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MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI: CONOSCERLE
E COMBATTERLE
Francesca Bettini
Articolo pubblicato grazie alla collaborazione tra Comen e Arabroma
Ho sentito parlare per la prima volta di "circoncisione" femminile durante il Forum delle Organizzazioni non governative tenutosi a Copenhagen nel 1980. Ricordo bene la mia reazione immediata: stupore e incredulità. Ero perplessa, non riuscivo proprio a
comprendere cosa dei genitali esterni femminili potesse mai venire circonciso. Decisi di informarmi, volevo capire. Quello che scoprii fu orribile.
Questa premessa non è superflua perché, nonostante siano passati quasi venti anni, ben poco è stato detto e fatto per combattere l'aberrazione delle mutilazioni genitali femminili che nulla hanno a che fare con la circoncisione. Questo termine, infatti, significa letteralmente "tagliare
all'intorno" ed è generalmente riferito agli organi genitali umani.
Ma per ciò che concerne i genitali esterni femminili tale intervento nelle sue varie forme corrisponde alla definizione di Gérard Zwang: "qualsiasi asportazione definitiva e irrimediabile di un organo sano costituisce una mutilazione".
Sulle mutilazioni esiste - anche grazie ad informazioni capziose e approssimative diffuse dai mezzi di comunicazione - un'ignoranza generalizzata che fa sì che esse spesso vengano, appunto, raggruppate sotto il termine fuorviante di circoncisione e soprattutto collocate strumentalmente fra gli usi religiosi
inerenti al mondo musulmano.
Dunque, è d'obbligo fare chiarezza.
L'area geografica interessata, oltre 20 paesi, è
principalmente il continente africano (Somalia, Gibuti, nord del Sudan, Kenia settentrionale, Nigeria del nord, alcune zone dell'Etiopia, dell'Eritrea e del Mali, Burkina Faso, Sierra Leone, Tanzania meridionale e le popolazioni della valle del Nilo.) Al di fuori del continente africano le mutilazioni vengono
praticate in Oman, nello Yemen meridionale, negli Emirati Arabi Uniti, in alcune popolazioni dell'Indonesia, della Malesia, dell'India e del Pakistan e persino da alcune popolazioni aborigene australiane.
Anzitutto va precisato che l'unica pratica che trova un equivalente (anche se a mio parere forzato) con la circoncisione maschile è quella conosciuta impropriamente come sunna. Ne esitono due forme. La prima - che mantiene il suo carattere rituale - consiste
in una piccola incisione sul prepuzio (o cappuccio) della clitoride senza asportarne nessuna parte, limitandosi a far uscire alcune gocce di sangue, la seconda nell'asportazione del prepuzio della clitoride, conservando l'integrità dell'organo. Sembra che non sia dannosa per la donna, e non comporti conseguenze
sulla sua salute, ma ritengo necessario sottolineare che operando su di un organo decisamente piccolo, sicuramente più piccolo del pene di un bambino è molto difficile non provocare lesioni.
Ben altro sono, invece, le vere e proprie mutilazioni genitali.
La gravità delle mutilazioni genitali e l'età a cui vengono eseguite variano da paese a paese (a pochi giorni dalla nascita, a circa sette anni, o nel periodo dell'adolescenza).
I tipi di mutilazione sono essenzialmente due:
l'escissione, ovvero l'asportazione della clitoride e di tutte o parte delle piccole labbra;
l'infibulazione anche detta circoncisione faraonica, ovvero l'asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di almeno 2/3 delle grandi labbra con chiusura dei lembi con spine d'acacia e filo, fino alla cicatrizzazione, lasciando solo un minuscolo orifizio, mantenuto aperto mediante
l'inserimento di un sottile pezzo di legno o di una canna, per la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
L'infibulazione riguarda praticamente la quasi totalità della popolazione femminile della Somalia (oltre il 98%), seguono poi Gibuti (90%,) il nord del Sudan (90%). E' la forma di mutilazione tipica dei paesi del Corno d'Africa; nei villaggi viene spesso effettuata senza alcun anestetico, con coltelli, lamette da barba o pezzi di
vetro. La bambina viene immobilizzata e tenuta con le gambe aperte. Misture di erbe, cenere o terra vengono applicate sulla ferita per fermare l'emorragia. Infine le gambe della bimba vengono legate insieme dall'anca alla caviglia così che lei rimanga immobile per alcuni giorni al fine di consentire la formazione
della cicatrice.
Racconta Faduma, 45 anni, somala: "Come potrei dimenticare una tale violenza? L'operazione ebbe luogo di mattina presto. Quando la donna tagliò la mia clitoride il dolore fu tale che urlai a lungo e mi divincolai, riuscii a scappare, perdendo sangue, prima che mi riprendessero e la
donna potesse completare il tutto chiudendo la vagina con le spine."
Ancora oggi non è possibile stabilire esattamente se queste pratiche abbiano avuto inizio in un'unica area geografica o se si siano sviluppate autonomamente in diverse zone. Gruppi etnici insediati in uno stesso territorio si comportano diversamente: ad esempio, in Kenia i Kikuyu praticano l'escissione e i Luo no;
in Nigeria, lo fanno gli Yoruba, gli Ibo e gli Hausa ma non i Nupes o i Fulani. Gli esempi sono numerosi.
