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Satira
araba. Titolo: "BOMBA INTELLIGENTE"
"Alzi
la mano chi si chiama Bin Laden"
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"Le
guerre della globalizzazione: un’ altra Europa è possibile"
Seminario
organizzato dal "Coordinamento napoletano donne contro le
guerre e gli
embarghi
" e dalla "Convenzione
permanente delle donne contro le guerre"
Napoli,
15 giugno 2002 ore 9-17
aaaa
Pubblichiamo,
man mano che pervengono alla redazione dell'Antro
della Sibilla , sia i Materiali
presenti nella cartellina che le Relazioni
prodotte durante la giornata di lavoro del Seminario Nazionale
"Le guerre della globalizzazione: un'altra Europa è
possibile" del 15 giugno. Per il Programma della giornata clicca
qui
FUORI
LA GUERRA DALLA STORIA, FUORI L'EUROPA DALLA GUERRA
Convenzione
permanente delle donne contro le guerre
!
La Convenzione permanente delle donne contro le guerre lancia una
campagna politica, deliberata nel corso della sua terza
assemblea nazionale, tenutasi a Lodi il 18
novembre 2001. La meta che si
vuole raggiungere con molte differenziate iniziative e con motivazioni
molteplici è la seguente: che
l'Europa si costituisca come continente neutrale e non allineato e
collocato fuori da qualsiasi alleanza militare; che questo, il
rispetto dei diritti umani, sociali e politici, la parità di
diritti tra uomini e donne, tra nativi e/o immigrati/e siano le
condizioni per entrare in Europa allargandone i confini politici alla
sua piena espressione geografica, e non secondo i parametri di
Maastricht.
Le
argomentazioni che vengono avanzate a
sostegno della proposta sopracitata sono: una
storica, una politica, una di attualità.
L'argomentazione
storica parte dalla considerazione che lo spazio
geopolitico chiamato Europa è stato nel corso dei secoli di gran
lunga il più aggressivo, espansivo e militarista dell'intero pianeta
e che non si può iniziare una storia d'Europa politica oggi senza
fare i conti con quel passato per giudicarlo criticamente e prenderne
le distanze. Non si tratta, cioè, soltanto di rendere tecnicamente
impossibile la guerra tra gli ex stati nazionali che via via entrano
nelle istituzioni europee, ma anche di far agire internazionalmente
tale vincolo. Perciò l'Europa deve costituirsi come continente
neutrale e dare il via ad una nuova storia, nel corso della quale potrà
fare riferimento e giocare il suo ricco patrimonio di istituzioni
politiche, culturali e giuridiche a vantaggio proprio e di altri
popoli.
L'argomentazione
politica parte dalla considerazione che la questione
militare per l'enormità delle risorse che brucia si presenta oggi in
Europa come pericolosa per la sopravvivenza e il ristabilimento delle
forme di stato sociale che furono una delle caratteristiche migliori
della storia del continente, oggi di fatto distrutte a vantaggio di
forme di sicurezza sociale o di stato assistenziale, tipico delle
tradizioni USA. I quali si dimostrano incapaci di vincere la povertà
e l'emarginazione e intervengono solo sintomaticamente sulle
ingiustizie sociali in quanto pericolose per la sicurezza. In più le
donne hanno un vantaggio diretto dalla ricostituzione di uno stato
sociale, che offre loro occupazione prediletta e servizi che ne
accompagnano la libertà dall'obbligo di erogarli gratuitamente e
senza adeguata formazione professionale a domicilio, con grande
fatica, con esclusione di fatto dalla partecipazione sociale, politica
ed economica o attraverso lo sfruttamento di donne emigrate da altri
paesi.
L'argomentazione
di attualità parte dalla considerazione che la
guerra in Afghanistan ha messo a nudo le contraddizioni che si aprono
sulla politica militare in Europa oggi: il primo tentativo fu quello
di rilanciare la NATO e invocare l'art. 5 del Trattato per coinvolgere
tutti gli stati firmatari e avere perciò una qualche parte nella
direzione della guerra; tale tentativo fu ben presto surclassato dalla
soverchiante potenza USA che si è posta come diretta gestrice della
guerra, chiedendo a tutti gli altri stati di costituirsi in alleanza
al suo fianco, per prima la Gran Bretagna, poi Francia
e Germania, da ultima l'Italia, ma soprattutto Pakistan, stati arabi o
islamici, Cina, Russia, con uno stravolgimento di fatto delle
relazioni internazionali fondate ormai sulla reciproca
"tolleranza" della violazione dei diritti (libertà di
violarli alla Cina e apertura del suo immenso mercato al WTO, libertà
alla Russia di fare quel che vuole della Cecenia e quasi permesso a
Bush di preparare lo scudo spaziale; la Turchia può massacrare a
volontà). Di fronte a questi fatti, tutti in violazione - sarà
sempre bene ripeterlo - della Costituzione italiana che rifiuta la
guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali
e della Carta delle Nazioni Unite che definisce la guerra, dopo
l'atomica, sempre "un crimine", alcuni in Europa cercano di
rilanciare la Nato, altri si collocano come stati nazionali
direttamente in contatto con l'USA e di fatto distruggono quel poco di
Europa che è stato costituito, altri ancora (Solana) lanciano
l'Armata europea, cioè un esercito proprio.
La convenzione rifiuta la guerra e intende
allontanarla dalla storia futura e dispiegare invece - in funzione
preventiva - politiche di pace e di azione nonviolenta, di diplomazia
popolare e di riforma delle Nazioni Unite.
