LETTERATURA - PROSA  

 Mappa letteratura

chi

cosa

servizi

culture comparate

ritratti di donne

corsi di formazione

collaborazioni

progetti

links

news

 

Panorama della letteratura africana

- NARRATIVA -

Romeo Fabbri

INDICE  

 

Prefazione

I. Uno sguardo alla storia della narrativa africana

A. Area francofona

B. Area anglofona

C. Area lusofona (portoghese)

D. Il romanzo al femminile

II. La narrativa africana: testi e contesti

I temi

Il romanziere e il suo pubblico

 

III. Conclusione

Bibliografia

 

IV. Lista di romanzi africani tradotti in italiano

 

SCRITTORI CLASSICI

Leopold Sedar Senghor

Nadine Gordimer

 

Mariama Bâ

 

Chinua Achebe

 

PREFAZIONE  

 

      I popoli africani sono vissuti a lungo nello stadio dell'oralità, tramandando per secoli da bocca a orecchio il loro ricco patrimonio culturale fatto da miti, racconti, proverbi. Ma già a partire dal secolo scorso, e in misura crescente nel nostro secolo, alla civiltà dell'oralità si è affiancata la civiltà della scrittura. E' così sorta una ricca e multiforme letteratura negro-africana. Benché ancora secondaria rispetto alla letteratura orale, non solo per data, ma anche e soprattutto per importanza, questa letteratura sta rapidamente crescendo in tutte le sue forme, da quella poetica e narrativa, più vicina all'oralità e ai suoi mezzi espressivi, a quella saggistica e filosofica. Lo spazio offerto da questi quaderni introduttivi ci induce a limitare la nostra analisi alla sola letteratura narrativa.

     Le prime manifestazioni della letteratura narrativa africana risalgono agli anni dopo la Prima guerra mondiale, ma essa si è affermata e sviluppata soprattutto dopo la Seconda, in stretta connessione con i processi che hanno condotto gli stati africani all'indipendenza, e ha conosciuto una netta accelerazione, dopo una pausa negli anni '70, nel corso degli anni '80 e '90. Possiamo collocare l'inizio della grande narrativa africana attorno alla metà degli anni '50, dopo essere stata preceduta per oltre un ventennio da un'indiscussa prevalenza dell'espressione poetica ad opera dei padri della negritudine e della presa di coscienza dell'identità culturale, fra cui Léon Dumas (Pigments, 1937), Aimé Césaire (Cahier d'un retour au pays natal, 1939) e Léopold Sedar Senghor.

     La letteratura africana in genere, e la narrativa in particolare, sono ancora, tutto sommato, una produzione elitaria. Elitaria nel senso di essere prodotta da un'élite, il che è d'altronde abbastanza normale, ma anche nel senso che il numero dei suoi fruitori è ancora estremamente contenuto. Se è vero che alcuni autori africani sono considerati ormai dei classici e certi loro testi sono entrati stabilmente nei programmi scolastici, è pure vero che esiste una frattura fra lo scrittore africano e il suo pubblico africano, una frattura dovuta a una serie di cause, fra cui l'analfabetismo (si calcola che solo il 25-30% circa della popolazione africana sia in grado di leggere correntemente un testo scritto), la ridotta conoscenza della lingua (in genere straniera) in cui sono scritte le opere, la scarsa diffusione e l'alto costo dei libri, la cultura tradizionale che scoraggia ogni azione di carattere individuale e solitario (tale è la lettura). Allo stato delle cose non è forse esagerato affermare che la letteratura africana sia più letta al di fuori dell'Africa che non in Africa. Del resto, come vedremo, certamente la prima generazione di scrittori africani, ma in parte anche la seconda, intendeva rivolgersi più agli occidentali che non agli africani.

    Oggi anche il lettore italiano può accedere alle opere più significative della narrativa africana nella sua lingua. Il lavoro di traduzione, avviato dalla Jaca Book già alla fine degli anni 70 e continuato poi alacremente soprattutto dalle Edizioni Lavoro, sembra interessare negli ultimi anni anche altre Case editrici (cf. elenco di titoli in appendice).

Parma, 24 ottobre 1997

 

I

UNO SGUARDO ALLA STORIA DELLA NARRATIVA AFRICANA  

 

     In principio era la tradizione orale. I suoi contenuti erano realistici, aproblematici, atemporali. Erano tramandati in forme arcaiche ed espressi abitualmente nel genere stereotipo della novella e del racconto. Il compito della tradizione orale era quello di esprimere l'equilibrio intangibile di una comunità e di un sistema di valori perfettamente coerente. La parola era finalizzata alla trasmissione di un quadro sereno e armonico della vita della comunità.

La letteratura scritta, avviata dal grande movimento della negritudine, è realistica, ma non aproblematica e atemporale. Essa assume i conflitti e le convulsioni della storia e mutua i suoi generi espressivi dalla tradizione letteraria occidentale. Il libro, interprete di una realtà caotica e ambigua, diventa strumento di contestazione del presente, di rimessa in discussione dell'esistente e di interrogazione sul futuro.

Il romanzo africano ha accompagnato la storia dell'Africa dell'ultimo cinquantennio. Ne è stato il testimone e l'interprete. La sua evoluzione è strettamente connessa con l'evoluzione storico-politica della vita del continente. Pur consapevoli dei necessari aggiustamenti - per esempio, nel caso dell'Africa portoghese che ha raggiunto l'indipendenza solo nel 1975 - possiamo distinguere nell'evoluzione della coscienza dei romanzieri africani e ritrovare nelle loro opere sei fasi, ognuna delle quali è contrassegnata da un sentimento dominante. Dal punto di vista temporale, a parte la prima, intederminata, e la seconda, che si estende su un periodo di tempo piuttosto lungo, le altre quattro scandiscono in successione le decadi che vanno dal 1960 al 1990. Vediamole brevemente:  

1. Fase precoloniale. Il sentimento di gran lunga dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello della serenità: una serenità non certo idilliaca, non disgiunta da problemi, ma evocata sempre con nostalgia. Si rivisita il passato alla ricerca della sua forza rigenerante e ci si rifugia volentieri in esso.

2. Prima fase coloniale. Il sentimento dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello dell'imitazione e dell'assimilazione. Si ammira la forza e il successo dei colonizzatori, si cerca di ritagliarsi un posticino nel loro sistema per approfittare dei vantaggi che esso offre, si mandano volentieri i propri figli alla "scuola dei bianchi" per cercare di carpirne i segreti. Non ci si rende ancora ben conto del vero volto della colonizzazione. Si aspira a farsi riconoscere e accettare dai nuovi venuti. Anche le critiche mirano più alle riforme che non alla rivoluzione. Prima della Seconda guerra mondiale è raro sentire echeggiare nelle colonie francesi degli appelli all'indipendenza. Ci si limita a rivendicare l'assimilazione e l'uguaglianza dei diritti.

3. Seconda fase coloniale (anni '50). Il sentimento dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello di una fiera, puntigliosa riaffermazione della propria identità culturale, una riaffermazione che va di pari passo con i processi storico-politici della decolonizzazione e si traduce in una dura critica del quadrinomio sul quale si è retta per decenni la colonia: amministrazione-missione-esercito-commercio.

4. Prima fase indipendente (anni '60). Il sentimento dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello della speranza mista ad attesa. La sconfitta del quadrinomio coloniale e l'avvento al potere dell'élite autoctona inducono a sperare in una rapida risurrezione del continente africano dal suo stato di umiliazione e prostrazione, in un radicale abbattimento degli steccati e nella realizzazione della giustizia sociale. Ci si abbandona all'entusiasmo, si esulta, si celebra.

5. Seconda fase indipendente (anni '70). Il sentimento dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello del disincanto, della delusione. Si constata che non si è realizzato nulla di quello che i politici avevano sbandierato ai quattro venti negli anni della decolonizzazione e di quello che gli intellettuali e il popolo avevano sperato. L'unico risultato tangibile è il passaggio dei poteri dall'élite bianca all'élite nera. Per il resto, stessi privilegi dei potenti, stessa divisione in classi o caste, stesso disprezzo del popolo, con in più un forte incremento della violenza e della corruzione a tutti i livelli.

