LUISA
MURARO A LILIT
Carissima/o,
Mi è giunta informazione da Elena ,
giornalista della redazione di Lilit (la trasmissione
televisiva di Rai 3, in onda alla domenica alle 23.30),
che è stata contattata Luisa Muraro per concedere
un’intervista che avrà un doppio passaggio in tv e
precisamente:
1) Domenica 8 gennaio, su Rai 3
alle ore 23.30, verrà
mostrato un filmato rvm in cui Luisa Muraro spiegherà in
breve la differenza tra femminismo dell’uguaglianza e
femminismo della differenza sessuale. A questo
contributo seguirà un’intervista a Livia Turco e altri….
2) Domenica 15 gennaio su Rai 3 alle
ore 23.30; Luisa
Muraro sarà ospite in studio per un’intervista con
Debora Villa di circa 12-15 minuti sul tema della
politica del desiderio. In questa occasione verranno
mostrate parti del docufilm realizzato nel 2010 “La
politica del desiderio” e,in una scaletta ancora
provvisoria in chiusura, Debora Villa leggerà la parte
finale del documento “Immagina che il lavoro”
oppure una intervista con Margherita Dogliani, della
fabbrica del desiderio.
Vi invito pertanto a non perdere le due puntate.
Ora due informazioni sul format: Lilit
si pone l’obiettivo di leggere e raccontare il mondo da
un punto di vista femminile cercando, anche in maniera
ironica, di scoprire come sarebbe il mondo se fosse
affrontato con il lato femminile che c’è in ognuna/o di
noi, donne o uomini. Partendo dal timore (o dall’idea)
che la nostra società, dominata dal maschile
simboleggiato dall’uso del potere e dall’iper-razionalità,
stia mostrando il suo fallimento, la trasmissione prova
a rintracciare segnali di un possibile cambiamento in
questa direzione “femminile”, con un’apertura al mondo
pacifica (e sentimentale), che vuole l’incontro e non lo
scontro e mette sempre al centro la donna e l’uomo. Ho
dunque cercato altre informazioni, scoprendo che, dopo
una prima edizione del programma dove venivano
intervistati, tra gli altri: -Moni Ovadia, che ha
approfondito la natura femminile di Dio; -Don Andrea
Gallo, che ha parlato del Dio del Vangelo; -Gad Lerner,
che ha raccontato come ha sviluppato negli anni la sua
attenzione al femminile; -Folco Terziani, Vandana Shiva
e Luca Mercalli che hanno descritto il loro stile di
vita contro corrente, che pone al centro il rispetto per
la terra madre.
Lilit ha cercato di intervistare persone
che, per motivi diversi, hanno espresso pensieri e
progetti che hanno sollecitato la componente femminile
che c’è in loro. Ovviamente Lilit, essendo un format di
intrattenimento, alterna ai momenti più seri dedicati
alle interviste, altri più leggeri e ironici che vedono,
per esempio, il comico Antonio Cornacchione nel ruolo di
uomo che si è nascosto in bosco per ritrovare il maschio
perduto.
Non perdiamo quest’occasione di seguire
le serate o registrarle ma, soprattutto, avvertiamo il
più ampio numero possibile di amiche, amici e
conoscenze, anche al di fuori della nostra rete e,
perché no, conoscenze all’interno delle istituzioni.
Ve lo chiedo perché secondo me si tratta
di un’opportunità che deve andare al di là delle nostre
stesse relazioni. Come già ho avuto modo di dire
purtroppo che i media non tenessero in gran conto la
ricchezza espressa dal pensiero e dalla pratica
femminili diffusi da anni in tutta Italia e mi auguravo
che nel 2012 finalmente se ne accorgessero fornendo
un’informazione più puntuale e approfondita.
Non dimentichiamoci anche
che “Immagina che il lavoro”, il docufilm “La politica
del desiderio” e oggi “l’Agorà del lavoro” rappresentano
le tre modalità di agire politico più innovative, che
tuttavia la stampa non è riuscita a valutare nella loro
importanza, anche se i primi due “strumenti politici”
sono stati presentati e discussi in molte città
italiane.
Cerchiamo di far crescere il già immenso
bacino della rete delle relazioni della differenza
sessuale, che viene sempre definita dai media, come
“pari opportunità” o approssimativamente di “genere”. Se
avete bisogno di ulteriori informazioni, telefonate al
numero 348 7098609 oppure inviatemi un mail.
E per favore, fate girare, fate girare: grazie.
Pinuccia Barbieri
Milano, 5 gennaio 2012
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Dopo
aver pulito Napoli, ora arriva il fango
Raphael Rossi
Mi è
stato chiesto dal
Fatto Quotidiano di commentare l’articolo del
Mattino
su spese e consulenze della mia esperienza
in Asìa.
Avrei potuto liquidare la faccenda così: in sei mesi abbiamo
ottenuto risultati impensabili (specie se paragonati ai
“tempi” delle municipalizzate) e ogni spesa è stata fatta
secondo le regole e stando nei budget previsti.
Ma ciò che sta succedendo a Napoli nasconde altro. Diventa
un tentativo di diffamazione che serve a punire chi dice
“no” ed è un deterrente per gli altri, affinché siano più
malleabili. Un meccanismo tipico che ho imparato a conoscere
e che per fortuna non mi coglie impreparato. Cosa ci sia
dietro questo tentativo non lo so. Sono certo che non abbia
a che fare con il sindaco
Luigi De Magistris,
ma il contesto è così complicato che non posso accettare di
essere isolato.
Nel mio
precedente post,
ho letto con attenzione i numerosi commenti di precisazione
in merito ai motivi della mia revoca. Mi scuso per aver
deluso tante aspettative ma ho preferito raccontarvi,
innanzitutto, cosa è stato fatto in questi sei mesi a
Napoli, perché intuivo che non mi dessero il tempo di farlo.
Cioè, temevo il
fango.
Infatti, primi schizzi erano inaspettatamente arrivati il 30
dicembre dal Mattino,
che pubblicava la prima illazione sul mio compenso percepito
in Asìa (mi sarei dimesso perché insoddisfatto del mio
stipendio). Poi altri segnali in questi giorni: un paio di
consiglieri comunali della maggioranza, che non ho mai avuto
il piacere di incontrare, giudicano il mio rapporto con il
neopresidente Asìa
Raffaele Del Giudice
(ma avevo già dichiarato in anticipo che il rapporto era
ottimo; a questo punto, dico, per fortuna!) o dicono che non
sono così competente (fortunatamente i risultati sono
oggettivi e riconosciuti da tutti, sindaco compreso) o
ancora mi dicono che non ho fatto squadra (e per fortuna
sono stato l’unico presidente a istituire un comitato di
direzione, coinvolgendo nelle decisioni dell’azienda i
dirigenti, e a visitare le 18 sedi territoriali di Asìa;
inoltre ho collaborato in prima persona agli eventi con i
cittadini attivi).
Ora ci provano con le consulenze perché vogliono
probabilmente bilanciare il mio
“no” fermo alle 23 assunzioni richieste
all’unanimità dall’intero Consiglio Comunale. Sara questo il
motivo della mia revoca? Forse. Ma per me non è stato un
motivo sufficiente per abbandonare Napoli, in piena
mobilitazione civica, mentre altre battaglie sono ancora
possibili.
Riporto comunque i fatti. La Giunta il 2 agosto delibera
chiedendo
l’assunzione dei 23. Il Consiglio comunale
il 30 novembre chiede
nuovamente quelle assunzioni, entro e non
oltre il 31 dicembre 2011. E io sono stato rimosso il 2
gennaio 2012… Peraltro come primo atto pubblico del nuovo
anno: protocollo n. 01 del 1° gennaio 2012. Quanta fretta!
Molti giornali hanno scritto che su questa vicenda sono
stato interrogato dalla Procura di Napoli: non posso
aggiungere altro (c’è un’indagine in corso), ma tornerò
sicuramente a informarvi quando sarà possibile sui motivi
normativi, finanziari, funzionali, etici e culturali, che mi
hanno spinto dire di “no” e che avevo comunicato
all’Amministrazione.
Vi spiego, infine, il mio imbarazzo nel giorno della
conferenza stampa: non sapevo quale sarebbe stato il mio
contributo futuro alla città di Napoli, ma speravo che ci
fosse un progetto. Seppure amareggiato per la revoca
dall’incarico,
ero e sono pronto ad accogliere una nuova
sfida.
E invece mi sono state proposte le
Terme di Agnano
e poi (come anticipato dal
Mattino,
sempre bene informato) la
Elpis,
cioè l’azienda che si occupa delle affissioni pubbliche in
città… Come ho detto altrove: non sono in cerca di un
“posto”, ma di un progetto coerente con la mia
professionalità e con la linea tracciata con la
cittadinanza.
Riguardo le
consulenze: intanto mi scuso con le persone
che sono state tirate in ballo dal
Mattino e
dagli informatori, evidentemente interni al Comune (il
giornale menziona il vicesindaco Sodano) e ad Asìa.
Ovviamente ho fatto tutto secondo le regole (tra l’altro è
normale, forse auspicabile, che chi dirige un’azienda lavori
temporaneamente con specialisti con cui c’è affiatamento).
Ma soprattutto nessuno prima di oggi aveva avuto da ridire
con me su questo tema, né in pubblico né in privato, dunque
come potrebbe essere questo il motivo della revoca? Poi lo
stesso autore sul
Mattino, nel suo “scoop”, si pronuncia
cautelativamente:
“Consulenze, sia chiaro, non abnormi”.
Ho risposto a quel giornale con una lettera in cui scrivo:
“I risultati positivi
ottenuti in breve tempo e replicabili in futuro parlano
chiaro sugli investimenti, contenuti, che abbiamo fatto. Per
trasparenza, a me risultano queste forniture: 48.500 euro
per consulenze di comunicazione ed educazione alla
sostenibilità, 39.000 per consulenza ingegneristica sulla
differenziata e 38.500 per formazione e consulenza
organizzativa. Il totale è
inferiore ai 150mila
di cui si è parlato nell’articolo uscito ieri.
A fronte di tali
spese, comunque, ci sono dei
risparmi.
Cito per esempio la consulenza tecnica che ha permesso, tra
le altre cose, di dimezzare il costo dei sacchetti in
plastica che Asìa compra a milioni. Cito poi il risparmio
sul progetto con le scuole “Educambiente” che l’anno passato
era costato 80mila euro e quest’anno, con una formula
proposta dai consulenti, ha inciso di più (coinvolgendo
direttamente gli insegnanti e il territorio) ed è costato
quasi niente, costruendo oltretutto una rete con
l’assessorato all’Istruzione che rappresenta un modello di
sinergie tra istituzioni”.
Inoltre, ci sono i molti benefici ottenuti dalle azioni di
sensibilizzazione ambientale proposte da
Robiati e Di Polito,
esperti di comunicazione di pubblica utilità. Cito, per
esempio, la partnership gratuita con
Il Mattino
stesso e con la Tv locale Canale 21, che ci hanno concesso
spazi settimanali (altrimenti acquistabili a migliaia di
euro) per lanciare un programma educativo prodotto in casa
con estrema efficienza; la straordinaria campagna di
partecipazione alla raccolta differenziata “–Rifiuti
+Adesioni“,
che è ancora attiva e ha coinvolto per ultimo il Carcere di
Nisida, o il progetto replicabile delle “Quattro giornate
della raccolta differenziata” che ha visto realizzarsi 55
eventi di sensibilizzazione ambientale tra novembre e
dicembre. Per non citare i materiali informativi per il
porta a porta, le affissioni sulla raccolta stradale, gli
adesivi per le campane e molto altro. Interventi che
sarebbero costati il triplo: ma Robiati e Di Polito sono
professionisti di progetti in ambito pubblico e sociale, con
molta esperienza nella capacità di ottenere
risultati di qualità a
budget ridottissimi.
Per quanto riguarda
Parisotto
(e non Varisotto, l’informatore avrà sentito
male…), si tratta dell’ex direttore generale delle aziende
di raccolta rifiuti Amiu di Alessandria e Ata di Savona e
uno tra i progettisti del sistema di differenziata a Novara
(68% la percentuale di differenziata, la più alta d’Italia).
Mentre il signor Vecchiotti non lo conosco, l’informatore
qui avrà pensato a Vecchioni, ma giuro che non c’entra.
Sul mio stipendio
si è già detto molto e ho già autorizzato un
avvocato a procedere in caso di diffamazioni. Ribadisco che
il ruolo ricoperto viene remunerato ovunque almeno 150mila
euro l’anno (Il
Mattino di ieri pubblicava una stima di 180mila
euro).
Nonostante gli elementi infondati e comici della vicenda
resta comunque questo
vergognoso tentativo di
infangarmi. È un meccanismo classico che ti
prende per sfinimento. Bisogna essere molto abili a
schivarne i colpi. E soprattutto ha altre due funzioni
devastanti: quella di spostare l’attenzione distraendo da
altre situazioni torbide; e quella di indebolire una persona
e lasciarla isolata. Quest’ultimo un altro meccanismo tipico
del malaffare.
Oggi è
arrivata a Napoli la nave che porterà i rifiuti in
Olanda:
abbiamo voluto fosse un servizio vero con un contratto
solido e non uno spot politico o un test. In questo modo
abbiamo sottratto parecchi soldi alla criminalità locale che
vive, di riffa o di raffa, sullo smaltimento dei rifiuti. È
uno dei “sì” che ho raccontato nel
mio post di ieri
e non a caso.
Ancora adesso, continuo a chiedermi se sia successo
dell’altro. Può darsi che, lavorando in maniera rigorosa,
abbia toccato interessi molto forti, senza di fatto
accorgermene.
Il fango non si fermerà e cercheranno appunto di isolarmi,
per rendermi un bersaglio più facile da colpire. Vorrà dire
che rafforzerò le mie conoscenze in materia di diffamazione
riportandole in quel
“manifesto
dell’amministratore pubblico” che abbiamo
intenzione di costruire con i lettori del
Fatto Quotidiano,
cui accennavo ieri nel blog.
Ora mi ritrovo solo e senza contratto, vivendo con un
pizzico di ironia la mia seconda stagione da precario nella
lotta per l’etica nella pubblica amministrazione! Intanto
giovedì 12 gennaio, alle 9, sono a Torino al Palazzo di
giustizia, per il processo sulle
tangenti all’Amiat.
Mi consola sapere che posso contare su moltissimi di voi
lettori e per questo vi ringrazio.
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Stalking, cos’è cambiato in Italia
dopo l’introduzione della legge
Il Fatto quotidiano, 8 gennaio 2012
Negli
ultimi 20 anni la percentuale di donne tra le vittime di
omicidio è aumentata dall'11 al 25%. E i dati dicono che la
maggior parte delle violenze è preceduta da intimidazioni.
Poca chiarezza invece sui numeri del provvedimento voluto
dall'ex ministro Carfagna. Per l'Osservatorio nazionale
stalking resta il problema della paura di denunciare. La
violenza contro le donne? Una “pandemia”. Non usa mezzi
termini l’agenzia dell’Onu per la parità di genere e l’empowerment
femminile. Secondo l’UN
Women, nel mondo almeno 6 donne su 10 hanno
subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita.
Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza è la
principale causa di morte e invalidità.
E in Italia? Gli omicidi sono in calo, ma ad essere
aumentato è il numero delle donne uccise: in 20 anni è più
che raddoppiato, passando dall’11% del totale delle vittime
nel 1991 ad oltre il 25%. Una vittima su 4, insomma, è
donna. Secondo l’Osservatorio nazionale stalking, la maggior
parte dei delitti è preceduta da atti persecutori e
molestie. Di qui all’allarme il collegamento è naturale: “Se
il decreto Svuota-Carceri verrà approvato così com’è, lo
stalker non andrà neanche più in carcere, ma ai
domiciliari”, dice il presidente
Massimo Lattanzi.
“E la possibilità che ricominci a tormentare la sua vittima
è quasi matematica”.
A quasi tre anni
da quell’aprile 2009 in cui è stato
introdotto il reato, con la legge 38 voluta dall’ex ministro
Mara Carfagna,
il bilancio è contraddittorio. L’ex ministro sottolineava
con soddisfazione un aumento delle denunce nel 2011 e un
incremento nel numero di stalker arrestati: più di cento al
mese in media. I numeri di quello che era il ministero per
le Pari Opportunità, ora assorbito dal dicastero del Lavoro
e Politiche sociali guidato da
Elsa Fornero,
vedono per il 2010
6.009
denunce e 1.422
arresti. Dati confutati dall’Osservatorio
nazionale stalking, che esiste dal 2002 e che ha registrato
invece nell’ultimo anno un calo delle segnalazioni del 25%.
“Anche
la regione Campania ci dà ragione, pubblicando in questi
giorni dati che parlano di una diminuzione delle denunce”,
spiega il presidente Lattanzi. Le vittime non denuncerebbero
per paura di ritorsioni da parte del proprio persecutore, e
per scarsa fiducia nei confronti dell’efficacia dei
provvedimenti e di una protezione da parte dell’autorità. In
più, il patrocinio gratuito non è previsto per tutti, ma
solo per chi ha un reddito inferiore ai 10mila euro.
“Siamo sul campo
da dieci anni, e per noi è evidente che il
612 bis è nato allora sulla spinta politica del pacchetto
sicurezza”, spiega ancora Lattanzi. “Si è lavorato con poca
conoscenza della natura del fenomeno”. Nel concepire la
legge “ci si è basati sull’esperienza di violenza di
genere”, ma lo stalking “non è questo”: i dati più
aggiornati dicono che il 30% delle vittime è maschio. Non
solo: gli uomini hanno culturalmente “maggiore resistenza a
denunciare”. Le donne ne hanno meno “perché hanno già,
purtroppo, la cultura della violenza”. In più, dice ancora
il presidente, “è stata dato all’opinione pubblica un
messaggio sbagliato sul fenomeno, che sta alimentando
effetti collaterali”.
Secondo
l’Osservatorio, lo stalker è nel 75% dei
casi un uomo, nel 25% una donna. Un altro punto debole,
denunciato ancora dall’associazione, è costituito dalla
mancanza della previsione, nella legge, di percorsi di
“risocializzazione” per i presunti stalker. Non un
dettaglio: ogni giorno in Italia 4 persone vengono arrestate
per stalking, ma poi, scontata la pena, uno su tre torna a
tormentare la vittima. E non ci sono centri dedicati: solo a
Roma e a Milano. L’Osservatorio ha istituito dal 2007 il
Centro presunti autori, dove gli stalker chiedono aiuto e
iniziano percorsi di risocializzazione. “In occasione
dell’anniversario della legge, proporremo un incontro al
ministro Fornero per presentarle i risultati dei nostri
centri”, spiega Lattanzi. “Non è col carcere che si risolve
il problema: questo il precedente ministro non l’ha mai
voluto approfondire".
Angela Gennaro
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Lavoro femminile, Italia peggio della
Grecia
‘Siamo un paese tradizionalista e
ingessato’
Il Fatto quotidiano, 8 gennaio 2012
Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle
donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al
63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. "Una differenza che
si fa abissale - dice Carla Collicelli, vice direttore
generale del Censis - quando si parla di giovani e donne"
Anno
nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che
per occupazione, retribuzione e condizione femminile
l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda. Lo dice
l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi
dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.
Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione
delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è
pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania
il tasso, per la stessa fascia di età, è dell’81,8%. Malta è
ferma al 56,6%. “Siamo un paese così tradizionalista e
ingessato”, sospira
Carla Collicelli,
vice direttore generale del Censis. “Troppo lontano dagli
obiettivi europei”. E la lontananza diviene abissale quando
“si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene
geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat
proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle
ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di
donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%. Alla
fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di
occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al
46,7% per le sole donne. Anche la Grecia è sopra di noi, con
il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del
primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli
uomini, 9% per le donne. Al netto del lavoro nero. Non solo:
una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto
a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai
contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono
emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma
assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti
interni sì”.
La
parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali
si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore
di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità
di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la
sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”,
per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità”.
“E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”. È il “clou della
discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella
stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani,
sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno
tamponato gli ammortizzatori sociali”. Eppure il Consiglio
europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo
quello di aumentare il tasso di occupazione globale
dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più
del 60% entro il 2010. Una percentuale che vorrebbe dire un
aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli
passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo
virtuoso di imprenditoria e occupazione, con
l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e
anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione
femminile italiana.
Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto
nelle attività di cura costituisce un ostacolo per
l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non
occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per
molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del
14,3%. In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a
contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie:
dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito
Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico, nei paesi a bassa fertilità.
Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità
difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del
lieto evento. “Ci siamo lasciati alle spalle i tristi
episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte
venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo
numero di anni”, racconta Carla Collicelli. Ma oggi “la
donna con contratto atipico si trova in una condizione
altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per
maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in
seguito”. In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di
molte scuole materne permette all’occupazione femminile di
rimanere invariata in caso di uno o due figli. “Da noi
invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su
una sanità nella media che comincia a scricchiolare con
liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la
sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi
di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico.
In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non
supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino
all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”. In
alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per
la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la
percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un
figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono
due. Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita
al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono
guai”. Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica
a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O
meglio: figlie, mogli, sorelle.
“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi
ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo
punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di
applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla
composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932
quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio
di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le
donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora
oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice
direttrice del Censis.
Angela Gennaro
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15
dicembre 2011
Domenica 18 dicembre la Giornata di
azione globale contro il razzismo e per i diritti dei
migranti.
L’iniziativa promossa dal Forum sociale mondiale delle
migrazioni in concomitanza con la Giornata mondiale del
migrante.
Il 18 dicembre del 1990 l’Assemblea generale delle Nazioni
Unite ha adottato la Convenzione internazionale sulla
protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri
delle loro famiglie. Dieci anni dopo l’Onu ha dichiarato il
18 dicembre Giornata mondiale del migrante. La dichiarazione
richiama l’attenzione degli Stati sulla salvaguardia dei
diritti dei lavoratori immigrati, indipendentemente dal loro
status giuridico nel Paese in cui risiedono.
Purtroppo, fino al 2011, una gran quantità di Paesi non ha
ancora ratificato la Convenzione; tra questi ci sono i Paesi
dell’Unione europea, gli Stati Uniti e il Canada.
I dati forniti dalle Nazioni Unite attestano che nel mondo
ci sono 175 milioni di persone migranti. Nonostante il
contributo che forniscono ai Paesi in cui scelgono di
vivere, spesso sono vittime di abusi, di discriminazione e
di sfruttamento sui posti di lavoro.
Per questa ragione molti attivisti ritengono urgente dare
una risposta unitaria e globale dei migranti nel mondo e di
coloro che difendono i loro diritti perché globali sono le
politiche persecutorie applicate da Stati e governi.
Nel 2010 il Forum sociale mondiale delle migrazioni lanciò
un appello per la realizzazione di una Giornata di azione
globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti,
rifugiati e sfollati il 18 dicembre 2011. L’appello fu
poi ratificato al Forum sociale mondiale nel 2011 ribadendo
la libertà di circolazione e il diritto a scegliere dove
stabilirsi, la chiusura dei centri di identificazione ed
espulsione dei migranti e l’annullamento di tutti gli
accordi e i programma che violano i diritti i umani alle
frontiere.
Attivisti di diversi Paesi hanno risposto a questo appello e
finora sono state programmate iniziative in Argentina,
Belgio, Brasile, Cameroun, Canada, Spagna, El Salvador,
Francia, Guatemala, Italia, Mexico, Niger, Perù, Svizzera,
Stati Uniti e Uruguay.
Questo lavoro si è unito allo sforzo della Carta mondiale
dei migranti, votata a Gorée (Senegal) nel febbraio 2011. In
questa Carta si sottolinea il ruolo fondamentale che possono
giocare i migranti come attori sociali e politici per la
costruzione di una cittadinanza universale.
Per maggiori informazioni sulle iniziative che si
realizzeranno nel mondo è possibile consultare il sito web
www.globalmigrantsaction.org.
Fonte:
www.immigrazioneoggi.it
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Napoli, Caldoro non sblocca i soldi per il Centro Antiviolenza
Quello che sta
succedendo per esempio a Napoli ha dell’incredibile perché
se in Italia ci si lamenta sempre che i soldi non ci sono,
questa volta i soldi – europei – ci sono ma rischiano di
tornare indietro per la negligenza della
Regione Campania, che su 13
progetti già approvati per il piano strategico delle Pari
Opportunità a Napoli, ha sbloccato l’erogazione solo per 4
lasciando fuori i rimanenti 9, tra cui appunto quelli dei
Centri antiviolenza, che pur essendo stati approvati
rischiano ora di non essere attuati.
“Il presidente della Regione, Caldoro, non ci ha neanche
ricevute” – dice Clara Pappalardo della
Rete Antiviolenza di Napoli – “e si tratta di quasi 10
milioni di euro che devono solo essere erogati e dei
quali noi, per il Centro antiviolenza e la Casa rifugio,
dobbiamo avere un milione che ci serve per i prossimi tre
anni di vita. Qui nella provincia di Napoli sono morte tre
donne a seguito di violenza in un solo mese: come facciamo a
intervenire a sostegno delle donne se dobbiamo chiudere
perché la Regione non sblocca i soldi già stanziati? L’unico
che ci ha ricevute e ci ha ascoltate è stato il sindaco De
Magistris che non solo si è impegnato a recuperare questi
fondi, ma ha garantito che nella seduta del 25 novembre, che
sarà monotematica sulla violenza, porterà il caso al
Consiglio comunale”.
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Le
lacrime e la rinuncia
di
Monica Lanfranco
Certo che ci vuole poco a migliorare la situazione suo piano
simbolico e su quello concreto rispetto al precedente
governo: si è già detto che, almeno, gli uomini e sopratutto
le donne sono altro. Certo che prima di fidarsi e di
rilassarsi ci vuole non solo tempo, ma
servono prove e pratiche che si distinguano dal recente e
rovinoso passato. Certo che tutto il disgusto, la rabbia,
perchè no il rancore verso il Palazzo e chi lo incarna non
svaniscono al mero cambio della guardia.
Però è possibile con occhi ben aperti guardare a quello che
sta accadendo: non risulta che prima d'ora un presidente del
consiglio abbia dichiarato che non prenderà soldi per il suo
incarico, e non risulta che un ministro prima d'ora abbia
pianto annunciando misure terribili per risollevare
l'economia.
Per ora a commuoversi non è un
ministro, ma una ministra.
Ovvio, femmina, il pianto le si addice. Lo stress, la
stanchezza, il senso immenso di responsabilità la
schiacciano.
E mentre in un uomo sono tutte prove che ne fortificano
l'ego per una donna sono troppo, e quindi ecco lo schianto
in pubblico. Debolezza, tipico.
Le lacrime sono il sintomo della scarsa autorevolezza,
perchè l'autorità non piange: l'autorità genera lacrime sui
sottoposti attraverso il potere che esercita, non si
commuove.
Ma se invece provassimo a leggere queste lacrime come
un segno di forza, una forza
che è il frutto della consapevolezza della difficoltà del
momento, il frutto dell'emozione da condividere da parte di
una persona che incarna in quel momento il potere datole,
che così esprime, con il corpo che duole, la fatica di
decidere e la evidenzia in modo da rendere vere e autentiche
le sue motivazioni? Lo avrebbe fatto un uomo, nelle
condizioni della ministra? Avrebbe un ministro interrotto
una riunione monosessuata,
esprimendo disappunto per quella 'normale' aporia che in
molte e molti abbiamo vissuto in continuazione, non al
ministero ma nei luoghi 'misti' (a sinistra, specifichiamo)
che abbiamo frequentato?
Certo si può fare ironia, anche malevola, per le lacrime
della ministra: il potere che piange resta potente e la
commozione non basta per guadagnarsi fiducia.
Però se il potere fosse usato come verbo ausiliario (questo
insegna da decenni Liadia Menapace) allora sarebbe solo uno
strumento per rafforzare l'azione importante: cambiare,
riparare, costruire, condividere.
E ' per questo che, di fronte alle macerie generate dal
ventennio berlusconiano, del quale purtroppo non solo la
destra è responsabile e che non è possibile addurre a colpa
solo ad un piccolo e ripugnante omuncolo e alla sua corte di
uomini e donne consenzienti, le lacrime della ministra mi
colpiscono e mi paiono un segno di
cambiamento.
Certo, non bastano, perchè nulla può bastare, se ragioniamo
in termini di immediato risarcimento.
Ma intanto queste lacrime, e la dichiarazione economica del
presidente del consiglio, dicono che almeno al governo ci
sono esseri umani.
Monica Lanfranco
www.monicalanfranco.it
"Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi
del padrone"
Audre Lorde
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NAPOLI,
Un
Totem contro la violenza sulle donne
(Per la
responsabilità pubblica e diffusa verso l’eliminazione della
violenza sessuata)
Il
Cartello antiviolenza delle donne Napoletane (UDI di Napoli,
Arcidonna di Napoli, Associazione Maddalena, DonneSudDonne)
Le
associazioni e le donne Napoletane, al contrario delle
volontà espresse dalla politica tradizionale, considerano la
Risoluzione 48/104 del 23 febbraio 1994 un obiettivo
raggiungibile. Le donne Italiane considerano le proprie
amministrazioni responsabili di fronte al Paese ed al Mondo
per quanto avviene nelle case, per le strade, sui posti di
lavoro, nelle scuole in violazione della convenzione per
l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW).
Il lavoro svolta dalle associazioni, in particolare a
riguardo della risoluzione citata per l’eliminazione della
violenza sessuata entro il ventennio1994/2014, non estingue
e non sostituisce le competenze pubbliche, che nella materia
si limitano all’assenso ed in qualche caso al parziale
rimborso delle spese.
