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DALL'ITALIA  2009

DALL'EUROPA   2009

DAL MONDO   2009


   Gira in Rete una lettera divertente e significativa

         di F.P.B.

Salve, sono un cittadino dell'Italianistan.

Vivo a Milano Due , in un palazzo costruito dal Presidente del Consiglio e lavoro a Milano in una azienda di cui è grande azionista il Presidente del Consiglio. Anche l'assicurazione dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del Consiglio, così come del Presidente del Consiglio è l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, di cui è proprietario il Presidente del Consiglio. Quando devo andare in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio. Al pomeriggio, esco dal lavoro e vado a far spesa in un ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema, vado in una sala del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio e guardo un film prodotto e distribuito da una società del Presidente del Consiglio (questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal Presidente del Consiglio).
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del Presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio. Soprattutto guardo i risultati delle partite, perché faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio, guardo la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Allora mi stufo e vado a navigare un po' in internet, con provider del Presidente del Consiglio. Se però non ho proprio voglia di TV o di navigare in internet, leggo un libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali, anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della sua maggioranza sono dipendenti ed avvocati suoi, cioè sempre... del Presidente del Consiglio
... che governa nel mio esclusivo interesse..... per fortuna!
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La difesa fragile del Grande Capo che sapeva tutto

Bertolaso ammette di non aver "controllato tutto"
Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto doveva averlo capito da tempo

di GIUSEPPE D'AVANZO

I SEVERI - e spesso assai mediocri -  censori del "circo mediatico-giudiziario" dovrebbero prenderne atto. Nello scandalo che umilia la Protezione civile, non è il giornalismo a doppiare, sovrapporsi (o incrudelire) la conduzione giudiziaria di un processo. Accade esattamente il contrario: è stata la magistratura ad accertare, nelle forme dell'indagine penale, le "storie di ordinaria corruzione" che un dignitoso giornalismo aveva già offerto all'attenzione dell'opinione pubblica, del ceto politico, del governo. Non stupisce che, nell'epoca della "crisi del reale", i funzionari della menzogna vogliano convertire questo imbroglio di corruzione pubblica - e umana desolazione - in un episodio di patta e spada con l'usuale appendice di donne deprezzate a benefit e "bustarella". Gli addetti alla adulterazione del discorso pubblico vogliono ridurre l'intera trama alla replica di uno slogan ideologico: il privato non è pubblico, quindi non può essere giudicato. Il segno di questo affaire non è nella segretezza dei comportamenti privati dei protagonisti, ma - al contrario - nella scandalosa pubblicità dei loro traffici pubblici. Chi, senza perdere la faccia, può dire di non aver saputo? Da più di un anno, l'agglomerato "gelatinoso" che accompagna le azioni - extra ordinem - della Protezione civile è stato raccontato nel minuto. Nomi, cognomi, incroci familiari, società, fatturato, bilanci, cointeressenze, partecipazioni, sprechi e inefficienze si sono lette nelle inchieste di Repubblica, l'Espresso, Report, Annozero, il Fatto. La "Premiata ditta Balducci & co."; le relazioni tra i "soggetti attuatori" dei progetti della Protezione civile e imprenditori come Diego Anemone; i poteri senza controllo e le risorse senza fondo di Guido Bertolaso, "l'uomo dalle mani d'oro", costituiscono da oltre un anno il quadro opaco e risaputo cui un governo responsabile e una politica attenta all'interesse pubblico avrebbero dovuto metter mano con prontezza.

Ora scrutare all'indietro, e in quel buio, ci consente di valutare, in prima approssimazione, e senza tener conto degli esiti dell'istruttoria penale, l'accountability di Guido Bertolaso. Si può e deve cominciare dalle sue parole. Gli argomenti con cui il sottosegretario e capo della Protezione civile si salvaguarda da accuse e critiche sono tre, in sostanza. Dice: (1) "Qualcuno può aver tradito la mia fiducia, ma non ho elementi per sostenerlo"; (2) "Io non ho seguito direttamente e personalmente la vicenda degli appalti"; (3) "Ha gestito tutto Angelo Balducci (ora è in galera), uno che è diventato presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, cioè la massima autorità in Italia: non mi pare di aver affidato l'incarico al primo che passava per strada. Dopo di lui, c'è stato un altro "soggetto attuatore" (Fabio De Santis, anch'egli in carcere) ma c'era qualcosa che non mi convinceva e l'ho sostituito con Gian Michele Calvi, un professore di fama internazionale".

Dunque, Bertolaso "si chiama fuori" così: non ha mai visto ombre nella sua Protezione civile; gli uomini che ha scelto erano al di sopra di ogni sospetto; in ogni caso, egli non ha mai messo becco negli appalti. Sono argomenti molto fragili. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, Bertolaso lo capisce e lo concede: quel De Santis non gli piace. Lo rimuove dopo cinque mesi. Perché? Con quali "elementi"? A chi comunica i suoi dubbi? Quali verifiche decide per chiudere i "buchi" dei protocolli e delle procedure? Come non è attendibile sostenere che una buona reputazione abbia sempre accompagnato i "soggetti attuatori" prescelti. Il credito degli "attuatori" (il soggetto deputato alla realizzazione del progetto) è al lumicino da tempo. Di Balducci si conoscono gli affari di famiglia che incrociano gli oneri del suo incarico. Angelo, il padre di famiglia, coopta l'Anemone Costruzioni nel risanamento della Maddalena (appalti per 100 milioni). La moglie di Angelo (Rosanna Thau) è in società ("Erretifilm") con la moglie di Diego Anemone (Vanessa Pascucci). Il figlio di Angelo (Filippo) compra con Diego Anemone il centro sportivo della Banca di Roma a Settebagni. Nasce il "Salaria Sport Village".

Anche Gian Michele Calvi è prigioniero di un temperamento familistico (insegna al dipartimento di Meccanica strutturale dell'Università di Pavia; dopo essere stato "attuatore" alla Maddalena, oggi è il direttore del progetto C. A. S. E., la ricostruzione all'Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti per 17mila persone con appalti per 695 milioni di euro). La "Myrmex" di suo fratello (Gian Luca) rileva chi lo sa perché la malandata "Tecno Hospital" di Giampaolo Tarantini che, per le sue prestazioni di prosseneta, è stato molto caro a Silvio Berlusconi prima che scoppiasse il rumore per le feste in Villa e a Palazzo. Così caro da riuscire a ottenere - grazie a buoni uffici del premier - un incontro privato con Bertolaso per via di un desiderato ingresso del ruffiano nella rosa delle società al lavoro nel post-terremoto aquilano. Nell'affollato intreccio di interessi pubblici, privati e familiari si intravedono ambiguità - se misfatti penali, lo si accerterà - , ma senza dubbio Bertolaso avrebbe dovuto trarne già da tempo "elementi" sufficienti per una qualche diffidenza. Che, invece, contro ogni evidenza, nega ancora oggi. Bisogna chiedersi perché.

La ragione può essere questa: anche Bertolaso partecipa al disinvolto coinvolgimento della sua famiglia nelle "emergenze" affrontate dalla Protezione civile. Suo cognato (Francesco Piermarini) "è stato impiegato nei cantieri della Maddalena ed è in rapporti con Diego Anemone", l'imprenditore in affari (ora è in carcere) con il figlio e (attraverso la moglie) con la moglie di Angelo Balducci. Cadono così due degli argomenti difensivi di Guido Bertolaso. Inchieste giornalistiche gli hanno offerto "elementi" per mettersi in sospetto, per ridimensionare la reputazione dei tecnici che ha scelto, ma il capo della Protezione civile non può denunciare - nemmeno oggi che quelle pratiche sono diventate scandalo - il fondo "gelatinoso" del suo dipartimento perché anche le sue pratiche sono collose quanto le condotte di chi dovrebbe contestare. Le parole di Bertolaso, che possono apparire soltanto un'imprudenza, sono allora il frutto di un deliberato proposito di tacere perché egli è vulnerabile come gli altri. I passi storti di quelli sono equivalenti alle sue mosse molto dubbie.

Già potrebbe bastare, e invece l'argomento più debole della difesa di Guido Bertolaso lo si rintraccia in un'affermazione che non ha ricevuto finora l'adeguata attenzione. Il capo della Protezione civile dice: "Io non ho seguito direttamente e personalmente la vicenda degli appalti".
Sono parole che decidono in modo definitivo l'accountability di Guido Bertolaso. Egli trattiene nelle sue mani un potere inconsueto. Si muove oltre le norme, in un "vuoto di diritto". Lo "stato di necessità", che lo attiva, gli rende possibile e concreta qualsiasi decisione, anche contro la legge. È un potere eccezionale rinvigorito, come mai è accaduto, anche da privilegio aggiuntivo. Come ha rilevato il senatore Luigi Zanda in Senato, in Bertolaso "sono concentrati i poteri politici del governo (è sottosegretario) e quelli amministrativi di un ufficio pubblico (è il capo del dipartimento)". Egli è dunque il responsabile per eccellenza, l'indiscusso accountable, colui che non solo dirige un progetto, un programma, una misura d'intervento, ma decide anche politiche, priorità, urgenze.

Bertolaso è allora doppiamente "accountable", responsabile: nei confronti del Parlamento come membro del governo, nei confronti del governo come capo del dipartimento. In qualsiasi momento dovrebbe essere pronto a dichiarare in che modo viene eseguito l'incarico, come viene impiegato il denaro, in quale misura sono stati raggiunti gli obiettivi e quali aspettative sono state soddisfatte. Accountability è l'esatto contrario di arbitrio. Presuppone trasparenza, garanzie, assunzione di responsabilità e rendiconto sulle attività svolte, soprattutto sempre l'impegno a dichiararsi. Bertolaso, che non ha esitato a prendere su di sé doppi poteri, con quelle parole ("Nulla so di appalti") rifiuta curiosamente di assumersi le responsabilità che quei poteri gli hanno attribuito. È troppo anche per l'Italietta di oggi. Perché delle due, l'una: o Bertolaso si è occupato degli appalti come il suo incarico gli comanda e oggi non la racconta tutta. O non se n'è occupato, come dice, ed è venuto meno ai suoi obblighi. È un contesto che non può essere liquidato con qualche cronaca, le solite grida rabbiose di Berlusconi contro la magistratura in attesa che i giudici sciolgano tutti i nodi. Ci sono altri e buoni modi per mettere a fuoco quel che è accaduto e accade nella Protezione civile. Il più lineare - anzi necessario perché è in discussione la privatizzazione della Protezione civile - è che Bertolaso faccia in Parlamento il resoconto del suo lavoro e che le Camere ne discutano con rigore, mentre il governo fermi e corregga il suo decreto legislativo.

Sarebbe l'esito più coerente per quel che si scorge in questa storia: una democrazia è viva ed equilibrata se ai pesi (poteri) corrispondono contrappesi (controlli) in grado di vigilare e, nel caso, segnalare il funzionario corrotto o incapace. In quest'occasione, s'è vista l'efficienza di alcuni controlli (una stampa intraprendente, una magistratura lesta e non intimidita). Manca ora l'esame del Parlamento che non dovrebbe farsi paralizzare dal "vergognatevi" di chi crede all'unicità del suo potere e alla "sacra" intoccabilità degli uomini scrutinati per esercitarlo.

Repubblica. 13-2-2010

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La dottoressa Nooshin Ebadi prelevata dalla sua abitazione da quattro agenti e portata in carcere
In manette il cognato del leader riformista Moussavi, tre giornalisti e un'attivista dei diritti umani

 La Repubblica, 29-12-2009 

TEHERAN - L'intelligence iraniana ha arrestato la sorella del premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi. Lo ha annunciato su un sito dell'opposizione la stessa avvocatessa pacifista premiata nel 2003. La donna, si legge, è stata convocata ieri sera dalla magistratura e "non ha ancora fatto ritorno a casa". E poi, nel corso della giornata, arriva il terribile proclama che l'ayatollah Abbas Vaez-Tabasi - un religioso che rappresenta l'ayatollah Khamenei, guida suprema dell'Iran - ha lanciato: i leader dell'opposizione sono "nemici di dio" e dovrebbero essere giustiziati in base alla Sharia, la legge islamica. Lo ha riferito la televisione di Stato.
Intanto il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, replica alle accuse di Londra: se la Gran Bretagna non cesserà di parlare della repressione delle proteste in Iran "riceverà un pugno in bocca". I Pasdaran iraniani rincarano la dose e accusano la stampa straniera di essere parte di un complotto per provocare una "rivoluzione di velluto" contro il regime. E il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad definisce le manifestazioni dell'opposizione una "nauseante mascherata promossa da americani e sionisti".
La denuncia. "Mia sorella, la dottoressa Nooshin Ebadi, è stata arrestata nella sua abitazione il 28 dicembre da tre agenti e da una donna dell'intelligence e portata in carcere. Con lei hanno portato via il suo computer", scrive Ebadi in un comunicato sul sito Rahesabz. "Non so dove sia detenuta e perché sia stata arrestata. Di certo per costringermi a mettere fine al mio lavoro. Non ha fatto nulla di male, non è coinvolta nelle mie attività per i diritti umani e non ha mai partecipato ad alcuna protesta", ha aggiunto.

Gli altri arresti. Il sito riferisce anche dell'arresto di tre giornalisti e di un'attivista per i diritti umani. Uno è Mashallah Shamsolvaezin, giornalista riformista. Morteza Kazemian, giornalista del quotidiano riformista Etemad e di altri siti dell'opposizione, e l'attivista Mansoureh Shojai sono stati arrestati intorno alla mezzanotte mentre un altro giornalista, Mohammad Javad Saberi, è stato arrestato nei pressi dell'università di Teheran. L'Iran conferma anche l'arresto di Reza al Bacha, 27 anni, giornalista di origine siriana che lavora per il gruppo Dubai Media Corporation e risultava disperso dopo gli scontri dei giorni scorsi. Ne dà notizia lo stesso gruppo per cui al Bacha lavora. Ed è stato di nuovo arrestato l'ingegnere Shahpour Kazemi, cognato del leader riformista Mir-Hossein Moussavi, già arrestato dopo le presidenziali di giugno e rilasciato il 26 novembre dietro cauzione. Ai domiciliari l'ex presidente del Parlamento iraniano, Mehdi Karroubi, come riferisce all'agenzia di stampa Agi il giornalista iraniano Omid Habibinia citando la testimonianza del figlio del leader dell'opposizione al sito riformista Rahe Sabz.

"Messa in scena sionista". Ahmadinejad definisce le proteste di domenica scorsa una "nauseante mascherata promossa dall'estero". Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, il presidente sostiene che "la nazione iraniana ha visto molte di queste mascherate". Le manifestazioni sarebbero, a suo giudizio, "uno spettacolo che fa vomitare, scritto da sionisti e americani che ne sono gli unici spettatori. Ma quelli che l'hanno pianificato e quelli che vi hanno partecipato si sbagliano".

Larijani: "Massimo della pena per i manifestanti". Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, chiede "il massimo della pena" per chi ha provocato i disordini degli ultimi due giorni a Teheran. Ma precisa che occorre fare una distinzione fra quelli che chiama "controrivoluzionari", da processare - a suo parere - con il massimo rigore, e l'opposizione riformatrice. Larijani non chiede l'arresto dei responsabili dell'opposizione - al contrario di quanto hanno fatto ieri numerosi esponenti del regime - invitando "coloro che si sono lamentati delle elezioni (che hanno portato alla conferma di Ahmedinejad) a non esprimersi con nuove dichiarazioni che rendano l'atmosfera ancora più tesa".