La sociologa egiziana Marie Assad ritiene che ci siano sufficienti prove per affermare che l'infibulazione fosse pratica corrente nell'antico Egitto (l'infibulazione è detta anche circoncisione faraonica) e che da lì abbia avuto origine. Alcuni
ricercatori hanno infatti trovato traccia di clitoridectomia su mummie egiziane del XVI secolo a.C.. Altra spiegazione è che tale pratica fosse un antico rito africano della pubertà, solo in seguito giunta in Egitto.
Fonti ufficiali come l'OMS (che in un'assemblea tenutasi il 13 maggio 1993 a Ginevra
ha condannato con voto unanime queste pratiche) stima che siano dai 90 ai 120 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali. Esse sono state private per sempre del diritto di vivere la propria sessualità perché gli organi amputati non potranno mai essere ricostruiti: non c'è
nessun intervento chirurgico in grado di rimediare a una clitoridectomia e ripristinare la sensibilità erogena dell'apparato menomato. I danni immediati provocati dalle mutilazioni genitali possono essere innumerevoli: emorragia, shock post-operatorio, lacerazioni di altri organi come l'uretra e la vescica, lo
sfintere anale o le ghiandole di Bartolino. Tetano, setticemia. E ancora: difficoltà - se non impossibilità - a urinare, dolore nel defecare. In seguito si avrà ristagno del sangue mestruale, dismenorrea, infezioni croniche dell'utero e della vagina, formazione di cisti e fistole retto-vaginali, ascessi vulvari.
A volte, se si forma una cicatrice cheloidica sulla ferita, questa può impedire la deambulazione.
Ma la conseguenza più atroce dell'escissione è la formazione di un neuroma in corrispondenza del nervo dorsale della clitoride, che fa sì che la zona genitale sia sempre sensibile al tatto in modo insopportabile. Spesso, a causa delle infezioni che interessano gli organi riproduttivi, le donne mutilate diventano sterili. I rapporti sessuali sono dolorosissimi. Per arrivare alla deflorazione possono
passare mesi, spesi in tentativi che causano indicibili sofferenze. Il marito quando non riesce a penetrare la vagina con il pene cerca di allargare la cicatrice con le dita o con un qualsiasi strumento. Le donne infibulate hanno parti penosi ed essendo gli organi che aiutano la dilatazione irrimediabilmente
danneggiati a volte la testa del bambino sfonda il perineo: è necessario praticare episiotomie multiple, cioè due tagli, uno anteriore e uno laterale. La consuetudine vuole che la donna sia reinfibulata dopo ogni parto.
L'escissione e l'infibulazione sono praticate da cattolici, musulmani, protestanti, copti, animisti e non credenti dei vari paesi interessati, dunque esse sono un crimine
interreligioso. Un crimine che origina dal bisogno della società patriarcale di negare e controllare la
sessualità femminile: è ovvio che queste donne non proveranno mai eccitazione, piacere, orgasmo.
La necessità di reprimere la sessualità femminile non ha tempo. Il termine 'infibulazione' deriva dal latino fibula. I romani usavano far passare una fibbia attraverso le grandi labbra dei genitali delle schiave (ed anche delle proprie mogli) per evitare che avessero rapporti sessuali. Ezio, un medico greco
(502-575 d.C.), approvò l'escissione sostenendo che la clitoride doveva essere tolta prima che diventasse troppo grande. Paolo di Egina, altro medico greco del VII secolo d.C., difendeva questa pratica perché una clitoride cresciuta era vergognosa, potendo ergersi come un pene ed essere usata per il coito lesbico.
In tempi relativamente più recenti voglio ricordare le cinture di castità, in uso in Europa nel XII secolo.
Le motivazioni addotte alla pratica delle mutilazioni sono le più svariate.
In alcuni paesi come la Somalia, ad esempio, gli organi genitali femminili così come si presentano, vengono considerati brutti e sporchi e si ritiene che creando una vulva piatta e un orifizio semichiuso la bellezza di una donna venga valorizzata. L'infibulazione tende a questo. In altri paesi si ritiene che
la clitoride possa crescere fino a raggiungere la dimensione di un pene, possa danneggiare il bambino durante il parto. In altri ancora che le secrezioni clitoridee distruggano il potere fecondativo dello sperma e che la donna non possa rimanere incinta. Infine che vada rimossa la parte femminile dell'uomo (il
prepuzio) e la parte maschile delle donne (la clitoride). Ma, ovviamente, la motivazione più comune è quella di proteggere le donne dalla loro natura troppo sensuale, conservandone la castità e preservandone la verginità.
E, come spesso accade nella società patriarcale, sono le stesse donne ad essere nel medesimo tempo vittime e complici di questa nefandezza: sostengono ed eseguono le mutilazioni. Sono le madri a obbligare le figlie; una ragazza non escissa o non infibulata viene emarginata, irrisa, costretta ad
abbandonare la comunità, non troverà nessuno disposto a sposarla.
