Gira in Rete una lettera divertente e significativa
di F.P.B.
Salve,
sono un cittadino dell'Italianistan.
Vivo a
Milano Due , in un palazzo costruito dal Presidente del
Consiglio e lavoro a Milano in una azienda di cui è grande
azionista il Presidente del Consiglio. Anche l'assicurazione
dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del
Consiglio, così come del Presidente del Consiglio è
l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, di cui è
proprietario il Presidente del Consiglio. Quando devo andare
in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio. Al
pomeriggio, esco dal lavoro e vado a far spesa in un
ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro
prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente
del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema, vado in una sala
del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio e
guardo un film prodotto e distribuito da una società del
Presidente del Consiglio (questi film godono anche di
finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal
Presidente del Consiglio).
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del
Presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del
Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società
del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti
da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente
del Consiglio. Soprattutto guardo i risultati delle partite,
perché faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente
del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio, guardo
la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari
che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Allora mi stufo e vado a navigare un po' in internet, con
provider del Presidente del Consiglio. Se però non ho
proprio voglia di TV o di navigare in internet, leggo un
libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente
del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali,
anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che
predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento
dove molti dei deputati della sua maggioranza sono
dipendenti ed avvocati suoi, cioè sempre... del Presidente
del Consiglio
... che governa nel mio esclusivo interesse..... per
fortuna!_____________________________________________________________________________________________________________
La difesa fragile del Grande Capo che sapeva tutto
Bertolaso ammette di non aver "controllato tutto"
Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto doveva
averlo capito da tempo
di
GIUSEPPE D'AVANZO
I SEVERI - e spesso assai
mediocri - censori del "circo mediatico-giudiziario"
dovrebbero prenderne atto. Nello scandalo che umilia la
Protezione civile, non è il giornalismo a doppiare,
sovrapporsi (o incrudelire) la conduzione giudiziaria di un
processo. Accade esattamente il contrario: è stata la
magistratura ad accertare, nelle forme dell'indagine penale,
le "storie di ordinaria corruzione" che un dignitoso
giornalismo aveva già offerto all'attenzione dell'opinione
pubblica, del ceto politico, del governo. Non stupisce che,
nell'epoca della "crisi del reale", i funzionari della
menzogna vogliano convertire questo imbroglio di corruzione
pubblica - e umana desolazione - in un episodio di patta e
spada con l'usuale appendice di donne deprezzate a benefit e
"bustarella". Gli addetti alla adulterazione del discorso
pubblico vogliono ridurre l'intera trama alla replica di uno
slogan ideologico: il privato non è pubblico, quindi non può
essere giudicato. Il segno di questo affaire non è nella
segretezza dei comportamenti privati dei protagonisti, ma -
al contrario - nella scandalosa pubblicità dei loro traffici
pubblici. Chi, senza perdere la faccia, può dire di non aver
saputo? Da più di un anno, l'agglomerato "gelatinoso" che
accompagna le azioni - extra ordinem - della Protezione
civile è stato raccontato nel minuto. Nomi, cognomi, incroci
familiari, società, fatturato, bilanci, cointeressenze,
partecipazioni, sprechi e inefficienze si sono lette nelle
inchieste di Repubblica, l'Espresso, Report, Annozero, il
Fatto. La "Premiata ditta Balducci & co."; le relazioni tra
i "soggetti attuatori" dei progetti della Protezione civile
e imprenditori come Diego Anemone; i poteri senza controllo
e le risorse senza fondo di Guido Bertolaso, "l'uomo dalle
mani d'oro", costituiscono da oltre un anno il quadro opaco
e risaputo cui un governo responsabile e una politica
attenta all'interesse pubblico avrebbero dovuto metter mano
con prontezza.
Ora scrutare all'indietro, e in quel buio, ci consente di
valutare, in prima approssimazione, e senza tener conto
degli esiti dell'istruttoria penale, l'accountability di
Guido Bertolaso. Si può e deve cominciare dalle sue parole.
Gli argomenti con cui il sottosegretario e capo della
Protezione civile si salvaguarda da accuse e critiche sono
tre, in sostanza. Dice: (1) "Qualcuno può aver tradito la
mia fiducia, ma non ho elementi per sostenerlo"; (2) "Io non
ho seguito direttamente e personalmente la vicenda degli
appalti"; (3) "Ha gestito tutto Angelo Balducci (ora è in
galera), uno che è diventato presidente del Consiglio
superiore dei lavori pubblici, cioè la massima autorità in
Italia: non mi pare di aver affidato l'incarico al primo che
passava per strada. Dopo di lui, c'è stato un altro
"soggetto attuatore" (Fabio De Santis, anch'egli in carcere)
ma c'era qualcosa che non mi convinceva e l'ho sostituito
con Gian Michele Calvi, un professore di fama
internazionale".
Dunque, Bertolaso "si chiama fuori" così: non ha mai visto
ombre nella sua Protezione civile; gli uomini che ha scelto
erano al di sopra di ogni sospetto; in ogni caso, egli non
ha mai messo becco negli appalti. Sono argomenti molto
fragili. Che qualcosa non andasse per il verso giusto,
Bertolaso lo capisce e lo concede: quel De Santis non gli
piace. Lo rimuove dopo cinque mesi. Perché? Con quali
"elementi"? A chi comunica i suoi dubbi? Quali verifiche
decide per chiudere i "buchi" dei protocolli e delle
procedure? Come non è attendibile sostenere che una buona
reputazione abbia sempre accompagnato i "soggetti attuatori"
prescelti. Il credito degli "attuatori" (il soggetto
deputato alla realizzazione del progetto) è al lumicino da
tempo. Di Balducci si conoscono gli affari di famiglia che
incrociano gli oneri del suo incarico. Angelo, il padre di
famiglia, coopta l'Anemone Costruzioni nel risanamento della
Maddalena (appalti per 100 milioni). La moglie di Angelo
(Rosanna Thau) è in società ("Erretifilm") con la moglie di
Diego Anemone (Vanessa Pascucci). Il figlio di Angelo
(Filippo) compra con Diego Anemone il centro sportivo della
Banca di Roma a Settebagni. Nasce il "Salaria Sport Village".
Anche Gian Michele Calvi è prigioniero di un temperamento
familistico (insegna al dipartimento di Meccanica
strutturale dell'Università di Pavia; dopo essere stato "attuatore"
alla Maddalena, oggi è il direttore del progetto C. A. S.
E., la ricostruzione all'Aquila di 183 edifici, 4.600
appartamenti per 17mila persone con appalti per 695 milioni
di euro). La "Myrmex" di suo fratello (Gian Luca) rileva chi
lo sa perché la malandata "Tecno Hospital" di Giampaolo
Tarantini che, per le sue prestazioni di prosseneta, è stato
molto caro a Silvio Berlusconi prima che scoppiasse il
rumore per le feste in Villa e a Palazzo. Così caro da
riuscire a ottenere - grazie a buoni uffici del premier - un
incontro privato con Bertolaso per via di un desiderato
ingresso del ruffiano nella rosa delle società al lavoro nel
post-terremoto aquilano. Nell'affollato intreccio di
interessi pubblici, privati e familiari si intravedono
ambiguità - se misfatti penali, lo si accerterà - , ma senza
dubbio Bertolaso avrebbe dovuto trarne già da tempo
"elementi" sufficienti per una qualche diffidenza. Che,
invece, contro ogni evidenza, nega ancora oggi. Bisogna
chiedersi perché.
La ragione può essere questa: anche Bertolaso partecipa al
disinvolto coinvolgimento della sua famiglia nelle
"emergenze" affrontate dalla Protezione civile. Suo cognato
(Francesco Piermarini) "è stato impiegato nei cantieri della
Maddalena ed è in rapporti con Diego Anemone",
l'imprenditore in affari (ora è in carcere) con il figlio e
(attraverso la moglie) con la moglie di Angelo Balducci.
Cadono così due degli argomenti difensivi di Guido Bertolaso.
Inchieste giornalistiche gli hanno offerto "elementi" per
mettersi in sospetto, per ridimensionare la reputazione dei
tecnici che ha scelto, ma il capo della Protezione civile
non può denunciare - nemmeno oggi che quelle pratiche sono
diventate scandalo - il fondo "gelatinoso" del suo
dipartimento perché anche le sue pratiche sono collose
quanto le condotte di chi dovrebbe contestare. Le parole di
Bertolaso, che possono apparire soltanto un'imprudenza, sono
allora il frutto di un deliberato proposito di tacere perché
egli è vulnerabile come gli altri. I passi storti di quelli
sono equivalenti alle sue mosse molto dubbie.
Già potrebbe bastare, e
invece l'argomento più debole della difesa di Guido
Bertolaso lo si rintraccia in un'affermazione che non ha
ricevuto finora l'adeguata attenzione. Il capo della
Protezione civile dice: "Io non ho seguito direttamente e
personalmente la vicenda degli appalti".
Sono parole che decidono in modo definitivo l'accountability
di Guido Bertolaso. Egli trattiene nelle sue mani un potere
inconsueto. Si muove oltre le norme, in un "vuoto di
diritto". Lo "stato di necessità", che lo attiva, gli rende
possibile e concreta qualsiasi decisione, anche contro la
legge. È un potere eccezionale rinvigorito, come mai è
accaduto, anche da privilegio aggiuntivo. Come ha rilevato
il senatore Luigi Zanda in Senato, in Bertolaso "sono
concentrati i poteri politici del governo (è
sottosegretario) e quelli amministrativi di un ufficio
pubblico (è il capo del dipartimento)". Egli è dunque il
responsabile per eccellenza, l'indiscusso accountable, colui
che non solo dirige un progetto, un programma, una misura
d'intervento, ma decide anche politiche, priorità, urgenze.
Bertolaso è allora doppiamente "accountable", responsabile:
nei confronti del Parlamento come membro del governo, nei
confronti del governo come capo del dipartimento. In
qualsiasi momento dovrebbe essere pronto a dichiarare in che
modo viene eseguito l'incarico, come viene impiegato il
denaro, in quale misura sono stati raggiunti gli obiettivi e
quali aspettative sono state soddisfatte. Accountability è
l'esatto contrario di arbitrio. Presuppone trasparenza,
garanzie, assunzione di responsabilità e rendiconto sulle
attività svolte, soprattutto sempre l'impegno a dichiararsi.
Bertolaso, che non ha esitato a prendere su di sé doppi
poteri, con quelle parole ("Nulla so di appalti") rifiuta
curiosamente di assumersi le responsabilità che quei poteri
gli hanno attribuito. È troppo anche per l'Italietta di
oggi. Perché delle due, l'una: o Bertolaso si è occupato
degli appalti come il suo incarico gli comanda e oggi non la
racconta tutta. O non se n'è occupato, come dice, ed è
venuto meno ai suoi obblighi. È un contesto che non può
essere liquidato con qualche cronaca, le solite grida
rabbiose di Berlusconi contro la magistratura in attesa che
i giudici sciolgano tutti i nodi. Ci sono altri e buoni modi
per mettere a fuoco quel che è accaduto e accade nella
Protezione civile. Il più lineare - anzi necessario perché è
in discussione la privatizzazione della Protezione civile -
è che Bertolaso faccia in Parlamento il resoconto del suo
lavoro e che le Camere ne discutano con rigore, mentre il
governo fermi e corregga il suo decreto legislativo.
Sarebbe l'esito più coerente per quel che si scorge in
questa storia: una democrazia è viva ed equilibrata se ai
pesi (poteri) corrispondono contrappesi (controlli) in grado
di vigilare e, nel caso, segnalare il funzionario corrotto o
incapace. In quest'occasione, s'è vista l'efficienza di
alcuni controlli (una stampa intraprendente, una
magistratura lesta e non intimidita). Manca ora l'esame del
Parlamento che non dovrebbe farsi paralizzare dal
"vergognatevi" di chi crede all'unicità del suo potere e
alla "sacra" intoccabilità degli uomini scrutinati per
esercitarlo.
Repubblica. 13-2-2010
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La dottoressa Nooshin Ebadi prelevata dalla sua abitazione
da quattro agenti e portata in carcere
In manette il cognato del leader riformista Moussavi, tre
giornalisti e un'attivista dei diritti umani
La
Repubblica, 29-12-2009
TEHERAN
- L'intelligence iraniana ha arrestato la sorella del premio
Nobel per la pace, Shirin Ebadi. Lo ha annunciato su un sito
dell'opposizione la stessa avvocatessa pacifista
premiata nel 2003. La
donna, si legge, è stata convocata ieri sera dalla
magistratura e "non ha ancora fatto ritorno a casa". E poi,
nel corso della giornata, arriva il terribile proclama che
l'ayatollah Abbas Vaez-Tabasi - un religioso che rappresenta
l'ayatollah Khamenei, guida suprema dell'Iran - ha lanciato:
i leader dell'opposizione sono "nemici di dio" e dovrebbero
essere giustiziati in base alla Sharia, la legge islamica.
Lo ha riferito la televisione di Stato.
Intanto il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki,
replica alle accuse di Londra: se la Gran Bretagna non
cesserà di parlare della repressione delle proteste in Iran
"riceverà un pugno in bocca". I Pasdaran iraniani rincarano
la dose e accusano la stampa straniera di essere parte di un
complotto per provocare una "rivoluzione di velluto" contro
il regime. E il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad
definisce le manifestazioni dell'opposizione una "nauseante
mascherata promossa da americani e sionisti".