Larijani replica a Obama. Larijani risponde anche alle parole di condanna espresse ieri da Barack Obama: "Le promesse di cambiamento fatte nei mesi recenti dal presidente americano erano solo una mossa opportunistica per colpire gli interessi dell'Iran e dei musulmani". Il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, ha aggiunto che se la Gran Bretagna non cesserà di parlare contro la repressione delle proteste in Iran, "riceverà un pugno in bocca".

Le accuse internazionali. Ieri il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, aveva definito molto "preoccupante" la "mancanza di autocontrollo" delle forze dell'ordine iraniane negli incidenti avvenuti il giorno dell'Ashura, che hanno provocato almeno otto morti e decine di feriti. Altri Paesi europei hanno espresso la stessa posizione. "Le dichiarazioni di certe autorità straniere - risponde Mottaki, che dall'inizio delle proteste, a giugno, continua a sostenere che sia tutto conseguenza di un complotto di Londra - mostrano le cose vergognose che hanno fatto. Finora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su cosa hanno fatto e quando. Ma i popoli ne sono a conoscenza, e la faccenda è chiara".

I Pasdaran. L'Iran, per bocca dei Pasdaran, ha nuovamente accusato l'Occidente di sostenere l'opposizione interna. Secondo le Guardie rivoluzionarie, i media stranieri stanno conducendo una guerra psicologica per rovesciare il sistema e danneggiare lo Stato islamico. "Chi ha architettato i disordini pagherà presto il prezzo della sua insolenza - si legge in un comunicato - l'opposizione è sostenuta dal nemico straniero. I Pasdaran affermano inoltre che "la sedizione" nel Paese "è arrivata alla sua fine" e che coloro che l'hanno pianificata "ne devono pagare il costo".

L'opposizione: "Chiedete perdono". Il maggiore partito riformista, il Mosharekat, ha chiesto oggi ai responsabili del regime di "chiedere perdono al popolo" e "tornare alla Costituzione" per "uscire dalla crisi in atto", si legge in un comunicato sul sito Norooz. Nel quale il Mosharekat definisce gli incidenti di domenica "attacchi di forze militari contro gente indifesa", e le retate delle ultime 48 ore "vaste operazioni di arresti alla cieca".

Manifestazione per il governo. Domani alle 15 (le 12.30 in Italia) scenderanno in piazza a Teheran i sostenitori del governo iraniano. Lo annuncia oggi l'agenzia filogovernativa Fars. Una protesta contro il movimento riformista.
(29 dicembre 2009)

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Campagna: Caccia al caccia! Diciamo NO agli F35!

http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&id_topic=37

 Promossa da: Rete Italiana per il Disarmo - Campagna Sbilanciamoci

Campagna di pressione lanciata da Sbilanciamoci! e da Rete Italiana per il Disarmo affinché il Governo italiano rinunci all'acquisto dei cacciabombardieri JSF-F35 e usi in maniera migliore per la popolazione gli oltre 16 miliardi di spesa previsti. In questa mobilitazione è confluita la raccolta di firme della "Campagna di indignazione nazionale" promossa da GrilloNEWS che ha raccolto da aprile a luglio oltre 8700 adesioni di cittadini. Leggi qui il testo "Uniti nell'impegno" di GrilloNEWS sull'unificazione delle campagne

Appello alla mobilitazione
Entro la fine dell'anno il Governo italiano, dopo aver chiesto ed ottenuto qualche mese fa un parere al Parlamento in poco tempo e senza praticamente dibattito, dovrebbe procedere alla continuazione della produzione di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 16 miliardi di euro.
Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.
In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all’università e alle politiche sociali, destinare 16 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese.
Sbilanciamoci! e Rete Italiana per il Disarmo chiedono quindi al Governo di non procedere alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell’industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.
Con 16 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 3000 nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.
Il Governo, in questo spinto anche dal Parlamento, faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma destinando le risorse così liberate alla società, all’ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

Ecco il testo che invieremo per te al Governo italiano

Considerato che:
Siamo in un momento di grave crisi economica e finanziaria che colpisce le famiglie e i lavoratori cosa che richiede massicci interventi contro la povertà e la disoccupazione.
È necessario trovare risorse economiche in tempi rapidi per la ricostruzione dell’Abruzzo.
Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l'indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari.
L'art.11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie di crisi.
Accogliendo le proposte della Rete italiana per il disarmo e della campagna Sbilanciamoci!, chiedo al governo italiano di bloccare la costruzione dei cacciabombardieri F-35 e di utilizzare le risorse stanziate – pari a circa 15 miliardi di euro – per finanziare ad esempio:
La ricostruzione in Abruzzo.
La produzione di 8 milioni di pannelli solari per l'energia pulita.
La messa in sicurezza metà delle scuole italiane.
Un assegno di disoccupazione per tutti i precari che perdono il posto di lavoro.

Documenti di approfondimento

Aderisci:

Adesioni dal 19 maggio 2009: 13261 persone , 102 organizzazioni

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  Fondazione Gheddafi: gravi violazioni dei diritti in Libia

           Pubblicato il primo rapporto sul paese

 Torture, detenzioni arbitrarie e vessazioni. Saif Al Islam, figlio del leader libico, fondatore della Fondazione Gheddafi, gioca d'anticipo e pubblica un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Libia, due giorni prima che Human Rights Watch diffonda il suo primo studio sul paese.

 Suscitando un'unanime sorpresa, la Fondazione Gheddafi ha presentato ieri un rapporto sulla situazione dei diritti umani in Libia, con prove relative a diversi casi di tortura emersi nel paese. La pubblicazione è arrivata battendo sul tempo, con appena due giorni di anticipo, l'uscita di un altro rapporto, quello dell'organizzazione per i diritti umani statunitense, Human Rights Watch, per la prima volta ammessa nel paese.
Presieduta da Saif al-Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, la Fondazione, che è molto attiva nella promozione dei diritti umani in Libia, ha denunciato per il 2009 un aumento di violazioni ed abusi, citando casi di torture, maltrattamenti e detenzioni ingiustificate. Attraverso la relazione, che è stato distribuita alla stampa, l'organizzazione ha lanciato un appello per la revoca delle immunità speciali di cui godono i funzionari di alcuni organi dello Stato.
La Fondazione ha chiesto inoltre l'apertura di un'indagine trasparente, sul massacro compiuto nel 1996 nel carcere di Abu Slim a Tripoli, nel quale almeno 1.200 prigionieri hanno perso la vita. Un fatto già denunciato da altre organizzazioni come la stessa Human Rights Watch.

La Fondazione Gheddafi ha infine chiesto la liberazione di tutti i prigionieri la cui innocenza è stata provata e coloro che hanno scontato la pena, accusando l'amministrazione e il governo di non rispettare le decisioni dei tribunali. Non sono mancate, poi le critiche nei confronti del controllo di stato su stampa, sindacati e ordini professionali.
Non sono chiare le conseguenze che questo rapporto porterà all'interno degli equilibri interni al paese. I contrasti tra Saif Al Islam, erede più probabile di Gheddafi, e suo padre sono infatti sempre più accesi negli ultimi anni. Il figlio del leader libico sarebbe arrivato al punto di chiedere asilo alla Svizzera, secondo indiscrezioni trapelate dalla stampa elvetica lo scorso febbraio. Tuttavia Saif, principale artefice del disgelo delle relazioni diplomatiche tra Libia e Occidente, continua a rimanere l'unica figura politica di spicco all'interno della famiglia Gheddafi.

dal sito di Nigrizia - 11/12/2009

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  Appello della Rete della Diaspora Africana Nera in Italia

 10.12.09 Da grillonews - Dall'uccisione del giovane sudafricano Jerry Essan Masloo (Villa Literno, 25 agosto 1989) che allora sollevò un'onda d'indignazione e proteste in questo paese, a quella recente del senegalese Ibrahim M'Bodi, ucciso a Biella dal datore di lavoro, con nove coltellate, perché reclamava lo stipendio che da tre mesi non gli era stato versato. A quelli che parlano ancora di «episodi isolati» diciamo che sono fatti che dimostrano, ce ne fosse bisogno, che c'è un fenomeno di intolleranza crescente che sta dilagando in questo paese e la comunità Nera africana ne sta pagando altamente le spese.

Dall'uccisione del giovane sudafricano Jerry Essan Masloo (Villa Literno, 25 agosto 1989) che allora sollevò un'onda d'indignazione e proteste in questo paese, a quella recente del senegalese Ibrahim M'Bodi, ucciso a Biella dal datore di lavoro, con nove coltellate, perché reclamava lo stipendio che da tre mesi non gli era stato versato, abbiamo assistito nell'arco di un solo anno al massacro del piccolo Abdul a Milano per un pacco di biscotti, al pestaggio del giovane Emmanuel dai vigili di Parma. Abbiamo visto il giornalista-scrittore Pap Khouma malmenato da agenti del trasporto milanesi, sei ghanesi morti-ammazzati a Castelvolturno, uno studente etiope picchiato a Napoli, l'attore Mohamed Ba accoltellato in pieno giorno nella «Milano col cuore in mano», senza ragione, di fronte all'indifferenza generale. Anche un somalo a Torino  aggredito sul pullman, ne è uscito con una mascella rotta. Un fisioterapista congolese, aggredito davanti alla figlioletta da una ventina di ragazzi, e tante, tante altre violenze e soprusi quotidiani.
A quelli che parlano ancora di «episodi isolati» diciamo che sono fatti che dimostrano, ce ne fosse bisogno, che c'è un fenomeno di intolleranza crescente che sta dilagando in questo paese e la comunità Nera africana ne sta pagando altamente le spese. Da qualche tempo, registriamo presso i nostri concittadini dell'Africa Nera, segnali di insofferenza e preoccupazione.
Ci sono sempre più immigrati neri che denunciano l'esistenza di un clima di sospetto, di ostilità, di violenza verbale nei loro confronti. Oggi in Italia, vi sono
chiari indici di un aumento del razzismo contro i Neri. Il peggioramento della situazione ci invita ad agire per dire basta contro l'odio e il razzismo.
Di fronte all'uccisione di Ibrahim M'Bodi, gli intellettuali dell'Africa Nera in Italia chiedono a TUTTI un risveglio da questo letargo di disumana indifferenza. Dobbiamo combattere TUTTI contro questo vento gelido che si aggira per l'Italia nell'assordante silenzio della gente onesta.
La battaglia deve essere culturale, ma anche politica e mediatica.

Chiediamo perciò alla classe politica di questo paese che ci ha accolto, più impegno e
determinazione nella lotta contro il razzismo, l'odio e l'intolleranza. Servono campagne di prevenzione per impedire un deterioramento della situazione. Ma contrariamente ai metodi usati in passato, vogliamo essere protagonisti di queste campagne di sensibilizzazione. Vogliamo parlare agli italiani ed affrontare insieme a loro le sfide della convivenza e del dialogo interculturale. Chiediamo alla classe politica di fronte all'uccisione di Ibrahim M'Bodi di cambiare radicalmente il modo con il quale la questione del razzismo viene affrontata in questo paese. Perché non siamo cittadini di seconda classe; perché crediamo in una società dei Diritti ma anche dei Doveri; perché crediamo in una società dove la sicurezza viene garantita a tutti i cittadini; perché molti di noi sono anche orgogliosamente cittadini italiani; per evitare che accada un altro episodio triste, chiediamo alla classe politica di impegnarsi con maggiore concretezza per il nostro riconoscimento sociale creando le condizioni per farci dialogare in armonia con il popolo italiano.

REDANI* Rete della Diaspora Africana Nera in Italia
Via Stalingrado 25/A – 40128 Bologna
Tel e Fax +39 0515878554
kossikom@gmail.com
(*) La REDANI (
Rete della Diaspora Africana Nera in Italia) è un movimento politico, non partitico di intellettuali africani in Italia che si prefigge lo scopo di promuovere la difesa, partecipazione ed integrazione sociale, culturale, economico e politico della Diaspora dell’Africa nera in Italia e nel mondo; difendere l'immagine dell'Africa, promuovere e realizzare progetti di co-sviluppo e di sostegno alla migrazione circolare nei paesi dell’Africa sub-sahariana

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  Trento - «L'acqua pubblica, i territori e l'autogoverno»,

 

          con Raquel Gutierrez, John Holloway e Alex Zanotelli

Giovedì 10 dicembre alle ore 20.30 a Trento, in via San Bernardino 8, presso il Teatro S. Marco: «L'acqua pubblica, i territori e l'autogoverno». L'esperienza della Guerra dell'Acqua di Cochabamba assieme ai suoi protagonisti. Dall'America latina all'Europa, i protagonisti delle battaglie internazionali in difesa dell'acqua per una serie di incontri e conferenze.
Testimonianze e confronti sul valore rivoluzionario del bene comune acqua, che attorno a sé riassume le contraddizioni della nostra epoca, ispirando la creazione di nuovi orizzonti possibili. Un evento tanto più significativo, nell'Italia che privatizza l'acqua. In varie città d'Italia, dal 10 al 21 dicembre, promosso dall'associazione Yaku.
A Trento si confronteranno: Oscar Olivera, Raquel Gutierrez, John Holloway insieme a Padre Alex Zanotelli, per un incontro pubblico, al quale parteciperà anche Michele Nardelli, del Forum Trentino per la Pace. In questa occasione sarà presentato il libro libro
«La Rivoluzione dell’Acqua – La Bolivia che ha cambiato il mondo» [ed. Carta – a cura di Yaku], insieme agli autori, Oscar Olivera e Raquel Gutierrez.
Il libro «la Rivoluzione dell'acqua» raccoglie le voci dei protagonisti della Guerra dell’Acqua di Cochabamba del 2000 a cui si ispirano e si mescolano quelle dei movimenti che in altri Paesi come nel nostro, combattono per i diritti dei popoli, per la difesa dell’acqua, dei beni comuni. Ed è integrato da apporti di
Yaku, di Marco Bersani del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, da Raul Zibechi ed altri. Info: redazione@yaku.eu, www.yaku.eu

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   Misteri d'Italia, Brenda muore all'alba

                          Paola Bonatelli

21 novembre 2009 - Nella storia della giornata mondiale contro la transfobia, che si celebra oggi, 20 novembre, in tutto il mondo in memoria delle vittime transessuali assassinate, l'Italia verrà ricordata quest'anno per la morte di Brenda, 32 anni, trovata morta all'alba nel suo appartamento di Roma. La sua memoria sarà anche più pesante perché Brenda era una delle persone transessuali coinvolte nel cosiddetto scandalo Marrazzo. La giovane brasiliana, morta asfissiata in seguito ad un incendio sviluppatosi nella sua abitazione (pare proveniente da una borsa), giaceva seminuda sul soppalco della sua casa di via Due Ponti. Accanto a lei, una bottiglia di scotch, e intorno l'inquietante presenza non solo di alcune valigie già pronte ma del suo computer portatile immerso nell'acqua. Nonostante le recenti dichiarazioni di Brenda, che, dopo l'episodio di violenza in cui era stata coinvolta l'8 novembre scorso, durante il quale le era stato portato via il cellulare e da cui era uscita spaventata e pesta anche per le ferite che si era autoprocurata in ospedale, aveva detto di non poterne più e di vivere nel terrore di morire, nessuno crede all'ipotesi del suicidio. Anche perché è il secondo morto del caso Marrazzo, dopo Gianguarino Cafasso, di professione protettore/pusher. Cafasso sarebbe morto di overdose di cocaina ma la faccenda non ha convinto la procura di Roma, che ha ordinato ripetuti esami tossicologici sul corpo. Secondo i carabinieri, sarebbe stato lui il filmaker di via Gradoli.
La prima a non credere al suicidio di Brenda è appunto la procura capitolina, che ha disposto gli esami autoptici e tossicologici della vittima e il sequestro del suo computer. Non ci credono le sue amiche, che sostengono che Brenda l'hanno ammazzata, non ci crede Vladimir Luxuria, che ha detto "Brenda poteva essere vista come una persona scomoda, troppe cose mi lasciano perplessa sulla casualità di questa fine" e nemmeno il legale dell'ex presidente della Regione, Luca Petrucci, che, ricordando il famoso caso della Uno bianca, in cui i testimoni venivano messi a tacere, chiede protezione per Natalie, l'altra transessuale coinvolta nella vicenda Marrazzo. Ma le parole più dure sono di Mario Adinolfi del Pd, vicedirettore di RedTv, che su Facebook commenta: "Un video scabroso, girato in una palazzina legata ai servizi segreti, un gruppo di carabinieri che ricatta, un governatore che crolla, un pusher che muore misteriosamente, un trans prima minacciato, rapinato, picchiato e poi trovato carbonizzato. Ma non è un thriller, è l'Italia. È Roma, che sembra tornata ad essere quella dei tempi della Banda della Magliana. Anzi, peggiore. Più subdola e per questo più pericolosa. La Brendona è il Mino Pecorelli del tempo tragico e farsesco che stiamo vivendo, di una classe dirigente di una pochezza spaventosa, nome in codice Chiappe d'Oro". Ciao Brenda.