6. Terza fase indipendente (anni '80). Il sentimento dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello della lacerazione interiore, con forti dosi di angoscia e disperazione. Non si crede più alla possibilità di cambiare qualcosa, per cui ci si rifugia nel privato, nel romanzo di evasione, in visioni oniriche e apocalittiche o nella descrizione della condizione umana in quanto tale. La crisi del mito dell'africanità iniziata nei decenni precedenti entra nella sua fase irreversibile e si abbandona definitivamente la negritudine come costante punto di riferimento della produzione letteraria. Lo smarrimento nasce anche dal fatto di rendersi conto che non esiste una sola Africa, ma che esistono tante Afriche e che non solo non si riesce a trasformarle, ma spesso neppure a decifrarle.   

     Nel suo insieme, sul piano delle tematiche e dei contenuti, la narrativa africana delinea la traiettoria che abbiamo appena descritto. Essa appare particolarmente evidente negli scrittori che sono rimasti attivi per gran parte del cinquantennio, percorrendola per così dire da un capo all'altro (Mongo Beti, Sembene Ousmane), ma non è difficile ritrovare l'una o l'altra delle sue fasi anche in autori che hanno scritto magari un solo romanzo (Cheick Hamidou Kane) o ne hanno percorso un solo tratto.

ARTE CONTEMPORANEA

Zugolara (Kinshaza, Congo)

Bambino

Mbuno Kiwuti (Kenia)

Senza titolo

 

Mbuno Kiwuti, Kenia

Senza titolo

 

Richard Kenia 

Successo con sforzo

 

Boboto Bamba  (Kinshasa, Congo)

Madre con bambino

      Del resto, un ipotetico lettore cui si nascondesse la data di composizione di un romanzo non avrebbe difficoltà a collocarlo in questa traiettoria. Non ascriverebbe certamente un romanzo africano composto negli anni '50 agli anni '80 e questo non già anzitutto per ragioni di vocabolario e di stile, ma proprio per i contenuti. Generalmente parlando, la narrativa africana presenta questa parabola evolutiva: simpatie, se non addirittura connivenze, nei riguardi del sistema coloniale; affermazione dell'identità africana e lotta alla colonizzazione; speranza e attesa nei primi anni dell'indipendenza; delusione e critica delle nuove élites politiche africane, che rispondono in genere con la messa al bando, se non la persecuzione, degli scrittori; lacerazione interiore, disperazione e conseguente auto-isolamento dello scrittore. Questa parabola si estende dalla prima fase coloniale, quando lo scrittore è più o meno connivente con il potere coloniale, agli anni '90, quando appare completamente sfiduciato e demotivato, passando per gli anni di una decisa militanza anticoloniale e per gli anni della speranza e dell'attesa.

     D'altra parte, non tutti i mali vengono per nuocere. Da una parte, i romanzieri dell'ultima generazione appaiono molto più impegnati nella ricerca di nuove vie espressive, più aderenti alla cultura africana tradizionale (oralità, miti, simboli, proverbi, processi iniziatici, processi di guarigione, testi musicali, uso delle lingue africane o lingue derivate da quelle europee), dall'altra, affrontano tematiche più universali, contribuendo a sottrarre la letteratura africana al rischio regionalistico o anche semplicemente continentale.

Come già in altri campi (cinema, musica), anche in quello della letteratura gli studiosi sono soliti suddividere il continente africano prendendo come base la diffusione delle lingue introdotte in Africa dalle antiche potenze coloniali. Pur trattandosi di un criterio approssimativo e non del tutto soddisfacente, la sua praticità ci induce a seguirlo anche in queste nostre brevi annotazioni sulla storia della narrativa africana. Considereremo quindi in rapida successione la narrativa delle tre aree principali (francofona, anglofona, lusofona), terminando con un breve accenno alla narrativa al femminile.

 

A. Area francofona

     In area francofona, la corsa travolgente del romanzo inizia nella prima metà degli anni '50. Prima di allora, la grande fioritura poetica del movimento della negritudine lo aveva spinto ai margini, se non addirittura soffocato. La preistoria della narrativa africana in quest'area registra alcune opere importanti che lo hanno certamente ispirato e stimolato. Citiamo solo: Batouala, véritable roman nègre (1921) dell'antillese René Maran, premio Goncourt, un romanzo nel quale l'autore descrive i danni arrecati dallo sfruttamento mercantile incontrollato dei territori dell'Oubangui-Chari; Karim, véritable roman sénégalais (1935) di Ousmane Socé; Doguicimi (1938) di Paul Hazoumé (Dahomey, oggi Benin), dove si narra l'epopea dell'antico regno di Danhomé, occupato dalle truppe francesi nel 1892, e si descrivono soprattutto i fasti della sua capitale Abomey, con il chiaro intento di mostrare ai colonizzatori che anche l'Africa possedeva una grande storia e civiltà anche prima della loro entrata in scena sul continente. In Karim, Ousmane Socé illustra molto bene quello che era l'atteggiamento iniziale di molti scrittori africani nei confronti della colonizzazione. Il romanzo descrive la vita di un modesto impiegato senegalese, il quale intende vivere secondo il suo rango aristocratico tradizionale e poi vi rinuncia riconoscendo la superiorità dello stile di vita dei colonizzatori.

     A parte questi precedenti, i primi grandi romanzi africani fioriscono nel quadro delle lotte per l'indipendenza e la narrativa africana resterà del resto a lungo legata al tema dell'esperienza coloniale. Essa nasce come confronto con la colonizzazione, come reazione alla cultura dei colonizzatori, come esigenza di combattere il colonialismo sul suo stesso terreno e con le sue stesse armi. E nasce anche come bisogno di illustrare ai colonizzatori le bellezze e ricchezze della propria cultura ancestrale. Nasce nella lingua dei colonizzatori, perché è proprio a loro che si intende parlare in primo luogo.

Nel volume Letteratura negra di espressione francese, Jacques Chevrier distingue i romanzi africani dell'area francofona in cinque gruppi: romanzi di contestazione; romanzi storici; romanzi di formazione; romanzi dell'angoscia; romanzi del disincanto. Uscita nel 1984, l'opera non contiene ovviamente la produzione dell'ultima fase, quella che abbiamo definito come fase della lacerazione interiore e della disperazione. Ecco brevemente i diversi gruppi e i principali autori che si possono ricondurre a ognuno di essi:

1. I romanzi di contestazione sono stati concepiti in gran parte nel periodo precedente l'indipendenza. Descrivono il malessere esistenziale e la rivolta interiore di popoli sottoposti a una cultura estranea che essi respingono visceralmente, anche perché hanno ogni giorno davanti agli occhi lo spettacolo delle sue nefaste conseguenze sia sul piano della vita associata che sul piano individuale e personale. I romanzi di contestazione protestano contro il sistema coloniale, denunciano gli abusi del colonialismo, rivendicano con fierezza l'identità culturale dei popoli africani. Contengono spesso descrizioni di lotte politiche, sollevazioni, manifestazioni di protesta, scioperi, interventi repressivi delle forze dell'ordine, arresti e incarcerazioni.

Esempi tipici di questo gruppo sono Les bouts de bois de Dieu (1971) di Sembene Ousmane, sullo sciopero della ferrovia Dakar-Niger del 1947-1948, con una puntuale denuncia di tutti i mali legati all'amministrazione coloniale (razzismo, corruzione dei capi locali, violenza contro i sindacalisti e sulle coscienze) e Le vieux nègre et la médaille (1956) di Ferdinand Oyono, sulle profonde contraddizioni della colonizzazione che si possono sintetizzare nell'espressione "amicizia a parole, dominazione e sfruttamento nei fatti".