La pressione culturale è tale che sono le stesse bambine ad attendere impazienti il momento della 'cerimonia'. Finalmente saranno come le altre, "pulite", potranno dire di aver sofferto senza urlare. Il dolore e il terrore che invece ne consegue spesso sviluppa nella bambina a
livello psicologico un senso di tradimento da parte della madre.
Oggigiorno, fra i ceti più abbienti e nelle grandi città, l'escissione e l'infibulazione vengono eseguite da personale medico e sotto anestesia. Diminuiscono i rischi di complicazioni immediate ma la devastazione rimane identica e irreversibile.
Nella maggior parte dei paesi nei quali vengono praticate, le mutilazioni sono formalmente vietate per legge, ma vengono eseguite ugualmente, di nascosto, grazie all'ignavia di chi è al potere. Proibire, dunque, non è sufficiente. E' necessario agire a livello di modificazione e presa
di coscienza sulle donne cercando di far capire loro che l'escissione e l'infibulazione non hanno nulla a che fare con tradizione e cultura etnica da conservare, ma negano la sessualità e devastano il corpo.
Comunque noi, 'evoluti occidentali', non dobbiamo cullarci nell'illusione che le mutilazioni genitali riguardino paesi lontani, del terzo, quarto o quinto mondo. La clitoridectomia era una pratica diffusa in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento (alcuni
medici vi inclusero, bontà loro, anche l'ovarectomia) per curare le 'deviazioni sessuali' come la masturbazione e la 'ninfomania'. Venne regolarmente praticata negli ospedali psichiatrici fino al 1935.
Questo per quanto riguarda il passato. Oggi si sospetta che anche in Italia si eseguano da parte di personale medico escissioni e infibulazioni su figlie di immigrate: vi sono stati infatti casi di donne e bambine che si sono presentate presso le strutture ospedaliere per le consuguenze delle mutilazioni
subite. Un punto di sutura con un filo di seta oppure un tubicino di drenaggio vaginale erano la prova evidente che le mutilazioni erano state fatte nel nostro paese, forse utilizzando strutture pubbliche e comunque in modo esperto e con tecniche chirurgiche perfette.
E mentre milioni di donne subiscono la deliberata asportazione di organi sani, nell'Europa felix non mancano personaggi deliranti come Tobie Nathan, un etnopsichiatra, docente all'Università Paris VIII, secondo il quale l'escissione è un
meccanismo di prevenzione, uno straordinario beneficio sociale che la società francese deve urgentemente riscoprire. A suo illustre parere le donne escisse sarebbero molto più equilibrate e l'incidenza della malattia mentale fra di loro sarebbe quasi nulla. Infine, l'etnopsichiatra francese sostiene che i
'riti iniziatici' possono essere modificati soltanto se è un popolo intero a farlo. Al contrario io credo che in genere sono proprio le minoranze a innescare la trasformazione e la cancellazione di forme e abitudini culturali.
A questo triste individuo (al quale consiglio l'asportazione di pene e testicoli così da accrescere il suo equilibrio) dà man forte l'antropologo Claude Lévi-Strauss che tempo fa ha affermato che c'è poesia e bellezza nelle mutilazioni e che queste
costituiscono un attentato all'integrità del corpo infantile solo secondo una morale occidentale......
La risposta è una sola. L'infibulazione così come l'escissione sono da paragonarsi alla castrazione maschile. C'è da sottolineare, però, che per quanto la castrazione possa essere orribile, gli eunuchi hanno sofferto meno delle donne mutilate perché non hanno dovuto far
passare un pene o partorire attraverso gli organi menomati.
Le mutilazioni genitali femminili dovrebbero essere considerate alla stessa stregua della tortura e combattute con il medesimo impegno e la stessa forza.
Cultura e tradizione non hanno nulla a che fare con l'impossibilità a vivere la sessualità, a provare piacere, a godere un orgasmo, con lo strazio nell'esplicazione dei più elementari bisogni fisiologici, con l'esperienza della maternità trasformata in un incubo.
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Bibliografia essenziale:
E.Dorkenoo, S.Elworthy, Mutilazioni genitali femminili, AIDOS, Quaderno n. 1 n. 2, Roma, Edizione aggiornata aprile 1992
A.Hersi Magan, La circoncisione e l'infibuazione delle donne somale, tesi inedita, Università degli studi di Catania, anno accademico 1993-94
