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STUDI
CRITICI SU GIORDANO BRUNO
Nino
Borsellino / Eugenio Garin / Tecla
Squillaci / Dino
Dini
Per
una rivalutazione autentica del pensiero di Giordano Bruno
Tecla Squillaci

E' bastato l'anniversario
della morte su rogo di Giordano Bruno per riportarne in auge il ricordo alle
nostre coscienze di buoni (e cattivi) italiani. Ma rinnovarne il
ricordo non può coincidere unicamente con un intento commemorativo; in
questa società voluttuaria ed effimera, superficiale e materialista, che
tutto tritura tra le spire di un'informazione becera e distratta, una
manciata di articoletti pubblicati sulle principali testate nazionali ed
altri consimili espressioni di coinvolgimento popolare non possono
riscattare l'immagine di chi, oggi come allora, con diversi mezzi, sotto
differenti forme, continua a perseverare in atteggiamenti antiprogressisti,
a chi, ora come allora, continua a tarpare le ali del libero pensiero umano.
Un così grande esempio di coerenza come lo fu il Bruno, non può
appartenere agli opportunisti d'ogni genere.
C'è poi tutta una corrente ,
anche laica, che per secoli ha attribuito al Bruno l'appellativo di
"filosofo mago", di chi vuol relegarlo tra i tanti maghi e profeti
che affollarono quel secolo così complesso quale fu il Cinquecento;
cercando
di dare così un giudizio superficiale su un'epoca che ancora oggi, per
l'intreccio di diverse dottrine, per le vicende politiche e per la forza
propulsiva di idee e concezioni che si riveleranno determinanti per i secoli
successivi, non siamo ancora in grado di definire in modo chiaro e netto.
Così la fama di Giordano Bruno
continua tuttora ad essere offuscata da una identificazione a loschi affari
di magia; purtroppo anche alcuni manuali di storia della filosofia per i
licei continuano a dare un'immagine del filosofo nolano come di un
adepto alle pratiche magiche, uno che voleva ridestare il paganesimo
in un'Europa dilaniata dalle guerre di religione.
Si equivoca in questo modo
la sincera ricerca dell'armonia della natura al di là dei dogmi, con il
recupero delle istanze pseudomagiche nella loro forma più degenere.
Una rivalutazione autentica e
sincera del pensiero di Giordano Bruno deve quindi essere soprattutto volta
ad un'attenta analisi del significato del suo pensiero in rapporto alla sua
epoca ed ai presupposti che egli gettò per lo sviluppo della
filosofia nei secoli successivi.

Innanzitutto occorre
riconoscergli l'azione rinnovatrice che egli esercitò su un modo di
conoscere ed operare pedante ed antistorico, più legato alla pedissequa
ripetizione di stereotipi aristotelici che volto alla vera conoscenza; poi
occorre saper bene interpretare l'impronta decisiva che egli diede alle
moderne concezioni che ne seguirono. Basta questo per cominciare a
capire come il suo presunto ermetismo non si esaurì nella sterile
perseveranza in pratiche di contenuto occulto quanto piuttosto
nell'elaborazione di un pensiero rivoluzionario, una nuova concezione
dell'universo, dell'uomo, della vita, che da tanti predecessori e
contemporanei apprese ma in una sintesi nuova che necessariamente doveva
apparire ai dogmatici come involuta, simbolica, arcana.
Il misticismo di Giordano Bruno,
così come si rispecchia nelle sue opere, nei dialoghi, nel mito di Atteone
ripreso negli Eroici furori, ad esempio, è soprattutto
l'espressione di un'ostinata ricerca del sapere intesa nel senso
dell'acquisizione della conoscenza della realtà nella sua interezza.
Straordinarie somiglianze
riscontriamo anche in una certa letteratura a noi lontana. Nel suo poema Mathnavì
yi ma'navi il poeta persiano Rumì dice infatti che "l'amore
è estraneo alla terra ed al cielo, in esso vi sono settantadue
pazzie", laddove per amore si intende il desiderio di conoscenza
che nutre il filosofo.
Lo stesso Atteone, eroe
che va a caccia di fiere e scopre infine di essere se stesso la preda
ambita, è una magnifica allegoria della divinità che è in noi stessi
e che non possiamo trovare al di fuori di noi.
Anche questo è un simbolismo
molto diffuso nelle tradizioni letterarie arabe e persiane. Il
leggendario amante Majnun (che in persiano significa pazzo) ,
innamorato perennemente alla ricerca dell'amata Laylì che infine
scopre essergli stata sempre vicina.
Ricorre quindi l'uso di un
lessico simbolico che allude ad una conoscenza a cui l'uomo si avvicina
acquisendo le sembianze della divinità, è questa "passione
eroica" che reca ad una divinizzazione repentina ed atemporale.
Tuttavia esistono concretamente
degli esempi da seguire, dei "liberatori spirituali" che
dischiudono agli occhi dell'uomo e del suo intelletto la visione di un mondo
non più come "immaginato carcere" ma nella sua interezza come
infinito e sconfinato.