La strada
è lunga, a causa dell’inerzia politica, ed il tempo è poco,
soprattutto per chi rischia la vita, a meno di una rinuncia
in partenza che sarebbe la dichiarazione del fallimento
della politica. La collocazione al fianco delle vittime, da
parte degli organismi eletti dalle cittadine, è il primo
passo, che richiede azioni fortemente simboliche nel mentre
lo si compie. Siamo donne Napoletane in senso femminista,
cioè siamo Napoletane nel momento in cui passiamo,
soggiorniamo, lavoriamo nella Città. Siamo donne Napoletane
e indichiamo al Consiglio ed alla giunta un atto simbolico
di forte impegno
L‘installazione a Piazzale Tecchio di un TOTEM CONTRO LA
VIOLENZA
che ricordi le vittime aggiornando i dati volta per volta in
una scritta luminosa.
Che
ricordi alla politica, anche nazionale, l’impegno assunto in
sede ONU e in Europa, ed a tutti che l’umanità viene colpita
nel corpo di una donna, di una bambina, di un bambino con la
perpetrazione del Femminicidio, nascostamente sostenuto da
tutti coloro che lo negano e lo minimizzano.
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APPELLO PER ADAMA: UNA
STORIA, MOLTE VIOLENZE
Pubblichiamo questo appello in occasione
della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per
adesioni scrivete a
migranda2011@gmail.com
Adama è una donna e una migrante.
Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È
rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i
carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata,
stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo
ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua
richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa
riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di
soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per
loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza
subita come donna e come migrante – ha molta importanza per
noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata
in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia
coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal
una vita più dignitosa.
Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che
prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e
si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare
la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni,
quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla
espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo
arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo
salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo
potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze
dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco
nero di un centro di identificazione e di espulsione nel
quale potrebbe restare ancora per mesi.
L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una
richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un
interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero
accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse
raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso
dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso
più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare
il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà
perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di
troppo.
Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e
come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò
possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è
solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la
Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne
coraggiose in vittime impotenti. Noi donne non
possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa
battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi,
le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la
sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un
permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano
la propria vita.
Migranda
Associazione Trama di Terre
Per adesioni:
migranda2011@gmail.com
Per informazioni e aggiornamenti:
www.migranda.org
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D.i.Re
- Donne in Rete contro la violenza
Comunicato Stampa - 25 Novembre 2011
Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza
contro le donne
Il problema della violenza di genere si presenta ancora oggi
in maniera dirompente e grave, in questo momento più che mai
è necessario l'impegno delle donne attraverso Reti Nazionali
e Internazionali per rafforzare tutte le forze in campo,
ricordando che alla base di ogni violenza di genere c'è la
discriminazione, che può essere superata solo con una reale
presenza delle donne nella sfera pubblica e negli ambiti
decisionali, con un riequilibrio di potere in politica,
nella cultura con cui si esprime la società civile, ma
anche con un sapere giuridico più giusto.
LA VIOLENZA DEI NUMERI
APPELLO AL GOVERNO ITALIANO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO,
MARIO MONTI,
ALLA MINISTRA DEL LAVORO CON DELEGA ALLE PARI OPPORTUNITA',
ELSA FORNERO,
PER LA GIORNATA INTERNAZIONALE PER L'ELIMINAZIONE DELLA
VIOLENZA CONTRO LE
DONNE
A 12 anni dalla risoluzione 54/134 con cui le Nazioni Unite
hanno istituito il 25 novembre come Giornata internazionale
per l'eliminazione della violenza contro le donne invitando
Governi, Istituzioni, Organizzazioni Internazionali e Ong, a
concentrare la loro attività per combattere la violenza di
genere, L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE D.i.Re (Donne in Rete
contro la violenza) associata alla Rete Europea Wave (Women
against Violence Europe) e alla Rete Mondiale GNWS (Global
Network of Women's Shelters), come coordinamento di 58
Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il
territorio italiano,
SEGNALA AL NUOVO GOVERNO ITALIANO
- 13.696 donne vittime di violenza che nel 2010 si sono
rivolte ai Centri Antiviolenza/Case delle donne aderenti a
D.i.Re, di cui il 78% "nuovi casi" e il 71% di nazionalità
italiana;
- di queste donne il 57% ha subito violenza fisica (calci,
pugni, schiaffi, uso di coltelli, tentati omicidi), il 18%
violenza sessuale
(stupri, rapporti sessuali imposti), il 63% violenza
psicologica (denigrazioni, umiliazioni, minacce di violenza
e/o di morte), il 32%
violenza economica (privazione o controllo del salario,
impegni economici e/o legali imposti, abbandono economico) e
il 13% stalking (minacce, atti persecutori);
- gli autori di questi reati sono: 64 % partner, 20% ex
partner, 8% familiare, 6% conoscente, 2% estraneo;
- le violenze che si sono concluse con femicidi nel 2010
sono aumentati del 6% rispetto al 2009 e per il 96% sono
avvenuti in famiglia o per mano di ex partner con moventi
legati per lo più a gelosia, controllo o per mano di uomini
respinti: nel 2010 le donne uccise sono state 127, e nei
primi 9 mesi del 2011 erano già 92. A questo sia aggiunga
che in Italia quasi 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni
(31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e
tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto
(Ricerca
all'interno del Progetto Europeo Daphne III), mentre nel
mondo si stima che una donna su tre viva una forma di
violenza di genere
(Report di UNWomen sulla violenza globale).
Una catastrofe a cui l'Italia non sa ancora rispondere in
maniera adeguata in quanto, a fronte della raccomandazione
del Consiglio d'Europa che stabilisce che ogni Paese europeo
garantisca un posto letto per ogni 10 mila abitanti, in
Italia su 5.700 posti per donne in fuga dalla violenza, ve
ne sono solo 500.
Di fronte a questo quadro così allarmante, l'Associazione
Nazionale D.i.Re vede con preoccupazione che un Ministero
come quello delle Pari Opportunità sia stato accorpato con
delega al Ministero del Lavoro, e confida che la Ministra
Elsa Fornero supporti i Centri Antiviolenza Italiani,
continuando a sostenere il lavoro dei Centri Antiviolenza
sia a livello economico che politico, per rafforzare e
ampliare il supporto dello Stato italiano alle donne che
hanno subito violenza.
Infine l'Associazione Nazionale D.i.Re chiede al neo Governo
di firmare la Convenzione Europea per la prevenzione e la
lotta alla violenza contro le donne, nata a maggio a
Istanbul, che costituisce il punto più alto raggiunto in
questo lunghissimo percorso di armonizzazione delle leggi,
delle politiche e delle strategie di intervento,
sottoscritta già 16 paesi europei, con l'impegno di
superare la violenza di genere.
Le associate D.i.Re continueranno, come fanno da più di 20
anni, a fornire alle donne in situazione di violenze e ai
loro figli/ie, il prezioso supporto professionale, ma
attendono dalla politica e da tutta la società italiana un
forte segnale di assunzione di responsabilità collettiva
per fermare questa inaccettabile tragedia quotidiana.
INFO
D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza
www.direcontrolaviolenza.it
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Udi di Napoli, Arcidonna Napoli,
Arcilesbica, Udi di Catania.
LETTERA AL PRESIDENTE MONTI
16/11/11
Signor Presidente,
siamo
preoccupate per le decisioni che verranno prese d’ora in
poi. Abbiamo ascoltato e letto con
attenzione le avare notizie di questi giorni per
rintracciare i segni, invece generosi, che le donne hanno
impresso all’emersione della natura della crisi che subiamo
da cittadine. A ricordarle le regole chiare impresse
dalla Costituzione stessa sulla rappresentanza, sono state e
saranno in molte: ci sentiamo libere da questo impegno. Siamo quella parte che lei ha
dichiarato di voler consultare nella fase interlocutoria, e
ci ha stupite vederci rappresentate attraverso una
funzionaria di Governo, ovvero la consigliera di Parità.
La pluralità delle voci del movimento
delle donne ha il pieno diritto di rappresentarsi almeno
quanto quella degli uomini, ampiamente rappresentata. Ci
pare pertanto curiosa e volutamente riduttiva la scelta che
abbiamo appreso dalla stampa. La condizione imposta alle donne in
Italia ha certamente dei contorni atavici definiti, ma sui
modi di superarla, e finalmente riscattare il Paese
dall’essere governato dalle logiche più maschiliste
d’Europa, tra il nostro movimento e le donne Istituzionali,
vi sono grandi differenze. Queste circostanze da una parte
coniugano la maggior gravità della crisi Italiana col più
alto tasso di maschilismo, e dall’altra l’impossibilità o la
non volontà delle poche donne in Parlamento con l’inerzia
mostrata dal Governo. Siamo convinte che nel momento in cui i
partiti più maschilisti d’Europa sono posti di fronte
all’esizialità del loro modo di governare e sono costretti a
ritrarsi dalle loro abituali arroganze, Lei ha l’occasione
di tener conto, nel progettare le sue azioni di governo, di
quel serbatoio di energie e di proposte che è il femminismo:
soprattutto per quanto riguarda la lettura della realtà.
La realtà del nostro Paese è quella che
viviamo ogni giorno: i tagli li abbiamo già subiti, i nostri
risparmi, quelli delle nostre pensioni ci sono stati
materialmente scippati dal governo, ed usati per farne
sprechi. Ma non vogliamo più soffermarci su
questa ben nota questione. Ci preme, ora, affermare altro e non
temiamo di non essere lette o prese in considerazione:
questo sarebbe un pessimo segnale. La prima condizione per riavviare lo
sviluppo è liberare noi donne come risorsa.
I più che esigui fondi coi quali
abbiamo mantenuto in essere la rete antiviolenza (forse un
solo giorno di funzionamento del Senato) ci sono stati
ulteriormente tagliati. La volontà di imporre la violenza
alle donne è stata pervicace, nella volontà politica
Italiana, anche di fronte all’enorme mole dei costi che
questa comporta: in giornate di lavoro perse, in costi
sanitari, nella sospensione del lavoro di cura. È tale la nostra volontà di svelare
l’essenza della condizione delle donne in Italia, che ci
siamo decise a fare anche questo calcolo apparentemente
cinico. L’inoccupazione e la sottrazione dei
servizi alle cittadine, sono un vero e proprio costo
aggiuntivo alla crisi che la politica accetta di pagare, la
qual cosa continueremo ad avversare anche in corso del suo
mandato.
Noi non siamo la famiglia, né siamo gli
angeli del sacrificio, siamo la forza che ha espresso la
prima vera protesta verso la corruzione e la delinquenza nel
potere, siamo quelle che presidiano la terra e denunciano la
politica degli sversamenti illegali, siamo quelle che
difendono la spesa dal diventare spreco. Siamo una potenza:
il Governo in carica prima di Lei si è affermato sulle
donne; le donne ne hanno dichiarato la fine, nelle piazze e
nella loro vita di tutti i giorni. Ed ancora una volta
veniamo messe in secondo piano rispetto a chi ha
sconsideratamente liberato la finanza dalle regole.
Signor Presidente, noi siamo la vera
banca da difendere, la vera risorsa del Paese, tutti lo
sanno, anche Lei.
Aspettiamo quindi di avere parola nel
merito: la situazione non è tale da consentire una scelta a
piacimento tra le sue interlocutrici. Consulti le donne
nelle sedi proprie: le loro associazioni e i loro movimenti.
Esattamente come ha fatto con le sedi politiche
tradizionali, per altro messe in crisi proprio dalle
cittadine. Abbiamo atteso a porle questo terreno di lavoro
mentre presenta la sua compagine, e quindi probabilmente
calmati gli animi, perché fosse chiaro anche a Lei che la
portata dei problemi Italiani non si estingue una parvenza
di rispetto delle regole della rappresentanza femminile, ed
anzi pone seri ripensamenti sulle scelte di fondo anche
rispetto alla crisi.
Restiamo in attesa
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Dialogo e integrazione tra gli obiettivi del Governo
Monti.
Gli auguri di ImmigrazioneOggi al neoministro Andrea
Riccardi, una delle scelte più felici del nuovo Governo.
17 novembre 2011
Grazie Presidente Monti, soprattutto a nome dei cinque
milioni di stranieri che vivono in Italia, per la Sua
decisione di istituire un Ministero per la cooperazione
internazionale e l’integrazione e per averlo affidato ad
Andrea Riccardi, la persona giusta al posto giusto, al
momento giusto.
Tre anni di politiche incentrate esclusivamente sulle
esigenze securitarie hanno prodotto una normativa tutta
proiettata a circoscrivere l’accesso a numerosi diritti da
parte degli immigrati (in tema di ricongiungimento
familiare, diritti sociali, matrimonio, ecc.) ed al tempo
stesso hanno ostacolato, se non del tutto impedito,
qualunque proposito di adeguare la legislazione nazionale
agli standard europei in materia di accesso alla
cittadinanza (in particolare dei minori), per non parlare
del diritto alla partecipazione alla vita politica a livello
locale.
Anche se siamo perfettamente consapevoli che il
conseguimento di questi due obiettivi, fondamentali per una
efficace politica per l’integrazione, appartenga al
Parlamento, abbiamo ora la certezza che il Governo con il
suo ministro Andrea Riccardi – al quale vanno i sinceri
auguri di buon lavoro da parte della Redazione di
ImmigrazioneOggi – non mancherà di stimolare l’Assemblea
anche su questo fronte.
(Raffaele Miele)
Da
www.immigrazioneoggi.it
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Verona, al via le Revolutions del Festival di Cinema
africano
09/11/2011
La rassegna, giunta alla XXXI edizione e che partirà l’11
novembre, avrà come tema portante le Primavere arabe e le
diaspore. 30 i film in programma (24 quelli in concorso), 15
le prime visioni nazionali, 50 le proiezioni in sala. Anche
quest’anno, la scelta è stata di puntare sulla voglia di
trasformazione che attraversa il continente. In audio,
l'intervista a Fabrizio Colombo, della direzione artistica.
Non poteva avere un
tema diverso la
XXXI edizione del Festival di Cinema africano di Verona,
che si terrà dall'11 al 20 di novembre. Il 2011 è stato un
anno complesso per il Nord Africa, segnato da movimenti di
rivolta importanti, le cosiddette primavere africane. L'onda
rivoluzionaria è arrivata fino a noi, senza passare
inosservata. Ma cosa è accaduto davvero in quelle piazze
guidate dalla gioventù africana? Chi sono quelle donne e
quegli uomini che hanno saputo mettere in discussione
sistemi politici ed economici che sembravano intoccabili?
A mostrarlo al pubblico veronese saranno le pellicole in
concorso al Festival, a parlarne invece saranno i registi, i
critici e i giornalisti che da quel moto di rivolta si sono
lasciati contagiare. C'è un movimento culturale che ha usato
i nuovi mezzi di comunicazione e che ha saputo piegare la
potenza della tecnologia digitale per diffondere un segnale
importante: l'Africa dei giovani vuole essere protagonista
di una storia nuova, differente.