La denuncia. "Mia sorella, la dottoressa Nooshin
Ebadi, è stata arrestata nella sua abitazione il 28 dicembre
da tre agenti e da una donna dell'intelligence e portata in
carcere. Con lei hanno portato via il suo computer", scrive
Ebadi in un comunicato sul sito Rahesabz. "Non so
dove sia detenuta e perché sia stata arrestata. Di certo per
costringermi a mettere fine al mio lavoro. Non ha fatto
nulla di male, non è coinvolta nelle mie attività per i
diritti umani e non ha mai partecipato ad alcuna protesta",
ha aggiunto.
Gli altri arresti. Il sito riferisce anche dell'arresto di tre
giornalisti e di un'attivista per i diritti umani. Uno è
Mashallah Shamsolvaezin, giornalista riformista. Morteza
Kazemian, giornalista del quotidiano riformista Etemad
e di altri siti dell'opposizione, e l'attivista Mansoureh
Shojai sono stati arrestati intorno alla mezzanotte mentre
un altro giornalista, Mohammad Javad Saberi, è stato
arrestato nei pressi dell'università di Teheran. L'Iran
conferma anche l'arresto di Reza al Bacha, 27 anni,
giornalista di origine siriana che lavora per il gruppo
Dubai Media Corporation e risultava disperso dopo gli
scontri dei giorni scorsi. Ne dà notizia lo stesso gruppo
per cui al Bacha lavora. Ed è stato di nuovo arrestato
l'ingegnere Shahpour Kazemi, cognato del leader riformista
Mir-Hossein Moussavi, già arrestato dopo le presidenziali di
giugno e rilasciato il 26 novembre dietro cauzione. Ai
domiciliari l'ex presidente del Parlamento iraniano, Mehdi
Karroubi, come riferisce all'agenzia di stampa Agi il
giornalista iraniano Omid Habibinia citando la testimonianza
del figlio del leader dell'opposizione al sito riformista
Rahe Sabz.
"Messa in scena sionista". Ahmadinejad definisce le
proteste di domenica scorsa una "nauseante mascherata
promossa dall'estero". Secondo quanto riferito dall'agenzia
di stampa ufficiale iraniana Irna, il presidente sostiene
che "la nazione iraniana ha visto molte di queste
mascherate". Le manifestazioni sarebbero, a suo giudizio,
"uno spettacolo che fa vomitare, scritto da sionisti e
americani che ne sono gli unici spettatori. Ma quelli che
l'hanno pianificato e quelli che vi hanno partecipato si
sbagliano".
Larijani: "Massimo della pena per i manifestanti". Il
presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani,
chiede "il massimo della pena" per chi ha provocato i
disordini degli ultimi due giorni
a Teheran. Ma precisa che occorre fare una distinzione fra
quelli che chiama "controrivoluzionari", da processare - a
suo parere - con il massimo rigore, e l'opposizione
riformatrice. Larijani non chiede l'arresto dei responsabili
dell'opposizione - al contrario di quanto hanno fatto ieri
numerosi esponenti del regime - invitando "coloro che si
sono lamentati delle elezioni (che hanno portato alla
conferma di Ahmedinejad)
a non esprimersi con nuove dichiarazioni che rendano
l'atmosfera ancora più tesa".
Larijani replica a Obama. Larijani risponde anche
alle parole di condanna espresse ieri da Barack Obama: "Le
promesse di cambiamento fatte nei mesi recenti dal
presidente americano erano solo una mossa opportunistica per
colpire gli interessi dell'Iran e dei musulmani". Il
ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, ha
aggiunto che se la Gran Bretagna non cesserà di parlare
contro la repressione delle proteste in Iran, "riceverà un
pugno in bocca".
Le accuse internazionali. Ieri il ministro degli
Esteri britannico, David Miliband, aveva definito molto
"preoccupante" la "mancanza di autocontrollo" delle forze
dell'ordine iraniane negli incidenti avvenuti il giorno
dell'Ashura, che hanno provocato almeno otto morti e decine
di feriti. Altri Paesi europei hanno espresso la stessa
posizione. "Le dichiarazioni di certe autorità straniere -
risponde Mottaki, che dall'inizio delle proteste, a giugno,
continua a sostenere che sia tutto conseguenza di un
complotto di Londra - mostrano le cose vergognose che hanno
fatto. Finora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su
cosa hanno fatto e quando. Ma i popoli ne sono a conoscenza,
e la faccenda è chiara".
I Pasdaran. L'Iran, per bocca dei Pasdaran, ha
nuovamente accusato l'Occidente di sostenere l'opposizione
interna. Secondo le Guardie rivoluzionarie, i media
stranieri stanno conducendo una guerra psicologica per
rovesciare il sistema e danneggiare lo Stato islamico. "Chi
ha architettato i disordini pagherà presto il prezzo della
sua insolenza - si legge in un comunicato - l'opposizione è
sostenuta dal nemico straniero. I Pasdaran affermano inoltre
che "la sedizione" nel Paese "è arrivata alla sua fine" e
che coloro che l'hanno pianificata "ne devono pagare il
costo".
L'opposizione: "Chiedete perdono". Il maggiore
partito riformista, il Mosharekat, ha chiesto oggi ai
responsabili del regime di "chiedere perdono al popolo" e
"tornare alla Costituzione" per "uscire dalla crisi in
atto", si legge in un comunicato sul sito Norooz. Nel quale
il Mosharekat definisce gli incidenti di domenica "attacchi
di forze militari contro gente indifesa", e le retate delle
ultime 48 ore "vaste operazioni di arresti alla cieca".
Manifestazione per il governo. Domani alle 15 (le
12.30 in Italia) scenderanno in piazza a Teheran i
sostenitori del governo iraniano. Lo annuncia oggi l'agenzia
filogovernativa Fars. Una protesta contro il movimento
riformista.
(29 dicembre 2009)
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Campagna:
Caccia al
caccia! Diciamo NO agli F35!
http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&id_topic=37
Promossa
da: Rete Italiana per il Disarmo - Campagna Sbilanciamoci
Campagna di pressione lanciata da Sbilanciamoci! e da Rete
Italiana per il Disarmo affinché il Governo italiano rinunci
all'acquisto dei cacciabombardieri JSF-F35 e usi in maniera
migliore per la popolazione gli oltre 16 miliardi di spesa
previsti. In questa mobilitazione è confluita la raccolta di
firme della "Campagna di indignazione nazionale" promossa da
GrilloNEWS che ha raccolto da aprile a luglio oltre 8700
adesioni di cittadini.
Leggi qui il testo "Uniti
nell'impegno" di GrilloNEWS sull'unificazione
delle campagne
Appello alla mobilitazione
Entro la fine dell'anno il Governo italiano, dopo aver
chiesto ed ottenuto qualche mese fa un parere al Parlamento
in poco tempo e senza praticamente dibattito, dovrebbe
procedere alla continuazione della produzione di 131
cacciabombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il
nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 16 miliardi
di euro.
Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la
politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le
risorse che vengono destinante ad un programma
sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si
tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche
ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del
nostro paese.
In un momento di grave crisi economica in cui non si
riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali
per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti
pubblici alla scuola, all’università e alle politiche
sociali, destinare 16 miliardi di euro alla costruzione di
131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile
con la situazione sociale del paese.
Sbilanciamoci! e Rete Italiana per il Disarmo chiedono
quindi al Governo di non procedere alla prosecuzione del
programma, destinando in alternativa una parte delle risorse
già accantonate a programmi di riconversione civile
dell’industria bellica e agli interventi delle politiche
pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa
manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.
Con 16 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre
cose in alternativa. Ad esempio si possono
contemporaneamente costruire 3000 nuovi asili nido,
costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i
collaboratori a progetto la stessa indennità di
disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa
integrazione a tutte le piccole imprese.
Il Governo, in questo spinto anche dal Parlamento, faccia
una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione
del programma destinando le risorse così liberate alla
società, all’ambiente, al lavoro, alla solidarietà
internazionale.
Ecco il testo che invieremo per te al Governo
italiano
Considerato che:
Siamo in un momento di grave crisi economica e finanziaria
che colpisce le famiglie e i lavoratori cosa che richiede
massicci interventi contro la povertà e la disoccupazione.
È necessario trovare risorse economiche in tempi rapidi per
la ricostruzione dell’Abruzzo.
Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come
l'indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari.
L'art.11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di
risoluzione delle controversie di crisi.
Accogliendo le proposte della Rete italiana per il
disarmo e della campagna Sbilanciamoci!, chiedo al governo
italiano di bloccare la costruzione dei cacciabombardieri
F-35 e di utilizzare le risorse stanziate – pari a circa
15 miliardi di euro – per finanziare ad esempio:
La ricostruzione in Abruzzo.
La produzione di 8 milioni di pannelli solari per l'energia
pulita.
La messa in sicurezza metà delle scuole italiane.
Un assegno di disoccupazione per tutti i precari che perdono
il posto di lavoro.
Documenti di approfondimento
Aderisci:
Adesioni dal 19 maggio 2009:
13261 persone ,
102 organizzazioni
_____________________________________________________________________________________________________________
Fondazione Gheddafi: gravi violazioni dei diritti in Libia
Pubblicato il primo rapporto sul paese
Torture,
detenzioni arbitrarie e vessazioni. Saif Al Islam, figlio
del leader libico, fondatore della Fondazione Gheddafi,
gioca d'anticipo e pubblica un rapporto sulle violazioni dei
diritti umani in Libia, due giorni prima che Human Rights
Watch diffonda il suo primo studio sul paese.
Suscitando un'unanime sorpresa, la Fondazione Gheddafi ha
presentato ieri un rapporto sulla situazione dei diritti
umani in Libia, con prove relative a diversi casi di tortura
emersi nel paese. La pubblicazione è arrivata battendo sul
tempo, con appena due giorni di anticipo, l'uscita di un
altro rapporto, quello dell'organizzazione per i diritti
umani statunitense, Human Rights Watch, per la prima volta
ammessa nel paese.
Presieduta da Saif al-Islam, figlio del leader libico
Muammar Gheddafi, la Fondazione, che è molto attiva nella
promozione dei diritti umani in Libia, ha denunciato per il
2009 un aumento di violazioni ed abusi, citando casi di
torture, maltrattamenti e detenzioni ingiustificate.
Attraverso la relazione, che è stato distribuita alla
stampa, l'organizzazione ha lanciato un appello per la
revoca delle immunità speciali di cui godono i funzionari di
alcuni organi dello Stato.
La Fondazione ha chiesto inoltre l'apertura di un'indagine
trasparente, sul massacro compiuto nel 1996 nel carcere di
Abu Slim a Tripoli, nel quale almeno 1.200 prigionieri hanno
perso la vita. Un fatto già denunciato da altre
organizzazioni come la stessa Human Rights Watch.
La Fondazione Gheddafi ha infine chiesto la liberazione di
tutti i prigionieri la cui innocenza è stata provata e
coloro che hanno scontato la pena, accusando
l'amministrazione e il governo di non rispettare le
decisioni dei tribunali. Non sono mancate, poi le critiche
nei confronti del controllo di stato su stampa, sindacati e
ordini professionali.
Non sono chiare le conseguenze che questo rapporto porterà
all'interno degli equilibri interni al paese. I contrasti
tra Saif Al Islam, erede più probabile di Gheddafi, e suo
padre sono infatti sempre più accesi negli ultimi anni. Il
figlio del leader libico sarebbe arrivato al punto di
chiedere asilo alla Svizzera, secondo indiscrezioni
trapelate dalla stampa elvetica lo scorso febbraio. Tuttavia
Saif, principale artefice del disgelo delle relazioni
diplomatiche tra Libia e Occidente, continua a rimanere
l'unica figura politica di spicco all'interno della famiglia
Gheddafi.
dal sito di Nigrizia - 11/12/2009
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Appello della
Rete della Diaspora Africana Nera in
Italia
10.12.09 Da grillonews
-
Dall'uccisione del giovane sudafricano Jerry Essan Masloo (Villa Literno, 25 agosto 1989) che
allora sollevò un'onda d'indignazione e proteste in questo
paese, a quella recente del senegalese Ibrahim M'Bodi,
ucciso a Biella dal datore di lavoro, con nove coltellate,
perché reclamava lo stipendio che da tre mesi non gli era
stato versato. A quelli che parlano ancora di «episodi
isolati» diciamo che sono fatti che dimostrano, ce ne fosse
bisogno, che c'è un fenomeno di intolleranza crescente che
sta dilagando in questo paese e la comunità Nera africana ne
sta pagando altamente le spese.
Dall'uccisione del giovane sudafricano
Jerry Essan Masloo
(Villa Literno, 25 agosto 1989) che allora sollevò un'onda
d'indignazione e proteste in questo paese, a quella recente
del senegalese
Ibrahim M'Bodi,
ucciso a Biella dal datore di lavoro, con nove coltellate,
perché reclamava lo stipendio che da tre mesi non gli era
stato versato, abbiamo assistito nell'arco di un solo anno
al massacro del piccolo
Abdul
a
Milano
per un pacco di biscotti, al pestaggio del giovane
Emmanuel
dai vigili di
Parma.
Abbiamo visto il giornalista-scrittore
Pap Khouma
malmenato da agenti del trasporto milanesi,
sei ghanesi morti-ammazzati a Castelvolturno,
uno
studente etiope
picchiato a
Napoli,
l'attore
Mohamed Ba
accoltellato in pieno giorno nella «Milano col cuore in
mano», senza ragione, di fronte all'indifferenza generale.
Anche un
somalo a Torino
aggredito sul pullman, ne è uscito con una mascella rotta.