Altri romanzi di contestazione: Bertene Juminer, Les bâtards (1961); Seydou Badian, Sous l'Orage (1963); Edouard Glissant, La Lézarde (1958); Jacques-Stephen Alexis, Compère Général Soleil (1955); Mongo Beti.

     La produzione letteraria di Mongo Beti, camerunese, illustra molto bene l'evoluzione intervenuta nella coscienza dei romanzieri africani nel corso dei decenni fra il 1950 e il 1990. Beti ha composto otto romanzi chiaramente distinti in due serie, intervallate da un silenzio di sedici anni. I romanzi della prima serie (dal 1954 al 1958: Ville cruelle, Le Pauvre Christ de Bomba, Mission terminée, Le Roi miraculé) è costituita da romanzi di contestazione dell'ordinamento coloniale visto come la principale causa della disgregazione della società tradizionale e della vita del villaggio. La seconda serie (dal 1974 in poi: Remember Ruben, Perpétue et l'habitude du malheur, La ruine presque cocasse d'un polichinelle, Les deux mères de Guillaume Ismael Dzewatama) è una denuncia a tutto campo della tirannia dei nuovi leader africani e delle gravi conseguenze che essa produce sul popolo.  

 

SCRITTORI DI AREA FRANCOFONA

Tahar Ben Jelloun

Sembene Ousmane

Sony Labou Tansi

 

Camara Laye

 

 

2. I romanzi storici nascono dal bisogno di specchiarsi in figure e personaggi del proprio passato, lontano o recente, alla ricerca del proprio volto e della propria identità individuale e sociale. In questi racconti, l'elemento epico si sviluppa sempre attorno alle gesta di un eroe più o meno leggendario, inserito nel quadro della vita tradizionale di semplici villaggi o di grandi regni e imperi.

     Il romanzo più rappresentativo di questo gruppo è senza dubbio Soundjata ou l'épopée mandingue (1960) di Djibril Tamsir Niane, proposto come una fedele trascrizione di un'antichissima tradizione orale, raccolta dalla bocca di un griot, sull'antico impero del Mali e sulle prodigiose imprese di Soundjata.

Altri celebri romanzi del filone storico: Crépuscule des temps anciens (1972) di Nazi Boni; La légende de M'Ppoumou Ma Mazono (1959) di Jean Malonga; Afrique, nous t'ignorons di B. Matip.  

3. I romanzi di formazione tracciano il quadro di un'educazione intellettuale e sentimentale condotta sullo spartiacque fra due versanti, fra due mondi completamente diversi. In questi romanzi si denuncia in genere l'ambiguità di un'educazione perennemente in bilico fra l'Africa e l'Europa, fra il miraggio dell'occidente e il difficile ritorno al paese natale.

Nel loro filone autobiografico (iniziatico), questi romanzi ripercorrono normalmente le tappe di un viaggio che ritorna in diverse opere: primi rudimenti alla scuola del villaggio; prosecuzione degli studi nel capoluogo del distretto o nella capitale del paese; soggiorno più o meno prolungato in Europa (in questo caso, Parigi); ritorno al paese natale; difficoltà o impossibilità del riadattamento.

I due romanzi classici del gruppo formativo sono certamente L'enfant noir del guineano Camara Laye (1965) e L'aventure ambigue (1961) del senegalese Cheick Hamidou Kane. Il primo è il racconto di un'infanzia e di un'adolescenza felici in famiglia e al villaggio, seguita dall'esperienza dello sradicamento sentimentale e culturale (vita di collegio in città e poi soggiorno a Parigi). Il secondo narra la formazione di un ragazzo prima alla scuola coranica e poi a quella francese (cf. sotto III).

Altri celebri romanzi di questo gruppo: Climbié (1953) di Bernard Dadié; Kocoumbo l'étudiant noir (1960) di Ake Loba; Le Bel Immonde (1976) dello zairese V.Y. Mudimbe e Le Jeune Homme de sable (1979) del guineano W. Sassine; Le récit du cirque de la vallée des morts del guineano A. Fantouré; La Carte d'identité (1980) dell'ivoiriano Jean-Marie Adiaffi; Les temps de Tamango (1981) e Les tambours de la mémoire (1987) del senegalese Boubacar Diop, che fanno rivivere gli antichi miti e le antiche epopee; La lune dans un sceau tout rouge (1989) del camerunese Francis Bebey; La Case de Gaulle (1984) del congolese Guy Menga; Les tresseurs de corde (1987) del beninese Jean Pliya; La mouche et la glu (1984) del gabonese Okumba-Nkoghe.

4. I romanzi dell'angoscia vanno oltre il vissuto puntuale, descrivono qualcosa che trascende la situazione del momento, l'hic et nunc storico e geografico e intendono riflettere sulla condizione umana in quanto tale. I due romanzi più rappresentativi di questo gruppo sono Un piège sans fin (1960) di Olympe Bhêly-Quenum e Le Regard du roi (1954) di Camara Laye.

5. I romanzi del disincanto traducono il sentimento di cocente delusione provato nei confronti delle élite autoctone al potere e il senso di totale impotenza di fronte ai gravi problemi della vita sociale. In questi romanzi si abbandona la descrizione del mondo tradizionale e dei conflitti coloniali e si pongono in primo piano i problemi causati dalle amministrazioni autoctone. Fra i romanzi più importanti di questo gruppo citiamo Les soleils des indépendences (1970) di Amadou Kourouma sulle ingiustizie perpetrate dai capi sia moderni che tradizionali, Tribaliques (1971) del congolese Henri Lopes, Le mandat (1969) del senegalese Sembene Ousmane; Le Zéhéros n'est pas n'importe qui (1985) del guineano Williams-Sassine.

      Un tema ricorrente dei romanzi della lacerazione interiore e della disperazione, che giocano volentieri con il concetto di fato, eterno ritorno, mondo inteso come carcere e descrivono non di rado la tipica angoscia esistenziale-metafisica dell'essere umano in quanto tale, è quello del potere, incarnato dal Dittatore e contestato da un Resistente-Ribelle, che spesso altri non è che lo stesso scrittore esiliato o imprigionato. In questi romanzi si operano frequenti fughe nell'immaginario, nel mondo del "realismo magico" e onirico proprio dei romanzieri latino-americani.

     I romanzi più celebri di questo gruppo sono: Le devoir de violence di Yambo Ouologuen; Monnè, Outrages et Défis (1990) dell'ivoiriano Ahamadou Kourouma; Le pleurerrire (1982) del congolese Henri Lopes; Les chauves-souris (1980) del camerunese Bernard Nganga, sullo sfascio di un'Africa alla deriva, senza via di uscita dalla sua miseria materiale e morale. Tipici esponenti della letteratura della disperazione e dell'assurdo sono il congolese Sony Labou Tansi, autore di diversi romanzi, fra cui La vie et demie (1979), L'état honteux (1981), L'Anté-Peuple (1983), Les sept solitudes de Lorsa Lopez (1985), Les yeux du volcan (1988), il congolese (ex Zaire) Baenga Bolya (Cannibale, 1986) e il congolese Tati-Loutard (Le Récit de la Mort, 1987); il maliano Moussa Konaté, Une aube incertaine (1978), Fils du chaos (1980), Chronique d'une journée de répression (1988); Ibrahim Ly, Toiles d'araignées (1982).

 

B. Area anglofona

      Anche in area anglofona si registra grosso modo nella coscienza dei romanzieri la stessa evoluzione già descritta a proposito dell'area francofona. Inizialmente, i popoli africani non riescono a percepire il vero volto della colonizzazione, per cui assumono l'atteggiamento di spettatori, se non di veri e propri collaboratori. In un secondo momento si rendono conto delle crescenti distruzioni che la colonizzazione provoca nelle loro culture e cercano di correre ai ripari, sia difendendole direttamente, sia illustrando ai bianchi i loro valori e le ricchezze di cui sono portatrici. Ma negli anni '50 anche in area anglofona essi scendono sul piede di guerra e cominciano a lottare strenuamente contro la colonizzazione e a favore dell'indipendenza. Gli accenti della narrativa anglofona sono probabilmente meno virulenti rispetto a quelli della narrativa francofona ma le posizioni sono ugualmente decise. La traiettoria segue poi un andamento pressoché identico a quello descritto per l'area francofona: speranza e attesa negli anni immediatamente successivi all'indipendenza, seguite da disincanto e aspra critica della nuova leadership africana.

