|
Panorama
della letteratura africana
-
NARRATIVA -
Romeo
Fabbri
INDICE
Prefazione
I.
Uno sguardo alla storia della narrativa africana
A. Area francofona
B. Area anglofona
C. Area lusofona (portoghese)
D. Il romanzo al femminile
II.
La narrativa africana: testi e contesti
I temi
Il romanziere e il suo pubblico
III.
Conclusione
Bibliografia
IV. Lista di romanzi africani tradotti in
italiano
|
SCRITTORI CLASSICI |
|

Leopold Sedar Senghor |

Nadine Gordimer |

Mariama
Bâ
|

Chinua Achebe |
PREFAZIONE
I popoli africani sono vissuti a lungo nello stadio dell'oralità,
tramandando per secoli da bocca a orecchio il loro ricco patrimonio
culturale fatto da miti, racconti, proverbi. Ma già a partire dal
secolo scorso, e in misura crescente nel nostro secolo, alla civiltà
dell'oralità si è affiancata la civiltà della scrittura. E' così
sorta una ricca e multiforme letteratura negro-africana. Benché ancora
secondaria rispetto alla letteratura orale, non solo per data, ma anche
e soprattutto per importanza, questa letteratura sta rapidamente
crescendo in tutte le sue forme, da quella poetica e narrativa, più
vicina all'oralità e ai suoi mezzi espressivi, a quella saggistica e
filosofica. Lo spazio offerto da questi quaderni introduttivi ci induce
a limitare la nostra analisi alla sola letteratura narrativa.
Le prime manifestazioni della letteratura
narrativa africana risalgono agli anni dopo la Prima guerra
mondiale, ma essa si è affermata e sviluppata soprattutto dopo la
Seconda, in stretta connessione con i processi che hanno condotto gli
stati africani all'indipendenza, e ha conosciuto una netta
accelerazione, dopo una pausa negli anni '70, nel corso degli anni '80 e
'90. Possiamo collocare l'inizio della grande narrativa africana attorno
alla metà degli anni '50, dopo essere stata preceduta per oltre un
ventennio da un'indiscussa prevalenza dell'espressione poetica ad opera
dei padri della negritudine e della presa di coscienza dell'identità
culturale, fra cui Léon Dumas (Pigments,
1937), Aimé Césaire (Cahier d'un
retour au pays natal, 1939) e Léopold Sedar
Senghor.
La letteratura africana in genere, e la narrativa in particolare, sono
ancora, tutto sommato, una produzione elitaria.
Elitaria nel senso di essere prodotta da un'élite, il che è d'altronde
abbastanza normale, ma anche nel senso che il numero dei suoi fruitori
è ancora estremamente contenuto. Se è vero che alcuni autori africani
sono considerati ormai dei classici e certi loro testi sono entrati
stabilmente nei programmi scolastici, è pure vero che esiste una
frattura fra lo scrittore africano e il suo pubblico africano, una
frattura dovuta a una serie di cause, fra cui l'analfabetismo
(si calcola che solo il 25-30% circa della popolazione africana sia in
grado di leggere correntemente un testo scritto), la ridotta conoscenza
della lingua (in genere straniera) in cui sono scritte le opere, la
scarsa diffusione e l'alto costo dei libri, la cultura tradizionale che
scoraggia ogni azione di carattere individuale e solitario (tale è la
lettura). Allo stato delle cose non è forse esagerato affermare che la
letteratura africana sia più letta al di fuori dell'Africa che non in
Africa. Del resto, come vedremo, certamente la prima generazione di
scrittori africani, ma in parte anche la seconda, intendeva rivolgersi
più agli occidentali che non agli africani.
Oggi anche il lettore italiano può accedere alle opere più
significative della narrativa africana nella sua lingua. Il lavoro di
traduzione, avviato dalla Jaca Book già alla fine degli anni 70 e
continuato poi alacremente soprattutto dalle Edizioni Lavoro, sembra
interessare negli ultimi anni anche altre Case editrici (cf. elenco di
titoli in appendice).
Parma,
24 ottobre 1997
I
UNO
SGUARDO ALLA STORIA DELLA NARRATIVA AFRICANA
In principio era la tradizione orale. I suoi contenuti erano realistici,
aproblematici, atemporali. Erano tramandati in forme arcaiche ed
espressi abitualmente nel genere stereotipo della novella e del
racconto. Il compito della tradizione orale era quello di esprimere
l'equilibrio intangibile di una comunità e di un sistema di valori
perfettamente coerente. La parola era finalizzata alla trasmissione di
un quadro sereno e armonico della vita della comunità.
La
letteratura scritta, avviata dal grande movimento della negritudine, è
realistica, ma non aproblematica e
atemporale. Essa assume i conflitti e
le convulsioni della storia e mutua i suoi generi espressivi dalla
tradizione letteraria occidentale. Il libro, interprete di una realtà
caotica e ambigua, diventa strumento di contestazione del presente, di
rimessa in discussione dell'esistente e di interrogazione sul futuro.
|
Il romanzo africano ha accompagnato la storia dell'Africa dell'ultimo
cinquantennio. Ne è stato il testimone e l'interprete. La sua
evoluzione è strettamente connessa con l'evoluzione storico-politica
della vita del continente. Pur consapevoli dei necessari aggiustamenti -
per esempio, nel caso dell'Africa portoghese che ha raggiunto
l'indipendenza solo nel 1975 - possiamo distinguere nell'evoluzione
della coscienza dei romanzieri africani e ritrovare nelle loro opere sei
fasi, ognuna delle quali è contrassegnata da un sentimento
dominante. Dal punto di vista temporale, a parte la prima, intederminata,
e la seconda, che si estende su un periodo di tempo piuttosto lungo, le
altre quattro scandiscono in successione le decadi che vanno dal 1960 al
1990. Vediamole brevemente:
1.
Fase precoloniale. Il sentimento di gran lunga dominante
nelle opere che descrivono questa fase è quello della serenità: una
serenità non certo idilliaca, non disgiunta da problemi, ma evocata
sempre con nostalgia. Si rivisita il passato alla ricerca della sua
forza rigenerante e ci si rifugia volentieri in esso.
2.
Prima fase coloniale. Il sentimento dominante nelle opere
che descrivono questa fase è quello dell'imitazione e
dell'assimilazione. Si ammira la forza e il successo dei colonizzatori,
si cerca di ritagliarsi un posticino nel loro sistema per approfittare
dei vantaggi che esso offre, si mandano volentieri i propri figli alla
"scuola dei bianchi" per cercare di carpirne i segreti. Non ci
si rende ancora ben conto del vero volto della colonizzazione. Si aspira
a farsi riconoscere e accettare dai nuovi venuti. Anche le critiche
mirano più alle riforme che non alla rivoluzione. Prima della Seconda
guerra mondiale è raro sentire echeggiare nelle colonie francesi degli
appelli all'indipendenza. Ci si limita a rivendicare l'assimilazione e
l'uguaglianza dei diritti.
3.
Seconda fase coloniale (anni '50). Il sentimento dominante
nelle opere che descrivono questa fase è quello di una fiera,
puntigliosa riaffermazione della propria identità culturale, una
riaffermazione che va di pari passo con i processi storico-politici
della decolonizzazione e si traduce in una dura critica del quadrinomio
sul quale si è retta per decenni la colonia:
amministrazione-missione-esercito-commercio.
4.
Prima fase indipendente (anni '60). Il sentimento
dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello della
speranza mista ad attesa. La sconfitta del quadrinomio coloniale e
l'avvento al potere dell'élite autoctona inducono a sperare in una
rapida risurrezione del continente africano dal suo stato di umiliazione
e prostrazione, in un radicale abbattimento degli steccati e nella
realizzazione della giustizia sociale. Ci si abbandona all'entusiasmo,
si esulta, si celebra.
5.
Seconda fase indipendente (anni '70). Il sentimento
dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello del
disincanto, della delusione. Si constata che non si è realizzato nulla
di quello che i politici avevano sbandierato ai quattro venti negli anni
della decolonizzazione e di quello che gli intellettuali e il popolo
avevano sperato. L'unico risultato tangibile è il passaggio dei poteri
dall'élite bianca all'élite nera. Per il resto, stessi privilegi dei
potenti, stessa divisione in classi o caste, stesso disprezzo del
popolo, con in più un forte incremento della violenza e della
corruzione a tutti i livelli.
6.
Terza fase indipendente (anni '80). Il sentimento
dominante nelle opere che descrivono questa fase è quello della
lacerazione interiore, con forti dosi di angoscia e disperazione. Non si
crede più alla possibilità di cambiare qualcosa, per cui ci si rifugia
nel privato, nel romanzo di evasione, in visioni oniriche e
apocalittiche o nella descrizione della condizione umana in quanto tale.
La crisi del mito dell'africanità iniziata nei decenni precedenti entra
nella sua fase irreversibile e si abbandona definitivamente la
negritudine come costante punto di riferimento della produzione
letteraria. Lo smarrimento nasce anche dal fatto di rendersi conto che
non esiste una sola Africa, ma che esistono tante Afriche e che non solo
non si riesce a trasformarle, ma spesso neppure a decifrarle.
Nel suo insieme, sul piano delle tematiche e dei contenuti, la narrativa
africana delinea la traiettoria che abbiamo appena descritto. Essa
appare particolarmente evidente negli scrittori che sono rimasti attivi
per gran parte del cinquantennio, percorrendola per così dire da un
capo all'altro (Mongo Beti, Sembene
Ousmane), ma non è difficile ritrovare l'una o l'altra delle sue
fasi anche in autori che hanno scritto magari un solo romanzo (Cheick
Hamidou Kane) o ne hanno percorso un solo tratto.
|
ARTE CONTEMPORANEA
Zugolara (Kinshaza, Congo)
Bambino |
|
Mbuno Kiwuti (Kenia)
Senza titolo
|
|