 Comunicato di Take Back The Night

Stanotte a Roma una delle transessuali legate al caso Marrazzo è stata trovata morta, il cadavere bruciato.
Brenda era una delle tante sex workers che giorno e notte lavorano nell'illegalità, sfruttate ed umiliate, da un sistema omofobo, transfobico e repressivo.
Ogni giorno donne, lesbiche, omosessuali, transessuali, migranti vivono un'esistenza di marginalità e precarietà, nelle strade invase da ronde e picchiatori, diventano visibili solo quando salgono alla ribalta dei fatti di cronaca nera, picchiate, violentate, uccise.
Oggi 20 novembre, nella giornata mondiale in ricordo delle vittime di transfobia, un'ennesimo nome va aggiunto a questa lista: chiediamo che sia fatta luce su questa morte legata a doppio filo alla politica del potere, dei favori, delle mazzette.
Domani saremo in piazza: donne, lesbiche, migranti, transessuali in un corteo notturno per le strade di Roma, per riprenderci la notte, le strade della nostra città, per affermare l'autodeterminazione dei nostri corpi.
Verità e Giustizia per Brenda.
 Appuntamento il 21 novembre a  Piazza Vittorio, ore 18.30

Il Manifesto

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  Violenza contro le donne: anche gli uomini in piazza

                           Marina Zenobio

21 novembre 2009 - In attesa della manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 28 novembre, per la ricorrenza della Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne (che sul calendario dell'Onu cade il 25 novembre) già da sabato 21, nella capitale e a Brescia, i primi eventi. Nella provincia lombarda l'Udi ha organizzato una «Staffetta di donne contro la violenza sulle donne» con appuntamento alle ore 15 in Piazza della Loggia per raccontare con parole, suoni e immagini un anno di lotta e di staffetta  che ha avuto numerose tappe in giro per l'Italia (info www.udinazionale.altervista.org). A Roma la street parade (partenza ore 18,30 da Piazza Vittorio con arrivo a Piazzale del Verano) organizzata da donne di vari movimenti di lotta cittadini con la consegna «Take back the night- Riprendiamoci la notte» perché «nell'immaginario comune - si legge nell'appello di convocazione -  la notte è sempre stata associata all'insicurezza, alla violenza, alla paura e col tempo noi stesse abbiamo imparato a introiettare l'idea del pericolo del mondo esterno» hanno quindi deciso che è arrivato il momento di riprendersi la notte perché «dopo anni di politiche sempre più restrittive per la libertà di tutti ma soprattutto di tutte, abbiamo pensato di dover ribadire cosa vuol dire sicurezza per noi». (info sulla rete http://takebackthenight.noblogs.org).
Ma l'evento straordinario è rappresentato dall'altra manifestazione romana che, per la prima volta vede in piazza gli uomini. L'associazione nazionale MaschilePlurale nata nel maggio del 2007, ha infatti organizzato un sit-in (piazza Farnese dalle 15,30 alle 19) aperta anche alle donne  - hanno aderito  in molte, singole e organizzate e gruppi e Lgbt – ma rivolta soprattutto agli uomini, perché riflettano sulle loro responsabilità di genere, perché – come  scrivono «da uomo a uomo» sull'appello di convocazione «Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne. Desideriamo e crediamo in un'altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere». In una lettera pubblicata sul sito www.maschileplurale.it  e inviata a numerosi gruppi di donne in giro per l'Italia, l'associazione ha voluto anche esplicitare le ragioni della scelta di una loro manifestazione autonoma, specificando che con le manifestazioni nazionali di Brescia il 21 e di Roma il 28, con le donne, i gruppi e le associazioni femministe che li hanno organizzati o aderito, gli uomini di MaschilePlurale sono e vogliono continuare ad essere in un rapporto fecondo di scambio e collaborazione. «Facciamo vivere insieme tutte e tutti - scrivono sulla lettera - una grande giornata di mobilitazione, riflessione, impegno, desiderio e libertà contro la violenza sessuata che colpisce ogni giorno donne, gay, lesbiche, trans, immigrati e che opprime ogni diversità e singolarità e che rende le vite di molti uomini inutilmente e pericolosamente misere, oppressive e violente».
Sabato 28 a Roma (appuntamento ore 14 a Piazza della Repubblica), si terrà la manifestazione nazionale convocata attraverso un appello dal sito www.torniamoinpiazza.it ed al quale hanno risposto associazioni, collettivi, centri antiviolenza e singole donne (tra cui la Casa internazionale delle donne e l'associazione nazionale dei centri antiviolenza «D.i.Re Donne in rete contro la violenza») per ribadire l'impegno nel combattere la violenza maschile sulle donne, per la libertà di scelta sessuale e di identità di genere. La manifestazione nazionale, si legge sulla convocazione, sarà «indipendente dai partiti, per la civiltà della relazione tra i sessi, per una informazione libera e non sessista, contro lo sfruttamento del corpo delle donne a fini politici ed economici, contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla convivenza civile tra i sessi e le culture diverse, per una responsabilità condivisa tra uomini e donne». Parole d'ordine non del tutto e da tutte condivise, in particolare dalle realtà di donne, lesbiche e trans riunite il 31 ottobre scorso a Bologna, in un'assemblea che ha stabilito «di non poter aderire tout-court al testo perché privo di alcune parole per noi imprescindibili e perché non scaturito da una pratica politica condivisa». Ritenendo però che la denuncia della violenza maschile contro donne, lesbiche e trans è tema centrale e continuativo del lavoro politico di molte, ed interesse certo di tutte, non faranno comunque mancare la loro presenza al corteo che arriverà fino a Piazza San Giovanni.

Il Manifesto

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   I bambini? Padroni della rete
            A sei anni sono già abilissimi

I piccoli delle ultime generazioni utilizzano con efficacia le nuove tecnologie. Lo rivela una ricerca di Eurispes, con numeri sorprendenti di TIZIANO TONIUTTI

ROMA - Li chiamano nativi digitali e sono tra noi ormai da qualche tempo. Dopo l'ultima generazione analogica, quella nata tra la metà è la fine degli anni 70, tutti i nuovi nati vanno considerati a buon titolo digitali. Ovvero arrivati quando l'umanità ha cambiato passo, virando verso l'era informatica. Bimbi che nascono già avvezzi alla tecnologia, come se questa fosse un'estensione delle capacità umane, in maniera significativamente più naturale anche della generazione precedente.
I dati dell'Eurispes in questo senso sono sorprendenti. Secondo una ricerca dell'ente, le nuovissime generazioni sono abilissime con le tecnologie già nell'età scolare. Insomma, nella fascia d'età pre-adolescenziale la ricerca rivela che i nativi digitali sfoggiano ottime capacità di interazione con computer, web e applicazioni. Ci si chiede piuttosto se queste abilità non siano premature al punto da presentare dei rischi per i bimbi, o se tutto rientri nell'inevitabile e preciso ritmo dell'evoluzione.
Ecco i dati. Ai bambini che utilizzano il computer i ricercatori Eurispes hanno chiesto quali, fra le sue applicazioni, sono in grado di utilizzare. La quasi totalità, l'87,3%, sa giocare con il Pc. Risulta elevata anche la percentuale di piccoli in grado di scrivere un testo con il computer (75,4%) o di stampare (62,7%). E fino a qui, dati tutto sommato attesi.
La questione si fa interessante quando entra in scena il web. La maggioranza dei bambini intervistati si dice capace di cercare informazioni in Rete (59,8%). Più limitato il numero di piccoli capaci di inviare una e-mail (37,9%) e di trasferire le foto dalla macchina digitale al Pc (35,7%). Ma si tratta di attività complesse, che pure hanno cifre di tutto rispetto.
Questo vale per i maschietti e già in tenera età. le bambine, da parte loro, sono superiori: dimostrano di possedere competenze lievemente maggiori rispetto ai maschi. Il divario più significativo riguarda la comunicazione on line e la scrittura: il 40,3% è capace di inviare e-mail, contro il 35,4% dei maschi; il 77,3% sa scrivere un testo sul computer (contro il 73,5%).
L'avvicinamento al web avviene prestissimo, presumibilmente assistito dai genitori. Metà del campione dei bambini ha iniziato ad usare internet tra i 6 e gli 8 anni (50,7%), mentre il 47,7% tra i 9 e gli 11 anni. L'utilizzo della Rete piu' diffuso fra i bambini riguarda la ricerca di informazioni (69,3%) e l'attività ricreativa (68,3%).
E poi c'è un dato che regala materiale per ampie riflessioni a chi produce o vende contenuti multimediali. La maggioranza dei bambini intervistati scarica musica/film/giochi/video dal Web (55,9%) e guarda filmati su YouTube (54,7%). Internet è già di fatto un concorrente, o un'alternativa, alle fonti di informazione e ai giocattoli tradizionali. E soprattutto alla televisione, per sua natura scarsamente interattiva.
Quasi la metà del campione (49%) cerca in rete materiale per lo studio e l'attività scolastica, e per estensione un significativo 42,1% comunica tramite chat. In minoranza invece i bambini che partecipano a giochi di ruolo (28,7%), comunicano tramite la posta elettronica (27,8%), leggono un blog (22,4%), leggono e scrivono su forum (20,8%). E soprattutto sono pochi quelli che fanno acquisti online: appena il 15,9% del campione. Repubblica, 18 novembre 2009-11-18

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  Il dottor House è una donna
         e ora ha scritto un libro

Si chiama Lisa Sanders, tiene una rubrica sul New York Times Magazine ed è una consulente della serie televisiva. "Ogni paziente racconta la sua storia" è il diario di una categoria non invincibile: quella dei medici. Vecchia maniera

GABRIELE ROMAGNOLI

18 novembre 2009 - Prendete la signora Tamara Reardon: 44 anni, madre di 4 figli, sanissima fino al giorno in cui si svegliò con una febbre improvvisa e un forte dolore in gola. Si alzò e tutto il corpo le doleva, non si reggeva in piedi. Tornata a letto, alternava ondate di calore e di gelo. Poi cominciò a farle male la mandibola: impossibile mangiare. Il dottore che la visitò diagnosticò: tonsillite. Le prescrisse un antibiotico. La febbre passò. In compenso affiorò un bozzo nel collo. Tornò dal medico. La gola era perfettamente normale, salvo che per una serie di puntini bianchi. Linfonodi infiammati? Altre medicine, steroidi, e tutto andò a posto. Senonché, presa l'ultima dose, riecco la febbre, riecco il bozzo, riecco la paralisi della mandibola. Corse dall'otorinolaringoiatra. Lo specialista sospettò un ascesso, ma quando fece scendere la telecamerina in gola non ne trovò, in compenso notò un grumo nella giugulare. Non seppe che conclusioni trarre. Poi la sera incontrò un vecchio amico, specialista in malattie infettive, e gli raccontò il mistero. Quello ripetè i sintomi: tonsillite, febbre, bozzo al collo, mandibola bloccata, grumo alla giugulare. Disse: "Ha la sindrome di Lemierre". Individuata dal medico francese con quel nome nel '36, era mortale prima della scoperta della penicillina. Dopo il 1970 non se ne era più avuta notizia. Poi era riapparsa qua e là, e se trattata con antibiotici non abbastanza forti, poteva ancora uccidere. Lo specialista visitò Tamara e la fece ricoverare: l'infezione era arrivata ai polmoni e le restava ancora poco per combatterla e sperare di sopravvivere. Lo fece per due mesi, alla fine con successo.

Sembra la trama di un episodio del dottor House e quasi lo è. Il caso è uno dei tanti raccontati dalla dottoressa Lisa Sanders nel suo libro "Ogni paziente racconta la sua storia" (Einaudi, pp 280, 16,5 euro). Sanders, che da anni tiene una rubrica di "gialli diagnostici" sul New York Times Magazine è in effetti stata chiamata come consulente della serie televisiva. Ma il suo testo va oltre il dottor House, perché non ha un protagonista quasi invincibile. Ci racconta, invece, di un categoria che si batte e spesso perde: quella dei medici. Il problema è che quando perdono loro, per i pazienti è una disfatta senza rivincita. Se l'investigatore non risolve il caso il colpevole resta impunito, ma la vittima non risorgerebbe comunque, se non lo risolve il medico la vittima muore. E l'esito è spesso evitabile. Bastava sapere chi era Lemierre e quale sindrome aveva scoperto. Ma bastava, a volte, anche molto meno. Sanders sostiene una curiosa, devastante teoria: i medici hanno smesso di usare i sensi. Non ascoltano, non guardano, non toccano. "Ogni paziente racconta la sua storia" significa che bisognerebbe ascoltarlo quando parla, quando descrive i sintomi, narra la propria vita, rivela chi è, da dove viene e, probabilmente, che cos'è e da dove viene il male che lo affligge. Il medico invece ha smesso di fare domande, prescrive analisi e aspetta di leggere illuminanti esiti. Nel pudico mondo che si è creato ha smesso anche di toccare il paziente, le visite con palpazioni sono ormai scomparse, eppure restano capaci di decisive rivelazioni. Non sembrerà paradossale che l'autrice incontri a questo punto un medico quasi infallibile: è cieco, ma si affida al tatto. Guardare il malato tuttavia resta importante, invece di tenere gli occhi al monitor che lo scruta per conto del dottore. Fidarsi di sé, anche e perfino dei propri logici pregiudizi. Non solo è vero che il cancro al seno colpisce le donne e non è sessista considerarlo, ma è anche provato che le malattie della prostata colpiscono prevalentemente i neri e quasi mai gli orientali, non sia razzista ammetterlo. La medicina è andata avanti ma, suggerisce Sanders, il medico deve portarsi dietro il bagaglio del passato. O tanto vale curarsi con l'impersonale visita di Google.

