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STUDI
CRITICI SU GIORDANO BRUNO
Nino
Borsellino / Eugenio
Garin
/ Tecla Squillaci / Dino
Dini
Giordano Bruno eroico e comico
Nino Borsellino

Non credo che Giordano Bruno abbia voluto
assegnare altro significato al titolo del suo primo dialogo se non quello di
datare la circostanza di un convito filosofico londinese. Almeno
intenzionalmente. Ma è certo che
La cena delle ceneri
fa riferimento
alla liturgia quaresimale, a una giornata dedicata dai credenti alla
penitenza in attesa della redenzione.
E un invito alla penitenza, però per liberare
la ragione dal seme degli errori, contiene la coda del sonetto proemiale, Al
mal contento: "E credi a l’Evangelo, che dice di buon zelo: dal nostro
campo miete penitenza chi vi gittò d’errori la semenza".
Tre secoli e mezzo dopo, o quasi, nella stessa
Londra che aveva ospitato per poco l’eretico italiano e che era invece per
il poeta americano la seconda patria,
Thomas S. Eliot dava voce col poema della
sua conversione
Mercoledì delle ceneri
(Ash Wednesday, 1930)
a un’invocazione del perdono di Dio per la morte e per la vita. E faceva
suo l’incipit di una celebre ballata cavalcantiana, "Perch’i’
no spero di tornar giammai ", forse di proposito, per tradurre un
sospiroso congedo d’amore dell’inquieto Guido in un ultimo atto di fede.
L’assenza di ogni certezza mondana, del valore della stessa conoscenza e
perfino della coscienza, induce all’invocazione di Dio perché apra le
porte del suo regno a chi abita ancora il purgatorio della vita. E la
preghiera non vale soltanto per chi la recita.
L’invocazione apre scenari
simbolici che chiamano in causa un’umanità per la quale la ragione non si
rivela sufficiente per attingere alla verità. Tutto il contrario di Bruno,
della polemica che anima in quel giorno liturgico il tema del suo dialogo
metafisico che consiste nell’affermare come verità di ragione e per lui
anche di fede il concetto dell’infinità dei mondi e pertanto della nuova
cosmologia copernicana.
Eppure anche nell’immaginario laico del
Novecento la liturgia gioca un ruolo che è insieme celebrativo e
parodistico.
Joyce, lo scrittore più "bruniano" del nostro
secolo, e non solo per l’incidenza che il pensiero di Bruno con quello di
Vico esercita su
Finnegans Wake, come spiegano gli iniziati di
quell’opera esoterica, ma anche sul più accessibile
Ulisse, che si
apre inscenando una parodia sacerdotale: con un "Introibo ad altare
Dei, e un "solenne, paffuto Buck Mulligan", procedente con il
suo bacile per la barba e dentro uno specchio e un rasoio posati in croce
per un ufficio mattutino goliardico e certo più che canzonatorio. Molto
dopo, però, nell’episodio del bordello, la messa è riconsacrata come
liturgia del tempo pasquale e quindi di rinascita elevando il piccolo ebreo
dublinese
Leopold Bloom, incarnazione di un’umanità tutta
carnale, a
nuovo messia come gli antichi ebrei del profetismo biblico, Cristo compreso.
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James Joyce, autore di
"Ulisse", lo scrittore più bruniano del nostro secolo |
Joyce era attratto dalla dottrina bruniana
della
coincidentia oppositorum
e la adottava per trarne situazioni
estreme in cui si intrecciano razionalismo e misticismo seppure non
fideistico. Così è, del resto. Il razionalista non conosce limiti; è
convinto che dimostrare significa cancellare l’errore e le sue
conseguenze.
Ma anche il mistico non conosce limiti; è convinto che la fede
non contrasti con l’intelletto e che esso anzi si esalti in una
sovrarazionalità che è
gradus perfectionis
e non è da confondere
con l’irrazionalismo, come spesso il senso comune e la riduzione del
razionale al visibile induce a fare. In realtà, l’opposizione non tocca
questi due estremi dei processi intellettuali (come dimostra la loro
compresenza nel pensiero stesso di Bruno) ma
i due razionalismi sempre
storicamente in lotta, quello individuale e perciò di ricerca e di
argomentazione e quello di fede e perciò istituzionale e dogmatico.