Mbuno Kiwuti, Kenia
Senza titolo
|
|

Richard Kenia
Successo con sforzo
|
|

Boboto
Bamba (Kinshasa, Congo)
Madre
con bambino |
Del resto, un
ipotetico lettore cui si nascondesse la data di composizione di un
romanzo non avrebbe difficoltà a collocarlo in questa traiettoria. Non
ascriverebbe certamente un romanzo africano composto negli anni '50 agli
anni '80 e questo non già anzitutto per ragioni di vocabolario e di
stile, ma proprio per i contenuti. Generalmente parlando, la narrativa
africana presenta questa parabola evolutiva:
simpatie, se non addirittura connivenze, nei riguardi del sistema
coloniale; affermazione dell'identità africana e lotta alla
colonizzazione; speranza e attesa nei primi anni dell'indipendenza;
delusione e critica delle nuove élites politiche africane, che
rispondono in genere con la messa al bando, se non la persecuzione,
degli scrittori; lacerazione interiore, disperazione e conseguente
auto-isolamento dello scrittore. Questa parabola si estende dalla prima
fase coloniale, quando lo scrittore è più o meno connivente con il
potere coloniale, agli anni '90, quando appare completamente sfiduciato
e demotivato, passando per gli anni di una decisa militanza
anticoloniale e per gli anni della speranza e dell'attesa.
D'altra parte, non tutti i mali vengono per nuocere. Da una parte, i
romanzieri dell'ultima generazione appaiono molto più impegnati nella
ricerca di nuove vie espressive, più aderenti alla cultura africana
tradizionale (oralità, miti, simboli, proverbi, processi iniziatici,
processi di guarigione, testi musicali, uso delle lingue africane o
lingue derivate da quelle europee), dall'altra, affrontano tematiche più
universali, contribuendo a sottrarre la letteratura africana al rischio
regionalistico o anche semplicemente continentale.
Come
già in altri campi (cinema, musica), anche in quello della letteratura
gli studiosi sono soliti suddividere il continente
africano prendendo come base la diffusione delle lingue
introdotte in Africa dalle antiche potenze coloniali. Pur trattandosi di
un criterio approssimativo e non del tutto soddisfacente, la sua
praticità ci induce a seguirlo anche in queste nostre brevi annotazioni
sulla storia della narrativa africana. Considereremo quindi in rapida
successione la narrativa delle tre aree principali (francofona,
anglofona, lusofona), terminando con un breve accenno alla narrativa al
femminile.
A.
Area francofona
In area francofona, la corsa travolgente del romanzo inizia nella prima
metà degli anni '50. Prima di allora, la grande fioritura poetica del
movimento della negritudine lo aveva spinto ai margini, se non
addirittura soffocato. La preistoria della narrativa africana in
quest'area registra alcune opere importanti che lo hanno certamente
ispirato e stimolato. Citiamo solo: Batouala, véritable roman nègre
(1921) dell'antillese René Maran, premio
Goncourt, un romanzo nel quale l'autore descrive i danni arrecati dallo
sfruttamento mercantile incontrollato dei territori dell'Oubangui-Chari;
Karim, véritable roman sénégalais (1935) di Ousmane
Socé; Doguicimi (1938) di Paul
Hazoumé (Dahomey, oggi Benin), dove si narra l'epopea
dell'antico regno di Danhomé, occupato dalle truppe francesi nel 1892,
e si descrivono soprattutto i fasti della sua capitale Abomey, con il
chiaro intento di mostrare ai colonizzatori che anche l'Africa possedeva
una grande storia e civiltà anche prima della loro entrata in scena sul
continente. In Karim, Ousmane Socé illustra molto bene quello
che era l'atteggiamento iniziale di molti scrittori africani nei
confronti della colonizzazione. Il romanzo descrive la vita di un
modesto impiegato senegalese, il quale intende vivere secondo il suo
rango aristocratico tradizionale e poi vi rinuncia riconoscendo la
superiorità dello stile di vita dei colonizzatori.
A parte questi precedenti, i primi grandi romanzi africani fioriscono
nel quadro delle lotte per l'indipendenza e la narrativa africana resterà
del resto a lungo legata al tema dell'esperienza coloniale. Essa nasce
come confronto con la colonizzazione, come reazione alla cultura dei
colonizzatori, come esigenza di combattere il colonialismo sul suo
stesso terreno e con le sue stesse armi. E nasce anche come bisogno di
illustrare ai colonizzatori le bellezze e ricchezze della propria
cultura ancestrale. Nasce nella lingua dei colonizzatori, perché è
proprio a loro che si intende parlare in primo luogo.
Nel
volume Letteratura negra di espressione
francese, Jacques Chevrier distingue i romanzi africani
dell'area francofona in cinque gruppi: romanzi di contestazione; romanzi
storici; romanzi di formazione; romanzi dell'angoscia; romanzi del
disincanto. Uscita nel 1984, l'opera non contiene ovviamente la
produzione dell'ultima fase, quella che abbiamo definito come fase della
lacerazione interiore e della disperazione. Ecco brevemente i diversi
gruppi e i principali autori che si possono ricondurre a ognuno di essi:
1.
I romanzi di contestazione sono stati concepiti in gran
parte nel periodo precedente l'indipendenza. Descrivono il malessere
esistenziale e la rivolta interiore di popoli sottoposti a una cultura
estranea che essi respingono visceralmente, anche perché hanno ogni
giorno davanti agli occhi lo spettacolo delle sue nefaste conseguenze
sia sul piano della vita associata che sul piano individuale e
personale. I romanzi di contestazione protestano contro il sistema
coloniale, denunciano gli abusi del colonialismo, rivendicano con
fierezza l'identità culturale dei popoli africani. Contengono spesso
descrizioni di lotte politiche, sollevazioni, manifestazioni di
protesta, scioperi, interventi repressivi delle forze dell'ordine,
arresti e incarcerazioni.
Esempi
tipici di questo gruppo sono Les bouts de bois
de Dieu (1971) di Sembene Ousmane, sullo sciopero della
ferrovia Dakar-Niger del 1947-1948, con una puntuale denuncia di tutti i
mali legati all'amministrazione coloniale (razzismo, corruzione dei capi
locali, violenza contro i sindacalisti e sulle coscienze) e Le
vieux nègre et la médaille (1956) di Ferdinand Oyono, sulle
profonde contraddizioni della colonizzazione che si possono sintetizzare
nell'espressione "amicizia a parole, dominazione e sfruttamento nei
fatti".
Altri romanzi di contestazione: Bertene
Juminer, Les
bâtards (1961); Seydou Badian, Sous l'Orage (1963); Edouard
Glissant, La
Lézarde (1958); Jacques-Stephen
Alexis, Compère Général Soleil (1955);
Mongo Beti.
La produzione letteraria di Mongo Beti,
camerunese, illustra molto bene l'evoluzione intervenuta nella coscienza
dei romanzieri africani nel corso dei decenni fra il 1950 e il 1990.
Beti ha composto otto romanzi chiaramente
distinti in due serie, intervallate da un silenzio di sedici anni. I
romanzi della prima serie (dal 1954 al 1958: Ville cruelle, Le
Pauvre Christ de Bomba, Mission terminée, Le Roi miraculé)
è costituita da romanzi di contestazione dell'ordinamento coloniale
visto come la principale causa della disgregazione della società
tradizionale e della vita del villaggio. La seconda serie (dal 1974 in
poi: Remember Ruben, Perpétue et l'habitude du malheur, La
ruine presque cocasse d'un polichinelle, Les deux mères de
Guillaume Ismael Dzewatama) è una denuncia a tutto campo della
tirannia dei nuovi leader africani e delle gravi conseguenze che essa
produce sul popolo.
|
SCRITTORI
DI AREA FRANCOFONA |
|