Un
fisioterapista congolese,
aggredito davanti alla figlioletta da una ventina di
ragazzi, e tante, tante altre violenze e soprusi quotidiani.
A quelli che parlano ancora di «episodi isolati» diciamo che
sono fatti che dimostrano, ce ne fosse bisogno, che c'è un
fenomeno di intolleranza crescente che sta dilagando in
questo paese e la comunità Nera africana ne sta pagando
altamente le spese. Da qualche tempo, registriamo presso i
nostri concittadini dell'Africa Nera, segnali di
insofferenza e preoccupazione.
Ci sono sempre più immigrati neri che denunciano l'esistenza
di un clima di sospetto, di ostilità, di violenza verbale
nei loro confronti. Oggi in Italia, vi sono
chiari indici di un aumento del razzismo
contro i Neri. Il peggioramento della situazione ci invita
ad agire per dire basta contro l'odio e il razzismo.
Di fronte all'uccisione di Ibrahim M'Bodi, gli intellettuali
dell'Africa Nera in Italia chiedono a TUTTI un risveglio da
questo letargo di disumana indifferenza. Dobbiamo combattere
TUTTI contro questo vento gelido che si aggira per l'Italia
nell'assordante silenzio della gente onesta.
La battaglia deve essere culturale, ma anche politica e
mediatica.
Chiediamo perciò alla classe politica di questo paese che ci
ha accolto, più impegno e
determinazione nella lotta contro il razzismo, l'odio e
l'intolleranza.
Servono campagne di prevenzione per impedire un
deterioramento della situazione. Ma contrariamente ai metodi
usati in passato, vogliamo essere protagonisti di queste
campagne di sensibilizzazione. Vogliamo parlare agli
italiani ed affrontare insieme a loro le sfide della
convivenza e del dialogo interculturale. Chiediamo alla
classe politica di fronte all'uccisione di Ibrahim M'Bodi di
cambiare radicalmente il modo con il quale la questione del
razzismo viene affrontata in questo paese. Perché non siamo
cittadini di seconda classe; perché crediamo in una società
dei Diritti ma anche dei Doveri; perché crediamo in una
società dove la sicurezza viene garantita a tutti i
cittadini; perché molti di noi sono anche orgogliosamente
cittadini italiani; per evitare che accada un altro episodio
triste, chiediamo alla classe politica di impegnarsi con
maggiore concretezza per il nostro riconoscimento sociale
creando le condizioni per farci dialogare in armonia con il
popolo italiano.
REDANI* Rete della Diaspora Africana Nera in Italia
Via Stalingrado 25/A – 40128 Bologna
Tel e Fax +39 0515878554
kossikom@gmail.com
(*) La REDANI (Rete
della Diaspora Africana Nera in Italia)
è un movimento politico, non partitico di intellettuali
africani in Italia che si prefigge lo scopo di promuovere la
difesa, partecipazione ed integrazione sociale, culturale,
economico e politico della Diaspora dell’Africa nera in
Italia e nel mondo; difendere l'immagine dell'Africa,
promuovere e realizzare progetti di co-sviluppo e di
sostegno alla migrazione circolare nei paesi dell’Africa
sub-sahariana
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Trento
- «L'acqua pubblica, i territori e l'autogoverno»,
con Raquel Gutierrez, John Holloway e Alex Zanotelli
Giovedì 10 dicembre alle ore 20.30 a Trento, in via
San Bernardino 8, presso il Teatro S. Marco: «L'acqua
pubblica, i territori e l'autogoverno». L'esperienza della
Guerra dell'Acqua di Cochabamba assieme ai suoi
protagonisti. Dall'America latina all'Europa, i protagonisti
delle battaglie internazionali in difesa dell'acqua per una
serie di incontri e conferenze.
Testimonianze e confronti sul valore rivoluzionario del bene
comune acqua, che attorno a sé riassume le contraddizioni
della nostra epoca, ispirando la creazione di nuovi
orizzonti possibili. Un evento tanto più significativo,
nell'Italia che privatizza l'acqua. In varie città d'Italia,
dal 10 al 21 dicembre, promosso dall'associazione Yaku.
A Trento si confronteranno: Oscar Olivera, Raquel Gutierrez,
John Holloway insieme a Padre Alex Zanotelli, per un
incontro pubblico, al quale parteciperà anche Michele
Nardelli, del Forum Trentino per la Pace. In questa
occasione sarà presentato il libro libro
«La
Rivoluzione dell’Acqua – La Bolivia che ha cambiato il
mondo»
[ed. Carta – a cura di Yaku], insieme agli autori, Oscar
Olivera e Raquel Gutierrez.
Il libro «la Rivoluzione dell'acqua» raccoglie le voci dei
protagonisti della Guerra dell’Acqua di Cochabamba del 2000
a cui si ispirano e si mescolano quelle dei movimenti che in
altri Paesi come nel nostro, combattono per i diritti dei
popoli, per la difesa dell’acqua, dei beni comuni. Ed è
integrato da apporti di
Yaku,
di
Marco
Bersani
del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, da
Raul
Zibechi
ed altri. Info: redazione@yaku.eu, www.yaku.eu
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Misteri
d'Italia, Brenda muore all'alba
Paola Bonatelli
21 novembre 2009 -
Nella storia della giornata mondiale contro la transfobia, che si
celebra oggi, 20 novembre, in tutto il mondo in memoria
delle vittime transessuali assassinate, l'Italia verrà
ricordata quest'anno per la morte di Brenda, 32 anni,
trovata morta all'alba nel suo appartamento di Roma. La sua
memoria sarà anche più pesante perché Brenda era una delle
persone transessuali coinvolte nel cosiddetto scandalo
Marrazzo. La giovane brasiliana, morta asfissiata in seguito
ad un incendio sviluppatosi nella sua abitazione (pare
proveniente da una borsa), giaceva seminuda sul soppalco
della sua casa di via Due Ponti. Accanto a lei, una
bottiglia di scotch, e intorno l'inquietante presenza non
solo di alcune valigie già pronte ma del suo computer
portatile immerso nell'acqua. Nonostante le recenti
dichiarazioni di Brenda, che, dopo l'episodio di violenza in
cui era stata coinvolta l'8 novembre scorso, durante il
quale le era stato portato via il cellulare e da cui era
uscita spaventata e pesta anche per le ferite che si era
autoprocurata in ospedale, aveva detto di non poterne più e
di vivere nel terrore di morire, nessuno crede all'ipotesi
del suicidio. Anche perché è il secondo morto del caso
Marrazzo, dopo Gianguarino Cafasso, di professione
protettore/pusher. Cafasso sarebbe morto di overdose di
cocaina ma la faccenda non ha convinto la procura di Roma,
che ha ordinato ripetuti esami tossicologici sul corpo.
Secondo i carabinieri, sarebbe stato lui il filmaker di via
Gradoli.
La prima a non credere al suicidio di Brenda è appunto la
procura capitolina, che ha disposto gli esami autoptici e
tossicologici della vittima e il sequestro del suo computer.
Non ci credono le sue amiche, che sostengono che Brenda
l'hanno ammazzata, non ci crede Vladimir Luxuria, che ha
detto "Brenda poteva essere vista come una persona scomoda,
troppe cose mi lasciano perplessa sulla casualità di questa
fine" e nemmeno il legale dell'ex presidente della Regione,
Luca Petrucci, che, ricordando il famoso caso della Uno
bianca, in cui i testimoni venivano messi a tacere, chiede
protezione per Natalie, l'altra transessuale coinvolta nella
vicenda Marrazzo. Ma le parole più dure sono di Mario
Adinolfi del Pd, vicedirettore di RedTv, che su
Facebook commenta: "Un video scabroso, girato in una
palazzina legata ai servizi segreti, un gruppo di
carabinieri che ricatta, un governatore che crolla, un
pusher che muore misteriosamente, un trans prima minacciato,
rapinato, picchiato e poi trovato carbonizzato. Ma non è un
thriller, è l'Italia. È Roma, che sembra tornata ad essere
quella dei tempi della Banda della Magliana. Anzi, peggiore.
Più subdola e per questo più pericolosa. La Brendona è il
Mino Pecorelli del tempo tragico e farsesco che stiamo
vivendo, di una classe dirigente di una pochezza spaventosa,
nome in codice Chiappe d'Oro". Ciao Brenda.
Comunicato
di Take Back The Night
Stanotte a Roma una delle transessuali legate al caso Marrazzo è
stata trovata morta, il cadavere bruciato.
Brenda era una delle tante sex workers che giorno e notte
lavorano nell'illegalità, sfruttate ed umiliate, da un
sistema omofobo, transfobico e repressivo.
Ogni giorno donne, lesbiche, omosessuali, transessuali,
migranti vivono un'esistenza di marginalità e precarietà,
nelle strade invase da ronde e picchiatori, diventano
visibili solo quando salgono alla ribalta dei fatti di
cronaca nera, picchiate, violentate, uccise.
Oggi 20 novembre, nella giornata mondiale in ricordo delle
vittime di transfobia, un'ennesimo nome va aggiunto a questa
lista: chiediamo che sia fatta luce su questa morte legata a
doppio filo alla politica del potere, dei favori, delle
mazzette.
Domani saremo in piazza: donne, lesbiche, migranti,
transessuali in un corteo notturno per le strade di Roma,
per riprenderci la notte, le strade della nostra città, per
affermare l'autodeterminazione dei nostri corpi.
Verità e Giustizia per Brenda.
Appuntamento il 21 novembre a Piazza Vittorio, ore 18.30
Il Manifesto
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Violenza contro le donne: anche gli uomini in piazza
Marina Zenobio
21 novembre 2009 -
In attesa della manifestazione nazionale che si terrà a Roma il
28 novembre, per la ricorrenza della Giornata mondiale contro la violenza
maschile sulle donne (che sul calendario dell'Onu
cade il 25 novembre) già da sabato 21, nella capitale e a
Brescia, i primi eventi. Nella provincia lombarda l'Udi ha
organizzato una «Staffetta di donne contro la violenza sulle
donne» con appuntamento alle ore 15 in Piazza della Loggia
per raccontare con parole, suoni e immagini un anno di lotta
e di staffetta che ha avuto numerose tappe in giro per
l'Italia (info
www.udinazionale.altervista.org). A Roma la
street parade (partenza ore 18,30 da Piazza Vittorio con
arrivo a Piazzale del Verano) organizzata da donne di vari
movimenti di lotta cittadini con la consegna «Take back the
night- Riprendiamoci la notte» perché «nell'immaginario
comune - si legge nell'appello di convocazione - la notte è
sempre stata associata all'insicurezza, alla violenza, alla
paura e col tempo noi stesse abbiamo imparato a introiettare
l'idea del pericolo del mondo esterno» hanno quindi deciso
che è arrivato il momento di riprendersi la notte perché
«dopo anni di politiche sempre più restrittive per la
libertà di tutti ma soprattutto di tutte, abbiamo pensato di
dover ribadire cosa vuol dire sicurezza per noi». (info
sulla rete
http://takebackthenight.noblogs.org).
Ma l'evento straordinario è rappresentato dall'altra
manifestazione romana che, per la prima volta vede in piazza
gli uomini. L'associazione nazionale
MaschilePlurale nata nel maggio del 2007, ha
infatti organizzato un sit-in (piazza Farnese dalle 15,30
alle 19) aperta anche alle donne - hanno aderito in molte,
singole e organizzate e gruppi e Lgbt – ma rivolta
soprattutto agli uomini, perché riflettano sulle loro
responsabilità di genere, perché – come scrivono «da uomo a
uomo» sull'appello di convocazione «Non ci basta dire che
siamo contro la violenza maschile sulle donne. Desideriamo e
crediamo in un'altra civiltà delle relazioni tra persone,
una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal
dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla
conferma della propria virilità e del proprio potere». In
una lettera pubblicata sul sito www.maschileplurale.it e
inviata a numerosi gruppi di donne in giro per l'Italia,
l'associazione ha voluto anche esplicitare le ragioni della
scelta di una loro manifestazione autonoma, specificando che
con le manifestazioni nazionali di Brescia il 21 e di Roma
il 28, con le donne, i gruppi e le associazioni femministe
che li hanno organizzati o aderito, gli uomini di
MaschilePlurale sono e vogliono continuare ad essere in un
rapporto fecondo di scambio e collaborazione. «Facciamo
vivere insieme tutte e tutti - scrivono sulla lettera - una
grande giornata di mobilitazione, riflessione, impegno,
desiderio e libertà contro la violenza sessuata che colpisce
ogni giorno donne, gay, lesbiche, trans, immigrati e che
opprime ogni diversità e singolarità e che rende le vite di
molti uomini inutilmente e pericolosamente misere,
oppressive e violente».
Sabato 28 a Roma (appuntamento ore 14 a Piazza della
Repubblica), si terrà la manifestazione nazionale convocata
attraverso un appello dal sito www.torniamoinpiazza.it ed al
quale hanno risposto associazioni, collettivi, centri
antiviolenza e singole donne (tra cui la Casa internazionale
delle donne e l'associazione nazionale dei centri
antiviolenza «D.i.Re Donne in rete contro la violenza») per
ribadire l'impegno nel combattere la violenza maschile sulle
donne, per la libertà di scelta sessuale e di identità di
genere. La manifestazione nazionale, si legge sulla
convocazione, sarà «indipendente dai partiti, per la civiltà
della relazione tra i sessi, per una informazione libera e
non sessista, contro lo sfruttamento del corpo delle donne a
fini politici ed economici, contro ogni forma di
discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla
convivenza civile tra i sessi e le culture diverse, per una
responsabilità condivisa tra uomini e donne». Parole
d'ordine non del tutto e da tutte condivise, in particolare
dalle realtà di donne, lesbiche e trans riunite il 31
ottobre scorso a Bologna, in un'assemblea che ha stabilito
«di non poter aderire tout-court al testo perché privo di
alcune parole per noi imprescindibili e perché non scaturito
da una pratica politica condivisa». Ritenendo però che la
denuncia della violenza maschile contro donne, lesbiche e
trans è tema centrale e continuativo del lavoro politico di
molte, ed interesse certo di tutte, non faranno comunque
mancare la loro presenza al corteo che arriverà fino a
Piazza San Giovanni.