A parte qualche eccezione, come ad esempio Mhudi (1930) del sudafricano Sol Plaatje, anche in area anglofona la grande produzione narrativa comincia a comparire negli anni '50. Rinviando per la caratterizzazione generale dei diversi gruppi di romanzi a quanto già detto sopra a proposito dell'area francofona, qui ci limitiamo a indicare alcuni nomi di romanzieri e di opere che consideriamo particolarmente rappresentativi:

1. I romanzi di contestazione

La serie viene aperta dai nigeriani Amos Tutuola con Il bevitore del vino di palma (1952) e Cyprian Ekwensi con People od the City (1954), ma la vera rivelazione è Chinua Achebe, il quale pubblica in rapida successione una trilogia diventata ormai classica: Il crollo (1958), Ormai a disagio (1960), La freccia di Dio (1964), seguita poi da Un uomo del popolo (1966) e, a distanza di tempo, da Viandanti della storia (1987), che contiene una dura requisitoria contro la dittatura. Achebe analizza l'impatto distruttivo prodotto dalla cultura cristiana-occidentale sulla cultura tradizionale (ibo in questo caso). Sempre in Nigeria, Wole Soyinka, ne Gli interpreti (1965) affronta il tema della sintesi di tradizione e modernità, mostrando l'impossibilità di trovare una via di uscita; i suoi personaggi non hanno altra scelta che il compromesso e l'auto-emarginazione. Sullo stesso tema ritorna il ghanese Ayi Kwei Armah in The Beautiful Ones are Not Yet Born ("fare come tutti?" o "isolarsi?") e in Why are we so Blest? (1972), sugli squilibri fra metropoli (occidente) e periferie (terzo mondo).

Sul versante orientale del continente Ngugi wa Thiong'o, appartenente all'etnia kikuyu, pubblica quello che viene considerato il primo romanzo dell'Africa orientale, Se ne andranno le nuvole devastatrici (1964), seguito a un anno di distanza da The River Between (1965), opere i cui affronta il tema dell'attaccamento alla terra del popolo kikuyu, dell'espropriazione della terra da parte dei bianchi e, più in generale, dell'impatto negativo esercitato dal colonialismo sulla società africana. Negli stessi anni il kenyano Henry Ole Kulet ricostruisce in Is it possible? la vita tradizionale dei masai in epoca precoloniale e coloniale.  

 

2. I romanzi storici

Il primo romanzo storico africano è certamente Chaka (1910) di Thomas Mofolo, del Lesotho, scritto in sesotho e poi tradotto in diverse lingue, fra cui l'italiano. Il romanzo è imperniato sulla figura del famoso re zulu, la cui vicenda assume un valore simbolico universale. Altri romanzi storici sono The Healers (1978) di Armah, sulla guerra fra gli ashanti e gli inglesi nel XIX secolo, e The Seasons of Thomas Tebo (1986) dell'ugandese John Nagenda.  

 

3. I romanzi di formazione

Nel filone autobiografico bisogna segnalare soprattutto Aké. Gli anni dell'infanzia (1981) di Wole Soyinka, Mau Mau General di Waruhiu Itote, sulla progressiva scoperta del vero volto colonialismo, A Child of Two Worlds di Mugo Gatheru, sulla condizione degli squatters, le famiglie che ricevono dal proprietario terriero (europeo) un piccolo appezzamento di terra da coltivare in cambio del loro lavoro nella sua piantagione, Search Sweet Country (1986) del ghaneano B. Kojo Laing.  

 

4. I romanzi dell'angoscia

Questo gruppo non è molto rappresentato in area anglofona. Si potrebbero forse citare L'uomo è morto e Stagione di anomia di Wole Soyinka.  

 

5. I romanzi del disincanto

Fra i romanzieri e i romanzi di questo gruppo si possono citare: Ngugi wa Thiong'o, Un chicco di grano (1967), sullo snaturamento degli ideali dell'indipendenza di cui approfittano coloro che meno ne hanno pagato i costi; Leonard Kibera-Samuel Kahiga, Voices in the dark (1970), sul tradimento perpetrato dalla classe dirigente (politica e religiosa) nei confronti della gente; Wole Soyinka, Stagione di anomia (1973); Meja Mwangi, Kill me Quick, sul viaggio della speranza dal villaggio alla capitale e sulla cocente delusione che ne è seguita; Going Down River Road (1976), sulla vita nella baraccopoli di Nairobi; Cockroach Dance (1976), sui diseredati e gli emarginati.  

 

SCRITTORI DI AREA ANGLOFONA

Bessie Head (Sudafrica)

Ha scritto: Maru, Una questione di potere, La donna dei tesori.

Ngugi wa Thiongo (Kenia)

Ha scritto: Deconolizzare la mente.

Yvonne Vera (Zimbawe)

Ha scritto: Newanda, Senza un nome, Sotto la lingua.

Buchi Emecheta (Nigeria)

Ha scritto: Cittadina di seconda classe, Le gioie della maternità.

 

     Nel quadro della produzione narrativa anglofona un posto particolare assume la narrativa dell'Africa australe in stretta dipendenza dalla situazione socio-storica-politica prevalente in quella parte del continente: da un lato, la situazione specifica dell'apartheid, della segregazione razziale, della mancanza di scuole per gli africani, dall'altro, una censura estremamente vigile e severa, che non risparmia neppure agli scrittori esilio, carcere, torture e morte. In Africa australe abbondano anche gli scrittori meticci, uomini e donne la cui posizione è, se possibile, ancora peggiore rispetto a quella dei normali scrittori africani. Rigettati sia dai bianchi che dai neri, essi sono nel senso più autentico del termine uomini e donne privi di radici, senza patria e senza storia.

Fra i romanzieri dello Zimbabwe, giunto all'indipendenza solo nel 1980, si possono ricordare: Charles Mungoshi, Waiting for the Rain (1975), sull'importanza di rientrare in se stessi, andare alla scoperta non tanto della tradizione, quanto piuttosto del proprio mondo interiore; Dambudzo Marechera, The House of Hunger (1979), pubblicato in Inghilterra, Black Sunlight (1980), pubblicato in patria e censurato dalle autorità del nuovo Zimbabwe, Mindblast (1984), descrizione di un mondo immerso nella violenza e nell'angoscia; Chenjerai Hove, Bones (1988) sul dolore e la sofferenza del popolo durante la guerra di liberazione.

I romanzieri del Sud Africa sono numerosi e significativi. Fra i più importanti i già citati Thomas Mofolo del Lesotho, Chaka, e Sol Plaatje, Mhudi (1930), un romanzo epico-storico nel quale si narrano le vicende del popolo barolong sullo sfondo della lotta fra boeri e inglesi, cui si devono aggiungere Alan Paton, con il suo celeberrimo Cry Beloved Country (1948), Richard Rive con District Six (1986) sulla vita nell'omonimo quartiere di Città del Capo, Sipho Sepamla, con Soweto, sulla vita di quel quartiere, Arthur Maimane, con Vittime (1976), Lewis Nkosi con Maiting Birds (1983), M. Mzamane con The Children of Soweto (1982), Don Mattera con Memory is the Weapon (1987).  

Lo scrittore nigeriano Wole Soyinka (1934), premio Nobel per la letteratura nel 1986. Ingegno multiforme, è anche poeta, commediografo, critico, conferenziere, insegnante, attore, produttore politico, editore. Ha scritto "Gli interpreti", "L'uomo è morto", "Stagione di anomia".