Tahar Ben Jelloun |

Sembene
Ousmane |

Sony Labou Tansi |
Camara Laye
|
2.
I romanzi storici nascono dal bisogno di specchiarsi in
figure e personaggi del proprio passato, lontano o recente, alla ricerca
del proprio volto e della propria identità individuale e sociale. In
questi racconti, l'elemento epico si sviluppa sempre attorno alle gesta
di un eroe più o meno leggendario, inserito nel quadro della vita
tradizionale di semplici villaggi o di grandi regni e imperi.
Il romanzo più rappresentativo di questo gruppo è senza dubbio Soundjata
ou l'épopée mandingue (1960)
di Djibril Tamsir Niane, proposto come una fedele trascrizione di
un'antichissima tradizione orale, raccolta dalla bocca di un griot,
sull'antico impero del Mali e sulle prodigiose imprese di Soundjata.
Altri
celebri romanzi del filone storico: Crépuscule
des temps anciens (1972) di Nazi Boni; La légende de M'Ppoumou Ma Mazono (1959)
di Jean Malonga; Afrique, nous t'ignorons
di B. Matip.
3.
I romanzi di formazione tracciano il quadro di
un'educazione intellettuale e sentimentale condotta sullo spartiacque
fra due versanti, fra due mondi completamente diversi. In questi romanzi
si denuncia in genere l'ambiguità di un'educazione perennemente in
bilico fra l'Africa e l'Europa, fra il miraggio dell'occidente e il
difficile ritorno al paese natale.
Nel
loro filone autobiografico (iniziatico), questi romanzi ripercorrono
normalmente le tappe di un viaggio che ritorna in diverse opere: primi
rudimenti alla scuola del villaggio; prosecuzione degli studi nel
capoluogo del distretto o nella capitale del paese; soggiorno più o
meno prolungato in Europa (in questo caso, Parigi); ritorno al paese
natale; difficoltà o impossibilità del riadattamento.
I
due romanzi classici del gruppo formativo sono certamente L'enfant
noir del guineano Camara Laye
(1965) e L'aventure ambigue (1961)
del senegalese Cheick Hamidou Kane. Il
primo è il racconto di un'infanzia e di un'adolescenza felici in
famiglia e al villaggio, seguita dall'esperienza dello sradicamento
sentimentale e culturale (vita di collegio in città e poi soggiorno a
Parigi). Il secondo narra la formazione di un ragazzo prima alla scuola
coranica e poi a quella francese (cf. sotto III).
Altri
celebri romanzi di questo gruppo: Climbié (1953) di Bernard Dadié;
Kocoumbo l'étudiant noir (1960) di Ake Loba; Le Bel Immonde
(1976) dello zairese V.Y. Mudimbe e Le Jeune Homme de sable (1979)
del guineano W. Sassine; Le récit du cirque de la vallée des morts
del guineano A. Fantouré; La Carte d'identité (1980) dell'ivoiriano
Jean-Marie Adiaffi; Les temps de Tamango (1981) e Les tambours
de la mémoire (1987) del senegalese Boubacar
Diop, che fanno
rivivere gli antichi miti e le antiche epopee; La lune dans un sceau
tout rouge (1989) del camerunese Francis
Bebey; La Case de Gaulle
(1984) del congolese Guy Menga; Les tresseurs de corde (1987) del
beninese Jean Pliya; La mouche et la glu
(1984) del gabonese Okumba-Nkoghe.
4.
I romanzi dell'angoscia vanno oltre il vissuto puntuale,
descrivono qualcosa che trascende la situazione del momento, l'hic et
nunc storico e geografico e intendono riflettere sulla condizione
umana in quanto tale.
I due
romanzi più rappresentativi di questo gruppo sono Un
piège sans fin (1960) di Olympe Bhêly-Quenum e Le
Regard du roi (1954) di Camara Laye.
5.
I romanzi del disincanto traducono il sentimento di
cocente delusione provato nei confronti delle élite autoctone al potere
e il senso di totale impotenza di fronte ai gravi problemi della vita
sociale. In questi romanzi si abbandona la descrizione del mondo
tradizionale e dei conflitti coloniali e si pongono in primo piano i
problemi causati dalle amministrazioni autoctone.
Fra i
romanzi più importanti di questo gruppo citiamo Les
soleils des indépendences (1970) di Amadou Kourouma sulle
ingiustizie perpetrate dai capi sia moderni che tradizionali, Tribaliques
(1971) del congolese Henri Lopes, Le mandat (1969) del senegalese
Sembene Ousmane; Le Zéhéros n'est pas n'importe
qui (1985) del guineano Williams-Sassine.
Un
tema ricorrente dei romanzi della
lacerazione interiore e della disperazione, che giocano volentieri con
il concetto di fato, eterno ritorno, mondo inteso come carcere e
descrivono non di rado la tipica angoscia esistenziale-metafisica
dell'essere umano in quanto tale, è quello del potere, incarnato dal Dittatore
e contestato da un Resistente-Ribelle,
che spesso altri non è che lo stesso scrittore esiliato o imprigionato.
In questi romanzi si operano frequenti fughe nell'immaginario, nel mondo
del "realismo magico" e onirico proprio dei romanzieri
latino-americani.
I romanzi più celebri di questo gruppo sono: Le
devoir de violence di Yambo Ouologuen; Monnè,
Outrages et Défis (1990) dell'ivoiriano Ahamadou
Kourouma; Le
pleurerrire (1982) del congolese Henri
Lopes; Les chauves-souris
(1980) del camerunese Bernard Nganga, sullo sfascio di un'Africa alla
deriva, senza via di uscita dalla sua miseria materiale e morale. Tipici esponenti della letteratura della disperazione e
dell'assurdo sono il congolese Sony Labou Tansi,
autore di diversi romanzi, fra cui La vie et demie (1979), L'état
honteux (1981), L'Anté-Peuple (1983), Les sept solitudes
de Lorsa Lopez (1985), Les yeux du volcan (1988), il
congolese (ex Zaire) Baenga Bolya (Cannibale,
1986) e il congolese Tati-Loutard (Le Récit
de la Mort, 1987); il maliano Moussa Konaté,
Une aube incertaine (1978), Fils du chaos (1980), Chronique
d'une journée de répression (1988); Ibrahim
Ly, Toiles d'araignées
(1982).
B.
Area anglofona
Anche
in area anglofona si registra grosso modo nella coscienza dei romanzieri
la stessa evoluzione già descritta a proposito dell'area francofona.
Inizialmente, i popoli africani non riescono a percepire il vero volto
della colonizzazione, per cui assumono l'atteggiamento di spettatori, se
non di veri e propri collaboratori. In un secondo momento si rendono
conto delle crescenti distruzioni che la colonizzazione provoca nelle
loro culture e cercano di correre ai ripari, sia difendendole
direttamente, sia illustrando ai bianchi i loro valori e le ricchezze di
cui sono portatrici. Ma negli anni '50 anche in area anglofona essi
scendono sul piede di guerra e cominciano a lottare strenuamente contro
la colonizzazione e a favore dell'indipendenza. Gli accenti della
narrativa anglofona sono probabilmente meno virulenti rispetto a quelli
della narrativa francofona ma le posizioni sono ugualmente decise. La
traiettoria segue poi un andamento pressoché identico a quello
descritto per l'area francofona: speranza e attesa negli anni
immediatamente successivi all'indipendenza, seguite da disincanto e
aspra critica della nuova leadership africana.
A
parte qualche eccezione, come ad esempio Mhudi (1930) del
sudafricano Sol Plaatje, anche in area anglofona la grande produzione
narrativa comincia a comparire negli anni '50. Rinviando per la
caratterizzazione generale dei diversi gruppi di romanzi a quanto già
detto sopra a proposito dell'area francofona, qui ci limitiamo a
indicare alcuni nomi di romanzieri e di opere che consideriamo
particolarmente rappresentativi:
1.
I romanzi di contestazione
La
serie viene aperta dai nigeriani Amos Tutuola con Il bevitore del
vino di palma (1952) e Cyprian Ekwensi con People od the City
(1954), ma la vera rivelazione è Chinua Achebe, il quale pubblica in
rapida successione una trilogia diventata ormai classica: Il crollo
(1958), Ormai a disagio (1960), La freccia di Dio (1964),
seguita poi da Un uomo del popolo (1966) e, a distanza di tempo,
da Viandanti della storia (1987), che contiene una dura
requisitoria contro la dittatura. Achebe analizza l'impatto distruttivo
prodotto dalla cultura cristiana-occidentale sulla cultura tradizionale
(ibo in questo caso). Sempre in Nigeria, Wole
Soyinka, ne Gli
interpreti (1965) affronta il tema della sintesi di tradizione e
modernità, mostrando l'impossibilità di trovare una via di uscita; i
suoi personaggi non hanno altra scelta che il compromesso e
l'auto-emarginazione. Sullo stesso tema ritorna il ghanese Ayi Kwei
Armah in The Beautiful Ones are Not Yet Born ("fare come
tutti?" o "isolarsi?") e in Why are we so Blest?
(1972), sugli squilibri fra metropoli (occidente) e periferie (terzo
mondo).
Sul
versante orientale del continente Ngugi wa
Thiong'o, appartenente
all'etnia kikuyu, pubblica quello che viene considerato il primo romanzo
dell'Africa orientale, Se ne andranno le nuvole devastatrici
(1964), seguito a un anno di distanza da The River Between
(1965), opere i cui affronta il tema dell'attaccamento alla terra del
popolo kikuyu, dell'espropriazione della terra da parte dei bianchi e,
più in generale, dell'impatto negativo esercitato dal colonialismo
sulla società africana. Negli stessi anni il kenyano Henry Ole Kulet
ricostruisce in Is it possible? la vita tradizionale dei masai in
epoca precoloniale e coloniale.
2.
I romanzi storici
Il
primo romanzo storico africano è certamente Chaka (1910) di
Thomas Mofolo, del Lesotho, scritto in sesotho e poi tradotto in diverse
lingue, fra cui l'italiano. Il romanzo è imperniato sulla figura del
famoso re zulu, la cui vicenda assume un valore simbolico universale.
Altri romanzi storici sono The Healers (1978) di Armah, sulla
guerra fra gli ashanti e gli inglesi nel XIX secolo, e The Seasons of
Thomas Tebo (1986) dell'ugandese John Nagenda.
3.
I romanzi di formazione
Nel
filone autobiografico bisogna segnalare soprattutto Aké. Gli anni
dell'infanzia (1981) di Wole Soyinka, Mau Mau General di
Waruhiu Itote, sulla progressiva scoperta del vero volto colonialismo, A
Child of Two Worlds di Mugo Gatheru, sulla condizione degli
squatters, le famiglie che ricevono dal proprietario terriero (europeo)
un piccolo appezzamento di terra da coltivare in cambio del loro lavoro
nella sua piantagione, Search Sweet Country (1986) del ghaneano B. Kojo
Laing.
4.
I romanzi dell'angoscia
Questo
gruppo non è molto rappresentato in area anglofona. Si potrebbero forse
citare L'uomo è morto e Stagione di anomia di Wole
Soyinka.
5.
I romanzi del disincanto
Fra
i romanzieri e i romanzi di questo gruppo si possono citare: Ngugi wa
Thiong'o, Un chicco di grano (1967), sullo snaturamento degli
ideali dell'indipendenza di cui approfittano coloro che meno ne hanno
pagato i costi; Leonard Kibera-Samuel Kahiga, Voices in the dark
(1970), sul tradimento perpetrato dalla classe dirigente (politica e
religiosa) nei confronti della gente; Wole
Soyinka, Stagione di
anomia (1973); Meja Mwangi, Kill me
Quick, sul viaggio della
speranza dal villaggio alla capitale e sulla cocente delusione che ne è
seguita; Going Down River Road (1976), sulla vita nella
baraccopoli di Nairobi; Cockroach Dance (1976), sui diseredati e
gli emarginati.
|
SCRITTORI
DI AREA ANGLOFONA |
|

