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VOCI
DALL'AFRICA
Presentazione
di alcuni romanzi
Romeo Fabbri

Chinua Achebe
Dove batte la pioggia
Ciclo narrativo.
Chinua Achebe, nigeriano, nato nel 1930, è certamente uno
dei migliori romanzieri africani. E non solo per lo stile, sempre nitido
e coinvolgente, ricco di immagini e proverbi, ma anche e soprattutto per
aver dato voce alla forza morale di un popolo, quello nigeriano, troppo
a lungo oltraggiato e avvilito dalla presenza di colonizzatori avidi e
senza scrupoli. Conscio della sua responsabilità di scrittore in un
periodo fra i più drammatici della storia del popolo nigeriano, e ibo
in particolare, Achebe si è applicato a mostrare come civiltà e
cultura, ordine e legge, orgoglio personale e dignità, esistessero in
Africa ben prima dell'avvento dei bianchi e come questi ultimi, lungi
dall'aver insegnato tali cose agli africani, abbiano contribuito a
distruggere la loro dignità e con essa la loro stessa anima.
I romanzi nei quali più che altrove Achebe ha mostrato le
tragiche conseguenze di questo impatto violento e doloroso, di
quest'"incontro fortuito", come egli lo definisce, fra
l'Occidente e l'Africa risalgono agli anni che ruotano attorno
all'indipendenza della Nigeria (1960) e costituiscono, già nella mente
dell'autore, un ciclo narrativo secondo la scansione temporale del
prima-durante-dopo, dando luogo a quella superba trilogia, a
quell'affresco tripartito che comprende Il crollo, Ormai a
disagio e La freccia di Dio.
Dice un proverbio ibo: "Se un uomo non sa dire dove la
pioggia lo ha colpito, non sa neppure dire dove il suo corpo è stato
asciugato". Achebe si propone di dire ai suoi connazionali e,
attraverso di loro, a tutta l'Africa, dove la pioggia ha colpito.
A.
Il crollo, Jaca Book, Milano 1977
Scritto nel 1958, Il crollo è ambientato nella
società pre-coloniale, rurale e conservatrice degli anni a cavallo fra
il secolo scorso e il nostro secolo. È una società fortemente legata
alla tradizione e ai valori ancestrali, in territorio ibo. Sono gli anni
in cui nella regione arrivano i primi bianchi, soprattutto missionari, i
quali partendo dalla costa si infiltrano progressivamente nell'interno,
sia personalmente sia attraverso i loro catechisti-interpreti africani,
per diffondervi la nuova religione. Questa presenza estranea genera
subito problemi di convivenza fra due concezioni e stili di vita tanto
diversi.
Il protagonista del romanzo è Okonkwo, un fiero guerriero
ibo, che incarna i migliori valori della tribù. Okonkwo cresce con il
terrore di assomigliare a suo padre, un "buono a nulla", un
"fallito", un uomo perennemente indebitato e privo del pur
minimo titolo in seno al clan, uomo che ha passato Ia vita a bere, a
correre dietro alla danza e alla musica e che ha sempre prodotto i
peggiori ignami della regione. Okonkwo vuole sfuggire alla maledizione
dell'"insignificanza", assegnandosi come regola di vita quella
di non essere mai secondo a nessuno e di non tollerare mai nulla che sia
al di sotto della perfezione. Vuole essere, e sarà di fatto, sempre il
primo: nel coraggio, nella lotta, nel lavoro, in famiglia,
nell'acquisizione di titoli. Tende il suo arco allo spasimo.
Ma
nonostante tutto Okonkwo non è amato. Resta un isolato e si ritrova
solo. Non perdonando nulla a se stesso, non perdona nulla neppure agli
altri, E' severo con i figli, con le mogli, con quanti in un modo o
nell'aItro dipendono da lui o gravitano nella sua orbita. L'unica virtù
che apprezza è la forza; l'unico sentimento che reputa degno di un uomo
è la collera. Okonkwo vive effettivamente in un perenne stato di
collera. Disprezza il perdono, la misericordia, la gentilezza,
considerandole virtù "femminili", adatte forse per i
cristiani, che sembrano eccellere in esse, ma non certo per chi vuole
esprimere i più autentici valori della società africana. E
ciononostante Okonkwo non ha successo. Sembra perseguitato dalla cattiva
sorte, dalla fatalità. Il suo tragico destino ne fa un personaggio
degno della migliore tragedia greca.
Questo ibo fiero e risoluto, ricco
e potente, temuto da tutti, ammesso nel consesso degli anziani della
tribù, assiste impotente al sistematico fallimento di tutte le sue
speranze e all'inesorabile perdita di tutto ciò che ha conseguito.
Resta vittima di una serie di tragici eventi che è incapace di
arrestare o anche solo di controllare: la condanna all'esilio in seguito
all'uccisione accidentale di un uomo; la conversione di uno dei suoi
figli alla nuova religione; I'irresistibile avanzata del cristianesimo
nella regione; la diffusione della prassi commerciale occidentale, per
cui tutto comincia ad avere un prezzo e a essere comprato e venduto;
l'abbandono delle tradizioni e dei valori ancentrali e il passaggio alla
"religione folle", che snerva i caratteri e appiattisce la
vita, da parte di un numero crescente di suoi conterranei.
Invano Okonkwo tenta di incitare i suoi connazionali a
scacciare i missionari a frustate e a ristabilire i veri valori della
società ibo. Così mentre tutto sembra crollargli addosso e le cose
sembrano aver preso una piega irreversibile, Okonkwo attacca la sua
pezza al ramo di un albero e si impicca, finendo esattamente come suo
padre, la persona che aveva maggiormente contestato durante tutta la sua
vita. Suicida e maledetto, anch'egli, come suo padre, viene sepolto
senza funerale, rigettato sia da quella nuova religione nella quale non
è voluto entrare sia dal suo stesso clan dal quale in qualche modo è
voluto uscire. "Nessuno può essere vittorioso contro il suo
proprio clan".
In definitiva Okonkwo resta vittima dell'uomo bianco e dei
suoi ripetuti assalti contro la società tradizionale, ma anche delle
sue proprie debolezze e lacune.
Contrariamente a molti altri scrittori africani del tempo,
Chinua Achebe sa fare la parte delle cose, non riversando tutto il bene
o tutto il male in un solo campo, non creando scomparti di pura luce o
di pure tenebre. L'Africa precoloniale non era caos, anarchia e
barbarie. La vita vi si svolgeva in modo dignitoso ed era regolata da
precise norme giuridiche ed etico-religiose. Ma l'Africa precoloniale
non era neppure quel "paradiso" che alcuni avrebbero voluto
far credere. La colonizzazione non è stata solo negativa. In certi
settori, per esempio quello della comunicazione mediante l'introduzione
delle lingue europee, l'Africa ha beneficiato dell'incontro con
l'occidente, pur essendo incontestabile che tutto sommato la
colonizzazione ha prodotto più danni che vantaggi. E' indubbio che
un'introduzione così rapida e indiscriminata di elementi estranei in
culture che non hanno avuto il tempo o la possibilità di assimilarli e
integrarli ha causato negli africani una generalizzata perdita di dignità
e di fiducia in se stessi.
Analizzando per la prima volta la "storia africana da
un punto di vista africano" e ricostituendo frammenti di passato,
Achebe intende sfatare la visione che dell'Africa ha dato il
colonialismo, senza però cadere vittima di un a acritica esaltazione
della sua cultura e dei suoi valori. Achebe non cade nel tranello di
un'indiscriminata "demonizzazione" dell'uomo bianco e sa
vedere al tempo stesso, accanto ai valori e alle ricchezze della cultura
africana, anche le sue lacune, carenze, insufficienze, ambiguità,
pervenendo a delineare un quadro di raro equilibrio, nel quale il
sapiente dosaggio di elementi positivi e negativi rende certamente
maggiore giustizia alla storia.
Applicando tutto questo a Okonkwo, il protagonista di Il
crollo, Achebe sa individuare le sue responsabilità e lacune. La
sua mancanza di flessibilità, Ia sua ostinazione a rigettare la benché
minima forma di cambiamento, l'incapacità di accettare qualcosa che
fosse meno della perfezione, la rabbia e la caparbietà nel rinnegare
sentimenti che pure sente dentro di sé, ma che non riesce ad ammettere
per timore di apparire meno "virile" sono altrettanti aspetti
che giocano nell'esito tragico delle sue sofferenze prima e della sua
morte poi.
Uno dei principali problemi affrontato da Achebe in Il
crollo è certamente quello della penetrazione del cristianesimo
nelle culture africane. La sua domanda potrebbe essere così espressa:
"Come può un elemento di civiltà, il cristianesimo appunto,
diventare il principale fattore di scardinamento e, in definitiva, di
distruzione, della società tradizionale, al punto di spingere un
credente fino al crollo psicologico e al suicidio? Come è possibile che
un elemento di civiltà agisca nella storia in modo così distruttivo,
sopprimendo altri autentici elementi di civiltà, senza riuscire a
valorizzarli e a recuperarli?".
Achebe non sembra voler dare una risposta a questa domanda.
Si limita a constatare l'inesorabile avanzata di questa "religione
folle" e il crollo che essa provoca nelle strutture sociali e nella
psicologia dell'Africa tradizionale. Sembra voler lasciare decidere al
lettore se una tale avanzata debba essere celebrata con un sentimento di
orgoglio o guardata con un senso di vergogna. Per Achebe il corpo di
quell'uomo che pende dall'albero è una sorta di punto interrogativo,
che non è possibile ignorare e al quale, in ogni caso, si deve una
risposta.
Okonkwo non è senza colpa ed è in parte responsabile
della sua tragica fine. Ma Acebe chiede conto anche al lettore
occidentale della sua parte di responsabilità che, a giudicare
dall'insieme, non è certamente piccola.
B.
Ormai a disagio, Jaca Book, Milano 1977
Nel 1960, due anni dopo Il crollo, Chinua Achebe
pubblica Ormai a disagio, premettendovi in esergo i celebri versi
di T.S. Eliot, tratti da Il viaggio dei magi: "Tornammo ai
nostri luoghi, a questi regni,/ ma a disagio ormai qui, nelle antiche
leggi,/ fra gente straniera che si aggrappa ai suoi idoli./ Sarei lieto
di un'altra morte".
| In Ormai a disagio, Achebe coglie la società
nigeriana due generazioni dopo quella in cui è vissuto Okonkwo, nel
periodo immediatamente a ridosso dell'indipendenza. Anche il punto
focale si sposta.
Al contesto rurale e conservatore in cui è vissuto Okonkwo succede il contesto urbano, cosmopolita, già stregato dal mito
del successo e del danaro. Non più i villaggi e le cittadine di
provincia, ma la capitale, Lagos.
Infatti è proprio lì, nella grande
città, che si fa rapidamente strada quella decadenza socio-morale che
mostrerà ben presto il più totale fallimento dell'uomo.
Ed è lì,
nella grande città, che appare chiaramente come i valori tradizionali
vengano calpestati e rinnegati e come gli uomini diventino facile preda
dell'opportunismo e dell'irresistibile fascino del dio-potere e del
dio-danaro.