 

C. Area lusofona (portoghese)

      La narrativa dell'area lusofona (essenzialmente Angola e Mozambico) risente in modo particolare della recente storia di questi paesi: il tardivo raggiungimento dell'indipendenza (solo nel 1975) e la situazione di instabilità politica prima, durante e dopo l'indipendenza. La permanente situazione di guerriglia interna si concilia malamente con il fiorire della narrativa. D'altro canto, in questi paesi si è sempre coltivata per antica tradizione più la poesia che non la prosa. Anche in Angola e Mozambico, come in Africa australe, troviamo molti romanzieri meticci, avendo il Portogallo promosso fin dall'inizio una vasta politica di assimilazione e di concessione della cittadinanza portoghese.

     Fra i romanzieri angolani ricordiamo, oltre a Pedro Felix Machado con Scenas d'Africa (1880), il più antico romanzo angolano a noi noto, José Luandino Vieira con A vida verdadeira de Domingo Xavier (1961) e Nos, os do Makulusu (1967), Pepetela con Mayombe, sull'esperienza dell'autore al tempo della sua militanza nella guerriglia nelle file dell'MPLA, Uanhenga Xitu, con Um ministro (1980), Manuel dos Santos Lima, con As lagrimas e o vento (1973), sempre sulla guerriglia e Os anoes e os mendigos (1984), allegoria amara e disperata del disastro delle indipendenze in Africa.

Fra i romanzieri mozambicani citiamo: Orlando Mendes, Portagem (1964); Albino Magaia, Malungate, sul rapporto conflittuale fra ambienti urbani e ambienti rurali; Ungulani Ba Ka Khosa, Ualalapi (1987), un racconto storico nel quale si rievoca l'impero di Gaza, un grande impero del Mozambico precoloniale che tenne lungamente testa all'invasione portoghese; Mia Couto, Terra sonambula e Vozes Anointecidas (1986)

 

D. Il romanzo al femminile

     Negli anni della colonizzazione la donna africana si trova nella condizione di colonizzata alla seconda potenza: colonizzata dall'uomo africano nel quadro della cultura tradizionale e colonizzata dai bianchi attraverso una cultura che porterà a lungo andare alla sua liberazione, ma che agisce a breve termine in senso dirompente e destabilizzante soprattutto sulle donne. Nelle loro opere, i romanzieri africani hanno sempre fatto molto spazio alle donne. Anzi i romanzieri della seconda e terza generazione sembrano riconoscere alle donne un ruolo particolare nel processo di liberazione dell'Africa dalla sua condizione di umiliazione e sfruttamento. Spesso ripongono le loro speranze - quando non siano del tutto scoraggiati - proprio nelle donne.

     Da qualche tempo le donne africane non si accontentano più di apparire come semplici figuranti nei romanzi scritti dagli uomini, ma scendono direttamente in campo come autrici. Nell'ultimo decennio il numero delle donne africane scrittrici è costantemente cresciuto. Un po’ ovunque attraverso il continente esse "prendono (direttamente) la parola, dopo la congiura del silenzio".

 

1) Area francofona

     Fra le molte donne scrittrici di romanzi in area francofona si sono distinte, in particolare, Aminata Sow Fall e Mariama Bâ. Il romanzo più celebre di Aminata Sow Fall è senza dubbio La grève des battu, nel quale l'autrice sottopone a dura critica l'élite al potere, narrando uno sciopero dei mendicanti di Dakar in seguito alle decisioni delle autorità di allontanarli dalla città perché, a loro dire, deturperebbero con la loro semplice presenza l'immagine della città agli occhi dei turisti. Il romanzo allarga poi lo sguardo sulla corruzione della borghesia urbana, avida di danaro e in preda al più sfrenato arrivismo. La senegalese Mariama Bâ, scomparsa nel 1981, è considerata un "classico" della letteratura per la penetrazione psicologica e lo forza dello stile. In Une si longue lettre (1979) prende posizione contro la poligamia e la condizione della donna in ambiente musulmano. Molto importante anche il suo romanzo Le chant écarlate (1981)

     Altre importanti scrittrici: Ken Bugul, Le baobab fou, sullo sradicamento culturale e la ricerca della propria identità, percorrendo le tappe della vita della protagonista (la stessa autrice): vita al villaggio, scuola coloniale, permanenza nella capitale, viaggio in Europa (Belgio), ritorno in patria; la camerunese Werewere Liking, Elle sera de jaspe et de corail. Journal d'une misovire (1983); Calixthe Beyala, pure camerunese, C'est le soleil qui m'a brûlée, un romanzo in cui narra la storia di una ragazza diciannovenne costretta alla degradazione e alla sconfitta, ma che non si arrende e rivendica per sé rispetto e amore; Tu t'appelleras Tanga, sull'esperienza del carcere e sulle violenze che le donne ritorcono contro se stesse e contro gli altri; Seydou Badian, Sang des Masques (1976), un romanzo nel quale si descrive un'eroina africana che perviene a stabilire una sintesi fra tradizione e modernità.

 

2) Area anglofona

     Fra le principali donne scrittici di romanzi dell'area anglofona possiamo ricordare: la nigeriana Buchi Emecheta, la quale ha ambientato i suoi primi due romanzi fra gli emigrati africani a Londra, scegliendo poi come ambientazione il suo paese natale. In The Bride Price, The Slave Girl, The Joys of Motherhood ella descrive la dura sorte della donna africana, oberata di lavoro e costretta in ruoli che non riesce a scrollarsi di dosso o per rassegnazione interiore o per opposizione esterna; la sudafricana meticcia Bessie Head, Maru (1973) e Una questione di potere (1973); Nadine Gordimer, premio Nobel per la letteratura; Lauretta Ngcobo, sudafricana zulu, esule politica in Inghilterra, Cross of Gold (1981), in cui narra il tragico destino di Mandla, un ragazzo di strada del ghetto che diventa leader e attivista politico, morendo con le armi in pugno durante una rivolta; il protagonista è attorniato da una galleria di figure femminili dall'esistenza durissima ma incapaci di uscire dalla loro condizione di rassegnazione e passività; la ghanese Ama Ata Aidoo, Our Sister Killjoy (1977) sulle tragiche vicende della protagonista; nel romanzo si emette un duro verdetto di condanna su tutto ciò che impedisce alla donna di condurre un'esistenza libera e realizzata; Titsi Dangasemba, Nervous Conditions (1989).

 

ROMANZI DI SUCCESSO DI SCRITTRICI  (Giunti Edizioni)

 

II

LA NARRATIVA AFRICANA: TESTI E CONTESTI

 

     Lo scrittore africano si sente strettamente coinvolto nella realtà politica e sociale del suo paese di origine e dell'Africa in generale. Questo coinvolgimento si può comprendere appieno solo alla luce della cultura africana, che vincola il singolo alla comunità e pone sempre in primo piano non l'io ma il "noi". L'autonomia e l'isolamento che caratterizzano normalmente lo scrittore occidentale sono impensabili per lo scrittore africano. Se il primo può rifugiarsi nel suo mondo privato e comporre in solitudine opere precipuamente attente alla qualità stilistica e artistica e senza particolari rapporti con la realtà storica e sociale del mondo in cui vive, il secondo non può farlo. Indipendentemente dalla sua volontà, gli resta comunque preclusa la concezione dell'arte per l'arte, dell'arte fine a se stessa. Di fatto, il romanziere africano è un maestro, un pedagogo, un formatore. Assume una precisa responsabilità nei riguardi del suo popolo. Funge da svegliarino, stimola la riflessione, fa emergere i problemi, pone interrogativi, svolge un ruolo pedagogico, un ruolo che sente tanto più fortemente quanto più profondamente la società in cui vive è disgregata da forze ostili, da spinte contrarie ai valori tradizionali e le sue guide politiche o religiose sono cieche e incapaci di difendere e orientare la comunità. Il romanziere africano sa di dover affrontare i problemi socio-politici della sua nazione e del continente in genere, pena l'irrilevanza della sua opera. Sa che il romanzo non può essere mera opera di fiction, di invenzione, ma deve essere soprattutto realista e descrittivo della realtà; che deve nascere non nel chiuso di uno studio, ma nella e dalla vita del popolo, di cui lo scrittore si sente interprete; che non potrà essere opera solipsistica, ma letteratura corale, del popolo e per il popolo. Del resto, lo scrittore africano può dire "noi" con molta più facilità e verità rispetto allo scrittore occidentale. Essendo profondamente inserito nella vita del suo popolo, il suo ruolo di denunciatore e annunciatore è non solo più facile, ma anche più credibile.