Questi segnali il cinema delle Afriche li ha colti e saputi
rivelare sul grande schermo, sovvertendo gli stereotipi,
andando controcorrente e aprendosi al nuovo, a costo di
rompere con la tradizione. Il Festival di Verona continua a
scrutare con attenzione quel che accade nel continente e
sceglie di puntare, ancora una volta, sulla voglia di
trasformazione che lo attraversa e che ha già
contraddistinto in passato le edizioni New Africa (2009) e
Generations (2010).
Il Festival poi non dimentica il contributo della cultura
che nasce grazie e attorno alla diaspora. Partendo dalla
risoluzione dell'Onu che, nel 2009, ha proclamato il 2011
Anno internazionale delle persone con origini africane, la
31esima edizione del Concorso ha scelto film che affrontano
il tema dell'emigrazione e ha deciso di riproporre, anche
quest'anno, la sezione Viaggiatori e migranti, con la
volontà di tenere accesi i riflettori sullo spirito che
muove uomini e donne capaci di ridisegnare e sognare un
futuro diverso per la propria terra. La Diaspora sarà un
tema che uscirà dagli schermi delle sale cinematografiche
per andare a incontrare, grazie a un gruppo di giovani
registi africani, il pubblico del Festival.
EDIZIONE 2011.
Anche quest'anno il Festival presenta numeri importanti:
sono 30 i film in programma (24 quelli in concorso), 15 le
prime visioni nazionali, 50 le proiezioni in sala.
Una Giuria ufficiale, composta da Annabelle Alcazar
(Trinidad e Tobago), Cleophas Adrien Dioma (Burkina Faso) e
Giancarlo Beltrame (Italia), vedrà in anteprima i film delle
3 sezioni in concorso: PanoramAfrica (7 lungometraggi);
Africa short (10 corti); Africa doc (7 documentari). Le
stesse opere cinematografiche verranno visionate anche da
una Giuria speciale, formata dalle ragazze e dai ragazzi
dell'Associazione degli studenti africani di Verona.
Alle tre sezioni in gara se ne aggiungono altre tre, fuori
competizione:
•
Revolutions e Diaspora,
espressamente dedicata ai temi di quest'anno (tre i film in
programma), in cui verranno proposti: 18 Jours (prima
visione nazionale), il film di Tamantashar Yom, in cui si
raccontano le giornate che sconvolsero l'Egitto lo scorso
gennaio, e I nostri anni migliori, la pellicola italiana che
narra, grazie all'incontro con cinque tunisini
arrivati a Lampedusa, la vita sotto Ben Ali;
•
Viaggiatori e migranti,
con i suoi 8 film, dà vita a una sezione speciale, riservata
allo sguardo sull'Africa di registri italiani e africani
emigrati in Europa. Viaggiatori e migranti si avvale di una
giuria ad hoc, la Giuria del Cartello Nella mia città
nessuno è straniero (coordinamento di oltre 50 associazioni
veronesi che si propone di promuovere i valori
dell'accoglienza, dell'incontro con l'altro e della
valorizzazione delle diversità);
•
Eventi speciali cinema
ha due film in programma: Africa united e The Rugged priest,
Premio Verona a Zanzibar, il film di Bob Nyania - che sarà
presente a Verona per la prima visione italiana della sua
opera - racconta la storia del missionario americano John
Anthony Kaiser, un uomo che rischia la vita per difendere i
diritti della gente che incontra in Kenya.
I
REGISTI.
Ad aprire la XXXI edizione sarà la prima visione italiana di
Black Gold, del regista nigeriano Jeta Amata. Amata fa parte
del gruppo di ospiti del Festival. Quest'anno infatti ad
accompagnare i film in concorso ci saranno cinque registi e
due critici di cinema provenienti da diverse aree di
produzione cinematografica (Nigeria, Ghana, Kenya, Burkina
Faso, Algeria, Tunisia, Senegal). (Sarà possibile
intervistare gli ospiti previo contatto con l'ufficio
stampa).
Tanti gli
eventi
che
accompagnano le dieci giornate del Festival:
• una mostra d'arte contemporanea, L'abito è il monaco,
dell'artista camerunense Afran, in esposizione, a partire da
sabato 12 novembre, presso il Museo africano di Verona;
• tre incontri con gli autori dei libri: Le voci del
silenzio (Giuseppe Carrieri); Camera Africa - Classici, noir
e Hollywood e la nuova generazione del cinema delle Afriche
(con Fabrizio Colombo, Vanessa Lanari, Annamaria Gallone,
Tahar Chikhaoui); e 500 Storie vere (Isoke Aikpitanyi);
• due tavole rotonde sui temi di REVOLUTIONS : Cinema e
Diaspora africana, con giovani registi che si occupano della
Diaspora africana in Italia e nel cinema (Cedric Ido e
Julius Amedume)e Africa Revolutions: primavere arabe e
prospettive (con Moustafa El Ayoubi, Tahar Chikhaoui, Fabio
Laurenzi e Raffaello Zordan;
• un evento dedicato al calcio africano (con Darwin
Pastorin, Luigi Guelta, Raffaele Tomelleri e Giancarlo
Beltrame).
Come ogni anno, a
movimentare il dopo-Festival ci saranno gli Afroparty,
serate di musica africana.
NOVITA'.
La 31esima edizione della rassegna cinematografica conferma
l'attenzione verso il mondo della scuola non solo portando
le ragazze e i ragazzi al cinema, ma facendo entrare il
Festival negli istituti scolastici. Quest'anno, oltre alle
proiezioni mattutine previste nelle due sale della città, i
film in concorso (per le scuole che ne faranno richiesta)
saranno disponibili per essere proiettati direttamente in
Aula Magna o in spazi scolastici dotati di videoproiettore.
A oggi si ha conferma della presenza di oltre 2100
spettatori (tra studenti e docenti) del mondo della scuola
veronese.
Per la prima volta il Festival di Cinema africano esce da
Verona per arrivare in provincia. Grazie alla collaborazione
con la sala cinematografica Mignon di Cerea, si potrà
proporre fuori dalle mura scaligere un festival parallelo.
Una selezione di film, preparata dalla direzione artistica
in collaborazione con i promotori di Cerea, vuole offrire
una proposta allettante con l'auspicio di coinvolgere, non
solo Cerea, ma anche i paesi limitrofi. Un tentativo che in
futuro potrebbe allargarsi a varie zone della provincia
veronese per far conoscere maggiormente il cinema delle
Afriche.
Il programma, il
catalogo del Festival sono consultabili sul
sito.
(L'intervista audio è estratta dal programma radiofonico
Inside, di Michela Trevisan
fonte:
Nigrizia on line
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Messico: Lydia Cacho, giornalista e attivista dei diritti
umani, in pericolo
Data di pubblicazione dell'appello: 05.07.2011
Lydia
Cacho,
giornalista e
attivista dei diritti umani
che
vive a
Cancún,
stato del Quintana Roo, nel sud
est
del Messico,
è stata nuovamente
minacciata di morte
via email
e per telefono.
Si teme per la sua
incolumità.
Il 14 giugno Lydia Cacho ha ricevuto
minacce di morte in un'email indirizzata alla
Fondazione
Lydia
Cacho, che ha sede
in Spagna. Tre giorni dopo, ha ricevuto un'altra minaccia,
questa volta al telefono, da uno sconosciuto. In entrambi i
casi è stato fatto riferimento al suo lavoro come
giornalista; le è stato chiesto di non parlare altrimenti
sarebbe stata uccisa e chi l'ha minacciata ha sottolineato
che quello era l'ultimo avvertimento. Le minacce sono state
denunciate sia in Messico (presso la Dirección General de la
Policía) sia in Spagna (presso la Guardia Civil).
Lydia Cacho ha iniziato a subire minacce e
intimidazioni dopo la pubblicazione di un libro nel 2005,
nel quale
denunciava un circuito di
pedopornografia, che
operava nonostante politici e uomini d'affari dello stato di
Quintana Roo e di Puebla ne fossero a conoscenza e, anzi,
con la loro protezione.
Dopo essere stata accusata di diffamazione
e a seguito di procedimenti giudiziari irregolari, Lydia
Cacho è stata arrestata, nel dicembre 2006, stata minacciata
e maltrattata. Conversazioni telefoniche registrate, e
successivamente pubblicate da alcuni organi di stampa, hanno
dimostrato il coinvolgimento di ex funzionari governativi di
alto livello dello stato di Puebla nell'arresto e nei
maltrattamenti della donna. Negli anni successivi ha
continuato a ricevere minacce, spesso come ritorsione al suo
lavoro di
giornalista e
attivista dei diritti umani
delle
donne
in una struttura di
Cancún.
Nel 2009 la Commissione
interamericana dei diritti umani ha chiesto al governo
messicano di fornirle misure di protezione. Nel 2010, Lydia
Cacho ha pubblicato un altro libro, portando alla luce
ancora una volta la tratta
di donne e ragazze e
facendo i nomi delle persone presumibilmente legate a queste
reti criminali.
Lydia Cacho è stato nominata per il
premio Martin Ennals 2007,
che viene assegnato ai difensori dei diritti umani.
Roberto Saviano,
che
è stato tra i primi ad aver aderito aderire al nostro
appello,
ci
ha parlato di Lydia come "un
esempio per chi vuole fare giornalismo. [...] una donna
coraggiosa che ha sopportato prigione e tortura per aver
difeso una minoranza cui nessuno prestava ascolto, per aver
portato attenzione sui soprusi che le donne e i bambini sono
costretti a subire in Messico e nelle aree più disagiate del
mondo. Ha fatto informazione dove non ce n'era e
coraggiosamente si è esposta a enormi rischi denunciando
imprenditori criminali e uomini politici.
L'importanza
del suo atto di denuncia ha valenza universale perché
ovunque lo stato è debole, ovunque c'è spazio per
l'illegalità, le prime vittime sono le donne e i
bambini...".
FIRMA L'APPELLO E INVIALO A QUESTO
INDIRIZZO
http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/212
Minister of the Interior
Lic. José Francisco Blake Mora
Secretario de Gobernación
Bucareli 99, 1er. Piso, Col. Juárez
Delegación Cuauhtemoc
México DF, CP 06600
Fax: +52 55 50933414 (a voice will ask for the extension:
dial 32356)
Egregio ministro,
sono un simpatizzante di
Amnesty International, l'Organizzazione internazionale che
dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel
mondo vengano violati.
Esprimo la mia preoccupazione per la vita di Lydia Cacho e
chiedo che il governo messicano garantisca per la sua
sicurezza.
La esorto a fornire a Lydia Cacho efficaci misure di
protezione, in accordo con le sue necessità e come ordinato
dalla Commissione interamericana dei diritti umani.
La invito ad avviare un'indagine rapida, completa e
imparziale sulle minacce anonime ricevute e a garantire che
i responsabili delle minacce e delle intimidazioni contro
Lydia Cacho siano portati davanti alla giustizia.
La ringrazio per l'attenzione.
Fonte:
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5003/P/5069
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Da Nigrizia di maggio 2011: referendum 12-13 giugno, due
“sì” per il diritto al futuro
Sì acqua, sì democrazia
Marco Bersani (Attac Italia – Comitato Referendario 2 SÌ per
l’Acqua Bene Comune)
Una ricognizione su quali danni ha provocato in Italia la
privatizzazione dell’acqua e sulle risposte messe in atto
dalla cittadinanza attiva. Per arrivare alle urne con le
idee chiare sull’acqua bene comune e sulla sua gestione
pubblica.
Con un video-appello di p. Alex Zanotelli.
Oggi nel mondo 1,3 miliardi di persone non hanno accesso
all'acqua potabile e 2,5 miliardi sono prive di servizi
igienicosanitari. Secondo l'Undp, il programma Onu per lo
sviluppo, nei prossimi venti anni, a causa del cambiamento
climatico, agli ordinari fenomeni di migrazione si
aggiungeranno 500 milioni di profughi idrici, ovvero persone
che dovranno abbandonare il luogo in cui vivono perché non
avranno più accesso all'acqua. Nel frattempo, nel mondo sono
in corso più di 50 conflitti internazionali legati alla
proprietà, alla spartizione e all'uso dell'acqua.
Basterebbero questi dati per restituire significato
all'importante battaglia per l'acqua in corso sul pianeta:
una vera e propria battaglia di civiltà e per il diritto al
futuro di questa e delle prossime generazioni.
L'acqua, bene essenziale alla vita, è oggi un bene sempre
più scarso. L'aumento della popolazione mondiale, i fenomeni
di urbanizzazione forzata, l'esplosione dei consumi di acqua
pro capite nelle ricche nazioni industrializzate, le
massicce deforestazioni in corso, i rischi climatici (in
particolare per le zone umide costiere), la progressiva
cementificazione dei territori, gli inquinamenti prodotti
dalle attività industriali, dall'agricoltura intensiva e dai
grandi agglomerati urbani, hanno reso l'approvvigionamento
dell'acqua un problema drammatico per molte fasce della
popolazione.
Ma è proprio il binomio essenzialità/ scarsità ad aver
calamitato sull'acqua gli interessi di un modello economico
e finanziario che, essendo basato sul profitto, ha visto in
questo elemento la possibilità di un business
garantito. Perché, se per far comprare una nuova automobile
ogni due anni o un nuovo telefono cellulare ogni sei mesi
sono necessarie ingenti spese di pubblicità che inducano
all'acquisto, non c'è bisogno di nessuna campagna di
comunicazione per convincere le persone a consumare acqua:
sono semplicemente necessitate a farlo, tutti i giorni e per
sempre. Quello dell'acqua può diventare, di conseguenza, un
mercato che gli economisti chiamano "a domanda rigida",
ovvero con garanzia permanente di profitto.
Sono queste le motivazioni che hanno avviato, negli ultimi
tre decenni, una forte pressione delle grandi multinazionali
e dei capitali finanziari verso politiche che,
contemporaneamente, hanno visto moltiplicarsi le
mobilitazioni e le rivolte popolari in difesa del diritto
all'acqua, per l'affermazione dell'acqua bene comune e per
la sua gestione pubblica e partecipativa.
Mercificazione
In Italia, i processi di privatizzazione sono iniziati con
l'approvazione della legge n. 36/94, che, pur avendo
positivamente deciso l'accorpamento delle gestioni in Ambiti
territoriali ottimali, superando la frammentazione delle
stesse, ha introdotto una gestione dei servizi idrici
improntata a una concezione aziendalista e orientata al
raggiungimento del profitto, prevedendo, tra l'altro, che
l'intero costo del servizio fosse coperto dalla sola tariffa
e introducendo, fra le voci di questa, anche l'adeguata
remunerazione del capitale investito, ovvero la garanzia del
profitto per i soggetti gestori.
Si è determinata da allora la trasformazione delle
precedenti aziende municipalizzate - che per oltre 60 anni
avevano gestito il servizio idrico - in società per azioni
(Spa), ovvero enti di diritto privato il cui unico scopo è
la produzione di dividendi per gli azionisti.