A.Garusi, Le lacrime che nessuno vede, in "Nigrizia", Novembre 1996, pagg. 31-46
M. French, La guerra contro le donne, Rizzoli, Milano, 1993, pag.118 e seg.
M. Antonietta Saracino, Le mutilazioni sessuali in Somalia: le donne raccontano, in "DWF", n.22, 1982
P.Grassivaro Gallo, La circoncisione femminile in Somalia, Franco Angeli, Milano, 1986
S.Salad Hassan, La donna mutilata, Loggia dei Lanzi, Firenze, 1996
A.Thiam, Black Sisters, Speak out: Feminism and Oppression in Black Africa, Pluto Press, London, 1986
A.Walker, Possedere il segreto della gioia, Rizzoli, Milano, 1993
A.al-Darir, Women Why Do you Weep?, Zed Press, London, 1982
Idem, Female Circumcision and its Consequences for Mother and Child, studio presentato al simposio africano sul mondo del lavoro e la protezione dell'infanzia, Yaoundeé, 12-15 dicembre 1979
M.Assad, Female Circumcision in Egypt - Current Research and Social Implications, American University in Cairo, 1979
H.Lightfoot-Klein, Prisoners of Ritual: an Odyssey into Female Genital Circumcision in Africa, Harrington Park Press, Binghamton, New York, 1989
La raccolta di informazioni più completa fra quelle disponibili è:
F.Osken, The Osken Report - Genitale and Sexual Mutilation of Females, Women's International Network News, 187 Grant St., Lexington, MA 02173 Usa, edizione riveduta e ampliata autunno 1982.
Sulle mutilazioni praticate nel XIX secolo in America:
G.J. Barker Benfield, The Horrors of the Half Known Life: Male Attitude Toward Women and Sexuality in Nineteenth Century America, Harper & Row, New York, 1976
Source: dal sito ARABROMA, Le voci delle donne, "Donne Mediterranee"
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LE MUTILAZIONI SESSUALI
FEMMINILI: TIPOLOGIA E CONSEGUENZE FISICHE
BRANI
ANTOLOGICI DAL LIBRO "LA DONNA MUTILATA"
e
Tipologia delle mutilazioni
Si possono distinguere diversi tipi di mutilazione genitale:
1. Circoncisione, o taglio del prepuzio o cappuccio del
clitoride, noto nei Paesi musulmani come sunna (tradizione).
2. Recensione, si intende il taglio del clitoride e di
tutte o parte delle piccole labbra
3. Infibulazione, l'asportazione del clitoride, delle
piccole labbra e almeno dei 2/3 anteriori e spesso della intera
sezione mediale delle grandi labbra. I due lati della vulva
vengono poi attaccati insieme con suture in seta o minugia, o con
spine, occludendo così l'accesso vaginale, eccettuata una
piccolissima apertura, garanti-ta dall'inserimento di sottili
pezzetti di legno o da una cannuccia di giunco, per il passaggio
dell'urina e del sangue mestruale.
4. Intermedio, la rimozione del clitoride e di alcune parti
o di tutte le piccole labbra. Talvolta alcune porzioni delle
grandi labbra vengono asportate e suturate.
Vi sono vari gradi, quindi, a seconda delle richieste dei parenti
della bambina. L'età in cui si effettuano le mutilazioni varia da
zona a zona, anche se contro tale pratica è prevista una
specifica legislazione. L'età in cui viene praticata tale
mutilazione varia da pochi giorni di vita (come avviene per
esempio presso il gruppo ebreo dei Falas in Etiopia e i nomadi del
Sudan), fino a circa sette anni (come avviene in Egitto e in
diverse nazioni dell'Africa centrale) o fino all'adolescenza (tra
gli Ibo della Nigeria per esempio, dove tali recisioni vengono
fatte solo poco prima del matrimonio, ma solo prima del primo
figlio tra gli Abo, nella Nigeria centro-occidentale).
Conseguenze fisiche
I rischi per la salute e le complicazioni dipendono dalla
gravità della mutilazione, dalle condizioni igieniche,
dall'abilità e dalla capacità dell'operatrice e dalla resistenza
opposta dalla bambina. In ogni caso, immediate o a lungo termine,
le complicazioni sono serie.
Complicazioni a breve termine
a) Le complicazioni a breve termine includono: emorragia per la
recissione dell'arteria vulvare o dell'arteria dorsale del
clitoride; shock post-operatorio (la morte può essere evitata
solo se sono possibili trasfusioni di sangue e rianimazione
d'emergenza). La scarsa abilità dell'operatrice o la attiva
resistenza da parte della bambina possono produrre tagli ad altri
organi: l'uretra, la vescica (complicata da ritenzione urinaria e
un'infezione alla vescica), lo sfintere anale, le pareti vaginali
o la ghiandola del Bardolini. Tutti gli strumenti usati raramente
sono stati preventivamente sterilizzati, e così spesso vengono
contratti il tetano (non di rado letale) e setticemia.
Complicazioni a lungo termine
b) Sono frequenti infezioni croniche dell'utero e della vagina,
essendo la vagina divenuta, nel caso dell'infibulazione, un organo
semi-ermetico. Talvolta un corpo estraneo di notevoli dimensioni
si forma all'interno della vagina, come risultato dell'accumularsi
delle secrezioni di muco. Formazioni di cicatrici cheloidi sulla
ferita vulvare possono diventare di così vaste proporzioni da
impedire la deambulazione. La crescita di cisti dermoidi grosse
come un pompelmo non è rara. La formazione di fistole e prolassi
(dovute all'ostruzione durante il travaglio di parto che porta ad
una ernia della vagina e/ o dell'utero) è causa, con il passare
degli anni, di incontinenza, tanto che molte donne mutilate
emettono continuamente urina. Un'altra grave complicazione è la
dismenorrea (mestruazioni estremamente dolorose), poiché il
sangue mestruale non può fuoriuscire liberamente, e giovani
ragazze che hanno subito l'infibulazione cercano di rimuovere i
coagoli accumulati con le unghie, se l'apertura non è
sufficientemente ampia.