     Salvo rare eccezioni, la narrativa africana presenta sempre un tono militante e una chiara scelta di campo, influenzata in questo senza dubbio dal pensiero e dalla prassi marxista che hanno esercitato un notevole fascino su molti scrittori africani, in particolare della prima e della seconda generazione. Nessuna indulgenza alle parole inutili, declamatorie, o a una ricerca formale fine a se stessa. Come nel cinema, anche in letteratura il concetto dell'arte per l'arte è considerato un lusso che gli autori africani non possono - e non vogliono - permettersi. Prova ne sia il fatto che non pochi di loro sono stati censurati, esiliati, imprigionati, torturati e anche uccisi. Come negli anni '50 avevano denunciato con forza la colonizzazione, così nella seconda metà degli anni '60 e negli anni '70 denunciano con altrettanta forza l'imbroglio dell'indipendenza, servita non a operare una liberazione nazionale, ma semplicemente a trasferire i privilegi dei colonizzatori e amministratori bianchi all'élite autoctona. Si era attuata tutt'al più una liberazione dell'élite (politici, burocrati), non certo una liberazione del popolo.

     Il romanziere africano evolve con il suo tempo. Lo osserva, lo descrive, ne segue l'evoluzione, la interpreta e ne delinea i possibili sbocchi. La rapida evoluzione della realtà storico-sociale dell'Africa moderna fa sì che il romanziere denunci e annunci realtà sempre diverse. Evolvono le tematiche affrontate ed evolve la lingua di cui si serve. La diversità di contenuti, stile, linguaggio fra un romanzo degli anni '50 e un romanzo degli anni '90 appare immediatamente. In piena epoca coloniale, stante il disprezzo di cui è fatto oggetto il popolo da parte dei colonizzatori, lo scrittore sente il dovere di ricordare sia ai propri connazionali che ai "nuovi arrivati" che i popoli africani hanno una loro dignità, possiedono una cultura antica e degna di rispetto. E sente altresì il dovere di dire chiaramente al suo popolo che l'uomo bianco che lo domina non è un demonio, ma neppure un dio, che anche nella sua cultura vi sono difetti e lacune. Poi, cambiata la scena storico-politica, il romanziere, proprio in forza della fedeltà al suo compito formativo, sente di cambiare obiettivo e registro. Il suo dovere diventa ora quello di mettere in guardia il popolo dai suoi nuovi padroni africani e dalle ingiustizie che essi continuano a perpetrare ai suoi danni, tanto più gravi in quanto commesse proprio da coloro che si sono proposti come liberatori della patria e difensori del popolo.

 

I temi

     Esiste una reale difficoltà a ricondurre un determinato romanzo a un tema specifico e a poterlo incasellare quindi in una griglia precostituita. Normalmente le tematiche affrontate da un romanzo sono varie, complesse e sfaccettate, pur sullo sfondo di un tema emergente. Senza alcuna pretesa di esaustività e ricordando di non prendere le cose in modo troppo rigido, ci sembra che le tematiche più ricorrenti della narrativa africana siano le seguenti:

1. Tradizione e società tradizionale. Molti romanzieri ricercano e rievocano le radici profonde dell'essere africano, andando al di là di un folclore sempre molto stuzzicante per un lettore occidentale, ma decisamente superficiale. Sono in particolare i romanzieri della prima generazione a privilegiare questa letteratura realista, documentaria, quasi etnografica: evocazione del mondo rurale, della vita del villaggio, della tradizione o, meglio, delle tradizioni, attraverso quello che E. Mounier chiamava un pellegrinaggio alle "fonti profonde e lontane". Lo fanno sull'onda della nostalgia per il mondo della loro infanzia, che vedono minacciato, se non addirittura in fase di progressiva scomparsa, e lo fanno anche con l'intento di confutare la teoria della "tabula rasa", proposta dai colonizzatori, secondo cui prima del loro arrivo non avrebbero avuto né cultura né valori. I romanzieri africani della prima generazione sembrano ossessionati dall'idea di mostrare che l'Africa era civile e progredita anche prima dell'arrivo dei bianchi.

Naturalmente, i romanzieri guardano alla tradizione con obiettività e realismo, mettendo a frutto non di rado anche ciò che hanno appreso nei loro viaggi o soggiorni di studio all'estero. La valorizzano, ma non ingenuamente. Sanno riconoscerne i valori, gli aspetti positivi, e sanno criticarne i disvalori, gli aspetti negativi. Non mancano di denunciarne i limiti, le carenze, gli errori, le deformazioni, persino i pericoli.

Il romanzo realista e descrittivo tradizionale dipinge in genere un quadro fatto di serenità e armonia. La vita del villaggio è per sua natura tranquilla, armoniosa. Non presenta i tratti convulsi ed esagitati della vita cittadina.

2. Tradizione-modernità. Questo binomio ricorre frequentemente nella narrativa africana. Gli scrittori cercano di descrivere i mille volti della società contemporanea proiettandoli sullo sfondo della vita tradizionale e degli usi e costumi ancestrali. Nella maggior parte delle loro opere si trovano personaggi che escono dall'ambiente rurale, dal mondo della tradizione per così dire pura, e entrano nell'ambiente urbano, se non addirittura occidentale, nel mondo moderno. Questo passaggio dà luogo a un caleidoscopio di sentimenti, che vanno dall'inquietudine all'angoscia, dalla speranza alla disperazione.

3. La città. Il romanziere africano considera la città il luogo ideale in cui ambientare le storie che intende raccontare: il microcosmo urbano con le sue contraddizioni e la sua "varia umanità"; la città, eterna generatrice di violenze, crudeltà e illusioni; la città, il banco di prova ideale della tenuta della tradizione di fronte agli assalti del mondo moderno.

4. Il potere. E' uno dei temi più ricorrenti della narrativa africana. Presa di posizione contro il potere delle potenze coloniali, delle loro amministrazioni e dei loro eserciti, ma anche contro il potere delle nuove élite africane: potere dei dittatori africani, ma anche potere delle religioni, delle chiese, delle sètte. La rivolta assume toni realistici, ma più spesso, specialmente nell'ultimo decennio, visionari e apocalittici. La constatazione dell'impossibilità della denuncia diretta sul piano politico (repressione) e letterario (censura) suggerisce il ricorso a parabole, visioni, apocalissi a valenza universale. Il potere diventa allora il Potere e l'oppositore l'Eroe.

5. La "pazzia". Il tema della pazzia ritorna abbastanza spesso nella narrativa africana. A prima vista il termine potrebbe fuorviare il comune lettore occidentale. Si tratta, in realtà, di quella che si potrebbe definire una "pazzia lucida", una pazzia visionaria, rigeneratrice, che detiene in qualche modo il segreto dell'avvenire. Il pazzo è il veggente, colui che è in relazione con la forza rigenerante del passato ed è capace di introdurvi gli uomini mediante un processo di iniziazione, un continuo mescolamento di realtà e sogno.

6. L'inquietudine. Nell'ultimo decennio, i romanzieri africani presentano sempre più spesso personaggi lacerati interiormente, inquieti. sfuggenti. Non sono più dei resistenti, dei combattenti, mossi magari dalla forza della disperazione, e tendono a diventare figure instabili, confuse, umiliate, erranti ed evanescenti. A questo slittamento dalla speranza e dall'impegno alla disperazione e al disimpegno ha contribuito certamente anche il crollo della fede marxista e del comunismo. Molti scrittori africani, che avevano riposto la loro speranza nel marxismo e che erano stati convinti sostenitori delle sue rivendicazioni, all'indomani del suo crollo si sono ritrovati smarriti e confusi.

