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S
T U D I C R I T I C I
Universalismo e diritti delle donne:
il contributo di Martha Nussbaum
(*)
Brunella
Canalini
All'attivismo contemporaneo in tema di diritti umani
corrisponde spesso sul piano della teoria un atteggiamento rinunciatario.
L'appello al consenso, al fatto che i diritti umani dovrebbero considerarsi
ormai generalmente accettati, stante l'ampio numero di paesi che hanno
ratificato le principali convenzioni internazionali, si rivela una sorta
d'escamotage per evitare la questione della loro giustificazione sul piano
filosofico (1). Molti segnali, tuttavia, dovrebbero suggerire la debolezza
di questa posizione: le numerose violazioni di fatto dei trattati da parte
degli stessi paesi firmatari, la sfida all'universalismo che viene sia dai
teorici del multiculturalismo, sia dai sostenitori dei c.d. Asian Values.
Il bisogno di argomenti e ragioni che rafforzino quanto
sancito da carte e convenzioni emerge in particolar modo qualora si prenda
in considerazione la questione dei diritti delle donne quali diritti umani
fondamentali. L'impegno delle Nazioni Unite in difesa dei diritti delle
donne è stato sancito dalla Cedaw (2), la convenzione per l'eliminazione di
tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata nel 1979 ed
entrata in vigore nel 1981. La quarta conferenza ONU sulle donne, tenutasi a
Pechino nel settembre del 1995, ha ribadito, facendone "quasi uno
slogan", quanto già affermato a Vienna nel 1993, ovvero che i diritti
delle donne devono considerarsi "diritti umani fondamentali" (3).
Un ulteriore importante strumento sul piano giuridico-applicativo è stato
ottenuto con l'adozione del Protocollo opzionale, entrato in vigore nel
dicembre 2000, attraverso il quale gli stati membri firmatari riconoscono a
singole donne e a gruppi di donne la possibilità di far ricorso al Comitato
Cedaw per denunciare eventuali violazioni dei diritti stabiliti dalla
convenzione (4).
L'efficacia di questi strumenti rimane, però, limitata.
Vincoli procedurali e di budget continuano ad ostacolare l'operato del
Comitato Cedaw, molto più di quanto non accada ad altri analoghi organismi
delle Nazioni Unite. A differenza del Comitato sui diritti umani e del
Comitato sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, fino
all'adozione del Protocollo opzionale, il Comitato Cedaw non poteva ricevere
petizioni di singoli individui o gruppi. D'altra parte, si deve ricordare
che la Cedaw, pur essendo stata ratificata ad oggi da 168 stati membri
dell'ONU (con l'eccezione, degna di nota, degli Stati Uniti d'America), è
stata recepita con un alto numero di riserve. Molti stati hanno ratificato
la Cedaw riservandosi di tener conto nella sua applicazione delle esigenze
derivanti dall'esistenza di tradizioni locali culturali e religiose in
tensione con i principi affermati dalla convenzione. Se pochi sono i paesi
islamici che hanno ratificato la convenzione, quei pochi hanno accettato con
la riserva di dare comunque priorità ai principi stabiliti dalla Sharia
(5).
Susan Moller Okin
ha sostenuto che a fronte dell'attuale
situazione "delle religioni e delle culture mondiali l'attribuzione di
valore a culture e religioni indipendente dal loro contenuto e delle
pratiche ammesse al loro interno è probabilmente un contributo a
giustificare la violazione, a ostacolare e a trascurare i diritti della
donna" (6). Secondo la Okin, alla domanda "Is Multiculturalism bad
for Women?" (7) la risposta dovrebbe essere che nello stato attuale
riconoscere diritti ad alcuni gruppi in relazione alle loro tradizioni
culturali e religiose rischia di legittimare le condizioni di subordinazione
e dominio in cui le donne si trovano all'interno della maggior parte delle
religioni e delle culture tradizionali. La preoccupazione della Okin è
condivisa da Martha Nussbaum (sebbene le due autrici assumano posizioni per
altri versi distanti (8)). Anche per Nussbaum il relativismo culturale è
pericolosamente vicino ad una convergenza con le posizioni razziste e
sessiste di numerose tradizioni locali. Per rispondere alle sfide e ai
pericoli del relativismo è necessario, secondo Nussbaum, recuperare una
qualche forma di essenzialismo. In particolare, come vedremo, essa ricorre
ad una peculiare interpretazione dell'essenzialismo aristotelico,
discostandosi da altre versioni contemporanee dell'aristotelismo (9) - come
quella di MacIntyre -, che tendono piuttosto a mettere in luce il carattere
olistico della teoria aristotelica del bene e a declinarla in senso
relativistico, sostenendo che gli unici criteri appropriati del bene sono
locali, ovvero interni alle pratiche di ogni singola società (10).
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PITTORI SURREALISTI
LEONORA CARRINGTON

Leonora Carrington, Argomento (1978)

Leonora Carrington, Domenica

Leonora Carrington, I cavalieri (1977)

