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P
A G I N E S C E L T E

America,
gli incerti confini della compassione
di
Martha Nussbaum
La
compassione è un sentimento probabilmente radicato nel nostro patrimonio
biologico. Ma questo non vuol dire che essa sia priva di razionalità.
Infatti, come affermò Aristotele, di solito essa ha bisogno, per
manifestarsi, di tre condizioni: che un avvenimento seriamente negativo
abbia colpito qualcun altro; che tale evento non sia dipeso (o almeno non
interamente) dalla responsabilità di quella persona; e che noi stessi siamo
vulnerabili nella stessa maniera.
Quindi
la compassione crea un legame psicologico tra i nostri interessi egoistici e
la realtà di ciò che, nel bene o nel male, capita ad un' altra persona.
Per questo motivo è un sentimento di alto valore morale, quando si
manifesta nella giusta maniera.
Spesso,
tuttavia, la compassione non può manifestarsi perché non riesce a mettere
in contatto con l' individuo che soffre delle persone distanti dalle sue
concrete possibilità e debolezze. A volte, inoltre, la compassione fallisce
perché non comprende la serietà del male: a volte, per esempio,
semplicemente non prendiamo davvero sul serio la fame e la malattia di
persone lontane da noi.
Questi
limiti sono probabilmente impliciti nella natura della compassione, così
come si sviluppa nell'infanzia e nell' età adulta: prima elaboriamo un
intenso attaccamento per la dimensione locale e solo gradualmente impariamo
a provare compassione per le persone fuori della nostra cerchia sociale più
immediata.
Per
molti americani, tale estensione del proprio interessamento morale si ferma
ai confini nazionali. La maggior parte di noi è cresciuta nella convinzione
che tutti gli esseri umani abbiano uguale dignità. Almeno, le maggiori
religioni del mondo e la maggior parte delle filosofie laiche ci insegnano
questo. Ma la nostra emotività non ci crede. Proviamo dolore per coloro che
conosciamo, non per gli estranei. E la maggior parte di noi prova dei
sentimenti profondi nei confronti dell' America, dei sentimenti che non
proviamo per l' India o la Russia o il Ruanda.
Ma
dobbiamo uscire fuori dai nostri abituali schemi mentali, altrimenti la
nostra vita morale finirà per essere priva di ogni coinvolgimento emotivo.
Aristotele affermò, plausibilmente, che la sollecitudine verso gli altri si
impara in piccoli gruppi, cementati da un più intenso attaccamento. Se
vogliamo che la nostra esistenza accanto al prossimo sia ricca di una
vigorosa passione per la giustizia in un mondo in cui regna l' ingiustizia e
di una forte propensione alla solidarietà in un mondo dove molti vanno
avanti senza ciò di cui hanno bisogno, faremo bene a cominciare, per lo
meno, dai nostri potenti e familiari sentimenti nei confronti della nostra
famiglia, della nostra città, del nostro Paese.
Ma
il coinvolgimento emotivo non dovrebbe arrestarsi ai confini nazionali. Gli
americani sono tutti troppo inclini a una tale limitatezza emotiva. Mentre
altri si davano da fare per tentare di salvare gli ebrei durante l'
Olocausto, l' inazione e la (generale) mancanza d' interesse dell' America
si rivelava severamente condannabile. C'è voluta Pearl Harbor per indurci
quantomeno al sostegno dei nostri alleati.
E
peggio: la nostra convinzione che il noi sia tutto ciò che importa può
facilmente degenerare nella demonizzazione di un immaginario loro, di un
gruppo di estranei che vengono percepiti come nemici dell' invulnerabilità
e dell' orgoglio di un noi pieno di prosopopea. Oggi è troppo facile per
gli americani, ad esempio, vedere il mondo in termini di un confronto tra un'America buona e un Islam cattivo, e di conseguenza demonizzare tutti i
musulmani, sia qui che all'estero.
La
compassione ha la sua origine nell' ambito locale. Ma dal momento che ha
anche una componente di riflessione, essa può essere
educata. Possiamo
prendere questo disastro come un'occasione per restringere il nostro punto
di vista, diffidando del resto del mondo e provando solidarietà solo per
gli americani. O possiamo prenderlo come un'occasione per allargare i
nostri orizzonti etici.
Accorgendoci
di quanto sia vulnerabile il nostro grande Paese, possiamo imparare qualcosa
riguardo alla vulnerabilità che tutti gli esseri umani condividono,
possiamo comprendere che cosa significhi per degli estranei lontani perdere
coloro che amano a causa di una tragedia che non dipende da loro, che sia la
fame o un' inondazione o la pulizia etnica.
In
questo frangente terribile possiamo rinnovare il nostro impegno per un'uguale dignità del genere umano, pretendendo dai media, e dalle scuole, che
alimentino e potenzino la nostra immaginazione presentando l'esistenza dei
non americani come intensa, ricca e degna di una partecipazione emotiva da
parte nostra.