7. Angoscia e disperazione. Sembra questo il tono prevalente nella letteratura della seconda metà degli anni '80 e nella prima metà degli anni '90. Si è fatta strada una "letteratura disperata", contrassegnata da una totale sfiducia nel futuro dell'Africa. Un continente considerato allo sfascio, senza via di uscita e senza domani, induce i romanzieri africani a giocare sempre più spesso con i concetti di "angoscia esistenziale", "assurdo", "fato", "cinismo". "visione circolare della storia", "eterno ritorno dell'identico", concetti che fino ad allora erano parsi estranei alla letteratura africana.

8. La donna. Il tema della donna sta prepotentemente emergendo nel quadro della narrativa africana in un duplice senso. Nel senso che cresce il numero delle scrittrici di romanzi, e di conseguenza anche il numero delle eroine femminili come personaggi dei romanzi africani, e nel senso che sono sempre più numerosi gli scrittori e le scrittrici di romanzi a vedere incarnate e supportate proprie dalle donne le loro "residue" speranze circa il futuro del continente africano.  

 

Il romanziere e il suo pubblico

     Lo scrittore africano di romanzi si trova di fronte a un ostacolo che sembra quasi insormontabile. 

     Scrive, ma non riesce a farsi leggere. E questo non perché le sue opere siano scadenti o prive di interesse, ma per situazioni oggettive. Anzitutto, l'analfabetismo. Si calcola che solo il 25-30% degli africani sia in grado di leggere correntemente un testo scritto. D'altra parte, gli alfabetizzati sono concentrati in gran parte in città, per cui negli ambienti rurali la capacità di leggere è praticamente nulla. Già questo dato costituisce di per sé una frattura insormontabile fra il romanziere e il suo pubblico e vanifica notevolmente i suoi intenti pedagogici e formativi. Anche volendolo il romanziere africano non riesce a farsi leggere. E non riesce a farsi leggere proprio da coloro che egli considera i destinatari "naturali" delle sue opere. Ma vi sono anche altri ostacoli. 

      Uno di questi è il problema della lingua. Il messaggio lanciato può pervenire ai suoi destinatari solo se questi sono in grado di riceverlo. Ma come potrebbe il popolo wolof o kikuyu ricevere un messaggio che gli giunge in una lingua straniera e sconosciuta? Scrivendo nelle lingue dei colonizzatori, i romanzieri africani delle prime due generazioni hanno parlato di fatto più all'Europa e al mondo occidentale in genere che non all'Africa. In un primo momento la cosa era senza dubbio necessaria, stante l'arroganza degli occupanti e il pregiudizio della loro superiorità culturale. Ma poi l'uso della lingua straniera si sarebbe necessariamente trasformato in una palla al piede. Oggi l'ostacolo della lingua sembra in via di graduale superamento, sia perché i romanzieri ricorrono sempre più spesso alle lingue locali o alle lingue derivate dalle lingue europee, sia perché le scuole offrono maggiori possibilità di approfondimento della conoscenza delle lingue straniere.  

      Un altro ostacolo sono certamente le condizioni di vita e la mentalità dei popoli africani. La vita africana tradizionale non ha mai comportato attività personali, svolte individualmente e in solitudine e non ha quindi previsto strutture adatte per lo svolgimento di queste attività. Anche nel caso in cui si disponesse di libri, la lettura sarebbe giudicata nel migliore dei casi un perditempo, se non un atto riprovevole di isolamento e estraniazione dal flusso coinvolgente della vita sociale e comunitaria. La società tradizionale non conosce né la figura dello scrittore né la figura del lettore.

     L'editoria africana è in crescita. Il libro, merce finora rara e costosa, si va pian piano moltiplicando e diffondendo. Anche se ancora estremamente ridotto - tutti i paesi in via di sviluppo producono solo un quinto della totalità delle opere pubblicate nel mondo - il mercato librario africano sta crescendo. Cominciano ad esistere case editrici anche sul continente africano, per cui non tutti i libri circolanti in Africa devono essere importati, come avveniva regolarmente fino a metà degli anni '70. Sull'esempio delle Case editrici africane ubicate a Parigi (Présence africaine, 1947, l'Harmattan, 1975, Karthala, 1980), o a Londra, sono sorte piccole Case editrici anche in Africa: Edizioni Clé a Yaoundé-Camerun (1963); NEA (Nouvelles Editions africaines) a Dakar (1972); CEDA (Cenre d'édition et de diffusion africaine) a Abidjan (1974).  

Tutto questo fa ben sperare. Non dovrebbe essere lontano il tempo in cui anche la narrativa africana possa finalmente giungere prioritariamente, magari in traduzioni in altre lingue africane, ai suoi destinatari "naturali" (gli africani) e lo scrittore africano possa essere veramente ciò che sempre ha inteso essere: il pedagogo del suo popolo.  

TRE SAGGI PER CAPIRE

 

Per comprendere l'Islam secondo un asse di genere

 

Per stupirsi della dualistica percezione/rappresentazione del mondo dell' harem

 

Per sapere come una donna, Khalida Messaoudi,  fa politica durante la guerra civile in Algeria

 

III

CONCLUSIONE

 

     Quale futuro per la narrativa africana? Cresce, e non solo in occidente, il numero di coloro che invocano per la letteratura africana la necessità di porre definitivamente fine alla sua fase anticoloniale e allo stadio della cattiva coscienza. Bisogna chiudere il rubinetto delle lamentele e delle recriminazioni, congedare una volta per tutte i propri rancori e le proprie collere nei confronti degli ex-colonizzatori e uscire, al tempo stesso, dal solco della cattiva coscienza, superando la falsa alternativa fra tradizione e modernità. D'altra parte, non serve neppure attardarsi nella puntigliosa riabilitazione della cultura africana agli occhi dell'Occidente. Sembra giunto il momento di affrontare lucidamente la reale situazione dell'Africa odierna e di impegnarsi a costruire la società africana dell'oggi e del domani, ponendo decisamente mano ai problemi in cui il continente si sta dibattendo.

     Si avverte sempre più la necessità di produrre una letteratura autenticamente africana. La formazione impartita nelle università africane è ancora pesantemente condizionata dai contenuti e dai modelli occidentali, dalla cultura importata dai colonizzatori. Finora la letteratura africana è stata per lo più letteratura di imitazione, anche se in quest'ultimo decennio si sono fatti notevoli passi avanti nella riscoperta e valorizzazione dei modelli della tradizione orale (racconti, proverbi, canzoni..., scavi linguistici, mescolanze di generi diversi). Quelli che vengono considerati "classici africani" (Senghor, Achebe, Soyinka) sono ancora in gran parte "classici europei" (Soyinka, premio Nobel 1986, Senghor accademico di Francia, 1983). Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Gli scrittori africani sono stati finora laureati, professori universitari, insegnanti di scuole superiori, diplomatici. Per motivi di studio, per ragioni politici (esilio) o di lavoro, essi hanno vissuto un periodo più o meno lungo della loro vita in Occidente, finendo per assorbirne mode, gusti e stili.

     Il problema della lingua è lungi dall'essere adeguatamente risolto. Un numero crescente di romanzieri passa alle lingue locali, ma la narrativa africana parla ancora le lingue degli ex-colonizzatori. La strada delle lingue derivate (afrikaans, pidgin [Nigeria], krio [Sierra Leone], creolo [isole dell'Oceano indiano], kikuyu, kiswahili) sembra poter offrire buone prospettive. Anche la strada delle traduzioni fra lingue africane può essere una buona strada. Finché non esisterà una narrativa africana nelle lingue africane, gli autori parleranno più all'Occidente che all'Africa. L'adozione delle lingue africane sarebbe anche il primo passo verso la formazione di letterature nazionali, oggi di fatto inesistenti sul continente africano. Finora sono esistite solo letterature di etnie, per cui l'espressione "letteratura africana" sembra ancora la più adeguata per presentare la totalità della produzione letteraria del continente. Solo l'esistenza di vere e proprie letterature nazionali renderebbe inutile, se non addirittura fuorviante, il ricorso a una tale espressione. L'esistenza in Europa delle varie e ben definite letterature nazionali esime dal ricorrere all'espressione generica di "letteratura europea".  