Obi, figlio di Nwoye, diventato cristiano e catechista, e
nipote di Okonkwo, sembra aver ereditato il carattere molle, indeciso,
privo di grinta e di coraggio, del bisnonno.
Mandato in Inghilterra con
una borsa di studio finanziata da parenti e amici, vi è rimasto quattro
anni. Ha conosciuto un mondo del tutto nuovo per lui. Lì ha subito il
fascino della razionalità e di sistemi in grado di raggiungere
speditamente gli obiettivi perseguiti.
Giorno dopo giorno, si è reso
conto della distanza abissale esistente fra il mondo delle sue radici e
quel mondo nel quale si è trovato improvvisamente proiettato. Ha
intravisto per il suo paese possibili vie di uscita dalle condizioni di
arretratezza e di sottosvìluppo
in cui si trova.
Ora Obi ritorna, accolto con una grande festa e con
speranze ancora maggiori. In quel "figlio" parenti e amici
avevano investito tutte le loro sostanze, certi di fare un investimento
sicuro, un investimento che avrebbe dato i suoi frutti a partire dal
giorno stesso del ritorno di Obi al paese natale.
E sarebbero stati
frutti certi e copiosi non solo per loro, ma per l'intera nazione. Del
resto, la prima impressione era ottima: il ragazzo non solo parlava
perfettamente l'inglese e mostrava di aver largamente approfittato dei
suoi studi, ma si mostrava anche pieno di ideali e di buona volontà;
non solo aveva studiato, ma sembrava deciso a voler moralizzare il
paese, estirpando quell'egoismo e malcostume, che come una piovra
paralizzava la vita della città e dell'intera nazione.
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Camerun, ponti sospesi in Korup Park

Bambina "commerciante"

Camerun, fiume Mana

Camerun, spiaggia di Seme |
Ma Obi si accorge ben presto di non riuscire a tener fede
ai propri ideali e a rispondere alle tante, troppe attese riposte in
lui. La scuola gli ha trasmesso un forte senso dei valori morali, ma
egli non riesce a farlo passare nel tessuto urbano della sua città. E
così gradualmente, impercettibilmente, finisce con il scendere a patti
con il compromesso, fino a dover ammettere il suo più totale fallimento
non solo nella vita pubblica, ma anche nella sua vita privata.
Il primo scoglio è un imperioso bisogno di danaro. Obi
rientra dall'occidente e sa di non poter deludere i suoi concittadini.
Deve darsi subito un'immagine consona con il suo livello sociale:
occorre una casa, un'automobile, un arredamento di stile occidentale, il
frigo-bar con i liquori delle migliori marche, la possibilità di dare
feste e ricevere amici... E, d'altra parte, non può deludere neppure
quei parenti e amici che lo hanno aiutato finanziariamente negli studi e
che ora vengono sempre più numerosi e con richieste sempre più
impegnative a bussare alla sua porta di uomo "importante" e
"arrivato".
Il secondo scoglio è dato dalla tradizione, che ora appare
a Obi irrazionale con tutti i suoi tabù e le sue interdizioni. In
occidente ha imparato a guardare alla tradizione con occhio critico, a
vedervi non solo un ostacolo allo sviluppo del paese, ma anche
un'indebita intrusione nella sfera privata, nel campo dei sentimenti e
dei diritti personali.
Il terzo scoglio, probabilmente il maggiore, è dato dalla
pressione sociale dell'ambiente frequentato da Obi, popolato di politici
e intellettuali, ammalati di protagonismo e preoccupati unicamente del
potere, del successo, in definitiva, del danaro, che solo sembra in
grado di aprire tutte le porte. Il così fan tutti, il per
stare a galla bisogna nuotare, i! bisogna sfruttare le occasioni
quando si presentano, diventano per la debole personalità di Obi
slogans irresistibili e trappole in cui finisce per restare impigliato.
Anzitutto sul piano dei sentimenti e poi sul piano professionale.
Obi ama Clara e vorrebbe sposarla, ma Clara è una osu
(una consacrata) e, secondo la tradizione, non può sposarsi. Ed ecco
allora Obi dibattersi fra la consapevolezza dell'irrazionalità di
quella tradizione e il rispetto per i genitori, i quali credono in quel
tabù e lo prendono sul serio. "Se solo potessi convincere mia
madre", pensa Obi, ma sa che sua madre non potrà mai essere
convinta a infrangere un tabù: "Se lo farai quando sarò ancora
viva, avrai il mio sangue sul tuo capo, perché mi ucciderò".
Sul piano professionale, il cedimento morale di Obi è
lento e progressivo. Pur non vedendo attorno a sé che egoismo,
arrivismo e corruzione, inizialmente Obi sembra resistere. Cerca di
controllarsi e anche quando comincia a cedere ricorre a continui
tentativi di razionalizzazione per neutralizzare in qualche modo il
senso di colpa e di sconfitta che sente inevitabilmente chi inizia a
derogare ai propri principi. Comincia con il falsificare la nota delle
spese di viaggio. Poi inserisce nelle liste dei candidati alle borse di
studio alcuni raccomandati, assicurandosi però che abbiano almeno i
requisiti minimi richiesti. Gli viene tesa una trappola. E' arrestato,
processato e condannato, non perché ha corrotto, ma perché è stato
sorpreso a farlo.
Obi viene condannato, ma la vita continua, come se nulla
fosse successo, come se l'enorme pachiderma non si fosse neppure accorto
di aver schiacciato una formica. Eppure, anche in questo caso, "la
favola insegna..." e Achebe pronuncia il suo giudizio di condanna.
Nella condanna di Obi c'è il fallimento palese, anche se
non dichiarato, di tutti coloro che gli sono attorno e della stessa
società in cui Obi si è ritrovato a vivere. Anzi Achebe si spinge fino
a credere che il maggior colpevole non sia Obi, bensì la società; una
società bacata, fallita, nella quale i personaggi sono tutti
irrimediabilmente a disagio e, in definitiva, vittime votate al
fallimento.
Ma nella condanna di Obi c'è anche il processo e la
condanna dell'ambiguità di quella scuola e istruzione di tipo
occidentale che, importata in Africa, ha finito per essere per i giovani
africani più una maledizione che una benedizione, avendoli spinti a non
credere più nel loro universo di valori e a sentirsi a disagio nella
loro pelle e stranieri nel loro stesso paese.
C.
La freccia di Dio, Jaca Book, Milano 1977
Nel 1964, a quattro anni da Ormai a disagio e a sei
da Il crollo, Chinua Achebe pubblica La freccia di Dio,
chiudendo così il suo ciclo narrativo.
Rispetto aI romanzo precedente, ora il lettore viene
riportato indietro, all'epoca della convivenza fra colonizzatori e
colonizzati. Achebe intende infatti rispondere soprattutto a due
domande. La prima: Com'era la convivenza fra colonizzatori e
colonizzati? Com'era la vita dei villaggi, quando si era costretti a a
tener conto di quella "scomoda" presenza, fatta spesso di
inganni e violenze? Come vivevano i "nuovi padroni" nelle loro
case e nelle istituzioni che andavano progressivamente introducendo in
territorio ibo? Seconda domanda, certamente più importante e decisiva:
Chi detiene il potere in una società in transizione? Chi decide qual è
la volontà di Dio?
I! romanzo è ambientato nei primi anni del secolo. Le
strutture coloniali si vanno consolidando e razionalizzando e si
trasformano gradualmente in presenza stabile. Varie esperienze hanno
ormai persuaso gli africani che è impossibile muovere guerra ai bianchi
con una qualche speranza di successo. Essi hanno già più volte
dimostrato di non scherzare e di essere pronti a schiacciare
inesorabilmente ogni tentativo di resistenza. Non resta quindi altro che
studiare e definire le linee di una possibile convivenza, sempre che sia
possibile.
Il protagonista del romanzo è Ezeulu, un vecchio saggio,
intellettuale in senso tradizionale, sacerdote di Ulu e, in quanto tale,
vigile custode dell'identità e
dell'integrità del clan contro tutte le forze
disgregatrici. Abituato a gestire
il potere, Ezeulu intende destreggiarsi, senza inutili
irrigidimenti, ma anche senza plateali cedimenti, fra le esigenze e gli
imperativi della tradizione e quella "scomoda presenza" che
sembra voler tutto sovvertire e distruggere. Ezeulu non ha nulla
dell'intransigenza fiera e arcigna di Okonkwo, né dell'arrendevolezza
flemmatica e deludente di Obi. E' dotato di una forte personalità. E'
comunicativo, sa essere diplomatico, sa mediare. Di fronte alla presenza
dei bianchi in territorio ibo, il suo primo impulso non è quello di
chiudersi a riccio e di combatterla (Okonkwo) e neppure quello di
lasciarsene infatuare e imitarla (Obi), bensì quello di
"conoscerla". Così una delle sue prime decisioni sarà quella
di mandare il proprio figlio alla scuola dei bianchi, perché possa
riferirgli ciò che vi succede e "portarne a casa la sua
parte", ed egli stesso stabilirà una relazione di
"amicizia" con il capitano inglese Winterbottom, sempre al
fine di carpire informazioni sulla visione politica dei colonizzatori,
sul loro stile di vita, sui meccanismi dell'esercizio del potere.
Ezeulu gioca con la presenza dei bianchi. Sa di non poterli
ignorare e cerca in tutti i modi di approfittare della loro presenza per
ottenere quel "supplemento di informazioni" che gli permetta
di salvare non solo se stesso e il suo potere nella società
tradizionale, ma anche e soprattutto l'intero clan. Ma, come nel caso di
Okonkwo e di Obi, tutto finirà per rivoltarglisi contro e fargli
prendere coscienza dell'"impossibile" convivenza. La presenza
dell'uomo bianco diventa un microbo e un fattore di disgregazione,
responsabile in ultima analisi della pazzia di Ezeulu, così come già
lo era stato del suicidio di Okonkwo e del fallimento morale di Obi.
Ed ecco allora in rapida successione le diverse tappe della
"sconfitta" religiosa e politica di Ezeulu sia sul versante
interno, intraclanico, e su versante esterno,
extraclanico.
Sul versante interno, il potere di Ezeulu viene fortemente
contestato, sul piano religioso, da due altri sacerdoti rivali: Nwaka e
Ezidemili. Già presente allo stato latente, il conflitto esplode
apertamente, e senza esclusione di colpi, il giorno in cui ai due
sacerdoti viene offerta la motivazione per un preciso atto di accusa, la
possibilità cioè di additare alla popolazione il
"tradimento" di Ezeulu, accusato di essere amico dei bianchi e
di avere un figlio alla scuola della missione. Anzl, di avere un figlio,
Oduche, che, istigato dai missionari e dalle idee della nuova religione,
ha osato rinchiudere il pitone sacro in una cassa con l'intento di
lasciarvelo morire di fame e vi sarebbe certamente morto, se qualcuno in
extremis non fosse intervenuto a liberarlo e salvarlo.