Martha
Nussbaum Docente
di Diritto ed Etica presso l' Università di Chicago (Traduzione
di Chiara Rizzo)
Fonte: da Il
Corriere della Sera, sabato 17 novembre 2001
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Max Ernst, Uomo e donna (1927) |

Max Ernst, Napoleone nel deserto (1941) |
Emozioni
e compassioni globali
di
Martha Nussbaum
La maggior parte di noi è cresciuta nella convinzione
che tutti gli esseri umani abbiano uguale dignità. Almeno, le maggiori
religioni del mondo e la maggior parte delle filosofie laiche ci insegnano
questo. Ma la nostra emotività non ci crede. Proviamo dolore per coloro che
conosciamo, non per gli estranei.
In questo momento terribile, noi tutti proviamo delle forti emozioni nei
confronti del nostro paese: paura, offesa, dolore, sconcerto. Tutti i nostri
mezzi di comunicazione stanno dipingendo questo assalto come una tragedia
che ha colpito la nostra nazione, ed è così che noi naturalmente vediamo
la cosa. Pensiamo che questi avvenimenti siano terribili perché riguardano
noi e il nostro paese. Non semplicemente delle vite umane, ma delle vite
Americane. Per gli Americani, il mondo si è fermato come non aveva mai
fatto prima, quando altri disastri avevano colpito altri esseri umani in
altri luoghi.
Perfino il genocidio in Ruanda non ha suscitato in noi abbastanza
partecipazione da spingerci ad un intervento umanitario. Le inondazioni, i
terremoti, i cicloni e le migliaia di persone che ogni giorno muoiono per la
malnutrizione e le malattie, niente di tutto questo riesce a far riflettere
il mondo americano, niente suscita un'enorme manifestazione di dolore e
compassione.
La compassione è un sentimento probabilmente radicato nel nostro patrimonio
biologico. Ma questo non vuol dire che essa sia priva di razionalità.
Infatti, come affermò Aristotele tanto tempo fa, di solito essa ha bisogno,
per manifestarsi, di tre considerazioni: che un avvenimento seriamente
negativo ha colpito qualcun altro; che tale evento non è dipeso (o almeno
non è dipeso interamente) dalla responsabilità di quella persona; e che
noi stessi siamo vulnerabili nella stessa maniera.
Quindi la compassione crea un legame psicologico tra i nostri interessi
egoistici e la realtà di ciò che, nel bene o nel male, capita ad un'altra
persona. Per questo motivo è un sentimento di alto valore morale, quando si
manifesta nella giusta maniera.
Spesso, tuttavia, la compassione non può
manifestarsi, perché non riesce a
mettere in contatto con l'individuo che soffre delle persone distanti dalle
sue concrete possibilità e debolezze. (Rousseau diceva che i re non provano
compassione per i propri sudditi perché fanno affidamento sul fatto di non
essere umani, e quindi di non essere soggetti alle normali vicissitudini
dell'esistenza.)
A volte, inoltre, la compassione fallisce perché non comprende la serietà
del male: a volte, per esempio, semplicemente non prendiamo davvero sul
serio la fame e la malattia di persone lontane da noi.
Questi limiti sono probabilmente impliciti nella natura della compassione,
così come si sviluppa nell'infanzia e nell'età adulta: dapprima elaboriamo
un intenso attaccamento per la dimensione locale, e solo gradualmente
impariamo a provare compassione per le persone che sono al di fuori della
nostra cerchia sociale più immediata e ristretta.
Per molti Americani, tale estensione del proprio interessamento morale si
ferma ai confini nazionali.
La maggior parte di noi è cresciuta nella convinzione che tutti gli esseri
umani abbiano uguale dignità. Almeno, le maggiori religioni del mondo e la
maggior parte delle filosofie laiche ci insegnano questo. Ma la nostra
emotività non ci crede. Proviamo dolore per coloro che conosciamo, non per
gli estranei.
E la maggior parte di noi prova dei sentimenti profondi nei confronti
dell'America, dei sentimenti che non proviamo per l'India, o la Russia, o il
Ruanda. In sé e per sé, tale limitatezza della nostra vita emotiva è
probabilmente accettabile, e forse perfino positiva.
Ma dobbiamo uscire fuori dai nostri abituali schemi mentali, altrimenti la
nostra vita morale finirà per essere priva di ogni coinvolgimento emotivo.
Aristotele, molto tempo fa, affermò, plausibilmente, come i cittadini della
Repubblica ideale platonica, ai quali era stato richiesto di interessarsi di
tutti allo stesso modo, in realtà non si preoccupassero di nessuno, dal
momento che la sollecitudine verso gli altri si impara in piccoli gruppi,
cementati da un più intenso attaccamento.
Se vogliamo che la nostra esistenza accanto al prossimo sia ricca di una
vigorosa passione per la giustizia in un mondo in cui regna l'ingiustizia, e
di una forte propensione alla solidarietà in un mondo dove molti vanno
avanti senza ciò di cui hanno bisogno, faremo bene a cominciare, per lo
meno, dai nostri potenti e familiari sentimenti nei confronti della nostra
famiglia, della nostra città, del nostro paese.