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Per
questo non deve stupire che a distanza di secoli un richiamo liturgico come
quello delle ceneri sia caratterizzato da una tensione tanto difforme: che
con Bruno orgogliosamente e beffardamente (come era già consuetudine nel
teatralismo satirico della forma dialogo, e non solo di argomento morale ma
anche filosofico e scientifico: da Aretino a Galilei e oltre) inauguri
un’età di modernità cristiana svincolata da remore di chiese riformate e
controriformate e invece con Eliot rivendichi un’unità medievale di mente
e di spirito e con Joyce acquisti parodisticamente una funzione celebrativa
dell’umano e anche troppo umano. La legge dei grandi ritorni non è mai
nell’universo visionario dell’arte irrevocabile, a differenza delle
conquiste della scienza necessariamente nel tempo irrevocabili.
Ma sono revocabili i sentimenti di fiducia,
soddisfazione e orgoglio indotti da quelle conquiste. Il progresso delle
conoscenze può provocare timori apocalittici, e l’animo cercherà allora
rifugio in un sogno del passato, che è pur sempre un’utopia come le
utopie dell’avvenire.
Ma non sarà questo il discrimine della
modernità e neppure l’altro che la storia di volta in volta proclama e
revoca, quello che oppone rivoluzione a reazione. Ciò che distingue gli
uomini e i popoli nel loro determinarsi come culture e società distinte ma
comunicabili è il manifestarsi della libertà che è un fondamento unico,
morale intellettuale politico, sul quale si esercita il principio della
giustizia e con essa l’etica del vivere comune.
Il secolo che noi lasciamo dovrebbe aver
sancito una volta per tutte a occidente e a oriente la verità di
questo principio, forse ancora di più e con più sacrifici, individuali e
collettivi, del secolo chiuso col rogo di Giordano Bruno. E a quel principio
fa capo la passione dialettica che alterna e contamina di là da quel secolo
e fino ad oggi le istanze della ragione e quelle dello spirito, nella
letteratura come nel pensiero.
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Non credo che nel lessico bruniano compaia mai
la parola libertà nel significato che la modernità dall’illumismo in poi
le ha dato e neppure in quello che le aveva dato molto prima Dante. Il
distico che
Virgilio incide come viatico di un destino eccezionale:
"Libertà vo cercando, ch’è sì cara Come sa chi per lei vita
rifiuta", si adatta perfettamente al destino di cui Bruno si fa
portatore fino al rifiuto, e non solo della vita.
Il reportage impietoso
e sarcastico che
Kaspar Schopp lascia a memoria del falò di Campo de’
Fiori nella lettera a Konrad Ritterschausen proprio del 17 febbraio 1600
riferisce, con un sarcasmo che non si attenua nella versione dal latino, di
un altro rifiuto che confermerebbe l’empietà del condannato anche in
articulo mortis: Oggi infine è stato condotto al rogo [...]. Egli volse
il viso pieno di disprezzo quando, ormai morente, gli venne posta innanzi
l’immagine di Cristo crocefisso. Così morì bruciato miseramente, credo
per annunciare negli altri mondi che si è immaginato in che modo i Romani
sono soliti trattare gli empi e i blasfemi. Ecco qui, caro Ritterhausen, il
modo in cui procediamo contro gli uomini, o meglio contro i mostri di tal
specie.
Bruno aveva accolto con coraggio la sentenza di
morte emessa dal Sant’Uffizio l’8 febbraio.
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Giordano Bruno, bronzo di G. Canone

Kaspar Schopp, che lasciò la descrizione della
morte di Bruno a Campo de' Fiori
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Ed è lo stesso Schopp,
quell’ex riformato carico dello zelo del convertito alla chiesa cattolica,
a ricordarlo nella stessa lettera: "Maiori forsan cum timore sententiam
in me fertis quam ego accipiam".