Leonora Carrington, Mula's ox (1977) |
1. In Women and Human Development. The
Capabilities Approach (11), Martha Nussbaum si confronta con questi
problemi a partire dall'analisi della situazione delle donne in uno
specifico paese in via di sviluppo: l'India. Frutto della sua attività di
consulente presso l'United Nations University's World Institute for
Development Economics Research e di due intensi viaggi di studio in India
nel marzo del 1997 e nel dicembre del 1998, questo lavoro si muove lungo tre
binari: quello filosofico-politico, quello giuridico-comparativo, e, infine,
quello narrativo. Il racconto della storia di due donne indiane, Vasanti e
Jayamma, che accompagna i diversi capitoli del libro, ha l'intento di
ampliare il nostro orizzonte immaginativo e di accrescere le nostre capacità
empatetiche di comprensione dell'alterità. Esso risponde all'idea -
enunciata anche in altre opere della Nussbaum - che l'immaginazione
letteraria sia "una componente essenziale di una posizione etica che ci
chiede di preoccuparci del bene di altre persone le cui vite sono lontane
dalla nostra" (12). Come se si trattasse di stralci di un romanzo, le
vite di Vasanti e Jayamma mostrano il possibile, ciò che può accadere in
una vita umana: quanto di essa è frutto di scelta, quanto invece dipende
dalle circostanze materiali, sociali e culturali in cui una vita è vissuta.
Il racconto dei percorsi così diversi di queste due donne, collocate l'una
"nella frangia povera della piccola borghesia" e l'altra "al
fondo della scala economica", sottolinea la necessità di mantenere
distinta la vita separata di ognuno, di tener conto della qualità della
vita individuale.
E' questo della separatezza delle persone, insieme
all'elemento della qualità della vita, uno dei punti qualificanti
l'approccio delle capacità che Nussbaum sceglie per affrontare la questione
della donna nei paesi in via di sviluppo. Elaborato nei primi anni ottanta
da Amartya Sen nell'ambito dell'analisi economica - l'approccio delle
capacità misura la qualità della vita, assumendo come parametro non le
preferenze espresse o il reddito pro capite, ma la valutazione di ciò che
le persone sono realmente in grado di fare o di essere, in aree della vita
ritenute essenziali. Alla base di quest'approccio è una disamina dei limiti
delle prospettive utilitariste e welfariste. Nussbaum e Sen criticano l'idea
di persona che è presupposta da queste teorie, ovvero quella di un
contenitore di utilità, la cui individualità non conta più di quanto
possa contare nel calcolo del consumo nazionale di petrolio la distinzione
tra i singoli barili o serbatoi (13). Essi, inoltre, sottolineano gli errori
in cui si può incorrere nella valutazione della qualità della vita
prendendo per buone le preferenze espresse, senza tener conto del fenomeno
delle c.d. "preferenze adattive". Proprio durante ricerche
condotte sulle condizioni di vita delle donne nei paesi in via di sviluppo,
Sen si è reso conto che spesso donne in condizioni di estrema povertà e
disagio non sono in grado di manifestare insoddisfazione e sofferenza, perché
fatalisticamente piegate all'accettazione del loro destino. Da qui l'idea
che solo con un approccio volto a misurare non l'opulenza o l'utilità, ma
ciò che queste donne potevano effettivamente fare o essere, ovvero le loro
capacità effettive di funzionamento, nelle situazioni in cui si trovavano a
vivere, fosse possibile giungere ad un confronto significativo sulle reali
condizioni economiche di diversi paesi.
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Un ulteriore pregio dell'approccio delle capacità,
rispetto alle concezioni centrate sulle risorse e sul reddito pro-capite,
consiste, secondo Nussbaum, nel porre chiaramente in evidenza il fatto che
la ricchezza deve essere concepita solo come un mezzo in vista del fine del
pieno funzionamento umano, e non come un fine in sé. E' questo un punto che
accomuna la sua posizione a quella di altri neo-aristotelici, come Green,
Barker e Maritain: "Tutti questi pensatori - scrive - hanno trovato in
Aristotele l'idea che fine ultimo della politica è sostenere una ricca
'pluralità di attività umane vitali', per usare una frase di Marx, e che
queste attività sono distinte le une dalle altre e ciascuna avente valore
in sé. La ricchezza è un mezzo per l'attività umana e l'attività umana
non dovrebbe mai essere valutata solo dalla sua tendenza a produrre
ricchezza" (14).
Riprendendo il capability approach di Sen, in Women
and Human Development Martha Nussbaum intende farne un uso in parte
diverso e, sicuramente, più ambizioso. Suo intento è, infatti, - scrive -
"superare l'uso meramente comparativo" ed elaborare una lista
universalistica (aperta e rivedibile) di capacità umane fondamentali che
possa essere proposta come "base per l'elaborazione di principi
costituzionali fondamentali", che dovrebbero essere rispettati dai
governi di tutte le nazioni, e poter essere rivendicati da tutti i
cittadini, perché possa dirsi garantito il minimo essenziale per il
rispetto della dignità umana (15). La lista di capacità che Nussbaum
propone è una lista di capacità individuali (nel senso che è implicito in
essa il principio della persona come fine), ognuna delle quali presuppone
l'idea di una soglia di livello minimo, ovvero un livello al di sotto del
quale i cittadini non sono in grado di giungere a un vero funzionamento
umano.
2. Vale qui la pena soffermarsi sul tipo di fondazione
che Nussbaum invoca a sostegno di questa lista di capacità, che comprende:
vita, salute, integrità fisica, sentimenti, ragion pratica, appartenenza,
essere in grado di vivere con le altre specie avendone cura, gioco,
controllo del proprio ambiente sia politico che materiale. Nussbaum afferma,
in questo e in altri scritti, che la sua lista di capacità si fonda su una
visione essenzialista dell'essere umano. Qui e altrove ella, però, precisa
che il suo essenzialismo prescinde da una qualsiasi concezione metafisica
della natura, o da un resoconto "esternista" dell'essenza umana
(16). Per visione "esternista" in etica s'intende una visione che
assuma la possibilità di "uno sguardo da nessun luogo", la
visione dell'occhio di Dio, ovvero una visione che prescinde totalmente
dalle nostre speranze, dalle nostre paure, e dalle nostre credenze. Il punto
di partenza della Nussbaum è, invece, "internista": esso muove da
un'indagine dichiaratamente valutativa relativa alle nostre intuizioni su ciò
che conta nelle nostre vite umane, e non viene dedotta né da una qualche
teologia naturale né da una qualsiasi fonte non morale (17). Attraverso
l'appello al concetto di essere umano è possibile, secondo Nussbaum,
giungere all'individuazione di alcuni "provisional fixed points"
non negoziabili nei nostri giudizi, che possiamo testare alla luce di
diverse teorie, per verificare se le teorie sono in grado di rispondere ad
essi o se i principi devono essere riformati.
Ai fini della giustificazione del loro approccio, sia
Nussbaum sia Sen fanno ricorso alla procedura rawlsiana dell'equilibrio
riflessivo. Questa procedura viene applicata in un ambito esplicitamente
politico ricercando un accordo tra persone che hanno concezioni comprensive
diverse. A differenza di Sen, tuttavia Nussbaum ritiene che attraverso tale
procedura, sottoponendo i punti fissi intuitivi circa cosa significhi vivere
una vita autenticamente umana al test di diverse concezioni morali, sia
possibile giungere ad un resoconto normativo oggettivo dei funzionamenti
umani fondamentali (18). Seguendo Aristotele l'autrice di Women and Human
Capabilities sostiene la possibilità di individuare un'unica lista di
funzionamenti umani, seppure storico-empirica e sempre aperta a successive
revisioni. Per Sen, che non ha mai fornito una lista delle capacità, la
strada intrapresa dalla Nussbaum potrebbe non essere inconsistente con il
suo approccio, ma, in ogni caso, non è ad esso necessaria. Egli, d'altra
parte, non ha nascosto le sue perplessità per la concezione "overspecified"
di natura umana che la posizione della Nussbaum implica, e ha sempre
preferito un approccio generale ad un approccio valutativo completo (19).
Alla domanda perché fermarsi ad un approccio generale? Sen risponde che
"...la motivazione sottostante ha a che fare con il riconoscimento del
fatto che un accordo sull'usabilità dell'approccio delle capacità - un
accordo sulla valutazione dello spazio degli object-values - non ha
bisogno di presupporre un accordo su come l'esercizio valutativo può essere
completato. E' possibile essere in disaccordo sia sulle basi esatte sui cui
si fonda la determinazione dei pesi relativi, sia sui pesi relativi
effettivi scelti, persino quando c'è un accordo ponderato sulla natura
generale degli object-values (in questo caso, funzionamenti personali
e capacità). Il fatto che l'approccio delle capacità sia consistente con
diverse teorie sostantive non dovrebbe essere una fonte di imbarazzo".
L'approccio delle capacità di Sen non ha bisogno "di un previo accordo
sui valori relativi dei diversi funzionamenti e delle diverse capacità, o
su una specifica procedura per decidere di questi valori relativi"
(20), esso funziona anche in assenza di un accordo su un qualche visione
comprensiva. In questo senso, Sen rimane più vicino alla teoria di Rawls
(21), sebbene - come vedremo - anche Nussbaum guardi a Rawls come ad un
interlocutore privilegiato e confessi che nei suoi ultimi lavori è divenuta
sempre più forte l'influenza di Kant e Rawls sul suo pensiero.
Nussbaum
sposa, in particolare, l'idea rawlsiana di un liberalismo politico e non
comprensivo, ovvero di un liberalismo che parte dall'accettazione
dell'esistenza di una pluralità di dottrine comprensive ragionevoli e
chiede ai propri cittadini un'adesione politica, e non
"metafisica", ai principi che sorreggono le istituzioni politiche
fondamentali, principi tra i quali deve collocarsi in primo luogo il
principio dell'eguaglianza dei cittadini. A differenza del liberalismo
comprensivo - di un John Stuart Mill o di un Joseph Raz -, il liberalismo
politico non attribuisce allo stato il compito di favorire la formazione di
cittadini autonomi, e non si pronuncia sul fatto se vite autonome debbano, o
no, considerarsi migliori di "vite gerarchicamente ordinate" (22).
3. In Women and Human Capabilities, la lista
delle capacità è intesa come una sorta di rielaborazione critica
dell'elenco dei "beni principali" proposto da Rawls in A Theory
of Justice: "Possiamo considerare l'elenco delle capacità - scrive
Nussbaum - come una lista di opportunità di funzionamento, in modo che sia
sempre razionale volerle indipendentemente da quello che si vuole".
Come già sostenuto da Sen - il limite dell'approccio rawlsiano
consisterebbe nel misurare chi sta peggio e chi sta meglio in base alla
risorse disponibili. Ciò potrebbe funzionare, per Nussbaum (e Sen), se gli
individui fossero sostanzialmente simili, ma nella realtà gli individui
presentano forti variazioni sia dal punto di vista delle risorse di cui
possono avere bisogno sia della loro capacità di trasformare risorse in
funzionamenti. L'enfasi sulla ricchezza e sul reddito presente nella lista
dei beni principali di Rawls non tiene sufficientemente conto del fatto che
le circostanze sono un elemento spesso determinante per la qualità della
vita. Se anche le donne indiane potessero godere dello stesso reddito degli
uomini le loro opportunità e la loro effettiva libertà sarebbero ancora
fortemente condizionate dalle circostanze in cui si trovano a vivere e dalla
posizione di svantaggio dalla quale si trovano a dover partire. Una teoria
della giustizia, per Nussbaum, deve tener conto non solo delle libertà
negative e dei beni primari ma anche delle effettive libertà positive di
ottenere certi funzionamenti. D'accordo su questo punto con Sen, l'autrice
afferma che "i criteri generali basati sull'utilità e sulle risorse
risultano insensibili alle variazioni contestuali, al modo in cui le
circostanze formano le preferenze e le capacità degli individui di
trasformare risorse in attività umana significativa" (23).
Il passaggio dal linguaggio delle risorse a quello delle
capacità, non è tuttavia l'unica variazione significativa introdotta in Women
and Human Capabilities rispetto alla concezione di Rawls. Se
quest'ultimo, infatti, ha sostenuto che la sua teoria della giustizia nasce
all'interno della tradizione politica occidentale, Nussbaum considera la sua
lista delle capacità come risultato di una comunicazione in cui
"l'orizzonte di comunicabilità" non è fissato da un ethos
condiviso, ma dal genere umano" (24). La lista è concepita in modo che
su di essa possano risultare convergenti le nostre intuizioni ponderate su
quelle "funzioni che sono particolarmente essenziali per la vita umana,
nel senso che la loro presenza o assenza è contrassegno caratteristico
della presenza o assenza della vita umana" e sull'idea che possa darsi
un modo particolarmente umano, e non meramente animale, di assolvere a
queste funzioni. Nussbaum ritiene che la possibilità di questo consenso
universale abbia trovato una qualche forma di conferma nelle discussioni
svolte durante numerose occasioni di incontro multiculturale, in seguito
alle quali la lista è stata affinata, rivista e ampliata. Se Rawls, infine,
pensa di poter proporre un elenco di beni che prescinda da una qualche
concezione del bene, Nussbaum afferma che non è possibile fare a meno di
una qualche idea di autentico funzionamento umano, e che Rawls stesso in
qualche misura è costretto a presupporla quando parla della società come
impresa cooperativa e del valore della scelta autonoma.
| 4. Vediamo meglio quali sono le idee che informano la
lista delle capacità formulata dalla Nussbaum. Essa - si legge in Women
and Human Development - non costituisce "una teoria della giustizia
completa, ma ci dà la base per determinare un minimo sociale accettabile in
varie aree" (25). Parte integrante della visione neo-aristotelica che
ispira la lista delle capacità, insieme all'idea kantiana dell'inviolabilità
della persona, è l'importanza centrale attribuita alla socialità e alla
ragion pratica, come funzionamenti che sostengono tutti gli altri rendendo
il loro conseguimento pienamente umano. Con l'accento particolare posto su
tali voci della lista, Nussbaum sembra voler accentuare la possibilità
dell'approccio delle capacità di presentarsi come alternativa plausibile a
quella visione individualistica delle libertà e dei diritti che pare essere
più forte in occidente che in altre culture, e alla quale - a suo avviso
erroneamente - è stata ridotta la tradizione liberale occidentale.
L'elenco è una lista di capacità combinate: esso
considera il fatto che tutte le capacità interne (dal sapere parlare, al
sapere giocare, alle capacità procreative, ecc..) hanno bisogno di un
ambiente circostante che ne favorisca lo sviluppo. Esso insiste cioè sulla
"duplice importanza delle circostanze materiali e sociali, sia nella
formazione delle capacità interne, sia nella loro espressione una volta
formate ..." (26)
Un aspetto importante dell'approccio della Nussbaum è dato
dalla distinzione tra capacità e funzionamenti. Lo stato dovrebbe
impegnarsi nella promozione delle capacità, non nel richiedere ai propri
cittadini particolari funzionamenti. "Quando si tratta di cittadini
adulti, la capacità non il funzionamento, è la meta politica
appropriata" (27).
Questa distinzione è necessaria se si vuol
rispettare il valore della ragion pratica nelle scelte individuali, e non
cadere in forme di paternalismo poco rispettose del pluralismo. Il
pluralismo è qui salvaguardato dal fatto che la promozione della lista
delle capacità è aperta a funzionamenti relativistici. Una volta
articolata tale differenziazione, tuttavia, l'autrice è costretta a
reintrodurre tutta una serie di casi e circostanze in cui pare quanto meno
discutibile che lo stato possa accontentarsi di promuovere capacità senza
richiedere specifici funzionamenti.
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Leonora Carrington,
Amor che muove il sole e
altre stelle (1946)