Ma il coinvolgimento emotivo non dovrebbe arrestarsi ai confini nazionali.
Gli americani sono tutti troppo inclini a una tale limitatezza emotiva.
Mentre altri si davano da fare per tentare di salvare gli Ebrei durante
l'Olocausto, l'inazione e la (generale) mancanza d'interesse dell'America si
rivelava severamente condannabile. C'è voluta Pearl Harbor per indurci
quantomeno al sostegno dei nostri alleati.
Quando era in corso il genocidio in Ruanda, il nostro senso di
autosufficienza e invulnerabilità ci ha impedito di pensare ai Ruandesi
come ad una popolazione che poteva essere anche la nostra; perciò siamo
rimasti colpevolmente inattivi nei loro confronti.
E peggio: la nostra convinzione che il "noi" sia tutto ciò che
importa può facilmente degenerare nella demonizzazione di un immaginario
"loro", di un gruppo di estranei che vengono percepiti come nemici
dell'invulnerabilità e dell'orgoglio di un "noi" pieno di
prosopopea.
Oggi è troppo facile per gli Americani, ad esempio, vedere il mondo in
termini di un confronto tra un'America buona e un Islam cattivo, e di
conseguenza demonizzare tutti i Musulmani, sia qui che all'estero.
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Max Ernst, Collage (1929) |
La compassione ha la sua origine nell'ambito locale. Ma se le nostra natura
morale ed emotiva è destinata a raggiungere una qualche armonia, dobbiamo
trovare dei mezzi attraverso i quali estendere i nostri sentimenti più
profondi all'esistenza umana nella sua interezza.
Dal momento che la compassione ha anche una componente di riflessione, essa
può essere educata.
Possiamo prendere questo disastro come un'occasione per restringere il
nostro punto di vista, diffidando del resto del mondo e provando solidarietà
solo per gli Americani. O possiamo prenderlo come un'occasione per allargare
i nostri orizzonti etici. Accorgendoci di quanto sia vulnerabile il nostro
grande paese, possiamo imparare qualcosa riguardo alla vulnerabilità che
tutti gli esseri umani condividono, possiamo comprendere che cosa significhi
per degli estranei lontani perdere coloro che amano a causa di una tragedia
che non dipende da loro, che sia la fame o un'inondazione o la pulizia
etnica. I nostri media e i nostri sistemi di istruzione ci danno di gran
lunga troppo poche informazioni riguardo alla vita fuori dai nostri confini,
limitando la nostra immaginazione morale. In questo frangente terribile
possiamo rinnovare il nostro impegno per un'uguale dignità del genere
umano, pretendendo dai media, e dalle scuole, che alimentino e potenzino la
nostra immaginazione presentando l'esistenza dei non Americani come intensa,
ricca e degna di una partecipazione emotiva da parte nostra. "Così
dalla nostra debolezza" diceva Rousseau, parlando di un'educazione del
genere, "nasce la nostra fragile felicità". O, almeno, potrebbe
nascere.
(Traduzione di Chiara Rizzo)
R
E C E N S I O N I

La
questione della cura
di
Marcello Ostinelli
Secondo
Martha Nussbaum occorre formulare una teoria della giustizia che includa nel
proprio nucleo normativo fondamentale il problema della cura (29 luglio 2002)
La questione della cura richiede che la concezione politica della persona
che è alla base delle teorie della giustizia sia modificata; occorre
abbandonare il modello di matrice lockiana e kantiana dell'individuo libero,
eguale ed indipendente e sostituirlo con un modello di stampo aristotelico
che consideri la persona umana "come un
essere dotato tanto di capacità quanto di bisogni".
Secondo la filosofa americana la persona umana è caratterizzata infatti
tanto dalla capacità razionale di guidare dall'interno la propria vita e di
compiere scelte autonome quanto da una condizione materiale e sociale di
bisogno. Una società giusta non ignora i
bisogni di cura: essa elargisce
le cure necessarie a chi ne ha bisogno e considera adeguatamente l'onere che
grava sulle persone che provvedono a dispensarle.
Il contributo di Martha Nussbaum ci appare particolarmente allettante
nell'esame e nella risoluzione di alcune questioni fin qui considerate
marginali dalle teorie della giustizia: questioni che toccano ad esempio la
cura dei neonati, dei bambini, degli anziani, dei malati e dei disabili. La
loro peculiare vulnerabilità non può essere ignorata da una teoria
completa della giustizia sociale. "Il genere di reciprocità in cui
gli individui sono coinvolti ha i suoi periodi di simmetria, ma anche, e
necessariamente, i suoi periodi di asimmetria più o meno acuta",
osserva la filosofa. Perciò la cura costituisce un bene fondamentale che
deve essere dispensato a chiunque viva temporaneamente o durevolmente in
condizioni di dipendenza.
| Si prenda il caso dell'educazione dei bambini:
la teoria della società giusta deve considerare d'un lato la libertà dei
genitori di poter condurre la loro vita a proprio modo e di perseguire
liberamente la loro concezione del bene; d'altra parte però i bambini non
debbono neppure essere dei meri ostaggi della famiglia nella quale sono
cresciuti.