Il Manifesto
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I bambini? Padroni della rete
A sei anni
sono già abilissimi
I piccoli delle ultime generazioni utilizzano con efficacia le
nuove tecnologie. Lo rivela una ricerca di Eurispes, con
numeri sorprendenti
di TIZIANO TONIUTTI
ROMA - Li chiamano nativi digitali e sono tra noi ormai da qualche
tempo. Dopo l'ultima generazione analogica, quella nata tra
la metà è la fine degli anni 70, tutti i nuovi nati vanno
considerati a buon titolo digitali. Ovvero arrivati quando
l'umanità ha cambiato passo, virando verso l'era
informatica. Bimbi che nascono già avvezzi alla tecnologia,
come se questa fosse un'estensione delle capacità umane, in
maniera significativamente più naturale anche della
generazione precedente.
I dati dell'Eurispes in questo senso sono sorprendenti.
Secondo una ricerca dell'ente, le nuovissime generazioni
sono abilissime con le tecnologie già nell'età scolare.
Insomma, nella fascia d'età pre-adolescenziale la ricerca
rivela che i nativi digitali sfoggiano ottime capacità di
interazione con computer, web e applicazioni. Ci si chiede
piuttosto se queste abilità non siano premature al punto da
presentare dei rischi per i bimbi, o se tutto rientri
nell'inevitabile e preciso ritmo dell'evoluzione.
Ecco i dati. Ai bambini che utilizzano il computer i
ricercatori Eurispes hanno chiesto quali, fra le sue
applicazioni, sono in grado di utilizzare. La quasi
totalità, l'87,3%, sa giocare con il Pc. Risulta elevata
anche la percentuale di piccoli in grado di scrivere un
testo con il computer (75,4%) o di stampare (62,7%). E fino
a qui, dati tutto sommato attesi.
La questione si fa interessante quando entra in scena il
web. La maggioranza dei bambini intervistati si dice capace
di cercare informazioni in Rete (59,8%). Più limitato il
numero di piccoli capaci di inviare una e-mail (37,9%) e di
trasferire le foto dalla macchina digitale al Pc (35,7%). Ma
si tratta di attività complesse, che pure hanno cifre di
tutto rispetto.
Questo vale per i maschietti e già in tenera età. le
bambine, da parte loro, sono superiori: dimostrano di
possedere competenze lievemente maggiori rispetto ai maschi.
Il divario più significativo riguarda la comunicazione on
line e la scrittura: il 40,3% è capace di inviare e-mail,
contro il 35,4% dei maschi; il 77,3% sa scrivere un testo
sul computer (contro il 73,5%).
L'avvicinamento al web avviene prestissimo, presumibilmente
assistito dai genitori. Metà del campione dei bambini ha
iniziato ad usare internet tra i 6 e gli 8 anni (50,7%),
mentre il 47,7% tra i 9 e gli 11 anni. L'utilizzo della Rete
piu' diffuso fra i bambini riguarda la ricerca di
informazioni (69,3%) e l'attività ricreativa (68,3%).
E poi c'è un dato che regala materiale per ampie riflessioni
a chi produce o vende contenuti multimediali. La maggioranza
dei bambini intervistati scarica musica/film/giochi/video
dal Web (55,9%) e guarda filmati su YouTube (54,7%).
Internet è già di fatto un concorrente, o un'alternativa,
alle fonti di informazione e ai giocattoli tradizionali. E
soprattutto alla televisione, per sua natura scarsamente
interattiva.
Quasi la metà del campione (49%) cerca in rete materiale per
lo studio e l'attività scolastica, e per estensione un
significativo 42,1% comunica tramite chat. In minoranza
invece i bambini che partecipano a giochi di ruolo (28,7%),
comunicano tramite la posta elettronica (27,8%), leggono un
blog (22,4%), leggono e scrivono su forum (20,8%). E
soprattutto sono pochi quelli che fanno acquisti online:
appena il 15,9% del campione. Repubblica, 18 novembre
2009-11-18
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Il
dottor House è una donna
e ora ha scritto un libro
Si chiama Lisa Sanders, tiene una rubrica sul New York
Times Magazine ed è una consulente della serie televisiva.
"Ogni paziente racconta la sua storia" è il diario di una
categoria non invincibile: quella dei medici. Vecchia
maniera
GABRIELE ROMAGNOLI
18 novembre 2009 -
Prendete la signora Tamara Reardon: 44 anni, madre di 4 figli,
sanissima fino al giorno in cui si svegliò con una febbre
improvvisa e un forte dolore in gola. Si alzò e tutto il
corpo le doleva, non si reggeva in piedi. Tornata a letto,
alternava ondate di calore e di gelo. Poi cominciò a farle
male la mandibola: impossibile mangiare. Il dottore che la
visitò diagnosticò: tonsillite. Le prescrisse un
antibiotico. La febbre passò. In compenso affiorò un bozzo
nel collo. Tornò dal medico. La gola era perfettamente
normale, salvo che per una serie di puntini bianchi.
Linfonodi infiammati? Altre medicine, steroidi, e tutto andò
a posto. Senonché, presa l'ultima dose, riecco la febbre,
riecco il bozzo, riecco la paralisi della mandibola. Corse
dall'otorinolaringoiatra. Lo specialista sospettò un
ascesso, ma quando fece scendere la telecamerina in gola non
ne trovò, in compenso notò un grumo nella giugulare. Non
seppe che conclusioni trarre. Poi la sera incontrò un
vecchio amico, specialista in malattie infettive, e gli
raccontò il mistero. Quello ripetè i sintomi: tonsillite,
febbre, bozzo al collo, mandibola bloccata, grumo alla
giugulare. Disse: "Ha la sindrome di Lemierre". Individuata
dal medico francese con quel nome nel '36, era mortale prima
della scoperta della penicillina. Dopo il 1970 non se ne era
più avuta notizia. Poi era riapparsa qua e là, e se trattata
con antibiotici non abbastanza forti, poteva ancora
uccidere. Lo specialista visitò Tamara e la fece ricoverare:
l'infezione era arrivata ai polmoni e le restava ancora poco
per combatterla e sperare di sopravvivere. Lo fece per due
mesi, alla fine con successo.
Sembra la trama di un episodio del dottor House e quasi lo
è. Il caso è uno dei tanti raccontati dalla dottoressa Lisa
Sanders nel suo libro "Ogni paziente racconta la sua storia"
(Einaudi, pp 280, 16,5 euro). Sanders, che da anni tiene una
rubrica di "gialli diagnostici" sul New York Times
Magazine è in effetti stata chiamata come consulente
della serie televisiva. Ma il suo testo va oltre il dottor
House, perché non ha un protagonista quasi invincibile. Ci
racconta, invece, di un categoria che si batte e spesso
perde: quella dei medici. Il problema è che quando perdono
loro, per i pazienti è una disfatta senza rivincita. Se
l'investigatore non risolve il caso il colpevole resta
impunito, ma la vittima non risorgerebbe comunque, se non lo
risolve il medico la vittima muore. E l'esito è spesso
evitabile. Bastava sapere chi era Lemierre e quale sindrome
aveva scoperto. Ma bastava, a volte, anche molto meno.
Sanders sostiene una curiosa, devastante teoria: i medici
hanno smesso di usare i sensi. Non ascoltano, non guardano,
non toccano. "Ogni paziente racconta la sua storia"
significa che bisognerebbe ascoltarlo quando parla, quando
descrive i sintomi, narra la propria vita, rivela chi è, da
dove viene e, probabilmente, che cos'è e da dove viene il
male che lo affligge. Il medico invece ha smesso di fare
domande, prescrive analisi e aspetta di leggere illuminanti
esiti. Nel pudico mondo che si è creato ha smesso anche di
toccare il paziente, le visite con palpazioni sono ormai
scomparse, eppure restano capaci di decisive rivelazioni.
Non sembrerà paradossale che l'autrice incontri a questo
punto un medico quasi infallibile: è cieco, ma si affida al
tatto. Guardare il malato tuttavia resta importante, invece
di tenere gli occhi al monitor che lo scruta per conto del
dottore. Fidarsi di sé, anche e perfino dei propri logici
pregiudizi. Non solo è vero che il cancro al seno colpisce
le donne e non è sessista considerarlo, ma è anche provato
che le malattie della prostata colpiscono prevalentemente i
neri e quasi mai gli orientali, non sia razzista ammetterlo.
La medicina è andata avanti ma, suggerisce Sanders, il
medico deve portarsi dietro il bagaglio del passato. O tanto
vale curarsi con l'impersonale visita di Google.
Quello sul motore di ricerca Internet è il capitolo più
spassoso e terribile del libro. E' vero che tutti noi appena
abbiamo un sintomo ormai lo googliamo per sapere che cosa
nasconde, ma è anche vero che ti capita il medico fa lo
stesso in tua presenza (posso portarne testimonianza).
Sanders racconta di una giovane donna, Maria Rogers, affetta
da inspiegabili nausee. Alla seconda occasione in cui,
entrata nella sua stanza per visitarla, la dottoressa che la
curava la trovò intenta a farsi la doccia, le chiese
spiegazioni e quella rispose che le docce la facevano stare
meglio. Il medico googlò "nausee che passano con le docce",
come potrebbe fare chiunque abbia un computer. Tutti i
documenti che ricevette in risposta contenevano il
riferimento a: iperemesi da abuso di cannabis. Tornò da
Maria e le chiese se fumasse spesso marijuana. Risposta: sì,
ma che c'entra? La paziente non volle mai credere alla
correlazione tra il fumo e le sue nausee, ma questo restava
un suo problema, il mistero era risolto con un clic. Eppure,
meglio non fidarsi troppo. Un test ha provato che Google
(non creato per diventare un medico portatile) azzecca il
58% dei casi. E i medici veri, direte voi? Fanno di meglio?
Non ci sono, fortunatamente per loro, statistiche al
riguardo. Esistessero, pare le migliorerebbero ascoltando,
guardando, toccando e telefonando a un amico. Per la
cronaca, il medico (svedese) che affrontò il mio malanno
andando su Google trovò tre possibilità. Prescrisse le cure
per la prima e nulla accadde. Con la seconda fece centro.
Quando gli chiesi dove portasse la terza via rispose: "Non
lo vuoi sapere". Infatti: a tutti noi pazienti basta che
azzecchino, come possono, la domanda di riserva.
Repubblica
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"Le
veline? Vanno rispettate. Ma il video è pieno di maschi che
utilizzano prostitute"
Intervista a Luisa Muraro di
Cinzia Zuccon Morgani
Un circo. Siamo il paese delle veline e delle escort. Poco
importa se negli anni le donne si sono distinte per capacità
e fanno i conti con mondi che le pagano meno dei pari grado
uomini e sono ancora troppo poche nei posti che contano.
Nell'immaginario planetario siamo la nazione in cui la
strada del lavoro e del successo passa attraverso il
rapporto con uomini potenti e regole imposte da un sistema,
quello televisivo, che detta canoni di bellezza e stabilisce
il prezzo della realizzazione. Ma quanto le donne sono
vittime e quanto complici? E soprattutto: che ne è delle
loro conquiste, delle loro fatiche lontane anni luce da
queste logiche? Luisa Muraro,filosofa originaria di
Montecchio Maggiore, tra le fondatrici della "Libreria delle
donne" a Milano dove risiede da molti anni, ci offre la sua
lettura. Un punto di vista, a tratti sorprendente, non solo
di profonda conoscitrice del femminismo fin dalle sue
origini, ma di donna che, col tempo, ha accumulato quella
saggezza che è un tutt'uno con i segni sul suo viso. Rughe
che non si sognerebbe mai di togliere.
Dottoressa Muraro, donne che hanno sfruttato il loro
corpo e la loro bellezza ci sono sempre state. E' il mezzo,
la Tv, che fa la differenza?
Lo scandalo infatti non sono le "veline" o il corpo della
donna, ma come viene usato, come viene montato in Tv lo
spettacolo che sfrutta l'ossessione sessuale di uomini
miseri. La strada è stata tracciata così e le ragazze che
vogliono lavorare in questo mondo, se non ne fanno
l'anticamera della prostituzione, vanno rispettate.
E' molto lontana dal "criminalizzarle"
Ma neanche per idea. Le veline non sono diverse dalle
dattilografe che trascrivevano tutto per ore senza che fosse
loro chiesto di usare il cervello. In Tv molte ragazze
potrebbero fare molto di più e di meglio, ma si adeguano
all'offerta. È la TV che è miserabile e che mostra una
realtà ben diversa da quanto accade nella nostra società.
Se il prezzo è la dignità, questo uso del corpo, perché
non fare un altro lavoro?
Perché la dignità del corpo non si salva con criteri piccolo
borghesi. Ricordiamoci che sono ragazze giovani, ce ne
saranno certo di smaliziate, ma la limpidezza di tantissime
di loro si vede, hanno il diritto di coltivare un sogno.