Leonora Carrington, Essere un insetto (1940)

Leonora Carrington, Tempio del mondo (1954)
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Sia il fatto che alcune scelte possono
ridurre o comportare una rinuncia permanente a determinate capacità (come
nel caso della mutilazione genitale femminile), sia la considerazione che
per incoraggiare la formazione di alcune capacità possa essere talvolta
utile esigere certi funzionamenti mostrano la difficoltà di eliminare del
tutto alcune forme di "paternalismo".
I limiti entro cui tale
azione paternalistica è ammissibile dovrebbero essere lasciati - secondo
Nussbaum - "ai processi democratici di ciascuna nazione" (28). L'accusa di paternalismo spesso rivolta alle teorie universaliste è una
delle difficoltà con cui l'autrice si confronta più seriamente sul piano
teorico nel corso di Women e Human Development - come vedremo sia
dalla sua analisi del ruolo delle preferenze nella giustificazione di scelte
politiche fondamentali sia dal suo tentativo di rispondere alle sfide del
relativismo. Non c'è dubbio, tuttavia, che prendendo in considerazione i
casi in cui lo stato non può accontentarsi di garantire capacità, Nussbaum
si trovi almeno parzialmente in contraddizione con la sua opzione per un
"liberalismo politico" e non "comprensivo". Ciò emerge
chiaramente quando scrive: "Se aspiriamo a produrre adulti che abbiano
tutte le capacità elencate, ciò comporterà spesso richiedere certi tipi
di funzionamento nei bambini, poiché, come ho sostenuto, è spesso
necessario esercitare una funzione nell'infanzia per produrre una capacità
adulta matura" e, ancora, quando sostiene che in base a questo
interesse sembra legittimo richiedere l'istruzione primaria e secondaria,
nonché esigere che i genitori garantiscano la salute, l'integrità fisica e
il benessere emotivo dei loro figli, e prevenire e punire eventuali abusi o
negligenze in tal senso. D'altra parte l'obbligo dello stato di garantire la
lista completa delle capacità, indipendentemente dai funzionamenti che un
individuo può decidere o meno di perseguire, non implica forse come valore
di fondo il fatto che le opzioni di vita, anche quella di rinunciare ad un
insieme di capacità, sono giustificate solo se sono autonome? Detto in
altri termini, l'autonomia rimane un valore fondamentale all'interno del
liberalismo della Nussbaum, anche se esso consente che la si possa giocare
per sottomettersi ad una vita ordinata gerarchicamente, in quanto quella
subordinazione rimane accettabile solo se avviene in un contesto che
garantisce la scelta, il che presuppone non solo un insieme di capacità, ma
anche un individuo in grado di scegliere (29).
5. L'elaborazione di norme universali che trascendano
barriere culturali, religiose di razza e di genere è - come abbiamo visto -
una questione strategica urgente, secondo Nussbaum, nella prospettiva del
femminismo internazionale, e più in generale dal punto di vista di un
governo della globalizzazione, che sappia imporre "vincoli alle scelte
utilitaristiche che le nazioni possono fare" (30). Una prospettiva
universalista, tuttavia, non può oggi evitare un confronto con le sfide e
gli argomenti dei sostenitori del relativismo e del multiculturalismo.
L'argomento meno serio e più debole nei confronti dell'universalismo è
costituito, secondo Nussbaum, dall'accusa di occidentalizzazione. La scelta
del punto di vista delle donne in un paese come l'India, che è la più
grande democrazia al mondo, e che gode di un sistema costituzionale che
riconosce sul piano formale l'eguaglianza dei diritti civili e politici
delle donne, offre alla Nussbaum una posizione particolarmente favorevole
contro quanti sono pronti al sospetto di fronte al linguaggio
universalistico in materia di giustizia e diritti umani. Nussbaum non
nasconde la sua irritazione nei confronti di quegli occidentali che per
"senso di colpa" o per cattiva informazione si ostinano a voler
considerare tutti i mali di un paese come l'India e delle donne indiane
come
un portato della colonizzazione e dell'Occidente: "chi sostiene che le
donne erano tutte felici in India prima che le idee occidentali venissero a
turbarle non merita attenzione, perché ignora - scrive - enormi lembi di
realtà, tra cui il movimento indigeno per l'educazione femminile, per
l'abolizione della purdah, per la partecipazione politica delle
donne, che si sono rafforzati nel corso dell'Ottocento e all'inizio del
Novecento, sia nella tradizione indù sia nella tradizione musulmana, in
qualche modo precedendo il movimento femminista britannico e statunitense.
Allo stesso modo si rivela fuori della realtà chi oggi neghi che le idee di
libertà politica, uguaglianza sessuale e non discriminazione siano idee
indiane ..." (31). La vera sfida che l'universalismo deve affrontare e
prendere sul serio è rappresentata per Nussbaum dalla possibilità di
proporre criteri universali che riescano ad essere abbastanza flessibili e
sensibili verso la complessità di tradizioni diverse e di contesti
quotidiani complessi.
Una prospettiva universalista deve rispondere ad almeno tre
argomenti più seri dell'accusa di occidentalizzazione. Il primo argomento
è relativo al problema della diversità culturale. L'universalismo, secondo
i teorici del multiculturalismo, nel valutare attraverso criteri universali
la condizione delle donne indiane non è in grado di rispettare quella
tradizione di deferenza, di modestia femminile, di castità e di obbedienza
che sarebbe propria del patrimonio culturale indiano. Nussbaum non intende
negare che sia importante per una donna indiana poter scegliere di
mantenersi fedele a questi valori, essa sottolinea, tuttavia, da un lato la
necessità di verificare se esistano le condizioni per cui si possa a
ragione parlare di scelta, dall'altro l'opportunità di riconoscere che sono
esistite nella storia indiana anche voci femminili che hanno parlato della
sofferenza e del dolore prodotto nelle donne indiane da una tradizione che
le riduceva in una condizione di totale isolamento e impotenza. Perché - si
chiede Nussbaum - dovremmo considerare la tradizione trasmessa da guide
religiose e culturali maschili come più pure e rappresentative dei valori
indiani delle voci di protesta che si sono alzate nella storia contro quella
tradizione? Nel valutare una tradizione, prima di lamentare la sua eventuale
estinzione, secondo Nussbaum, dovremmo poter disporre di criteri per dire se
essa contenga pratiche lesive nei confronti delle persone e se la sua
scomparsa non costituisca l'unica via per evitare un danno alla dignità
umana.
L'argomento della diversità culturale viene declinato
spesso in termini relativistici: ovvero viene tradotto nell'idea per cui
ogni cultura dovrebbe trovare al suo interno i propri principi guida, come
se ogni cultura fosse un'isola priva di comunicazioni con l'esterno. Contro
questa posizione Nussbaum ci invita non solo a guardare al carattere aperto
e pluralistico di ogni cultura, compresa la cultura indiana - un invito già
presente in Laicismo indiano di Amartya Sen -, ma anche a considerare
gli esiti autodistruttivi dello stesso relativismo: "nel chiederci di
sottometterci a norme locali, ci chiede di osservare norme che sono nella
maggioranza dei casi non relativistiche. Gran parte delle tradizioni locali
si considerano assolutamente, e non relativamente, vere: quindi nel
chiederci di seguire l'elemento locale, il relativismo ci chiede di non
seguire il relativismo" (32).
L'obiezione più seria contro l'universalismo è
rappresentata per l'autrice dall'accusa di paternalismo. Si tratta di
un'obiezione seria perché ci invita a rispettare il principio della libertà
di scelta individuale. Su questo specifico problema la posizione della
Nussbaum è articolata. In primo luogo, la sua risposta consiste
nell'osservare che non esiste un'incompatibilità di fondo tra universalismo
e riconoscimento della libertà di scelta individuale, nella misura in cui
quest'ultimo presuppone la condivisione di almeno un principio universale:
"il valore di poter pensare e scegliere per proprio conto". Quando
si passa dal piano della teoria al piano della politica la questione si
complica. Nussbaum tiene qui distinta la questione dell'imposizione di norme
universali da parte di istituzioni sovranazionali da quella della loro
imposizione da parte di istituzionali nazionali democratiche.
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Leonora Carrington, Autoritratto (1936-37)