Una teoria della giustizia deve pertanto farsi carico del diritto
di questi bambini di disporre di un futuro aperto e di eque opportunità di
scelta nel corso della loro esistenza. D'un lato vi è il diritto dei
genitori di perseguire il proprio ideale di vita buona; dall'altra vi è il
dovere dello Stato di impedire che i bambini, membri vulnerabili della
famiglia e particolarmente bisognosi di cura, siano posti sotto un potere
tirannico che limiti eccessivamente la libertà e le opportunità di scelta
nella loro vita futura.
"La tensione che
risulta da questo duplice principio - scrive
Martha Nussbaum nelle pagine conclusive di questo aureo volume ("Giustizia
sociale e dignità umana.", Il Mulino, Bologna 2002, pp. 149)
- costituisce
il nucleo del liberalismo: si tratta però di una tensione valida e
produttiva, che non dimostra affatto confusione o insuccesso morale.
In generale, la tensione presente in una
teoria non prova necessariamente che questa sia difettosa; può essere
semplicemente la dimostrazione che si trova in contatto con le difficoltà
della vita" .
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Max Ernst, Viva l'amore (1923)

Max Ernst, Albero solitario e alberi coniugali (1940) |
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Martha C. Nussbaum, L'intelligenza delle emozioni, il
Mulino, Bologna 2004
Fonte: http://www.archividonneticino.ch/biblioteca/novita.shtml
Lungi dal costituire un residuo della conoscenza, un
elemento impuro di cui il pensiero deve liberarsi per coincidere con la più
pura e algida speculazione, le emozioni - dolore, paura, vergogna, amore,
compassione - pervadono, anzi "sono" pensiero. Partendo
dall'assunto che le emozioni sono al centro non solo della vita individuale
ma anche di quella sociale, come motore delle relazioni interpersonali, in
questo libro Martha Nussbaum intende porre le basi di una teoria delle
emozioni, senza la quale nessuna etica o filosofia politica possono dirsi
adeguate. La prima parte si sviluppa attorno all'emozione del dolore del
lutto; la seconda parte segue le emozioni sulla scena pubblica e nella
politica; la terza si concentra sull'amore nelle versioni platonica,
cristiana e romantica, colte attraverso passi di Dante, Proust, Whitmann,
Joyce e nelle partiture di Mahler. Un libro forte e innovativo, punto di
arrivo di una ricerca decennale, che ha condotto l'autrice a indagare con
pari competenza e finezza gli ambiti della filosofia e della psicologia,
come pure della letteratura e della musica.
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Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni. Bologna,
Il Mulino, 2004
Fonte:
http://www.bnnonline.it/news/nuoveacc.htm
Prima traduzione italiana di un testo fondamentale di una
filosofa americana particolarmente popolare in Italia, come dimostra il
fatto, attestato dalla stessa Nussbaum, che si riscontrano più traduzioni
in italiano delle sue opere che in altre lingue.
L’ambizione dichiarata di questo libro è “elaborare una teoria
dell’emozione propriamente filosofica … sviluppata attraverso il
confronto con altri approcci filosofici, vecchi e nuovi, e basata
sull’analisi di concetti chiave” (Dalla Prefazione dell’Autrice).
Il titolo completo dell’edizione originale, apparsa nel 2001, Upheavals
of Thought. The Intelligence of Emotions suonerebbe nella
traduzione italiana Terremoti del pensiero. L’intelligenza delle
emozioni: al profondo sconvolgimento che le emozioni provocano nelle
nostre vite, “rendendole irregolari, incerte, imprevedibili”, si può
opporre un’analisi che possa far comprendere “cosa potrebbe significare
per una comunità politica estendere ai suoi cittadini le basi sociali della
salute dell’immaginazione e delle emozioni”. Di particolare suggestione
il ricorso che la Nussbaum mette in atto ad un cospicuo numero di opere
letterarie – da Dante a Joyce – per indagare sull’amore e ipotizzare
il superamento degli egoismi che rendono problematica la sua compatibilità
con una vita associata eticamente accettabile.
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APPUNTI SULLE OPERE DI MARTHA
NUSSBAUM
Fonte: Sherazade
5: Galleria del Novecento
Martha Nussbaum
insegna Diritto ed Etica all'Università di Chicago, ha scritto diversi
libri pressoché assenti nelle librerie ma recensiti spesso dalla rivista
"Il sole24ore". I miei appunti sono tratti da alcune di queste
recensioni.