Può darsi che sia stata quella
fierezza a provocare quella ripulsa dell’icona, della solita edificante e
consolatoria tavoletta dipinta che le confraternite della morte offrivano al
bacio dei condannati alla pena capitale, rogo o decapitazione che fosse. Ma
può darsi che ci fosse una motivazione più profonda. Poco meno di
novant’anni prima, racconta
Luca Della Robbia nella Recitazione della
morte di Pietro Paolo Boscoli, quella stessa ostensione aveva provocato
un analogo rifiuto da parte del giovane congiurato antimediceo in attesa
dell’esecuzione a Firenze, nel carcere dove anche Machiavelli subì la
tortura sottraendosi però alla morte. La devozione popolare delle immagini
sacre non poteva conciliarsi con la devotio umanistica coltivata in
interiore homine.
Forse Giordano Bruno non può essere iscritto
in quella schiera di cristiani militanti ormai estinta dopo il fallimento
dei programmi erasmiani e di ascendenza erasmiana tendenti alla
riunificazione spirituale delle chiese in nome appunto della religione
interiore e di una politica del dialogo.
Ma certo la tradizione dell’evangelismo
umanistico resisteva e poteva aiutare ad affrontare con coraggio una morte
che tuttavia doveva preparare nel tempo altra rinascita anche per chi in
quel programma evangelico non si riconosceva più né era disposto a
certificare nella vita e nella morte un modello di imitatio Christi.
La morte di Bruno mette fine, infatti, a
un’altra vicenda intellettuale. Testimonia il sacrificio del martire della
libertà, dell’unica libertà del pensiero, ma anche delle libertà
etiche, proprie del "libertino". A Venezia si dice che ai suoi
compagni di prigionia si professasse
"d’ogni legge nemico, e d’ogni
fede", come il Rodomonte ariostesco. Più che l’insegna di
un’anarchia ateista, il verso sembra proclamare la sfida di un libertino
che ha maturato la sua ideologia con l’avversione alla tirannide dei
poteri ingiustamente legiferanti e delle fedi rivelate chiuse
nell’intolleranza, di un dissidente che non si è contentato di fare parte
per se stesso tra tante scuole e accademie. Bruno si dichiarava
"accademico di nulla accademia, detto il fastidito"; non tentò di
fondare estrose congreghe come altri irregolari del secolo né vi
cercò ospitalità. In questo senso il suo libertinismo fu radicale;
espresse la condizione intellettuale e esistenziale di un grande umanista
alla fine dell’umanesimo, e molto in anticipo con l’illuminismo, isolato
in quell’Europa della discordia che però con
De Sanctis possiamo
continuare a intitolare alla "nuova scienza ", a quel risveglio
della cultura non più solo letteraria e artistica che neppure la società
più repressiva poteva ormai ostacolare. Quali che siano le condizioni
storiche, l’entusiasmo intellettuale è un fattore di contagio che agisce
anche in chi vi resiste ovvero determina una sindrome di depressione morale,
fatale a breve o lunga scadenza .
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Felice Storti, Le carte della memoria,
tratto da "De umbris idearum" di Giornano
Bruno |
Quanto al libertinismo di Bruno, è chiaro che
esso non si manifesta solo nelle diverse sfere del suo pensiero che oscilla
ancora tra passato e presente e spazia dalla cosmologia alla metafisica e
all’etica e anche si riallaccia a una sapienza pre-logica, alle fonti
della conoscenza simbolica, ermetica e mitologica, mentre si esercita in
quell’arte della memoria che più ha affastellato dal Medioevo al
Rinascimento archivi e "teatri" mentali per la conservazione dello
scibile universale.
Libertina è la sua vocazione di scrittore e perciò
votata alla sperimentazione, anche la più spericolata, del comico. Può
sembrare strano che un eretico perseguitato e fuggiasco, un filosofo
convinto di dover diffondere "invidiosi veri" apra la serie delle
sue opere italiane con una commedia, con
Il candelaio, pubblicata
poco dopo il suo arrivo a Parigi nel 1582.