Da allora la privatizzazione del servizio idrico ha iniziato
la sua marcia, con gestioni totalmente privatizzate, o a
capitale misto pubblico-privato collocate in Borsa, o con
gestioni a totale capitale pubblico. Tutte accomunate
dall'idea dell'acqua come bene economico e orientate alla
mercificazione del bene comune; tutte accomunate da un
consenso trasversale di gran parte delle forze politiche e
legate a una sostanziale riduzione degli spazi di
democrazia.
Perché, con la privatizzazione del servizio idrico, non solo
le popolazioni perdono tutte le possibilità di controllo del
ciclo dell'acqua, ma persino gli stessi organismi elettivi
come i consigli comunali vengono espropriati di tutte le
decisioni, da quel momento affidate ai consigli di
amministrazione delle Spa.
Comparando i dati prodotti dalla Commissione di vigilanza
sulle reti idriche (organismo ministeriale) e dalla
Fondazione Civicum di Mediobanca, si scopre come in 15 anni
di privatizzazione del servizio idrico le tariffe siano
aumentate del 60% (quattro volte l'inflazione),
l'occupazione sia diminuita del 15%, gli investimenti siano
crollati di due terzi, e i consumi lievitati oltre il 20%.
Nonostante questo quadro, nell'attuale legislatura il
governo ha tentato con l'approvazione dell'art. 15 d. l.
135/09 (cosiddetto "Decreto Ronchi"), che ha modificato
l'art. 23bis della L. 133/08, la definitiva accelerazione
della consegna al mercato di tutte le gestioni dei servizi
idrici.
Nel frattempo, da ormai diversi anni, in decine di territori
del paese sono nate fortissime resistenze popolari alle
privatizzazioni in atto: si tratta di mobilitazioni di
comitati e di cittadini che hanno sperimentato gli effetti
delle privatizzazioni in corso, con esponenziali aumenti
delle tariffe e drastica riduzione della qualità del
servizio.
Nel 2006, tutte queste esperienze territoriali, assieme a
molte organizzazioni associative e sindacali, hanno
costituito il Forum italiano dei movimenti per l'acqua,
una rete che ha permesso il confronto e lo scambio delle
esperienze, l'intreccio dei saperi e l'avvio di una forte
vertenza nazionale per l'affermazione dell'acqua bene
comune, per la sua sottrazione al mercato e la sua
restituzione alla gestione delle comunità locali
consorziate.
Nell'anno successivo una legge d'iniziativa popolare, con
oltre 400.000 firme di cittadini, è stata consegnata al
parlamento, la cui indifferenza ha mostrato, una volta di
più, la separazione tra la società e le istituzioni
rappresentative e il degrado progressivo della democrazia.
Reazione dal basso
È maturata allora l'idea che la cittadinanza dal basso
doveva riappropriarsi del bene comune acqua e della
democrazia, cercando di cambiare, con la mobilitazione
sociale diffusa e reticolare, l'agenda politica del paese:
quando il parlamento ha approvato il Decreto Ronchi,
l'indignazione sociale ha prodotto la proposta di arrivare
al referendum, con una campagna di raccolta firme
straordinaria, auto-organizzata dal basso, inclusiva e
orizzontale, capace di raggiungere il record di 1,4 milioni
di firme in due mesi, senza contare su nessuna
sponsorizzazione politica, con pochissimi soldi e nel più
totale silenzio dei grandi mass media.
Quella campagna è stata la più grande dimostrazione
dell'esistenza di un anticorpo sociale diffuso, fatto di
donne e uomini molto diversi tra loro per storia personale,
appartenenza religiosa, culturale e politica, ma accomunati
dal rifiuto dell'idea malsana di consegnare al mercato
l'intera vita delle persone e dalla speranza di una nuova
idea di democrazia e di società basata sulla
riappropriazione sociale dei beni comuni.
Ed è proprio questo uno dei motivi che rende la scadenza
referendaria del 12 e 13 giugno prossimi un appuntamento
fondamentale. In quelle date, per la prima volta dopo
decenni, le politiche liberiste possono essere sanzionate da
un voto democratico dell'intero popolo italiano. Sarebbe una
vittoria epocale, capace, oltre che di aprire la strada alla
ripubblicizzazione dell'acqua, di rimettere in discussione
un modello sociale e di sviluppo divenuto per i più
insostenibile.
Sono due i referendum su cui ci si dovrà pronunciare. Con il
primo "sì", si abrogherà il Decreto Ronchi e si farà uscire
il servizio idrico dalle logiche del mercato. Con il secondo
"sì", si faranno uscire i profitti dalla gestione
dell'acqua. Aprendo così la strada a un nuovo modello di
pubblico, che può essere tale solo se fondato sulla
partecipazione sociale dei cittadini alla gestione
dell'intero ciclo dell'acqua.
La vittoria dei "sì" ai referendum porrebbe il nostro paese
sulla scia delle esperienze latino-americane (Bolivia,
Ecuador, Uruguay), ma anche europee (Olanda, Parigi,
Berlino), che hanno scelto la strada della riappropriazione
dell'acqua come paradigma di un nuovo modello sociale
partecipativo.
Una grande occasione per ridistribuire speranza alle
persone, riaffermando l'indisponibilità dei diritti
universali e la difesa dei beni comuni.
Perché si scrive acqua e si legge democrazia. Perché solo la
partecipazione è libertà. (27-5-2011).
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Crisi libica: Amnesty, rispettare i diritti umani
di Luciano Bertozzi
Christine
Weise, presidente di Amnesty International, critica la
posizione dell’Italia verso le persone in fuga dal
conflitto. E ribadisce la necessità di rivedere le norme sul
commercio internazionale di armi.
Presidente Christine Weise, l'Onu, con la risoluzione 1973,
secondo alcuni giuristi, ha imposto la "No-Fly Zone" in
Libia, ma non il bombardamento di città e l'uccisione di
persone indifese. Anche i bombardamenti "mirati" italiani
produrranno inevitabilmente vittime innocenti. La logica
muscolare ha prevalso sul diritto, affermando l'idea che con
le armi si possano risolvere i problemi politici. Cosa pensa
al riguardo?
Amnesty International aveva proposto alla comunità
internazionale di congelare il patrimonio di Gheddafi e la
sua famiglia, di imporre un embargo sulle forniture di armi
al governo libico e di deferire Gheddafi alla Corte penale
internazionale. Abbiamo chiesto che venissero aperti
corridoi umanitari per l'ingresso di aiuti e percorsi sicuri
in uscita per le persone che necessitano di lasciare la
Libia.
Chiediamo da settimane la solidarietà dell'Europa verso le
persone in fuga dal Nord Africa, molte delle quali possono
essere state oggetto di respingimenti nei mesi passati.
Abbiamo invitato il governo italiano a contribuire
all'evacuazione dei rifugiati intrappolati in diverse città
libiche. Quando sono iniziati i bombardamenti abbiamo
chiesto a tutti i governi coinvolti in queste operazioni di
rispettare inderogabilmente le norme del diritto
internazionale umanitario e questa è la richiesta che ora
rivolgiamo anche a quello italiano. Sarebbe paradossale se,
in nome della protezione dei civili, si facessero vittime
civili attraverso attacchi indiscriminati o sproporzionati.
L'Italia ha riconosciuto ufficialmente il Consiglio
nazionale di transizione (Cnt), l'organizzazione politica
dei ribelli, fra i cui leader vi sono ex esponenti di primo
piano del regime di Gheddafi. Il Cnt ha reso noto che
rispetterà il trattato italo-libico, che delega alla Libia
la repressione dell'immigrazione. È possibile sostenere tale
governo, che rischia di non garantire il rispetto delle
libertà fondamentali?
La richiesta di rispettare i diritti umani vale per
tutte le parti in conflitto, comprese le forze leali a
Gheddafi e ovviamente i gruppi di insorti. A questi ultimi
dev'essere detto in modo molto chiaro che il rispetto del
diritto umanitario durante il conflitto e il rispetto dei
diritti umani, in particolare qualora avranno responsabilità
istituzionali nel futuro del loro paese, dev'essere una
condizione irrinunciabile alla quale dovrà essere
condizionato ogni appoggio ulteriore. Sarebbe un pessimo
segnale se in Libia dovessero cambiare le persone al potere
ma non cambiassero prassi e leggi che hanno negato al popolo
libico e alle persone straniere nel paese il rispetto dei
diritti umani fondamentali negli ultimi decenni.
Il Mediterraneo è pieno di navi ed aerei militari.
Secondo alcune testimonianze, la Nato non sarebbe
intervenuta per salvare i profughi in mare. Ma la guerra non
è stata scatenata proprio per "salvare i civili"?
Non abbiamo prove certe che sia andata in questo modo e
i resoconti che parlano di interventi tardivi fanno parte
del materiale che i nostri esperti stanno analizzando. Non
c'è dubbio che i soccorsi in mare devono essere la massima
priorità.
In Italia, la guerra sembra essere stata l'occasione,
sull'onda dell'emergenza, per rendere ancora più severe le
norme per il contrasto all'immigrazione. Qual è la sua
posizione?
La risposta che l'Italia ha dato alla crisi umanitaria
nell'Africa del Nord è stata inaccettabile, una crisi a sua
volta. È certo che politiche di cooperazione basate sulla
negazione dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e
rifugiati abbiano fatto disapprendere all'Italia le buone
prassi e le capacità di accoglienza. L'Italia, insieme agli
altri paesi dell'Europa, deve contribuire ad una politica
dell'immigrazione rispettosa dei diritti umani e
lungimirante per quanto riguarda lo sviluppo della
macroregione mediterranea.
I governi europei, nonostante abbiano sostenuto fino alla
fine i regimi corrotti e liberticidi dell'Africa
settentrionale, hanno dato una risposta egoista e di
chiusura a quanti cercavano in Italia ed in altri paesi
europei un futuro migliore. Cosa propone Amnesty per
pervenire ad una politica europea sull'immigrazione basata
sull'integrazione e sull'accoglienza?
Occorrono esattamente politiche di questo genere:
accordi bilaterali che includano come condizione
indispensabile il rispetto dei diritti umani, che investano
sui diritti umani pena la fine o il mancato avvio di questi
accordi. L'Europa deve cessare l'approccio basato sulla
sicurezza a costo dei diritti umani e capire che solo il
rispetto dei diritti umani è la condizione per una sicurezza
autentica.
Le esportazioni di armi italiane in Libia, sono un
esempio eclatante di politica irresponsabile; oggi
addirittura i nostri militari possono essere uccisi dalle
armi da noi vendute in passato. Cosa sarebbe necessario per
evitare situazioni così paradossali?
Serve un trattato internazionale sul commercio delle
armi, che impedisca la fornitura di armi a paesi che violano
i diritti umani. Da anni Amnesty International sta
promuovendo l'idea di questo trattato, bozze del quale
circolano già all'interno delle Nazioni Unite. Tra qualche
anno, il trattato potrebbe vedere la luce. Fino ad allora,
occorre che il nostro paese riveda interamente la sua
politica estera, nella parte che è stata dominata da tempo
da accordi privi di riferimento al rispetto dei diritti
umani e da invii di armi a paesi che quei diritti umani li
violano. La Libia è un esempio perfetto di quegli accordi e
di quegli invii.
Nigrizia - 27/04/2011
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La questione politica è il desiderio maschile
Sandro
Bellassai
Pubblicato sul "manifesto" l'8 febbraio 2011
Ogni
giorno che comincia mi dico: oggi lo faranno. Poi vedo che
ancora non l’hanno fatto e non riesco a farmene una ragione.
Che aspetta, mi chiedo, la stampa berlusconiana a diffondere
un calendario hot con succose immagini di Ruby, e
delle tante altre di cui abbiamo visto i nomi e i volti sui
media delle ultime settimane? Pensateci un attimo. Migliaia,
forse milioni (o magari miliardi?) di uomini correrebbero in
edicola: Lui avrebbe praticamente vinto le elezioni senza
manco indirle.
Perché ho pochi dubbi che, dalla D’Addario in poi, una buona
— anzi buonissima — parte dei maschi italiani abbia trovato
interesse per la piccante faccenda anche nel rimirare per
quanto è possibile le procacità delle ragazze che Lui si è
portato a casa. E che, neanche tanto in fondo, questi uomini
abbiano quindi pensato: beato Lui. Del resto, sono decenni
che l’audience regge grazie all’esibizione di corpi
femminili giovani, attraenti, svestiti e ammiccanti. Non era
ancora maggiorenne? Ma, dico, l’avete vista voi com’è fatta?
Diciamo la verità: davanti tutta a questa grazia di dio, a
chi verrebbe in mente di controllare i documenti?
Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la
stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega
altrimenti: all’appetitoso articolo non mancherebbe certo il
target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi
italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie
felliniane, concretissimi utilizzatori finali che
compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di
prostitute. Cittadini di uno Stato che fino all’altroieri
celebrava giuridicamente il bene prezioso dell’onore, e fino
a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona
ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un
Paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani,
ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex
popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da
tempo assiste impotente — mai termine fu più puntuale — alla
catastrofe della virilità personale e collettiva.
Lui non è altro che l’autobiografia sessuale della nazione
maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi
sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al
bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo
ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco
importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto,
ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo
scandalo. Se scandalo c’è, secondo costoro viene dal fatto
che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è
stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e
mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli
illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel
centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno:
non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione
assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo
contro l’avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali
— maschi — si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana
memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in
quello modernissimo delle escort.
A me tuttavia pare che non si tratta di colpire
maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di
sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da
sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione
è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l’uomo
è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si
parla. Non ci vuole molto per vedere come l’immaginario
maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le
cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile
perché significherebbe forse dover parlare anche di noi
stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati,
intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche
chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita
perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per
provare a tenersi in un’orbita di lucida autenticità, è la
doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi
definisce Lui malato e del virilismo spavaldo chi lo chiama
beato.
Ma ho l’impressione che molti uomini, o comunque molti più
uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler
cogliere l’occasione di questo squallore maschile per
parlarne in forma né moralistica né virilistica.
L’occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della
questione (così avvicinandosi, forse, anche un po’ più a se
stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica
tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata
davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la
politica non essendo, io penso, una dimensione del
cambiamento che si possa più di tanto praticare in
solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni
di noi hanno creato uno spazio politico come Maschile
plurale, in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci
fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio.
Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in
quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche
risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che
cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può
anche apparire difficile quando proviamo a guardare in
faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la
scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la
pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta
faticose potremo guadagnare all’esperienza spazi
insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti
inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti
desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio
desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla
libertà delle donne.
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Elezioni locali, il gioco delle coppie
Franca
Fossati
Pubblicato il 30 marzo 2011 su "Europa"
Ricordate il 13 febbraio e la manifestazione delle donne?
Tutti, almeno nel centro sinistra e dintorni, a dirsi
impressionati dalla forza, dalla compostezza, dall’ampiezza,
tutti a riconoscere che le donne sono una risorsa sotto
rappresentata, che bisogna far loro spazio in politica
eccetera eccetera. Ebbene, aIla vigilia della presentazione
delle liste per le elezioni amministrative, dove è finito
tutto questo fermento?