Leonora Carrington, Ritratto di Max Ernst (1940)
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Ogni stato nazionale democratico ha nei confronti dei suoi
cittadini un atteggiamento paternalistico, nella misura in cui, per esempio,
impedisce loro di fare quello che vorrebbero per evitare che possano ledere
altri. E' in sostanza possibile, secondo l'autrice, accettare certe forme di
paternalismo e rifiutarne altre: "il paternalismo non ci piace, proprio
perché c'è qualcos'altro che ci piace, la libertà di scelta di qualcuno
nelle questioni fondamentali. E' perfettamente coerente rifiutare alcune
forme di paternalismo, e sostenerne altre che riconoscono questi valori
centrali, su una base egualitaria" (33).
Uno stato democratico,
impegnato a garantire non solo l'eguaglianza formale delle donne nel
godimento dei diritti civili e politici, ma anche la loro effettiva capacità
di partecipazione e di scelta, dovrà necessariamente adottare una serie di
misure redistributive che interferiranno nelle scelte di alcuni, e quindi in
questo senso configurerà una forma anche ampia di paternalismo, che sarà
giustificata nella misura in cui sarà volta a riconoscere in modo più
egualitario la libertà di scelta di ognuno nelle questioni fondamentali.
Diversa è la posizione della Nussbaum quando si tratta di
prendere in considerazione il ruolo delle istituzioni internazionali in
vista di un maggiore rispetto di principi universali su scala globale. Tutta
la riflessione condotta in Women and Human Development sembra mossa
in proposito da una certa cautela. La ragione principale addotta a
giustificazione di questa posizione è costituita dalla necessità di tener
presente le scarse credenziali democratiche delle attuali istituzioni
internazionali.
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La Nussbaum non s'impegna in una valutazione delle
conseguenze che potrebbero derivare dall'applicazione del suo approccio
delle capacità sul piano del diritto internazionale. Charlesworth ha
osservato che si potrebbe, per esempio, pensare di utilizzare l'approccio
delle capacità per valutare l'ammissibilità delle riserve presentate da
alcuni degli stati firmatari della Cedaw, considerando se l'effetto del loro
richiamo alla tradizione e alle culture locali è tale da ridurre la
possibilità delle donne di vivere una vita autenticamente umana (34).
Nussbaum, però, pur non negando che l'approccio delle capacità possa
essere utile per valutare i principi su cui si fonda il diritto
internazionale, sembra piuttosto restia a prenderne in considerazione
un'applicazione vincolante, nella misura in cui ciò può entrare in
tensione con la volontà espressa degli stati, in particolare qualora si
tratti di democrazie costituzionali come nel caso dell'India (35). In
sostanza, se l'osservazione di Charlesworth mira ad un'utilizzazione
dell'approccio delle capacità volto a limitare le pretese delle sovranità
nazionali (per esempio col giudicare inammissibili alcune riserve nei
confronti delle convenzioni internazionali), la Nussbaum non pare disposta
ad andare in quella direzione (36).
Il fatto - ammesso dalla stessa Nussbaum - che la
realizzazione di una politica che assuma come principi guida la sua lista
delle capacità richiede non solo una cooperazione sul piano internazionale,
ma anche una qualche forma di politica redistributiva tra paesi ricchi e
paesi poveri, fa pensare che sarebbe stata necessaria da parte dell'autrice
una più articolata riflessione sulle istituzioni internazionali, sulla
possibilità effettiva di riformarle e di renderle rappresentative, così da
legittimare un loro più efficace impegno a difesa delle violazioni dei più
fondamentali diritti umani. In tutto il testo, alla fiducia nel ruolo delle
NGO, nel miglioramento delle condizioni di alcune donne in paesi come
l'India, corrisponde una sottile diffidenza verso un ruolo più attivo di
pressione da parte delle organizzazioni internazionali e sembra mancare un
rilievo adeguato sugli effetti di ricorsi sul piano giudiziale alle
convenzioni internazionali, la cui funzione pare invece limitata
dall'autrice al piano della persuasione. Come valuterebbe Nussbaum la
possibilità del ricorso da parte di singole individue o di gruppi di donne
al Comitato della Cedaw aperta dall'introduzione del Protocollo opzionale,
per il momento ratificato da poco più di una decina di paesi? Se è vero
che il linguaggio delle capacità copre più o meno lo stesso spazio del
linguaggio dei diritti umani - come evidenzia l'autrice stessa -, mi pare
che esso sia sostanzialmente più debole dal punto di vista della possibilità
per i singoli di rivendicare pretese legittime. Il vantaggio che esso
presenta di uscire dall'interminabile dibattito sul carattere esclusivamente
"occidentale" o no dei diritti lascia tutto sommato più problemi
aperti di quanti riesce a risolverne (37).
6.Ho sottolineato inizialmente l'importanza che ha
per l'approccio fondato sulle capacità la critica alle concezioni
welfariste e il rilievo posto sul fenomeno delle c.d. preferenze adattive o
distorte. Se l'approccio welfarista è mosso dalla preoccupazione di
rispettare le scelte e le preferenze espresse dalla gente, ci si può
chiedere in che misura l'approccio delle capacità finisca per optare per
una forma di platonismo, ovvero per una visione in cui l'urgenza di vedere
salvaguardati alcuni principi universali di giustizia legittimi passa sopra
a quello che la gente può pensare dei cambiamenti che si sono introdotti
(38). Il femminismo internazionale è spesso accusato proprio di voler
imporre a donne che hanno loro tradizioni e costumi principi ad esse
estranei. Per giungere alla formulazione di un'alternativa credibile tanto
al platonismo che al welfarismo la Nussbaum si impegna in una disamina del
ruolo delle preferenze nelle scelte pubbliche, al fine di valutare quando è
giusto tenerne conto e quando è necessario sottoporle ad un vaglio
critico-razionale. La sua argomentazione prende le mosse dall'esame delle
ragioni che hanno indotto gli economisti utilitaristi ad introdurre delle
correzioni al welfarismo soggettivista che vanno dalla considerazione
dell'errore cognitivo alla distinzione tra bisogni razionali e irrazionali.
Autori come Harsanyi e Brandt hanno tentato di risolvere questi problemi
introducendo l'idea di una procedura di creazione e valutazione delle
preferenze che in modi diversi comporta il riferimento all'idea di "una
comunità di uguali, noncuranti del potere e dell'autorità, privi di
invidia e di paura, ispirati dalla consapevolezza del posto che occupano
nella gerarchia sociale". Questa direzione proceduralista è stata
perfezionata da Rawls e Habermas, creando un "modello kantiano ideale
di comunità morale, introducendo vincoli sull'informazione e sulle
procedure" (39). Forme di proceduralismo, come quelle di Habermas e
Rawls, sono per Nussbaum "moralmente cariche" e tali da convergere
in ultima analisi con un approccio, quale quello da lei scelto, che parte
dall'individuazione di un insieme di mete sociali fondamentali.
Nella sua ricca analisi delle concezioni welfariste,
Nussbaum considera anche la critica di Elster al meccanismo delle preferenze
adattive, da quest'ultimo illustrato mediante l'esempio "della volpe e
dell'uva acerba". Elster, osserva Nussbaum, sembra sospettoso verso
ogni forma di preferenza adattiva. Eppure si dovrebbe ammettere che esistono
forme di adeguamento dei desideri alla realtà che sono necessarie e
salutari, perché scoraggiano le persone dal perseguimento di desideri
irrealizzabili. Il punto è qui di nuovo stabilire dei criteri in base ai
quali individuare questi casi. Per poterlo fare si ha bisogno, secondo
Nussbaum, di qualcosa che la teoria di Elster non offre: una teoria dei beni
fondamentali e una teoria della giustizia, ovvero una teoria normativa. Una
volta affermato che è necessaria una teoria del valore intrinseco, lo
scivolamento verso il platonismo, ovvero verso una concezione filosofica che
fa riferimento a valori eterni, che prescindono totalmente da desideri e
preferenze, sembrerebbe breve. Nussbaum, tuttavia, trova questa mossa non
convincente, in quanto disconosce il fatto che "il desiderio è una
parte intelligente dell'essere umano": "le emozioni, i desideri e
gli appetiti di un essere umano sono tutte parti umanamente significative
della sua personalità, degne di rispetto in quanto tali" (40).
Nella
teoria formulata in Women and Human Development i desideri giocano un
ruolo duplice, epistemico e giustificativo, nel tentativo di giungere ad un
equilibrio riflessivo. La lista delle capacità trova un sostegno nel suo
essere stata frutto di un reale confronto interculturale nel contesto di
incontri con colleghi di altri paesi, in condizioni di informazione adeguata
e che favorivano una discussione critica. Essa trova inoltre il conforto di
situazioni in cui donne che hanno potuto godere del raggiungimento di
determinate capacità hanno dimostrato di non essere propense a rinunciarvi