Sul versante esterno, il potere di Ezeulu viene contestato,
sul piano politico, dai bianchi, i quali vorrebbero sì che Ezeulu
avesse un potere, ma non un potere autonomo, avente la sua
legittimazione in un'investitura clanica, un potere di tipo sacrale,
bensì un potere profano, laico, avente la sua legittimazione
nell'investitura da parte dei nuovi occupanti. In omaggio all'antico
principio del divide et impera, anzitutto il capitano inglese
Winterbottom e poi Clarke cercano di approfittare di ogni gelosia e di
ogni debolezza per consolidare il loro potere e la presenza
dell'istituzione che rappresentano.
Alla fine, Ezeulu viene convocato
dai bianchi, arrestato e tenuto alcune settimane in prigione, colpevole
unicamente di non aver voluto rinunciare alla sua dignità personale, di
non aver voluto umiliarsi ad accettare "in dono" dai bianchi
un potere che sentiva di possedere in quanto legittimamente delegatogli
dal suo proprio clan. In definitiva, Ezeulu sceglie di conservare la
propria dignità personale e rifiuta di lasciarsi nominare capo in casa
propria dall'uomo bianco. Ma quest'esperienza traumatica ha delle
ripercussioni dirompenti sulla sua psiche. Nella sua follia egli non
esita a votare il suo popolo alla distruzione. Si rifiuta infatti di
celebrare la festa degli ignami, che sola può permettere alla gente di
procedere al raccolto e procurarsi il cibo. Avendo passato due mesi in
prigione, Ezeulu non ha potuto consumare due degli ignami che consuma
mensilmente e che gli consentono di fissare con assoluta precisione la
data della festa dei nuovi ignami. Egli decide così di rinviare la
festa dei nuovi ignami di due mesi, con la conseguenza che il raccolto
sarebbe marcito nei campi e la gente avrebbe rischiato di morire di
fame. Ma la gente decide di procedere ugualmente al raccolto.
Questa decisione della gente di raccogliere e mangiare i
nuovi ignami, senza più tener conto del sacerdote di Ulu e della
tradizione, è il segno più evidente che i bianchi sono riusciti a
stravolgere completamente la vita tradizionale fin nelle sue fondamenta.
Al punto che anche i gesti della vita quotidiana e persino i proverbi
hanno perso potere e significato. "Nessun uomo, per quanto grande,
può averla vinta su un clan", aveva ricordato Akuebue a Ezeulu
quando questi si era sentito più solo e scoraggiato. Ma ora appariva
chiaramente che un pugno di persone (i bianchi) erano state in grado di
distruggere un intero clan e nella sua anima e nella sua identità prima
ancora che nel suo corpo e nel suo ordinamento esteriore. Del resto,
Ezeulu l'aveva previsto: "L'uomo che si è portato a casa fascine
infestate dalle formiche deve aspettarsi la visita delle
lucertole". E così era stato. E le conseguenze sono state ben
illustrate in questo magnifico ciclo narrativo di Chinua Achebe.
Wole Soyinka
Gli interpreti
Jaca Book, Milano 1979
Quando nel 1960 la Nigeria proclama l'indipendenza, dai
diversi paesi occidentali in cui si erano dispersi o rifugiati,
soprattutto Inghilterra e Stati Uniti, ritornano in patria, assieme a
Wole Soyinka, molti intellettuali nigeriani. lI trapasso
dall'amministrazione coloniale britannica all'indipendenza è un momento
di scelte, cambiamenti, speranze e anche inevitabili delusioni. Ed è
proprio questo momento del trapasso, esaltante e temibile insieme, a
costituire la tela di fondo de Gli interpreti, ìl romanzo
scritto da Soyinka nel 1965, all'indomani dell'indipendenza. L'autore vi
solleva una serie di interrogativi su una crisi di conoscenza, coscienza
ed esistenza che, pur interpretandola magistralmente, oltrepassa
certamente la situazione contingente della Nigeria di quegli anni,
assumendo un valore universale.
Nel 1965 la Nigeria indipendente si ritrova già alle
spalle cinque "terribili" anni, pieni di disordini sociali,
scoppiati in seguito alla contestazione dell'esito delle elezioni
regionali, e in balia di una vera e propria crisi politica, dopo le
elezioni generali del 1964. Nel 1966, il paese conoscerà un colpo di
stato che porterà alla sanguinosa guerra del Biafra (1967-1970).
Alla ricerca di una soluzione alla crisi del paese, Soyinka
volge il suo sguardo agli ambienti intellettuali, dove individua e poi
segue un gruppo di giovani appena rientrati dall'estero e
professionalmente molto preparati. Non potrebbero, anzi non dovrebbero,
essere proprio loro, giovani universitari e funzionari, a costituire la
"nuova generazione di interpreti" in grado di raddrizzare le
sorti del paese? E più in generale, non potrebbero, e non dovrebbero,
essere proprio i giovani intellettuali africani ad aiutare i loro
rispettivi paesi a uscire dall'impasse all'indomani
dell'indipendenza? Tanto più che sono stati proprio loro a credere a
quella speranza collettiva dell'indipendenza e a volerla con tutte le
loro forze.
Soyinka - pure rientrato dall'estero nel 1960 - segue il
gruppetto dei suoi protagonisti-interpreti (o scopritori-interpreti o
interpreti-portavoce) nell'intricato dipanarsi delle loro esistenze, nel
groviglio delle loro occupazioni e preoccupazioni, nei loro compromessi,
e deve purtroppo constatare la loro assoluta incapacità a prendere
delle decisioni e a impegnarsi a fondo.
Sono personaggi in via di
definizione, in ricerca, incerti sul da farsi, proiettati in un mondo
estremamente labile, instabile e imprevedibile, nel quale gli spazi sono
saldamente controllati dal Potere e dal Potere gestiti in modo
assolutamente miope ed egoistico. Sono personaggi senza determinazione
fisica, quasi senza volto, anonimi, che si muovono in uno spazio-tempo
indeterminato, senza principio né fine, ad indicare il loro carattere
universale. Soyinka privilegia infatti l'azione singola, colta nel suo
accadere, con scansioni che iniziano e terminano all'improvviso, nelle
quali solo per esigenze narrative i personaggi hanno un nome. Ognuno di
loro interagisce sullo sfondo socio-politico e culturale di una
situazione contingente, universalizzabile a piacere, potendo
rappresentare in realtà chiunque, qui o altrove, oggi o domani.
Anche ne Gli interpreti appare quell'architettura
bipolare che è caratteristica di tutta la produzione letteraria di
Soyinka: uomini e donne; vecchio mondo e nuovo mondo in conflitto; due
gruppi di persone portatrici dl valori antinomici, che si scrutann in continuazione e
vedono l'uno nell'altro l'incarnazione stessa del male.
Da una parte, Egbo, l'addetto diplomatico; Sekoni,
l'ingegnere; Kola, il pittore; Sagoe, il giornalista; Bandele,
l'insegnante. Legati da profonda amicizia fin dal tempo dei loro studi
all'estero, essi sondano piste, tentano velleitariamente soluzioni, o
meglio sognano di tentarle, in quanto appare subito chiaro che non
potranno riuscire e che hanno imboccato una strada senza uscita: la
strada dell'utopia, che li porta a pensare con determinazione una
trasformazione della società che cozza contro gli interessi dei gruppi
stabiliti e contro il pragmatismo materialistico ovunque imperante.
Idealisti, questi giovani vogliono vedere instaurati i valori etici
tradizionali, pur rifiutando qualsiasi tradizione. Vogliono stabilire
equità e giustizia in un sistema fortemente ineguale ed ingiusto,
riportare l'ordine in un sistema confuso e anarchico, nel quale in
definitiva non esiste alcuna possibilità di affermazione e di
realizzazione per l'individuo.
Essi passano quindi di disillusione in
disillusione e naufragano in comportamenti istintivi, contraddittori e
privi di vero significato storico. Con l'indipendenza i cambiameuti
sperati non si sono verificati. Troppe cose sono rimaste come prima. Il
passato coloniale è stato spazzato via solo a livello declamatorio, dal
momento che le vecchie potenze coloniali conservano intatto il loro
impatto a livello politico, economico e culturale. I bianchi se ne sono
andati sì, ma hanno lasciato al loro posto una classe dirigente educata
alla loro scuola, lontana dalla realtà del paese, copia certificata
conforme del loro modo di pensare e di agire e nutrita di un profondo
disprezzo della cultura popolare.
Ovunque nei posti chiave della vita
politica, culturale e sociale si incontrano solo personaggi
"superficiali", che non sembrano avere altro dio che il potere
e l'interesse, che giocano sull'apparenza per conservare i loro diritti
acquisiti e non si accorgono del resto di vivere in un mondo in
transizione, nel quale le apparenze perdono ogni giorno più la loro
efficacia. Antitetico rispetto al gruppo dei giovani utopisti ecco il
gruppo di questi opportunisti: sir Derinola, il capo Winsala, gli
Oguazor, i Faseyi, il dott. Lumoye, politici, accademici, uomini
d'affari corrotti ed egoisti che nascondono la loro immoralità,
appellandosi alle convenzioni sociali e all'etichetta. Ed è proprio
contro le loro vecchie abitudini e la loro scala di pseudo-valori che si
infrangono l'entusiasmo e l'ideale degli "interpreti". E così
in un mondo che non si riesce a dominare e a orientare emergono e si
fanno strada gli aspetti peggiori di entrambi i gruppi e l'atmosfera
risulta appesantita da una desolazione che si spinge fino alla
decomposizione fisica (cf. il linguaggio scatologico ed escrementizio
della filosofia di Sagoe: "Dopo la morte, la merda è l'atmosfera
più tipica del nostro amato paese" (p. 152).
Gli "interpreti", soprattutto Egbo, si dimostrano
incapaci di fissarsi, di decidersi, di scegliere. Essi saltano
continuamente da un'esperienza all'altra, in una radicale incapacità di
scegliere e di condurre coerentemente la propria scelta fino alle sue logiche
estreme conseguenze. Predomina in ognuno di loro "il rifiuto del
modo di pensare occidentale, della visione eurocentrica, il rifiuto che
altri ti assegnino il tuo ruolo e il tuo destino"; predomina il
rifiuto delle mode consumistiche imposte dalle grandi potenze
industriali ("quei whisky mi hanno bruciato tutta la
negritudine" - confessa Sagoe -); hanno anche la chiara percezione
di essere meticci culturali, "uomini di due mondi", con la
scomoda sensazione non solo di non riuscire a definirli e ad
identificarli, ma di sentirli entrambi estranei. E forse è
proprio per questo che non riescono a fissarsi, a decidersi, a
decollare, per trasformare quella realtà che pure riescono a leggere e
ad "interpretare" correttamente ("Egbo scopriva che si
sarebbe sempre tirato indietro, benché fosse spinto incessantemente
verso il modello dei morti", p. 9).
Nel gruppo dei superficiali, gli aspetti dominanti -
bersaglio della satira di Soyinka - sono soprattutto l'ipocrisia e la
doppiezza. Ipocrisia del giudice Derinola, che da un lato condanna con
forza i criminali di diritto comune e, dall'altro, chiede e accetta
senza alcuna vergogna delle bustarelle. Doppiezza del professor Oguazor,
che condanna molto severamente una studentessa rimasta incinta,
dimenticando di aver egli stesso poco prima messo incinta la propria
governante. Doppiezza del dott. Lumoye, che denigra in pubblico una
ragazza che non è riuscito a sedurre in privato.