Quello sul motore di ricerca Internet è il capitolo più spassoso e terribile del libro. E' vero che tutti noi appena abbiamo un sintomo ormai lo googliamo per sapere che cosa nasconde, ma è anche vero che ti capita il medico fa lo stesso in tua presenza (posso portarne testimonianza). Sanders racconta di una giovane donna, Maria Rogers, affetta da inspiegabili nausee. Alla seconda occasione in cui, entrata nella sua stanza per visitarla, la dottoressa che la curava la trovò intenta a farsi la doccia, le chiese spiegazioni e quella rispose che le docce la facevano stare meglio. Il medico googlò "nausee che passano con le docce", come potrebbe fare chiunque abbia un computer. Tutti i documenti che ricevette in risposta contenevano il riferimento a: iperemesi da abuso di cannabis. Tornò da Maria e le chiese se fumasse spesso marijuana. Risposta: sì, ma che c'entra? La paziente non volle mai credere alla correlazione tra il fumo e le sue nausee, ma questo restava un suo problema, il mistero era risolto con un clic. Eppure, meglio non fidarsi troppo. Un test ha provato che Google (non creato per diventare un medico portatile) azzecca il 58% dei casi. E i medici veri, direte voi? Fanno di meglio? Non ci sono, fortunatamente per loro, statistiche al riguardo. Esistessero, pare le migliorerebbero ascoltando, guardando, toccando e telefonando a un amico. Per la cronaca, il medico (svedese) che affrontò il mio malanno andando su Google trovò tre possibilità. Prescrisse le cure per la prima e nulla accadde. Con la seconda fece centro. Quando gli chiesi dove portasse la terza via rispose: "Non lo vuoi sapere". Infatti: a tutti noi pazienti basta che azzecchino, come possono, la domanda di riserva.
Repubblica

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  "Le veline? Vanno rispettate. Ma il video è pieno di maschi che utilizzano prostitute"


                         
  Intervista a Luisa Muraro di Cinzia Zuccon Morgani

Un circo. Siamo il paese delle veline e delle escort. Poco importa se negli anni le donne si sono distinte per capacità e fanno i conti con mondi che le pagano meno dei pari grado uomini e sono ancora troppo poche nei posti che contano. Nell'immaginario planetario siamo la nazione in cui la strada del lavoro e del successo passa attraverso il rapporto con uomini potenti e regole imposte da un sistema, quello televisivo, che detta canoni di bellezza e stabilisce il prezzo della realizzazione. Ma quanto le donne sono vittime e quanto complici? E soprattutto: che ne è delle loro conquiste, delle loro fatiche lontane anni luce da queste logiche? Luisa Muraro,filosofa originaria di Montecchio Maggiore, tra le fondatrici della "Libreria delle donne" a Milano dove risiede da molti anni, ci offre la sua lettura. Un punto di vista, a tratti sorprendente, non solo di profonda conoscitrice del femminismo fin dalle sue origini, ma di donna che, col tempo, ha accumulato quella saggezza che è un tutt'uno con i segni sul suo viso. Rughe che non si sognerebbe mai di togliere.
Dottoressa Muraro, donne che hanno sfruttato il loro corpo e la loro bellezza ci sono sempre state. E' il mezzo, la Tv, che fa la differenza?
Lo scandalo infatti non sono le "veline" o il corpo della donna, ma come viene usato, come viene montato in Tv lo spettacolo che sfrutta l'ossessione sessuale di uomini miseri. La strada è stata tracciata così e le ragazze che vogliono lavorare in questo mondo, se non ne fanno l'anticamera della prostituzione, vanno rispettate.
E' molto lontana dal "criminalizzarle"
Ma neanche per idea. Le veline non sono diverse dalle dattilografe che trascrivevano tutto per ore senza che fosse loro chiesto di usare il cervello. In Tv molte ragazze potrebbero fare molto di più e di meglio, ma si adeguano all'offerta. È la TV che è miserabile e che mostra una realtà ben diversa da quanto accade nella nostra società.
Se il prezzo è la dignità, questo uso del corpo, perché non fare un altro lavoro?
Perché la dignità del corpo non si salva con criteri piccolo borghesi. Ricordiamoci che sono ragazze giovani, ce ne saranno certo di smaliziate, ma la limpidezza di tantissime di loro si vede, hanno il diritto di coltivare un sogno.
Ma ci sona anche donne adulte che si servono di questo sistema di potere per quanto imposto negli anni dai media. E donne che hanno scelto di essere escort, come la D'Addario e le altre. Che ne pensa?
La televisione è piena di uomini che si servono delle prostitute e, tra loro e gli uomini, la nostra legge e il mio senso morale dicono che sono più responsabili i secondi. Quanto alla D'Addario sapeva di prestarsi ad un gioco di potere e se ne è servita. Ma se Berlusconi pensa di essere furbo, lei ha dimostrato che non è da meno e che lo può mettere nei guai. Ha dato una bella lezione a tutti i presuntuosi.
Lei ha quasi 70 anni, donne come lei che hanno combattuto per avere più diritti ed emancipazione si chiedono: come mai siamo arrivati a questo punto?
Dimentichiamo che oggi le donne sono la parte più preparata e meglio istruita della società, hanno avuto accesso a tantissime professioni prima precluse, avanza un'ottima imprenditoria femminile e ci sono donne eccellenti nelle istituzioni che guidano altre donne: abbiamo fatto enormi balzi in avanti rispetto al passato. È la realtà mediatica che offre uno specchio grottesco e ridicolo, anche all'estero.
Lorella Zanardo nel suo documentario "II corpo delle donne" si chiede però: perché le donne accettano tutto questo e non si ribellano?
Ho discusso con lei su questo punto. Se le ragazze che si mostrano in TV sono libere e consenzienti e ricevono il giusto salario non mi sento di impedirglielo. Questo sistema lo si contrasta documentando ciò che accade e spegnendo la Tv. Sono gli uomini, anche nel sistema massmediale, che alla fine hanno il potere decisionale. Per questo le rispondo con le parole di un uomo che ha scritto una lettera ad un giornale dicendo: "siamo noi uomini che dobbiamo ribellarci e protestare, noi ci dovremmo vergognare di quest'uso del corpo femminile, come siamo noi che nutriamo il mercato della prostituzione e che siamo responsabili dello sfruttamento e dell' umiliazione di migliaia di donne che arrivano nel nostro paese".
Chissà quanti uomini sono altrettanto consapevoli che, in realtà, questo modo di utilizzare le donne svilisce loro stessi. Non può essere che sia proprio la paura delle capacità dimostrate e conquistate dalle donne, del "potere del femminile" a indurre gli uomini a imporre un modello che le umilia?
Sono d'accordo con lei. E le donne non devono farsi intimidire dai modelli che vengono proposti e poi devono rivolgersi a quegli uomini che hanno sentimenti civili, che hanno voglia di mettere fine a questa storia. È così che se ne esce.
La prossima rivoluzione femminile sarà combattuta insieme da uomini e donne?
Questa potrebbe proprio essere la sua caratteristica.
Il fatto è che il modello che impone bellezza, giovinezza e ritocchi dal chirurgo fa proseliti e non solo nel mondo dello spettacolo.
Questa cosa del corpo che rifiata i segni della vecchiaia e ne indossa altri di peggiori involgarendosi è mostruoso: diventa una parodia della giovinezza messa sopra il viso di chi non sa, non vuole o non può invecchiare. Perché ci sono dei lavori in cui la vecchiaia non te la lasciano mostrare.. È comunque una perdita di civiltà.
Rispetto alla rappresentazione che si offre del mondo femminile le donne sembrano immobili. Invece?
Sembra che le donne siano ferme, ma non è affatto così. L'intelligenza, il coraggio e l'inventiva della società femminile in Italia sono grandi: in tempi così duri continuano a ingegnarsi per mettere insieme casa e lavoro retribuito senza rinunciare a grandi ambizioni. Non posso che essere ottimista. Ne ho incontrato altre che, come me, riconoscono la straordinaria ricchezza di essere nate donne, chiamate a fare qualcosa di grande. Il segreto è nella presa di coscienza femminile.
Eppure secondo 'Time" se in Italia siamo così è la conferma che qui non c'è stato il femminismo. Non c'è stato invece un femminismo diverso, meno da "virago"?
Certo, è stato più senso libero della differenza femminile e meno imitazione degli uomini, e nei Paesi anglosassoni chi l'ha capito ci invita a parlarne per imparare da noi. L'ondata del femminismo degli anni 70-80 ha dato i suoi frutti in Italia.
Ci sarà un'altra ondata?
Secondo me sì.
Siamo riuscite ad avere quella libertà interiore rispetto alle immagini che ci appiccicano addosso?
Io me la sento in pieno, ma le ondate di femminismo non arrivano per risolvere i problemi fino all'ultima donna. Ci saranno sempre donne serve, subordinate e uomini "puttanieri", l'importante è che una società abbia idea di cosa significa essere una donna libera e un uomo civile e secondo me questa società lo sa. La nuova ondata inventerà i suoi traguardi. Quello che oggi sentiamo come mancante è assegnato al nostro impegno personale.
Come dice nel suo libro "Il Dio delle donne": "La grandezza umana - pochi lo sanno ma le fiabe lo insegnano - sta nell'impegnarsi al meglio, al massimo delle proprie forze, sapendo che il risultato non dipenderà dai nostri sforzi, ma ci verrà incontro, sorprendente come un regalo splendido e inatteso".
Ecco, questo è proprio il sunto del nostro scambio. Le società, le civiltà sono quelle che sono, a seconda dei tempi. Questi non sono tempi buoni, ma la grandezza è chiesta a ciascuno in prima persona. Se si ha il coraggio di proporre le cose vere, che si sentono profondamente giuste, i frutti si raccoglieranno.

l Giornale di Vicenza - 4 ottobre 2009

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  Donne in amore
      NATALIA ASPESI

«Le parole sono pericolose, il pregiudizio si fa con le parole, io quella parola la cancellerei dal vocabolario». La parola è, omosessualità. «Se è amore è amore, e basta, non c' entrano i sessi, non puoi fare distinzioni, questo sì questo no». Gianna Nannini ha accettato di fare la colonna sonora, bellissima, di Viola di mare di Donatella Maiorca, il primo film italiano in concorso, «perché è una grande storia d' amore, di felicità amorosa, fisica e spirituale che resiste a ogni discriminazione e sopruso: è troppo facile liquidarla con lo stereotipo, siccome sono due donne ad amarsi, è una storia omosessuale, lesbica, una passione proibita, uno scandalo e altre stupidaggini. Così si va avanti a infognare le persone nei ghetti che separano, che discriminano. Vedendo il film ho pensato al potere dell' amore e non ho mai pensato per un solo momento a dargli un' etichetta. La sua novità sta anche nel modo in cui Donatella svela l' incongruenza, la flessibilità, la confusione dei ruoli, che almeno nel tempo in cui il film si svolge assegnavano al maschio e alla femmina recinti invalicabili e inesorabili».

Tra le pietre e le casupole di un' isola siciliana della metà Ottocento, tra gente dura, disperata e superstiziosa, la bruna Angela vestita di nero s' innamora della bionda Sara vestita di bianco, e Sara di Angela. È un amore ovviamente impossibile non tanto perché degenere, ma perché rifiutando il marito che il padre (Ennio Fantastichini che dice «Io sono Dio!») le ha scelto, Angela gli disubbidisce, e le donne non hanno diritto di disubbidire, di avere una volontà. Dice Nannini: «Ho scritto la mia opera rock su Pia de' Tolomei, per toglierla dal ruolo di vittima del marito, assegnatole anche da Dante nel V canto del Purgatorio. Volevo liberarla dalla costrizione al silenzio, con la mia voce restituirle la sua. In Viola di mare, anche Angela è una vittima, la vittima di un padre che con la violenza, la sopraffazione, l' umiliazione, cui gli dà diritto la virilità, vuole impedirle di essere quello che è, libera di decidere di sé, preferendola morta piuttosto che ribelle».

Femminile/maschile, racconta il film, non dipendono dal sesso ma dalla vocale finale del nome, se puoi andare all' osteria o devi stare chiusa in casa, «se hai potere o no, se comandi o ubbidisci, se eserciti la violenza o la subisci». Dice Gianna. E infatti il padre tiranno cede all' ostinazione di Angela obbligandola, contro la sua volontà, a diventare Angelo: il paese farà finta di crederci per paura, il parroco acconsentirà perché ricattato, Sara e Angela/o potranno sposarsi in chiesa e amarsi, come donna e donna, purché gli altri per ipocrisia acconsentano a credere che si amino come donna e uomo. Non più figlia femmina disprezzata, ma figlio maschio e quindi erede, il padre cede a Angelo il comando: ma è interessante che Angela/o, vestita da uomo, con la libertà e il potere che spettano solo agli uomini, continui a sentirsi profondamente donna, una donna che ama un' altra donna ed è da lei amata. Sono emozionanti le scene in cui Valeria Solarino, di rara bellezza, e la graziosa Isabella Ragonese, s' intrufolano una nell' altra nude e appassionate. Intanto nella fosca realtà italiana del 2009, il parlamento ha bocciato la legge che doveva condannare l' omofobia e basta accendere la televisione per trovare numerosi assatanati che sono ancora lì a discutere pro o contro gli omosessuali, mentre nelle strade gruppi di maschietti hanno ricominciato ad aggredirli. «Gli aggressori sono persone che hanno paura della propria sessualità, e odiano chi invece l' ha accettata. Sono persone istigate da una sempre più forte rozzezza culturale che li costringe a temere tutto ciò che non conoscono, gli stranieri, le donne e appuntoi gay:e questo più al Nord che al Sud, dove sono più abituati alle contaminazioni. È grave che la legge contro l' omofobia sia stata bocciata, ma una legge non basta, ed è anche grave che il Vaticano continui a occuparsi più di sesso che di spirito. Film come Viola di mare possono aiutare la gente almeno a riflettere e forse a capire». -

da Gli Altri, 30 ottobre 2009

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    Prove di sessualità maschile
                     di Lea Melandri