Il risultato più straziante della recissione è lo svilupparsi
di un neurinoma nel punto di sezione del nervo dorsale del
clitoride, che rende tutta l'area genitale perennemente e
insopportabilmente sensibile al tatto. Si possono anche sviluppare
ascessi vulvari. Le donne che hanno subito mutilazioni - non c'è
bisogno di dirlo -provano forti dolori durante il rapporto
sessuale (dispaurenia) ed esse talvolta diventano sterili a causa
delle infezioni croniche delle vie urogenitali.
Ulteriori complicazioni durante il parto sono inevitabili per
quelle donne che hanno subito un'infibulazione, perché comporta
sempre una lacerazione del tessuto cicatrizzato.
La vulva fortemente occlusa ha infatti perso la sua elasticità
e, se non riaperta in tempo, fatalmente ostacola la fase espulsiva
del parto.
La testa del bambino può essere fatta passare attraverso il
perineo, che si lacera più facilmente del tessuto cicatrizzato
dell'infibulazione, provocando così un'alta incidenza di
lacerazioni perineali. Ci sono perdite di sangue importanti e il
dolore può provocare inerzia uterina.
Il lungo e ostacolato travaglio può portare ad una morte del
feto o può creare danni neurologici al bambino. A causa della
profonda alterazione delle strutture anatomiche esterne,
l'esecuzione della episiotomia chirurgica presenta un maggiore
rischio di lesione di altre strutture vicine, la cervice
dell'utero della madre o alcune parti del bambino, specialmente se
l'operatrice lavora in fretta.
Vi è anche pericolo di infezione. La consuetudine richiede che
dopo ogni parto la donna venga nuovamente infibulata, o ricucita,
e ciò può accadere anche dodici volte o più.
Trasmissione dell'HIV e mutilazione genitale
femminile
Il fatto che la perdita di sangue e le ferite aperte aumentino
la possibilità di infezioni ha portato alla preoccupazione che
queste pratiche tradizionali che interessano donne e bambine,
possano produrre maggiori rischi di infezioni. L'infibulazione
danneggia gli organi genitali e la riapertura della vulva dopo il
matrimonio li danneggia ulteriormente. Tutti e due questi momenti
aumentano la possibilità di infezione ed anche la possibilità di
infezione da HIV.
In alcuni casi, poiché l'infibulazione impedisce rapporti
sessuali vaginali, vengono praticati, in alternativa, rapporti
sessuali anali; di conseguenza, il risultante danneggiamento dei
tessuti è una possibile via alla infezione da HIV. Nella pratica
della mutilazione genitale femminile viene di solito impiegato un
unico strumento per intervenire su più donne e questo produce un
alto rischio di trasmissione di qualsiasi infezione e,
conseguentemente, nel caso in cui sia presente l'infezione da HIV,
il rischio di trasmissione di tale infezione è evidentemente
molto alto.
Brani tratti dal libro di
Sirad Salad Hassan, "La donna mutilata", Ed.Loggia de' Lanzi, Firenze, 1999
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Primo
stop all'infibulazione
Un disegno di legge per rendere reato le
mutilazioni sessuali: pene da 6 a 12 anni
e
LAURA GENGA
No all'infibulazione in
Italia. Lo stop arriva
dal disegno di legge approvato ieri in commissione giustizia al
senato che vieta l'infibulazione e introduce il reato specifico di
mutilazioni genitali nel nostro ordinamento. Dopo il via libera
della commissione di palazzo Madama al testo presentato dal senatore
di An Giuseppe Consolo, per l'approvazione definitiva manca il «sì»
dell'aula e quello della camera. Il disegno di legge reprime la
pratica delle mutilazioni genitali con pene che vanno da 6 a 12 anni
di carcere, che vengono aumentate di un terzo se a subìre la
pratica è una minore. E vengono puniti tutti i casi di «violenza
sulla persona diretta agli organi genitali e consistente in
mutilazioni e lesioni effettuate in mancanza di esigenze
terapeutiche al fine di condizionare le funzioni sessuali della
vittima».
Il disegno di legge prevede infine anche
l'extraterritorialità del reato, quindi chiunque risieda nel nostro
paese e esegua le mutilazioni all'estero sarà comunque perseguibile
al suo rientro in Italia. «E' un passo importante che ha visto la
convergenza di tutti i gruppi e che rappresenta un segnale chiaro e
preciso», ha commentato Stefania
Prestigiacomo, ministro per le
pari opportunità. «Le mutilazioni genitali sono una grave
violazione dei diritti umani, appaiono inaccettabili e meritano una
specifica previsione e sanzione nel nostro ordinamento».