Bessie Head (Sudafrica) Ha
scritto: Maru, Una questione di potere, La donna
dei tesori. |

Ngugi wa Thiongo (Kenia)
Ha scritto: Deconolizzare la mente. |

Yvonne Vera (Zimbawe) Ha scritto: Newanda,
Senza un nome, Sotto la lingua. |

Buchi Emecheta (Nigeria)
Ha scritto: Cittadina di seconda classe, Le
gioie della maternità. |
Nel quadro della produzione narrativa anglofona un posto particolare
assume la narrativa dell'Africa australe in
stretta dipendenza dalla situazione socio-storica-politica prevalente in
quella parte del continente: da un lato, la situazione specifica
dell'apartheid, della segregazione razziale, della mancanza di scuole
per gli africani, dall'altro, una censura estremamente vigile e severa,
che non risparmia neppure agli scrittori esilio, carcere, torture e
morte. In Africa australe abbondano anche gli scrittori meticci, uomini
e donne la cui posizione è, se possibile, ancora peggiore rispetto a
quella dei normali scrittori africani. Rigettati sia dai bianchi che dai
neri, essi sono nel senso più autentico del termine uomini e donne
privi di radici, senza patria e senza storia.
Fra
i romanzieri dello Zimbabwe, giunto all'indipendenza solo nel
1980, si possono ricordare: Charles Mungoshi,
Waiting for the Rain (1975), sull'importanza di rientrare in se
stessi, andare alla scoperta non tanto della tradizione, quanto piuttosto del proprio mondo interiore;
Dambudzo
Marechera, The House of Hunger (1979), pubblicato in
Inghilterra, Black Sunlight (1980), pubblicato in patria e
censurato dalle autorità del nuovo Zimbabwe, Mindblast (1984),
descrizione di un mondo immerso nella violenza e nell'angoscia; Chenjerai
Hove, Bones (1988) sul dolore e la sofferenza del popolo
durante la guerra di liberazione.
I
romanzieri del Sud Africa sono numerosi e significativi. Fra i più
importanti i già citati Thomas Mofolo del Lesotho, Chaka, e Sol Plaatje, Mhudi
(1930), un romanzo epico-storico nel quale si narrano le vicende del
popolo barolong sullo sfondo della lotta fra boeri e inglesi, cui si
devono aggiungere Alan Paton, con il suo celeberrimo Cry Beloved
Country (1948), Richard Rive con District
Six (1986) sulla vita nell'omonimo quartiere di Città del Capo, Sipho
Sepamla, con Soweto, sulla vita di quel quartiere, Arthur
Maimane, con Vittime (1976), Lewis
Nkosi con Maiting Birds (1983), M.
Mzamane con The Children of Soweto (1982), Don
Mattera con Memory is the Weapon (1987).
|