La sessualità e la vita personale stanno entrando prepotentemente nella sfera pubblica.
Lo fanno mostrando la violenza di cui le donne sono tuttora vittime all'interno delle case, ma anche i cambiamenti prodotti dalla maggiore consapevolezza e libertà con cui si vanno scostando dal destino che le ha volute 'naturalmente' sottomesse all'uomo. Lo fanno portando allo scoperto i legami che ci sono sempre stati tra una sessualità di servizio, come quella femminile, e il potere che ne ha goduto i benefici, compensandoli con protezione, denaro, doni, onorificenze.
Ma lo fanno anche, purtroppo, nei modi che erano prevedibili all'interno di una cultura che continua a usare il corpo come merce, materia di scarto, organi buoni per le sperimentazioni scientifiche, mentre giudica le scelte personali che lo hanno come parte in causa sulla base di criteri moralistici e curiosità morbose. La vicenda che ha avuto al centro il Presidente del Consiglio ha lasciato intravedere, in un primo tempo, l'aspetto politico del rapporto tra i sessi -riscontrabile, non nel 'disordine' della sua vita sessuale, ma nell'aver scambiato sesso con cariche di rappresentanza, ragione sufficiente per chiederne le dimissioni. Lo sviluppo che ha avuto successivamente sui giornali e nel dibattito pubblico, con giornaliere rassegne e biografie delle frequentatrici di Palazzo Grazioli, cronache meticolose delle battute machiste del premier, ha finito invece per farla ricadere
pesantemente dentro la cornice del moralismo diffuso, che confonde peccato con reato e considera offesa al comune senso del pudore qualunque scelta sessuale che non rientri nella 'norma' -eterosessualità, fedeltà coniugale-, come nel caso di Marrazzo. La sessualità si è costruita dentro il dominio storico di un sesso sull'altro, dentro regole di 'normalità' e 'perversione' che la stessa cultura maschile ha preteso ogni volta di ridefinire. Appartiene perciò da sempre alla sfera pubblica, ai poteri e ai saperi che ne hanno preteso il controllo. Oggi, in assenza di un pensiero che la interroghi nelle sue implicazioni profonde, che riguardano il sessismo, ma anche la pedofilia e il razzismo, il rischio è che venga usata solo come un'arma per colpire l'avversario politico.
Se nella vicenda, che ha avuto come protagonista Silvio Berlusconi, sono state le donne -mogli, escort, intrattenitrici- a svelare i retroscena sessuali del potere, nelle storie solo apparentemente simili che si sono succedute -l'attacco al direttore dell' Avvenire, Dino Boffo e le dimissioni del Presidente della Regione Lazio-, sono uomini a scoperchiare il 'privato' inconfessabile che sta dietro l'esercizio di importanti ruoli istituzionali, da parte di altri uomini. Il re si denuda da solo, e non importa molto se lo fa per vendetta, per odio verso gli oppositori o solo per il piacere di veder cadere il nemico nella stessa melma. Ma, mentre nelle alte sfere della politica l'irruzione della sessualità mette in scena una specie di cupio dissolvi, che investe le persone, ma anche la credibilità delle istituzioni democratiche che rappresentano, nella quotidianità del comune cittadino il maschilismo impera, si fa aggressivo, riavvicina in un unico 'virile' pregiudizio i figli e i padri.
A Montalto di Castro, un intero paese prende le difese dei ragazzi che due anni fa violentarono una giovane di 15 anni, e che oggi vengono rilasciati "in prova". I commenti raccolti dai giornalisti insistono su due aspetti: l'appartenenza alla comunità del paese -"i nostri ragazzi", mentre "lei" era di un altro luogo-, e l'identità di genere -maschi, "come tutti gli altri, che non hanno alcun bisogno di stuprare ragazze". Con lo stesso orgoglio virile, Berlusconi aveva tentato di allontanare da sé il sospetto di aver dovuto ricorrere a prestazioni sessuali pagate, che avrebbero macchiato di vergogna la sua potenza di maschio e di uomo di successo. Il pregiudizio sessista prevede che siano le donne a offrirsi, a eccitare gli istinti sessuali maschili, a lasciarsi prendere dopo un'iniziale, maliziosa resistenza. "L'uno dev'essere attivo e forte, l'altro passivo e debole; è necessario che l'uno voglia e possa, è sufficiente che l'altro offra poca resistenza. Stabilito questo principio, ne consegue che la donna è fatta soprattutto per piacere all'uomo. Se è vero che l'uomo deve a sua volta piacerle,questa è una necessità meno immediata: il suo merito è nella sua potenza; egli piace per il fatto stesso che è forte. Non è questa la legge dell'amore, lo ammetto, ma è quella della natura, anteriore all'amore stesso…Il modo più sicuro per eccitare tale forza è di renderla necessaria offrendo resistenza…l'uomo trionfa della vittoria che la donna lo ha stimolato a riportare".
Non è stato un violentatore incallito -o forse sì, in qualche segreto anfratto delle sue abitudini private- a dettare, con la solennità che si addice a un pedagogo illustre, le regole della sessualità di maschi e femmine. Chi scrive è J.J. Rousseau, mai ricordato abbastanza per il posto che occupa il suo pensiero nella storia di una 'democrazia' che prevede l'esclusione, per legge naturale, di metà degli esseri umani. Nelle dichiarazioni degli abitanti di Montalto, condivise, si può immaginare, da molti cittadini italiani, lo stupro non è giudicato in quanto crimine, tanto più grave se è fatto da un gruppo, contro l'inviolabilità della persona, ma per l'ombra che getta su una malintesa 'potenza virile': "questi ragazzi mica sono romeni, che picchiano e uccidono". La violenza sessuale, nel sentire comune, è evidente che non appartiene allo stesso ordine dei maltrattamenti e dell'omicidio, è solo una "cosa" che "capita" una sera a dei "bravi ragazzi": incontrare una giovane donna "che ci sta". Fabio Roia, membro del Csm, in un articolo comparso su L'Unità (18.10.2009) ha scritto:
"La nostra società fatica ancora a riconoscere pienamente il profondo disvalore della condotta violenta (sessuale, fisica, psicologica) realizzata nei confronti delle donne anche per la confusione creata da alcuni modelli che vengono sistematicamente proposto e che tendono alla oggettivazione del genere femminile. Si tratta di una violenza sottile nuova per i parametri di riferimento estetici e di presunta affermazione sociale, ma vecchia per il modo di considerare la donna".
Il modello 'velina' e tutte le immagini pubblicitarie che rappresentano la donna solo come corpo erotico, hanno sicuramente contribuito a incrementare quella "violenza sottile" che è il discredito preconcetto della vittima, la ragione per cui "sarebbe addirittura lecito e virtuoso pretendere subalternità affettiva, lavorativa e sessuale" da parte del genere femminile. Ma se è vero che il maschilismo, e il pregiudizio razziale che lo accompagna, estendendolo alle stesse categorie di uomini -gay e trans- che non collimano con la 'norma' sessuale dominante, è antico quanto il mondo, allora non bastano interventi censori, e tanto meno la riprovazione morale, che danna alcuni e sottrae ancora una volta l'ideologia machista a una campagna culturale e politica all'altezza dei problemi che oggi entrano da protagonisti nella sfera pubblica, portando il segno dei secoli di ignoranza in cui sono stati lasciati.

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Crisi, occupazione: tracollo in Campania

                      Patrizia Capua

I dati allarmanti di Bankitalia sulla situazione campana: sul mercato 800 mila senza lavoro nel primo semestre 2009. Investimenti in frenata, in lieve ripresa gli ordinativi alle imprese. La Campania è l'unica regione in cui l'occupazione si riduce in 15 degli ultimi 18 trimestri

13 novembre 2009 - Campania al tracollo per l´occupazione, in frenata gli investimenti, lieve ripresa degli ordinativi alle imprese. La crisi si attenua nel Paese e in Campania se ne avvertono deboli segnali. Ma non c´è un´altra regione italiana che abbia un mercato del lavoro tanto disastrato. Dal profilo di Bankitalia dell´economia regionale per il primo semestre 2009, redatto da Giovanni Iuzzolino, responsabile del nucleo di ricerca economica di Napoli, emergono dati poco rassicuranti. A fronte di 1.800 persone occupate, 800 mila in età da lavoro (e disponibili al lavoro) sono senza occupazione. In prevalenza giovani e donne. Il numero di occupati è calato di 70 mila unità rispetto al 2008 (meno 4,2 per cento).

La Campania è l´unica regione in cui l´occupazione si riduce in 15 degli ultimi 18 trimestri. La crisi campana, secondo Iuzzolino, «viene da lontano, ancor prima di questa recessione». Per il direttore della sede di Napoli, Sergio Cagnazzo, «la ripresa non sortirà effetti immediati e non si sa quanto potrà essere consistente». La produzione industriale ha smesso di calare, le prospettive di ripresa potrebbero rafforzarsi nei prossimi sei mesi, compensando, però, solo in piccola parte il deficit accumulato. Il 26 per cento delle aziende, infatti, prevede di chiudere in perdita il bilancio 2009. Le grandi aziende non intendono investire in Campania, e le aziende locali hanno ridotto questa attività.

Gli occupati in cassa integrazione sono sei volte di più che nel 2008. Circa 5 mila addetti hanno usufruito della cassa integrazione in deroga, (quella concessa a imprese che di norma non ne hanno diritto, o che ne avevano usufruito in precedenza), anche grazie al contributo regionale. Bankitalia esamina poi l´impatto della crisi sul sistema del credito. Decelerano i prestiti e peggiora la qualità, soprattutto verso le imprese ma «anche verso le famiglie, cosa forse ancora più grave», spiega Iuzzolino. Gli scambi con l´estero non segnano un´inversione di tendenza. Tra gennaio e giugno 2009 l´export è sceso del 20,7 per cento. Calo nell´aerospazio e nella cantieristica, ma soprattutto nel comparto dell´auto dove la riduzione dell´export, meno 74,8 per cento, è stata quasi doppia che nelle altre regioni.

La Fiat di Pomigliano D´Arco è in cassa integrazione quasi permanente da oltre un anno. In sensibile flessione anche le esportazioni di apparecchiature per le telecomunicazioni (meno 44,5) di gomma e materie plastiche e cuoio. Bene, invece, gli alimentari che incidono per il 10,6 per cento sul totale nazionale. La Campania, con il 21 per centro di famiglie al sotto della soglia di povertà, si attesta al vertice delle regioni italiane per disuguaglianza dei redditi.

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  La favola del grande seduttore

            di Ida Dominijanni

7 maggio 2009 - Può darsi che per essere credibile Veronica Lario dovrebbe accompagnare le sue periodiche scenate al marito a mezzo stampa con una bella separazione coniugale, onde evitare che anch'esse vadano alla fine a vantaggio di quel «divertimento dell'imperatore» che lei stessa denuncia.
Però nei patti matrimoniali c'è un margine di insondabilità in cui non si può entrare, anche quand'è evidente che ci sono di mezzo calcoli che riguardano il patrimonio, come in questo caso, o il potere, come nel caso, peraltro imparagonabile sul versante maschile, di Hillary Clinton anni fa. 
Fatto sta che due voci femminili non del campo avverso ma del suo - prima quella di Sofia Ventura sul magazine di «Fare futuro», poi, di conseguenza, quella di Veronica - hanno rotto l'incantesimo dell'onnipotente seduttività di Silvio Berlusconi nei confronti del gentil sesso, e giusto all'apice della sua popolarità guadagnata, anche sulla scena tragica del terremoto, corteggiando le donne dai tre ai novanta anni, ora nominando una segretaria-bambina sul campo ora distribuendo dentiere e tailleur. E' una lesione non irrilevante nella corazza narcisistica del Cavaliere, come dimostra la sua reazione rabbiosa, e può diventare una lesione non irrilevante nella sicumera delle sue armate, come dimostra la reazione incarognita dei suoi sodali nel sito del Pdl.
Ad alcuni osservatori - soprattutto stranieri, evidentemente meno impigliati nello stesso immaginario sessuale schiettamente italico del premier - non sfugge già da tempo l'importanza cruciale, niente affatto accessoria, che la sfera della sessualità e del rapporto fra i sessi ha avuto nella costruzione del consenso di Silvio Berlusconi. Una materia in cui è bene tenere freddo il linguaggio e basso il colore, mentre guardate quale nobile gara ad alzare i toni si scatena anche stavolta sulla stampa nazionale, di parte e indipendente (esempi: Libero e La Stampa di ieri), come se il problema fosse quello di mostrarsi più realisti del re, più disincantati del re, più amici delle veline e meno amici delle femministe del re. Una fiera della finezza che copre l'osso del problema e la pelle delle complicità.
Dagli anni 80 in poi, prima con le tv poi con la videopolitica, prima da tycoon poi da premier, Silvio Berlusconi ha accumulato buona parte della sua popolarità lucrando sulla crescita di protagonismo femminile, cambiandone il segno, e riabilitando un immaginario sessuale maschile destabilizzato dal femminismo e dal cambiamento del rapporto fra i sessi. Non si capisce granché riducendo tutto questo alla macchietta volgarotta ma innocua e familiare dello sciupafemmine, né a un referendum pro o contro le veline: l'operazione è stata più complessa anche se probabilmente, come sempre in Berlusconi, del tutto istintiva. Si è trattato in primo luogo di omaggiare una certa idea del femminile femminilizzando se stesso, con la cura ossessiva della propria immagine, con l'uso sbandierato della chirurgia plastica, con un'empatia populista più da Evita che da Peròn.
In secondo luogo, di ridurre la libertà guadagnata dalle donne nei decenni precedenti a libertà di mostrarsi in tv e di offrirsi come gadget al circuito del potere, coerentemente con la più vasta manovra di riduzione della libertà politica a libertà di mercato che è il segno di tutto il suo regno.
In terzo luogo, di rassicurare l'immaginario maschile, degli amici e dei nemici, propinando ogni giorno la favola del gran conquistatore, una favola a cui è tanto più gratificante credere inconsciamente quanto più la si riconosce scaduta consciamente. E che peraltro si smentisce da sola: basta ricordarselo al G20 di Londra, mentre rincorreva affannosamente la scia della seduttività politica di Obama, solo e senza nessuna Michelle e nessuna Carla al fianco malgrado i collier portati in dono alle diciottenni e le promozioni femminili elargite nel Palazzo.
Il fatto è che anche in questa modalità la strategia del consenso berlusconiana non ha incontrato né grandi ostacoli né grandi alternative. Una simile «valorizzazione» delle donne ha la strada spianata, se dall'altra parte non ce n'è nessuna o c'è solo la ritornante querelle, tutta di ceto politico, sulle quote. E una simile riscrittura del maschile ha anch'essa la strada spianata, se dall'altra parte non si mette neppure a fuoco il problema. Così tocca ritrovarsi a discutere se una donna può essere corpo e cervello o solo corpo o solo cervello, se sia più maschilista mandare le veline a Strasburgo o lasciarle dove stanno, più femminista tutelarle o giudicarle, più democratico avere una classe dirigente impresentabile solo maschile o mista; o se tanto vale eleggere direttamente premier Emanuele Filiberto. Dilemmi all'altezza giusta, in tempi di basso impero.