Questo passaggio alla Convenzione pare molto importante, quando
l'Europa si sarà pienamente costituita il suo accesso alle N.U., è
ovvio: proponiamo che al posto degli stati nazionali europei che oggi
fanno parte come membri permanenti del Consiglio di sicurezza entri
l'Europa alla condizione di una riforma dell'intero Consiglio di
sicurezza (a rotazione), del rilancio dell'Assemblea generale,
della presenza di istanze non statuali. E che il
diritto di veto sia tolto ai membri vincitori della seconda
guerra mondiale e sia attribuito - secondo la ratio che ne consigliò
l'istituzione presso il Senato romano - a favore dei popoli sfavoriti,
impoveriti, di minore estensione territoriale, minore accesso alle
risorse, ecc.; nel Senato romano, infatti, il diritto di veto non
apparteneva ai consoli, cioè al potere esecutivo, bensì ai tribuni
della plebe, che potevano bloccare una legge che reputassero nociva
agli interessi dei plebei che essi rappresentavano: il Senato era
obbligato a ridiscutere la legge tenendo conto delle osservazioni dei
tribuni. Si pensi alla politica del WTO giudicata dai popoli poveri o
della politica di globalizzazione monetaria, economica, giudicata
dalle aree escluse, dal genere impoverito, e così via.
A questo punto l'Europa può proporsi in
quanto continente neutrale e fuori da ogni alleanza militare come
sede delle magistrature e dei tribunali internazionali per i
crimini di guerra, contro l'umanità, ecc. La Convenzione propone,
dunque, di mettere a contrasto con i citati contraddittori
orientamenti - tutti tendenti comunque a considerare l'uso della
guerra pienamente legittimo, anzi permanente, anzi unico o principale
sostegno dell'economia derivata dal modello di sviluppo
neocapitalistico, senza alcuna considerazione dei processi di
impoverimento vertiginoso che ricadono sulle popolazioni e su interi
paesi del sud del mondo- una campagna per la
costruzione di un'Europa neutrale e non allineata.
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Il
rapporto con le istituzioni e i poteri locali
Maria
Luisa Nolli
Coordinamento
napoletano Donne contro le guerre e gli embarghi
!
Il Coordinamento donne contro le guerre e
gli embarghi di Napoli nasce
all’indomani dell’11
settembre,
quando alcune di noi - donne con storie e percorsi diversi - avvertirono
l’esigenza
di ritrovarsi insieme ancora una volta, alcune dopo anni di assenza dalla politica,
per
elaborare
insieme i nostri pensieri e il nostro disagio interiore, ma
in più la nostra
angoscia
per
quella che sentivamo sarebbe stata inevitabilmente la
risposta del potere
maschile
ad un
altro atto tutto maschile di violenza spropositata:
la guerra.
Una
nuova guerra, come sempre contro una popolazione inerme - e quando diciamo
popolazione
inerme, noi lo sappiamo bene, diciamo sempre in primo luogo donne e
bambini,
un
atto mai giustificabile ma questa volta
ancor più drammatico
perché la voce quasi
unanime
dei mass-media e delle istituzioni politiche erano riuscite a
giustificarlo e a farlo
passare
come “logica” risposta ad un altro atto terribile come
l’attentato alle Twin Towers.
Eppure
noi sentivamo che tante altre donne la pensavano come noi e che era
necessario
costituire
un coordinamento di donne su questa questione che dicesse una parola
di genere
su
questi temi, una parola che non poteva essere confusa con un generico
pacifismo, che
esprimesse
l’estraneità di tutte noi a questa logica che oltretutto utilizzava
il burqua, ovvero
l’oppressione
più odiosa delle donne da parte di un sistema patriarcale,
per legittimare la
risposta
militare - quintessenza della cultura patriarcale - come
strumento di liberazione. Ci
parve
che il modo e la specificità del nostro stare insieme fosse perciò
proprio la lotta nei
confronti
di ogni forma di patriarcato e di oppressione laddove essa si
manifesti, in maniera
evidente
o in maniera più subdola, colpendo innanzitutto le donne come anello
più debole,
anche
per spezzare la catena di relazioni e di solidarietà che le donne da
sempre sanno
tessere
e mantenere in vita spesso a dispetto di
condizioni di vita le
più difficili.
Perciò la vicenda di Safiya
ci ha coinvolte
tutte profondamente, spingendoci a cercare le forme di lotta e le
parole d’ordine che fossero solo nostre, rifiutando di aderire
semplicemente a reti precostituite che confondevano spesso una donna,
una persona vittima con il suo corpo e a causa del suo corpo di una
violenza feroce, ma perfettamente funzionale ad una logica patriarcale
e integralista, con un generico caso di violazione dei diritti umani.
Ed
è stato proprio nel corso di questa lotta che ci siamo realmente
costituite e ci siamo affermate come soggetto politico nella nostra
città. Abbiamo scelto di non aderire alla fiaccolata di “tutti” a
Roma sotto l’Ambasciata nigeriana, abbiamo
scelto di essere presenti noi, da sole all’inizio, poi sempre
più numerose nella nostra città, sotto il
simbolo della nostra città: il palazzo comunale per chiedere
ai cittadini di firmare un appello al Presidente della Nigeria con i
nostri contenuti, usando le pietre, simbolo fisico della violenza che
si stava per commettere, per sottolineare rumorosamente la nostra
solidarietà ma anche la nostra partecipazione alla sofferenza di
quella specifica donna. E abbiamo scelto perciò anche come
interlocutrice un’istituzione, il Comune appunto, retta
peraltro
da una donna, che abbiamo
coinvolto e incalzato chiedendo e ottenendo la
cittadinanza onoraria per Safiya,
proprio per sottolineare il fatto che Safiya
è una di noi e che chiunque a qualunque latitudine eserciti
una violenza su una donna, in nome di qualunque integralismo, la
esercita anche su tutte noi.