Lo
scrittore nigeriano Wole
Soyinka (1934), premio Nobel per la
letteratura nel 1986. Ingegno multiforme, è anche poeta,
commediografo, critico, conferenziere, insegnante, attore,
produttore politico, editore. Ha scritto "Gli
interpreti", "L'uomo è morto", "Stagione di anomia".
|
C.
Area lusofona (portoghese)
La
narrativa dell'area lusofona (essenzialmente Angola e Mozambico) risente
in modo particolare della recente storia di questi paesi: il tardivo
raggiungimento dell'indipendenza (solo nel 1975) e la situazione
di instabilità politica prima, durante e dopo l'indipendenza. La
permanente situazione di guerriglia interna si concilia malamente con il
fiorire della narrativa. D'altro canto, in questi paesi si è sempre
coltivata per antica tradizione più la poesia che non la prosa. Anche
in Angola e Mozambico, come in Africa australe, troviamo molti
romanzieri meticci, avendo il Portogallo promosso fin dall'inizio una
vasta politica di assimilazione e di concessione della cittadinanza
portoghese.
Fra i romanzieri angolani ricordiamo, oltre
a Pedro Felix Machado con Scenas
d'Africa (1880), il più antico romanzo angolano a noi noto, José
Luandino Vieira con A vida verdadeira de Domingo Xavier
(1961) e Nos, os do Makulusu (1967), Pepetela
con Mayombe, sull'esperienza dell'autore al tempo della sua
militanza nella guerriglia nelle file dell'MPLA, Uanhenga
Xitu, con Um
ministro (1980), Manuel dos Santos Lima,
con As lagrimas e o vento (1973), sempre sulla guerriglia e Os
anoes e os mendigos (1984), allegoria amara e disperata del disastro
delle indipendenze in Africa.
Fra
i romanzieri mozambicani citiamo: Orlando
Mendes, Portagem (1964);
Albino
Magaia, Malungate, sul rapporto conflittuale fra ambienti
urbani e ambienti rurali; Ungulani Ba Ka Khosa,
Ualalapi (1987), un racconto storico nel quale si rievoca
l'impero di Gaza, un grande impero del Mozambico precoloniale che tenne
lungamente testa all'invasione portoghese; Mia
Couto, Terra sonambula e Vozes Anointecidas (1986)
D.
Il romanzo al femminile
Negli anni della colonizzazione la donna africana si trova nella
condizione di colonizzata alla seconda potenza: colonizzata dall'uomo
africano nel quadro della cultura tradizionale e colonizzata dai bianchi
attraverso una cultura che porterà a lungo andare alla sua liberazione,
ma che agisce a breve termine in senso dirompente e destabilizzante
soprattutto sulle donne.
Nelle loro
opere, i romanzieri africani hanno sempre fatto
molto spazio alle donne. Anzi i romanzieri della seconda e terza
generazione sembrano riconoscere alle donne un ruolo particolare nel
processo di liberazione dell'Africa dalla sua condizione di umiliazione
e sfruttamento. Spesso ripongono le loro speranze - quando non siano del
tutto scoraggiati - proprio nelle donne.
Da qualche tempo le donne africane non si accontentano più di apparire
come semplici figuranti nei romanzi scritti dagli uomini, ma scendono
direttamente in campo come autrici. Nell'ultimo decennio il numero delle
donne africane scrittrici è costantemente cresciuto. Un po’ ovunque
attraverso il continente esse "prendono
(direttamente) la parola, dopo la congiura del silenzio".
1)
Area francofona
Fra le molte donne scrittrici di romanzi in area francofona si sono
distinte, in particolare, Aminata Sow Fall
e Mariama Bâ. Il romanzo più celebre di
Aminata Sow Fall è senza dubbio La
grève des battu, nel quale l'autrice sottopone a dura
critica l'élite al potere, narrando uno sciopero dei mendicanti di
Dakar in seguito alle decisioni delle autorità di allontanarli dalla
città perché, a loro dire, deturperebbero con la loro semplice
presenza l'immagine della città agli occhi dei turisti. Il romanzo
allarga poi lo sguardo sulla corruzione della borghesia urbana, avida di
danaro e in preda al più sfrenato arrivismo. La senegalese Mariama Bâ,
scomparsa nel 1981, è considerata un "classico" della
letteratura per la penetrazione psicologica e lo forza dello stile. In Une
si longue lettre (1979) prende posizione contro la poligamia
e la condizione della donna in ambiente musulmano. Molto importante
anche il suo romanzo Le chant écarlate
(1981)
Altre importanti scrittrici: Ken Bugul, Le
baobab fou, sullo sradicamento culturale e la ricerca della propria
identità, percorrendo le tappe della vita della protagonista (la stessa
autrice): vita al villaggio, scuola coloniale, permanenza nella
capitale, viaggio in Europa (Belgio), ritorno in patria; la camerunese Werewere
Liking, Elle sera de jaspe et de corail. Journal d'une
misovire (1983); Calixthe Beyala, pure
camerunese, C'est le soleil qui m'a brûlée, un romanzo in cui
narra la storia di una ragazza diciannovenne costretta alla degradazione
e alla sconfitta, ma che non si arrende e rivendica per sé rispetto e
amore; Tu t'appelleras Tanga, sull'esperienza del carcere e sulle
violenze che le donne ritorcono contro se stesse e contro gli altri; Seydou
Badian, Sang des Masques (1976), un romanzo nel quale si
descrive un'eroina africana che perviene a stabilire una sintesi fra
tradizione e modernità.
2)
Area anglofona
Fra le principali donne scrittici di romanzi dell'area anglofona
possiamo ricordare: la nigeriana Buchi Emecheta,
la quale ha ambientato i suoi primi due romanzi fra gli emigrati
africani a Londra, scegliendo poi come ambientazione il suo paese
natale. In The Bride Price, The Slave
Girl, The Joys of Motherhood ella descrive la dura
sorte della donna africana, oberata di lavoro e costretta in ruoli che
non riesce a scrollarsi di dosso o per rassegnazione interiore o per
opposizione esterna; la sudafricana meticcia Bessie
Head, Maru (1973) e Una
questione di potere (1973); Nadine
Gordimer, premio Nobel per la letteratura;
Lauretta
Ngcobo, sudafricana zulu, esule politica in Inghilterra, Cross
of Gold (1981), in cui narra il tragico destino di Mandla, un
ragazzo di strada del ghetto che diventa leader e attivista politico,
morendo con le armi in pugno durante una rivolta; il protagonista è
attorniato da una galleria di figure femminili dall'esistenza durissima
ma incapaci di uscire dalla loro condizione di rassegnazione e passività;
la ghanese Ama Ata Aidoo, Our
Sister Killjoy (1977) sulle tragiche vicende della
protagonista; nel romanzo si emette un duro verdetto di condanna su
tutto ciò che impedisce alla donna di condurre un'esistenza libera e
realizzata; Titsi Dangasemba, Nervous
Conditions (1989).
|
ROMANZI
DI SUCCESSO DI SCRITTRICI (Giunti Edizioni) |
|