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  Nanoiconoclastia

      Blog di beppe grillo

 

6 maggio 2009 - Vittorio Feltri è la punta più alta della neo iconoclastia, della distruzione attraverso i mass media dell'immagine delle persone. Nel senso suino, spregiativo, psiconano del termine. Feltri rimarrà, ne sono sicuro, insuperato. La pubblicazione a seno nudo su Libero (finanziato dai soldi pubblici) della (ancora) moglie del suo padrone elettivo dopo alcune dichiarazioni di Veronica Lario: "un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere" non ha precedenti. Mussolini e Hitler non sono arrivati a tanto, alle poppe della moglie sui giornali amici.
La neo iconoclastia, o nanoiconoclastia, è un movimento di carattere diffamatorio che si è sviluppato in Italia a partire dalla fine dello scorso secolo con l'obiettivo di distruggere la reputazione degli avversari. Alla base del movimento piduista mediatico vi è la convinzione che colpendo l'immagine di una persona attraverso i media di massa questa sia indotta al silenzio o si normalizzi.
Una convinzione del tutto corretta. Con Mondadori, Mediaset e RAI a disposizione, un giudice può diventare un criminale, una puttana una donna di governo, un avversario politico un povero idiota. Chi non si fa comprare si distrugge. Un ordine del padrone, non sempre necessario, e Montanelli è un ingrato, un povero vecchio demente. Caselli un magistrato comunista in cerca di notorietà, Fini un traditore (poi pentito), Bossi un pazzo (poi pentito). A Fini che si dissociava nel 2007 fu servito, caldo caldo, da Striscia La Notizia un servizio sulla sua nuova compagna. A Bossi che rifiutava negli anni '90 l'alleanza con Forza Italia, per mesi, fu dato, sulle televisioni di Testa d'Asfalto, del mitomane, del folle. Per una efficace nanoiconoclastia è necessario disporre di servi pronti a tutto. Sono i kapò dell'informazione, i killer delle persone che si ribellano. Sgarbi, Feltri, Giordano, Belpietro, Rossella, Mimun, Fede sono solo alcuni tra le centinaia di manipolatori a pagamento della realtà. Gente che pagherebbe per disinformare. L'eresia va colpita e l'immagine dell'eretico va distrutta, storpiata, annullata.
L'effetto della nanoiconoclastia è il silenzio. Chi per paura, chi perché si è venduto, chi perché si è arreso. In un silenzio generale i pochi che parlano sono subito identificati. E' un vantaggio non da poco per chi vuole colpirli. E se affermano cose diverse dai più importanti media del Paese non possono che avere torto per chi non ha altre fonti di informazioni.
Una menzogna ripetuta per mesi e per anni diventa verità, ma non è la verità.
Il gioco del silenzio di chi sa tutto e non parla per non perdere la propria posizione sociale è l'aspetto più mortificante della nanoiconoclastia. Un silenzio preventivo. Dove sono i cosiddetti intellettuali? I cosiddetti giornalisti? I cosiddetti industriali?
Il gioco del silenzio non può durare a lungo. Il re è nudo e ha anche il culo di fuori.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

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Mai più pelli di foca in Europa e in Italia. Grazie LAV!

 

Oggi è un giorno storico.
E' il giorno di un grande risultato per le associazioni animaliste di tutto il mondo e per la LAV, che per anni si è battuta strenuamente in Italia per salvare le foche.

Oggi il Parlamento europeo ha votato il bando delle pelli e dei prodotti derivati di foca. Ha ascoltato la richiesta di mezzo miliardo di persone che ha detto NO alla caccia alle foche.
Basta. Chiuso.
Questa è  stata  l'ultima  stagione con la complicità del mercato europeo.
D'ora in poi  le foche in Canada non saranno più uccise per esportare le loro pellicce  verso il nostro continente. 
Grazie all'impegno pluriennale delle associazioni europee e mondiali.
Grazie alla costante battaglia della LAV che in Italia ha ottenuto importanti risultati a tutela delle foche.
Grazie al supporto tutti voi, che avete gridato  un  deciso e unanime STOP al massacro dei cuccioli di foca.

Il nostro impegno non si ferma qui.
Continueremo il nostro lavoro di pressione su Governo e Parlamento affinchè ora l'Italia si doti di rigorose sanzioni per rendere efficace il divieto ottenuto.

Sono sicuro che deciderai di rimanere al nostro fianco.
Sono sicuro non farai mancare il tuo sostegno alle nostre azioni.
Dona on line.

 

Sito LAV, 5 maggio 2009

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E' morta suicida la scrittrice femminista Roberta Tatafiore

 

16 aprile 2009

Sessantacinque anni dedicati alle donne, al femminismo, all'analisi, libera e libertaria, del sesso, soprattutto nei suoi aspetti commerciali. Scrittrice, giornalista e attivista molto amata dalle donne di tutta Italia, Roberta Tatafiore ha deciso da sola anche il momento in cui le è parso giusto lasciare questa vita. Ed ha voluto farlo lasciando un diario delle sue ultime settimane, quando tutti la pensavano all'estero chissà dove

"È un diario dei suoi ultimi tre mesi, una cronaca meticolosa del suo progetto di morte - ha dichiarato lo scrittore e giornalista Daniele Scalise, che con Roberta Tatafiore ha condiviso molte esperienze -. Una sorta di 'diario della clandestinità' in cui è dettagliatamente raccontato come Roberta s'è organizzata, che libri ha letto, come ci si prepara al suicidio".

Collaborò per lungo tempo con Il Manifesto e con Noi Donne, Radio Radicale, la rai e la Televisione della Svizzera italiana. Fu la fondatrice, nel 1983 di "Lucciole" prima rivista ad affrontare i temi della prostituzione visti dalle prostitute stesse. Da lì nacquero poi i suoi primi scritti sul mercato del sesso: "Sesso al lavoro" (Il Saggiatore '94) e "Uomini di piacere" (Frontiera '98). Tra gli altri libri ricordiamo anche "De bello fallico". Negli ultimi anni, delusa dalla sinistra, aveva creduto di trovare nella nuova destra l'interlocutore giusto per gli spazi di libertà che cercava senza sosta. Ha collaborato per questo con Il Foglio, Il Giornale e Il Secolo d'Italia senza che questo le impedisse di schierarsi nettamente contro leggi come quella sulla fecondazione assistita o sul testamento biologico.

Nel suo biglietto d'addio ha scritto: "La mia è stata davvero una scelta." L'ultimo gesto di libertà, Roberta l'ha compiuta in un albergo appositamente scelto, vicino alla sua abitazione dell'Esquilino, a Roma.

http://it.notizie.yahoo.com

 

UNA MORTE POLITICA

di Marina Terragni

 

Se potessi intervistare Roberta Tatafiore sul suo suicidio sono certa che avrebbe da dirmi qualcosa di sorprendente. Dico “intervistare” perché il mio rapporto con lei, da quasi trent’anni, era di attenzione e di scambio di pensiero: stavamo in due città diverse e non ero tra le sue amiche strette, e oggi grande parte del loro dolore mi è risparmiato. Quando le parlavo ero sempre sicura di non trovarla là dove mi sarei aspettata, ma sempre un passo oltre, a forzare il limite di una libertà che lei concepiva come estrema e lancinante.
Non l’ho conosciuta abbastanza a fondo, come dicevo, per potermi fare un’idea sull’imprinting di questo suo impulso a cercare e rovistare senza protezioni ideologiche, senza fare caso ai rovi, ai graffi, al male che inevitabilmente si faceva – e di certo sarà stato lì, come per tutti, all’origine, nello spazio sconfinato tra il corpo della madre e quello del padre-, ma mi sento di dire che questo lavoro doloroso lei l’ha fatto per tutti. E che con la sua clamorosa uscita, in qualunque modo lei abbia voluto motivarla, l’ha portato a compimento.
Posso dire di lei solo dicendo di me, partendo da me -come faceva sempre anche lei- per capire quello che è accaduto, raccontando il definitivo mutamento del mio paesaggio interiore per dire quello che è capitato fuori. E anzi opponendole me stessa e il mio senso delle cose, come tante volte mi è capitato di fare con lei viva.
Mi sono fatta l’idea che Roberta sia voluta andare a frugare anche oltre quel limite, il limite dei limiti, e dato che farlo con la testa non bastava l’ha fatto anche con il corpo: faceva parecchie cose con il corpo, credeva alla sua sapienza insostituibile. E la sua meticolosa e impietosa esplorazione di eros forse è leggibile anche come una lunghissima preparazione, lunga quanto tutta la sua vita, all’incontro con la morte, con cui ha voluto giocare alla pari, senza lasciarsi sorprendere, e anzi sorprendendola lei con un ultimo gesto di ricerca e di libertà, stoico e politico.
Dico politico per almeno due ragioni: perché il suo suicidio, come quello di Alexander Langer –hanno, o avrebbero avuto, più o meno la stessa età- è la resa di un Hoffnungsträger, di un portatore di speranza schiacciato dall’enormità del peso che sta portando, e tuttavia condannato a portarlo anche da morto, perché chi pensa a lei-lui continua a pensarlo per quello che è stato e ad aggrapparsi alle sue spalle. Anche Roberta la penso come una Hoffnungsträger, probabilmente suo malgrado, perché per me e per tante lo è stata. Io speravo sempre che avesse trovato qualcosa di luminoso, quando la interpellavo. E forse non avrebbe cercato così tanto se non fosse stato per la speranza, e anzi la certezza di poter trovare qualcosa di decisivo in un altrove che vedeva spostarsi sempre più in là.
Penso al suo suicidio come politico anche perché oggi non c’è niente di più politico del discorso sui fondamentali, sulla vita e sulla morte: la cosiddetta biopolitica. La vicenda Englaro l’aveva evidentemente presa anima e corpo, anche nel corpo nel senso che dicevo prima. E se non per la sua morte, per il suo post mortem –la gestione del suo memoriale- Roberta ha voluto dimostrativamente affidarsi a quella relazione, “a quella “zona grigia sottratta al controllo statale” che le era parsa, come pare anche a me, la sola alternativa alla burocratizzazione delle morte e all’impossibilità di morire in pace. Lo dice nel suo ultimo articolo, pubblicato a metà febbraio sul sito Donnealtri, che si conclude così: “Mi chiedo come fare, qui e ora nel mio paese, a mettere la sordina a quel “dispiegamento di potenza”… che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella politica e sui media intorno alla umana troppo umana vicenda di Eluana Englaro. Non trovo risposta, ma so che dare una risposta è essenziale”.
Ecco, la risposta è arrivata. Il paradosso è questo, e Roberta mi perdoni, se ancora è, e dovunque sia, ma io sto cercando di fare una critica della sua vita, morte compresa: che per dire la sua irriducibile e dolente libertà –è strano come tante si siano affrettate a dire che non c’era un dolore: il dolore c’è sempre, e capita che sia soverchiante- le sia toccato usare la lingua di chi ha voluto dire l’irriducibile legame. Che è stato, anzi, il legame, è questo il senso vero dell’attributo di Logos, o Verbo. E cioè: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo. Per onorare Roberta, la libera, io mi prendo la scandalosa libertà di dire questa cosa che penso con tutto il cuore. E mi domando se non è sempre lì, alla fine, in questo darsi da mangiare agli altri, in questo sacrificio per gli altri, che va a parare l’umanità più bella.

Il Foglio, 17 aprile 2009

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Festival del cinema africano, d’Asia e d’America Latina

             Cinema: l’Africa premiata

 Successo di pubblico e di critica al festival di Milano, nonostante le difficoltà economiche. Riconoscimenti a opere di registi dal Sudafrica, Camerun e Marocco.

 

31/03/2009 - Si sono spente, domenica scorsa a Milano, le luci sulla diciannovesima edizione del Festival del cinema africano, d’Asia e d’America latina . Sette giorni, quelli della kermesse milanese, che hanno portato nel capoluogo oltre alle ottanta pellicole in concorso i colori, i suoni e i sapori da tutto il Sud del mondo.
Annamaria Gallone, direttrice artistica del festival, sottolinea come nonostante le difficoltà economiche il festival si sia stato un buon successo di critica e pubblico. E non solo per i film proposti. Infatti, hanno destato grande interesse la conferenza Al Jazeera,l’occhio arabo sul mondo, l’occidente visto attraverso la più famosa rete televisiva del Medio Oriente e gli eventi organizzati presso La casa del pane: uno spazio dove dibattiti, esposizioni, spettacoli e degustazioni si fondono in un perfetto clima multiculturale permettendo a pubblico e artisti di incontrarsi.

La giuria ha assegnato il premio per il Miglior film africano a Nothing but the truth del regista John Kani, il film narra, tra storia e leggenda, il superamento dell'apartheid in Sudafrica. Miglior cortometraggio per la sezione africana è risultato, invece, Waramutseho! di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, prodotto dal Camerun in collaborazione con la Francia, è la storia dell’amicizia tra due studenti e coinquilini ruandesi migrati in Francia, messa alla prova dai disordini e dal genocidio in atto nel loro paese natale: Kabera infatti è hutu e Uwamungu è tutsi. Jermal, il film-denuncia sullo sfruttamento minorile, di Ravi L. Bharwani e Rayya Makarim è stato premiato come Miglior Lungometraggio della la sezione Finestre sul Mondo che include i film da tutti e tre i continenti.
Sempre per la stessa sezione, a trionfare nella categoria documentari è stato Nos lieux interdits di Leila Kilani: decenni di tortura e deportazione politica in Marocco vissuti attraverso le vite di quattro famiglie seguite dalla regista per tre anni.

 

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  De Magistris, alle europee con di Pietro

 

L'ex pm di Catanzaro correrà per l'Italia dei Valori: "Lavorerò per il bene dell'Italia"
Amaro lo sfogo del magistrato: "Sono stato ostacolato nelle indagini"

ROMA - L'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: "correrà" alle europee per l'Italia dei Valori di Di Pietro, come lui, ex magistrato. "Scelgo la politica perchè non mi hanno lasciato fare il pm". Il via libera alla candidatura potrebbe arrivare a stretto giro di posta dal Csm: un primo sì alla concessione dell'aspettativa è stato già concesso. Amaro lo sfogo di De Magistris: "Sono stato in qualche modo ostacolato nella mia attività di magistrato che non posso più esercitare da alcuni mesi, ma quello che ancora mi inquieta di più, in questo momento storico, è l'attività di delegittimazione di ostacolo e di attacco nei miei confronti, della mia professione, e di tutti coloro che hanno cercato in questi anni di accertare i fatti". Sul blog di Antonio Di Pietro, De Magistris spiega che cercherà di portare la sua esperienza personale, la sua passione civile e il suo amore per la giustizia "in quella che è la realtà principale in cui si possono modificare le cose, i fatti e anche la storia di un Paese. Il mio - conclude de Magistris - è l'impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto. Un progetto che vorrà mettere le prime fondamenta, le prime basi nelle elezioni europee, ma che di certo punta ad una nuova politica in Italia".

Titolare delle indagini Why not, Poseidone e Toghe lucane in cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da Catanzaro per "incompatibilità" ordinato al termine di un'indaginie interna dal Csm. Un provvedimento che l'ex pm giudicò ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo da inchieste pericolose per il "potere". Ne parlò anche con i suoi colleghi di Napoli che avviarono un'indagine sulla Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea. Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il trasferimento d'ufficio di quattro toghe di Catanzaro e Salerno.

La Repubblica, 17-3-2009

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  SIAMO TUTTE CLANDESTINE

NO al pacchetto sicurezza, NO ai medici spia

 

Presidio di solidarietà a Kadiatou, la donna ivoriana denunciata come clandestina da un medico dell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli dove è andata a partorire

Evidentemente uno o più operatori sanitari, resi  troppo zelanti dal loro razzismo, si sono sentiti in dovere di applicare una legge ancora prima che fosse approvata.