E poi falsità, mancanza di sincerità, frequenti e
ridicole concessioni all'etichetta borghese. Il dramma di Faseyi per il
fatto che la moglie si è presentata a un ricevimento senza guanti e lo
stupido atteggiamento di Caroline Oguazor di fronte al pantheon di Kola:
"Stava controllando il colore per vedere se veniva via".
Ma il romanzo - si diceva - trascende i confini
spazio-temporali della Nigeria e i problemi degli anni immediatamente
successivi all'indipendenza. Qual è in questo senso il problema
sollevato da Soyinka? E quale l'indicazione che egli offre?
Mi sembra che l'indicazione, chiaramente evidenziata
dalla costante architettura bipolare del romanzo, sia quella della
necessità di una cultura verso cui riandare al fine di poter
riconquistare la propria dignità perduta. Dall'analisi delle
contraddizioni e delle fratture del presente lo sguardo dello scrittore
(e del lettore) si volge verso l'uomo, verso il suo bisogno di armonia,
pienezza e totalità, da ricercarsi nella direzione della cultura
ancestrale, dell'arcobaleno, inteso come ponte o scala fra cielo e
terra, che permette di ristabilire la primigenia unità sotto
quell'unica volta che raccoglie i diversi modi di vita dell'esperienza
umana. In sintesi, l'indicazione è contenuta nello sforzo di Soyinka di
identificare i suoi personaggi con gli dèi del pantheon yoruba,
ritraendoli in modo tale da non sapere più se sono gli
uomini ad imitare gli dèi o gli dèi ad imitare gli uomini. Egbo come
Ogun, Bandele come Orisanla, Sagoe come Shango, Golder come Erinle,
Lazzaro come Esumare.
Il problema scaturisce invece dalla coesistenza
nello stesso spazio-tempo dei sistemi di valori di due mondi diversi. I
due sistemi di valori sono quello della società tradizionale e quello
veicolato dall'occidente, entrato nella società nigeriana dal di fuori,
con funzione perturbante, attraverso la colonizzazione e che viene ora
prolungato dalle nuove élite africane al potere. Ed ecco allora che i
diversi personaggi si trovano intrappolati fra le esigenze e i valori
del sistema culturale intra-societario, che essi in diversa misura hanno
imparato a disprezzare, e un sistema extra-societario, nel quale sono
stati educati, ma che non riescono a sentire come loro. Da un lato, la
cosmogonia yoruba e la presenza esigente e dinamica degli antichi dèi,
dall'altro, il nuovo stile di vita, di pensiero e di azione, proprio
delI'occidente.
Ed è qui che si gioca il vero dramma degli
"interpreti": in questo incontro-scontro di due mondi e di due
sistemi di valori, i quali causano squilibri e perturbazioni che si
ripercuotono sull'intera società. Nel caos che ne deriva, i personaggi
del romanzo, indipendentemente dal
gruppo cui appartengono, diventano ugualmente trasgressivi
e quindi impossibili da assumere come modelli. Essi trasgrediscono, in
realtà, le leggi dei sistemi che li definiscono, venendo a costituire
due campi anti-paralleli che si neutralizzano e si annullano a vicenda.
Producono quindi quel modello zero che si legge in filigrana e che
costituisce ii rnessaggio profondo del romanzo.
Ma il romanzo non vuole essere pessimista e negativo.
Stabilito il modello zero, detto chiaramente che la speranza non sta né
nei politici né negli intellettuali, rimane aperto il campo per un
ritorno ai valori più autentici della cultura tradizionale. E' quanto
Soyinka mostrerà in Stagione di anomia (Jaca Book, Milano 1981).

Cheick Hamidou Kane
L'ambigua avventura
Jaka
Book, Milano 1979
E' raro trovare in un sol libro - e anche non
particolarmente voluminoso - una presentazione così chiara e netta di
un problema quanto mai complesso e dalle molte sfaccettature. Il fatto
poi che sia stato scritto all'inizio degli anni '50 e pubblicato nel
1961, nulla toglie alla sua attualità, poiché il problema in esso
dibattito oltrepassa le sue coordinate spazio-temporali e assurge a
problema dell'esistenza umana in quanto tale.
La domanda che sottende il romanzo è unica, essenziale:
Che cosa diviene la fede - in questo caso la fede islamica - quando si
scontra con la modernità?
Samba Diallo, figlio del capo della tribù senegalese dei
dialobbé, ha appena sette anni quando viene affidato dal padre a
Thierno, un vecchio e celebre maestro di scuola coranica. Mediante
l'iniziazione alla lettura del Corano, l'assidua meditazione della
morte, la preghiera e la mortificazione, il maestro sviluppa il
carattere naturalmente mistico del ragazzo fino a farlo sentire
letteralmente "invaso", "abitato" da Dio.
Ma intanto, anche nella regione dei dialobbé è giunta,
assieme alla colonizzazione, la "scuola dei bianchi".
Sottomesso il paese con le armi, i bianchi ora intendono servirsi della
scuola come di uno strumento di conquista molto più penetrante ed
efficace, il solo veramente in grado di convertire gli spiriti al loro
tipico modo di pensare e di agire.
I notabili, sia religiosi che civili, avvertono
immediatamente la forza perniciosa e devastante di questo strumento. Si
rendono conto che la "nuova scuola ha in sé la natura del cannone
(efficacia di un'arma di combattimento) e quella della calamita (un
grande potere di attrazione e di irraggiamento)". Il paese è
percorso da un senso di stupore e smarrimento. Si accorge bruscamente
della grande differenza che esiste fra la sua cultura e i suoi valori e
la cultura e i valori dei bianchi.
E subito sulla "nuova
scuola" si registra una profonda spaccatura fra due gruppi
fieramente contrapposti. Da una parte, i conservatori, che in nome della
religione e della concezione tradizionale dell'uomo rifiutano il
progresso (Thierno, il maestro di scuola coranica; il cavaliere, capo
dei dialobbé e padre di Samba Diallo; il pazzo e, sul fronte dei
bianchi, i! pastore Martial), dall'altra, i progressisti, che per
realismo politico o per convinzione prendono in tutto o in parte le
distanze dalla tradizione e si schierano a favore dei valori occidentali
e dell'idea di progresso (la Grande Reale, sorella maggiore del capo dei
dialobbé; I'amministratore francese; la figlia del pastore Martial, che
ha sposato il marxismo come sua forma di pensiero e di azione e anche,
se pure in misura minore, un avvocato antillese, che Samba incontrerà
successivamente a Parigi). Più o meno consciamente, i progressisti
pensano sia giunto il tempo di operare degli aggiustamenti nella
tradizione e nella cultura dei dialobbé, se si vuole che sopravvivano.
E' certamente vero che "la nuova scuola fa imparare a
dimenticare". "insegna l'arte di vincere senza aver
ragione", opera "Ia schiavitù dell'uomo in mezzo a una
foresta di soluzioni", ma come afferma realisticamente la Grande
Reale: "Sempre più saremo costretti a fare cose che detestiamo e
che non sono nei nostri costumi", per cui, "io non amo la
scuola straniera, anzi la detesto, riconoscendovi la nuova forma di
guerra che ci fanno coloro che sono venuti fra noi, ma il mio parere è
che dobbiamo mandarvi i nostri ragazzi".
Ed ecco allora che Samba Diallo diventa la posta in gioco
dell'intera discussione e il capro espiatorio della vittoria finale dei
riformatori. Viene trasferito dalla scuola coranica alla "scuola
dei bianchi".
Il passaggio provoca il primo grande trauma nella vita del
ragazzo. La scoperta dell'alfabeto, della scrittura, delle nozioni
scientifiche e tecnologiche lo affascinano. La personalità dei suoi
nuovi maestri lo attira. L'accento da essi posto sul fare, riuscire,
primeggiare, senza perdersi in pensieri vuoti (Dio?) o atteggiamenti
"arcaici" (quelli suggeriti dalla tradizione) lo convince. La
nuova scuola inocula nel ragazzo lo spirito critico e distrugge
sistematicamente tutte le sue certezze. Essa si porta via la sua gioia
di vivere, la sua serenità, lasciandogli in cambio il dubbio, I'incertezza
e l'ambiguità. Un giorno, il ragazzo scopre, quasi con orrore, che star
emettendo un giudizio critico su suo padre: "Mio padre non vive,
prega". E deve ammettere, suo malgrado: "Ho pensato questa
cosa infame, che Dio poteva essere un ostacolo alla felicità
dell'uomo".
A questo primo trauma ne segue un secondo, in Francia, dove
si reca ormai giovane a studiare filosofia. La rottura del suo
equilibrio interiore si approfondisce. Al momento della partenza,
Thierno, il vecchio maestro di Corano, lo supplica di non dimenticare la
Parola ("Non dimenticherai la Parola, vero, figlio mio!"), ma
Samba Diallo ora si scontra con una realtà nella quale i suoi valori
africani sono costantemente derisi (il fatto di non bere alcolici, per
esempio, lo mette spesso in imbarazzo davanti ai suoi compagni) e la
ricerca dell'interiorità considerata residuo di un mondo infantile.
Samba Diallo si trova come sospeso fra due sistemi di pensiero, senza
riuscire né a scegliere né ad operare una sintesi, riconducendoli in
qualche modo a un quid tertium, arricchito dall'apporto
positivo di entrambi. Vive drammaticamente il dilemma Europa-Africa e il
giorno in cui terminati gli studi ritorna in Africa è un uomo ibrido,
interiormente lacerato, profondamente infelice, incapace sia di
ritrovare la fede della sua infanzia sia di "passare armi e bagagli
all'occidente". Esiliato nella sua propria patria, sradicato nei
luoghi dove hanno vissuto i suoi antenati, Samba Diallo sente di non
riuscire più a vivere in un paese dove si aggirano ormai solo due
figure: Thierno, il vecchio maestro della scuola coranica, che deve
constatare ogni giorno più il suo smarrimento e la sua impotenza di
fronte a un mondo che non riesce più a capire e il "pazzo",
una presenza inquietante e profetica, un uomo che dopo aver soggiornato
in Europa è ritornato al villaggio, diventando una testimonianza
vivente dell'impossibile sintesi delle due culture.
Proposto come capo dei dialobbé, anche in considerazione
dei suoi studi all'estero, Samba Diallo confessa apertamente di non
poter accettare e soprattutto afferma, cosa ben più grave, di non
riuscire più a pregare. Allora il pazzo, disperato, umiliato, deluso,
estrae il coltello e lo uccide. Una morte accidentale, ma che ha il
sapore di un suicidio.
Questo romanzo di Cheick Hamidou Kane, senegalese, di
origine peul, è la storia di un itinerario spirituale, con numerose
allusioni autobiografiche. E' scritta in un francese elegante, classico,
che molto concede anche allo stile ripetitivo proprio dell'africanità.
I personaggi, reali e al tempo stesso simbolici, persino allegorici, si
stagliano con nitidezza, come altrettanti pezzi di un gioco di scacchi.