Sono uomini come Copernico, il
cui ingegno come il Bruno afferma nella sua opera De immenso et
innumerabilibus "non fu mai toccato
dall'infamia del secolo oscuro" e che condivideva le idee di
altri "liberatori spirituali" come Egesia, Timeo, Pitagora, Niceta
e Cusano.
Di quest'ultimo il Bruno è
profondamente debitore così come anche di Giambattista Della Porta e
di Telesio.
La prerogativa che unisce
questi pensatori è soprattutto la loro tensione spirituale che
amplifica notevolmente quella del nascente uomo moderno il quale si accinge
ad appropriarsi delle leggi fisiche attraverso la conquista del nuovo metodo
scientifico e da qui comincia ad avvertire la profonda ed insanabile
lacerazione con il mondo delle istituzioni religiose, con la Chiesa.
Scienza e religione si sono
divise il mondo; l'una governa e descrive la realtà fenomenica, l'altra ha
la pretesa di dire all'uomo ciò che è bene per la sua anima. Dividendosi
questi compiti hanno scavato un solco profondo, un abisso nella vita
dell'uomo, hanno tracciato i netti confini di due opposte "verità"
che si fronteggiano, che si sfidano ma che continuano a non trovare alcun
punto di coesione.

Questo solco, questa
frattura ha avuto inizio e si è man mano accentuata durante l'epoca di
Giordano Bruno alla quale egli ha dato voce nella maniera più ampia.
Come già sosteneva il Cusano,
anche Giordano Bruno afferma infatti che il limite della conoscenza
non è tanto un difetto quanto piuttosto la consapevolezza che il sapere è
una conquista progressiva, un processo che continua all'infinito.
I nemici del libero pensiero,
nemici di ogni risma e di ogni era, che si nascondono dietro i
paludamenti dei fedi religiose o di ideologie, i detrattori della ragione
umana sono tutti rinnegatori ostinati del motivo più vivo del progresso: il
progresso come conquista e quindi come prodotto del pensiero creativo
umano che procede verso l'acquisizione della conoscenza attingendo da
se stesso la necessaria linfa vitale che lo guida.
Il falso progetto di falsi
ideali si tradisce quando rivela la propria contraddittorietà di fondo. Da
una parte esso professa il culto dell'infinito e del trascendente,
dall'altro però blocca la conoscenza umana in schemi, dogmi, asserzioni,
articoli di fede che rifiutano ogni valenza probatoria, dando così
paradossalmente all'Infinito il valore di una normatività rigida e
conclusiva. Così usava fare la filosofia della Scolastica, così ancora
oggi continuano a propinarci.
La rivoluzione dell'umanesimo,
la rivoluzione dell' "homo novus", che vede nell'individuo il vero
fautore ed il principale fruitore del progresso che egli stesso costruisce
giorno dopo giorno, capace di congetturare ipotesi e di verificarle, è la
nuova dimensione del mondo in cui vive Giordano Bruno, una dimensione
che propone una differente dislocazione dei poteri nel rispetto della libera
facoltà di progettare il proprio futuro.
Egli ha ereditato il meglio
di questa idea rinascimentale che ha radici profonde, usando la sana
tradizione dell'ermetismo, cioè della "magia naturale", per
cercare di conciliare il conflitto che stava alla base della concezione
religiosa e di quella scientifica. Ha operato, sino all'estremo sacrificio,
in modo da riallacciare lo stretto vincolo preesistente tra materia e
spirito in una sorta di palingenesi, di espressione genuina della "philosophia
perennis" come più tardi verrà definita da Leibniz.
Ed in questo il Bruno non ha
fallito, anzi ha trionfato sui suoi nemici, nonostante la morte orribile che
gli è stata riservata.
Come diceva Lamartine, l'uomo è
un tessitore che ordisce dal rovescio la trama del tempo. Un giorno,
passando al diritto del tessuto, egli potrà contemplare finalmente il
disegno magnifico e grandioso che è riuscito ad ordire sul telaio del tempo
ma di cui, fino a quel giorno, non ha visto altro che il confuso ed
increscioso groviglio di fili.
Catania, 9 Marzo 2000
Giordano
Bruno e la pluralità dei mondi abitati Dino
Dini
Fu in Italia che la storia dell'astronomia prese una
piega più seria.
Risultò che il "De Revolutionibus Orbium Caelestium", di
Copernico, fu indirizzato non a quelli che ricavavano tavole astronomiche ma
a fisici come Galileo Galilei ed a filosofi come Giordano Bruno.
Bruno, andando oltre Copernico, stabilì che la Terra è un pianeta come
tantissimi altri e affermò che non aveva senso la divisione dell'universo
in cosmo perfetto e mondo sublunare imperfetto. Egli proclamò l'unità del
cielo e della Terra, l'identica natura del Sole e delle stelle, l'infinità
dell'universo e la pluralità dei mondi abitati.
Giordano Bruno (1548-1600) fu il primo ad interpretare che la vita
intelligente è distribuita un po' dappertutto nell'universo, ponendo così
le basi alla giustificazione, dei trasferimenti di essa da pianeti in estinzione (ma ad
avanzatissimo livello di tecnologia) ad altri non abitati
(ma in condizioni da poter consentire la vita).