A proposito del libro Terapia
del desiderio, recensito da Giovanni
Reale nel numero del 26 luglio '98, scopriamo il metodo di
indagine filosofica e il periodo che interessa all'autrice. Siamo in epoca
ellenistica e l'indagine, al contrario di altri studiosi del periodo - "che
puntano su un rigore e una precisione di carattere "esoterico" -
cerca invece "di riportare in vita il costume seguito dagli stessi
filosofi dell'età ellenistica" perché Nussbaum "ritiene
che il rigore e la precisione siano sì necessari, ma non sufficienti. In
effetti, dice giustamente l'autrice, 'rigore e precisione innestati su un
linguaggio accademico arido, pedante o appesantito dagli usi gergali' non
aiutano certamente a comunicare a largo raggio i messaggi e inoltre non
aiutano a risolvere i problemi della vita e a rispondere alle esigenze più
profonde dell'uomo. Con un metodo assai raffinato, la Nussbaum scrive
numerose pagine che comunicano chiari messaggi a tutti gli uomini di
cultura, ben al di là della élite degli "addetti ai lavori".
Marta Nussbaum sceglie allora una figura di
donna come protagonista presentandola in cerca della pace dello spirito . Si
tenga però presente che perfino in Atene la libertà di frequentare scuole
filosofiche non era concessa alle donne in generale; in particolare solo
certe etere, che avevano rotto con le regole della società, ma erano dotate
di intelligenza, di sensibilità e soprattutto del desiderio di fare ordine
nel proprio animo, entravano nei circoli filosofici. Diogene Laerzio ci
informa che insieme con Epicuro e Metrodoro "vivevano molte etere e fra
queste c'era Mammario, Edia, Erozio,e Nikidion"
[piccola vittoria]. E come dramatis persona la Nussbaum sceglie
proprio quest'ultima. Nella scuola dei peripatetici non erano ammessi se non
uomini e di un certo rango; e, allora, Nikidion, per potervi entrare, non
avrà altra scelta se non quella di travestirsi da uomo e, vedremo, con
quali conseguenze. La scuola peripatetica non le insegnerà nulla mentre
dalle altre e soprattutto dagli stoici imparerà l'arte di vivere che
cercava nella comprensione di "quali siano i limiti dell'aspirazione
umana alla virtù perfetta. Scopre l'umiltà e la giusta misura, l'approccio
razionale alla vita. In un opera che miscela narrazione e meditazioni a
discussioni rigorose e dettagliate scopriamo quindi che la filosofia
ellenistica è attualissima, soprattutto quando, o perché, si presenta come
cura dell'anima".

Martha Nussbaum,
"Coltivare l'umanità. I classici, il multiculturalismo, l'educazione
contemporanea", Carocci, Roma 1999, pagg.338, L. 34.000 Da "il
Sole24ore" di Domenica 6 giugno 1999 , recensione di Armando Massarenti.
Le Humanities americane meritano solo in parte le critiche che vengono
loro rivolte. Non promuovono relativismo culturale, ma impediscono che lo
studio superiore consista solo in una lista predefinita di classici del
pensiero occidentale. Promuovono invece il dialogo fra diverse etnie.
"In Coltivare l'umanità la Nussbaum continua la sua riflessione sulla
cittadinanza concentrandosi in particolare su Socrate (con la sua idea di
una "vita esaminata" costantemente aperta alla critica e
all'autocritica) e sullo stoicismo antico: Cicerone e Seneca, in
particolare, antesignani di una nozione allargata e cosmopolita di umanità,
capace di guardare oltre, senza però svalutarle, la tradizione e la patria
in cui casualmente ci è capitati di nascere. Il terzo elemento di questa
nuova nozione di cittadinanza (già esemplificato in Il
giudizio del poeta, Feltrinelli) è quello che lei chiama
"immaginazione narrativa": 'la capacità di immaginarsi nei panni
di un'altra persona, di capire la sua storia personale, di intuire le sue
emozioni, i suoi desideri e le sue speranze'. Certo Nussbaum non nasconde i
rischi , anche nell'attuale mondo accademico, del celebrare la differenza in
maniera acritica. Per questo occorre coltivare l'umanità. "Presto noi
tutti moriremo. Intanto, mentre viviamo, facciamo in modo di coltivare la
nostra umanità" (Seneca).

Un altro articolo
apparso sul Sole24ore del 17 ottobre 1999, è dedicato a Martha Nussbaum, di
Francesca Rigotti, col bel titolo "Se la tradizione viola i
diritti". Si parla dell'ultimo libro della filosofa di Chicago (vi
insegna Diritto ed Etica all'Università), non in traduzione italiana, dal
titolo Sex and Social Justice, Oxford University Press, New York-Oxford
1999, pagg. 476, $ 35.