Ma ci sona anche donne adulte che si servono di questo
sistema di potere per quanto imposto negli anni dai media. E
donne che hanno scelto di essere escort, come la D'Addario e
le altre. Che ne pensa?
La televisione è piena di uomini che si servono delle
prostitute e, tra loro e gli uomini, la nostra legge e il
mio senso morale dicono che sono più responsabili i secondi.
Quanto alla D'Addario sapeva di prestarsi ad un gioco di
potere e se ne è servita. Ma se Berlusconi pensa di essere
furbo, lei ha dimostrato che non è da meno e che lo può
mettere nei guai. Ha dato una bella lezione a tutti i
presuntuosi.
Lei ha quasi 70 anni, donne come lei che hanno combattuto
per avere più diritti ed emancipazione si chiedono: come mai
siamo arrivati a questo punto?
Dimentichiamo che oggi le donne sono la parte più preparata
e meglio istruita della società, hanno avuto accesso a
tantissime professioni prima precluse, avanza un'ottima
imprenditoria femminile e ci sono donne eccellenti nelle
istituzioni che guidano altre donne: abbiamo fatto enormi
balzi in avanti rispetto al passato. È la realtà mediatica
che offre uno specchio grottesco e ridicolo, anche
all'estero.
Lorella Zanardo nel suo documentario "II corpo delle
donne" si chiede però: perché le donne accettano tutto
questo e non si ribellano?
Ho discusso con lei su questo punto. Se le ragazze che si
mostrano in TV sono libere e consenzienti e ricevono il
giusto salario non mi sento di impedirglielo. Questo sistema
lo si contrasta documentando ciò che accade e spegnendo la
Tv. Sono gli uomini, anche nel sistema massmediale, che alla
fine hanno il potere decisionale. Per questo le rispondo con
le parole di un uomo che ha scritto una lettera ad un
giornale dicendo: "siamo noi uomini che dobbiamo ribellarci
e protestare, noi ci dovremmo vergognare di quest'uso del
corpo femminile, come siamo noi che nutriamo il mercato
della prostituzione e che siamo responsabili dello
sfruttamento e dell' umiliazione di migliaia di donne che
arrivano nel nostro paese".
Chissà quanti uomini sono altrettanto consapevoli che, in
realtà, questo modo di utilizzare le donne svilisce loro
stessi. Non può essere che sia proprio la paura delle
capacità dimostrate e conquistate dalle donne, del "potere
del femminile" a indurre gli uomini a imporre un modello che
le umilia?
Sono d'accordo con lei. E le donne non devono farsi
intimidire dai modelli che vengono proposti e poi devono
rivolgersi a quegli uomini che hanno sentimenti civili, che
hanno voglia di mettere fine a questa storia. È così che se
ne esce.
La prossima rivoluzione femminile sarà combattuta insieme
da uomini e donne?
Questa potrebbe proprio essere la sua caratteristica.
Il fatto è che il modello che impone bellezza, giovinezza
e ritocchi dal chirurgo fa proseliti e non solo nel mondo
dello spettacolo.
Questa cosa del corpo che rifiata i segni della vecchiaia e
ne indossa altri di peggiori involgarendosi è mostruoso:
diventa una parodia della giovinezza messa sopra il viso di
chi non sa, non vuole o non può invecchiare. Perché ci sono
dei lavori in cui la vecchiaia non te la lasciano mostrare..
È comunque una perdita di civiltà.
Rispetto alla rappresentazione che si offre del mondo
femminile le donne sembrano immobili. Invece?
Sembra che le donne siano ferme, ma non è affatto così.
L'intelligenza, il coraggio e l'inventiva della società
femminile in Italia sono grandi: in tempi così duri
continuano a ingegnarsi per mettere insieme casa e lavoro
retribuito senza rinunciare a grandi ambizioni. Non posso
che essere ottimista. Ne ho incontrato altre che, come me,
riconoscono la straordinaria ricchezza di essere nate donne,
chiamate a fare qualcosa di grande. Il segreto è nella presa
di coscienza femminile.
Eppure secondo 'Time" se in Italia siamo così è la
conferma che qui non c'è stato il femminismo. Non c'è stato
invece un femminismo diverso, meno da "virago"?
Certo, è stato più senso libero della differenza femminile e
meno imitazione degli uomini, e nei Paesi anglosassoni chi
l'ha capito ci invita a parlarne per imparare da noi.
L'ondata del femminismo degli anni 70-80 ha dato i suoi
frutti in Italia.
Ci sarà un'altra ondata?
Secondo me sì.
Siamo riuscite ad avere quella libertà interiore rispetto
alle immagini che ci appiccicano addosso?
Io me la sento in pieno, ma le ondate di femminismo non
arrivano per risolvere i problemi fino all'ultima donna. Ci
saranno sempre donne serve, subordinate e uomini "puttanieri",
l'importante è che una società abbia idea di cosa significa
essere una donna libera e un uomo civile e secondo me questa
società lo sa. La nuova ondata inventerà i suoi traguardi.
Quello che oggi sentiamo come mancante è assegnato al nostro
impegno personale.
Come dice nel suo libro "Il Dio delle donne": "La
grandezza umana - pochi lo sanno ma le fiabe lo insegnano -
sta nell'impegnarsi al meglio, al massimo delle proprie
forze, sapendo che il risultato non dipenderà dai nostri
sforzi, ma ci verrà incontro, sorprendente come un regalo
splendido e inatteso".
Ecco, questo è proprio il sunto del nostro scambio. Le
società, le civiltà sono quelle che sono, a seconda dei
tempi. Questi non sono tempi buoni, ma la grandezza è
chiesta a ciascuno in prima persona. Se si ha il coraggio di
proporre le cose vere, che si sentono profondamente giuste,
i frutti si raccoglieranno.
l Giornale di Vicenza - 4 ottobre 2009
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Donne
in amore
NATALIA ASPESI
«Le parole sono pericolose, il pregiudizio si fa con le
parole, io quella parola la cancellerei dal vocabolario». La
parola è, omosessualità. «Se è amore è amore, e basta, non
c' entrano i sessi, non puoi fare distinzioni, questo sì
questo no». Gianna Nannini ha accettato di fare la colonna
sonora, bellissima, di Viola di mare di Donatella Maiorca,
il primo film italiano in concorso, «perché è una grande
storia d' amore, di felicità amorosa, fisica e spirituale
che resiste a ogni discriminazione e sopruso: è troppo
facile liquidarla con lo stereotipo, siccome sono due donne
ad amarsi, è una storia omosessuale, lesbica, una passione
proibita, uno scandalo e altre stupidaggini. Così si va
avanti a infognare le persone nei ghetti che separano, che
discriminano. Vedendo il film ho pensato al potere dell'
amore e non ho mai pensato per un solo momento a dargli un'
etichetta. La sua novità sta anche nel modo in cui Donatella
svela l' incongruenza, la flessibilità, la confusione dei
ruoli, che almeno nel tempo in cui il film si svolge
assegnavano al maschio e alla femmina recinti invalicabili e
inesorabili».
Tra le pietre e le casupole di un' isola
siciliana della metà Ottocento, tra gente dura, disperata e
superstiziosa, la bruna Angela vestita di nero s' innamora
della bionda Sara vestita di bianco, e Sara di Angela. È un
amore ovviamente impossibile non tanto perché degenere, ma
perché rifiutando il marito che il padre (Ennio Fantastichini che dice «Io sono Dio!») le ha scelto, Angela
gli disubbidisce, e le donne non hanno diritto di
disubbidire, di avere una volontà. Dice Nannini: «Ho scritto
la mia opera rock su Pia de' Tolomei, per toglierla dal
ruolo di vittima del marito, assegnatole anche da Dante nel
V canto del Purgatorio. Volevo liberarla dalla costrizione
al silenzio, con la mia voce restituirle la sua. In Viola di
mare, anche Angela è una vittima, la vittima di un padre che
con la violenza, la sopraffazione, l' umiliazione, cui gli
dà diritto la virilità, vuole impedirle di essere quello che
è, libera di decidere di sé, preferendola morta piuttosto
che ribelle».
Femminile/maschile, racconta il film, non
dipendono dal sesso ma dalla vocale finale del nome, se puoi
andare all' osteria o devi stare chiusa in casa, «se hai
potere o no, se comandi o ubbidisci, se eserciti la violenza
o la subisci». Dice Gianna. E infatti il padre tiranno cede
all' ostinazione di Angela obbligandola, contro la sua
volontà, a diventare Angelo: il paese farà finta di crederci
per paura, il parroco acconsentirà perché ricattato, Sara e
Angela/o potranno sposarsi in chiesa e amarsi, come donna e
donna, purché gli altri per ipocrisia acconsentano a credere
che si amino come donna e uomo. Non più figlia femmina
disprezzata, ma figlio maschio e quindi erede, il padre cede
a Angelo il comando: ma è interessante che Angela/o, vestita
da uomo, con la libertà e il potere che spettano solo agli
uomini, continui a sentirsi profondamente donna, una donna
che ama un' altra donna ed è da lei amata. Sono emozionanti
le scene in cui Valeria Solarino, di rara bellezza, e la
graziosa Isabella Ragonese, s' intrufolano una nell' altra
nude e appassionate. Intanto nella fosca realtà italiana del
2009, il parlamento ha bocciato la legge che doveva
condannare l' omofobia e basta accendere la televisione per
trovare numerosi assatanati che sono ancora lì a discutere
pro o contro gli omosessuali, mentre nelle strade gruppi di
maschietti hanno ricominciato ad aggredirli. «Gli aggressori
sono persone che hanno paura della propria sessualità, e
odiano chi invece l' ha accettata. Sono persone istigate da
una sempre più forte rozzezza culturale che li costringe a
temere tutto ciò che non conoscono, gli stranieri, le donne
e appuntoi gay:e questo più al Nord che al Sud, dove sono
più abituati alle contaminazioni. È grave che la legge
contro l' omofobia sia stata bocciata, ma una legge non
basta, ed è anche grave che il Vaticano continui a occuparsi
più di sesso che di spirito. Film come Viola di mare possono
aiutare la gente almeno a riflettere e forse a capire». -
da Gli Altri, 30 ottobre 2009
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Prove
di sessualità maschile
di Lea Melandri
La sessualità e la vita personale stanno entrando
prepotentemente nella sfera pubblica.
Lo fanno mostrando la violenza di cui le donne sono tuttora
vittime all'interno delle case, ma anche i cambiamenti
prodotti dalla maggiore consapevolezza e libertà con cui si
vanno scostando dal destino che le ha volute 'naturalmente'
sottomesse all'uomo. Lo fanno portando allo scoperto i
legami che ci sono sempre stati tra una sessualità di
servizio, come quella femminile, e il potere che ne ha
goduto i benefici, compensandoli con protezione, denaro,
doni, onorificenze.
Ma lo fanno anche, purtroppo, nei modi che erano prevedibili
all'interno di una cultura che continua a usare il corpo
come merce, materia di scarto, organi buoni per le
sperimentazioni scientifiche, mentre giudica le scelte
personali che lo hanno come parte in causa sulla base di
criteri moralistici e curiosità morbose. La vicenda che ha
avuto al centro il Presidente del Consiglio ha lasciato
intravedere, in un primo tempo, l'aspetto politico del
rapporto tra i sessi -riscontrabile, non nel 'disordine'
della sua vita sessuale, ma nell'aver scambiato sesso con
cariche di rappresentanza, ragione sufficiente per chiederne
le dimissioni. Lo sviluppo che ha avuto successivamente sui
giornali e nel dibattito pubblico, con giornaliere rassegne
e biografie delle frequentatrici di Palazzo Grazioli,
cronache meticolose delle battute machiste del premier, ha
finito invece per farla ricadere
pesantemente dentro la cornice del moralismo diffuso, che
confonde peccato con reato e considera offesa al comune
senso del pudore qualunque scelta sessuale che non rientri
nella 'norma' -eterosessualità, fedeltà coniugale-, come nel
caso di Marrazzo. La sessualità si è costruita dentro il
dominio storico di un sesso sull'altro, dentro regole di
'normalità' e 'perversione' che la stessa cultura maschile
ha preteso ogni volta di ridefinire. Appartiene perciò da
sempre alla sfera pubblica, ai poteri e ai saperi che ne
hanno preteso il controllo. Oggi, in assenza di un pensiero
che la interroghi nelle sue implicazioni profonde, che
riguardano il sessismo, ma anche la pedofilia e il razzismo,
il rischio è che venga usata solo come un'arma per colpire
l'avversario politico.
Se nella vicenda, che ha avuto come protagonista Silvio
Berlusconi, sono state le donne -mogli, escort,
intrattenitrici- a svelare i retroscena sessuali del potere,
nelle storie solo apparentemente simili che si sono
succedute -l'attacco al direttore dell' Avvenire, Dino Boffo
e le dimissioni del Presidente della Regione Lazio-, sono
uomini a scoperchiare il 'privato' inconfessabile che sta
dietro l'esercizio di importanti ruoli istituzionali, da
parte di altri uomini. Il re si denuda da solo, e non
importa molto se lo fa per vendetta, per odio verso gli
oppositori o solo per il piacere di veder cadere il nemico
nella stessa melma. Ma, mentre nelle alte sfere della
politica l'irruzione della sessualità mette in scena una
specie di cupio dissolvi, che investe le persone, ma anche
la credibilità delle istituzioni democratiche che
rappresentano, nella quotidianità del comune cittadino il
maschilismo impera, si fa aggressivo, riavvicina in un unico
'virile' pregiudizio i figli e i padri.