|

|

|

|
II
LA
NARRATIVA AFRICANA: TESTI E CONTESTI
Lo scrittore africano si sente strettamente
coinvolto nella realtà politica e sociale del suo paese di
origine e dell'Africa in generale. Questo coinvolgimento si può
comprendere appieno solo alla luce della cultura africana, che vincola
il singolo alla comunità e pone sempre in primo piano non l'io ma il
"noi". L'autonomia e l'isolamento che caratterizzano
normalmente lo scrittore occidentale sono impensabili per lo scrittore
africano. Se il primo può rifugiarsi nel suo mondo privato e comporre
in solitudine opere precipuamente attente alla qualità stilistica e
artistica e senza particolari rapporti con la realtà storica e sociale
del mondo in cui vive, il secondo non può farlo. Indipendentemente
dalla sua volontà, gli resta comunque preclusa la concezione dell'arte
per l'arte, dell'arte fine a se stessa. Di fatto, il
romanziere africano è un maestro, un pedagogo, un formatore.
Assume una precisa responsabilità nei riguardi del suo popolo. Funge da
svegliarino, stimola la riflessione, fa emergere i problemi, pone
interrogativi, svolge un ruolo pedagogico, un ruolo che sente tanto più
fortemente quanto più profondamente la società in cui vive è
disgregata da forze ostili, da spinte contrarie ai valori tradizionali e
le sue guide politiche o religiose sono cieche e incapaci di difendere e
orientare la comunità. Il romanziere africano sa di dover affrontare i
problemi socio-politici della sua nazione e del continente in genere,
pena l'irrilevanza della sua opera. Sa che il
romanzo non può essere mera opera di fiction, di invenzione, ma
deve essere soprattutto realista e descrittivo della realtà; che deve
nascere non nel chiuso di uno studio, ma nella e dalla vita del popolo,
di cui lo scrittore si sente interprete; che non potrà essere opera
solipsistica, ma letteratura corale, del popolo e per il popolo. Del
resto, lo scrittore africano può dire "noi" con molta più
facilità e verità rispetto allo scrittore occidentale. Essendo
profondamente inserito nella vita del suo popolo, il suo ruolo di
denunciatore e annunciatore è non solo più facile, ma anche più
credibile.
Salvo rare eccezioni, la narrativa africana presenta sempre un
tono militante e una chiara scelta di campo, influenzata in
questo senza dubbio dal pensiero e dalla prassi marxista che hanno
esercitato un notevole fascino su molti scrittori africani, in
particolare della prima e della seconda generazione. Nessuna indulgenza
alle parole inutili, declamatorie, o a una ricerca formale fine a se
stessa. Come nel cinema, anche in letteratura il
concetto dell'arte per l'arte è considerato un lusso che gli
autori africani non possono - e non vogliono - permettersi. Prova ne sia
il fatto che non pochi di loro sono stati censurati, esiliati,
imprigionati, torturati e anche uccisi. Come negli anni '50 avevano
denunciato con forza la colonizzazione, così nella seconda metà degli
anni '60 e negli anni '70 denunciano con altrettanta forza l'imbroglio
dell'indipendenza, servita non a operare una liberazione nazionale, ma
semplicemente a trasferire i privilegi dei colonizzatori e
amministratori bianchi all'élite autoctona. Si era attuata tutt'al più
una liberazione dell'élite (politici, burocrati), non certo una
liberazione del popolo.
Il romanziere africano evolve con il suo tempo. Lo osserva, lo descrive,
ne segue l'evoluzione, la interpreta e ne delinea i possibili sbocchi.
La rapida evoluzione della realtà storico-sociale dell'Africa moderna
fa sì che il romanziere denunci e annunci realtà sempre diverse. Evolvono
le tematiche affrontate ed evolve la lingua di cui si serve. La
diversità di contenuti, stile, linguaggio fra un romanzo degli anni '50
e un romanzo degli anni '90 appare immediatamente. In piena epoca
coloniale, stante il disprezzo di cui è fatto oggetto il popolo da
parte dei colonizzatori, lo scrittore sente il dovere di ricordare sia
ai propri connazionali che ai "nuovi arrivati" che i popoli
africani hanno una loro dignità, possiedono una cultura antica e degna
di rispetto. E sente altresì il dovere di dire chiaramente al suo
popolo che l'uomo bianco che lo domina non è un demonio, ma neppure un
dio, che anche nella sua cultura vi sono difetti e lacune. Poi, cambiata
la scena storico-politica, il romanziere, proprio in forza della fedeltà
al suo compito formativo, sente di cambiare obiettivo e registro. Il suo
dovere diventa ora quello di mettere in guardia il popolo dai suoi nuovi
padroni africani e dalle ingiustizie che essi continuano a perpetrare ai
suoi danni, tanto più gravi in quanto commesse proprio da coloro che si
sono proposti come liberatori della patria e difensori del popolo.
I
temi
Esiste una reale difficoltà a ricondurre un determinato romanzo a un
tema specifico e a poterlo incasellare quindi in una griglia
precostituita. Normalmente le tematiche affrontate da un romanzo sono
varie, complesse e sfaccettate, pur sullo sfondo di un tema emergente.
Senza alcuna pretesa di esaustività e ricordando di non prendere le
cose in modo troppo rigido, ci sembra che le tematiche più ricorrenti
della narrativa africana siano le seguenti:
1.
Tradizione e società tradizionale. Molti romanzieri
ricercano e rievocano le radici profonde dell'essere africano, andando
al di là di un folclore sempre molto stuzzicante per un lettore
occidentale, ma decisamente superficiale. Sono in particolare i
romanzieri della prima generazione a privilegiare questa letteratura
realista, documentaria, quasi etnografica: evocazione del mondo rurale,
della vita del villaggio, della tradizione o, meglio, delle tradizioni,
attraverso quello che E. Mounier chiamava un pellegrinaggio alle
"fonti profonde e lontane". Lo fanno sull'onda della nostalgia
per il mondo della loro infanzia, che vedono minacciato, se non
addirittura in fase di progressiva scomparsa, e lo fanno anche con
l'intento di confutare la teoria della "tabula rasa", proposta
dai colonizzatori, secondo cui prima del loro arrivo non avrebbero avuto
né cultura né valori. I romanzieri africani della prima generazione
sembrano ossessionati dall'idea di mostrare che l'Africa era civile e
progredita anche prima dell'arrivo dei bianchi.
Naturalmente,
i romanzieri guardano alla tradizione con obiettività e realismo,
mettendo a frutto non di rado anche ciò che hanno appreso nei loro
viaggi o soggiorni di studio all'estero. La valorizzano, ma non
ingenuamente. Sanno riconoscerne i valori, gli aspetti positivi, e sanno
criticarne i disvalori, gli aspetti negativi. Non mancano di denunciarne
i limiti, le carenze, gli errori, le deformazioni, persino i pericoli.
Il
romanzo realista e descrittivo tradizionale dipinge in genere un quadro
fatto di serenità e armonia. La vita del villaggio è per sua natura
tranquilla, armoniosa. Non presenta i tratti convulsi ed esagitati della
vita cittadina.
2.
Tradizione-modernità. Questo binomio ricorre
frequentemente nella narrativa africana. Gli scrittori cercano di
descrivere i mille volti della società contemporanea proiettandoli
sullo sfondo della vita tradizionale e degli usi e costumi ancestrali.
Nella maggior parte delle loro opere si trovano personaggi che escono
dall'ambiente rurale, dal mondo della tradizione per così dire pura, e
entrano nell'ambiente urbano, se non addirittura occidentale, nel mondo
moderno. Questo passaggio dà luogo a un caleidoscopio di sentimenti,
che vanno dall'inquietudine all'angoscia, dalla speranza alla
disperazione.
3.
La città. Il romanziere africano considera la città il
luogo ideale in cui ambientare le storie che intende raccontare: il
microcosmo urbano con le sue contraddizioni e la sua "varia umanità";
la città, eterna generatrice di violenze, crudeltà e illusioni; la
città, il banco di prova ideale della tenuta della tradizione di fronte
agli assalti del mondo moderno.
4.
Il potere. E' uno dei temi più ricorrenti della narrativa
africana. Presa di posizione contro il potere delle potenze coloniali,
delle loro amministrazioni e dei loro eserciti, ma anche contro il
potere delle nuove élite africane: potere dei dittatori africani, ma
anche potere delle religioni, delle chiese, delle sètte. La rivolta
assume toni realistici, ma più spesso, specialmente nell'ultimo
decennio, visionari e apocalittici. La constatazione dell'impossibilità
della denuncia diretta sul piano politico (repressione) e letterario
(censura) suggerisce il ricorso a parabole, visioni, apocalissi a
valenza universale. Il potere diventa allora il Potere e l'oppositore
l'Eroe.
5.
La "pazzia". Il tema della pazzia ritorna
abbastanza spesso nella narrativa africana. A prima vista il termine
potrebbe fuorviare il comune lettore occidentale. Si tratta, in realtà,
di quella che si potrebbe definire una "pazzia lucida", una
pazzia visionaria, rigeneratrice, che detiene in qualche modo il segreto
dell'avvenire. Il pazzo è il veggente, colui che è in relazione con la
forza rigenerante del passato ed è capace di introdurvi gli uomini
mediante un processo di iniziazione, un continuo mescolamento di realtà
e sogno.
6.
L'inquietudine. Nell'ultimo decennio, i romanzieri
africani presentano sempre più spesso personaggi lacerati
interiormente, inquieti. sfuggenti. Non sono più dei resistenti, dei
combattenti, mossi magari dalla forza della disperazione, e tendono a
diventare figure instabili, confuse, umiliate, erranti ed evanescenti. A
questo slittamento dalla speranza e dall'impegno alla disperazione e al
disimpegno ha contribuito certamente anche il crollo della fede marxista
e del comunismo. Molti scrittori africani, che avevano riposto la loro
speranza nel marxismo e che erano stati convinti sostenitori delle sue
rivendicazioni, all'indomani del suo crollo si sono ritrovati smarriti e
confusi.
7.
Angoscia e disperazione. Sembra questo il tono prevalente
nella letteratura della seconda metà degli anni '80 e nella prima metà
degli anni '90. Si è fatta strada una "letteratura
disperata", contrassegnata da una totale sfiducia nel futuro
dell'Africa. Un continente considerato allo sfascio, senza via di uscita
e senza domani, induce i romanzieri africani a giocare sempre più
spesso con i concetti di "angoscia esistenziale",
"assurdo", "fato", "cinismo".
"visione circolare della storia", "eterno ritorno
dell'identico", concetti che fino ad allora erano parsi estranei
alla letteratura africana.
8.
La donna. Il tema della donna sta prepotentemente
emergendo nel quadro della narrativa africana in un duplice senso. Nel
senso che cresce il numero delle scrittrici di romanzi, e di conseguenza
anche il numero delle eroine femminili come personaggi dei romanzi
africani, e nel senso che sono sempre più numerosi gli scrittori e le
scrittrici di romanzi a vedere incarnate e supportate proprie dalle
donne le loro "residue" speranze circa il futuro del continente africano.
Il
romanziere e il suo pubblico
Lo scrittore africano di romanzi si trova di fronte a un ostacolo che
sembra quasi insormontabile.
|
Scrive, ma non riesce
a farsi leggere. E questo non perché le sue opere siano scadenti
o prive di interesse, ma per situazioni oggettive.
Anzitutto, l'analfabetismo. Si calcola che solo il 25-30% degli africani
sia in grado di leggere correntemente un testo scritto. D'altra parte,
gli alfabetizzati sono concentrati in gran parte in città, per cui
negli ambienti rurali la capacità di leggere è praticamente nulla. Già
questo dato costituisce di per sé una frattura insormontabile fra il
romanziere e il suo pubblico e vanifica notevolmente i suoi intenti
pedagogici e formativi. Anche volendolo il romanziere africano non
riesce a farsi leggere. E non riesce a farsi leggere proprio da coloro
che egli considera i destinatari "naturali" delle sue opere.
Ma vi sono anche altri ostacoli.
Uno di
questi è il problema della lingua. Il
messaggio lanciato può pervenire ai suoi destinatari solo se questi
sono in grado di riceverlo. Ma come potrebbe il popolo wolof o kikuyu
ricevere un messaggio che gli giunge in una lingua straniera e
sconosciuta? Scrivendo nelle lingue dei colonizzatori, i romanzieri
africani delle prime due generazioni hanno parlato di fatto più
all'Europa e al mondo occidentale in genere che non all'Africa. In un
primo momento la cosa era senza dubbio necessaria, stante l'arroganza
degli occupanti e il pregiudizio della loro superiorità culturale. Ma
poi l'uso della lingua straniera si sarebbe necessariamente trasformato
in una palla al piede. Oggi l'ostacolo della lingua sembra in via di
graduale superamento, sia perché i romanzieri ricorrono sempre più
spesso alle lingue locali o alle lingue derivate dalle lingue europee,
sia perché le scuole offrono maggiori possibilità di approfondimento
della conoscenza delle lingue straniere.
Un altro ostacolo sono certamente le condizioni di
vita e la mentalità dei popoli africani. La vita africana
tradizionale non ha mai comportato attività personali, svolte
individualmente e in solitudine e non ha quindi previsto strutture
adatte per lo svolgimento di queste attività. Anche nel caso in cui si
disponesse di libri, la lettura sarebbe giudicata nel migliore dei casi
un perditempo, se non un atto riprovevole di isolamento e estraniazione
dal flusso coinvolgente della vita sociale e comunitaria. La società
tradizionale non conosce né la figura dello scrittore né la figura del
lettore.
L'editoria africana è in crescita. Il libro,
merce finora rara e costosa, si va pian piano moltiplicando e
diffondendo. Anche se ancora estremamente ridotto - tutti i paesi in via
di sviluppo producono solo un quinto della totalità delle opere
pubblicate nel mondo - il mercato librario africano sta crescendo.
Cominciano ad esistere case editrici anche sul continente africano, per
cui non tutti i libri circolanti in Africa devono essere importati, come
avveniva regolarmente fino a metà degli anni '70. Sull'esempio delle Case
editrici africane ubicate a Parigi (Présence
africaine, 1947, l'Harmattan,
1975, Karthala, 1980), o a Londra, sono
sorte piccole Case editrici anche in Africa: Edizioni Clé a Yaoundé-Camerun
(1963); NEA (Nouvelles Editions africaines) a Dakar (1972); CEDA (Cenre
d'édition et de diffusion africaine) a Abidjan (1974).
Tutto
questo fa ben sperare. Non dovrebbe essere lontano il tempo in cui anche
la narrativa africana possa finalmente giungere prioritariamente, magari
in traduzioni in altre lingue africane, ai suoi destinatari
"naturali" (gli africani) e lo scrittore africano possa essere
veramente ciò che sempre ha inteso essere: il pedagogo del suo popolo.
|
TRE SAGGI
PER CAPIRE |
|