Machiavelli, che per inclinazione
al libertinismo gli somiglia, aspetta qualche anno dopo la sua disgrazia
politica a ricominciare a scrivere commedie (anche se non riesce a contenere
il piacere del riso nelle lettere private) e intanto tenta di rifarsi il
prestigio di politico con
Il principe
e i
Discorsi.
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Campanella, per avventurarci in qualche
confronto con situazioni similari che coinvolsero altri perseguitati, era
troppo diverso; era di natura rocciosa, risparmiava le sue doti istrioniche
per salvare la pelle simulando la pazzia.
Galilei semmai sapeva animare
dialoghi sui massimi sistemi con l’ironia delle caratterizzazioni comiche,
e tanto più, per quell’ironia, la sua scienza appariva pericolosa. Il
regime culturale della controriforma imponeva una netta distinzione tra negotium
e otium. A
Giambattista Della Porta, indagatore dei segreti della
natura e forse praticante di magia naturale, l’inquisizione impose di
smettere con quelle ricerche e dedicarsi invece al teatro: ingiunzione a cui
obbedì lo scienziato rivelando grande maestria e perciò con obbligo di
gratitudine da parte sua e nostra agli inquisitori.
Bruno non avrebbe mai saputo distinguere le sue
facoltà di letterato e di filosofo. Le sue teorie maturano tutte come
dispute in cui gli avversari devono figurare in tutta la loro grettezza
mentre il Nolano si esalta pronunciando le sue verità. Per questo i
personaggi tanto dei dialoghi metafisici quanto di quelli morali vogliono
essere tipizzazioni psicologiche e culturali, non semplici interlocutori
portavoci di opposte opinioni. Bruno non può contare come il Socrate dei
dialoghi platonici su una solidarietà di gruppo, su un consenso anche
affettivo che si spingerà fino a condividere la carcerazione del maestro e
ad assisterlo nella morte.
Bruno fu solo per tutta la sua vita anche se
godette a periodi, soprattutto in Francia e in Inghilterra, di buone
protezioni.
Come professore non ebbe, dicono i suoi
biografi, grande successo.
Oltre che avversioni dottrinarie si attirava
accuse di plagio, che forse erano da addebitare alla sua voracità
letteraria, al suo gusto della contaminazione carnevalesca dei concetti e
delle parole, piuttosto che a furti imprevidenti. Chi apre le sue opere si
trova a dover subito affrontare lunghi monologhi proemiali introdotti da uno
o più componimenti poetici e sviluppati con dedicatorie e diffuse
anticipazioni degli argomenti trattati. Il filosofo tendeva a dimostrare che
il suo pensiero poteva essere memorizzato con quelle sintesi. In realtà
resta difficile apprezzarlo estraendone il succo fuori da quella discorsività
erratica, narrativa, digressiva che caratterizza la sua scrittura.
Memorabile è nella Cena
il traghettamento lungo un fumoso e fetido
Tamigi fino al luogo della disputa. Il racconto a sua volta ha pause
digressive, di commento autoironico irrorato di sublimanti citazioni e
accompagnato dagli intercalari in falsetto del pedante: "Annibal,
quando a l’imperio afflitto Vedde farsi fortuna sì molesta, Rise tra
gente lacrimosa e mesta". E’ Petrarca; ma Prudenzio per
caratterizzarsi con il suo controcanto retorico aggiunge: "Risus
Sardonicus". La commedia si svolge così due volte, nella vicenda
narrata e nella drammaturgia del racconto.
Così anche nel terzo dialogo dello
Spaccio
de la bestia trionfante, dove l’intreccio, questa volta solidale, di
argomentazioni convergenti che contestano il mito dell’età dell’oro
come tempo dell’ozio, ha una tramatura letteraria fitta di evocazioni e
commenti. A ridosso del dialogo c’è il consenso con l’elegia di
quell’età intonata appena un decennio prima nel coro dell’Aminta e
con la celebrazione del Tasso della legge naturale del piacere ("S’ei
piace, ei lice") contro le restrizioni morali in nome dell’onore. Ma
l’aurea etas è anche l’epoca di quella produttività di beni che
è a sua volta frutto dell’operosità umana e del merito individuale,
principi cardine dell’etica bruniana.