per tornare a forme di vita tradizionali, nonostante questa scelta fosse
loro lasciata aperta. Ciò lascia sperare, secondo Nussbaum, nella
possibilità nel lungo periodo di un consenso convergente tra un
proceduralismo informato e una teoria dei beni sostanziali, consenso che
rappresenta un requisito essenziale per la stabilità. Tale consenso
dovrebbe dipendere da quanto in prospettiva sarà possibile educare gli
uomini "in modo da sostenere concezioni politiche che trattino le donne
come eguali" (41).
L'idea che si possa giungere ad una convergenza sulla lista
di capacità proposta dalla Nussbaum sembra ottimistica, soprattutto per
quanto concerne alcune voci della lista. Si consideri la terza capacità
elencata: l'integrità fisica. Questa capacità viene descritta come
"Essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all'altro; di
considerare inviolabili i confini del proprio corpo, cioè di poter essere
protetti contro le aggressioni, compresa l'aggressione sessuale, l'abuso
sessuale infantile e la violenza domestica; avere la possibilità di godere
del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo". L'estensione
di questa capacità fino a coprire la possibilità di godere di piacere
sessuale e della libertà di scelta in campo riproduttivo difficilmente
potrebbe raccogliere una qualche forma di consenso, come dimostra la
conferenza di Pechino del 1995 dove queste questioni hanno incontrato la
decisa opposizione dei paesi cattolici e islamici (42).
7. L'affermazione dell'eguaglianza sessuale trova nel
mondo contemporaneo due terreni significativi di tensione e conflitto: la
famiglia e la libertà religiosa. Nel terzo capitolo Nussbaum affronta il
problema del ruolo della religione cercando di delineare una posizione
alternativa tanto all'umanesimo femminista secolare quanto al femminismo
tradizionalista. Se le femministe umaniste - tra le quali può collocarsi
Susan Moller Okin - dimostrano la tendenza a vedere tutte le religioni come
intrinsecamente patriarcali, le tradizionaliste considerano solo la comunità
tradizionale e religiosa come capace di fornire una guida tale da dare un
senso concreto al futuro delle donne. Entrambe queste posizioni, secondo
Nussbaum, finiscono per commettere lo stesso errore: non prendono sul serio
il dilemma rappresentato dalla tensione tra riconoscimento dell'eguaglianza
dei diritti e libertà di religione. Le femministe secolari hanno, comunque,
a differenza delle tradizionaliste, il merito di lottare per una causa
giusta: quella del pieno riconoscimento dell'eguaglianza delle donne nel
godimento dei diritti.
L'approccio delle capacità riconosce nella religione una
fondamentale area espressiva dell'essere umano. A differenza dell'umanesimo
secolare esso, inoltre, è attento al pluralismo interno alle diverse
religioni e tradizioni. Liquidando tutte le religioni come patriarcali,
infatti, secondo la Nussbaum l'umanesimo secolare femminista si preclude il
dialogo con quelle donne che stanno cercando di operare una revisione di
diverse prospettive religiose e che potrebbero divenire sue potenziali
alleate. Credo sia questo un punto importante: troppo poco infatti sono
conosciuti in Occidente i lavori di donne come Neera Nawaz - citata dalla
Nussbaum -, ma altri nomi potrebbero essere ricordati - penso, per esempio,
a Fatema Mernissi - che rileggendo la tradizione religiosa stanno tentando
di farne emergere un quadro meno ostile all'universo femminile e tale da non
offrire giustificazione alle attuali derive fondamentaliste.
Come riconoscere il diritto delle donne al godimento della
lista delle capacità umane fondamentali spesso messe in pericolo dalle
tradizioni culturali e religiose, rispettando al tempo stesso il pluralismo
religioso? Nell'affrontare questo dilemma Nussbaum si avvale di alcuni
principi guida: 1. le capacità religiose devono intendersi sempre come
capacità individuali, e non come capacità di gruppi; 2. il rispetto che lo
stato deve alle diverse religioni viene meno quando una pratica religiosa
lede le capacità fondamentali. In termini giuridici il rispetto di questi
principi guida potrebbe tradursi, secondo Nussbaum, in qualcosa di simile al
Religious Freedom Restauration Act, una legge statunitense del 1993 -
successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati
Uniti d'Amerca - che stabiliva l'inammissibilità d'interferenze dello stato
nelle pratiche religiose a meno che tali interferenze non fossero
giustificate da un interesse generale imprescindibile, non promuovibile con
mezzi meno restrittivi. Un'impostazione di questo tipo non consente allo
stato di sindacare, per esempio, sulla scelta dei cattolici di non ordinare
sacerdoti di sesso femminile, finché le donne sono libere di uscire dalla
chiesa cattolica, qualora lo vogliano.
L'applicazione di questa legislazione ad un caso come
quello dell'India deve, tuttavia, tener conto di una situazione ben più
complessa e difficile, in quanto in questo paese vaste aree del diritto
civile sono monopolio delle principali religioni. L'esistenza di sistemi
separati di diritto privato, secondo Nussbaum, non costituisce in sé un
problema, sebbene sia critica da un punto di vista dell'approccio delle
capacità in quanto profila un sistema di incertezza giuridica in cui è
facile che i cittadini vengano trattati diversamente a seconda delle
religione a cui appartengono. Le tensioni esistenti tra musulmani e indù
suggeriscono all'autrice una via più prudente e gradualista della
secolarizzazione completa del diritto privato. La via indicata è quella
dell'imposizione di vincoli giudiziari e legislativi che spingano i codici
religiosi ad un maggior rispetto delle garanzie sia in materia di
eguaglianza sessuale sia di effettiva di libertà da parte dei singoli di
abbandonare un'appartenenza religiosa. Parte della strategia gradualista,
suggerita dalla Nussbaum, consiste anche nell'invito all'apertura di un
dibattito sulle convenzioni in materia di diritti delle donne alle quali
l'India ha aderito, in vista di un adeguamento dei sistemi legali religiosi.
Visto che la famiglia è stata ed è in molti casi il luogo
in cui storicamente si è riprodotta la subordinazione della donna, e
considerato il fatto che i codici religiosi regolano in primo luogo il
diritto familiare, limitando spesso severamente i diritti delle donne, ci si
può chiedere se - contrariamente a quanto sostenuto dalla Nussbaum - non
possa sussistere in queste materie un interesse imprescindibile dello stato
ad imporre un codice civile uniforme e quindi a porre dei limiti
all'esistenza di sistemi legali religiosi separati, sebbene questo ponga dei
limiti al pluralismo religioso. L'insistenza della Nussbaum sul fatto che
l'appartenenza della donna ad un certo gruppo o ad una certa cultura non
dovrebbe essere considerata vincolante per lei, a meno che non è stata lei
stessa a farla propria, avendo a disposizione tutte le proprie capacità,
pone infiniti problemi finché la donna non ha garanzie di effettiva
eguaglianza e libertà in uno spazio fondamentale come quello della
famiglia.
| L'interrogativo sollevato sopra si rafforza con la lettura
del quarto capitolo, dove proprio sulla famiglia si concentra l'analisi.
Qui
Nussbaum riprende temi comuni alla critica femminista sulla concezione
tradizionale della famiglia, sostenendo: 1. che la famiglia non può
considerarsi un'istituzione naturale; 2. che essa in quanto modellata dalle
leggi dello stato non può considerarsi una sfera "privata"; 3.
che l'inclinazione delle donne alla cura non è un dato naturale, ma frutto
del particolare processo di socializzazione cui le donne sono sottoposte,
processo in cui hanno un ruolo cruciale le tradizioni e le leggi. La
famiglia in quanto luogo degli affetti e delle cure ha un ruolo importante
nella formazione delle capacità umane, essa però - come dimostra proprio
la storia delle donne - può anche costituire un grave impedimento al loro
pieno sviluppo. Questo problema pone la questione se la famiglia, in quanto
struttura fondamentale della società, debba essere soggetta e regolata da
criteri di giustizia.
E' questa l'obiezione che molte femministe hanno
sollevato contro la posizione assegnata alla famiglia all'interno di una
teoria della giustizia di Rawls, con la quale la stessa Nussbaum si
confronta lungamente. Due paiono i limiti principali della proposta
rawlsiana, anche nell'articolazione che essa riceve in The Idea of Public
Reason Revisited:
1. Rawls continua a pensare alla famiglia come ad
un'istituzione naturale;
2.Egli non si misura fino in fondo con la
differenza che sussiste tra un'istituzione come la famiglia e organizzazioni
quali chiese, università, ecc. Se nella famiglia sembra riproporsi la
tensione, già vista analizzando la religione, tra il valore intrinseco
delle capacità espressive e affettive consentite dallo spazio delle
relazioni familiari e il principio della capacità individuale, la famiglia
presenta un tratto peculiare e distintivo rispetto alla religione: essa non
esiste senza il sostegno della legge e quindi senza lo Stato. |