Per comprendere l'Islam secondo
un asse di genere |
|

Per stupirsi della dualistica
percezione/rappresentazione del mondo dell' harem |
|

Per sapere come una donna,
Khalida Messaoudi, fa politica durante la guerra civile in
Algeria |
III
CONCLUSIONE
Quale futuro per la narrativa africana?
Cresce, e non solo in occidente, il numero di coloro che invocano per la
letteratura africana la necessità di porre definitivamente fine alla
sua fase anticoloniale e allo stadio della cattiva coscienza. Bisogna
chiudere il rubinetto delle lamentele e delle recriminazioni, congedare
una volta per tutte i propri rancori e le proprie collere nei confronti
degli ex-colonizzatori e uscire, al tempo stesso, dal solco della
cattiva coscienza, superando la falsa alternativa fra tradizione e
modernità. D'altra parte, non serve neppure attardarsi nella
puntigliosa riabilitazione della cultura africana agli occhi
dell'Occidente. Sembra giunto il momento di affrontare lucidamente la
reale situazione dell'Africa odierna e di impegnarsi a costruire la
società africana dell'oggi e del domani, ponendo decisamente mano ai
problemi in cui il continente si sta dibattendo.
Si avverte sempre più la necessità di produrre una letteratura
autenticamente africana. La formazione impartita nelle università
africane è ancora pesantemente condizionata dai contenuti e dai modelli
occidentali, dalla cultura importata dai colonizzatori. Finora la
letteratura africana è stata per lo più letteratura di imitazione,
anche se in quest'ultimo decennio si sono fatti notevoli passi avanti
nella riscoperta e valorizzazione dei modelli della tradizione orale
(racconti, proverbi, canzoni..., scavi linguistici, mescolanze di generi
diversi). Quelli che vengono considerati "classici
africani" (Senghor, Achebe, Soyinka) sono ancora in gran
parte "classici europei" (Soyinka, premio Nobel 1986, Senghor
accademico di Francia, 1983). Del resto, non potrebbe essere altrimenti.
Gli scrittori africani sono stati finora laureati, professori
universitari, insegnanti di scuole superiori, diplomatici. Per motivi di
studio, per ragioni politici (esilio) o di lavoro, essi hanno vissuto un
periodo più o meno lungo della loro vita in Occidente, finendo per
assorbirne mode, gusti e stili.
Il problema della lingua è lungi dall'essere adeguatamente risolto. Un
numero crescente di romanzieri passa alle lingue locali, ma la narrativa
africana parla ancora le lingue degli ex-colonizzatori. La strada delle
lingue derivate (afrikaans, pidgin [Nigeria], krio [Sierra Leone],
creolo [isole dell'Oceano indiano], kikuyu, kiswahili) sembra poter
offrire buone prospettive. Anche la strada delle traduzioni fra lingue
africane può essere una buona strada. Finché non esisterà una
narrativa africana nelle lingue africane, gli autori parleranno più
all'Occidente che all'Africa. L'adozione delle lingue africane sarebbe
anche il primo passo verso la formazione di letterature nazionali, oggi
di fatto inesistenti sul continente africano. Finora sono esistite solo
letterature di etnie, per cui l'espressione "letteratura
africana" sembra ancora la più adeguata per presentare la totalità
della produzione letteraria del continente. Solo l'esistenza di vere e
proprie letterature nazionali renderebbe inutile, se non addirittura
fuorviante, il ricorso a una tale espressione. L'esistenza in Europa
delle varie e ben definite letterature nazionali esime dal ricorrere
all'espressione generica di "letteratura europea".
BIBLIOGRAFIA
-
AA.VV., Letterature dell'Africa, Jaca Book, Milano 1994.
-
AA.VV., Noci di cola, vino di palma. Letteratura dell'Africa
subsahariana in un'ottica interculturale, Cres-Edizioni Lavoro, Roma
1997.
-"Africa
e Mediterraneo". Cultura, politica, economia, società. Rivista
trimestrale.
-
Brambilla C., "Lacerati creativi africani. La letteratura
nero-africana in lingue europee: un bilancio degli anni Ottanta",
dossier, in Nigrizia, febbraio 1994.
-
Chevrier J., Letteratura negra di espressione francese, SEI,
Torino 1986.
-
Dabla S., Nouvelles écritures africaines. Romanciers de la seconde génération,
L'Harmattan, Paris 1986.
-
Marcato Falzoni F., "Il romanzo femminile nell'Africa subsahariana
francofona", in Terzo Mondo Informazioni, marzo 1992.
-
Morsiani J., Da Tutuola a Rotimi: una letteratura africana in lingua
inglese, Piovan, Abano Terme, 1983.
-
Stewart D., Le roman africain anglophone depuis 1965. D'Achebe à
Soyinka, L'Harmattan, Paris 1988.
-
Vivan I., Letteratura africana. Interpreti rituali. Il romanzo
dell'Africa nera, Dedalo, Bari 1978.
|
L'AUTORE
PIU' TRADOTTO IN ITALIA TAHAR
BEN JALLOUN (Marocco-Francia) |
|