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In Bruno filosofia e letteratura si sostengono
vicendevolmente. Si direbbe anzi che la filosofia vuole essere poesia, perché
per lui la verità è bellezza.
Aveva scritto sempre nello Spaccio senza
abbassare questa volta il registro alto della sentenziosità:... "perché la
verità è la cosa più sincera, più divina di tutte; anzi la divinità e
la sincerità, bontà e bellezza de le cose è la verità; la quale né per
violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si
sminuisce, né per communicazione si disperde: perché senso non la
confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non
l’interrompe, tenebra non l’avela; anzi con essere più e più
impugnata, più e più risuscita e cresce. Senza difensore e protettore si
defende; e però ama la compagnia di pochi e sapienti, odia la moltitudine,
non si dimostra a quelli che per se stessa non la cercano e non vuol essere
dechiarata a color che umilmente non se gli esponeno, né a tutti quei che
con frode la inquireno; e però dimora altissima, dove tutti remirano e
pochi veggono".
Non so se è stato notato che questa
dichiarazione dell’alter ego Saulino resa a Sofia, sapienza qui
personificata e divinizzata, è un messaggio di fede lasciato a futura
memoria.
Nelle opere di Bruno si avverte la previsione del suo destino che
ispira i suoi eroici furori.
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Roma, Campo dei fiori, dove fu bruciato Giordano
Bruno

La statua di Bruno
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Nel trattato che proprio con quel titolo,
De
gli eroici furori, eleva l’ermeneutica delle imprese amorose a motivo
di contemplazione intellettuale, il Nolano assegna al suo poeta prediletto,
Luigi Tansillo, il compito di commentare con un sonetto un’allegoria
figurata del fuoco che avvampando forma chimeriche visioni di castelli in
aria, come recitano le due prime quartine: "Sopra de nubi, a l’eminente
loco, quando tal volta vaneggiando avvampo, per di mio spirto refrigerio e
scampo, tal formo a l’aria castel de mio foco: s’il mio destin fatale
china un poco, a fin ch’intenda l’alta grazia il vampo, in cui mi muoio,
e non si sdegn’o adire, o felice mia pena e mio morire".
Il topos igneo dell’amore fa bruciare
da Petrarca in poi molti significati, e per Bruno è anche l’elemento che
accende le sue fantasie; è fuoco mentale. Poi fu altro; e noi siamo portati
a leggere le sue immagini del fuoco come presagi di morte. De gli eroici
furori è un dialogo tutto contesto di prosa e poesia, quasi una
"Vita nuova" senza una Beatrice.
Ed è anche il testo in cui Bruno mette più
alla prova le sue capacità mimetiche tra ossimori e adynata amorosi
per significare il contrasto tra passione e ragione e infine per esaltare un
ideale di concordia. Il tema della cecità che lo percorre è qui
sviluppato liricamente, con l’intensità razionale che giustifica il furor
in versione eroica. Ma con la stessa intensità si accende anche il suo furor
comico, specie laddove infiamma e insieme decompone le strutture della
forma classica della comicità, insomma in commedia.
A proposito di cecità, tema che ha una doppia
valenza positiva e negativa, vale la pena ricordare che la sua teoria della
conoscenza postula la corrispondenza tra mondo intellettuale e mondo
naturale, tra evidenza visiva e evidenza conoscitiva.
Pensare è vedere con
l’occhio che riflette la realtà e anche con l’occhio interiore che non
oscura la facoltà dei ciechi pensanti. Il candelaio contiene nel
titolo una volontà d’illuminazione, che l’istanza comica volge però
anche ad altro significato.