Una legge
che ha messo d'accordo tutti, maggioranza e opposizione. «Il voto
all'unanimità - commenta il senatore Giampaolo Zancan, capogruppo
dei Verdi in commissione giustizia - dimostra che quando si legifera
non nell'interesse di parte o personale, ma per una giusta e grande
causa, un'opposizione seria e responsabile non ha nessuna difficoltà
a partecipare e collaborare attivamente». La commissione ha votato
positivamente anche per il passaggio dell'esame in sede deliberante
provvedimento che accelera l'approvazione definitiva del disegno di
legge al senato.
Oltre a interessare tradizionalmente i paesi dell'Africa
subsahariana e alcuni stati asiatici, con l'immigrazione l'infibulazione
è diventata un fenomeno sociale di rilievo anche in Europa, Usa e
Canada. Fenomeno che non ha nulla a che vedere con motivazioni
religiose, ma che è praticata dall'uomo come forma di estremo
controllo sulla donna, per privarla della possibilità di provare
piacere (e di tradirlo). Ma non basta. L'infibulazione rende
dolorosi per le vittime sia i rapporti sessuali che lo stesso parto,
oltre a causare spesso infezioni e malattie. In tutti i paesi in cui
l'infibulazione è una tradizione, poi, le donne non mutilate non
hanno diritti, sono considerate reiette.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità sono 130 milioni al
mondo le vittime dell'infibulazione, tra le 30 e le 50mila delle
quali nel nostro paese dove ogni anno almeno 6mila bambine tra i 4 e
i 12 anni sono sottoposte a questa violenza. Ora che l'Italia si
dota di una legge specifica per vietare ogni tipo di mutilazione
sessuale, su sollecitazione di Ong e associazioni, si metterà al
pari con Gran Bretagna, Svezia e Norvegia. Fino a oggi nei rari casi
in cui nel nostro Paese si sono sporte denunce a riguardo si sono
applicati gli articoli del codice penale relativi alle lesioni
personali, come tuttora avviene in Francia e Germania.
Leili Khosravi, ginecologa italiana di religione
musulmana, ha salutato con soddisfazione il passaggio in commissione giustizia del
testo di legge. La dottoressa, che da dieci anni si batte contro l'infibulazione,
non manca di avvertire sulla necessità di non lasciare sole le
donne vittime della cosiddetta «iniziazione» sessuale: «E'
importante che queste leggi siano sempre associate alla rieducazione
- ha spiegato - che nel servizio sanitario nazionale e negli
ospedali ci siano persone capaci di accogliere con competenza e
aiutare l'inserimento sociale di queste donne nel nostro paese».
Come dire: non basta vietare le pratiche «barbare» per
tranquillizzare la coscienza occidentale.
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Mutilazioni genitali femminili, un dizionario ne denuncia
l’orrore
24/06/2003 | Il Giornale di Brescia
e
IL CAIRO - In una materia di intensa violenza e
allo stesso tempo così delicata da trattare per le protagoniste,
come la mutilazione genitale femminile (fgm), è certo opportuno
raccogliere tutte le conoscenze possibili sui paesi in cui si
pratica. È per questo che qualcuno ha pensato di preparare un
dizionario in materia, («lo definirei meglio una guida», precisa
poi l’autrice), che sarà pronto entro la fine dell’anno e sarà
pubblicato a Parigi dalla scrittrice franco-tunisina
Sophie Bessis.
Il dizionario-guida è stato annunciato ieri al Cairo, nel giorno
conclusivo della «consultazione di esperti afro-arabi» durata tre
giorni per discutere sugli «strumenti legali della prevenzione
della mutilazione genitale femminile», aperta sabato scorso dalla
first lady egiziana, Suzanne Mubarak, e preparata dall’europarlamentare
Emma Bonino, nell’ambito della campagna «Stopf Fgm», promossa
dalla Commissione Europea. Docente di storia politica dell’Africa
nera in una delle università parigine, Bessis è nota per aver
pubblicato tutt’altri libri: L’arma alimentare, sulla fame nel
mondo, nel 1979, Donne del Maghreb (1992), L’Occidente et les
autres (2001, di recente tradotto in italiano). «È stata proprio
Emma Bonino, che conoscevo da tempo - racconta Sophie - che mi ha
chiesto un anno fa se ero disponibile a compilare un dizionario, un
volume di raccolta dei dati e di tutti gli elementi conosciuti di
questa terribile vicenda che passa sul corpo di tante donne africane
e arabe. Così mi sono messa all’opera ed entro ottobre potrei già
averla finita, ma poi ci saranno slittamenti ed allora ho pensato
che la data giusta per diffonderla sarà il 10 dicembre, il primo
anniversario dell’avvio della campagna contro le mutilazioni
genitali femminili».
È un’opera complessa - «in realtà un
dizionario sulle parole sarebbe affascinante, ma allo stato è
estremamente complicata come impresa», precisa Bessis - divisa in
quattro parti fondamentali. Si apre con un’introduzione di
carattere generale su 28 paesi (gli stessi che hanno partecipato
alla 3 giorni del Cairo), più altri nei quali non c’è una grande
presenza del fenomeno ed ancora quelli europei dove la fgm è stata
più o meno diffusamente introdotta da comunità di emigranti arabi
e africani.