La notizia femminile più succosa che si trova sui giornali è
la candidatura a Bologna di Cinzia Cracchi, ex fidanzata
dell’ex sindaco, a capo della lista civica Nettuno (Corriere
della sera, 21 marzo). In una rapida ricognizione sulla
rete ci si può imbattere oltre che nelle prime cittadine
uscenti, in alcune candidate sindaco. A Francavilla,
Grottaglie, Tagliacozzo (dove pare in campo anche una lista
di sole donne, Marsicalive.it), Sessa Aurunca,
Arcore. Ma nelle città più grandi si trova stancamente
riaffermato il criterio del 40 per cento di donne, come da
Statuto del PD. Niente di più né di meglio. Ne consegue
scarso entusiasmo femminile: che senso ha stare in lista
senza avere ruolo (e senza essere elette)?
A Milano però si è animato qualcosa, per iniziativa di
Marina Terragni, giornalista e femminista che azzarda la
proposta della “coppia politica”. Di che si tratta? Qualcuno
dei maschi uscenti dovrebbe rinunciare a candidarsi,
lasciare il posto a una donna politicamente a lui affine e
mantenere con lei una relazione politica stretta. Per
approfondire l’idea c’ è un gruppo su Facebook
titolato Tavolo zero/Doppio sguardo (“zero” perchè i
temi e le politiche vengono dopo aver assunto il “doppio
sguardo”) dove, tra l’altro, si sostiene Arianna Censi del
PD come vice sindaca di Giuliano Pisapia.
Lo stesso blog di Terragni (leiweb.it) è luogo di
commento e di proposta. Ieri ad esempio veniva denunciata la
“viltà” dei deputati regionali siciliani della maggioranza
che hanno respinto (a scrutinio segreto!) un emendamento
alla legge elettorale che avrebbe introdotto la doppia
preferenza di genere.
Sul fronte del centro destra al momento nessun altro segnale
significativo. Le regole generali del Pdl dicono che i
candidati dovranno essere di provata rettitudine, di livello
culturale medio alto, disporre di reddito proprio e non
avere interessi professionali in potenziale conflitto con la
pubblica amministrazione. Il 10 per cento almeno dovranno
avere meno di 35 anni e il 25-30 per cento dovranno essere
donne (Il Giornale, 26 marzo). Per i giovani di
entrambi i sessi inoltre c’è l’obbligo di frequentare le
lezioni di politica di Sandro Bondi e Mariastella Gelmini.
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La
protesta del 17 gennaio sotto l’ambasciata del
Messico a Roma
Basta con
il femminicidio in
Messico
di
Donne da Sud
“Ni una
mas”. Questa la scritta presente sullo striscione appeso
sotto l’ambasciata messicana di Roma dal collettivo
femminista Donne daSud in occasione della giornata
internazionale contro i crimini di femminicidio.
Un’iniziativa di protesta per chiedere di fermare la strage
di donne messa in atto in Messico, in particolare nello
Stato di Chihuahua. Nel 2010 sono state uccise 446 donne,
900 negli ultimi cinque anni.
18
gennaio 2011 - Donne daSud sono state ricevute dal Ministro
José Luis Yunes Celis, Capo Cancelleria dell’Ambasciata
Messicana a Roma e dal Primo Segretario Laura Olivia Mora
Barreto, responsabile della Sezione Politica e dei Diritti
Umani per l’Ambasciata del Messico. Le attiviste hanno
mostrato la loro preoccupazione per quanto sta accadendo in
Messico alle donne e consegnato un documento in cui si
chiede di conoscere le ragioni di questi sanguinosi fatti.
I funzionari hanno ringraziato la delegazione per
l’interessamento dimostrato nei confronti della situazione
vissuta da migliaia di donne messicane. Inoltre si sono
dichiarati disponibili a fornire dati ufficiali sui
femminicidi in atto, ma soprattutto hanno rivolto un appello
affinché le donne di tutto il mondo non si dimentichino
delle donne messicane.
L’ultima
vittima in ordine di tempo è stata Susana Chávez, attivista
contro i femminicidi a Ciudad Juárez, e leader del
movimento “Nì una màs”, che lottava proprio contro gli
omicidi femminili. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo
seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di
plastica nero. Le mancava la mano sinistra.
La
situazione a Ciudad Juàrez, principale zona franca
industriale messicana, in cui le donne occupano il 48,3% dei
posti di lavoro disponibili, è veramente drammatica: basti
pensare, infatti, che oltre agli omicidi seriali, le
statistiche indicano che il 70% delle donne che vi si
rivolgono per cercare aiuto sono state picchiate dai loro
mariti, mentre il 30% lo sono state da qualcuno che
conoscevano. In un anno sono state presentate 4540 denunce
per stupro (12 al giorno) e ugualmente, le molestie sessuali
e le minacce di licenziamento, da parte dei supervisori e
dei proprietari delle maquiladoras, alle donne che rifiutano
le avances, sono un fenomeno corrente.
Ieri [16
gennaio], per mantenere alto il livello di attenzione dei
media, il collettivo Donne daSud ha messo in scena un
flashmob davanti al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove
sono ospitate tre mostre sul Messico. Le ragazze avevano
tutte una maglietta insanguinatae tenevano alte le
croci rosa con i nomi delle vittime recentemente ammazzate
in Messico.
Erano li
per urlare che l’assassinio di Susana Chávez si iscrive
nell’ambito dei femminicidi, che Susana è morta perché
donna e perché donna che ha denunciato questi crimini, Per
rendere visibile lo sconcerto, l’offesa, la ferita,
l’aggressione che proviamo ogni giorno davanti
all’indifferenza che c’è nel mondo e in Italia al dramma
delle violenze sulle donne.
Non una
in più - se non ora quando?
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LA MOBILITAZIONE
"Il
5 e il 13 in piazza per difendere la dignità" Nuovi appelli,
anche dalla comunità scientifica
Tantissime iniziative per chiedere di voltare pagina e
fermare il degrado delle istituzioni. Mentre si moltiplicano
le adesioni all'appuntamento di sabato di Libertà e
Giustizia. Appelli per la giornata delle donne
Riunioni continue, incontri preparatori, gruppi e comitati
che nascono di ora in ora. Micro-iniziative in tante parti
del Paese. La mobilitazione contro Silvio Berlusconi prende
forma. Il calendario della protesta diventa sempre più
fitto. E la partecipazione coinvolge tanti settori della
società civile. Spezzoni di dissenso. Cittadini uniti dalla
semplicità del messaggio che porteranno in piazza: "Adesso
basta". Le donne, la comunità scientifica, gli attivisti sul
web, gli italiani all'estero. L'altra Italia. Per fermare il
degrado causato dal premier alle istituzioni della
Repubblica. E che si mette in gioco per cambiare pagina.
3 febbraio.
Un presidio autoconvocato. Per mostrare, in piazza
Montecitorio a Roma, l'indignazione degli italiani.
L'appuntamento è nel primo pomeriggio. E coincide con la
discussione, alla Camera, della richiesta di autorizzazione
a procedere nei confronti del presidente del Consiglio. Il
gruppo promotore, gli Indignati, ha scritto una lettera da
inviare ai parlamentari. Oggetto: "vi chiediamo di non
essere complici". Vi si legge: "Onorevole, la sollecito a
non rendersi complice dei reati di concussione e
prostituzione a carico del premier. E Le chiedo quindi di
votare a favore dell'autorizzazione a procedere".
4 febbraio.
A Roma, presso la libreria Bibli, iniziativa delle donne
dell'associazione Filomena. Si tratta di un incontro
preparatorio in vista della manifestazione del 13 febbraio.
Tema: il desiderio. Per Nicoletta Dentico, presidente
dell'associazione, "il desiderio è punto di partenza
irrinunciabile per costruire un'Italia capace di risposta
per i giovani, gli uomini e le donne. Con l'indignazione, il
desiderio è la molla della mobilitazione del 13 febbraio".
Ne parleranno Elisa Manna del Censis, la giornalista
Alessandra di Pietro e Katia Ippaso. A Napoli, raduno dei
cattolici all'esterno del Duomo.
5 febbraio.
E' uno dei giorni centrali per tutta la mobilitazione. Ci si
sposta a Milano, al Palasharp, dalle 15 e 30. Libertà e
Giustizia darà vita a "Dimettiti. Per un Italia libera e
giusta". Un incontro per dare forza ulteriore alle 100mila
firme che LeG ha raccolto con l'appello "Dimissioni". Parole
d'ordine: libertà, giustizia, democrazia, repubblica,
uguaglianza, lavoro, Costituzione. Tante le presenze e gli
interventi previsti. Da Roberto Saviano a Umberto Eco, da
Gustavo Zagrebelsky a Paul Ginsborg. E nelle ultime ore è
arrivata anche l'adesione del Presidente emerito della
Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Diretta su Repubblica.it e
su Repubblica Tv.
6 febbraio.
Tutti nella tana del Sultano. Ad Arcore. Per una
manifestazione che parte dal basso, organizzata attraverso
la rete. In cantiere una marcia del Popolo Viola, pacifica,
per "pretendere le sue dimissioni". Sotto accusa
l'immobilità del governo, l'assenza di politiche economiche
e sociali proprio nel bel mezzo della crisi. Non mancheranno
provocazioni simboliche. Come il lancio di mutandine ideato
dal gruppo Valigia Blu.
12 febbraio.
Sarà la giornata più rumorosa. In decine di città italiani
piccoli sit-in sotto prefetture e luoghi simbolo. Per
partecipare basta essere muniti di qualsiasi cosa in grado
di produrre un frastuono infernale. Fischietti, percussioni,
pentole. C'è che sta mettendo in piedi concerti improvvisati
e chiassosi. Situazionismo allo stato puro. Dietro la
macchina organizzativa c'è la rete dei gruppi locali che
fanno capo al Popolo Viola. Anche a Zurigo e in Svezia.
13 febbraio.
E' la giornata delle donne. Manifestazioni e cortei. Il più
atteso è quello di Roma. Si parte dalla Terrazza del Pincio
alle ore 14.00 per arrivare, intorno alle ore 15.00, a
Piazza del Popolo dove ci sarà il palco. Interventi di
Cristina Comencini, Francesca Izzo, Lunetta Savino. Tra le
ultime adesioni: Dacia Maraini, Elena Gianini Belotti, Lia
Levi. Lo slogan, che ha fatto il giro dei media e della
rete, è "Se non ora quando". Una protesta a trazione
femminile che, naturalmente, non lascia indifferenti gli
uomini. In campo anche i partiti. Pd e Italia dei valori
hanno invitato i propri militanti a partecipare. Intanto
Santoro, Travaglio e Barbara
Spinelli
1 hanno lanciato l'appello a far
confluire la manifestazione di Milano all'esterno del
Tribunale in quella promossa dalle donne.
E tra i tanti appelli, da segnalare quello lanciato da tanti
esponenti della
comunità scientifica italiana, "un grido di
dolore e di vergogna che è nato spontaneo in molte persone
che hanno a cuore la dignità personale e del nostro Paese".
Ecco
il testo dell'appello e le
firme
2, tra le quali quella di Margherita
Hack.
La
Repubblica, 2 febbraio 2011
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Una conseguenza della crisi?
L’aumento degli aborti
Il Fatto quotidiano, 15-1-2011 -
L'allarme parte dalla Sardegna. Tra
Iglesias e Carbonia, nel 2009 ci sono state 344 interruzioni
di gravidanza su 881 nascite
La
crisi nemica dei bambini. Ne nascono pochi e, in
proporzione, gli aborti (tra volontari e spontanei) sfiorano
il 40 per cento.
Com’è difficile pensare a una famiglia quando le fabbriche
chiudono, l’incubo della cassa integrazione e della mobilità
non dà un attimo di tregua e il futuro appare sempre più
grigio. Senza prospettive. E chi una famiglia già ce l’ha
non pensa certo ad allargarla. Nel
Sulcis Iglesiente
dilaniato dall’emergenza lavoro, un territorio con spiagge e
vegetazione mozzafiato nella zona sud occidentale della
Sardegna,
dove gli abitanti sono circa 150 mila e l’esercito di
disoccupati sfiora i 30 mila, le interruzioni di gravidanza
volontarie avvengono prevalentemente per colpa della crisi.
A
confermare che le drammatiche condizioni socio-economiche
sono determinanti nel momento in cui una donna sceglie di
compiere un passo comunque sofferto, sono i medici del
reparto
Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Santa Barbara di
Iglesias (città capoluogo insieme a Carbonia),
unico nel territorio a praticare l’aborto volontario sulla
base della legge 194.
“In effetti è così – ammette il primario
Giuseppe
Santeufemia
– non è più come succedeva trent’anni fa, quando l’aborto
veniva considerato quasi un’alternativa alla contraccezione.
A indicare che la relazione con la situazione di crisi è
forte sono le stesse donne quando vengono da noi, ma ce lo
dicono anche i
dati Istat, dai quali si evince la
correlazione tra emergenza economica delle regioni del sud
Italia e il tasso di abortività”.
Avere un figlio, in certe situazioni, viene considerato un
lusso che non ci si può permettere. Troppo rischioso pensare
a una maternità quando l’incertezza la fa da padrona e, se
ci si trova davanti a una gravidanza non programmata, il
probabile lieto evento non è più tale. I dati sono
eloquenti. Nel
2009, a livello provinciale, il numero
complessivo di nascite (nei distretti ospedalieri di
Iglesias e Carbonia) è stato pari a
881. Gli
aborti sono stati, complessivamente,
344.
Un tasso di
abortività complessivo, rispetto alle nascite, pari al 39,05
per cento.
Con un altro parametro di riferimento, ovvero il numero di
donne in età fertile (dai 15 ai 48 anni), l’indice è invece
del 10,4 per mille e quello delle nascite risulta del 26 per
mille. I dati del 2010 non sono meno confortanti, seppure in
questo caso siano parziali e comprendano solo il distretto
di Iglesias. Su 362 nascite gli aborti sono stati 147, di
cui 50 interruzioni volontarie. Altro dato importante è
quello dell’età, generalmente superiore ai 30 anni. Nel
Sulcis, sinora, non sono state praticate interruzioni di
gravidanza con il metodo farmacologico (la più nota
Ru486).
Tutte, dopo avere letto e firmato il consenso informato,
hanno scelto il metodo chirurgico.