Si
è riproposto in questo modo, attraverso la pratica politica stessa
che abbiamo scelto, l’annosa questione che ha sempre attraversato il
movimento delle donne, del rapporto con le istituzioni, da quelle più
lontane da noi, come il Parlamento nazionale o europeo, o addirittura
l’ONU, a quelle più vicine a noi come i poteri locali.
Già negli anni 80,
in un convegno tenutosi proprio qui a Napoli, il movimento delle donne
si interrogava su questo rapporto che comunque già allora appariva
non eludibile se volevamo non solo rivendicare delle risposte concrete
alle nostre lotte e alla richiesta di un modo diverso di vivere e di
progettare il territorio, ma gestire anche le nostre vittorie, come
nel caso dell’aborto solo per fare un esempio. Già allora emergeva
il problema che questo rapporto potesse implicare un processo di
delega, soprattutto alle donne elette presenti nelle istituzioni, con
tutti i rischi delle delusioni che ne derivavano e che furono anche
alla base per tante di noi del famoso “riflusso”.
Oggi
il problema di cercare un nuovo e più elevato
livello di rapporto con
le istituzioni è
apparso a noi ancora più urgente ed ha aperto ancora una volta al
nostro interno grosse contraddizioni che abbiamo dovuto affrontare e
che stiamo affrontando e su questo chiediamo una riflessione a tutte
le donne presenti stamattina e a tutte le realtà che esse
rappresentano.
Uno dei problemi davanti al quale ci siamo trovate è stato per
esempio quello di essere un movimento in cui convergono donne con le
loro identità diverse e con le loro contraddizioni interne, prima fra
tutte quella di essere a loro volta dentro un movimento e dentro i
partiti o dentro le istituzioni.
La
soluzione ci è parsa quella di chiedere ad ognuna di noi di portare
all’interno del coordinamento solo la propria identità di donna e
non la propria appartenenza ad istituzioni maschili, spesso
controparti del nostro discorso, come nel caso della guerra in Afghanistan.
Certamente non ci dobbiamo nascondere che questo ha aperto delle
lacerazioni al nostro interno e qualcuna si è
sentita ingiustamente esclusa ma ci è sembrato un passaggio
inevitabile per crescere come movimento ed eliminare almeno quelle
contraddizioni più evidenti che emergono proprio quando la lotta impatta
le
istituzioni e
la loro logica
dell’emergenza.
Un altro problema, più difficile da affrontare, è quello di “consegnare”
le nostre vittorie o addirittura a volte i nostri contenuti alle
istituzioni per esserne poi espropriati o
per vederli svuotati del
loro senso profondo, quando non addirittura stravolti.
Penso
alle leggi del precedente Parlamento sull’istituzione delle donne
soldato, sulle pari opportunità, sulle quote o,
per fare un esempio a noi più vicino,
alla
proposta
del Comune
di Napoli di
costituire una Casa
delle Religioni.
Ma
questo meccanismo non scatta solo nei confronti delle istituzioni
politiche, ma anche nel caso di altri movimenti: dai
NO GLOBAL ai movimenti sindacali,
dove i nostri
sforzi
di elaborare un nuovo sapere e nuove forme di lotta vengono
annullati
e scompaiono
in un movimento indistinto che a volte se
ne impossessa - come nel
caso dell’esperienza dei
gruppi di interposizione
in Palestina - a volte li ignora; in entrambi i casi li stravolge.
Un
corteo pacifista aperto da persone "vestite
da kamikaze"
non può certamente rappresentare per noi un luogo in cui possiamo
sentirci parte attiva ed è frustrante per quante da anni si spendono
in una rete di relazioni per costruire pace e dialogo tra le donne di
diverse culture.
Per questo oggi ci poniamo,
con più urgenza di ieri - in un quadro politico interno e
internazionale profondamente mutato e peggiorato per le spinte
continue in direzione della diffusione della paura e della chiusura
nei confronti dell’altro e con il pericolo quindi
dell’acquiescente accettazione di ogni restringimento delle libertà
personali (oggi la libertà della donna di decidere sull’embrione,
cioè sul proprio corpo, domani le impronte digitali per tutti i
cittadini e chissà che altro) -
il
problema di cercare una nuova strategia per esserci con le
nostre parole, con i nostri contenuti, con quella che un tempo si
chiamava la nostra specificità, e di essere visibili per ridare la
parola a noi donne, a tutte le donne che ancora vogliono costruire un
mondo diverso.
Questa
strategia la dobbiamo e la vogliamo costruire soltanto insieme,
partendo, come è sempre stato nella nostra pratica, da noi, dalle
nostre storie, individuali e collettive, spesso affrontando il
problema del non sapere dove andiamo. Ma l’esperienza anche di
questi ultimi mesi ci dimostra che la nostra forza sta anche nella
nostra imprevedibilità. Spesso può essere proprio questa
imprevedibilità - qualcuno forse userebbe il termine creatività -
che sorprende le istituzioni e può scardinare gli schieramenti dati.
Il problema di essere più visibili è oggi un problema di
sopravvivenza per noi e permea profondamente il nostro rapporto con le
istituzioni. Ma le nostre risposte devono andare nella direzione
appunto della ricerca di nuove strategie; paradossalmente può essere
a volte più utile e persino più visibile andare in 10 con le pietre
sotto il nostro
Comune che partecipare in
migliaia al corteo di milioni di persone a Roma contro l’abrogazione
dell’art. 18.