L'ambigua avventura
riflette anzitutto le esitazioni e i dubbi di Samba Diallo (alias lo
stesso Cheick Hamidou Kane), un ragazzo nero che frequenta la scuola
coranica e poi la scuola dei bianchi, fino all'impatto più devastante
con il sartrismo e il marxismo. Ma il romanzo è sotteso da una
riflessione ben più vasta. C'è certamente l'opposizione fra la
concezione scientifica e tecnologica occidentale, essenzialmente volta
all'azione, e la concezione islamica, più interiore e ripiegata su se
stessa, ma l'autore delinea anche il dramma dell'esistenza umana in
quanto tale.
C'è l'angoscia di essere negro, ma c'è anche l'angoscia
di essere uomo. Al di là dei suoi elementi spazio-temporali e della sua
determinazione socio-culturale (africano posto di fronte alla civiltà
occidentale) L'ambigua avventura intende porre anche e
soprattutto il problema fondamentale dell'uomo (un uomo asservito a una
religione dello sviluppo e della crescita materiale che lo rinchiude
ogni giorno più negli ingranaggi consumistici e lo trasforma
progressivamente in oggetto). "Forse è proprio il lavoro a rendere
l'occidente sempre più ateo", pensa Samba Diallo, mentre studia
filosofia a Parigi. E sente risuonare I'eco delle parole del padre:
"Perché l'uomo possa essere felice è necessaria la presenza e la
garanzia di Dio" e ancora: "La morte di Dio non è una
condizione necessaria per la sopravvivenza dell'uomo".
Samba Diallo sente il fascino del razionalismo di Descartes
e dell'impegno sociale di Marx, ma i valori della sua infanzia gli
impediscono di accettare la religione del progresso che gli viene
proposta dall'occidente. Si rende conto che, volendosi trasformare in
"maestro e signore" della natura, l'uomo occidentale ha
rinunciato a cercare la Verità e si è smarrito in una foresta di verità
parziali, esiliandosi in definitiva da Dio. Egli sente che il modo
occidentale, discorsivo, di affrontare i problemi e la realtà, resta
alla superficie, afferra solo le apparenze, mentre il modo di conoscere
africano è più profondo e realizza meglio l'unione e l'armonia
dell'uomo con la natura e con Dio.
E uno dei meriti del romanzo è anche
quello di aver sottolineato che qui la linea di demarcazione non passa
fra Europa e Africa, tra Nord e Sud, ma taglia trasversalmente tutti i
continenti e tutti i popoli. Non esiste un'Europa monolitica di fronte a
un'Africa altrettanto monolitica. Anche in Europa accanto a un Descartes
c'è un Pascal, accanto a un Marx e un Nietzsche un Maurras e un Mounier
e a monte Agostino, "il contemporaneo di molti secoli". Allo
stesso modo presso i dialobbé siedono gomito a gomito conservatori e
progressisti. Lo scontro fra razionalismo materialista e misticismo
immanentista sembra essere in ultima analisi un dato della natura umana,
per cui il "banchetto del dare e del ricevere" (Senghor)
riguarda sì i popoli e le culture, ma deve essere celebrato anzitutto
dentro ogni singola persona.

Sipho Sepamla
Soweto
Edizioni Lavoro, Roma 1989
Il passaggio di Sipho Sepamla dall'attenzione allo stile e
alla forma all'attenzione ai problemi politici e sociali del suo paese
non è stato é rapido né facile. Come la maggior parte degli scrittori
sudafricani del suo tempo, Sepamla ha creduto a lungo che il primo
dovere dello scrittore dovesse essere quello di scrivere bene e che
l'unico tema che valesse la pena dibattere dovesse essere quello della
condizione dell'intellettuale africano nel contesto della grande
metropoli.
Ma una serie di eventi accaduti proprio sotto i suoi occhi
lo hanno scosso dal suo "sonno dogmatico" e ne hanno fatto uno
degli scrittori sudafricani più impegnati ed incisivi degli anni '80:
il massacro di Sharperville nel 1960; I'irrigidimento delle leggi sulla
censura nel 1963; la creazione dei bantustan come tentativo di
balcanizzazione dei neri; I'introduzione dell' "istruzione
bantu", vera e propria istruzione di serie B, mirante a porre i
neri a totale servizio dei bianchi e, da ultimo, la "rivolta di
Soweto" del 1976.
La mattina del 16 giugno 1976 a Soweto, oltre ventimila
studenti neri erano scesi in piazza per protestare contro un decreto del
governo che introduceva l'uso dell'afrikaans, la lingua degli
oppressori boeri, nelle scuole superiori.
Senza aIcun preavviso, la polizia aveva sparato nel
mucchio, facendo oltre 500 morti, più di un migliaio di feriti e
operando innumerevoli arresti fra i giovani.
Sepamla, chc a quel tempo abitava non lontano da Soweto e
che in qualche modo era stato spettatore dei tragici avvenimenti, decide
di assumere il ruolo di testimone storico di quanto era avvenuto e di
entrare con forza nella battaglia politica per ottenere uguali diritti e
la fine della segregazione razziale.
Nasce così Soweto, un romanzo scritto alla fine
degli anni '70 e uscito in Sudafrica, non senza qualche difficoltà con
la censura, nel 1981. L'unica concessione fatta da Sepamla ai suoi
precedenti interessi è l'uso della lingua inglese, lingua che l'autore
continua a ritenere l'unico strumento capace di dare al suo scritto una
risonanza mondiale, nell'interesse degli stessi temi dibattuti. Per il
resto, egli sposa la perentoria richiesta della Black Consciousness
(Coscienza nera), secondo cui lo scrittore deve smettere di vivere
isolato, chiuso nel suo indvidualismo, preoccupato solo della
tecnica e dello stile, e deve assumere responsabilità politica,
diventando "colui che sveglia il popolo" attraverso la
produzione di "una letteratura militante, rivoluzionaria e
razionale" (Frantz Fanon).
Il romanzo si apre sulla figura del protagonsita Mzi, un
giovane guerrigliero nero, membro del Movimento della resistenza, il
quale ha passato un periodo di addestramento in un campo in Tanzania e
ora ritorna nel suo paese con la missione di uccidere Andries Batata, il
poliziotto nero che da anni terrorizza i neri di Soweto. Con il
Kalashnikov AK 47 nascosto nella bisaccia da cui spunta un magnifico
mazzo di fiori, Mzl arriva alla stazione di Johannesburg, il 18 giugno
1976, due giorni dopo la "rivolta", e sale sul treno per
Soweto, accompagnato, idealmente, dal "testimone storico"
Sepamla, al quale non sembra interessare ciò che è avvenuto solo 48
ore prima, quanto piuttosto scoprire il perché è avvenuto,
cercando di analizzare stati d'animo, ansie, tensioni, entusiasmi e
delusioni, amori ed odi. Accompagnando Mzi come un'ombra, seguendolo nei
suoi spostamenti ed incontri, Sepamla ha la possibilità di osservare
tutta una galleria di personaggi e di situazioni, o meglio, di
personaggi in situazione, e di metterne in luce, vofta a volta,
motivazioni, contraddizioni e ambiguità.
Ciò che colpisce Sepamla è anzitutto Soweto, un
agglomerato impressionante di casupole, vere e proprie "scatole di
fiammiferi", dove vivono oltre due milioni di neri, stipati gli uni
sugli altri, spesso senz'acqua, senza luce, senza servizi igienici, con
scuole dequalificate, alle prese con la violenza quotidiana e l'assoluta
negazione dei diritti più elementari. Una Soweto "mostruosa"
e implacabile non solo nei confronti di quelli di fuori, ma spesso anche
dei suoi propri figli. Una Soweto, dove poliziotti e studenti giocano
ogni giorno il gioco pericoloso e drammatico del gatto e del topo. Sono
essi infatti i veri protagonisti. Da una parte, il gruppo degli
studenti, l'armata rossa come li chiama la gente, raccolti attorno a
Mandla, il leader carismatico, che da un nascondiglio clandestino
continua a dirigere la resistenza. Dall'altra, i poliziotti, i
"terroristi legalizzati", capeggiati da Batata, il
testa-liscia, che seminano ovunque il terrore, preoccupati di eseguire
gli ordini e di far rispettare la legge, secondo le insistenti richieste
dei loro superiori.
E nello scontro di queste due forze antagoniste si
determina l'esplosione della violenza e della sopraffazione, con l'uso
di esplosivi contro le stazioni di polizia, da un lato, e perquisizioni,
arresti, interrogatori e torture, dall'altro, e tutto il codazzo che una
situazione del genere si porta inevitabilmente dietro: sospetti, spie,
infiltrazioni, impossibilità di fidarsi di chiunque, necessità di
nascondersi e far perdere le proprie tracce.
Ma Sepamla non si limita a studiare le motivazioni e i
comportamenti dei due gruppi. Attorno a loro c'è Soweto, c'è la vita
della gente sulla quale incombe un senso di profonda incertezza, anche
se ci sono di quelli cui non importa nulla dei poliziotti e che
continuano a ridere, a bere e a giocare. Attorno a loro c'è soprattutto
la piccola galleria di personaggi che Sepamla segue in modo particolare:
zio Ribs, vecchio militante degli anni cinquanta, nel quale gli studenti
sembrano aver riacceso la speranza; "sis" (sister) Ida, la
proprietaria della casa che ospita gli studenti e che finisce per
trovarli simpatici; Ann Hope, una bianca di Johannesburg, che simpatizza
con gli studenti e li sostiene economicamente; il vescovo, leccapiedi
liberal ("mangia più il suo cane di qualunque nero"); Ndlovu
che segretamente tiene per gli studenti, pur continuando a fare il
poliziotto e a partecipare alle azioni di repressione; il dottor Kenotsi,
un nero borghese che vuole essere vicino agli studenti, ma non lasciarsi
coinvolgere più di tanto...
L'azione, ricca di colpi di scena e di rapidi cambiamenti,
trattiene l'attenzione del lettore fino all'esito finale. Mzi riuscirà
ad uccidere Batata, dopo che Mandla avrà per errore ucciso un altro
poliziotto al suo posto, ma non saprà dove andare e finirà per
chiedere ad Ann Hope di aiutarlo a fuggire in macchina nello Swaziland.
Mandla non riuscirà a perdonarsi di aver ucciso un altro al posto di
Batata e caduto in una profonda crisi, riparerà all'estero. Del resto,
anche Sepamla sembra condannarlo per aver dato eccessivamente retta a
Mzi e alla sua filosofia dei metodi violenti e per non aver creduto
abbastanza negli altri studenti, lavorando in stretto contatto con loro.
Studenti e simpatizzanti finiranno quasi tutti in prigione.
Forse il lettore si sarebbe augurato una conclusione meno
disfattista o meno ambigua. Ma Sepamla sembra deciso a non volersi
consegnare mani e piedi a una sola ipotesi di soluzione. Intende
riflettere sui tre distinti livelli della coscienza nera nella lotta
contro l'apartheid: gli anni '50, con la generazione di zio Ribs e di
coloro che se ne stavano con le mani in mano e avevano
perduto la speranza; gli anni '60, con la generazione di
Mzi, fatta di posizioni spesso individualiste, arroganti e fortemente
inclini alla violenza; gli anni '70, la generazione di Mandla e degli
studenti di Soweto, una generazione portatrice di speranza ma non immune
da contraddizioni e ambiguità.