La prima parte comprende anche un’ampia
cartografia sulle aree del mondo interessate dal fenomeno delle
mutilazioni genitali femminili.
L’opera comprende una descrizione
paese per paese con dati che riguardano la condizione della donna,
le leggi che la proteggono, le organizzazioni che si occupano in
ciascuno di essi del fenomeno
e altri dati generali come il tasso di
democraticità.
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e
Bonino
spiega le nuove iniziative da prendere
dopo
il convegno del Cairo sulle mutilazioni genitali
1
Rolla Scolari
Una tradizione, una pratica che si perde
nella notte dei tempi: la mutilazione genitale femminile, in uso in
molti paesi africani, in alcune zone del mondo arabo, in parti
dell’Asia e nei paesi occidentali in cui il fenomeno
dell’immigrazione è sempre più vasto. Per molte comunità
rurali, la mutilazione è garanzia della verginità della donna,
della sua fedeltà, della sua fertilità. In realtà questa pratica,
che consiste nell’asportazione dei genitali esterni, è una
terribile violazione dei diritti delle donne. Nei villaggi, a
eseguire queste operazioni, nelle più precarie condizioni
igieniche, sono curatori tradizionali o barbieri. Le conseguenze
delle mutilazioni su ragazzine dai cinque ai dodici anni sono spesso
fatali: emorragie, infezioni, gravi problemi al momento del parto,
che portano sovente alla morte del bambino o della madre. Per non
parlare del danno psicologico creato alle donne, private di una
normale ed equilibrata vita sessuale. Secondo le statistiche il
problema riguarda 130 milioni di donne al
mondo: due milioni di
ragazze ogni anno subiscono mutilazioni genitali.
Combattere contro tradizioni e usi radicati
da secoli nella società, contro una mentalità antica non è certo
cosa facile: la sfida è stata lanciata al Cairo, dove dal 21 al 23
giugno esperti di 28 paesi, africani e arabi, hanno partecipato alla
conferenza: “Strumenti legali per la prevenzione della mutilazione
genitale femminile (Mgf)”. All’origine della conferenza anche
gli sforzi dell’europarlamentare Emma Bonino, in prima linea nella
battaglia per i diritti umani: “Ci serve una legge di proibizione
nella battaglia contro le Mgf – spiega la Bonino – ma accanto a
ciò i singoli governi devono assumersi la responsabilità di
promuovere campagne di informazione per cambiare la mentalità della
popolazione. Questo significa in molti casi anche più democrazia:
le ong locali che operano sul terreno devono avere la libertà di
agire, mentre in certi paesi queste associazioni sono ai margini
della società”.
La legge da sola non basta. Prova ne è il fatto che in Egitto
l’escissione è vietata ma la pratica è ancora in uso. Ciò che
più importa è l’educazione della popolazione: sensibilizzare per
cambiare le mentalità della gente.
Gran parte delle popolazioni rurali e dei gruppi tribali considerano
le Mgf precetti religiosi, dell’Islam prima di tutto, ma anche del
Cristianesimo. Le origini di queste pratiche sono ben più antiche e
non hanno nulla a che vedere con Bibbia e Corano. “Lo Sheikh di
Al-Azhar, Mohammed Sayed Tantaui, ha esplicitamente detto che il
Corano non prevede questa pratica – continua la Bonino – il
rappresentante della Chiesa copta ha chiarito che la Bibbia non la
menziona neanche. La Chiesa copta condanna le Mgf come violazione
dei diritti umani”.
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e
Molti
ministri (arabe e africane) presenti
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Protagoniste e promotrici dei lavori le donne, africane, arabe,
attiviste, femministe, politiche, medici, avvocati, ex curatrici
tradizionali. Insieme per discutere dell’importanza della legge e
dell’educazione come strumenti contro le Mgf unite dalla volontà
di combattere per i propri diritti. Tra loro alcune ministre
africane, molte con un passato di attiviste:
Miriam Lamizana è
ministro degli Affari sociali e della Solidarietà sociale del
Burkina Faso,
unico paese africano ad avere una legge contro le Mgf;
Gifti Abassiya, ministro della Condizione delle donne in Etiopia;
Suzanne Aho, ministro della Salute del Togo; Bassine Niang, ministro
per i Diritti umani in Senegal, famosa per essere stata la prima
donna avvocato del tribunale di Dakar. Per l’Egitto, la first lady
Suzanne Mubarak, in prima linea nella battaglia per i diritti delle
donne in Egitto e Moushira Khattab, segretario generale del
Consiglio nazionale per l’Infanzia e la Maternità, organo
governativo creato nel 1988.