Giordano Bruno fu precursore di quella disciplina che oggi viene definita,
sebbene non ancora "accettata" dalla scienza ufficiale,
"UFOlogia". Giordano Bruno, il "sognatore", rifiutando la cieca ubbidienza
alle dottrine della Chiesa d'allora, trovò in Copernico una figura da
esaltare, che sfidava la Chiesa nelle sue inflessibili tradizioni. Giordano Bruno si avvalse della teoria di quello che considerava il suo
maestro e la estese a coinvolgere l'intero universo. Laddove la teoria di Copernico trattava del moto della Terra, Giordano
Bruno immaginava un universo infinito, popolato da un'infinità di stelle
come il nostro Sole, ciascuna circondata da pianeti su taluni del quali
crescono e prosperano esseri intelligenti. "Apri la porta attraverso la quale possiamo osservare il firmamento
senza limiti" era il suo motto, per il quale fu arrestato
dall'inquisizione nel 1592 e poi giustiziato sul rogo dopo ben otto anni di
prigionia.
Il nome di Giordano Bruno sarà ricordato per il suo brutale martirio da
parte della Chiesa, un uomo che accettò il supremo sacrificio nel
rifiutarsi di sottoporre ad un compromesso o ritrattare (come fece Galileo
pur straconvinto delle sue idee e della validità delle sue pratiche) le sue
osservazioni, oggi considerate punto di partenza per la ricerca di altre
vite intelligenti nell'universo. Infinità di spazio e di tempo, infinità
spirituale come pure fisica, furono
asserzioni di Giordano Bruno. I suoi voli di immaginazione lo portarono
anche oltre l'universo a noi accessibile, al regno di Dio. Diversamente dai suoi predecessori, Giordano Bruno ricorse di rado al
tradizionale simbolismo della Cristianità; egli era molto più vicino alla
letteratura della saggezza del Vecchio Testamento, ma talvolta appariva
come un esaltato nelle sue prediche alle folle di Savona, Torino, Venezia,
Padova, Lione, Tolosa, Parigi, Chambery, Londra, Oxford, Wittenberg, Praga e
Francoforte.
Descrivendo l'eterna saggezza di Dio, Giordano Bruno la paragonava alla
radiazione della luce infinita, che "discende tra noi a mezzo di
emissione di raggi, e viene comunicata e diffusa attraverso tutte le
cose". Bruno ritornò di nuovo alla sua originaria visione
dell'infinito: un universo in grande scala, senza limiti di spazio ed eterno
nel tempo, un universo popolato da innumerevoli Soli come il nostro e non
c'erano allora mezzi visivi (l'impiego del telescopio in astronomia avvenne
con Galileo nel 1610) per distinguere nella fascia bianco-argentea della Via
Lattea i miliardi e miliardi di stelle con tanti pianeti abitati, sedi di
vita spesso anche più intelligente di quella nostra. Non si può infatti
negare l'esistenza di tanti mondi abitati, in uno spazio che è identico in
caratteri naturali a quello che ci è più vicino.
Nel suo libro "De I'infinito universo et mundi"
egli dice: "Ad
un corpo di dimensione infinita non può essere attribuito né un centro né
un confine... Giusto come noi ci riteniamo al centro di quel cerchio
equidistante, che è il grande orizzonte che ci circonda, così altrettanto
gli abitanti della Luna (ammesso che esistessero) si ritengono senza dubbio
essi stessi al centro di un grande orizzonte che abbraccia questa Terra, il
Sole e le altre stelle. Pertanto, la Terra, non più di qualche altro mondo,
potrebbe essere considerata al centro (e quindi fissa nello spazio)".
Così affermando, con perfetta argomentazione, Giordano Bruno aveva
anteveduto la teoria della relatività che, a torto o a ragione, sta
giocando un ruolo centrale nella fisica, a partire da circa quattro secoli
più tardi. Ma, nel libro del grande filosofo (52 lavori filosofici alla sua morte)
"De immenso et immunerabilibus" si trova un argomento di natura
alquanto diversa: "il solo infinito è perfetto e di esso nulla può
essere più importante e migliore, il Dio come sola natura intera e
universale. Universo è sinonimo di verità, unità e bontà; per questo
l'infinito viene chiamato universo. Dio è glorificato non in uno ma in
innumerevoli Soli, non in un'unica Terra, ma in un'infinità di mondi. È
l'eccellenza di Dio che viene magnificata e resa manifesta la grandiosità
del suo Regno".
Giordano Bruno non fu capito, ma già da oggi si comprende che deve
risorgere la sua intuizione! Egli è il vero precursore dell'UFOlogia. Fonte:
Estratto
dalla relazione del prof. Dino Dini, dell'Università di Pisa, svolta al 6°
Congresso di S. Marino (3-5 aprile 1998) dal titolo "Scienza di secoli
sulla terra e scienza di miliardi di anni su altri pianeti
dell'universo"
La
pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 25 giugno
2006
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