E soprattutto Sepamla non è disposto a credere che la
soluzione possa essere fornita da un libro. Se ci sarà soluzione, essa
potrà scaturire solo dalla vita e dalla concreta, complessa situazione
del Sudafrica e delle sue diverse popolazioni.

Peter Abrahams
Dire libertà. Memorie del Sudafrica
Edizioni Lavoro, Roma 1987
Quando Peter Abrahams, nel 1939, si imbarca su una nave,
andando per due anni per mare prima di approdare in Inghilterra, ha
appena 20 anni. Fugge dal suo paese, il Sudafrica, dove è nato a
Vrededorp, un ghetto di Johannesburg, perché si accorge che non ha
bisogno né di amici né di gesti di comprensione, ma della sua umanità.
Ha un bisogno disperato della sua umanità e un irrefrenabile desiderio
di scrivere, di dire la libertà, e per farlo sente di dover essere un
uomo libero.
A distanza di quindici anni, nel 1954, quel bisogno e quel
desiderio si concretizzano in un libro. Esce Dire libertà. Memorie
del Sudafrica, una specie di romanzo di formazione, nel quale Peter
Abrahams si nasconde sotto il nome del protagonista, il vivace Peter Lee,
e racconta se stesso, risalendo agli anni della prima infanzia dal
giorno in cui, a vent'anni appunto, decise di abbandonare il Sudafrica
per mettersi in cerca di una situazione in cui non tutto sia
condizionato solo ed esclusivamente dalla razza e dal colore della
pelle.
Meticcio, prestissimo orfano di
padre,
Peter Abrahams trascorre la fanciullezza e la giovinezza nel Sudafrica
degli anni '20 e '30, già ben strutturato secondo i rigidi canoni
dell'apartheid e della separazione delle due comunità, con in più
l'handicap in quanto meticcio di sentirsi spesso rifiutato sia dall'una
che dall'altra e di essere costretto a vivere in quella terra di nessuno
che non partecipa né dei privilegi dei bianchi né della chiara e
radicata coscienza etnica dei neri. C'è un momento, nel romanzo, in cui
Peter Lee si ritrova a invidiare un suo amico d'infanzia zulu, perché
ha radici, perché può fare riferimento ai re e ai regni della sua tribù,
mentre lui sente di non avere radici e di non potersi tuffare nel fiume
di una storia sua propria. Lo stesso privilegio, accordato ai meticci,
di non essere obbligati ad avere ed esibire un lasciapassare, diventa
per lui più motivo di umiliazione e di disagio che di orgoglio.
Umiliazione e disagio. Possono essere proprio questi i
termini che meglio qualificano l'esistenza di Peter Lee, alias
Peter Abrahams, fino al giorno in cui decide che non esiste più alcuna
possibilità di affermare la propria umanità e dignità se non
lasciandosi alle spalle quel mondo, per potere, nella libertà,
rivelarne tutta la tragica ingiustizia. Portandosi a Londra e decidendo
di consegnare i propri ricordi alla penna, Peter Abrahams porta quel
contributo efficace, anche se certamente non risolutivo, che il
permanere dentro la situazione gli avrebbe reso impossibile.
Ed ecco allora affiorare tutta una serie di ricordi e di
riscontri che diventano altrettanti atti di accusa contro un sistema fra
i più iniqui e ingiusti: lo zio che viene costretto a batterlo con la cinghia dal padre del ragazzo
bianco, solo perché non ha accettato senza reagire i suoi insulti; il
bianco che, passando in bicicletta, gli sputa in faccia; i ragazzi
bianchi che, incontrandolo, lo costringono a battersi con loro; il
bottegaio che lo serve per ultimo, dopo aver servito anche i bianchi che
sono arrivati dopo di lui; il bigliettaio che lo getta giù dal treno
sotto gli occhi divertiti degli altri passeggeri bianchi; i bianchi che
lo cacciano in malo modo quando si reca di casa in casa a vendere legna
da ardere, gridandogli dietro babbuino", ladro, "cafro",
figlio di sporca mulatta; la ragazza ebrea, peraltro sua amica, che
finge di non conoscerlo, quando, in compagnia di un bianco, lo incontra
sulle scale...
Ma nei ricordi non affiora solo la miseria, la vita
stentata, le difficoltà di ogni genere, il problema di come poter
frequentare una scuola e procurarsi quell'istruzione che tanto desidera.
Nei ricordi affiora soprattutto una scritta che diventa come
un'ossessione e ritorna a scandire il tempo e il movimento stesso della
vita lungo tutto il romanzo. E' una scritta ripresa sempre in caratteri
cubitali, maiuscoli, perché così si presenta all'ingresso di bar,
cinema e teatri, sullo schienale delle panchine nei parchi o nelle
stazioni: RISERVATO Al SOLI BIANCHI.
Ma Dire libertà non è soltanto una autobiografia.
E' qualcosa di più universale e questo almeno in due sensi: nel senso
di essere la storia di una crescita che tutti vivono, l'esperienza
di una maturazione, del "divenire uomo", del passaggio dal
mondo dell'infanzia al mondo degli adulti, e nel senso di essere il
riflesso di fatti storici che coinvolgono il mondo intero e la cui eco
giunge a turbare anche il Sudafrica e la sua società. Dire libertà
non è infatti solo un affresco pluri-dimensionale fatto di suoni,
rumori, voci, colori, volti, e persino odori e sapori, di un mondo
lontano, sconosciuto ai più, eppure evocatore di ricordi, lampi nella
memoria, negli angoli riposti del conscio e dell'inconscio. Esso è
anche, e forse soprattutto, la vita di uomini sotto i riflettori di
un
gioco di luci e ombre proiettate dalla organizzazione capitalistica
della società e dall'incontro-scontro di fede cristiana e concezione
marxista.
Abrahams, passato ben presto nel campo
marxista (in Inghilterra lavorerà per lunghi anni al Daily
Worker, giornale
comunista, prima di stabilirsi definitivamente in Giamaica
verso la fine degli anni '50), oltre a fornirci, nell'ultima parte del
romanzo, un'utile mappa della geografia politica del Sudafrica fine anni
Trenta, vuole cercare la soluzione di un'equazione che apparentemente
sembra non tornare: quella di cristiani che hanno una buona teoria (Ama
il prossimo tuo come te stesso), ma spesso una cattiva pratica.
"Non capisco, i bianchi sono comunque cristiani. Hanno ia nostra
stessa fede. Vanno in chiesa. Non riesco a capire" (p. 234). Certo,
Abrahams ha incontrato una manciata di bianchi molto rispettosi dei neri
("padre Woodfield, padre Jones e padre
Adams furono i primi bianchi che mi fecero dimenticare il
colore della mia pelle"), bianchi che lo hanno aiutato ad andare a
scuola, donne bianche che all'occasione lo hanno protetto e sottratto
alla polizia, ma ha incontrato molti più bianchi che gli hanno lanciato
insulti, che gli hanno sputato in faccia, che trattavano con ogni
premura e riguardo gli altri bianchi e disprezzavano i neri. Persino
nelle chiese ha visto i bianchi sedere nei primi banchi e i neri dietro.
Soprattutto non riesce dimenticare quel giorno in cui un bianco lo aveva
preso d'impeto e sollevato da terra come si fa con i bambini per gioco e
che quando si era accorto che si trattava di un ragazzo meticcio lo
aveva deposto con violenza. "O-o-oo-p!, gorgogliò allegramente. Mi
teneva sollevato da terra. Poi vide il colore della mia pelle. Non rise
più. Con il disgusto dipinto in faccia mi scaraventò per terra di
colpo, come se stesse per vomitare, perché aveva toccato della merda...
Perché mi ha guardato così nauseato e disgustato? Non mi sarebbe
importato niente del resto, se non mi avesse guardato così. Ero proprio
sterco per lui? Solo lo sterco mi poteva fare sentire nauseato come era
lui" (p. 252).
Il Sudafrica era il paese dove non si poteva dire libertà,
dove era impossibile assumere l'atteggiamento di chi pensa che tutti i
neri siano buoni e tutti i bianchi cattivi" (p. 322), ma anche dove
i quartieri bianchi continuavano a sfavillare di luci e colori e i
quartieri neri ad essere sommersi nell'oscurità e nell'assoluta
mancanza dei confort più elementari. Così Abrahams poteva concludere:
"Mi ero sbagliato su una questione molto importante; non avevo
pensato all'altro lato della medaglia. Il razzismo del nostro paese non
colpiva solo la gente di colore. Fondamentalmente danneggiava tutti, i
bianchi come i neri" (p. 275).
"C'erano quasi dieci milioni di
persone che, come me, si erano piegati con rabbia e rancore. Un giorno i
bianchi avrebbero dovuto fare i conti con questa gente. Un giorno i loro
figli avrebbero dovuto affrontare il furore accumulato in tanti anni di
amara sottomissione. Due milioni di bianchi non possono dominare per
sempre dieci milioni di gente di colore. Può darsi che anch'essi un
giorno si debbano sottomettere allo stesso criterio di forza che hanno
applicato nei nostri confronti" (p. 322). Ora sappiamo che questo
severo ammonimento, espresso già nel 1954, non si è avverato. Quei
dieci milioni di persone di colore sono riuscite a prevalere senza
ricorrere allo stesso criterio di forza applicato per decenni dai
bianchi.

Tahar Ben Jalloun
Moha il folle, Moha il saggio
Edizioni Lavoro, Roma 1988
Il tema della follia è una costante nella letteratura
occidentale. Di essa si sono occupati sociologi, psichiatri, politici,
ma anche filosofi e studiosi interessati al fenomeno religioso. Accanto
ad una forma di follia che potremmo qualificare di seconda categoria,
vera e propria demenza, c'è sempre stata, nella cultura occidentale, la
celebrazione della follia lucida e chiaroveggente, libera ed utopica,
veicolo di una forma di superiore saggezza. È il genere di follia
cantato da Erasmo di Rotterdam, già riconosciuto da Platone nella
figura e nell'azione del daimon e che non è andato completamente
perduto neppure presso i romani, anche se spesso banalizzato e abbassato
al livello del "in vino veritas".
Questa concezione per così dire nobile della follia si
trova anche nelle altre letterature, in particolare in quella africana.
Nella cultura africana, il folle ha sempre goduto del massimo rispetto,
ritenuto amico della divinità e suo qualificato interprete. Folli
scomodi, ma sommamente liberi, vengono ritratti da scrittori come Kane,
Soyinka e Achebe.
Al rapporto fra follia e saggezza ha dedicato la sua
attenzione anche Ben Jalloun, scrittore maghrebino contemporaneo, che ha
il doppio vantaggio di aver fatto studi di filosofia ed essersi
esercitato nella psichiatria sociale, riuscendo così a stabilire un
felice connubio fra la tradizione africana e le acquisizioni della
migliore cultura europea.
Poeta, romanziere e saggista, con al suo attivo numerose
opere già tradotte in oltre venti lingue in tutto il mondo, Ben Jalloun
ha saputo affrontare in Moha il folle, Moha il saggio, i problemi
nodali della sua terra di origine, un paese (il Marocco) immerso nella complessità,
nell'ambiguità, soprattutto nella violenza nel delicato momento della
transizione dalla società ancestrale tradizionale alla società moderna
e del difficile passaggio dalla colonizzazione all'indipendenza.