Leonora Carrington, Panorama di Manzanillo
(1956)
_______________
Della Carrington
scrittrice in Italia sono state tradotte due opere:
-
"Il
cornetto acustico"
-
"Giù
in fondo".
_______________

Leonora Carrington, Trittico (1977)
|
"Non
serve - scrive Nussbaum - far pressione affinché lo stato possa controllare
la famiglia dall'esterno, nello stesso modo in cui controlla una università
privata, a causa del tipo di rapporto che lo stato ha col matrimonio, e
anche a causa della diffusa influenza della famiglia sulle sorti e sulle
libertà dei cittadini. La famiglia appartiene semplicemente alla struttura
fondamentale della società, e i principi di equità basati sulle capacità
le dovrebbero essere applicati direttamente come parte di quella struttura,
entro i limiti posti da altre capacità, specialmente quelle riguardanti le
libertà personali (associative, di decoro, di scelta) dei cittadini.
Affermato che la famiglia non è un'istituzione prepolitica, e che la
politica ha un ruolo costitutivo nel determinarne la forma, si apre lo
spazio per concepirla in termini più ampi di quelli classici, costituiti
dalla famiglia eterosessuale, nucleare. Altre forme di relazioni possono
assolvere quei bisogni affettivi a cui risponde anche la famiglia. I
collettivi di donne, come la Self-Employed Women's Association
(SEWA),
in contesti come l'India, dove la famiglia è spesso luogo di oppressione,
potrebbero costituire delle forme di relazioni affettive degne del sostegno
di uno stato che non dovrebbe dare per scontati i gruppi tradizionali.
Nussbaum sostiene l'efficacia delle associazioni femminili, facendo appello
tra l'altro anche al fatto che tra le donne indiane sarebbe molto più
diffuso l'ideale della solidarietà femminile che quello dell'amore
romantico. Non è certo mia intenzione disconoscere l'importanza di
un'apertura verso una concezione della famiglia che vada al di là dell'idea
della famiglia eterosessuale, mi pare tuttavia che la Nussbaum sia in
qualche misura costretta a guardare in questa direzione proprio per la sua
cautela nei confronti di una riforma del codice civile che sottragga il
diritto familiare al monopolio che su di esso esercitano attualmente in
India le principali tradizioni religiose.
Note
*. Nota su M. Nussbaum, Women and Human Development.
The Capabilities Approach, Cambridge University Press, Cambridge-New
York 2000; tr. it. Diventare persone. Donne e universalità dei diritti,
Il Mulino, Bologna 2001, pp. 370.
1. Cfr. M. Freeman, The Philosophical Foundations of
Human Rights, "Human Rights Quarterly", 16 (1994), pp.
491-514.
2. L'acronimo CEDAW sta per Convention
for the Elimination of all Forms of Discrimination Against Women.
3. Cfr. C. Scoppa, I diritti delle donne sono diritti umani, in S.
Bartoloni (a c. di), A volto scoperto. Donne e diritti umani,
Manifestolibri, Roma 2002, pp. 69-82.
4.
Le Nazioni Unite dispongono attualmente di due organismi responsabili in
materia di diritti delle donne: la Commissione sullo status delle donne,
creata nel 1947 e la Commissione per l'eliminazione della discriminazione
nei confronti delle donne che ha il compito di monitorare il rispetto della
Cedaw da parte degli stati firmatari ed è composta da 23 esperti
indipendenti in rappresentanza delle diverse aree geografiche. Cfr. U. A. O'Hare, "Web Journal of Current Legal
Issues", 5 (1997).
5. Cfr. H. Charlesworth, Martha Nussbaum's Feminist
Internationalism, "Ethics", 111 (October 2000), p. 67.
6.
S. M. Okin, Un conflitto sui diritti fondamentali, "Filosofia e
questioni pubbliche", III, 1 (1997), p. 6.
7. S. M. Okin, Is Multiculturalism Bad for Women?,
a c. di J. Cohen, M. Howard e M. C. Nussbaum, Princeton University press,
Princeton 1999. Per una traduzione italiana del saggio introduttivo della
Okin a cura di M. C. Pievatolo cfr.
8. V. M. Nussbaum, A Plea for Difficulty, in S.
M. Okin, Is Multiculturalism Bad for Women?, cit. e la risposta di
Okin, ivi.
9.
G. Zanetti, Introduzione, in M. Nussbaum, La fragilità del bene. Fortuna
ed etica nella tragedia e nella filosofia greca, Il Mulino, Bologna
1986, pp. 9-31 e V. Gessa-Koroutschka, Dimensioni della moralità. Etica
e politica nella filosofia tedesca contemporanea, Liguori, Napoli 1999,
pp. 79-92.
10. Cfr. M. Nussbaum, Non-Relative Virtues: An
Aristotelian Approach, in A. Sen e M. Nussbaum (a c. di), The Quality
of Life, Clarendon Press, Oxford 1993, p. 243.
11. Quest'opera della Nussbaum è stata oggetto già di
una notevole attenzione, v.: Symposium on Martha Nussbaum's Political
Philosophy, "Ethics", 11 (October 2000, pp. 5-140 e Assessing
Martha Nussbaum's Latest Version of the Human Capabilities Approach,
"Ideas
Newsletter", June 2001.
12. M. Nussbaum, Poetic Justice. The Literary
Imagination and Public Life, Beacon Press, Boston 1995; tr. it. Il
giudizio del poeta. Immaginazione letteraria e vita civile,
Feltrinelli, Milano 1996, p. 17.
13. Ivi, p. 34.
14. M. Nussbaum, Aristotle, Politics, and Human
Capabilities: A Response to Antony, Arneson, Charlseworth, and Mulgan,
"Ethics", 111 (October 2000), p. 106.
15.
M. Nussbaum, Diventare persone, cit., p. 26.
16.
Per un'analisi critica dell'essenzialismo proposto da Nussbaum, cfr. L. M.
Antony, Natures and Norms, in "Ethics", 111 (October) 2000,
pp. 8-36.
17.
Nussbaum attribuisce questa stessa teoria ad Aristotele, cfr. ivi, p. 96.
18.
Sulle differenze tra la teoria di Nussbaum e quella di Sen, cfr. ivi, pp.
24-29 e D. A. Crocker, Functioning and Capability. The
Foundation of Sen's and Nussbaum's Development Ethic, "Political Theory", 20, 4 (1992), pp.
584-612.
19. Cfr. A. Sen, Capability and Well-Being, in A.
Sen e M. Nussbaum, The Quality of Life, cit., pp. 46-49.
20.
Ivi, pp. 47-48.
21.
Cfr. Crocker, op. cit., pp. 797-799.
22.
Cfr. su questo punto v., in particolare, M. Nussbaum, A Plea for
Difficulty, in S. Moller Okin, op. cit., pp. 108-111.
23.
M. Nussbaum, Diventare persone, cit., p. 89.
24. Cfr. V. Gessa-Kurotschka, op. cit., p. 83.
25.
M. Nussbaum, Diventare persone, cit, p. 94.
26.
Ivi, p. 104.
27.
Ivi, p. 105.
28.
Ivi, p. 114.
29.
Mi sembra di poter riarticolare così la critica che Okin rivolge a Nussbaum,
cfr. S. M. Okin, Reply, in S. M. Okin, Is Multiculturalism Bad for
Women?, cit., p. 129. In A. Phillips, Feminism and Liberalism Revisited:
Has Martha Nussbau, Got it Right? ( "Constellations", 8,
2, 2001, pp. 249-266), Phillips contrappone ad un femminismo liberale
fondato sull'autonomia un femminismo centrato sull'idea di eguaglianza.
30.
Ivi, p. 46.
31.
Ivi, pp. 58-59.
32.
Ivi, p. 68.
33.
Ivi, p. 75.
34. H. Charlesworth, op. cit., pp. 70-71.
35.
Cfr. M. Nussbaum, Diventare persone, cit., p. 123.
36.
In risposta alle osservazioni di Charlesworth, Nussbaum riprende un caso già
proposto in Women and Human Development (ivi, p. 249). Ricorda, cioè,
il ricorso alla Corte Suprema indiana da parte di un gruppo di attivisti che
nel 1987 chiesero un pronunciamento sul mancato adempimento da parte dello
stato indiano degli obblighi derivanti dalla Cedaw, denunciando, in
particolare, l'urgenza di una legge sulla violenza sessuale. In quella
circostanza la sentenza della Corte riconobbe l'obbligo dell'India di
mantenere gli impegni presi con la firma della Cedaw, sollecitando il
legislatore a promuovere una legge contro la violenza sessuale. Nussbaum
cita questo esempio come un "eccellente paradigma di combinazione tra
pressione sopranazionale e sovranità statale". La Cedaw infatti, pur
svolgendo una funzione positiva di pressione, lascia il ruolo di agente del
cambiamento alle istituzioni democratiche nazionali, ovvero non risulta in
grado da sola di limitare la sovranità nazionale. Cfr. M.
Nussbaum, Aristotle, Politics and Human Capabilities, cit., pp.
133-134. Dal momento che lo stato indiano ha dichiarato, firmando la convenzione
con riserva, di essere disposto ad adempiere ad alcuni fondamentali articoli
della Cedaw (in particolare gli articoli 5 (a) e 16, comma 1) nei limiti
consentiti dalla sua politica di rispetto verso le singole comunità
culturali e religiose, lo stesso effetto persuasivo della convenzione
rischia di essere pressoché nullo. Per questo, mi pare, che il punto
sollevato da Charlesworth rimanga importante e la risposta della Nussbaum
non sufficientemente adeguata.
37.
Sul rapporto tra linguaggio dei diritti e linguaggio delle capacità -
aspetto che appare ancora non sufficientemente sviluppato nella sua
formulazione attuale - v. ivi, pp. 115-120.
38.
Cfr. ivi, pp. 149-150.
39.
Ivi, p. 167.
40.
Ivi, p. 187.
41. Ivi, p. 199.
42. Cfr. H. Charlseworth, cit., p. 71
________________________________________________________________________________
__________________________________________________________

Convegno Nazionale dei Dottorati di Ricerca in Filosofia
Gallipoli 2/4 ottobre 2000
Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia, Università di Lecce
Ermeneutica
della narrazione etica in Martha C. Nussbaum
Relazione di
Fabrizia
Abbate

Il titolo di questa ricerca si presenta ovviamente con quel carattere di
provvisorietà che si addice agli studi in itinere. E' titolo pronto dunque
a trasformarsi, a cambiare a seconda del pensiero e degli sviluppi che lo
studio avrà nel corso dei mesi. Così come invece è probabile che resti il
medesimo fino alla fine, indice di una mia convinzione dei temi che neppure
il tempo scalfisce.
E' anche vero che il titolo contiene già tutti gli elementi di questo
studio, riassunti in una parola e però presenti.
Iniziamo dal primo termine:
ermeneutica. L'alveo inopinabile di questa
ricerca è sicuramente il contesto ermeneutico, la lezione
dell'interpretazione e della mediazione che ho ricevuto nella mia formazione
accademica. Paul Ricoeur è stato il maestro che mi ha accompagnata nei
territori a latere della filosofia, quelli da cui si può e si deve partire
per riaprire un discorso sulla identità che la caduta del soggetto
cartesiano aveva rischiato di minare alla radice. "Via lunga",
aveva voluto chiamare Ricoeur la sua maniera di procedere non già per
tappe, ma per articolazioni di piani che ampliassero le delimitazioni della
comprensione, non intuizione immediata, ma attraversamenti di spiegazioni a
più livelli ed angolature, "spiegare di più per comprendere
meglio" è frase amata da Ricoeur. Allora i sentieri della psicanalisi,
dello strutturalismo, la semantica dell'azione e la semiotica sono stati
imboccati nell'unica convinzione ermeneutica da inseguire fino ai confini delle discipline,
convinzione nata nell'alveo della fenomenologia esistenzialistica e del
personalismo.
Ricoeur è passato per il "sospetto" che
ha smontato la certezza del Cogito cartesiano, l'evidenza dell'io dinanzi a
se stesso con un atto semplice di intuizione trasparente : pulsioni estranee
al soggetto, che siano l'inconscio, le dinamiche economiche, la volontà di
potenza ad agire dentro di lui, su di lui e per lui, "spezzano"
l'incantesimo della autoposizione idealistica, distruggono la garanzia e
scoprono una fallibilità mai autarchica, bensì votata ad applicarsi
in cerca di mediazioni espressive.
Essere implicato, appartenere ad una situazione che lo precede, significa
per il soggetto sancire la sua permanenza nel concreto e comprendersi solo a
partire dalla interpretazione dei segni e la mediazione tra sé e il mondo, diventare l'io che "può ricuperarsi unicamente
nelle espressioni della vita che lo oggettivano (...), nello specchio dei
suoi oggetti, delle sue operazioni, e finalmente dei suoi atti, scriveva
Ricoeur all'epoca del Conflitto delle interpretazioni.
Ecco, c'erano già tutte e tre le figure che avrebbero incarnato la
spendibilità di questo io, il parlante, l'agente, il personaggio
della narrazione, le tre vie che avrebbero operato per il recupero di
una "riflessione concreta", riflessione che non sarebbe mai più
tornata al soggetto, ma avrebbe realizzato la novità del sé pregno
dell'alterità che lo fonda e lo attraversa, alterità di piani,
alterità del `tu' con cui strutturalmente si relaziona, alterità di significati . Sé come un
altro, appunto, libro cult del pensare `altrimenti', "abbozzo di
summa per l'età ermeneutica della ragione" come provò a definirlo
Armando Rigobello.
Prima di arrivare al sé, c'è però quel "germoglio"
fragile che nasce tra le pagine di Tempo e racconto, germoglio lo
chiama Ricoeur e presto ci si accorge di quanto sia in vero il frutto maturo
di annose frequentazioni con le metafore testuali e le potenzialità
dell'universo narrativo da una parte, dall'altra con le teorie dell'azione :
è "l'identità narrativa", il racconto della storia di una vita,
l'intreccio di tempo aperto al prima e al dopo, vissuto mantenendosi nel
progetto del sé, senza tradire ciò che è "proprio" e ciò che
è "altro" in un incastro unico; identità che è "misto
instabile di fabulazione ed esperienza viva" e capace di vivere la
responsabilità dell' "attestazione" ancorata, incarnata.
Chi aveva seguito l'autore nella fatica degli studi precedenti sulla
metafora, era stato istruito sul potere che l'ordine simbolico ha di
rifigurare il reale, di scoprire dimensioni nascoste dell'esperienza e di trasformare la visione del mondo grazie all'operazione di
"referenza" che è necessario ricuperare a valle dell'enunciato
metaforico, l'idea di base è che le forme del linguaggio non siano mai
strutturazioni di segni fini a se stessi.
Questo stesso potere di ridescrizione resta in eredità alla costruzione
dell'intreccio, al racconto che è mimesis dell'azione secondo la
tradizione aristotelica, imitazione nel senso di composizione delle azioni, configurazione che assicura coerenza,
"sintesi dell' eterogeneo"
che conferisce unità ai fatti. Il banco di prova erano state le aporie del
tempo, l'antinomia del tempo cosmologico e del tempo fenomenologico, a cui
la poetica era stata in grado di rispondere con il terzo tempo
costruito
dall'attività mimetica, prodotto dall'incrocio delle prospettive
referenziali della storia e della finzione.
|

