa, oggi, dovrebbe essere quella di costituire
uno spazio in cui l'uomo e la donna vedono sempre riconosciuti i propri
diritti di specie, di genere, di individuo; ciò che li fa uguali e ciò che
li fa diversi.
Sappiamo
però anche che quest'elemento identitario, se c'è, passerà ancora
attraverso il peso e la tradizione degli Stati. Basta pensare a quello che
è successo adesso con la Germania di Schroeder, che è riuscita a fermare
per un attimo gli Americani: e in quella posizione si è identificata
l'Europa, o almeno buona parte di essa. Per cui è tutto estremamente in
bilico. Ma la costruzione dello spazio politico europeo resta senza dubbio
la chiave per poter definire civilmente alterità e identità in una
situazione di mescidanza insuperabile, e che nondimeno richiede di essere
governata - per poter dire "noi e gli altri", oggi -.
Note
[1]
E. BENVENISTE, II vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969),
Torino, Einaudi, 1976, 2 voll., p. 281.
[2]
M. SERRES, Roma. Il libro delle fondazioni (1986), Firenze, Hopeful
Monster, 1991.
Carlo
Galli è professore di Storia delle dottrine politiche presso
la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Bologna. Nel 1987 ha
fondato - con Nicola Matteucci, Roberto Esposito, Giuseppe Duso - la rivista
"Filosofia Politica" della quale è vicedirettore. Pubblicazioni
principali: "I controrivoluzionari. Antologia di scritti politici",
Il Mulino 1981; "Modernità. Categorie e profili critici", Il
Mulino, 1988; "Logiche e crisi della modernità", Il Mulino 1991
(curatore); "Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del
pensiero politico moderno", Il Mulino 1996; (con R. Esposito) "Enciclopedia
del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine", Laterza 2000.
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Creata da Maria Antonietta Pappalardo e
pubblicata il 10 gennaio 2004
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