So
che questo modo di procedere e di porsi può sembrare poco realistico
e a volte utopistico, ma il movimento delle donne in fondo nasce per
portare avanti un’utopia e l’utopia si sa può essere anche
un’arma pericolosa ma spesso necessaria per chi non ha potere e per
chi al potere maschile - quello basato sulle guerre globali appunto -
non aspira.
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Afghanistan, 14 novembre
2001. Il regime dei talebani è finito.
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Il doppio
triangolo delle Bermuda
Maria
Grazia Campari
!
Il tema di fondo di questa Convenzione contro le guerre sollecita a
me, giurista, un quesito: nell'ordine attuale, che è un ordine
guerresco egemonizzato dall'Occidente, saprà il
diritto salvarci dall'arroganza dei potenti?
E poi, esiste un diritto dotato di effettività, effettivamente capace
di generare diritti, ad esempio, diritti umani, validi per tutti,
diritti-scudo contro la prepotenza di chi ha il potere; sono veramente
tali quelli che vengono formalisticamente invocati e si trovano
catalogati nella Dichiarazione Universale del 1948? Il tema è grave e
l'esito incerto.
Dall'anno 1999 siamo ininterrottamente scosse da
venti di guerra che risentiamo maggiormente perché le azioni
implicano il nostro paese e implicano, inoltre, non marginalmente, la
ripetuta violazione della nostra Costituzione, ciò che avviene sotto
l'egida dei "diritti umani" che si mostrano, così, come un
sistema di garanzie reso strumento per dare legittimazione ad
interventi di forza. Un interventismo mirato,
condotto dalle potenze occidentali sotto l'egida dell'impero globale
statunitense.
Ha quindi corso un'interpretazione totalitaria dei diritti umani, vero
campo di azione dell'autoproclamatosi impero del bene, che ne curerà
l'effettività, d'intesa con i suoi famuli, ovunque gli paia
conveniente, tanto che non vi sono né luoghi né individui
sull'intero pianeta che non ne siano soggetti, quale campo d'azione.
Ciò
che significa spostare il discorso dal piano del diritto al piano
della forza, dall'imperio della regola giuridica al dominio della
potenza.
L'occasione
è propizia per interrogarci sul genere del diritto di cui stiamo
parlando.
La situazione suggerisce, come vedremo, qualcosa di particolare
all'esperienza umana femminile e induce a considerare la qualità dei
nostri diritti sotto il profilo dell'unilateralità dell'ordine cui
ineriscono.
Il mondo appare sconvolto da tempeste che mi
appaiono come un doppio triangolo delle Bermuda, incardinato su
una base di diritti umani violati o cancellati; un doppio triangolo
che minaccia seriamente di inghiottire ogni acquisizione di civiltà.
Un vertice del doppio triangolo è
costituito dal tribunale militare planetario e dal diritto penale
speciale statunitense, riservato ai soli sudditi "extra moenia"
dell'impero, cioè a tutti noi.
L'altro
vertice è formato dalle intercettazioni di massa, prive di
qualsiasi garanzia e in violazione del diritto alla privacy, persino
quello riconosciuto ai difensori degli imputati, se sospetti di reati
"contro la sicurezza".
Il terzo vertice è costituito dal
silenzio planetario del cosiddetto quarto potere, un silenzio che si
estende dalle stragi di civili implicati collateralmente in operazioni
belliche, al computo dei voti in Florida, utili alla scalata al
vertice mondiale dell'ultimo imperatore in carica. Un silenzio che
ricopre e ottunde le residue capacità critiche dei sudditi
dell'impero e rappresenta un'ingiustificabile abdicazione al
diritto/dovere di controllo democratico sulle azioni dei potenti.
Last but not least, il quarto vertice del doppio
triangolo è formato dall' infinita (perdurante) violazione dei
diritti alla vita, alla libertà, alla partecipazione politica e
sociale delle donne per la cui (asserita) difesa si sono mosse
le guerre infinite di fine/inizio millennio.
La base che regge i vertici del doppio triangolo è formata, come
abbiamo detto, dalla perdurante incertezza e dalla rinnovata
compromissione dei diritti della persona e fra essi, in particolare,
quelli femminili, l'habeas corpus delle donne.
Il senso complessivo della bufera planetaria è la messa a repentaglio
della democrazia liberale attraverso la distruzione dei suoi valori
fondanti e la programmatica cancellazione delle basilari garanzie
riconosciute dagli ordinamenti giuridici occidentali, operata dagli
Stati Uniti d'America con l'avvallo dei paesi satelliti.
Si può, quindi, vedere come il fenomeno presenti notevoli assonanze
sotto il profilo dell'unilateralità di interpretazione e di
realizzazione dei diritti, con l'esperienza quotidiana delle donne,
governata dall'ordine socio simbolico capitalistico-patriarcale che
produce una guerra quotidiana (a bassa intensità?) dei forti contro i
deboli e che per le donne prevede la realtà di un dominio, variamente
graduato, attraverso il controllo coercitivo sul corpo, la negazione
dello spazio pubblico e il confinamento nel privato, al servizio della
famiglia governata dal maschio, la violenza di rapporti quotidiani
sopraffattori.
Questo è un dato intrinseco all'assetto che ci regge, fondato com'è
sull'obliterazione dell'altro, sulla negazione della relazione fra
soggetti dotati di pari dignità, per valorizzare il soggetto unico,
in relazione mercificata con l'oggetto, la merce acquisibile sul
mercato.
L'unilateralità di cui si diceva, è un connotato segnante di questo
mondo, fatto di replicanti dell'uno.