Il monaco fuggiasco è lontano dal suo paese
natale dove una donna - se è una persona reale la Morgana B. della lettera
dedicatoria e non un’altra chimera come farebbe pensare quel nome da fata
incantatrice- aveva condiviso i suoi giovanili fervori amorosi. Nella dedica
Bruno fa atto d’omaggio a lei, e non a un papa o un principe, del suo
libro composto in tempo canicolare quando Sirio, la stella più brillante
della costellazione del Cane maggiore, la principale di quella infuocata
stagione, gli fa cadere in grembo estrosi umori. E quegli umori subito
convertono l’immagine del libro, al quale l’autore aveva affidato in
anticipo la recita di un sonetto che invoca e deride la tolleranza dei
letterati, in quella della candela come succedaneo fallico, un priapo
proteso col piacere del sacrilegio, in "solennissimo offertorio".
Il prologo della commedia cinquecentesca è una specie di porto franco
dell’allusività erotica, della licenza oscena. Aretino e Ruzzante stanno
lì a testimoniare, e Machiavelli nella Clizia legittima come una
condizione necessaria del riso l’uso delle parole "o sciocche, o
iniuriose, o amorose".
Ma i tempi erano cambiati. I contemporanei di
Bruno avevano ubbidito alla regolamentazione del linguaggio. Solo lui,
chierico vagante per tutta l’Europa riformata, "nudo com’un Bia",
come quel sapiente antico, quel Biante al quale si attribuiva la massima
"omnia mea mecum porto", poteva permettersi di mostrare alla sua
signora "il zero e la menchia, com’il padre Adamo, Quand’era buono
dentro sua badia". Ma la candela servirà a illuminare a distanza il
suo animo, a mettere in luce il suo coraggio. Ecco, e questo è tipico della
scrittura di Bruno: per uno scarto metaforico che solleva in alto la
tensione erotica, l’immagine si fa eroica così come si sublima nel
congedo della dedica il messaggio del filosofo: Ricordatevi, Signora, di
quel che credo non bisogna insegnarvi: - Il tempo tutto toglie e tutto dà;
ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un
solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. - Con
questa filosofia l’animo mi s’aggrandisse, e me se magnifica
l’intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si
la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che
son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o
vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi.
Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed
amate chi v’ama.
In un contesto che indulge senza remore alla
liturgia dell’osceno con richiami scritturali di gusto profanatorio
inequivocabili, l’autosublimazione ha la forza tranquilla e insieme
vendicativa di chi ha letto nel destino suo e degli altri la legge della
mutazione che scambia la serie delle cose e delle esistenze nel tempo e
nello spazio, mentre un dio, forse lo stesso principio creativo della
natura, resta immutabile a significare l’ordine intellettuale che presiede
alla stessa mutabilità.
Anche
Il candelaio
è una commedia di
mutazioni, ma per i farneticanti protagonisti impossibili perché
innaturali. Un omosessuale,
Bonifacio, pretende di nobilitarsi con un amore
eterosessuale, ma si invaghisce di una prostituta che pensa solo di trarre
vantaggio da quella stolta passione. Un alchimista,
Bartolomeo, consuma
tempo e denaro nel progetto maniacale di mutare una pulvis Christi in
oro. Un pedante,
Manfurio, inscena una sua recitazione nell’idioma
altisonante che pasticcia latino e volgare, come usavano i grammatici posti
in commedia. E attorno una folla di mariuoli e di donne insoddisfatte in una
Napoli notte e giorno dove i raggiri sono soprattutto godimento
spettacolare, con un pittore Gioan Bernardo ordinatore di beffe col
vantaggio di un amore ricambiato, un regista che fa la parte in questo basso
mondo del mutabile, del dio che in alto non muta. La degradazione
dell’amore, della scienza, della letteratura, la trivializzazione insomma
della cultura è rappresentata da maschere troppo ridicolmente deformi per
impersonare l’impostura intellettuale contro cui Bruno polemizza nei Dialoghi.
La commedia vuole essere quello che è sempre stata nella sua forma
classica, la mimesi della vita mediocre, quotidiana. Eppure l’autore
suppone che i lettori o gli ipotetici spettatori possano avvertire effetti
meno immediatamente ludici: "ché certo, contemplando quest’azioni e
discorsi umani col senso di Eraclito o di Democrito, arrete occasion di
molto o ridere o piangere", sottolinea ancora il prologo.