"Che cosa hanno a che spartire l'amor
platonico e la legislazione del Colorado? Basta leggere l'omonimo saggio (Platonic
Love and Colorado Law) di Martha C. Nussbaum, contenuto in
questo libro, per scoprire che la filosofia greca classica può contribuire
costruttivamente al moderno dibattito sull'omosessualità, anzi sulla "queer
theory", come viene chiamata negli USA la discussione sulla sessualità
non eterosessuale. La lettura dei classici della filosofia e della tragedia
greca può portarci per esempio a capire - secondo Martha Nussbaum - che le
relazioni tra lo stesso sesso non portano necessariamente all'erosione
dell'edificio sociale e nemmeno al crollo della civiltà. Anzi, incoraggiare
relazioni tra partner dello stesso sesso, come avviene nel
"Simposio" e nel "Fedro" di Platone, può diventare un
metodo valido per per rafforzare le strutture sociali perché tali coppie di
amanti, grazie alla loro devozione al coraggio, alla lealtà e alla libertà
politica, "rendono" molto di più insieme che separatamente.
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LE
DONNE DI MAX ERNST IN CERCA
DI UN CENTRO DI EQUILIBRIO |
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O SONO
AMATE PERCHE' PRIVE DI EQUILIBRIO? |
Proprio in base a questi argomenti il
tentativo di alcuni cittadini dello stato del Colorado di togliere i diritti
politici agli omosessuali fu, grazie a Platone e a Nussbaum, scongiurato.
Questo è solo un esempio del modo di procedere e di argomentare della
filosofa nordamericana Martha Nussbaum in questo libro che porta il titolo
di Sex and Social Justice ma non riguarda affatto la giusta
ripartizione del sesso, che diversamente dal buon senso di Cartesio, è
forse la cosa peggio distribuita al mondo. Si tratta di una raccolta di 15
saggi, scritti negli anni 90 e riscritti poi per la pubblicazione
in volume, che spaziano dallo sfruttamento delle donne in Bangladesh
all'introspezione della sig.ra Ramsey in "Gita al faro" di
Virginia Woolf. Già la scelta del termine Sex in prima posizione nel
titolo rivela la scelta di Nussbaum di distanziarsi dagli studi di
"gender". Questo benché ella citi e difenda le femministe più
"arrabbiate" della scena nordamericana, Andrea
Dworkin e Catharine MacKinnon, e benché dichiari di partire dal
femminismo, purché questo rispetti determinate caratteristiche come
l'internazionalismo, l'umanesimo, il liberalismo, l'impegno per la ricerca
di preferenze e desideri e, infine, l'interesse a una conoscenza
simpatetica.
Il suo è piuttosto un appello a difesa di un
universo di eguaglianza e mutualità per la situazione delle donne e degli
omosessuali, anzi, a difesa di tutti gli esseri umani e delle donne viste
come esseri pienamente umani. Insomma un appello per il rispetto generale
della dignità umana e dei diritti umani anche quando la loro protezione
venga a collidere con alcuni elementi del discorso e della pratica
tradizionale, per esempio religiosa: in questo caso è la tradizione che
deve soccombere, non i diritti. Nussbaum prende chiaramente posizione contro
coloro che difendono pratiche tradizionali di umiliazione in nome appunto
della tradizione, sostenendo che regimi settari intolleranti come quelli
dell'Iran, del Sudan, del Pakistan e, sotto certi aspetti, di Israele, sono
inaccettabili.
Il libro è scritto con lo stile e la
padronanza della materia tipici di Martha Nussbaum, una delle menti più
creative, profonde e brillanti dello scenario filosofico attuale. Bisogna
inoltre aggiungere che Nussbaum, professore di diritto ed Etica
all'Università di Chicago, ha anche lavorato per alcuni anni a un progetto
delle Nazioni Unite di analisi comparata dei diversi modi di vivere sul
pianeta. Questo le ha dato l'occasione per conoscere e trattare diversi casi
empirici, che vengono introdotti e discussi con vivacità nel dibattito
teorico, conferendogli un aspetto particolare. Come il
caso di Fauziya Kassindja, una ragazza di 19 anni che fugge dal
Togo nel 1997 per sottrarsi alla mutilazione genitale e che vede infine
riconosciuto il diritto d'asilo negli Stati Uniti. Il carattere dei saggi è
eterogeneo. Vi sono recensioni di libri , una delle quali, Sex, Truth,and
Solitude, in lode di Sir Kenneth Dover,
apre degli squarci indimenticabili sulla vita e sull'opera del grande
studioso dell'antichità classica, facendoci solo sognare di essere un
giorno anche noi invitati nella sua casa di St. Andrew, Scozia, come è
capitato a Nussbaum.
Vi sono saggi militanti, come quello contro le
pratiche di mutilazione genitale femminile, ove la tesi culturale, quella
che dice che tali pratiche rispecchiano culture locali accettate e che
stanno al mondo africano e orientale (non tutto fortunatamente) come le
diete dimagranti stanno al mondo occidentale, è discussa con finezza.
Discussa ma poi respinta in quanto i due eventi vengono dichiarati
imparagonabili, benché pure le diete alimentari e le ginnastiche dimagranti
possano essere imposte dall'ambiente e produrre risultati devastanti sul
fisico delle donne.