Quanto agli esiti dell'unilateralità, sovrasta, ai miei occhi, per
gravità la compromissione dell'autonomia e autodeterminazione delle
donne, la negazione dei loro diritti della personalità (la base del
doppio triangolo delle tempeste, appunto) operata con l'art.
1 della legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita, in
discussione alla Camera dei Deputati, che riconosce il concepito come
persona, titolare di diritti, in significativa consonanza con la
proposta di modifica dell'art. 1 del Codice Civile che intende
retrodatare al concepimento la capacità giuridica che l'attuale
formulazione pone al momento della nascita.
I
diritti del concepito, in ovvia contrapposizione con quelli della
madre (altrimenti perché statuirne l'esistenza?) implicano il disegno
di ridurre, concettualmente, fino all'inesistenza libertà e autonomia
decisionale delle donne sul proprio corpo.
Non è solo compromessa la legge che ammette l'aborto, molto di più e
molto più in profondità viene compromesso.
Tiene il campo e prevale la tendenza ad oggettivare l'altro che,
percepibile negli atti quotidiani di disvalore, esita, poi, in
provvedimenti istituzionali formali (le leggi anticostituzionali, per
l'appunto).
Si verifica una discrasia fra affermazioni egualitarie (persino
l'efferato art. 1 delle legge su PMA la contiene) e gesti quotidiani
di svalutazione dell'altra, concettualizzata come oggetto dotato di
funzioni particolari che le vengono attribuite dal soggetto dominante,
introiettato come unico.
Questo è il clima sociale che rende socialmente accettata come
possibile una certa dose di violenza (di variabile intensità) contro
l'altra; che rende, di conseguenza, una possibilità istituzionale
onnipresente la violazione dei suoi diritti della personalità.
Prende
vigore il diritto della famiglia patriarcale, che subordina la donna
alle esigenze maschili; esso emerge nell'ordinamento costituzionale
che lo ha inglobato e, affiorando dalle crepe, detta regole valide per
tutta la collettività.
Queste regole implicano per le donne una costante rapina di
soggettività, che rappresenta la guerra quotidiana, premessa alla
guerra infinita. Questa mi pare la radice della questione.
Potrà l'Europa essere diversa e
salvarsi/salvarci? Secondo me, solo con un completo
rovesciamento del senso comune imperante.
Non a caso, leggendo la Carta di Nizza abbiamo notato che "non c'è
pace fra i diritti".
Il bandolo della matassa mi sembra risiedere nella scelta di porre un
argine robusto all'eteronomia, che esclude dal potere di dare regole
alla società uno dei due soggetti che la abitano.
Secondo me, è il soggetto femminile quello che oggi può andare alla
radice delle cose e mostrare, partendo dalla propria esperienza di
vita, la natura intima distruttiva del sistema
capitalistico/patriarcale, svelare la sessuazione maschile dell'impero
globale in cui viviamo, che si è costruito e si regge
sull'allontanamento e la negazione dell'altra, la prima
extracomunitaria rispetto alla comunità maschile dei commerci e della
politica.
Sembra, allora, necessario agganciare la lotta
contro le guerre missilistiche e nucleari alla lotta contro la guerra
quotidiana economico sociale, per l'eguaglianza dei diritti.
La via da percorrere potrebbe essere quella di creare un intreccio.
Coltivare una crescita soggettiva autocoscienziale per tentare di
affermare una soggettività complessa che si costruisce su esperienze
differenziate e sa praticare azioni per la modificazione dell'assetto
attuale, escludente dei diritti umani.
Ad esempio, potremmo rivendicare, come europei, il rispetto dei
diritti umani, dell'habeas corpus, del principio di non
discriminazione quali principi minimi portati dalla Carta, contro la
militarizzazione e le guerre.
Allo stesso modo, potremmo rivendicare, sempre in base alla Carta, un
diritto europeo di ingerenza per assicurare vita e libertà a donne e
uomini di Palestina, Israele, Afghanistan, dell'area Mediterranea e
del vicino Oriente.
Un'attività,
anzi, un attivismo in tal senso potrebbe essere la nostra pretesa nei
confronti delle istituzioni europee e, in particolare, dei nostri
rappresentanti parlamentari.
Occorrerebbe
un controllo acuto e un'incessante opera d'informazione e di
pressione.
Occorrerebbe
sapersi organizzare.
Infatti, vi è una precisazione da fare: una modificazione e un
miglioramento del potere decisionale può essere conseguita solo se la
questione verrà trattata come compito la cui realizzazione riguarda
tutti, donne e uomini. Solo un'impresa collettiva potrà proporsi di
dare vita ad una politica relazionale che valorizzi i soggetti,
contrastando l'oggettivizzazione e la mercificazione degli esseri
umani, base di tutti i triangoli delle Bermuda.
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La
satira degli arabi. Titolo:"DIALOGO"
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Proposta
per la costituzione dell'Unità di crisi "Safiya e le
altre"
Arcidonna
- Napoli
di
Clara Pappalardo
!
Premessa
In
tutto il mondo si moltiplicano ad un ritmo allarmante le violenze
contro le donne.