Con lo stile dell'oralità del cantastorie itinerante,
fatto di brevi frasi, belle come un fiore e penetranti come una lama,
Moha, il protagonista folle del romanzo, percorre le piazze, sosta
davanti alle moschee, raduna attorno a sé la folla ed evocando la
memoria collettiva agisce su di essa al tempo stesso come vate e come
guaritore, in una sorta di rito catartico, nel quale il popolo viene
portato a livello di coscienza e reso capace di dar voce ai propri sogni
e alle proprie speranze.
Su un paese di sole, di sabbia e di vento, segnato dal
sopruso e dalla violenza che penetra subdola fin nelle pieghe più
remote del quotidiano, si leva, libera e profetica la voce di Moha a
denunciare, ma anche e ancor più a incoraggiare e sostenere emarginati
ed esclusi, quanti un sistema iniquo confina nel silenzio e nella
solitudine più disperata. Facendosi voce dei senza voce, rivestendo la
maschera della follia, Moha intende strappare le maschere di una società
che troppo facilmente chiama in causa le esigenze dell'
"ordine" e della "razionalità" per sopprimere ogni
anelito di libertà e ogni spinta al rinnovamento.
La prima voce, il primo grido a giungere a Moha è il grido
di dolore di Ahmed Rascid, il giovane militante accusato di turbare
l'ordine pubblico, il quale viene preso, imprigionato e torturato a
morte dalla polizia, sempre in cerca di corpi e di pensieri da
confiscare. Rascid, arrestato "tanto per dar l'esempio", il
quale, sotto la tortura, mentre fa fatica a svenire, mentre, pur
sperandolo, il dolore non è tanto forte da portarlo via in un'assenza
lunga e profonda, sfugge di mano ai suoi aguzzini con uno stratagemma:
quello di abbandonarsi al ricordo dei momenti più belli, più umani e
umanizzanti della sua vita, di quando si è sentito pienamente felice e
realizzato in profonda sintonia con la terra, il deserto, il mare, il
vento, I'azzurro del cielo e la vicinanza rassicurante dell'albero degli
antenati.
E gli giunge la voce e il pianto dei bambini, perduti nei
sotterranei del disordine e dell'ingiustizia, mentre nessuno ascolta e
la radio fa di tutto per impedire di sentire, con i suoi speakers che si
occupano solo di cose futili e i suoi cantanti fatti apposta per
stordire e impedire di pensare. E la voce dei giovani, figli della
bidonville e del caso. E la voce delle donne, delle schiave c delle
schiave delle schiave, puri oggetti di piacere e mute "per volontà
del patriarca", di quel patriarca che, nemesi storica, finirà per
impazzire e morirà proprio in occasione del suo viaggio alla Mecca.
Anche l'indipendenza! Quante promesse, quanta attesa,
eppure quante illusioni e quante delusioni! "Una cascata di folli
risate". Il rospo (il colonizzatore) se n'è andato, ma è stato
degnamente sostituito da un'élite africana spregiudicata e corrotta.
"Hanno tutto. Possiedono industrie, banche, aziende agricole. Il
venerdì dicono le preghiere", ma tutto questo non impedisce loro
di aver sempre fretta, di correre ossessivamente dietro al danaro (la
festa del primo miliardo), di essere spietati con tutti e anche con se
stessi, indurendo il cuore e costruendo barriere fra loro e il popolo.
E ovunque la mano dura del potere, che vede terroristi,
sobillatori, nemici ad ogni angolo e in ogni persona attenta ai veri
valori della vita e incapace di accordare la "dovuta
attenzione" e il "dovuto rispetto" all'apparato e
all'ufficialità. I! potere, con i suoi politici romantici "tutti
in ritardo di una nostalgia", con la sua ossessione del "chi
ti paga? chi ti manda? per chi lavori?", saldamente poggiato sul
doppio pilastro del danaro e dell'islam. Sarà proprio questo potere ad
essere fatale allo stesso Moha.
Un giorno infatti anch'egli verrà preso
sulla pubblica piazza e portato via da due uomini in camice bianco, i
quali lo accompagneranno prima in prigione e poi nello studio di uno
psichiatra. Cartella clinica: "Stato delirante, aggressività,
evidente sconnessione della personalità, perdita di identità, stretta
sorveglianza". Moha viene dichiarato pazzo da quel potere che
"con una mano strangola e con l'altra accarezza". In realtà,
egli è colpevole solo di aver seguito una sua filosofia di vita
e di aver voluto vivere da anticonformista la sua lucida follia.
Fra le
sue massime: " Il cemento mi ha scacciato. Dormo sulla
spiaggia"; "Io sono povero, ma so ridere"; "Un
esercito di cavallette meccaniche ha invaso i! continente... Da quando
si è arricchita la città ha vomitato i poveri, che si sono ritrovati
alla periferia della vita"; "Lasciate il danaro e venite alla
danza"; "Io fermo il danaro, ne fermo la circolazione";
"Il mondo è diviso in parti disuguali: alcuni sono destinati a
mescolarsi alla terra, altri a vivere nell'astrazione e nel lusso".
E poi l'amara constatazione: "La follia, l'unica libertà rimasta.
Oggi gli uomini non sono più folli. Hanno creato un mucchio di divieti
per imparare a non vivere. Ma io odio la giusta misura. Lascia spazio
per l'odio da una parte e per la docilità dall'altra". E forse è
proprio questo che il potere non riesce a tollerare in Moha. La follia
è poesia, generosità, tenerezza e il potere è il contrario di tutto
questo. L'ultima riprova nella conclusione del romanzo. Moha rnuore e,
di notte, viene sepolto nel cimitero dei poveri. Ma Moha il folle, Moha
il saggio non è morto. Anche nella tomba continua a parlare e attorno
alla pietra tombale continuano a radunarsi le folle, a! punto che le
autorità decidono di chiudere il cimitero.
"Moha continuò tranquillamente a parlare e la sua
parola raggiungeva la gente nelle piazze pubbliche, nelle vie e persino
nelle moschee...".

A.
Olinto
Il
re di Keto
Jaca
Book, Milano 1985
C'era una volta... un grande regno
africano che allargava i suoi confini su vaste regioni dell'Africa
occidentale, oggi divise fra Togo, Benin e Nigeria. Era un regno
splendido, ricco di attività e di storia, con chiassosi mercati e la
gioia di vivere dei suoi abitanti. La vita scorreva tranquilla all'ombra
di antiche tradizioni religiose, che scandivano i ritmi delle stagioni e
delle giornate e si ripercuotevano fin nei minimi dettagli
dell'esistenza quotidiana. Non che non ci fossero problemi, ma, pur
esposta alla precarietà e alla comune sofferenza dei mortali, la gente
si considerava felice.
C'era una volta... Proprio come nelle favole, perché oggi
quel regno non esiste più, spazzato via, all'inizio del secolo scorso,
da un'infausta guerra con un regno vicino. A migliaia i suoi abitanti
furono fatti schiavi, venduti ai portoghesi e portati a lavorare nelle
piantagioni di caffè e di canna da zucchero del Brasile. La stessa città
di Keto in pochi anni non fu più che un'ombra del suo antico splendore.
Il regno decadde e il glorioso popolo yoruba fu smembrato e disperso nei
nuovi stati che la colonizzazione andava man mano costituendo attorno al
Golfo di Guinea.
Ma ecco che, ad oltre un secolo e mezzo di distanza da quei
tragici avvenimenti, un discendente degli antichi schiavi yoruba, un
brasiliano, un "bianco con l'anima nera", come ama lui stesso
definirsi, ritorna nei luoghi dei suoi antenati alla ricerca delle sue
"radici". Percorre e ripercorre la regione di Keto, gira per i
mercati, tende l'orecchio alle conversazioni fra le bancarelle e
soprattutto "nel posto della birra", ascolta ciò che ha da
raccontare il grande fiume. Osserva, ascolta e racconta nella forma
tipica della "melopea" orale africana, che delle leggende
yoruba cantate conserva ritmo e accenti.
Nasce cosi Il re di Keto, un romanzo-poema di
squisita bellezza, che,
quale fiume dalle molte acque, scorre maestoso verso il
mare, offrendo allo spettatore la visione di quella antica saggezza e
permettendogli di immaginare che cosa avrebbe potuto essere il presente
se a quell'antico regno non si fosse posto fine in un modo così brusco
e violento.
L'antico regno di Keto anela a risorgere, a ritrovare la
sua unità, a ricuperare il rispetto delle genti. Abionan, la donna, la
madre, la grande Madre-Africa, ha già generato un figlio. Sarebbe
dovuto essere il re di Keto, ma è morto in tenera età, in circostanze
misteriose. Anzi, quasi certamente è stato ucciso da chi non voleva la
risurrezione del regno di Keto. Abionan è rimasta sola. Anche il marito
l'ha abbandonata, andando a vivere lontano da lei. Ma "madre è
oro, padre è vetro", dice un antico proverbio yoruba e Abionan
vuole con tutta se stessa un altro figlio,
vuole dare a Keto un re che risollevi il popolo, gli ridia
vigore, lo riconduca sui sentieri della saggezza. Sogna l'unione
fecondatrice e, intanto si prepara, essendo perfettamente cosciente
della responsabilità che si assume a generare un re. Infatti, non dovrà
solo generarlo, ma anche educarlo, affinché un giorno possa adempiere
al meglio alle sue funzioni.
Abionan pensa anzitutto al mercato, tempio, scuola e
tribunale, luogo sociale e socializzante per eccellenza, finestra
perennemente spalancata sul mondo, orecchio teso a captare i discorsi e
i problemi della gente. Fa il giro dei quattro grandi mercati di Keto,
uno al giorno, quanti sono i giorni della settimana yoruba. Tiene la sua
bancarella di ignami, osserva la gente, ascolta, conosce problemi,
bisogni, desideri che il re di Keto dovrà soddisfare. Si accorge, ad
esempio, che i commercianti all'ingrosso con i loro camion stanno
trasformando il mercato. "I camion stanno facendo concorrenza al
mercato; comprano direttamente da quelli di fuori per rivendere ai
negozi a un prezzo molto più alto... Se loro compreranno tutto, il
mercato non avrà più niente da vendere e chi vorrà dovrà pagare più
caro al negozio" (p. 70). Ma poi subito pensa: "Finché ci sarà
gente, ci sarà il mercato", perché la gente ama il mercato, ama
vendere, comprare, discutere sul prezzo, incontrarsi, sentire le
notizie, ascoltare i cantastorie, vedere la ricchezza dei colori e dei
frutti della propria terra. Soprattutto ama sentire risuonare i bei nomi
degli dei
e degli uomini del glorioso popolo yoruba e scambiarsi
questi bei saluti: "Che tu non muoia, mentre stai vendendo";
"Che tu non muoia, mentre stai mangiando"; "Che tu non
muoia, mentre cammini verso di me...". Finché c'è gente, ci sarà
mercato e anche il futuro re di Keto lo amerà e lo frequenterà. Anche
a lui piaceranno i nomi, i colori, i volti, i saluti che si scambia il
suo popolo.