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Max Ernst, Loplop (1930)

Max Ernst, Colomba bianca (1925) |
Vi sono saggi teorici, tra i quali quello che propone
l'"approccio secondo le possibilità": in parziale accordo con
Amartya Sen, l'economista-filosofo premio Nobel 1999, Nussbaum vi sostiene
che lo scopo centrale della progettazione pubblica dovrebbe essere lo
sviluppo delle possibilità dei cittadini di svolgere diverse funzioni
vitali importanti.
L'elenco di queste possibilità contiene
quelle di vivere una vita di lunghezza normale e degna di essere vissuta, di
conservare l'integrità e la salute fisica, di usare i sensi, il pensiero,
la ragione in modo pienamente umano, di esprimere sentimenti e stringere
amicizie, di vivere in sintonia con la natura, di avere controllo
sull'ambiente, di giocare e divertirsi.
Recentemente si parlava in queste
pagine di Kymlicka e del suo approccio
liberale al multiculturalismo (vedi il sole24Ore del 22 agosto): ebbene,
Nussbaum non risparmia neppure il filosofo canadese, accusato
di non far rientrare la negazione dei diritti legali e politici alle donne
fra le violazioni "gravi e sistematiche" dei diritti umani.
E neppure è risparmiata la sua definizione di "gruppo": se un
gruppo infatti non fa parlare i suoi membri più deboli, tra cui quasi
sempre le donne, ma solo gli esponenti maschili più potenti, non andrà
considerato rappresentativo degli interessi e dei bisogni generali, come
pare invece ritenerlo Kymlicka.
Interloquendo con Aristotele, Seneca e gli
stoici, John Stuart Mill, Immanuel Kant e John Rawls e rendendo
comprensibile anche al lettore comune ciò che questi autori hanno da dire
sullo sfruttamento e l'umiliazione nel mondo contemporaneo, Martha Nussbaum
ha insomma svolto ancora una volta un intelligente esercizio di scrittura
colta e impegnata mostrando come argomenti all'apparenza disparati possano
essere tenuti insieme dall'unità di stile e di scopi." |

Nel nuovo libro di
Martha Nussbaum un approccio alla Amartya Sen sulla questione femminile Sesso,
diritti e capacità di Francesca Rigotti
Il lavoro filosofico di Martha Nussbaum è abbastanza noto al lettore
specialistico. Nel suo nuovo libro però la filosofa americana si propone di
indirizzarsi anche al pubblico dei non specialisti. Oggetto del suo studio
è il problema del pieno dispiegamento del potenziale umano, femminile e
maschile, nel mondo che ci aspetta. Per avvicinare il lettore meno abituato
al linguaggio teorico, Nussbaum ha incluso nel lavoro la narrazione di casi
concreti (in particolare quelli di due donne indiane, Vasanti
e Jayamma) e materiale pratico filtrato dalla sua esperienza
empirica e di osservazione sul campo.
L'impianto teorico del lavoro parte dalla
posizione della donna nei Paesi del Terzo mondo, in base all'assunto che la
disuguaglianza di "genere" è strettamente correlata alla povertà.
La prospettiva adottata permette di non compromettersi con le questioni di
casa ma consente allo stesso tempo di lanciare uno sguardo lungo al fenomeno
della subordinazione femminile in posti lontani, per ritirarlo magari fino a
luoghi a noi più vicini.
La tesi forte di Martha Nussbaum è che per
arrivare a una soglia minima di rispetto della dignità umana (femminile e
maschile) l'approccio migliore risulti quello fondato sulle capacità umane,
anzi sul principio delle capacità di ogni persona, basato a sua volta sul
principio di considerare ogni persona un fine in sé.
Nonostante questa enunciazione chiaramente kantiana, non è Kant il
referente della Nussbaum, o meglio non il Kant assertore di una concezione
non cognitiva delle passioni e dei sentimenti, che Nussbaum non approva; né
lo sono Rawls e Habermas, che sulla scia di Kant ignorano il peso degli
"strong feelings" nei loro modelli procedurali di scelta politica.
L'approccio secondo le capacità difeso da Martha Nussbaum infatti non solo
dà un posto preminente all'immaginazione e ai sentimenti ma fa anche
affidamento su di essi sul piano metodologico. Il referente principale della
teoria del "capability approach" è l'idea marxiano-aristotelica
del pieno dispiegarsi delle capacità e delle funzioni umane. Quel che le
interessa è la soglia più alta di questo dispiegamento, quella raggiunta
la quale la persona diventa un essere "veramente umano", degno di
essere tale (Marx).