In
molti paesi vige un'interpretazione integralista della legge coranica
fortemente penalizzante nei confronti dei soggetti femminili. In
ambito occidentale la barbara pratica della
tratta continua a ridurre in schiavitù migliaia di donne. In
alcuni contesti di conflitti etnici alle comunità viene
impedito l'uso della lingua materna sostituita dalla lingua del
popolo dominante: un divieto che condanna al silenzio soprattutto le
donne, essendo le meno alfabetizzate, e che le priva della dignità
culturale in quanto depositarie della trasmissione della lingua
identitaria. Infinite sono
le forme di violenza tuttora perpetrate sul corpo e sulla psiche
femminile in ogni parte del mondo, dallo stupro
come arma di sopraffazione e umiliazione da parte del potere, ai
rigidi codici di comportamento come
strumento del controllo sociale sulla sessualità e sulla capacità
procreativa delle donne. Ultimamente
c'è stata una forte mobilitazione
internazionale per fronteggiare casi particolarmente drammatici
come quello di Safiya, ma a tutt'oggi manca un intervento complessivo
e coordinato che superi il livello di episodicità e metta in atto
iniziative incisive, in grado di far fronte alle continue emergenze. Il
più delle volte gravi violazioni dei diritti delle donne, in assenza
di una struttura di osservazione e di coordinamento, non riescono
nemmeno a raggiungere l'opinione pubblica.
In
quest'ottica si propone di istituire l'Unità di
crisi "Safiya e le altre". Questa è una prima bozza
elaborata dall'Arcidonna di Napoli.
Finalità
Intervenire
in tutte le situazioni in cui è presente un reale pericolo per
integrità fisica e psichica della donna.
Sede
L'Unità
di crisi ha sede in una struttura del Comune di Napoli. Quando si
costituirà la Casa Internazionale della donna, avrà sede al suo
interno.
Compiti
operativi
L'Unità
di crisi ha i seguenti compiti:
-
realizzare
e tenere aggiornato un archivio e una banca dati, da acquisire
anche attraverso reti telematiche, sui casi di violazione dei
diritti e, prioritariamente, dell'integrità fisica delle donne;
-
tenere
relazioni costanti con organismi istituzionali nazionali ed
internazionali costituiti per la promozione delle Pari Opportunità
e per la difesa dei Diritti umani:
-
interagire
con le Associazioni e Organizzazioni non governative,
particolarmente con quelle femminili, che nei singoli paesi
operano nel campo della prevenzione e della difesa di diritti
universalmente riconosciuti a partire dalla Piattaforma di Pechino
(1995) e quella di New York (2000);
-
programmare
e mettere in atto iniziative e campagne di sensibilizzazione volte
ad assicurare il ristabilimento delle condizioni di diritto nei
casi in cui vengono minacciate o apertamente disapplicate.
Organi
di gestione
-
Comitato
Direttivo composto da: una funzionaria del Comune con comprovata
esperienza nel campo ; una delegata del sindaco del Comune di
Napoli, una rappresentante per ciascuna associazione femminile
iscritta all'Albo Regionale e che preveda nello Statuto obiettivi
affini alla finalità dell'Unità di crisi. Il Comitato Direttivo,
che elegge al suo interno una Presidente con funzioni di
coordinamento, ha compiti di gestione politico-organizzativa. Si
riunisce almeno una volta al mese deliberando a maggioranza dei
presenti il programma e le azioni d'intervento. Il Comitato dura
in carica tre anni. Al termine di ogni anno sociale la Presidente
presenta una relazione sull'attività svolta che verrà sottoposta
all'approvazione del Comitato ed inviata al Sindaco e
all'Assessore competente.
-
Comitato
esecutivo composto da: una funzionaria amministrativa del
Comune indicata dal Dirigente del Dipartimento preposto, tre
rappresentanti delle Associazioni elette in seno al Comitato
Direttivo, tra le quali la Presidente. Il Comitato Esecutivo dà
esecuzione alle deliberazioni del Comitato Direttivo e ha compiti
di gestione economica e amministrativa. Il Comitato Esecutivo si
rinnova nella componente elettiva ogni tre anni. Al termine di
ogni anno sociale la funzionaria amministrativa presenta un
bilancio consuntivo e preventivo che, previa approvazione del
Comitato Esecutivo,viene inviato al Dirigente del Dipartimento.
Attrezzatura
e budget
L'Unità
di crisi sarà dotata di arredamento funzionale, un computer con
collegamento internet, una linea telefonica, e-mail, materiale idoneo
all'archiviazione e alla duplicazione di documentazione cartacea,
audiovisiva. Avrà a disposizione un congruo budget annuale per spese
di gestione, di viaggio e di ospitalità.
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Conflitto
israeliano-palestinese. Ceck point di Qalandia
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Dal
silenzio alla parola: l’espressione delle donne contro le guerre
"Lasciate
che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!"
Le
donne in nero, Napoli
!
Noi sappiamo che due popoli POSSONO vivere su questa terra.
Noi sappiamo che i nostri bambini meritano una vita dignitosa e di
pace. Non vogliamo che i
nostri
figli siano uccisi né che ci siano degli assassini. Dobbiamo fermare
questa follia;
dobbiamo
fermare l'uso della forza bruta. Fate parlare le donne, fate agire le
donne.
Lasciate che le donne palestinesi e israeliane indichino
la strada. Sono state le donne di Israele che hanno fatto cambiare
l'opinione pubblica sulla terribile e insensata guerra del Libano. E
le donne palestinesi sono state abbastanza coraggiose da intraprendere
iniziative di pace congiunta con Israele. Noi, le donne, possiamo
trovare una fine per questo ciclo di violenze. Lasciate che le donne
parlino! Lasciate che le donne agiscano!
Gli uomini ci dicono di non aver paura; ci dicono di esser forti. Noi
abbiamo paura e vogliamo che anche loro ne abbiano. Non vogliamo esser
"forti". Noi vogliamo che loro pensino di essere forti
abbastanza per fare sparire l'altra nazione o per precipitarla
in umiliazioni e sconfitte. Noi vogliamo che tutti e ciascuno abbiano
il diritto di vivere in pace e con dignità.