Osservando i dati, emerge con chiarezza anche il numero
elevato degli aborti spontanei che per i medici potrebbero
essere legati a una questione ambientale. “Abbiamo
sicuramente anche un tasso di aborti spontanei elevato –
dice il primario Santeufemia –, il che la dice lunga sulla
situazione, perché verosimilmente il fenomeno è legato alle
problematiche ambientali”. Il condizionale è d’obbligo, dal
momento in cui non esistono (come pure per molte patologie
ricorrenti nel territorio) dati scientifici che possano
confermare quelli che sono ora sospetti. Non a caso lo
stesso Santeufemia evidenzia la necessità di compiere
accertamenti e studi in grado di confermare, o smentire,
quelli che per ora sono sospetti. “Sta agli enti competenti
agire di conseguenza, promuovendo uno studio epidemiologico
per fare emergere con certezza se esiste una correlazione
tra aborti
spontanei e inquinamento ambientale”.
di Cinzia Simbula
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Auto,
carne, energia
L'inquinamento è maschio
Studio
svedese raffronta i consumi e le abitudini di uomini e
donne. Dallo scarso uso dei trasporti pubblici alle
predilezioni alimentari, fino all'attitudine al fumo e
all'alcol, emerge una netta differenza di impatto ambientale
tra i due sessi.
La
Repubblica, 14 gennaio 2011,
dal nostro corrispondente
ANDREA TARQUINI
BERLINO
- La differenza tra i sessi non si misura soltanto con
l'aggressività maschile, di solito superiore a quella
femminile, ma nel rapporto ben diverso di uomini e donne con
l'ambiente. Sono i maschi, almeno in Europa, i veri nemici
dell'equilibrio ecologico. Lo afferma almeno uno studio
effettuato dalla Defence Research Agency svedese, e
pubblicato dalla rivista Energy Policy. Studio compiuto da
due donne, Riitta Raty e Annika Carlsson-Kanyama, secondo
cui per le loro abitudini alimentari, di uso dell'auto o di
viaggio in genere, e di consumi gli uomini causano molto più
delle donne un'alta produzione di emissioni. Soprattutto a
causa della smodata passione per le automobili e il maggior
consumo di carne, abitudini che sembrano accomunarli in
tutto il Vecchio continente, dalla Scandinavia al
Mediterraneo. In
Svezia, che di solito è considerata all'avanguardia
nelle pari opportunità, nella coscienza ecologica e in ogni
indice di qualità della vita, gli uomini non sono così
attenti alla natura come le loro concittadine: rispetto a
loro consumano in media il 22 per cento in più.
In generale, il documento sottolinea che le donne in media
spendono più energia per abbigliamento, igiene, salute, beni
per la casa o cibo. Gli uomini invece sono grandi spreconi
quanto a dispendio energetico per il maggior consumo di
carne, per i trasporti, e per la produzione di alcol e
tabacco causata dalla loro alta domanda. Norvegesi e
tedeschi consumano nei trasporti tra il 70 e l'80 per cento
di energia rispetto alle donne, gli svedesi il 100 per
cento, i greci addirittura il 350 per cento in più. Le
informazioni possono essere di grande interesse per
promuovere modelli di consumo più efficienti, afferma Annika
Carlsson-Kanyama: "Le politiche ambientali dovrebbero
cominciare a distinguere tra i due sessi, e in particolare
nel settore dei trasporti le campagne per la moderazione
nell'uso dell'auto privata e per la priorità ai mezzi
pubblici dovrebbero essere più mirate sugli uomini per
dimostrarsi più efficaci". Più mirate, come la pubblicità
che ammicca spesso ai maschi suggerendo l'acquisto di un'auto
veloce e potente o di una sigaretta da veri uomini forti.
Insomma, le donne hanno spesso un modello di vita e di consumi
più 'dolce' e sostenibile. A modo loro sono più preparate al
futuro.
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Una ragazza albanese risponde a
Berlusconi
Egregio
Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo
su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola
gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello
humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze
albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali
Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta
agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle
ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle
"belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine,
di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho
seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno
raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate,
devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo
stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un
difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si
rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri
collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani,
le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del
Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora
- tre anni più tardi - che le incisero la sua professione
sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi
era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della
società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre
e nonna. Quel 'puttana' sulla pancia le ha cancellato ogni
barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei
clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle
"belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con
il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un
documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di
un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi
aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre
come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le
figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in
macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come
lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre
di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre,
affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di
periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.
E' una
storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare
sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o
le spedirei il documentario, o farei volentieri due
chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle
battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella,
Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe
gliele dovevo.
In questi
vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta
molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma
nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter
finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania
non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni
gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i
drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda
ora, non avrebbe che da guadagnarci.
*
Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e
inglesi all'Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese
prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha
vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli
Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di
giornalista e sceneggiatrice.
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LA PARITÀ DEI SESSI È UNA FARSA
LUISA MURARO
Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio.
Adesso comincio a pensare che sia una farsa. Bisogna credere
e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti
degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli
stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa
sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni
delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non
vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un'ipotesi
così azzardata che nessuna politica di professione osa
formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con
la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche
da cui risulta che, quantoa condizione femminile, l'Italia è
più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile
farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente
questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano
inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva
una volta, ma per discriminazione. È tempo di smetterla con
questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a
guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si
pongono. Uno è quello dell'attaccamento maschile al potere.
Non il fatto della mancata spartizione del potere, fifty/fifty,
fra uomini e donne, ma l'attaccamento che gli uomini hanno
al potere è il vero problema. Occorre dirlo? Gli eletti che
siedono nel nostro parlamento sono i vincitori di una gara
in cui masse di maschi si mobilitano, intrigano e premono:
inevitabile che le femmine, poche in partenza e meno
motivate, risultino tanto meno numerose. Se fosse un vizio
morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si
è corretta l'avarizia o la gola. Ma l'attaccamento maschile
al potere è una questione d'identità. Lo veicolano i modelli
correnti della virilità. (...) «L'arroganza con la quale il
discendente delle scimmie si è messo a capo del mondo e ha
impresso alla maggioranza delle cose il timbro della sua
natura, deve riempire di sdegno», ha scritto una pensatrice
viennese che Nietzsche prese a detestare perché lei aveva
smesso di dargli ragione. Questa pensatrice, Helene von
Druskowitz, fu chiusa in manicomio, ma oggi c'è chi le
darebbe ragione, anche fra gli uomini. Qualcosa sta
cambiando. Oggi l'antropologia parla di una debolezza
costituiva del maschile, che fino a ieri si è nutrita di
presunta superiorità sul femminile e sulle donne. Oggi vi
sono uomini che promuovono una presa di coscienza della
differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali
di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere
maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e
Sellier, 2009). Ma la farsa continua e mette in circolazione
rappresentazioni diminuitee caotiche delle donne. (...) Per
finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della
parità per fare posto a un franco riconoscimento
dell'eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità,
e penso specialmente al rapporto con il potere e con i
soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di
noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e
all'amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di
questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho
detto, perché finisca una finzione, quella delle donne
sempre vittime d'ingiustizia e sempre in cerca di parità con
gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da
alibi. A che cosa e a chi, oggi? La risposta a questa
domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C'è un bisogno
identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma
tenace. C'è, per le donne, la rendita del vittimismo. C'è
una politica paternalistica di sinistra che non si rinnova.
C'è la fatica della presa di coscienza che la realtà storica
di oggi richiede agli uomini, come mostra bene il libro
Essere maschi. C' è la comodità femminile (in questa
faccenda le donne hanno un posto non trascurabile) di fare
una politica complementare a quella degli uomini: l' Europa
è una miniera di posti e di soldi per donne che fanno la
politica paritaria. Ma c' è dell' altro ancora. La storia si
è sviluppata in una singolare forma capovolta, che fa delle
donne il secondo sesso e il sesso debole. Simili
capovolgimenti non sono rari nella realtà umana, che è
impastata nel linguaggio, cioè nell'arbitrario, pensate solo
a certe figure retoriche per cui si dice meno per dire di
più. In questa rappresentazione capovolta, l' uomo di sesso
maschile viene prima in ogni senso della parola, anche
biologico. Ed è una rappresentazione che da Aristotele è
andata avanti arrivando fino a Il secondo sesso (1949) di
Simone de Beauvoir. Arriva fino a lì e lì finisce: in ciò è
la difficoltà di questo grande e ambiguo libro, un Giano
bifronte. De Beauvoir ha detto: donne si diventa, non si
nasce, in accordo non deliberato con la teoria aristotelica
della differenza sessuale. È vero il contrario, invece, con
ogni evidenza per noi: donne si nasce, perché nasciamo tutti
da donna, e uomini si diventa. A quale esigenza profonda
obbedisce il primato rivendicato dal sesso maschile che ai
nostri giorni alimenta la farsa della parità fra i sessi?
Devo dire che si ha un sacrosanto timore a mettere mano su
quello che potrebbe essere il sottosuolo del precario
equilibrio del sesso maschile. Ma non occorre spingersi a
quelle profondità, non con un discorso pubblico. Ed è di
questo che stiamo trattando, della vita pubblica e
specialmente della politica, di cui è urgente modificare le
forme, come molti ormai ammettono. Un criterio per questo
cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano
praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al
secondo posto le nostre priorità. Il massimo dell'autorità
con il minimo di potere, è una formula da noi escogitata per
regolarci nelle situazioni di disparità: ecco un altro
criterio per restituire la politica al suo compito, che vi
abbia corso autorità femminile. Come arrivarci? Con le
donne. Il principio di uguaglianza è irrinunciabile ma oggi
domanda di essere interpretato dalla consapevolezza
condivisa della eccellenza femminile. Perciò invito donne e
uomini a renderle testimonianza così che possiamo renderla
operante nella vita pubblica. Mi ha incoraggiata a fare
questo passo una notizia apparsa recentemente sui giornali.
La notizia parla di una mobilitazione internazionale, che ha
preso le mosse dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, perché
il premio Nobel della pace sia assegnato, l' anno prossimo,
alle donne africane. "Nobel Peace Prize for African women" è
il nome della campagna. Il futuro della Terra è nelle loro
mani, dicono insieme ad altre cose molto giuste. Ebbene, in
questa singolare proposta si affaccia una verità vicina ad
essere detta, quella di una eccellenza femminile che ha
contribuito fin qui, in maniera decisiva, a custodire la
vita sulla terra e della Terra. Che si tratti dell'Africa
nera, anche questo è significativo, poiché qui, dicono, si
sono trovati i resti della prima donna, Lucy, da cui
discenderebbe l'intera umanità.
Repubblica - 19 Marzo 2010
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Ipazia, quando talebani erano i cristiani
di Silvia Ronchey
E’ un tempo, il nostro, di crististi e teocon, in cui agli
opposti estremismi si sono sostituiti, o sommati, gli
opposti spiritualismi. L’onda d’urto della caduta del muro
di Berlino ha provocato, negli orfani delle ideologie, un
fall out di conversioni alla confortante forza
dell’autoritarismo ecclesiale. C’era urgente bisogno che la
laicità si procurasse un simbolo: un’icona degli ideali di
tolleranza, di non faziosità, di rifiuto delle fedi e delle
ideologie pervasive.
L’ha trovato in un’eroina di quindici secoli fa: la filosofa
Ipazia, matematica e astronoma, cattedratica nell’antica
accademia platonica di Alessandria, massacrata dal fanatismo
della prima Chiesa cristiana, celebrata in un crescendo di
libri, biografie, spettacoli. E tuttavia la sua storia,
narrata dallo spagnolo Alejandro Almenábar in un film
campione d’incassi, Agorà, rischiava di non essere mai
visibile in Italia, Stato laico sulla carta ma ancora e
sempre condizionato dall’esistenza al suo interno di quello
della Chiesa. Nell’autunno scorso, un appello per la sua
distribuzione aveva raccolto molte firme, a riprova che
l’opportunismo non è un fenomeno di massa e che la maturità
politica dei cittadini, non solo laici ma anche cattolici, è
maggiore di quella di chi gestisce il potere, in questo caso
culturale.
Fatto sta che il veto, pur non esplicito, è caduto, e il
film uscirà il 23 aprile. Per l’imbarazzo della Chiesa, che
vi vedrà un proprio vescovo, e in seguito santo, Cirillo di
Alessandria, presentato come un fanatico terrorista, un
violento e un assassino, e i propri adepti non dissimili ma
anzi volutamente assimilati agli integralisti islamici: nei
tratti stereotipi, nei comportamenti, nei discorsi e perfino
nell’accento. Un geniale rovesciamento: i primi cristiani
equiparati alle fasce estreme di quell’Islam che l’odierna
propaganda cristiana avversa estendendo alla religione
stessa l’accusa di «intrinseca malvagità».
In effetti, quando nel 392 Teodosio emanò una legge speciale
contro i culti pagani nel tollerante Egitto, i quadri
dirigenti del Cristianesimo, divenuto religione di Stato,
intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella
capitale della cultura ellenica dov’era nata e insegnava
Ipazia. All’origine dell’ostilità di Cirillo era, più che la
misoginia o l’odio confessionale, l’invidia - specifica il
bizantino Suidas - per la sua influenza politica. Era una
partita a tre quella che si giocava per il potere ad
Alessandria tra l’antica élite pagana, stretta alla
rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani
che volevano soppiantarla e la comunità giudaica, prima
lobby dominante, ora gruppo di pressione rivale. Il primo
atto dell’episcopato di Cirillo fu il pogrom antiebraico,
che precederà l’attacco all’establishment pagano, incarnato
in Ipazia.
Contro il doppio obiettivo, Cirillo aveva strumentalizzato
le frange intolleranti del deserto di Nitria, «cui si dava
nome di monaci ma che tali in realtà non erano», scrive
Eunapio, bensì fanatici miliziani «che apertamente compivano
e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Questi
talebani che avevano già distrutto e saccheggiato il Serapeo
vent’anni prima, sotto Teofilo, zio e predecessore di
Cirillo, sono gli stessi che tenderanno un agguato al corteo
di Ipazia e la trucideranno «spogliandola delle vesti,
facendola a brandelli con cocci aguzzi e spargendo per la
città i pezzi del suo corpo brutalizzato», secondo lo
storico cristiano Socrate; «incuranti della vendetta divina
e umana», aggiunge il pagano Damascio.
La rappresentazione della violenza fondamentalista dei
parabalani cristiani del futuro monofisita Cirillo è il
punto di forza del film. Il suo maggiore merito è quello di
far riflettere sulla vocazione estremista e sugli eccessi
della Chiesa alle origini del suo potere, riaccendendo un
dibattito diffuso nei secoli in cui un’intellettualità
ecclesiastica esisteva e discuteva. Perché nell’immensa
fortuna storica e letteraria della vicenda di Ipazia,
cavallo di battaglia dell’anticlericalismo illuminista da
Voltaire a Gibbon, ha avuto un ruolo più che ampio la
cultura ecclesiastica, anche ma non solo riformata: se il
primo editore delle fonti sul suo assassinio fu il
protestante Wolf e il suo più appassionato difensore
l’anglicano Kingsley, è stata quasi tutta cattolica la
rievocazione letteraria di Ipazia, dalla torinese Diodata
Saluzzo Roero a Leconte de Lisle, da Péguy a Luzi.