Leonora Carrington, L'arca di Noè
(1967)
Uno dei capolavori
della pittrice inglese |
Ecco perché diciamo che l'identità narrativa ha un
cuore di metafora e che configura e dispiega la temporalità che noi siamo.
All'identità puntuale ed istantanea del Cogito si sostituisce l'identità dinamica capace di conciliarsi con la diversità, con i salti, i buchi, le
incoerenze del vissuto, ed è l'identità del personaggio ossia colui che compie
l'azione nel racconto e, di più, risulta costruito nell'intreccio che
caratterizza l'azione raccontata; l'identità narrativa replica
poeticamente a queste aporie, non eliminandole, ma facendole lavorare,
rendendole "produttive in un altro registro di linguaggio", come
ripete Ricoeur. Nella discrepanza delle emozioni, delle conoscenze, delle
aspirazioni dell'esperienza, "l'identità narrativa, costitutiva dell'ipseità,
può includere il cambiamento, la mutabilità, nella coesione di una vita". Quanto è sotteso a questa
forma narrata di identità è una sorta di lavoro della immaginazione,
kantianamente intesa come "immaginazione produttiva", come
meccanismo che produce sintesi, coerenza, nuovo contenuto.
L'interrogativo Chi? apre la via maestra delle investigazioni di Sé
come un altro, e si tramuta infatti subito in chi parla?, chi
agisce? e proprio in chi si racconta? giacché "né la
definizione della persona nella prospettiva del riferimento
identificante né quella dell'agente nel quadro della semantica dell'azione
(...) hanno tenuto conto del fatto che la persona di cui si parla, che
l'agente da cui dipende l'azione, hanno una storia, sono la loro
propria storia", alludendo a questa identità profonda vissuta con
se stessi, identità storica e perciò con l'aspetto del racconto, nutrita
di modificazioni e di riprese, di attraversamenti temporali che anziché
infrangere l'unità della vita, riescono a trovare coerenza mediante la
configurazione narrativa. La persona è in questa attitudine indiscernibile
dalle proprie esperienze, inviluppata dentro alle storie, e se tornassimo a
parlare del soggetto dovremmo conferirgli l'identità del personaggio
nel racconto della propria vita.
Non solo, ma la lettura di se stessi comporta sempre il momento di invio all'azione,
lavora anzi proprio come provocazione ad essere e ad agire altrimenti, il
lettore ridiventa agente, recupera l'iniziativa di un corso di azioni, ed è
"in questo punto che la nozione di identità narrativa trova il proprio
limite e deve unirsi alle componenti non narrative della formazione del
soggetto agente”.
L'Etica sembra tornare esigenza primaria, tanto è che in Sé come un
altro l'identità narrativa e il raccontare fanno da ponte e legame
tra il piano della descrizione e quello della prescrizione. A qualcuno era
parso addirittura che in questo passaggio Ricoeur "butti via l'acqua
con il bambino", abbandoni troppo facilmente il germoglio scoperto con
entusiasmo. Laddove invece crediamo che la "immaginazione etica" a
cui si allude soltanto alla fine di Sé come un altro, sia piuttosto
una
consapevolezza etica che si mantiene proprio sul pilastro della narratività.
"Come potrebbe un soggetto d'azione - suggerisce Ricoeur - conferire
una qualificazione etica alla propria vita, nella sua interezza, se questa
vita non fosse composta, e come lo potrebbe essere se non, precisamente, in
forma di racconto ?" Ma pure l'impegno etico poggia su una dimensione di
futuro che è già dentro l'identità narrativa, basti pensare alla enorme
potenzialità che solo il racconto possiede : sembra sia rivolto al passato
perché è la voce narrante che guarda retrospettivamente, e invero è
carico dei progetti, degli scopi, delle realizzazioni presenti e delle
anticipazioni dei personaggi e dei viventi.
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ELEONORA IERI
E OGGI

Eleonora al lavoro negli anni '50

La pittrice messicana Remedios Varo, del Gruppo
Surrealista, con la quale Eleonora intreccia una lunga amicizia.