Vogliamo condividere le risorse di questa terra: la sua acqua, i suoi
vini, i suoi Luoghi Santi. Gerusalemme può essere condivisa; l'intera
area può essere condivisa tra due nazioni indipendenti e pari.
Israele non dovrebbe regolare le vite dei palestinesi. Né palestinesi
né israeliani dovrebbero credere che la pace possa essere ottenuta
attraverso la violenza e la forza.
Lasciate
che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!
Palestinesi e israeliane hanno parlato per anni del loro futuro qui.
Decine di migliaia di donne di tutto il mondo hanno sostenuto la
nostra visione della pace. Fin qui questi sono stati i blandi
risultati. Ora è il momento di alzare le nostre voci e di pretendere
di essere ascoltate.
Lasciate che le donne cerchino di fare senso laddove gli uomini non
hanno saputo. Stiamo lanciando un'iniziativa internazionale per
fermare la violenza immediatamente. Stiamo pressando affinché ogni
delegazione per i negoziati includa almeno la metà di donne nella
leadership palestinese e israeliana, nella delegazione delle Nazioni
Unite tra le rappresentanze di tutti i governi coinvolti per risolvere
questo conflitto. Le donne parleranno, non spareranno.
Ci sono troppi uomini con troppi "ego" coinvolti nella
distruzione di questo pezzo di mondo...Lasciate parlare le donne; noi
possiamo portare la pace.
Fate che la comunità internazionale formi un gruppo di donne da tutto
il mondo che sia "Corpi di pace delle donne", una mediazione
internazionale femminile che ascolti, faciliti, ci aiuti a salvarci.
Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!
Bisogna coinvolgere le donne. Fin qui gli uomini non hanno fatto un
buon lavoro. Essi parlano di sicurezza basata sulla potenza; noi
sappiamo che sicurezza significa "Essere buoni
vicini". SEnza dimenticare gli errori del passato e una ineguale
distribuzione del potere, noi vogliamo porre al centro COME VIVERE qui
in pace .
Noi non vogliamo che la prossima generazione di bambini indossi
uniformi, vada alla guerra. Noi vogliamo che essi conoscano
l'Autodeterminazione e la dignità senza dover combattere per esse.
Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!
Ci
sentiamo angosciate, oltraggiate, impaurite.
Prima
che sia troppo tardi, lasciate che le donne parlino, lasciate che le
donne agiscano.
Fonte:
BAT SHALOM - OF THE
JERUSALEM LINK
43
Emek Retaim St. POB 8083 Jerusalem 91080 Tel.972-2-5631477/5632622 Fax
972-2-5617983
e-mail:
batshalo@netvision.net.il
t http://www.nif.org/batshalom/
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DECALOGO
Il
desiderio di un'altra legge è possibile
PRIMA
CHE IL GALLO CANTI: CHE OGNI GRIDO DI DONNA SI TRASFORMI IN UN CANTO
DI PACE
Sherahzade
disse: "Sorella Anna, il tempo e lo spazio del nostro incontro
dureranno tanto quanto l'incanto del tiranno. Ma questo accadrà per
mille notti e poi una...e poi una...e poi una..."
!
1.
Riconoscersi nell'altra è un tratto caratterizzante l'identità
femminile per la privilegiata condizione di avere iscritto nel proprio
corpo la struttura "aperta" della creatività.
2.
Il patriarcato, inteso come sistema mondiale basato
sull'organizzazione razionale e collettiva del potere a cui vengono
piegati donne e uomini , ha come suo principale nemico il
riconoscimento di questa identità.
3.
Nella sua naturale predisposizione alla simbioticità come forma di
pratica e conoscenza, il pensiero femminista sta faticosamente
lavorando sulla possibilità di articolare percorsi politici che
valorizzino la differenza e la relazione.
4.
L'attuale dominio globale del potere maschile stigmatizza tutto il
lavoro e la sapienza di cura di cui le donne sono custodi al
ruolo subalterno e imparziale di ipocriti interventi umanitari, quasi
che i diritti umani non fossero a fondamento di ogni vivere, ma il
finale appello di una retorica della civiltà tecnologica.
5.
E' la donna, da sempre esclusa dalla parola del potere, a dover dire
le parole più alte in materia di gestione della politica e della
tecnologia.
6.
I discorsi umanitari che le istituzioni mondiali portano avanti non
sono che il precipitato emergenziale di un "furto" di
vita che viene fatto all'umanità tutta, attraverso il quale aumentano
le discriminazioni, le ingiustizie e le guerre.
7.
Le donne accolgono la società multietnica come un evento inevitabile
della modernità, comprendono l'inevitabile tragedia dell'immigrazione
moderna, che ha rigiustificato il barbaro statuto della schiavitù e
riconosce nella tratta delle donne immigrate il portato della guerra
che l'uomo fa alla vita e alla pace.
8.
Nell'uso del linguaggio bellico dell' "Unità di crisi" si
intende attivare un autentico capovolgimento del discorso emergenziale
della lotta alla cosiddetta "povertà e sottosviluppo".
Partendo dal riconoscimento personale di tante vittime sacrificali
della nostra moderna civiltà, le donne tutte non possono non
riconoscere sul proprio corpo di donna e denunciare con indignazione
le pratiche ignominiose dello stupro etnico, della tratta, delle
manipolazioni genetiche e linguistiche, che si compiono su corpi e
sull'anima delle donne, compresa la reificazione del corpo ridotto a
merce che noi donne occidentali conosciamo bene.
9.