A Montalto di Castro, un intero paese prende le difese dei
ragazzi che due anni fa violentarono una giovane di 15 anni,
e che oggi vengono rilasciati "in prova". I commenti
raccolti dai giornalisti insistono su due aspetti:
l'appartenenza alla comunità del paese -"i nostri ragazzi",
mentre "lei" era di un altro luogo-, e l'identità di genere
-maschi, "come tutti gli altri, che non hanno alcun bisogno
di stuprare ragazze". Con lo stesso orgoglio virile,
Berlusconi aveva tentato di allontanare da sé il sospetto di
aver dovuto ricorrere a prestazioni sessuali pagate, che
avrebbero macchiato di vergogna la sua potenza di maschio e
di uomo di successo. Il pregiudizio sessista prevede che
siano le donne a offrirsi, a eccitare gli istinti sessuali
maschili, a lasciarsi prendere dopo un'iniziale, maliziosa
resistenza. "L'uno dev'essere attivo e forte, l'altro
passivo e debole; è necessario che l'uno voglia e possa, è
sufficiente che l'altro offra poca resistenza. Stabilito
questo principio, ne consegue che la donna è fatta
soprattutto per piacere all'uomo. Se è vero che l'uomo deve
a sua volta piacerle,questa è una necessità meno immediata:
il suo merito è nella sua potenza; egli piace per il fatto
stesso che è forte. Non è questa la legge dell'amore, lo
ammetto, ma è quella della natura, anteriore all'amore
stesso…Il modo più sicuro per eccitare tale forza è di
renderla necessaria offrendo resistenza…l'uomo trionfa della
vittoria che la donna lo ha stimolato a riportare".
Non è stato un violentatore incallito -o forse sì, in
qualche segreto anfratto delle sue abitudini private- a
dettare, con la solennità che si addice a un pedagogo
illustre, le regole della sessualità di maschi e femmine.
Chi scrive è J.J. Rousseau, mai ricordato abbastanza per il
posto che occupa il suo pensiero nella storia di una
'democrazia' che prevede l'esclusione, per legge naturale,
di metà degli esseri umani. Nelle dichiarazioni degli
abitanti di Montalto, condivise, si può immaginare, da molti
cittadini italiani, lo stupro non è giudicato in quanto
crimine, tanto più grave se è fatto da un gruppo, contro
l'inviolabilità della persona, ma per l'ombra che getta su
una malintesa 'potenza virile': "questi ragazzi mica sono
romeni, che picchiano e uccidono". La violenza sessuale, nel
sentire comune, è evidente che non appartiene allo stesso
ordine dei maltrattamenti e dell'omicidio, è solo una "cosa"
che "capita" una sera a dei "bravi ragazzi": incontrare una
giovane donna "che ci sta". Fabio Roia, membro del Csm, in
un articolo comparso su L'Unità (18.10.2009) ha scritto:
"La nostra società fatica ancora a riconoscere pienamente il
profondo disvalore della condotta violenta (sessuale,
fisica, psicologica) realizzata nei confronti delle donne
anche per la confusione creata da alcuni modelli che vengono
sistematicamente proposto e che tendono alla oggettivazione
del genere femminile. Si tratta di una violenza sottile
nuova per i parametri di riferimento estetici e di presunta
affermazione sociale, ma vecchia per il modo di considerare
la donna".
Il modello 'velina' e tutte le immagini pubblicitarie che
rappresentano la donna solo come corpo erotico, hanno
sicuramente contribuito a incrementare quella "violenza
sottile" che è il discredito preconcetto della vittima, la
ragione per cui "sarebbe addirittura lecito e virtuoso
pretendere subalternità affettiva, lavorativa e sessuale" da
parte del genere femminile. Ma se è vero che il maschilismo,
e il pregiudizio razziale che lo accompagna, estendendolo
alle stesse categorie di uomini -gay e trans- che non
collimano con la 'norma' sessuale dominante, è antico quanto
il mondo, allora non bastano interventi censori, e tanto
meno la riprovazione morale, che danna alcuni e sottrae
ancora una volta l'ideologia machista a una campagna
culturale e politica all'altezza dei problemi che oggi
entrano da protagonisti nella sfera pubblica, portando il
segno dei secoli di ignoranza in cui sono stati lasciati.
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Crisi,
occupazione: tracollo in Campania
Patrizia Capua
I dati allarmanti di Bankitalia sulla situazione campana:
sul mercato 800 mila senza lavoro nel primo semestre 2009.
Investimenti in frenata, in lieve ripresa gli ordinativi
alle imprese. La Campania è l'unica regione in cui
l'occupazione si riduce in 15 degli ultimi 18 trimestri
13 novembre 2009 -
Campania al tracollo per l´occupazione, in frenata gli
investimenti, lieve ripresa degli ordinativi alle imprese.
La crisi si attenua nel Paese e in Campania se ne avvertono
deboli segnali. Ma non c´è un´altra regione italiana che
abbia un mercato del lavoro tanto disastrato. Dal profilo di
Bankitalia dell´economia regionale per il primo semestre
2009, redatto da Giovanni Iuzzolino, responsabile del nucleo
di ricerca economica di Napoli, emergono dati poco
rassicuranti. A fronte di 1.800 persone occupate, 800 mila
in età da lavoro (e disponibili al lavoro) sono senza
occupazione. In prevalenza giovani e donne. Il numero di
occupati è calato di 70 mila unità rispetto al 2008 (meno
4,2 per cento).
La Campania è l´unica regione in cui l´occupazione si riduce
in 15 degli ultimi 18 trimestri. La crisi campana, secondo
Iuzzolino, «viene da lontano, ancor prima di questa
recessione». Per il direttore della sede di Napoli, Sergio
Cagnazzo, «la ripresa non sortirà effetti immediati e non si
sa quanto potrà essere consistente». La produzione
industriale ha smesso di calare, le prospettive di ripresa
potrebbero rafforzarsi nei prossimi sei mesi, compensando,
però, solo in piccola parte il deficit accumulato. Il 26 per
cento delle aziende, infatti, prevede di chiudere in perdita
il bilancio 2009. Le grandi aziende non intendono investire
in Campania, e le aziende locali hanno ridotto questa
attività.
Gli occupati in cassa integrazione sono sei volte di più che
nel 2008. Circa 5 mila addetti hanno usufruito della cassa
integrazione in deroga, (quella concessa a imprese che di
norma non ne hanno diritto, o che ne avevano usufruito in
precedenza), anche grazie al contributo regionale.
Bankitalia esamina poi l´impatto della crisi sul sistema del
credito. Decelerano i prestiti e peggiora la qualità,
soprattutto verso le imprese ma «anche verso le famiglie,
cosa forse ancora più grave», spiega Iuzzolino. Gli scambi
con l´estero non segnano un´inversione di tendenza. Tra
gennaio e giugno 2009 l´export è sceso del 20,7 per cento.
Calo nell´aerospazio e nella cantieristica, ma soprattutto
nel comparto dell´auto dove la riduzione dell´export, meno
74,8 per cento, è stata quasi doppia che nelle altre
regioni.
La Fiat di Pomigliano D´Arco è in cassa integrazione quasi
permanente da oltre un anno. In sensibile flessione anche le
esportazioni di apparecchiature per le telecomunicazioni
(meno 44,5) di gomma e materie plastiche e cuoio. Bene,
invece, gli alimentari che incidono per il 10,6 per cento
sul totale nazionale. La Campania, con il 21 per centro di
famiglie al sotto della soglia di povertà, si attesta al
vertice delle regioni italiane per disuguaglianza dei
redditi.
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La
favola del grande seduttore
di Ida Dominijanni
7 maggio 2009 -
Può darsi che per essere credibile Veronica
Lario dovrebbe accompagnare le sue periodiche
scenate al marito a mezzo stampa con una bella
separazione coniugale, onde evitare che
anch'esse vadano alla fine a vantaggio di quel
«divertimento dell'imperatore» che lei stessa
denuncia.
Però nei patti matrimoniali c'è un margine di
insondabilità in cui non si può entrare, anche
quand'è evidente che ci sono di mezzo calcoli
che riguardano il patrimonio, come in questo
caso, o il potere, come nel caso, peraltro
imparagonabile sul versante maschile, di Hillary
Clinton anni fa.
Fatto sta che due voci femminili non del campo
avverso ma del suo - prima quella di Sofia
Ventura sul magazine di «Fare futuro», poi, di
conseguenza, quella di Veronica - hanno rotto
l'incantesimo dell'onnipotente seduttività di
Silvio Berlusconi nei confronti del gentil
sesso, e giusto all'apice della sua popolarità
guadagnata, anche sulla scena tragica del
terremoto, corteggiando le donne dai tre ai
novanta anni, ora nominando una
segretaria-bambina sul campo ora distribuendo
dentiere e tailleur. E' una lesione non
irrilevante nella corazza narcisistica del
Cavaliere, come dimostra la sua reazione
rabbiosa, e può diventare una lesione non
irrilevante nella sicumera delle sue armate,
come dimostra la reazione incarognita dei suoi
sodali nel sito del Pdl.
Ad alcuni osservatori - soprattutto stranieri,
evidentemente meno impigliati nello stesso
immaginario sessuale schiettamente italico del
premier - non sfugge già da tempo l'importanza
cruciale, niente affatto accessoria, che la
sfera della sessualità e del rapporto fra i
sessi ha avuto nella costruzione del consenso di
Silvio Berlusconi. Una materia in cui è bene
tenere freddo il linguaggio e basso il colore,
mentre guardate quale nobile gara ad alzare i
toni si scatena anche stavolta sulla stampa
nazionale, di parte e indipendente (esempi:
Libero e La Stampa di ieri), come se il problema
fosse quello di mostrarsi più realisti del re,
più disincantati del re, più amici delle veline
e meno amici delle femministe del re. Una fiera
della finezza che copre l'osso del problema e la
pelle delle complicità.
Dagli anni 80 in poi, prima con le tv poi con la
videopolitica, prima da tycoon poi da premier,
Silvio Berlusconi ha accumulato buona parte
della sua popolarità lucrando sulla crescita di
protagonismo femminile, cambiandone il segno, e
riabilitando un immaginario sessuale maschile
destabilizzato dal femminismo e dal cambiamento
del rapporto fra i sessi. Non si capisce granché
riducendo tutto questo alla macchietta
volgarotta ma innocua e familiare dello
sciupafemmine, né a un referendum pro o contro
le veline: l'operazione è stata più complessa
anche se probabilmente, come sempre in
Berlusconi, del tutto istintiva. Si è trattato
in primo luogo di omaggiare una certa idea del
femminile femminilizzando se stesso, con la cura
ossessiva della propria immagine, con l'uso
sbandierato della chirurgia plastica, con
un'empatia populista più da Evita che da Peròn.
In secondo luogo, di ridurre la libertà
guadagnata dalle donne nei decenni precedenti a
libertà di mostrarsi in tv e di offrirsi come
gadget al circuito del potere, coerentemente con
la più vasta manovra di riduzione della libertà
politica a libertà di mercato che è il segno di
tutto il suo regno.
In terzo luogo, di rassicurare l'immaginario
maschile, degli amici e dei nemici, propinando
ogni giorno la favola del gran conquistatore,
una favola a cui è tanto più gratificante
credere inconsciamente quanto più la si
riconosce scaduta consciamente. E che peraltro
si smentisce da sola: basta ricordarselo al G20
di Londra, mentre rincorreva affannosamente la
scia della seduttività politica di Obama, solo e
senza nessuna Michelle e nessuna Carla al fianco
malgrado i collier portati in dono alle
diciottenni e le promozioni femminili elargite
nel Palazzo.
Il fatto è che anche in questa modalità la
strategia del consenso berlusconiana non ha
incontrato né grandi ostacoli né grandi
alternative. Una simile «valorizzazione» delle
donne
ha la strada spianata, se dall'altra parte non
ce n'è nessuna o c'è solo la ritornante
querelle, tutta di ceto politico, sulle quote. E
una simile riscrittura del maschile ha anch'essa
la strada spianata, se dall'altra parte non si
mette neppure a fuoco il problema. Così tocca
ritrovarsi a discutere se una donna può essere
corpo e cervello o solo corpo o solo cervello,
se sia più maschilista mandare le veline a
Strasburgo o lasciarle dove stanno, più
femminista tutelarle o giudicarle, più
democratico avere una classe dirigente
impresentabile solo maschile o mista; o se tanto
vale eleggere direttamente premier Emanuele
Filiberto. Dilemmi all'altezza giusta, in tempi
di basso impero.
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Nanoiconoclastia
Blog di beppe grillo
6 maggio
2009 - Vittorio Feltri è la punta più alta della neo
iconoclastia, della distruzione attraverso i mass media
dell'immagine delle persone. Nel senso
suino, spregiativo, psiconano del termine.
Feltri rimarrà, ne sono sicuro, insuperato. La pubblicazione
a seno nudo su Libero (finanziato dai soldi pubblici) della
(ancora) moglie del suo padrone elettivo dopo alcune
dichiarazioni di Veronica Lario: "un
ciarpame
senza pudore, tutto in nome del potere" non ha
precedenti. Mussolini e Hitler non sono arrivati a tanto,
alle poppe della moglie sui giornali amici.
La neo iconoclastia, o nanoiconoclastia, è un movimento di
carattere diffamatorio che si è sviluppato in Italia a
partire dalla fine dello scorso secolo con l'obiettivo di
distruggere la reputazione degli avversari. Alla base del
movimento piduista mediatico vi è la convinzione che
colpendo l'immagine di una persona attraverso i media di
massa questa sia indotta al silenzio o si normalizzi.