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Giordano Bruno, Candelaio (1582) |
Bruno sta addosso freneticamente ai suoi testi
come ai suoi personaggi.
Sviluppa nel
Candelaio
tutta l’azione
ma non si accontenta. La vuole riordinare tirandone tutte le fila
nell’"Argomento e Ordine della commedia", come del resto fa con
i trattati, e si fa intrigare a sua volta tra nodi e snodi della vicenda.
Poi allestisce la farsa dei prologhi, di un Antiprologo che non vuole
recitare il Prologo, di un Pro-prologo che lo sostituisce sbraitando contro
quello scioperante, infine con un Bidello che prepara l’entrata in scena
del protagonista eponimo dileggiandolo.
Il risultato è che tutte queste scritture
preliminari e interminabili, toccate dalla vertigine del linguaggio, sono
destinate a essere escluse da una sopportabile messinscena. Ma forse Bruno
ne era consapevole, sapeva che un’eventuale rappresentazione sarebbe stata
solo una riduzione.
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Ma il demone della parola lo incalzava. Un
crescendo verbale sinonimico e parodistico s’impenna tra volute di
citazioni profane e sacre dando anzitutto spettacolo di sé.
Dire Barocco è dire poco, meno ancora dire
Maniera. Bruno raccoglie dalla tavola troppo colma del volgare scritto e
parlato pietanze saporite o inacidite di un banchetto letterario al quale
sono stati convitati tutti gli stili senza possibilità di rigenerarne il
gusto se non per accumulo, fino a provocare sazietà e ripulsa. E chiama in
causa se stesso non solo nel prologo, come accadeva in teatro sin
dall’antichità plautina e terenziana, ma anche durante l’azione, se non
altro per farsi ricordare come il Fastidito. E si attribuisce lì per lì
bizzarri componimenti a commento di velleitari progetti magici o di
malaugurate vicende. Del resto ci sono personaggi che parlano in sua vece:
l’accorto pittore e tessitore di beffe Gioan Bernardo e soprattutto il
saggio giovanetto Ascanio, ma in parte anche
Scaramurè, un negromante che
ride della sua stessa arte, senza mettere nel conto Manfurio con i suoi
centoni perdanteschi. Una situazione quando giunge al punto in cui sta per
risolversi si protrae in occasione di dibattito o di conversazione in chiave
paradossale. Gli impostori vendono la loro merce discettando di alchimia e
magia, di dottrine ermetiche e pratiche, di fascinazione naturale e
soprannaturale, e tutti, tranne gli accecati dalle morgane di un eros
improprio o dalla fabbricazione della pietra filosofale, sanno di che pasta
dottrinale sono fatti. Ma lo spunto colto da Scaramurè per giustificare con
i finti sbirri della Vicaria la legislazione a tutela delle puttane e dei
loro clienti nelle maggiori città d’Italia, Napoli Roma Venezia,
imbastisce una credibile breve storia della prostituzione nel Cinquecento. E
quanto al suo ragionamento sul danno che un esercizio della giustizia nei
confronti dei reati di adulterio arreca all’onore dei mariti traditi,
essendo questi costretti a far mostra delle corna che la legge ha
pubblicamente poste sul loro capo, basti pensare alla ripresa che ne fa lo
scrivano Ciampa nel
Berretto a sonagli, per il quale
Pirandello può
avere attinto a un testo che conosceva benissimo e dal quale trae
l’epigrafe del saggio su L’umorismo, "In tristitia hilaris,
in hilaritate tristis".