BIBLIOGRAFIA

 

- AA.VV., Letterature dell'Africa, Jaca Book, Milano 1994.

- AA.VV., Noci di cola, vino di palma. Letteratura dell'Africa subsahariana in un'ottica interculturale, Cres-Edizioni Lavoro, Roma 1997.

-"Africa e Mediterraneo". Cultura, politica, economia, società. Rivista trimestrale.

- Brambilla C., "Lacerati creativi africani. La letteratura nero-africana in lingue europee: un bilancio degli anni Ottanta", dossier, in Nigrizia, febbraio 1994.

- Chevrier J., Letteratura negra di espressione francese, SEI, Torino 1986.

- Dabla S., Nouvelles écritures africaines. Romanciers de la seconde génération, L'Harmattan, Paris 1986.

- Marcato Falzoni F., "Il romanzo femminile nell'Africa subsahariana francofona", in Terzo Mondo Informazioni, marzo 1992.

- Morsiani J., Da Tutuola a Rotimi: una letteratura africana in lingua inglese, Piovan, Abano Terme, 1983.

- Stewart D., Le roman africain anglophone depuis 1965. D'Achebe à Soyinka, L'Harmattan, Paris 1988.

- Vivan I., Letteratura africana. Interpreti rituali. Il romanzo dell'Africa nera, Dedalo, Bari 1978.  

L'AUTORE  PIU' TRADOTTO IN ITALIA

TAHAR BEN JALLOUN (Marocco-Francia)

Lo scrivano

Creatura di sabbia

L'islam spiegato ai nostri figli

L'albergo dei poveri

 

 

IV 

LISTA DI ROMANZI AFRICANI IN TRADUZIONE ITALIANA

 

AA.VV., Racconti dall'Africa, Mondadori, 1993.

Abrahams P., Dire libertà. Memorie del Sud Africa, Edizioni Lavoro (EL) 1987.

Achebe Ch., Il crollo, Jaka Book, 1994.

Achebe Ch., La freccia di Dio, Jaca Book 1994.

Achebe Ch., Ormai a disagio, Jaca Book 1994.

Achebe Ch., Un uomo del popolo, Jaka Book 1994.

Achebe Ch., Viandanti della storia, EL, 1991.

Bâ M., Cuore africano, Sei, Torino 1980.

Belo Marques A., La nave arenata. Aiep-Guaraldi, 1993.

Ben Okri, La via della fame. Bompiani, 1992.

Boudjedra R., Il ripudio, EL 1993

Boudjedra R., La pioggia, EL 21994.

Boudjedra R., Timimun, EL 1995.

Boudjedra, Il ripudio, EL 1993.

Boudjedra, La pioggia, EL 1990.

Boyd W., Brazzaville beach, Frassinelli, 1981.

Camara Laye, Un bambino nero. Aiep-Guaraldi, 1993.

Chraibi D., Nascita all'alba, EL 1989.

Condé M., Segù 1: Le muraglie di terra, Edizioni Lavoro 1988.

Condé M., Segù 2: La terra in briciole, EL, 1994.

Couto M., Voci all'imbrunire, EL 21993.

Diop B., I racconti di Amadou Koumba, Patron Bologna 1979.

Diop B., Il tempo di Tamango, Oltremare, Vicenza 1991.

Diouf A., L'uomo uccello, EMI Bologna 1993.

Ekwensi C., Jagua Nuna, EL 1993.

Emecheta, B., Cittadina di seconda classe. Giunti-Astrea, 1987.

Farah N., Chiuditi Sesamo, EL 1992.

Farah N., Latte agrodolce, EL 1993.

Farali, N., Sardine. Edizioni Lavoro, 1996.

Fugart A., Tsotsi, Marietti, 1991.

Hampate Bâ, L'interprete briccone o Lo strano destino di Wangria, EL 21995.

Head B., La donna dei tesori. Racconti da un villaggio del Botswana, EL 31995.

Head B., Una questione di potere, Edizioni Lavoro, 1994.

Honwana L.B., Papà, il serpente e io, Biblioteca del Vascello, 1993.

Joubert E., Il lungo viaggio di Poppie Nongena, Giunti 1988.

Kenyatta Y., La montagna dello splendore, Jaka Book 1977.

Kharrat Edwar al-, Alessandria città di zafferano, Jouvence Roma 1994.

Liking Werewere, Orfeo africano, Harmattan Italia 1981.

Lopes H., Cercatore d'Afriche, Jaca Book, 1995.

Luandino Vieira J., Luanda. Feltrinelli, 1990.

Mahfuz N., Miramar, EL 1990.

Maimane A., Vittime, EL, 1992.

Meddab A., Fantasia, EL 1993.

Mernissi F., La terrazza proibita. Vita nell'harem, Giunti 1996.

Mofolo Th., Chaka, EL 1988.

Ngugi wa Thiong'o, Petali di sangue. Jaca Book

Ngugi wa Thiong'o, Se ne andranno le nuvole devastatrici. Jaca Book, 1975.

Ngugi wa Thiong'o, Un chicco di grano, Jaca Book, 1978.

Niane Djibril Tamsir, Sundiata. Epopea mandinga, EL, 31995.

Nkosi L., Sabbie nere. EL 1988.

Pepetela, Mayombe, EL 1989.

Rive R., District Six, EL 1990.

Sabri Musa, L'incidente del mezzo metro, EL 1995

Salih, T., La stagione della migrazione a Nord, Sellerio,1992.

Schreiner, Storia di una fattoria africana, Giunti 1992.

Sembene O., Il fumo della savana, EL 1990.

Sepamla S., Soweto, EL 1989.

Serhane A., Il sole degli oscuri, Theoria 1994.

Soyinka W., La morte e il cavaliere del re, Jaca Book, 1993.

Soyinka W., Aké. Gli anni dell'infanzia. Jaca Book,1984.

Soyinka W., Gli interpreti, Jaca Book, 1979.

Soyinka W., L'uomo è morto. Jaca Book, 1986.

Soyinka W., Stagione di anomia. Jaca Book, 1981.

Stockenström W., Spedizione al baobab, Il Quadrante,1987.

Taha Ben Jalloun, A occhi bassi, Einaudi 1993.

Tahar Ben Jalloun, Creatura di sabbia, Einaudi 1995.

Tahar Ben Jalloun, La preghiera dell'assente, EL 21995.

Tahar Ben Jalloun, Moha il folle, Moha il saggio, EL 21995.

Tahar Ben Jalloun, Notte fatale, Einaudi 1995.

Tansi Sony Labou, La vita e mezza, EL 1990.

Tansi Sony Labou, Le sette solitudini di Lorsa Lopez. Einaudi, 1988.

Tierno Monénembo, Le radici della pietra. Aiep-Guaraldi, 1994.

Tsitsi Dangarembga, Condizioni netvose, Frassinelli, 1991.

Tutuola A., La mia vita nel bosco degli spiriti, Adelphi 1991.

Tutuola A., Povero, baruffone, malandrino, Feltrinelli 1990.

Vieira J.L., Luanda, Feltrinelli, Milano 1990.

Wicomb Z., Cenere sulla mia manica, EL 1993.

Zameenzad A., Il mio amico e la puttana, Giunti 1994.

Zwi R., Un altro anno in Africa, EL 1995.

 

Fonte: Il quaderno è stato curato da Romeo Fabbri per conto della Campagna CHIAMA L'AFRICA

Pagina curata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel 2003

 Mappa letteratura

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

ma.pappalardo@virgilio.it

© Copyright 2002 Tutti i diritti riservati