L’Egitto ha conosciuto il femminismo
presto: negli anni 20 Hoda Saadawi, sconvolse per prima la società
tradizionalista rifiutando di indossare il velo. Oggi nel paese le
donne non hanno smesso di combattere, anche se Nawal el-Saadawi,
medico, scrittrice, attivista dei diritti delle donne si è
trasferita negli Stati Uniti. Per le sue battaglie è stata
imprigionata sotto Sadat. Nel 1982 ha fondato l’AWSA,
organizzazione no profit per la liberazione delle donne arabe e per
l’attiva partecipazione di queste alla vita politica, sociale ed
economica. Non si tratta dell’unica associazione per i diritti
delle donne esistente nei paesi arabi, né el-Saadawi è un caso a
parte: dal Marocco dell’ormai famosa Fatima Mernissi, i cui libri
sulla condizione delle donne sono letti anche qui da noi, allo Yemen
di Amat Al-Aleem Ali Alsowa, prima donna a diventare ministro nel
paese, molte sono le attiviste e le organizzazioni che si battono
per la liberazione della donna. Anche la conferenza del Cairo va in
questa direzione, ma cosa verrà dopo? “Adesso si tratta di andare
avanti, siamo a un punto di svolta e di non ritorno – conclude la
Bonino – l’impegno è quello di portare la Dichiarazione all’Onu,
alla Lega Araba, all’Unione africana e a quella europea. Per la
realizzazione di progetti ci vogliono soldi”.
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e
Stop alle baby infibulate. L'appello ai Capi di Stato
di
GIANFRANCO D'ALBA*
09/07/2003 | La Gazzetta del Mezzogiorno
Emma Bonino, con l'associazione «Non c'é Pace senza Giustizia» e
con «Aidos» («Associazione italiana donne per lo sviluppo) è da
tempo in prima fila nella lotta contro l'infibulazione ed è tra le
promotrici dell'appello internazionale «Stop
FGM» per
l'eliminazione della pratica delle mutilazioni dei genitali
femminili.
L'obiettivo è quello di conseguire risultati concreti per riuscire
a eliminare la pratica ancestrale della mutilazione dei genitali
femminili ancora praticata in almeno 28 Paesi africani e arabi e che
ogni anno viene ancora inflitta ad oltre due milioni di bambine e
ragazze e che ormai da qualche decennio, in seguito al fenomeno
dell'immigrazione, interessa sempre di più anche l'Europa. È nata
cosi la campagna «Stop Fgm», stop alle mutilazioni dei genitali
femminili, di cui l'infibulazione, cioè il taglio del clitoride,
delle piccole e grandi labbra e la cucitura della vulva riducendo in
tal modo la dimensione dell'orifizio della vulva e lasciando solo un
piccolo passaggio nell'estremità inferiore, per l'emissione del
flusso mestruale e dell'urina, rappresenta la forma più grave.
La campagna «Stop Fgm» è stata lanciata nel dicembre 2002 nel
corso di una conferenza organizzata al parlamento europeo di
Bruxelles per la presentazione di un appello internazionale, già
sottoscritto da centinaia di personalità di tutto il mondo, e di un
portale web, www.
stopfgm.org, creato per offrire documentazione a
chiunque ne voglia sapere di più sulle mgf, e come strumento per
favorire lo scambio ed il confronto di esperienze tra coloro che,
facenti parte di organismi governativi o di associazioni di
volontariato, sono impegnati contro le mgf, e grazie al quale è
anche possibile sottoscrivere on line l'Appello per l'eliminazione
della pratica.
Nell'ambito della stessa campagna «Non c'é Pace senza Giustizia»
e «Aidos», hanno organizzato al Cairo un Seminario di Esperti
sugli strumenti legislativi per la prevenzione e l'eliminazione
della pratica delle mgf. Al convegno del Cairo hanno partecipato i
rappresentanti di tutti i ventotto paesi africani e arabi in cui le
mgf vengono ancora praticate, e le cui protagoniste sono state
soprattutto le donne, africane, arabe, attiviste, politiche, medici,
avvocati, riunite per discutere dell'importanza della legge e
dell'educazione come strumenti efficaci contro le Mgf e unite dalla
volontà di combattere per i propri diritti. Al seminario di Esperti
sono intervenuti anche la massima autorità religiosa musulmana in
Egitto - l'Imam Mohammed Sayed
Tantawy, gran sceicco della moschea
di Al-Azhar - e il rappresentante del Papa copto Shenouda III,
patriarca di Alessandria, ed entrambi hanno affermato e sottolineato
che la pratica delle mgf non è giustificata da alcun precetto
religioso, né dell'islam né del cristianesimo.
Nel concludere l'evento, che ha ricevuto ampia attenzione dai media
arabi e africani, i rappresentanti di tutti i ventotto paesi colpiti
dalle MGF e delle organizzazioni internazionali e non governative,
hanno adottato la «Dichiarazione del Cairo per l'eliminazione delle
magf» che rivolge un appello ai Capi di Stato, ai governi, ai
parlamenti e alle autorità responsabili dei paesi interessati, come
pure alle organizzazioni internazionali e non governative ad
attuare, nelle loro legislazioni, nelle politiche sociali e
sanitarie e nei programmi di aiuto, le raccomandazioni e le linee
guida politiche elaborate nel corso dei lavori del Seminario e
contenute nella Dichiarazione stessa.
*segretario
generale «Non c'é Pace senza Giustizia»
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La pagina è
stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel 2003
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