Una convinzione del tutto corretta. Con
Mondadori, Mediaset e RAI a disposizione, un
giudice può diventare un criminale, una puttana una donna di
governo, un avversario politico un
povero idiota. Chi non si fa comprare si
distrugge. Un ordine del padrone, non sempre necessario, e
Montanelli è un ingrato, un povero vecchio demente. Caselli
un magistrato comunista in cerca di notorietà, Fini un
traditore (poi pentito), Bossi un pazzo (poi pentito). A
Fini che si dissociava nel 2007 fu servito, caldo caldo, da
Striscia La Notizia un servizio sulla sua nuova compagna. A
Bossi che rifiutava negli anni '90 l'alleanza con Forza
Italia, per mesi, fu dato, sulle televisioni di Testa
d'Asfalto, del
mitomane, del folle. Per una efficace
nanoiconoclastia è necessario disporre di servi pronti a
tutto. Sono i kapò dell'informazione, i killer delle persone
che si ribellano. Sgarbi, Feltri, Giordano, Belpietro,
Rossella, Mimun, Fede sono solo alcuni tra le centinaia di
manipolatori a pagamento della realtà. Gente che pagherebbe
per disinformare. L'eresia
va colpita e l'immagine dell'eretico va distrutta,
storpiata, annullata.
L'effetto della nanoiconoclastia è il silenzio. Chi per
paura, chi perché si è venduto, chi perché si è arreso. In
un silenzio generale i pochi che parlano sono subito
identificati. E' un vantaggio non da poco per chi vuole
colpirli. E se affermano cose diverse dai più importanti
media del Paese non possono che avere torto per chi non ha
altre fonti di informazioni.
Una
menzogna ripetuta per mesi e per anni
diventa verità, ma non è la verità.
Il gioco del silenzio di chi sa tutto e non parla per non
perdere la propria posizione sociale è l'aspetto più
mortificante della
nanoiconoclastia. Un silenzio preventivo.
Dove sono i cosiddetti intellettuali? I cosiddetti
giornalisti? I cosiddetti industriali?
Il gioco del silenzio non può durare a lungo. Il re è nudo e
ha anche il culo di fuori.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi
neppure.
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Mai più pelli di foca in Europa
e in Italia. Grazie LAV!
Oggi è un giorno storico.
E' il giorno di un grande risultato per le associazioni
animaliste di tutto il mondo e per la LAV, che per anni si è
battuta strenuamente in Italia per salvare le foche.
Oggi il Parlamento europeo ha
votato il bando delle pelli e dei prodotti derivati di foca.
Ha ascoltato la richiesta di mezzo miliardo di persone che
ha detto NO alla caccia alle foche.
Basta. Chiuso.
Questa è stata l'ultima stagione con la complicità del
mercato europeo.
D'ora in poi le foche in Canada non saranno più uccise per
esportare le loro pellicce verso il nostro continente.
Grazie all'impegno pluriennale delle associazioni europee e
mondiali.
Grazie alla costante battaglia della LAV che in Italia ha
ottenuto importanti risultati a tutela delle foche.
Grazie al supporto tutti voi, che avete gridato un deciso
e unanime STOP al massacro dei cuccioli di foca.
Il nostro impegno non si ferma
qui.
Continueremo il nostro lavoro di pressione su Governo e
Parlamento affinchè ora l'Italia si doti di rigorose
sanzioni per rendere efficace il divieto ottenuto.
Sono sicuro che deciderai di
rimanere al nostro fianco.
Sono sicuro non farai mancare il
tuo
sostegno alle nostre azioni.
Dona on
line.
Sito LAV, 5 maggio 2009
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E' morta
suicida la scrittrice femminista Roberta Tatafiore
16 aprile
2009
Sessantacinque anni dedicati alle donne, al femminismo,
all'analisi, libera e libertaria, del sesso, soprattutto nei
suoi aspetti commerciali. Scrittrice, giornalista e
attivista molto amata dalle donne di tutta Italia, Roberta
Tatafiore ha deciso da sola anche il momento in cui le è
parso giusto lasciare questa vita. Ed ha voluto farlo
lasciando un diario delle sue ultime settimane, quando tutti
la pensavano all'estero chissà dove
"È un
diario dei suoi ultimi tre mesi, una cronaca meticolosa del
suo progetto di morte - ha dichiarato lo scrittore e
giornalista Daniele Scalise, che con Roberta Tatafiore ha
condiviso molte esperienze -. Una sorta di 'diario della
clandestinità' in cui è dettagliatamente raccontato come
Roberta s'è organizzata, che libri ha letto, come ci si
prepara al suicidio".
Collaborò
per lungo tempo con Il Manifesto e con Noi Donne, Radio
Radicale, la rai e la Televisione della Svizzera italiana.
Fu la fondatrice, nel 1983 di "Lucciole" prima rivista ad
affrontare i temi della prostituzione visti dalle prostitute
stesse. Da lì nacquero poi i suoi primi scritti sul mercato
del sesso: "Sesso al lavoro" (Il Saggiatore '94) e "Uomini
di piacere" (Frontiera '98). Tra gli altri libri ricordiamo
anche "De bello fallico". Negli ultimi anni, delusa dalla
sinistra, aveva creduto di trovare nella nuova destra
l'interlocutore giusto per gli spazi di libertà che cercava
senza sosta. Ha collaborato per questo con Il Foglio, Il
Giornale e Il Secolo d'Italia senza che questo le impedisse
di schierarsi nettamente contro leggi come quella sulla
fecondazione assistita o sul testamento biologico.
Nel suo
biglietto d'addio ha scritto: "La mia è stata davvero una
scelta." L'ultimo gesto di libertà, Roberta l'ha compiuta in
un albergo appositamente scelto, vicino alla sua abitazione
dell'Esquilino, a Roma.
http://it.notizie.yahoo.com
UNA MORTE
POLITICA
di
Marina Terragni
Se potessi intervistare Roberta
Tatafiore sul suo suicidio sono certa che avrebbe da dirmi
qualcosa di sorprendente. Dico “intervistare” perché il mio
rapporto con lei, da quasi trent’anni, era di attenzione e
di scambio di pensiero: stavamo in due città diverse e non
ero tra le sue amiche strette, e oggi grande parte del loro
dolore mi è risparmiato. Quando le parlavo ero sempre sicura
di non trovarla là dove mi sarei aspettata, ma sempre un
passo oltre, a forzare il limite di una libertà che lei
concepiva come estrema e lancinante.
Non l’ho conosciuta abbastanza a fondo, come dicevo, per
potermi fare un’idea sull’imprinting di questo suo impulso a
cercare e rovistare senza protezioni ideologiche, senza fare
caso ai rovi, ai graffi, al male che inevitabilmente si
faceva – e di certo sarà stato lì, come per tutti,
all’origine, nello spazio sconfinato tra il corpo della
madre e quello del padre-, ma mi sento di dire che questo
lavoro doloroso lei l’ha fatto per tutti. E che con la sua
clamorosa uscita, in qualunque modo lei abbia voluto
motivarla, l’ha portato a compimento.
Posso dire di lei solo dicendo di me, partendo da me -come
faceva sempre anche lei- per capire quello che è accaduto,
raccontando il definitivo mutamento del mio paesaggio
interiore per dire quello che è capitato fuori. E anzi
opponendole me stessa e il mio senso delle cose, come tante
volte mi è capitato di fare con lei viva.
Mi sono fatta l’idea che Roberta sia voluta andare a frugare
anche oltre quel limite, il limite dei limiti, e dato che
farlo con la testa non bastava l’ha fatto anche con il
corpo: faceva parecchie cose con il corpo, credeva alla sua
sapienza insostituibile. E la sua meticolosa e impietosa
esplorazione di eros forse è leggibile anche come una
lunghissima preparazione, lunga quanto tutta la sua vita,
all’incontro con la morte, con cui ha voluto giocare alla
pari, senza lasciarsi sorprendere, e anzi sorprendendola lei
con un ultimo gesto di ricerca e di libertà, stoico e
politico.
Dico politico per almeno due ragioni: perché il suo
suicidio, come quello di Alexander Langer –hanno, o
avrebbero avuto, più o meno la stessa età- è la resa di un
Hoffnungsträger, di un portatore di speranza schiacciato
dall’enormità del peso che sta portando, e tuttavia
condannato a portarlo anche da morto, perché chi pensa a
lei-lui continua a pensarlo per quello che è stato e ad
aggrapparsi alle sue spalle. Anche Roberta la penso come una
Hoffnungsträger, probabilmente suo malgrado, perché per me e
per tante lo è stata. Io speravo sempre che avesse trovato
qualcosa di luminoso, quando la interpellavo. E forse non
avrebbe cercato così tanto se non fosse stato per la
speranza, e anzi la certezza di poter trovare qualcosa di
decisivo in un altrove che vedeva spostarsi sempre più in
là.
Penso al suo suicidio come politico anche perché oggi non
c’è niente di più politico del discorso sui fondamentali,
sulla vita e sulla morte: la cosiddetta biopolitica. La
vicenda Englaro l’aveva evidentemente presa anima e corpo,
anche nel corpo nel senso che dicevo prima. E se non per la
sua morte, per il suo post mortem –la gestione del suo
memoriale- Roberta ha voluto dimostrativamente affidarsi a
quella relazione, “a quella “zona grigia sottratta al
controllo statale” che le era parsa, come pare anche a me,
la sola alternativa alla burocratizzazione delle morte e
all’impossibilità di morire in pace. Lo dice nel suo ultimo
articolo, pubblicato a metà febbraio sul sito Donnealtri,
che si conclude così: “Mi chiedo come fare, qui e ora nel
mio paese, a mettere la sordina a quel “dispiegamento di
potenza”… che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella
politica e sui media intorno alla umana troppo umana vicenda
di Eluana Englaro. Non trovo risposta, ma so che dare una
risposta è essenziale”.
Ecco, la risposta è arrivata. Il paradosso è questo, e
Roberta mi perdoni, se ancora è, e dovunque sia, ma io sto
cercando di fare una critica della sua vita, morte compresa:
che per dire la sua irriducibile e dolente libertà –è strano
come tante si siano affrettate a dire che non c’era un
dolore: il dolore c’è sempre, e capita che sia soverchiante-
le sia toccato usare la lingua di chi ha voluto dire
l’irriducibile legame. Che è stato, anzi, il legame, è
questo il senso vero dell’attributo di Logos, o Verbo. E
cioè: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.
Per onorare Roberta, la libera, io mi prendo la scandalosa
libertà di dire questa cosa che penso con tutto il cuore. E
mi domando se non è sempre lì, alla fine, in questo darsi da
mangiare agli altri, in questo sacrificio per gli altri, che
va a parare l’umanità più bella.
Il Foglio, 17 aprile 2009
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Festival
del cinema africano, d’Asia e d’America Latina
Cinema: l’Africa premiata
Successo
di pubblico e di critica al festival di Milano, nonostante
le difficoltà economiche. Riconoscimenti a opere di registi
dal Sudafrica, Camerun e Marocco.
31/03/2009 - Si sono spente, domenica scorsa a Milano, le luci
sulla diciannovesima edizione del Festival del cinema
africano, d’Asia e d’America latina . Sette giorni, quelli
della kermesse milanese, che hanno portato nel capoluogo
oltre alle ottanta pellicole in concorso i colori, i suoni e
i sapori da tutto il Sud del mondo.
Annamaria Gallone, direttrice artistica del festival,
sottolinea come nonostante le difficoltà economiche
il festival si sia stato un buon successo di critica e
pubblico. E non solo per i film proposti. Infatti, hanno
destato grande interesse la conferenza Al Jazeera,l’occhio
arabo sul mondo, l’occidente visto attraverso la più famosa
rete televisiva del Medio Oriente e gli eventi organizzati
presso La casa del pane: uno spazio dove dibattiti,
esposizioni, spettacoli e degustazioni si fondono in un
perfetto clima multiculturale permettendo a pubblico e
artisti di incontrarsi.
La giuria ha assegnato il premio per il Miglior film
africano a Nothing but the truth del regista John Kani, il
film narra, tra storia e leggenda, il superamento
dell'apartheid in Sudafrica. Miglior cortometraggio per la
sezione africana è risultato, invece, Waramutseho! di
Auguste Bernard Kouemo Yanghu, prodotto dal Camerun in
collaborazione con la Francia, è la storia dell’amicizia tra
due studenti e coinquilini ruandesi migrati in Francia,
messa alla prova dai disordini e dal genocidio in atto nel
loro paese natale: Kabera infatti è hutu e Uwamungu è tutsi.
Jermal, il film-denuncia sullo sfruttamento minorile, di
Ravi L. Bharwani e Rayya Makarim è stato premiato come
Miglior Lungometraggio della la sezione Finestre sul Mondo
che include i film da tutti e tre i continenti.
Sempre per la stessa sezione, a trionfare nella categoria
documentari è stato Nos lieux interdits di Leila Kilani:
decenni di tortura e deportazione politica in Marocco
vissuti attraverso le vite di quattro famiglie seguite dalla
regista per tre anni.