Eleonora nel 2000, all'età di 83 anni, quando è
venuta in Italia per una sua mostra.
Parlando di sua madre, ancora vivente, dice "In
fondo 120 anni non sono tanti se si pensa al tempo biblico"
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Il nastro del sé raccontato
corre tra la memoria e l'attesa, giacché l'io che racconta è "un io
che si ricorda di ciò che l'ha preceduto", ma che "raccontando a
ritroso, offre al suo personaggio la possibilità di cominciare il suo
viaggio in avanti", fino a tutto quello che la vita può significare.
Ora, se fin qui abbiamo delineato uno statuto ermeneutico per l'identità
che si avvale della potenzialità narrativa, del meccanismo dell'intreccio,
tuttavia ci ricordiamo bene che la nostra ricerca chiama in causa Martha C.
Nussbaum, e dunque sappiamo che l'asse del discorso va spostato in avanti.
In che senso? Nel senso che l'apertura etica, posta in gioco finale e più
alta di quella identità narrativa, va spesa, va visitata, o perlomeno
saggiata su campo.
Apertura etica non solo individuale, ma soprattutto sociale.
Dobbiamo cioè allargare il nostro ambito di riflessione ad una
considerazione anche sociologica e antropologica. Ecco perché la scelta di
Martha C. Nussbaum, perché nella sua filosofia abbiamo ritrovato
l'attenzione all'immaginazione narrativa allargata ad un piano di etica
sociale. Che si tratti di immaginazione "letteraria" strictu
sensu,
che si tratti di uso di metafore poetiche o di poemi tragici, o più ancora
delle forme del romanzo per comprendere e indirizzare i passaggi di una
identità etica universale, in ogni caso è l'accento sulla dimensione "pubblica"
dell'immaginazione ciò che della Nussbaum ci interessa approfondire.
Sappiamo bene di esserci allontanati molto da Ricoeur, come formazione
filosofica e come modi del pensare: con Nussbaum ci portiamo al cuore di un
dibattito filosofico statunitense che procede su strade diverse da quelle
europee, e dall'ermeneutica.
Ecco perché il primo approccio alla Nussbaum abbiamo voluto fosse mediato
da una nostra lettura delle grandi etiche aristoteliche (la Nicomachea e
l'Eudemia) e dalle ascendenze dello stagirita nei pensatori americani delle ultime generazioni, pensando a
Alison MacIntyre piuttosto
che a Charles Taylor o Wayne
Booth. In Nussbaum, però, ci siamo quasi
ritrovati "a casa", per usare una metafora, proprio per la
mediazione semiotica del discorso, mediazione in fin dei conti
"ermeneutica", se operiamo una forzatura che non ci spaventa.
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L'incontro della immaginazione letteraria con la vita civile (così suona il
sottotitolo di uno dei suoi libri più significativi), si muove a partire
dalla convinzione che "la narrazione e l'immaginazione letteraria non
siano l'opposto dell'argomentazione razionale, bensì possano costituirne
delle componenti essenziali", perché ciò che entra in gioco è il
ruolo delle emozioni nel giudizio pubblico, quello che comporta
"immaginare la situazione di qualcuno che è differente da sé". E
quanto avviene normalmente nella proposta letteraria è in fondo quello che
si produce al livello sociale tra agenti che decidono di pensarsi come
personaggi di una narrazione comune.
La sfida lanciata dalla Nussbaum è che sia proprio la filosofia ad
occuparsi di questa sovrapposizione, la filosofia che troppo spesso disdegna
questi strumenti di analisi.
E' anche vero che il percorso personale di Martha Nussbaum ha agevolato
certi indirizzi teoretici. Lei stessa, invitata a tenere il corso di Law and
Literature all'Università di Chicago, ha scritto di essersi
"gradualmente" resa conto che lo scopo di tale insegnamento era
"l'esame e la difesa, in base a determinati principi, della concezione
umanistica e pluralistica della razionalità pubblica, efficacemente
esemplificata nella tradizione del common law", e dunque
sicuramente la sue esperienza di coinvolgimento nella vita attiva del paese
ha contribuito a calare la sua ricerca filosofica nel contesto civico. Basti
pensare agli anni di consulenza presso il World Institute For Development
Economics Research di Helsinki (un istituto di ricerca collegato con l'ONU),
in cui ha diretto insieme al premio Nobel Amartya Sen un progetto sulla
valutazione della qualità della vita nei paesi in via di sviluppo. Anche in
questo caso le intenzioni erano state quelle di dimostrare come "i
dibattiti filosofici - sul relativismo e l'antirelativismo culturale,
sull'utilitarismo e i suoi punti forti e deboli - fossero rilevanti per
l'opera dei politici nel momento in cui si dedicano alla ricerca di criteri
di misurazione e comparazione di quell'elemento inafferrabile che è la
qualità della vita in una nazione". E' curioso però andare a vedere e
a studiare su quali basi la Nussbaum e Sen abbiano svolto le critiche ai
paradigmi economici standard di valutazione, e si siano appellati a nuove
creazioni : si scopre che per i due studiosi era stata il motore di tutto
proprio, incredibilmente, la rivisitazione di un testo di narrativa, Tempi
difficili di Charles Dickens.
Nel Giudizio del poeta, la Nussbaum offre una lunga e dettagliata
spiegazione di come questo testo di Dickens "funzioni" ai fini del
discorso "pratico", mostrando come esso contenga "la visione
normativa di
un'economia politica e di un'immaginazione politica scientifiche".
Non è questa la sede per dilungarci sull'ampia ricognizione di The
Quality Of Life, ma abbiamo citato anche queste esperienze biografiche
per giustificare la nostra lettura meticolosa di saggi che sembrano
apparentemente lontani dalla ricerca che abbiamo intrapreso, e che invece
sono tutti uniti al fondo dalla medesima sfida: comprendere, attraverso lo
strumento ermeneutico della immaginazione narrativa.
Ma c'è di più (ed è la tesi che si aggiunge alle altre già avviate):
quello che a noi preme capire e mostrare è che il legame tra questo tipo di
immaginazione e l'orizzonte delle pratiche è possibile solo a patto che non
ci si rinchiuda nella semiotica arida e autoreferenziale. Solo a patto,
dunque, che la semiotica lasci posto ad una semantica, al "senso"
che i "segni" veicolano e che riversano sul mondo, per utilizzare
una espressione seducente del linguista francese Emile
Benveniste.
In questo recupero della semantica arrischiamo, ancora una volta,
una convergenza di Ricoeur con la Nussbaum, ma perché in fondo sappiamo che
la convergenza avviene a livello della mimesis aristotelica, della
imitazione di vita che contraddistingue l'intreccio della narrazione.
Siamo purtroppo obbligati anche qui a tralasciare ampi spezzoni di discorso,
che sicuramente la ricerca assorbirà ed elaborerà nel suo procedere ed
offrirà nella sua forma definitiva. Ci teniamo tuttavia ad
accennare ai punti, per riuscire a dare l'idea degli itinerari di questo
approfondimento accademico.
Uso sicuramente semantico e non semiotico è quello che Martha Nussbaum fa
dei capisaldi della tragedia greca (eschilea, sofoclea, euripidea) nel suo
testo forse più famoso, La fragilità del bene. Il tema forte e
centrale del libro è quello della virtù contaminata dalle occasioni del
mondo, la metafora è quella tragica dell'Edipo, di Antigone, di Fedra.
Ossia ciò che la Nussbaum vuole tematizzare è l'appartenenza all'io della
fragilità del bene: non basta all'uomo proporsi un ideale di vita buona,
una tavola di valori immutabili, un codice di virtù illesa, non basta perché
inevitabilmente e invariabilmente l'uomo si scontra, o piuttosto è meglio
dire `incontra' la fortuna, la tyche, ciò che non è suo, non gli
appartiene, ciò che non ha deciso in prima persona e tuttavia subisce,
accetta o risceglie.
La Nussbaum qualifica tuttavia in modo positivo questa intrinseca debolezza,
questa `esposizione' della condizione umana, nel senso che ciò che rischia
di contaminare la purezza della virtù, la determinazione della ragione, non
può essere tacciato di estraneità assoluta, ma va assunto come
fattore della specificità umana sulla terra. In questo contesto, la
funzione di Aristotele sarà per Nussbaum quella di aiutare "a
criticare ogni etica che, aspirando a trascendere l'umanità, perda di vista
le caratteristiche costitutive della condizione umana, che molto spesso si
traducono in bisogni e in limiti che vincolano gli uomini e le donne al
particolare e al contingente".
Ora, per noi si apre una ulteriore seduzione : il nesso istituito tra il
racconto tragico e l'indagine sul "potere", perché del resto è
di questo che si parla quando si vuole ragionare sul corso delle azioni
dell'uomo nel mondo.
Seduzione che non lasceremo intentata e da cui ci faremo sicuramente
trascinare nel corso degli studi, o perlomeno ci dichiariamo disponibili fin
da ora ad una prova di verosimiglianza.
Senza rischiare di connotare questo passaggio con le colorazioni che Michel
Foucault dava al concetto di `potere', tuttavia ribadiamo che in
questo caso
è il "racconto tragico" ad offrirci la misura delle possibilità
e delle impossibilità della suddetta azione umana. Ossia, ritorniamo al
principio. Richiudiamo la traccia disegnata all'inizio, non circolarmente
però, perché nel frattempo le strade imboccate sono state diverse per
direzione e consistenza: richiudiamo ermeneuticamente, secondo un circolo `virtuoso'.
"Il romanzo - scrive Nussbaum - costruisce un paradigma di ragionamento
etico che è contestuale senza essere relativistico, un paradigma da cui
ricaviamo prescrizioni concrete potenzialmente universalizzabili applicando
un'idea generale di pienezza umana ad una situazione concreta, nella quale
veniamo sollecitati ad entrare mediante l'immaginazione. Questa è una forma notevole di ragionamento pubblico, sia all'interno di
una singola cultura sia tra più culture".
Di più, inseguendo il ragionamento di Wayne Booth, impariamo bene che
l'atto di lettura e valutazione di quanto letto ha una rilevanza etica
proprio perché costringe ad uscire fuori da sé, ad attingere un livello
critico per cui si confronta quello che si è letto sia con la esperienza
personale sia con le
reazioni e gli argomenti degli altri lettori. Ecco perché Martha Nussbaum
commenta che una simile idea di lettura, ossia come "combinazione del
proprio essere immersi nell'attività di immaginazione e di momenti di
analisi critica più distaccata e interattiva"
ci porta alle soglie di
comprensione del "ragionamento pubblico in una società
democratica".
Bibliografia
- P. Ricoeur, Esistenza e ermeneutica, ne Il
conflitto delle interpretazioni, intr. di A. Rigobello, tr. it. di
Rigobello
- Balzarotti, F. Botturi, G. Colombo, Jaca Book, Milano 1995
- A. Rigobello, La difficile identità. Impegno ontologico e maieutica
dell'altro, in Oltre il trascendentale,
Biblioteca Scientifica Fondazione Ugo Spirito, Roma 1994
- P. Ricoeur, La prima aporia della temporalità: l'identità narrativa,
in Tempo e racconto III. Il tempo raccontato, tr. it. di G.
Grampa, Jaca Book, Milano 1994
- P. Ricoeur, Sé
come un altro, ed. it. a cura di Daniela Iannotta, Jaca Book, Milano
1993
- P. A. Rovatti, Narrazione e "fragilità", in Abitare
la distanza, Feltrinelli, Milano 1994
- A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, tr. it. di
P. Capriolo, Feltrinelli, Milano 1988
- C. Taylor, Radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna,
tr.it. di R. Rini, Feltrinelli, Milano 1993
- Nussbaum M. C., Il giudizio del poeta. Immaginazione letteraria e vita
civile, tr. it di G. Bettini,
Feltrinelli, Milano 1996
- Nussbaum, M. C. - Sen, A., The
Quality Of Life, Clarendon Presse, Oxford 1993 ; in corso di trad. per
Feltrinelli.
- E. Benveniste, Problemi di linguistica generale, tr. it. di M.
V.Giuliani, Il Saggiatore, Milano 1971
- Nussbaum M. C., La fragilità del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e
nella filosofia greca, tr. it di M. Scattola, ediz. a cura di G. Zanetti,
Il Mulino, Bologna 1996.
- W. C. Booth, The Company We Keep: An Ethics Of Fiction, University of California Press, Berkeley e Los
Angeles 1988
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LEONORA
CARRINGTON è una delle donne protagoniste delle correnti
artistiche del '900; ora, ad 87 anni compiuti nel 2004, continua la
sua attività di pittrice e di scrittrice in Messico, dove vive da
tempo. Dei suoi scritti, in Italia sono usciti per Adelphi edizioni "Il
cornetto acustico" e "Giù
in fondo".
Leonora nasce nel 1917 a Lancashire, Inghilterra. Di
padre inglese e di madre irlandese, fin da piccola si nutre di
letteratura favolistica, del soprannaturale, dell'assurdo. Nel 1936
entra nell'Accademia d'Arte di Londra e prende i primi contatti,
grazie alla madre, con il movimento surrealista. Incontra Max Ernst e
i due intrecciano una relazione d'amore e di ricerca pittorica che
sarà fruttuosa per l'uno e per l'altra. Durante un viaggio in Spagna,
ha una crisi nervosa e viene internata. Sconvolta dall'esperienza,
lascia l'Europa e si trasferisce definitivamente in Messico. Qui
diventa protagonista del gruppo dei surrealisti messicani e
particolarmente feconda risulta l'amicizia con la pittrice Remedios
Varo. Nel 1947 viene allestita la prima mostra personale. |

La
pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 22
luglio 2004
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