Una pratica quotidiana di politica non violenta deve nascere nella
nostra città di Napoli, porto aperto di accoglienza e così
predisposta all'assorbimento della diversità culturale, luogo di pace
e di relazione che contrasti il volto violento e dilagante della
criminalità internazionale.
10.
Un lavoro inarrestabile di relazione e di cura trasformi quindi ogni
grido di donna in rinascita alla vita.
Contributo
di Anna Maria Di Stefano, ArciDonna, Napoli
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Genova, 19 luglio 2001.
Protesta degli iraniani contro il regime in Iran.
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Schegge
di democrazia
(materiale
in cartellina)
di
Monica Lanfranco
!
Difficile, e delicato, guardare dentro le proprie realtà di
movimento, in casa propria, mantenendo la distanza per vedere tutto,
anche ciò che dà fastidio. Il tratto dominante del nostro presente
è quello di doversi difendere, e il rischio è di non avere né
tempo né voglia per riflettere sulle proprie ombre, sui lati meno
luminosi, su quelle che non esitiamo a chiamare miserie se
riguardano il fuori, ma che fanno male e ci mettono paura quando le
vediamo rispecchiarsi nei nostri ambienti. Se devo identificare
una caratteristica vitale e positiva del movimento (dei movimenti) che
migliaia di persone stanno popolando dico: la
voglia di comunicare. Il bisogno di comunicare, di interrogare,
di curiosare verso altre ed altri, che diventa anche un fatto fisico,
lo ricordo bene, incarnato a Punto G nel giugno 2001, nell'ancora non
blindata Genova, o al centro stampa del GSF, nelle diecine di ragazzi
e ragazze che stazionavano davanti al computer del piano terra della
scuola. Comunicazione virtuale, certo: centinaia di e-mail intangibili
scambiati al minuto, ma anche grappoli di corpi assieme davanti alle
postazioni, a comporre piccole comunità, a connettere ossa, ciccia e
tecnologia. Per non parlare delle folle ai forum, da Genova in poi
verso Porto Alegre, stordite ed emozionate dal turbinio di
parole, immagini, suoni. Buone vibrazioni anche sul fronte della
rigidità di ruoli tra i generi: i giovani uomini si toccano tra loro
di più dei padri , e ascoltano anche di più le parole delle donne,
nonostante il permanere di aggressività e maschilismo nel linguaggio.
C'è più disponibilità alla tenerezza, alla concessione verso il
proprio femminile, come a dire, scrive Maria G.
Di Rienzo nel prossimo numero di "Marea"
dedicato a guerra e pace : "Non
ci saranno più mura se rifiuteremo di costruirle e accudirle".
Eppure desiderare di comunicare non significa saperlo fare, perché
vent'anni di TV berlusconiana a colpi di drive
in e bagaglini hanno fatto egregiamente il loro sporco
lavoro di anestesia e costruzione di consenso, rafforzando
nelle sinistre l'istinto a risolvere il conflitto con mezzi rapidi ed
efficaci che annientano il confronto: botte di maggioranza e
minoranza, chi urla più forte, formule tipo "ci sono altre
priorità". Scrivo
di questo perché in rete, e non solo, si sono accese discussioni tra
donne, e tra donne e uomini, appunto sull'argomento delle priorità,
che dietro ai contenuti celano differenti modi di intendere lo stile
di lavoro comune, il modo di comunicare e che cosa pensiamo sia meglio
fare o non fare, per mettere su mattoni in questo mondo diverso in
costruzione. Pietra dello scandalo un fatto: il
rischio di sovrapposizioni di eventi proprio nei pressi
dell'imbarazzante, vetusto, odiato ma incombente otto marzo. Ci sono
gruppi femministi (e non solo) che vogliono riempire di contenuto
questa giornata, approfittando anche del fatto che molte donne non
impegnate sentono la ricorrenza e magari parteciperebbero; ci sono
quelle che rifiutano e aborrono la data e caldeggiano, anche se
sovrapposte, altre iniziative. Le accuse, i rimbrotti, i malumori
rimbalzano di lista in lista, di telefonata in telefonata, di riunione
in riunione. Chi avanza primogenitura ("la data è già stata
stabilita da settimane"); chi fa notare che una
manifestazione che non ha una scadenza consolidata (come invece ce
l'ha l'otto marzo) può essere comunque anticipata o posticipata; chi
si arrabbia avanzando il sospetto che si tenda a creare una gerarchia
di ricorrenze da "santificare", a seconda di chi le appoggia
e promuove, (i soggetti 'forti' vincono);
chi, infine, chiede uno sforzo di armonizzazione tra gli eventi che
premono. Discussioni, nei gruppi di donne, nei social forum, nelle
liste in Internet. Un
prisma di verità oggettive che induce a riflettere: siamo
capaci, tutti e tutte, di non ricondurre il nostro agire ad un unico
pensiero, che rischia di essere pensiero unico speculare a quello che
si vuole cambiare? Siamo capaci di non rincorrere date e
ricorrenze, nostre e altrui, innescando meccanismi di pura reattività,
confondendo armonia con omogeneizzazione? Sappiamo riconoscere che
anche e soprattutto in politica, per uomini e
donne, spesso le priorità non sono le
stesse, e c'è bisogno di ascolto per individuare i modi
migliori per dialogare e dare vita a pratiche feconde per tutte le
persone? Siamo certe e certi di non pensare che esiste un tema
centrale più importante degli altri, nel nostro agire di movimento,
al quale sacrificare, talvolta, il dispiegarsi delle differenze? Mi
viene in mente un proverbio afghano, che Orzala
Ashraf dell'Associazione Hawca citò in un recente incontro:
"Chi semina cocomeri poi non può
pretendere di raccogliere rose".
Chissà perché.
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