 

Il 4 febbraio scorso, infatti, il Senato ha varato il cosiddetto Pacchetto Sicurezza (ddl 733), che contiene, tra l'altro, una modifica all'articolo 35 del Testo Unico sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) che elimina la garanzia, per gli irregolari che vanno a curarsi, di non essere segnalati da parte dei sanitari. Un vergognoso provvedimento che impedisce di fatto alle cittadine e ai cittadini stranieri, non in regola con il permesso di soggiorno, di accedere alle prestazioni sanitarie. Ancora una volta repressione e controllo giungono sin dentro le corsie degli ospedali dove dovrebbero essere garantiti diritti universali come quello alla salute e alle cure!!

 

Nell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, a Kadiatou Kante è stato sottratto il bambino impedendole persino di allattarlo per i 10 giorni che ci sono voluti per dimostrare che era in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Cosa succederà nei casi di espulsione di una donna immigrata? Che fine faranno i bambini “clandestini”? Quante saranno le donne che pur di evitare l’espulsione o di vedersi portare via il bambino ricorreranno ai circuiti illegali per partorire o abortire rischiando la morte? Kadiatou purtroppo non è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy Johnson, una nigeriana di appena 24 anni moriva di tubercolosi per la paura di essere denunciata qualora si fosse presentata in ospedale per farsi curare.

 

Se questa legge viene approvata definitivamente, nonostante le proteste della maggioranza dei medici italiani, non solo gli immigrati irregolari rischiano la segnalazione e l’espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma in caso di parto sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino!

 

Ancora una volta il corpo delle donne viene utilizzato come pretesto per giustificare leggi repressive. Non è un caso che proprio il pacchetto sicurezza sia stato approvato strumentalizzando gli episodi di violenza contro le donne degli ultimi mesi. Sull’onda del clamore mediatico creato ad arte intorno a questi stupri si è voluto far credere che gli unici responsabili della violenza contro le donne sono gli immigrati. Una menzogna: 142 donne sono state uccise  nel 2008 e centinaia di migliaia quelle picchiate e violentate dai loro mariti, fidanzati, amici. Che c’entrano gli immigrati? Aumentare la paura dello straniero, la diffidenza e l'odio serve solo a nascondere i veri responsabili della insicurezza dei cittadini: i poteri forti che creano la precarietà, che tagliano i servizi sociali, che licenziano, che fanno degradare i nostri quartieri.

Contro pacchetti sicurezza e norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che

 

SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!

QUESTE MISURE NON DEVONO PASSARE!

 

Presidio   Venerdi 3 APRILE '09

ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali

(via Veneto 56, metro Barberini)

 

Assemblea romana di femministe e lesbiche                   

 http://flat.noblogs.org

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  Darfur, rapiti tre operatori di Msf. Tra loro un medico italiano

        Si muove la Farnesina. Sarebbe stato chiesto un riscatto
La testimonianza di un'ostetrica: "Mauro ci dava una mano in sala parto"

 KHARTOUM - Tre impiegati della sezione belga di Medici senza frontiere sono stati rapiti in Darfur, regione del Sudan occidentale in preda alla guerra civile. Sono un medico italiano che si chiama Mauro D'Ascanio, Raphael Meonier un coordinatore medico fracese e l'infermiera canadese Laura Archer.Con loro c'erano anche due operatori locali che sono già stati rilasciati. "I tre sono vivi, stanno bene e si sta lavorando per liberarli" afferma il governo sudanese.
Per i tre stranieri, precisa l'agenzia delle Nazioni Unite, Unamid, con un comunicato interno inviato via e-mail a tutte le organizzazioni non governative di stanza in Sudan, sarebbe stato chiesto un riscatto. Ma msf smentisce: "A noi non risulta alcuna richiesta di riscatto, né alcuna rivendicazione".
La presenza di un nostro connazionale tra i sequestrati è stata confermata anche dalla Farnesina che ha chiesto il massimo riserbo per "non intralciare gli sforzi intrapresi per assicurare l'incolumità dell'ostaggio e favorire la positiva conclusione della vicenda".
D'Ascanio è veronese ha 34 anni ed è specializzato in medicina d'urgenza e medicina tropicale. Era alla sua prima missione ma aveva già avuto esperienze all'estero in missioni umanitarie in Guinea Bissau, Messico, Brasile e Guatemala. Si trovava in Darfur da settembre 2008, in qualità di responsabile medico dell'ospedale Serif Umra.
Kamal Saiki, portavoce delle forze di pace dell'Unamid ricostruisce così il blitz: "Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione ieri attorno alle 20 (18 in italia) negli uffici di Msf-Belgio a Saraf Umra, circa 200 chilometri a ovest di El Fasher. Si tratta della prima volta, per quanto ne sono a conoscenza, che operatori umanitari internazionali vengono rapiti in Darfur".
Le sezioni di Msf di Francia e Paesi Bassi sono state espulse dalla regione sudanese la scorsa settimana, insieme a un'altra decina di ong, dopo che la corte penale internazionale dell'Aia (Cpi) ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar Al Bashir, per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella regione.
Khartoum ha accusato le ong espulse dal Darfur di aver collaborato con la Cpi.
E dopo il sequestro odierno Msf annuncia che richiamerà dalla regione sudanese del Darfur la quasi totalità del suo personale.
La testimonianza. E proprio pochi giorni fa sul sito di Msf era comparsa la testimonianza di Camilla, un'ostetrica che ha lavorato con Mauro D'Ascanio e che è appena rientrata dalla missione: "Fortunatamente nel team c'era anche lui, un medico italiano con il quale, vuoi per la lingua o perché ci siamo trovati bene, ci aiutavamo a vicenda nei momenti più difficili. Alle volte era lui che mi aiutava in sala parto altre volte ero io che gli davo una mano al pronto soccorso, ritrovandomi così ad imparare cose nuove non solo relative all'ostetricia".
Le reazioni. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano segue "con viva preoccupazione" la vicenda. Auspicando che le azioni in atto possano condurre rapidamente ad una positiva soluzione.

da La Repubblica, 12-3-2009

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  Senti chi parlava

Da Carta canta – Marco Travaglio

7 febbraio 2009 - "I laici, i liberali, gli antifondamentalisti hanno il dovere di denunciare che la Chiesa cattolica si è data l'obiettivo politico di proibire terapie e di imporre sofferenze a centinaia di milioni di malati di cancro, diabete, Parkinson, Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica, e altre terribili malattie. In attesa del paradiso prossimo venturo, si prepara da subito un inferno di dolore, senza pietà e senza dignità. Senza carità, soprattutto. Contro questa offensiva oscurantista e antiumana, così come contro la pretesa vaticana di 'governarè la bomba demografica e la bomba Aids attraverso la promozione della castità, non mancherà l'impegno dei radicali" (Daniele Capezzone, all'epoca segretario dei Radicali Italiani, oggi portavoce di Forza Italia, 23 luglio 2001).

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Ddl sicurezza, medici in rivolta "Sarà obiezione di coscienza"

Il presidente dell'Ordine Bianco: così si creerà una sanità clandestina.
Immigrati clandestini soccorsi all'ospedale di Palermo

di MARINA CAVALLIERI

 ROMA - Fanno appello al codice deontologico, invitano a praticare il dissenso, chiamano all'obiezione di coscienza. Un fronte ampio e trasversale di camici bianchi si è schierato contro la norma votata al Senato che prevede la denuncia da parte dei medici degli stranieri irregolari. Non è un dissenso formale, quello che esprimono, è una preoccupazione che assedia i luoghi della salute e le coscienze. Si rischia, dicono, una catastrofe sanitaria, una sanità clandestina gestita da gruppi etnici e religiosi, una deriva giuridica.
       Spiega preoccupato
Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo, Federazione degli ordini dei medici: "È una norma che va contro l'etica e la deontologia e va contro il principio base della tutela della salute pubblica". Gli irregolari, temendo la denuncia, potrebbero "non curarsi più in strutture riconosciute, creando fenomeni clandestini di cura molto rischiosi". Di "grave rischio" parla anche il segretario della Federazione dei medici di famiglia, Giacomo Milillo: "Un clandestino potrebbe non rivolgersi alla struttura sanitaria per paura di essere denunciato". Con la possibilità che si diffondano malattie come scabbia, tbc, malaria. No anche dal fronte dei medici cattolici, sostenuti dalla Cei: "Alla Chiesa competerà sempre di aiutare le persone in pericolo di vita e non sono obbligato a denunciare nessuno", ha detto Domenico Segalini, segretario della commissione Cei per le migrazioni.
       Circola tra le file dell'opposizione e dei sindacati un invito ad esercitare l'obiezione di coscienza. Carlo Podda, segretario generale della Fp Cgil, annuncia che "verranno valutate le iniziative più efficaci per scongiurare l'applicazione di questa norma, prime tra tutte la disobbedienza civile e l'obiezione di coscienza". Anche Vittorio Agnoletto e Giusto Catania, eurodeputati del Prc, propongono "all'Ordine dei medici di avviare una campagna per l'obiezione di coscienza". E l'immunologo
Fernando Aiuti, del Partito della Libertà, presidente della Commissione Speciale Politiche Sanitarie del Comune di Roma dice chiaramente: "Mi auguro che i medici disobbediscano". Dicono no alla norma voluta dalla Lega anche i medici che da sempre combattono in prima linea. "Siamo sconcertati - dichiara Kostas Moschochoritis, direttore generale di Medici senza frontiere Italia - È una scelta che sancisce la caduta del principio del segreto professionale".
"Delusi e preoccupati" i pediatri. In una nota la Società italiana di pediatria ricorda che "la denuncia da parte del medico degli immigrati clandestini mette in pericolo soprattutto i bambini". Che rischiano di diventare invisibili. Ed è stata una pediatra di Modena,
Maria Catellani, a diffondere, già da dicembre, un appello su internet contro la norma. "Abbiamo raccolto 78 mila firme, c'è veramente una differenza di sentire tra la cosiddetta società civile e la politica". Anche su Facebook è stato aperto un gruppo che in pochissimo tempo ha raccolto centinaia di adesioni.
(6 febbraio 2009)
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  Lilly e le altre

      Cinzia Sassi

Proposta: invece che buttare al vento tante parole, non si potrebbe ad esempio cominciare da Lilly? In America succede che Barak Obama (ancora lui!) nove giorni dopo avere giurato come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e aver sopportato stucchevoli cronache a proposito dei vestiti di sua moglie Michelle, abbia firmato una legge sulla parità salariale tra uomini e donne. Se siamo tutti uguali, ha detto, allora a parità di lavoro dobbiamo ricevere tutti lo stesso stipendio. E ha firmato la legge che prende il nome da Lilly, una dipendente della Goodyear che dopo 19 anni di lavoro ha scoperto che il suo salario era del 40 per cento più basso di quello dei suoi colleghi maschi. Una discriminazione inaccettabile, stabilì un tribunale. La Corte Suprema concluse però che se n’era accorta troppo tardi e, finché c’era Bush, la faccende finì lì.
E sapete come va dalle nostre parti? Secondo Eurostat, in Europa il gap salariale è in media del 16 per cento; in Spagna - che ha fatto dei grandi passi avanti - raggiunge il 26 e in Italia è mediamente del 28,7 per cento.
Allora, alle signore che siedono nei posti che contano e che dai loro scranni ci dicono che il femminismo è silente, giriamo la domanda di Elisabeth Badinter, l’autrice di un libro che a molte non è piaciuto, “La strada degli errori”: che cosa hanno fatto e che cosa fanno, veramente, le donne per le donne?
Intanto che qui si discute, in America qualcuno ha pensato di fare qualcosa. Si tratta di un uomo e ha una moglie che veste proprio male.

La Repubblica, Gennaio 2009 _____________________________________________________________________________________________________________

Amiche che militate nei partiti di sinistra, se non ora, quando?

            di Luisa Muraro

      Il quotidiano L'unità, diretto da Concita De Gregorio, ha dedicato un numero intenso e sofferto alla questione morale che agita il PD (venerdì 5 dic. 2008). Non si rivolge ai notabili ma alla base e in copertina mette una frase di Enrico Berlinguer (morto nel 1984, a Padova, colpito da ictus sul palco di un comizio), illustrata da un'immagine: il suo sguardo, inconfondibile.
All'interno, oltre a parecchi servizi, quattro pagine dedicate all'incontro della redazione con
Anna Finocchiaro, presidente dei senatori PD. La interrogano sul momento presente e sulla sua posizione. Le sue risposte sono franche e chiare, tolto un passaggio che vedremo. Ci sono molti "bisogna", "dovremmo", ma non più di quelli che c'era da aspettarsi. Lei parla di affrontare i problemi reali (e li indica). Critica il ripetersi di certe beghe tra dirigenti. Spiega perché non si candidò nelle primarie, vinte da Veltroni, e qui sparisce la chiarezza: "Sarebbe stata una candidatura minoritaria e avrebbe nociuto alle donne del mio partito. Sarebbe scattato il solito discorso sulla marginalità delle femmine nella vita politica". Non capisco il ragionamento, sembra dettato dal suo timore di sembrare una donna-ancella (l'espressione è sua). Ma è ben vero che in quell'ambiente nessuno riflette a fondo (neanche lei, mi risulta) sulla scarsa presenza di donne sulla scena politica, e si continua a ripetere i soliti discorsi sulla discriminazione. Tant'è che ecco comparire la "questione femminile": "Ma la questione femminile esiste", interviene qualcuno della redazione. La Finocchiaro sembra d'accordo, ma esprime insofferenza. Poi il discorso cambia.

     Noi invece insistiamo. Domanda: che cosa vuol dire quella formula trita, che non si vuole dire apertamente? La risposta è una sola: non si vuole dire che la vera questione, per il PD, per la sinistra e per la politica in generale, la pone il rapporto degli uomini con il potere. Con il potere si orientano, si misurano e misurano il mondo, da quello fanno dipendere valutazioni, alleanze, decisioni. Lo cercano a tutti i costi, in tutte le situazioni, a qualsiasi condizione e con tutti i mezzi. Il che basta e avanza a spiegare, in un colpo solo, il fatto che le donne sulla scena politica siano poche e che le cose stiano andando molto ma molto male.
Alla maggioranza delle donne piace essere attive nella vita reale. È politica anche questa, noi la chiamiamo politica prima. Seconda, invece, chiamiamo quella organizzata in forme precostituite: parlamenti, maggioranze, minoranze, partiti, ecc.

      Ma alcune, come la Finocchiaro, scelgono proprio la politica seconda. Fra loro abbiamo delle amiche. "Donne che corrono coi lupi", le abbiamo chiamate e abbiamo loro dedicato il numero 36 della nostra rivista Via Dogana (febbraio 1998). Non si tratta di un fenomeno recente. Il fenomeno recente, il fatto da indagare, è che in tutti i campi della vita produttiva e sociale la presenza delle donne è cresciuta e continua a crescere, ma non nella politica seconda. Il perché e il percome non si capisce finchè questa minoranza di donne non smette di sorvolare sulla contraddizione che vivono. Amiche che militate nei partiti di sinistra, se non ora, quando? Non vi sembra questa l'ora di finirla con la foglia di fico della questione femminile e di cominciare a dire che sì, una questione esiste, è quella del tremendo bisogno che hanno molti, troppi, uomini di gareggiare, di vincere, di primeggiare. Voi e noi, per guadagnare esistenza e libertà, bisogna esporci con quello che abbiamo e siamo, senza badare all'invadenza e alla volgarità maschile (di cui la destra dà spettacolo ma non ha l'esclusiva) e senza per questo cercare rifugio nella tentazione del neutro.