Lo scrivano
|

Creatura di sabbia
|

L'islam spiegato ai nostri
figli
|

L'albergo dei poveri
|
|
IV
LISTA
DI ROMANZI AFRICANI IN TRADUZIONE ITALIANA
AA.VV., Racconti dall'Africa, Mondadori,
1993.
Abrahams P., Dire libertà. Memorie del Sud Africa,
Edizioni Lavoro (EL) 1987.
Achebe Ch., Il crollo, Jaka Book, 1994.
Achebe Ch., La freccia di Dio, Jaca Book 1994.
Achebe Ch., Ormai a disagio, Jaca Book 1994.
Achebe Ch., Un uomo del
popolo, Jaka Book 1994.
Achebe Ch., Viandanti della storia, EL, 1991.
Bâ M., Cuore africano, Sei, Torino 1980.
Belo Marques A., La nave arenata. Aiep-Guaraldi,
1993.
Ben Okri, La via della fame. Bompiani, 1992.
Boudjedra R., Il ripudio, EL 1993
Boudjedra R., La pioggia, EL 21994.
Boudjedra
R., Timimun, EL 1995.
Boudjedra, Il ripudio, EL 1993.
Boudjedra, La pioggia, EL 1990.
Boyd W., Brazzaville beach, Frassinelli,
1981.
Camara
Laye, Un bambino nero. Aiep-Guaraldi, 1993.
Chraibi D., Nascita all'alba, EL 1989.
Condé M., Segù 1: Le muraglie di terra, Edizioni
Lavoro 1988.
Condé M., Segù 2: La terra in briciole, EL, 1994.
Couto M., Voci all'imbrunire, EL 21993.
Diop B., I racconti di Amadou Koumba, Patron Bologna
1979.
Diop B., Il tempo di Tamango, Oltremare,
Vicenza 1991.
Diouf
A., L'uomo uccello, EMI Bologna 1993.
Ekwensi C., Jagua Nuna, EL 1993.
Emecheta, B., Cittadina di seconda classe. Giunti-Astrea,
1987.
Farah N., Chiuditi Sesamo, EL 1992.
Farah N., Latte agrodolce, EL 1993.
Farali, N., Sardine. Edizioni Lavoro, 1996.
Fugart A., Tsotsi, Marietti, 1991.
Hampate Bâ, L'interprete briccone o Lo strano destino
di Wangria, EL 21995.
Head B., La donna dei tesori. Racconti da un villaggio
del Botswana, EL 31995.
Head
B., Una questione di potere,
Edizioni Lavoro, 1994.
Honwana L.B., Papà, il serpente e io,
Biblioteca del Vascello, 1993.
Joubert E., Il lungo viaggio di Poppie Nongena,
Giunti 1988.
Kenyatta Y., La montagna dello splendore, Jaka Book
1977.
Kharrat Edwar al-, Alessandria città di zafferano,
Jouvence Roma 1994.
Liking
Werewere, Orfeo africano, Harmattan Italia 1981.
Lopes
H., Cercatore d'Afriche, Jaca Book, 1995.
Luandino
Vieira J., Luanda. Feltrinelli, 1990.
Mahfuz N., Miramar, EL 1990.
Maimane A., Vittime, EL, 1992.
Meddab A., Fantasia, EL 1993.
Mernissi F., La terrazza proibita. Vita nell'harem,
Giunti 1996.
Mofolo Th., Chaka, EL 1988.
Ngugi wa Thiong'o, Petali di sangue. Jaca
Book
Ngugi wa Thiong'o, Se ne andranno le nuvole
devastatrici. Jaca Book, 1975.
Ngugi wa Thiong'o, Un chicco di grano, Jaca
Book, 1978.
Niane Djibril Tamsir, Sundiata. Epopea mandinga, EL,
31995.
Nkosi L., Sabbie nere. EL 1988.
Pepetela, Mayombe, EL 1989.
Rive R., District Six, EL 1990.
Sabri
Musa, L'incidente del mezzo metro, EL 1995
Salih, T., La stagione della migrazione a Nord,
Sellerio,1992.
Schreiner, Storia di una fattoria africana, Giunti
1992.
Sembene O., Il fumo della savana, EL 1990.
Sepamla S., Soweto, EL 1989.
Serhane A., Il sole degli oscuri, Theoria 1994.
Soyinka W., La morte e il cavaliere del re,
Jaca Book, 1993.
Soyinka W., Aké. Gli anni dell'infanzia. Jaca
Book,1984.
Soyinka W., Gli interpreti, Jaca Book, 1979.
Soyinka W., L'uomo è morto. Jaca Book, 1986.
Soyinka W., Stagione di anomia. Jaca Book,
1981.
Stockenström W., Spedizione al baobab, Il
Quadrante,1987.
Taha Ben Jalloun, A occhi bassi, Einaudi 1993.
Tahar Ben Jalloun, Creatura di sabbia, Einaudi 1995.
Tahar Ben Jalloun, La preghiera dell'assente, EL 21995.
Tahar Ben Jalloun, Moha il folle, Moha il saggio, EL
21995.
Tahar Ben Jalloun, Notte fatale, Einaudi 1995.
Tansi Sony Labou, La vita e mezza, EL 1990.
Tansi
Sony Labou, Le sette solitudini di Lorsa Lopez. Einaudi, 1988.
Tierno
Monénembo, Le radici della pietra. Aiep-Guaraldi, 1994.
Tsitsi Dangarembga, Condizioni netvose,
Frassinelli, 1991.
Tutuola A., La mia vita nel bosco degli spiriti,
Adelphi 1991.
Tutuola A., Povero, baruffone, malandrino,
Feltrinelli 1990.
Vieira J.L., Luanda, Feltrinelli, Milano
1990.
Wicomb Z., Cenere sulla mia manica, EL 1993.
Zameenzad A., Il mio amico e la puttana, Giunti
1994.
Zwi R., Un altro anno in Africa, EL 1995.
|