L'idea centrale che Nussbaum accoglie è
quindi il principio marxiano dell'essere umano in quanto essere libero e
dignitoso che modella la propria vita in cooperazione e reciprocità con gli
altri, invece di essere guidato o spinto per il mondo come l'animale di un
gregge. È un vero peccato che l'autrice non sviluppi questo punto, che mi
sembra di grande interesse. Ella invece preferisce solo accennare al suo
debito marxiano-aristotelico per poi dedicarsi a spiegare minuziosamente in
che cosa il suo approccio differisca da quello di Amartya
Sen, che per primo lo ha introdotto in economia e che ne fornisce
una trattazione completa nel suo recente "Development
as Freedom" (ora pubblicato da
Mondadori), e poi nello
specificarne i caratteri. Noi ci chiediamo, dice Nussbaum sottolineando la
propria specificità e originalità, che cosa le persone sanno o non sanno
fare e le invitiamo a pretendere dai loro governi dei principi
costituzionali che garantiscano un livello minimo di capacità. L'elenco
delle capacità umane principali è lungo: vita, integrità fisica, libertà
di pensiero, rapporto libero con le altre specie, svago, gioco... ed è
diretto agli esseri umani in generale, con particolare attenzione al mondo
delle donne. In molti Paesi del mondo per esempio le bambine non vengono
incoraggiate a giocare: indirizzate come sono ai lavori domestici e alla
sedentarietà, non sanno nemmeno come si fa. Diventeranno, se ricche, quelle
matrone dalle curve morbide e dai gesti posati, non abituate a muoversi
all'aperto, a cui il fisico magro e slanciato di Martha Nussbaum appare
quasi peccaminoso.
È chiaro a tutti a questo punto che le
capacità di cui parla Nussbaum prendono nella sua teoria il posto dei
diritti: sono imprescrittibili né possono mai venire eluse a favore
di altri tipi di vantaggi sociali. Se noi guardiamo a ogni persona come a un
fine in sé e non come a uno strumento per soddisfare bisogni altrui, questa
concezione acquista corpo e spessore. È una prospettiva che può aiutare le
donne a uscire dalla "logica del sacrificio", quella che chiede
loro di porre il soddisfacimento dei bisogni dei familiari davanti alla
realizzazione del proprio sé. In India, racconta Martha Nussbaum, lo
zucchero costa molto meno del latte, così che le donne indiane povere
mettono il latte nella tazza di té dei figli e del marito e lo zucchero
nella propria. Eppure, mi viene da commentare, non sono gesti che facciamo
tutti, che fanno tutti i genitori, madri e padri, per un tradizionale amore
familiare che non mi sentirei di condannare, e che peraltro anche l´autrice
esalta come condizione per il pieno fiorire del reciproco rispetto e dello
sviluppo delle capacità umane. L'approccio secondo le capacità presenta
comunque, ella spiega, dei vantaggi rispetto all'approccio secondo i
diritti: non rischia di essere considerato di
importazione occidentale perché non è legato a una cultura
particolare o a una tradizione storica delimitata: se noi parliamo di ciò
che le persone sono di fatto in grado di fare e di non fare, non diamo
infatti nessun privilegio a un'idea occidentale, perché le idee di attività
e capacità si trovano in qualsiasi cultura. Questo approccio inoltre
salvaguarda il valore della diversità dei costumi senza preservare la
brutalità di alcune pratiche: la violenza domestica, la monarchia assoluta
o la mutilazione genitale. Ancora una volta, se la
tradizione viola i diritti - o comunque vogliamo chiamarli - è la
tradizione che deve soccombere, non i diritti (vedi "Se la
tradizione viola i diritti", "Il Sole-24 Ore-Domenica", 17
ottobre 1999). L´approccio secondo le capacità è universalistico, come
lo sono la tolleranza religiosa, la libertà di associazione e le altre
libertà maggiori, come lo è il principio di considerare ogni persona come
un fine, ma la strategia migliore è quella di formulare norme e diritti
universali come un insieme di capacità ("set of capabilities")
per il pieno dispiegamento della persona umana e per la protezione delle sue
sfere di libertà.
- Martha C. Nussbaum, "Woman and Human
Development. The Capabilities Approach", Cambridge University Press,
Cambridge 2000, pagg. 304
- Amartya Sen, "Lo sviluppo è libertà", Mondadori, Milano
2000, pagg. 356, L. 35.000
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MAX
ERNST nasce a Brühl, nei pressi di Colonia il 2 aprile
1891 e muore a Parigi il primo aprile 1976. Frequenta a Bonn la facoltà
di filosofia e i corsi di psichiatria e storia dell’arte. Nel 1920 a
Parigi conosce André Breton, il teorico del surrealismo, e vi si
trasferisce definitivamente. Nel 1938 abbandona il gruppo
surrealista e va a vivere assieme alla pittrice Leonora
Carrington nei pressi di Avignone. Nel 1941 raggiunge gli Stati
Uniti, dove rimane fino al 1953, sposandosi prima con Peggy Guggenheim
e cinque anni più tardi con Dorothea Tanning. Ernst con
Mirò e Dalì è uno tra i più importanti esponenti del Surrealismo. Per
essere fedele registratore di quanto si muove nel subconscio usa
tecniche poco usate fino ad allora, come il collage e il frottage. |
La
pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 22
luglio 2004
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