Ma Bruno s’affaccia più apertamente sulla
scena in quella pausa di riflessione dell’ultimo atto in cui Gioan
Bernardo e Ascanio intessono discorsi sull’economia vitale delle specie
animali, delle necessità degli esseri in natura, per cui si adducono gli
esempi: l’ostrica non ha piedi perché si mantiene solo di acqua e di
sole, la talpa non ha occhi perché si muove solo in terra e poi, più
brutalmente, la potta non ha bottoni "perché il cazzo non ave unghie
da spuntarla". E così gli uomini nelle cose del mondo, dove ognuno
dovrebbe assolvere al suo ruolo, per esempio a quello di censore ovvero
critico alla Momo, dio della libera parola non della maldicenza, necessario
per correggere gli errori dei potenti. Sfugge alla legge della necessità
solo la Fortuna contro cui Gioan Bernardo dapprima impreca: perché "fa
onorato chi non merita, dà buon campo a chi nol semina, buon orto a chi nol
pianta, molti scudi a chi non le sa spendere, molti figli a chi non può
allevarli, buon appetito a chi non ha che mangiare, biscotti a chi non ha
denti". Ma poi si scusa "con la poverina, perché è cieca",
ha molti beni da offrire e molti sono gli "sciocchi, insensati e
furfanti, de’ quali il mondo è tutto pieno". Del resto, non si sa
chi l’ha fatta, e forse è anch’essa necessaria - aggiunge Ascanio -
"perché ogni virtute è vana senza l’esercizio ed atto suo, e non è
virtù ma cosa ociosa e vana". La mala ventura può essere vinta dalla
sollecitudine ed esalta il merito:
"A chi è concesso il meritare , sii
negato l’avere; a chi è concesso l’avere, sii negato il meritare".
Bruno non ha mai pianto sulla sua sorte. Il
candelaio celebra il merito, applicato come vuole il teatro comico
all’ambito mediocre delle azioni, e deride e castiga la cecità
dell’intelletto. Bonifacio e Bartolomeo pagano le spese della loro
immeritata fortuna a vantaggio di un merito, e di un reale e carnale amore
della vita, energie contratte che, come è norma in commedia per esprimersi
devono valersi dell’arte dell’inganno e del raggiro. Anche Manfurio paga
le spese della sua prosopopea di dotto. Ma rispetto agli altri vizi, la sua
autocelebrazione è innocua; egli stesso vive come una maschera
carnevalesca, ma inconsapevolmente, senza gli occhiali che gli renderebbero
visibile il giusto rapporto tra natura e ragione. Sarà sempre Ascanio a
ritrovarlo solo e sperduto mentre si domanda "Ecquis erit modus?",
quale sarà la mia fine? E gli svelerà che la sua fine sarà soltanto un
finale di commedia. Gli "oculari al naso" gli mostreranno la
corona dei molti spettatori e quel pubblico gli darà la consapevolezza di
essere sulla scena nella parte del maestro e uomo di lettere dal quale si
pretende il saluto e ringraziamento, il valete et plaudite.
E’ un bel finale. Nella partita del dare e
dell’avere tra tragedia e commedia, tra il pianto di Eraclito e il riso di
Democrito, il comico ha avuto la meglio. Manfurio porta scritto nel nome una
miscela di mania e furore, e per questo non rinunzia alla sua ultima tirata
pedantesca. Ma per dire che ha sperimentato la sua condizione di "esser
tragico" e tuttavia è capace di volgere la tragedia in commedia.
Tristis
e hilaris, chiede ora l’applauso. Non diversamente, benché in
altro stile, l’avrebbe chiesto Bruno, in prima persona.
N.B.Le citazioni dai Dialoghi filosofici
italiani sono tratte dall’edizione a cura di M. Ciliberto, Milano,
Mondadori, 2000 (nell’ordine pp. 7, 534, 845); quelle del Candelaio dall’edizione
da me curata nel vol. II delle Commedie del Cinquecento, Milano,
Feltrinelli, 1967, pp. 281-452. Per la lettera dello Schopp, cfr. L. Firpo, Il
processo di Giordano Bruno, Roma, Salerno, 1993, pp. 348-352. Le
concordanze bruniane del Finnegans Wake sono messe bene in evidenza
da W.Y. Tindall, James Joyce, trad. it. Milano, Bompiani, 1960, pref.
di G. Cambon, guida bibliografica di U. Eco (cfr. soprattutto pp. 112-116)
Fonte: Eugenio
Garin ,
Giordano Bruno quattro secoli dopo, Caffè
Europa, Febbraio 2000

La pagina è stata creata da M. Antonietta Pappalardo e
pubblicata il 25 giugno 2006
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