E Abionan potrà raccontare al futuro re dei due viaggi
compiuti con sua madre al tempo in cui era ancora poco più di una
bambina attraverso il territorio dell'antico regno di Keto: le giornate
di marcia a piedi, e a volte sui camion, sotto il sole o sotto la
pioggia; la discesa sulle zattere lungo il grande fiume; le barriere e
le richieste di lasciapassare per andare da uno stato all'altro, dal
Benin alla Nigeria, dalla Nigeria al Togo; I'impressione avuta al sentir
parlare lingue diverse (francese, inglese) e le difficoltà a
comprendere e a farsi comprendere; i molti santuari visitati; le tante
cose "strane" incontrate, novità che - dicevano - erano
venute da molto lontano, portate da gente con la pelle bianca,
somigliante agli albini o ai morti.
Tutto questo lei, la madre, avrebbe potuto raccontare al
futuro re di Keto e gli avrebbe potuto raccontare anche come, durante
quei due lunghi viaggi attraverso gli antichi confini del regno di Keto,
non avesse avuto nessuna difficoltà ad intendersi con i bambini degli
altri stati e a stringere amicizia con loro. E soprattutto avrebbe
potuto parlargli del tabù del mare, del fatto che sua madre per nessuna
ragione avrebbe dovuto vedere il mare e che se l'avesse visto chissà
quali disgrazie si sarebbero abbattute su di lei e sulla sua famiglia.
Forse le stesse che si erano abbattute su coloro che un secolo prima
erano stati trascinati fino al mare e poi costretti ad attraversarlo,
incatenati e schiavi, verso le lontane coste del Brasile.
E avrebbe
potuto parlargli anche dei santuari visitati e degli dèi: quegli dèi
così vicini agli uomini, il cui nome è continuamente sulla bocca di
tutti, che ricevono offerte e sempre si mostrano nei nomi, nel serpente,
negli alberi, negli albini, nei deboli, nei pazzi, quegli dèi che sono
autori e conservatori di un ordine cosmico che si estende anche ai
minimi dettagli della vita. Come gli uomini, anch'essi ritornano sempre;
ma bisogna ricordarli. "Gli dèi hanno bisogno di essere ricordati
tutti i giorni, perché anche gli dèi muoiono... Se uno non gli dà da
mangiare, se non pensa a loro, se non offre loro i sacrifici
tradizionali, gli dèi si allontanano sempre più, vanno ad abitare
lontano, in un altro luogo e finiscono con il non riconoscere più chi
resta senza protezione. In realtà, non credo che loro muoiano. La gente
forse muore per loro, il che è poi la stessa cosa" (p. 216).
Visitando i santuari e pensando agli dei, pian piano
Abionan si era venuta convincendo di una terribile verità, cioè che
non poteva esservi salvezza senza sofferenza. Spesso nei sogni vedeva
che suo figlio avrebbe dovuto soffrire, che sarebbe stato ferito.
"Se lui non sarà ferito, forse non arriverà ad essere re"
(p. 269). Ma perché qualcuno avrebbe dovuto morire per salvare il
mondo? Perché il presidente Sebastian Silva era stato assassinato?
Forse era stato proprio il suo primo figlio a salvare il mondo con la
sua morte, per cui il figlio che sarebbe nato non avrebbe più dovuto
soffrire.
Il sacerdote di Idigny diceva sempre che Gesù Cristo aveva
fatto proprio questo, mentre Odé, il cacciatore, l'aveva assicurata che
la morte non sarebbe stata necessaria, che sarebbe bastato un po' di
sangue. Eppure il presidente Silva era stato ucciso ed era stata
certamente la sofferenza a ispirargli quei "pensieri" e quei
"racconti", che la figlia Mariana custodiva così gelosamente
e le andava leggendo ogni volta che tornava a Keto da Parigi, dove era
andata a studiare.
Abionan beveva avidamente quei pensieri quando li
sentiva leggere e pensava che avrebbe potuto ripeterli al futuro re e
forse, grazie ad essi, evitargli di essere sacrificato per il suo
popolo: "Parigi è una città esotica. Sì, per un africano tutta
l'Europa è esotica... In Europa io mi domandavo: Cosa so sull'Africa?
Un po' di più dell'europeo, esperto dell'Africa, che crede di sapere
tutto. Alle volte ne sa molto, soltanto non capisce niente";
"La politica, come la concepiscono e la praticano gli europei, è
un'attività assolutamente disonesta: promuove l'ingiustizia, ammette la
calunnia, stimola la menzogna e in molte occasioni approva
l'assassinio"; "Per l'europeo, la religione è diventata una
convenzione sociale. Per l'africano, la religione fa parte di ogni
momento della vita. La religione europea ha scartato i piaceri e
l'allegria come cose condannabili, come peccati. Per noi, allegria e
piaceri, inclusi quelli del sesso, fanno parte del culto che rendiamo
agli dèi"; "L'europeo adora fare rivoluzioni in casa d'altri,
specialmente in Africa e in America Latina. Forse trova che l'Europa ha
raggiunto un livello tale che non ha bisogno di riforme immediate";
"Nessun europeo mi ha ancora guardato dentro gli occhi. Sarà così
forte il sentimento di colpa?".
E il presidente non risparmiava neppure le élites
africane, sapendo bene che "il potere vizia e viziando
corrompe?" (p. 177). Per questo continuava a mettere in guardia
dalla magia delle parole e a chiedere serietà di impegno e accurata
preparazione. Forse proprio per questo era stato ucciso - pensava
Abionan - ma aveva ragione e il futuro re di Keto avrebbe dovuto
imitarlo, anche a rischio della vita.
Sì, Keto deve risorgere e ora Abionan cerca l'unione
fecondatrice. Sente di essere la speranza dell'etnia yoruba, la
personificazione di un'Africa stanca di divisioni, di imposizioni
culturali, desiderosa di esprimere se stessa e le proprie potenzialità.
Va quindi in cerca del marito. Gli manda a dire di tornare, perché
vuole questa nuova maternità, ed egli, nonostante le sue perplessità -
la sua vita ha preso ormai tutt'altra direzione - ritorna. Con forza e
determinazione Abionan lo attira fin sotto il maestoso, secolare baobab
e proprio lì, nello stesso luogo dove è nata e dove ha sepolto
Adeniran, il suo primo figlio, si lascia possedere. Vuole che proprio lì
cominci a esistere il re di Keto.
UN
CLASSICO DELLA LETTERATURA CAMERUNESE ANGLOFONA
THE
WHITE MAN OF GOD
DI
KENJO JUMBAM
Alessandra
Muzzi
Introduzione
La
traduzione letteraria fa da sempre parte integrante del percorso
accademico che porta alla laurea in lingue. E' stato invece un incontro
fortuito (ahimé, troppo fortuito e raro nelle nostre Università)
quello con la letteratura africana, in un seminario sul topos
letterario dell'Africa, dove ho sentito parlare delle opere di un grande
scrittore africano postcoloniale, il nigeriano Chinua
Achebe. Incuriosita, ho letto Things
Fall Apart, e stimolata da tale
lettura ho continuato a inoltrarmi in quel territorio letterario fino
allora a me sconosciuto, scoprendo le opere di alcuni dei maggiori
scrittori africani anglofoni e francofoni: oltre ad Achebe, Amos
Tutuola, Wole Soyinka, Cyprian Ekwensi, Ayi Kwei Armah, Mbella Sonne
Dipoko, Camara Laye, Mongo Beti, Francis Bebey, Peter Abrahams, Alex La
Guma, Ngugi wa Thiong'o.
Dal
felice connubio tra queste due aree di interesse (traduzione letteraria
e letteratura africana) è nata l'idea della mia tesi di laurea,
incentrata su un romanzo di uno scrittore "minore", e tuttavia
ben rappresentativo dei temi di fondo della letteratura africana. In
The
White Man of God del camerunese Kenjo
Jumbam si ritrovano i temi della ricerca di
identità, della mediazione linguistico-culturale, della conciliazione
fra tradizione e innovazione, tra identità e diversità che percorrono
tutto il dibattito culturale dell'Africa postcoloniale.
Nella mia tesi ho indossato la duplice veste del critico letterario e
del traduttore; e del resto l'opera ben si prestava a un simile
approccio. Vi sono singolari analogie tra il ruolo e l'operato dello
scrittore africano e quelli del traduttore: entrambi giani bifronti, in
una difficile posizione di mediazione tra due codici e due culture, si
trovano, per scelta ma anche per necessità, a dover trasporre i
significati di una cultura nei significanti di un'altra; e mentre
tentano di preservare ed essere fedeli, inevitabilmente trasformano e
tradiscono.
La
traduzione del romanzo è stata altrettanto impegnativa e appassionante
della sua analisi critica, e la felice esperienza mi ha indotta l'anno
seguente, quale lavoro conclusivo del Corso di Perfezionamen to in
Teoria e Prassi della Traduzione Letteraria, a scegliere di nuovo un
autore africano. Ho tradotto alcuni capitoli del libro The
Case of the Socialist Witchdoctor and Other Stories
dell'etiope Hama Tuma:
un testo in cui un linguaggio ironico e sferzante rivela, anche in
questo caso, una mediazione linguistica e culturale.

The White Man of God
di Kenjo
Jumbam
La
letteratura anglofona del Camerun non è fra quelle che hanno conosciuto
maggior diffusione nel continente africano e altrove. Le ragioni di ciò
sono diverse seppur collegate: il disinteresse della Gran Bretagna verso
una colonia considerata come provvisoria, la conseguente scarsa
diffusione dell’alfabetizzazione, il difficile passaggio
dall’amministrazione nigeriana a quella camerunese dopo
l’indipendenza e la riunificazione con il Camerun francofono, la
preponderanza numerica, culturale, politica di quest’ultimo rispetto
al Camerun anglofono.
Questa
porzione minoritaria del Camerun è rimasta quindi addietro, fra
l’altro, per quel che riguarda le opportunità editoriali offerte ai
giovani scrittori. Lo sbocco principale, se non unico, della letteratura
ivi prodotta è quello educativo. L’esigenza didattica ha quindi
generalmente condizionato la produzione letteraria camerunese anglofona.
E’
da una tale esigenza pratica che nasce l’attività di scrittore di
Kenjo Jumbam (1). Spiega egli stesso in un’intervista:
At
the time of unification, the focus was changing from Nigeria to Cameroon
in educational materials. I was a history/geography teacher and had to
teach without available materials.
So,
I wrote my own geography and history textbooks. Later, I went to teach
in Bafia, where I taught English in a francophone area. The book from
which I was to teach was not available, so I wrote Lukong and the
Leopard. (2)
La preoccupazione didattica è al centro, come della vita, così anche
della produzione letteraria di Jumbam. I primi scritti di Jumbam, i due
racconti Lukong and the Leopard e
The White Man
of Cattle,
sono stati concepiti per l’insegnamento dell’inglese e per
l’introduzione alla lettura nelle scuole. Tale impostazione didattica
è palesata tra l’altro dal fatto che il volumetto che raccoglie i due
racconti è corredato di illustrazioni, domande ed esercizi. La lingua
inglese usata è volutamente semplice.
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