     Naturalmente, non è che sono tutti uguali neanche loro uomini. Dalla lettura dell'Unità si capisce, per esempio, che la base si trova in uno stato di sofferenza indotta dall'alto, il disordine infatti è cominciato ed è grande in alto. C'entra probabilmente un fatto che abbiamo già notato e cioè che, in Italia, la libertà femminile è indigesta più agli uomini delle classi dirigenti che agli altri. Quelli più di questi si ostinano a ignorare il cambiamento nei rapporti donna-uomo, a costo di arrampicarsi sugli specchi, di plagiare gli scritti di donne (non facciamo nomi), di far naufragare la credibilità del loro partito. In alto c'è spazio per i giochi di potere e di prestigio. Là dove, invece, c'è da studiare, lavorare, organizzare la vita quotidiana, crescere bambini, far quadrare il bilancio, le donne brillano e gli uomini ad esse vicini se ne accorgono, esclusa una minoranza di complessati.
Uomini che hanno preso coscienza, uomini che pensano (primo requisito) e che non si mettono al centro dell'universo (secondo requisito) ci sono a tutti i livelli sociali. Uno va ricordato, è proprio Berlinguer che a suo tempo lesse il Sottosopra Più donne che uomini (1983), lo citò in un comizio a Milano e non dimenticò quel nuovo punto di vista di donne che non chiedono parità ma insegnano politica: nel suo ultimo comizio egli invitò il suo partito ad "affermare con la società quei valori generali di cui le donne sono le portatrici".

Da: http://www.libreriadelledonne.it/news/news.htm

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Come fare degli immigrati dei perfetti deliquenti

          Claudio Crimi

20/01/2009 - Reato di clandestinità e nuove tasse su permesso di soggiorno e richiesta di cittadinanza: le iniziative del governo in materia di immigrazione affermano di voler regolarizzare una situazione caotica, ma in realtà porteranno solo altra confusione. Rendendo gli stranieri ancora più alla mercè del lavoro nero e della precarietà. Le riflessioni di p. Claudio Crimi, missionario comboniano, responsabile dell'Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi (Acse)

Prince, studente di Scienze Politiche all’università la Sapienza, Roma, originario del Congo, ci ha comunicato pochi giorni fa di aver finalmente ricevuto il rinnovo del “permesso di Soggiorno” (pds)  per  cui aveva fatto la dovuta richiesta. Tutti felici gli battemmo le mani! “Ma” ci ha anche riferito “questo permesso di soggiorno scadrà il prossimo marzo 2009, perché l’ho fatto in marzo del 2008.” Un freddo glaciale cadde sul nostro entusiasmo! Aspettare un anno per ottenere un permesso di soggiorno di due mesi? Nell’era dell’informatica sembra ridicolo se non fosse tragico. Come si può aspettare un anno, per un documento a cui si ha diritto (è un rinnovo, per uno studente), e dopo aver fatto una trafila burocratica infinita, e riceverlo solo due mesi prima di doverlo rinnovare e incominciare un altro calvario burocratico senza fine? Gli immigrati sono di fatto i  “precari del permesso di soggiorno”.

Che dire della  “nuova tassa” su questo fatidico pds che il governo ha imposto? La maggioranza degli italiani ignora che gli immigrati pagano già 214 € per ottenere il pds! Ora il governo vuole che paghino un altro contributo, che potrebbe arrivare anche a 400 €, senza contare i 200 €  in più già approvati per la presentazione della richiesta di cittadinanza. Una solenne ingiustizia fatta deliberatamente per rendere la vita impossibile agli stranieri. E, di fatto, la loro vita già difficile, diventa impossibile: senza lavoro , senza aiuti, senza documenti.
E’ ovvio che questa legge favorirà il lavoro nero e la criminalità. Senza pds non si può lavorare e non si  ha denaro, quindi si  è facilmente vittima dei criminali, degli usurai e del lavoro nero. Quali gli effetti dell’approvazione del “reato di clandestinità”? Nefasti! Prima si propone il carcere per chi non è in possesso del pds. Ma le prigioni già piene non possono assorbire 600.000 persone in più per un semplice reato amministrativo, anche in considerazione delle spese che questo comporterebbe. 
Il Governo ha  rabberciata alla bell’e meglio la situazione e il carcere è stato sostituito con un’ammenda da 10.000 €. Ora se  gli immigrati non hanno 214 €, figuriamoci 10.000 €. Essi vogliono solo rispetto, dignità  e lavoro. Si è inoltre “scoperto” che ci sono almeno 400.000 badanti non regolarizzate (quindi i datori di lavoro le stanno facendo lavorare in nero). Non pochi hanno tremato: una loro eventuale espulsione o incarcerazione avrebbe provocato un disastro senza precedenti nelle famiglie italiane!  Durante il governo Prodi 750.000 datori di lavoro si autodenunciarono per far ottenere un regolare permesso ai loro dipendenti stranieri. Stanno ancora aspettando! Perché non regolarizzarli in modo che tutti paghino le tasse a beneficio dei nostri  pensionati e dell’Italia?

Il 18° dossier CARITAS afferma che gli immigrati sono creatori di ricchezza, in quanto concorrono per il 9% alla creazione del Pil. Costituiscono inoltre una popolazione giovane, che per l’80% è composta da persone al di sotto dei 45 anni. Sono inoltre un’incredibile ricchezza culturale: parlano più di 150 lingue, mentre sono 146 le loro testate in lingua, tra giornali, radio e televisione, con circa 800 operatori. Ancora, assicurano un contributo economico rilevante ai paesi d’origine tramite le rimesse, ammontate, nell’anno 2007, a 337 miliardi di dollari. Infine, concludono gli autori del dossier, espressioni del tipo “tolleranza zero sono più che abusate nel nostro paese, in cui l’inerzia dell’azione politica ha creato pericolose derive sociali”, mentre sarebbe preferibile parlare di “legalità, di impegno rigoroso per fare osservare le leggi e di senso di giustizia e solidarietà nella loro formulazione”. Ma l’uso delle parole è molto indicativo delle  reali intenzioni politiche del governo italiano.

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  “Anno zero”: è bufera su Santoro

Il Manifesto 16-1-2009   Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, telefona al presidente della Rai, Claudio Petruccioli, per dirgli che «è stato superato il livello di decenza». Il capo del governo, Silvio Berlusconi, si esibisce in una nuova versione del celebre “si contenga”. Il governo israeliano, attraverso l'ambasciatore Gideon Meir, scrive una lettera al presidente della Rai, protestando «la mancanza di professionalità, inadatta alla televisione pubblica italiana». Indecente non è il massacro di Gaza, ma un programma di Michele Santoro dedicato all'atroce carneficina. Uno stato estero, la terza carica della repubblica italiana, il presidente del consiglio sparano cannonate contro un Annozero sulla guerra dei bambini uccisi sotto gli occhi del mondo, in diretta tv, come è accaduto ieri, quando mentre era al telefono con un'emittente israeliana, Ezeldin Abu el Aish, ha visto atterrargli in casa una bomba e cinque sue figlie morirgli accanto. Sull'attenti la risposta di Petruccioli: «Santoro merita critiche severe». Del resto, per scatenare l'offensiva del partito filoisraeliano basta denunciare il carattere “punitivo” dell'offensiva, definendola «un massacro non una guerra», come ha fatto Massimo D'Alema, nel silenzio dei suoi compagni di partito.

Quella dedicata alla strage degli innocenti di Gaza, non è stata una delle migliori serate di Annozero. Andamento confuso, atmosfera nervosa, interventi ripetitivi, protagonismi degni di miglior causa. Come la teatrale uscita di scena di Lucia Annunziata, ospite della strasmissione di Santoro. Più che alla «guerra dei bambini», l'ex presidente della Rai, sembrava interessata a discutere dell'impostazione del programma di cui era ospite. Rubando il mestiere a un Mastella qualsiasi, dopo aver ripetutamente accusato Santoro di “faziosità”, offesa dalla replica dell'amico e collega («non dire le fesserie che tutti dicono contro di noi, ma quali meriti pensi di acquisire?»), si è alzata e se ne è andata. Su un tappeto rosso di complimenti bipartisan, una valanga di dichiarazioni che per tutto il giorno hanno intasato le agenzie di stampa.

La politica si era meritata la performance migliore nella sfuriata finale di un Santoro urlante contro la luna, contro la politica «che non fa un tubo, che è impotente». Mirando però al bersaglio sbagliato («Veltroni andasse a Gaza anziché in Africa»), visto che il leader del Pd, almeno per i bambini sterminati dalla fame, prova a fare qualcosa. E quale sarebbe la colpa? Aver fatto confrontare giovani palestinesi con giovani israeliani? Aver mostrato l'ospedale di Gaza? Non aver rappresentato in par condicio le ragioni degli uni e degli altri per mettere in primo piano «le cose che stanno accandendo per come stanno accadendo?». Sul punto Santoro ha ragione da vendere. Politicamente e giornalisticamente.

Quando i morti sono uno a mille, quando i bambini uccisi sfiorano i quattrocento, il giornalista ha il dovere di titolare “la guerra dei bambini”. Per poi chiedere ai suoi interlocutori cosa si propone Israele con questa guerra e cosa si prevede per il dopo. La materia incandescente richiedeva però di scartare dal solito copione. Meno voci, più profondità, più governo delle emozioni, più informazione (quanti italiani sanno dov'è Gaza, cos'è la Cisgiordania, quale il reddito dei palestinesi...), più attenzione  alla difficoltà di decodificare il tasso di manipolazione. Ma questi sono appunti e considerazioni che riguardano un gruppo redazionale. Se invece a insegnare come si fa giornalismo, come si declina l'attualità sono stati e governi, allora comandano solo gli elmetti. 

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  Sulla guerra a Gaza 2009

             Omar Suleiman
            Osservatorio Palestina

12 gennaio 2009 - Sono quasi due anni che assistiamo ad un assedio criminale di un milione e mezzo di palestinesi nella striscia di Gaza senza che nessuno abbia mai mosso un dito..abbiamo fatto finta di non vedere né sentire niente..la fame, la sete, le umiliazioni quotidiane, l'arroganza, la privazione delle libertà.
      Erano, sono tutti corresponsabili di tutto quello che stava accadendo, a vari gradi: Israele innanzi tutti, il movimento Hamas, l'autorità nazionale palestinese, la comunità internazionale, le Nazione Unite e i paesi arabi, nessuno escluso. Sapevamo tutti che il massacro commesso l'altro ieri sarebbe accaduto prima o poi, ma eravamo semplicemente in attesa...
Per 18 mesi la Striscia di Gaza e i suoi abitanti sono stati "ostaggio" dell'avventurismo di Hamas e dei suoi dirigenti, sordi a tutti gli appelli all'unità nazionale ed al dialogo con tutti i movimenti palestinesi per fronteggiare la minaccia sionista mai cessata, neanche con gli accordi della "tregua", con una politica di repressione di tutte le voci in disaccordo con la politica del movimento, le torture e il carcere per gli "oppositori", fino alla rottura di una tregua che non offriva niente ai palestinesi e il lancio dei "missili" kassam che finora hanno causato più vittime tra i palestinesi stessi per errore di calcolo e mancato raggiungimento degli obbiettivi. Senza capire che Israele non aspettava altro per giustificare i suoi massacri agli occhi della comunità internazionale e senza poter contare su una forza tale da resistere davanti alla macchina da guerra sionista (come ha fatto il movimento Hezbollah per esempio).
      Dall'altro lato, a Ramallah, l'autorità nazionale palestinese non è stata capace di assumere le proprie responsabilità in difesa dei suoi concittadini assediati a Gaza, non ha saputo far valere le sue ragione nei confronti dei paese arabi, né nei confronti della comunità internazionale e cosa più importante, nei confronti dello stato sionista, continuando in una sterile trattativa con il governo israeliano che giocava come sua abitudine sul fattore tempo e contava sulla divisione nelle file del movimento palestinese.
      Tutto ciò non toglie nulla alla grave e criminale responsabilità del governo israeliano, che, con l'appoggio dell'amministrazione Bush, ha continuato con la sua politica di repressione nei confronti del popolo palestinese. In tutte le direzioni: l'assedio di Gaza ,la costruzione degli insediamenti, l'ultimazione delle costruzione del muro, il soffocamento delle città palestinesi con i check point, la distruzione delle infrastrutture sociali ed economiche palestinesi e, come ciliegina sulla torta (come ci hanno abituato da 60 anni, l'utilizzo delle vite umane palestinesi nelle campagne elettorali israeliane. Infatti da qui a poco ci saranno le elezione politiche nello stato sionista di Israele. Destra, centro e "sinistra" fanno a gara per dimostrare chi può massacrare meglio i palestinesi:  le immagini che abbiamo visto ci ricordano molto quelle di Sabra e Shatila, del campo-profughi di Jenin...insomma stile esercito israeliano.
     Non parliamo poi della comunita' internazionale e del suo ruolo di garante e protettore di tutte le azioni criminali dello stato sionista: Stati Uniti, Nazioni Unite ed Unione Europea stessa...che si e' accodata alle menzogne dell'amministrazione Bush "road map..Annabolis..e promesse di garantire un compromesso entro il defunto 2008".
      Io non ho partecipato a nessun presidio e non ne ho l'intenzione; non perchè io non soffra per le sofferenze della mia gente, ma perchè ormai ci siamo fatti i capelli bianchi nelle manifestazioni, cortei e presidi per la Palestina e con la sofferenza nel cuore e nell'anima continuerò a fare le piccole cose che sono capace di fare per il mio paese e la sua causa.
 

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IL FILM SUL TRATTATO ITALIA-LIBIA

 In questi giorni il Parlamento Italiano sta votando il finanziamento del nuovo Trattato Italia-Libia, in base al quale verranno potenziate le azioni di contrasto dei migranti africani. Nel Trattato nulla si dice sulla tutela reale dei diritti umani di migliaia di uomini e donne in balia della polizia libica.
Il tutto avviene nel solito imbarazzante silenzio. Ed è questo silenzio che proviamo a rompere, promuovendo a Roma una settimana di proiezioni di COME UN UOMO SULLA TERRA, dopo il nuovo riconoscimento ottenuto al Festival Per il Cinema Italiano a Bari (menzione speciale sezione documentari):
-  22 gennaio alle 18.30 alla Casa Internazionale delle Donne in via della Lungara 19
- dal 23 al 29 gennaio (3 spettacoli al giorno: 16-18-20) al Nuovo Cinema Aquila in Via L'Aquila  68, al Pigneto
-  29 gennaio al Teatro San Genesio in Via Podgora 1

Continuano le proiezioni anche in altre città d'Italia (Rimini, Firenze, Milano), i Treni della Memoria ospiteranno il film lungo il loro percorso e il 7 febbraio il film sbarcherà anche in Svezia, al Festival di Stoccolma.
Chiunque si voglia aggiungere in questa battaglia di civiltà, può farlo: diffondendo questa mail, firmando sul sito del film la petizione contro le deportazioni in Libia (siamo oltre 2500 firme), organizzando altre presentazioni.


Tutte le info sul sito: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

 

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