In campo erudito, con la rilevante eccezione del giansenista
Tillemont, prudente e giustificatorio, l’ala modernista del
cattolicesimo ha analizzato spregiudicatamente le cause
politiche del misfatto di Cirillo. E ha anche chiarito la
reale personalità di Ipazia. Il suo profilo e il suo
sacrificio, così importanti nella storia della politica e
del pensiero, nel film sono accattivanti ma troppo
semplificati, fino a essere tacciabili di quello stesso
ideologismo di cui la figura dell’antica filosofa dovrebbe
essere la negazione. Se vogliamo davvero renderle omaggio,
invece, non dobbiamo perdere l’occasione di leggere la sua
storia in modo non settario, ma autenticamente laico.
La Stampa - 4 aprile 2010
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TOKEN SHOW
Pubblicato il 10 Gennaio 2010 da donnedellarealta
di
Chiara Volpato
Annozero,
giovedì 7 gennaio 2010. In studio, intorno a Santoro
cinque uomini (Castelli, Mentana, Travaglio, Vauro,
Vendola) e una donna (Alba Parietti). Una
perfetta situazione di
tokenism. Quando due gruppi sono fortemente
asimmetrici nei rapporti di potere, scegliere un
rappresentante del gruppo debole e farlo sedere tra gli
eletti serve a mostrare apertura mentale, paternalistica
disponibilità verso l’altro, ma soprattutto serve a lasciare
inalterato lo status quo. Il prescelto diventa un token,
illusorio simbolo di una possibile ascesa sociale, mero
specchietto per le allodole. Il token/alibi ha una funzione
precisa: salvaguardare lo stato di cose esistenti togliendo
forza alle voci di protesta: non è vero che nei talk show le
donne non hanno voce, sono rappresentate da Alba Parietti.
Come
questa rappresentante sia scelta, quanto spazio le si dia,
quali capacità abbia di interloquire con i signori esperti,
poco importa. L’importante è che ci sia e che non si possa
criticare quindi l’assenza di una voce femminile.
La
situazione verificatasi giovedì scorso ad Annozero è
solo l’ultima di una lunga serie. Da sempre i salotti
dell’intrattenimento e della politica brillano per misoginia
e sessismo.
Le vette,
irraggiungibili, di Porta a Porta pongono tale
programma fuori classifica. La concezione della donna che
traspare dalla scelta dei temi, dal linguaggio usato, dalle
inquadrature delle gentili ospiti hanno da tempo lasciato
noi, donne della realtà, senza fiato. L’unica scelta
possibile è stata smettere di guardare il talk show; ne ha
guadagnato la qualità delle nostre vite. Ingenuamente
speravamo che altri programmi mostrassero maggiore
sensibilità e attenzione. E’ così che siamo incappate in una
serie di delusioni, culminata, giovedì scorso, nel token
Parietti.
Abbiamo
allora pensato che qualcosa bisogna pur dire, a costo di
ripetere cose che suonano scontate, ma che evidentemente non
sono state assimilate dai signori dell’etere.
Come
accennato, Annozero non è stata l’unica delusione.
Ricordiamo una trasmissione de l’Infedele, in maggio,
quando stava scoppiando il caso delle veline candidate.
Lerner, a cui va riconosciuta una maggiore attenzione
per le presenze femminili, aveva in quell’occasione invitato
alcune donne: Ventura, la politologa di Farefuturo,
che per prima aveva denunciato la scorrettezza delle
candidature, Zanardo, autrice de Il corpo delle
donne, potente denuncia dell’oggettivazione del corpo
femminile da parte dei media, e due donne di spettacolo
(anche se una ormai a pieno titolo transitata in politica):
Carlucci e Parietti (sempre lei!). Di quella
trasmissione, ricordiamo soprattutto la diversa
distribuzione dei tempi degli interventi; ricordiamo di aver
aspettato a lungo un intervento di chi aveva qualcosa da
dire (Ventura e Zanardo), mentre la gran parte dello
spazio veniva occupato dalle due replicanti, una in
quota alla destra, una in quota alla sinistra, (Carlucci e
Parietti), che riuscivano nell’impresa di litigare in
diretta, con le tipiche modalità della politica maschile. Lo
facevano però a labbra rifatte, dando modo alle telecamere
di indulgere a lungo sul particolare.
Già che
ci siamo e che abbiamo deciso di farci dei nemici,
accenniamo, en passant, a Che tempo che fa. Ci
proponiamo per l’anno nuovo di tener conto di quante donne
vengono invitate rispetto agli uomini e di chiedere a
Fazio, per la prossima edizione, di prendere un
annunciatore uomo al posto di Felipa e una giornalista donna
al posto di Gramellini. Gli standard sono gli stessi:
giovane, carino, sbarazzino nel primo caso; competente, non
conformista, dotata di spessore morale nel secondo.
Perché
queste trasmissioni ci sembrano esemplari?
Perché
riassumono come vengono trattate le donne nei talk show. In
quei salotti, le poche volte che si interpella una donna, le
inquadrature indulgono sui particolari fisici, si fanno
domande su temi privati, si concedono tempi brevi per
rispondere (anche quando ha idee da vendere, come è successo
a Michela Marzano, sempre all’Infedele), le
interruzioni si sprecano soprattutto quando mostra di avere
qualcosa da dire (chiedete a Concita De Gregorio a
proposito dei suoi interventi a Ballarò e Annozero).
La situazione precipita quando la donna invitata non
risponde al canone imperante (bellezza appariscente e
incompetenza), esprime un suo pensiero, interloquisce con
cognizione di causa e senza farsi intimidire. L’esempio,
scontato, è dato dagli appellativi che Berlusconi (“più
bella che intelligente”) e Castelli (“zitella petulante”)
hanno rivolto a Rosy Bindi durante una puntata di
Porta a Porta. Anche in quell’occasione Bindi era l’unica
donna presente; osava però sfidare la sua posizione di token
criticando ad alta voce le esternazioni del premier, che
rimproverava il presidente Napolitano per non averlo
“raccomandato” ai giudici della Corte Costituzionale. Gli
uomini (Vespa, Alfano, Castelli, Casini, Barenghi)
ascoltavano in rispettoso silenzio. Col suo intervento,
Bindi esibiva due qualità inaspettate e fastidiose in una
donna: coraggio e competenza. Come da manuale, proprio
queste qualità hanno innescato l’aggressività del premier
gentiluomo.
Noi,
donne della realtà, chiediamo allora maggiore attenzione
ai conduttori dei programmi di intrattenimento politico.
Non sappiamo perché sia così ristretta la rosa delle donne
che interpellano e perché siano spesso così bassi i criteri
di merito per essere interpellate (anche se quest’ultimo, a
dire il vero, è un problema che riguarda uomini e donne allo
stesso modo). Certo che se si vogliono trovare
interlocutrici nei palazzi della politica, la rosa è
veramente ristretta dati i bassi numeri delle parlamentari
italiane. Ma se si intende uscire dai palazzi, perché
ignorare le donne della realtà e inseguire solo le donne
dello spettacolo? La prossima volta che Santoro non sa
chi chiamare, possiamo fornirgli nomi e numeri di telefono
di donne competenti, informate, in grado di formulare
pensieri divergenti e di suggerire soluzioni inattese. La
mia dentista, per esempio, saprebbe sicuramente rivolgere
domande imbarazzanti ai politici. Ma forse è proprio quello
che si vuole evitare…
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Dal rinvio a giudizio con Mister B. alla prescrizione
l'avventuroso processo all'avvocato Mills
Repubblica, 25 febbraio 2010 -
ROMA
- Il processo a David Mills, arrivato alla Cassazione, è
nato dalle testimonianze che l'avvocato inglese, già
consulente del gruppo Fininvest, ha reso in due processi. Il
legale è arrivato al Palazzo di Giustizia di Milano la
prima volta nel novembre 1997 e poi nel gennaio 1998. E'
stato testimone in due processi a carico del Cavaliere. Il
primo per le tangenti pagate dal suo gruppo alla Guardia di
Finanza, il secondo per i fondi neri e le tangenti pagate
tramite la All Iberian, società estera della Fininvest
(anche se Berlusconi, a lungo, ha negato di conoscerne
l'esistenza).
Nel 2004 il commercialista inglese di Mills scoprì 600mila
dollari sul conto del suo cliente. E scrisse al fisco.
L'indagine delle autorità di Londra, con i documenti
tradotti, vennero mandati a Milano. Mills, interrogato,
disse di aver ricevuto quei soldi da Carlo Bernasconi, nel
1999 (allora top manager di Fininvest, nel frattempo
deceduto), e che poteva considerarli un regalo. Perché,
furono le parole di Mills al suo commercialista in aula a
Milano aveva fatto delle curve pericolose per tenere Mister
B. fuori da un sacco di guai che gli sarebbero ricaduti
addosso se solo avesse detto tutto quello che sapeva. Mills,
insomma, è accusato di aver preso i soldi per aver mentito
ai processi (soldi ricevuti dopo aver reso le testimonianze)
e Berlusconi di aver corrotto un teste. Ecco le tappe
principali del processo.
30 ottobre 2006.
Berlusconi e Mills sono rinviati a giudizio per corruzione
in atti giudiziari.
30 gennaio 2007.
Fallisce il primo tentativo di fermare il processo: la
Cassazione respinge la ricusazione di Fabio Paparella, il
giudice che ha deciso il rinvio a giudizio. Il processo
comincerà il 13 marzo 2007.
18 gennaio 2008.
Il tribunale accoglie la richiesta del pm Fabio De Pasquale
di correggere l'accusa: la corruzione non si sarebbe
consumata il 2 febbraio 1998, ma il 29 febbraio 2000. In
pratica, la prescrizione slitta dal 2008 al 2010.
7 marzo 2008.
Il tribunale accoglie la richiesta della difesa di
Berlusconi di sospendere il processo in occasione della
campagna elettorale per le elezioni del 9-10 aprile.
8 maggio 2008.
Berlusconi torna presidente del Consiglio.
17 giugno 2008.
La difesa di Berlusconi ricusa la presidente del collegio
giudicante, Nicoletta Gandus, perché avrebbe manifestato
"grave inimicizia" verso l'imputato.
26 giugno 2008.
Il Consiglio dei ministri approva il "lodo Alfano", che
sospende i processi alle alte cariche dello Stato.
17 luglio 2008.
Respinta l'istanza di ricusazione contro la presidente
Gandus.
22 luglio 2008.
Il lodo Alfano è approvato definitivamente. Il giorno
seguente, la legge è promulgata dal capo dello Stato.
4 ottobre 2008.
Il processo a Berlusconi è sospeso, in base alla legge
Alfano, ma prosegue per Mills.
17 febbraio 2009.
Mills è condannato a 4 anni e 6 mesi; per i giudici, è stato
corrotto da Berlusconi.
7 ottobre 2009.
La Corte costituzionale giudica illegittima la legge Alfano;
il processo a Berlusconi dovrà riprendere.
27 ottobre 2009.
Respinto l'appello di Mills, resta la condanna a 4 anni e 6
mesi.
4 dicembre 2009.
Riprende il processo a Berlusconi; il tribunale riconosce il
legittimo impedimento di Berlusconi per partecipare al
Consiglio dei ministri, ma non per l'inaugurazione di un
cantiere a Reggio Calabria.
25 febbraio 2010.
La Cassazione decide sul
ricorso di Mills: il reato è prescritto, pur
confermando la colpevolezza dell'imputato.
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Amy Winehouse
Dopo
qualche settimana di riposo, di sole mare e vento sono ancor
più convinta dell’importanza fondamentale di liberare
l’energia dei nostri corpi.
Corpi
liberati in grado di far scaturire cambiamenti, non i poveri
corpi burattini televisivi.
Corpi
dimenticati dalla politica e dagli intellettuali e quindi
lasciati totalmente in balia di tristi personaggi dello
spettacolo a cui abbiamo concesso il monopolio della
rappresentazione del corpo, che è diventata quel povero
avanspettacolo che conosciamo.
Riprendiamoci i corpi e l’energia che ne deriva. Con il
corpo compiamo le azioni tra le più belle della nostra vita:
balliamo (voi ballate?), facciamo l’amore, ci abbracciamo,
corriamo, facciamo sport, ci accarezziamo, ci tocchiamo l’un
l’altro. E noi donne è con il corpo che facciamo figli.
Corpo
rivoluzionario: almeno una volta nella vita l’abbiamo
provato? Quella sensazione di potenza, di pienezza che sale
e che ci riempie e che vuole poi trovare uno sbocco fisico,
che sia un gesto, uno scatto in avanti, un grido. O, quando
siamo avanti nel percorso di vita, corpo che diventa un
tramite verso una dimensione alta.
Ritorniamo
alla nostra vita di tutti i giorni portando con noi i nostri
corpi e la possibilità di ribellione in essi compressa.

“Fango”
titolava ieri l’Unità e la scritta campeggiava sull’immagine
dell’Italia immersa in una fanghiglia viscida, a
simboleggiare quanto stiamo vivendo negli ultimi mesi e che
verosimilmente continuerà nei prossimi.
Nel fango
si può lentamente scomparire, se il nostro corpo non è
allenato a resistere, a reagire.
Non
facciamoci sommergere dal lerciume politico, non facciamoci
rubare progetti e sogni.
Voi che ci
leggete e avete 20 anni o forse meno: la vita è piena di
opportunità e di bellezza, distogliete gli occhi dal fango
che vi circonda, fate un balzo in avanti, distaccate le iene
che vi vogliono bloccare.
Voi che ci
leggete e siete educatori,
Voi che ci
leggete e siete genitori, parlate con i vostri figli, con i
vostri allievi, e dite loro con convinzione, che il
cambiamento a volte è lì dietro l’angolo e le occasioni per
gioire esistono, bisogna volerle ma ancor più costruirle… e
avere forza, tempra e coraggio per resistere al lerciume, ma
ce la si può fare.
Il corpo
come arma di sopravvivenza. Teniamolo vivo
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Gira in Rete una lettera divertente e significativa
di F.P.B.
Salve,
sono un cittadino dell'Italianistan.
Vivo a
Milano Due , in un palazzo costruito dal Presidente del
Consiglio e lavoro a Milano in una azienda di cui è grande
azionista il Presidente del Consiglio. Anche l'assicurazione
dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del
Consiglio, così come del Presidente del Consiglio è
l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, di cui è
proprietario il Presidente del Consiglio. Quando devo andare
in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio. Al
pomeriggio, esco dal lavoro e vado a far spesa in un
ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro
prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente
del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema, vado in una sala
del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio e
guardo un film prodotto e distribuito da una società del
Presidente del Consiglio (questi film godono anche di
finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal
Presidente del Consiglio).
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del
Presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del
Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società
del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti
da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente
del Consiglio. Soprattutto guardo i risultati delle partite,
perché faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente
del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio, guardo
la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari
che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Allora mi stufo e vado a navigare un po' in internet, con
provider del Presidente del Consiglio. Se però non ho
proprio voglia di TV o di navigare in internet, leggo un
libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente
del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali,
anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che
predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento
dove molti dei deputati della sua maggioranza sono
dipendenti ed avvocati suoi, cioè sempre... del Presidente
del Consiglio
... che governa nel mio esclusivo interesse..... per
fortuna
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