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De Magistris, alle europee con di
Pietro
L'ex pm di Catanzaro correrà per l'Italia dei Valori:
"Lavorerò per il bene dell'Italia"
Amaro lo sfogo del magistrato: "Sono stato ostacolato nelle
indagini"
ROMA
- L'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la
politica: "correrà" alle europee per l'Italia dei Valori di
Di Pietro, come lui, ex magistrato. "Scelgo la politica
perchè non mi hanno lasciato fare il pm". Il via libera alla
candidatura potrebbe arrivare a stretto giro di posta dal
Csm: un primo sì alla concessione dell'aspettativa è stato
già concesso. Amaro lo sfogo di De Magistris: "Sono stato in
qualche modo ostacolato nella mia attività di magistrato che
non posso più esercitare da alcuni mesi, ma quello che
ancora mi inquieta di più, in questo momento storico, è
l'attività di delegittimazione di ostacolo e di attacco nei
miei confronti, della mia professione, e di tutti coloro che
hanno cercato in questi anni di accertare i fatti". Sul blog
di Antonio Di Pietro, De Magistris spiega che cercherà di
portare la sua esperienza personale, la sua passione civile
e il suo amore per la giustizia "in quella che è la realtà
principale in cui si possono modificare le cose, i fatti e
anche la storia di un Paese. Il mio - conclude de Magistris
- è l'impegno della società civile che entra in politica e
che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto. Un progetto
che vorrà mettere le prime fondamenta, le prime basi nelle
elezioni europee, ma che di certo punta ad una nuova
politica in Italia".
Titolare delle indagini Why not, Poseidone e Toghe lucane in
cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De
Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante
presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da
Catanzaro per "incompatibilità" ordinato al termine di un'indaginie
interna dal Csm. Un provvedimento che l'ex pm giudicò
ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo
da inchieste pericolose per il "potere". Ne parlò anche con
i suoi colleghi di Napoli che avviarono un'indagine sulla
Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la
legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea.
Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione
del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il
trasferimento d'ufficio di quattro toghe di Catanzaro e
Salerno.
La Repubblica, 17-3-2009
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SIAMO
TUTTE CLANDESTINE
NO
al pacchetto sicurezza, NO ai medici spia
Presidio di solidarietà a Kadiatou, la donna ivoriana
denunciata come clandestina da un medico dell’ospedale
Fatebenefratelli di Napoli dove è andata a partorire
Evidentemente uno o più operatori sanitari, resi troppo
zelanti dal loro razzismo, si sono sentiti in dovere di
applicare una legge ancora prima che fosse approvata.
Il 4
febbraio scorso, infatti, il Senato ha varato il cosiddetto
Pacchetto Sicurezza (ddl 733), che contiene, tra l'altro,
una modifica all'articolo 35 del Testo Unico
sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) che elimina la garanzia,
per gli irregolari che vanno a curarsi, di non essere
segnalati da parte dei sanitari. Un vergognoso provvedimento
che impedisce di fatto alle cittadine e ai cittadini
stranieri, non in regola con il permesso di soggiorno, di
accedere alle prestazioni sanitarie. Ancora una volta
repressione e controllo giungono sin dentro le corsie degli
ospedali dove dovrebbero essere garantiti diritti universali
come quello alla salute e alle cure!!
Nell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, a Kadiatou Kante è
stato sottratto il bambino impedendole persino di allattarlo
per i 10 giorni che ci sono voluti per dimostrare che era in
attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Cosa
succederà nei casi di espulsione di una donna immigrata? Che
fine faranno i bambini “clandestini”? Quante saranno le
donne che pur di evitare l’espulsione o di vedersi portare
via il bambino ricorreranno ai circuiti illegali per
partorire o abortire rischiando la morte? Kadiatou purtroppo
non è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy
Johnson, una nigeriana di appena 24 anni moriva di
tubercolosi per la paura di essere denunciata qualora si
fosse presentata in ospedale per farsi curare.
Se
questa legge viene approvata definitivamente, nonostante le
proteste della maggioranza dei medici italiani, non solo gli
immigrati irregolari rischiano la segnalazione e
l’espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche,
ma in caso di parto sarà impossibile anche la registrazione
anagrafica del bambino!
Ancora
una volta il corpo delle donne viene utilizzato come
pretesto per giustificare leggi repressive. Non è un caso
che proprio il pacchetto sicurezza sia stato approvato
strumentalizzando gli episodi di violenza contro le donne
degli ultimi mesi. Sull’onda del clamore mediatico creato ad
arte intorno a questi stupri si è voluto far credere che gli
unici responsabili della violenza contro le donne sono gli
immigrati. Una menzogna: 142 donne sono state uccise nel
2008 e centinaia di migliaia quelle picchiate e violentate
dai loro mariti, fidanzati, amici. Che c’entrano gli
immigrati? Aumentare la paura dello straniero, la diffidenza
e l'odio serve solo a nascondere i veri responsabili della
insicurezza dei cittadini: i poteri forti che creano la
precarietà, che tagliano i servizi sociali, che licenziano,
che fanno degradare i nostri quartieri.
Contro
pacchetti sicurezza e norme xenofobe che ci vogliono
distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo
che
SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!
QUESTE MISURE NON DEVONO PASSARE!
Presidio
Venerdi 3
APRILE '09
ORE
17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche
Sociali
(via
Veneto 56, metro Barberini)
Assemblea romana di femministe e lesbiche
http://flat.noblogs.org
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Darfur,
rapiti tre operatori di Msf. Tra loro un medico italiano
Si muove la Farnesina. Sarebbe stato chiesto un riscatto
La testimonianza di un'ostetrica: "Mauro ci dava una mano in
sala parto"
KHARTOUM
- Tre impiegati della sezione belga di Medici senza
frontiere sono stati rapiti in Darfur, regione del Sudan
occidentale in preda alla guerra civile. Sono un medico
italiano che si chiama Mauro D'Ascanio, Raphael Meonier un
coordinatore medico fracese e l'infermiera canadese Laura
Archer.Con loro c'erano anche due operatori locali che sono
già stati rilasciati. "I tre sono vivi, stanno bene e si sta
lavorando per liberarli" afferma il governo sudanese.
Per i tre stranieri, precisa l'agenzia delle Nazioni Unite,
Unamid, con un comunicato interno inviato via e-mail a tutte
le organizzazioni non governative di stanza in Sudan,
sarebbe stato chiesto un riscatto. Ma msf smentisce: "A noi
non risulta alcuna richiesta di riscatto, né alcuna
rivendicazione".
La presenza di un nostro connazionale tra i sequestrati è
stata confermata anche dalla Farnesina che ha chiesto il
massimo riserbo per "non intralciare gli sforzi intrapresi
per assicurare l'incolumità dell'ostaggio e favorire la
positiva conclusione della vicenda".
D'Ascanio è veronese ha 34 anni ed è specializzato in
medicina d'urgenza e medicina tropicale. Era alla sua prima
missione ma aveva già avuto esperienze all'estero in
missioni umanitarie in Guinea Bissau, Messico, Brasile e
Guatemala. Si trovava in Darfur da settembre 2008, in
qualità di responsabile medico dell'ospedale Serif Umra.
Kamal Saiki, portavoce delle forze di pace dell'Unamid
ricostruisce così il blitz: "Un gruppo di uomini armati ha
fatto irruzione ieri attorno alle 20 (18 in italia) negli
uffici di Msf-Belgio a Saraf Umra, circa 200 chilometri a
ovest di El Fasher. Si tratta della prima volta, per quanto
ne sono a conoscenza, che operatori umanitari internazionali
vengono rapiti in Darfur".
Le sezioni di Msf di Francia e Paesi Bassi sono state
espulse dalla regione sudanese la scorsa settimana, insieme
a un'altra decina di ong, dopo che la corte penale
internazionale dell'Aia (Cpi) ha spiccato un mandato di
arresto contro il presidente sudanese Omar Al Bashir, per
crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella regione.
Khartoum ha accusato le ong espulse dal
Darfur di aver collaborato con la Cpi.
E dopo il sequestro odierno Msf annuncia che richiamerà
dalla regione sudanese del Darfur la quasi totalità del suo
personale.
La testimonianza. E proprio pochi giorni fa sul sito
di Msf era comparsa la testimonianza di Camilla,
un'ostetrica che ha lavorato con Mauro D'Ascanio e che è
appena rientrata dalla missione: "Fortunatamente nel team
c'era anche lui, un medico italiano con il quale, vuoi per
la lingua o perché ci siamo trovati bene, ci aiutavamo a
vicenda nei momenti più difficili. Alle volte era lui che mi
aiutava in sala parto altre volte ero io che gli davo una
mano al pronto soccorso, ritrovandomi così ad imparare cose
nuove non solo relative all'ostetricia".
Le reazioni. Il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano segue "con viva preoccupazione" la vicenda.
Auspicando che le azioni in atto possano condurre
rapidamente ad una positiva soluzione.
da La Repubblica,
12-3-2009
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Senti
chi parlava
Da Carta canta – Marco Travaglio
7 febbraio 2009 -
"I laici, i
liberali, gli antifondamentalisti hanno il dovere di
denunciare che la Chiesa cattolica si è data l'obiettivo
politico di proibire terapie e di imporre sofferenze a
centinaia di milioni di malati di cancro, diabete, Parkinson,
Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica, e altre terribili
malattie. In attesa del paradiso prossimo venturo, si
prepara da subito un inferno di dolore, senza pietà e senza
dignità. Senza carità, soprattutto. Contro questa offensiva
oscurantista e antiumana, così come contro la pretesa
vaticana di 'governarè la bomba demografica e la bomba Aids
attraverso la promozione della castità, non mancherà
l'impegno dei radicali" (Daniele Capezzone, all'epoca
segretario dei Radicali Italiani, oggi portavoce di Forza
Italia, 23 luglio 2001).
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Ddl
sicurezza, medici in rivolta "Sarà obiezione di coscienza"
Il presidente dell'Ordine Bianco: così si creerà una sanità
clandestina.
Immigrati clandestini soccorsi all'ospedale di Palermo
di MARINA CAVALLIERI
ROMA
- Fanno appello al codice deontologico, invitano a praticare
il dissenso, chiamano all'obiezione di coscienza. Un fronte
ampio e trasversale di camici bianchi si è schierato
contro la norma votata al Senato che prevede la denuncia da
parte dei medici degli stranieri irregolari. Non è un
dissenso formale, quello che esprimono, è una preoccupazione
che assedia i luoghi della salute e le coscienze. Si
rischia, dicono, una catastrofe sanitaria, una sanità
clandestina gestita da gruppi etnici e religiosi, una deriva
giuridica.
Spiega preoccupato
Amedeo Bianco,
presidente della Fnomceo, Federazione degli ordini dei
medici: "È una norma che va contro l'etica e la deontologia
e va contro il principio base della tutela della salute
pubblica". Gli irregolari, temendo la denuncia, potrebbero
"non curarsi più in strutture riconosciute, creando fenomeni
clandestini di cura molto rischiosi". Di "grave rischio"
parla anche il segretario della Federazione dei medici di
famiglia, Giacomo Milillo:
"Un clandestino potrebbe non rivolgersi alla struttura
sanitaria per paura di essere denunciato". Con la
possibilità che si diffondano malattie come scabbia, tbc,
malaria. No anche dal fronte dei medici cattolici, sostenuti
dalla Cei: "Alla Chiesa competerà sempre di aiutare le
persone in pericolo di vita e non sono obbligato a
denunciare nessuno", ha detto Domenico Segalini, segretario
della commissione Cei per le migrazioni.
Circola tra le file dell'opposizione e dei
sindacati un invito ad esercitare l'obiezione di coscienza.
Carlo Podda, segretario generale della Fp Cgil, annuncia che
"verranno valutate le iniziative più efficaci per
scongiurare l'applicazione di questa norma, prime tra tutte
la disobbedienza civile e l'obiezione di coscienza". Anche
Vittorio Agnoletto e Giusto Catania, eurodeputati del Prc,
propongono "all'Ordine dei medici di avviare una campagna
per l'obiezione di coscienza". E l'immunologo
Fernando Aiuti,
del Partito della Libertà, presidente della Commissione
Speciale Politiche Sanitarie del Comune di Roma dice
chiaramente: "Mi auguro che i medici disobbediscano". Dicono
no alla norma voluta dalla Lega anche i medici che da sempre
combattono in prima linea. "Siamo sconcertati - dichiara
Kostas Moschochoritis, direttore generale di Medici senza
frontiere Italia - È una scelta che sancisce la
caduta del principio del segreto professionale".
"Delusi e preoccupati" i pediatri. In una nota la Società
italiana di pediatria ricorda che "la denuncia da parte del
medico degli immigrati clandestini mette in pericolo
soprattutto i bambini". Che rischiano di diventare
invisibili. Ed è stata una pediatra di Modena,
Maria Catellani,
a diffondere, già da dicembre, un appello su internet contro
la norma. "Abbiamo raccolto 78 mila firme, c'è
veramente una differenza di sentire tra la cosiddetta
società civile e la politica". Anche su Facebook è stato
aperto un gruppo che in pochissimo tempo ha raccolto
centinaia di adesioni.
(6 febbraio 2009)
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Lilly e le altre
Cinzia Sassi
Proposta: invece che
buttare al vento tante parole, non si potrebbe ad esempio
cominciare da Lilly? In America succede che Barak
Obama
(ancora lui!) nove giorni
dopo avere giurato come quarantaquattresimo presidente degli
Stati Uniti e aver sopportato stucchevoli cronache a
proposito dei vestiti di sua moglie Michelle,
abbia firmato una legge sulla
parità salariale tra uomini e donne.
Se siamo tutti uguali, ha detto, allora a parità di lavoro
dobbiamo ricevere tutti lo stesso stipendio. E ha firmato la
legge che prende il nome da Lilly, una dipendente della
Goodyear che dopo 19 anni di lavoro ha scoperto che il suo
salario era del 40 per cento più basso di quello dei suoi
colleghi maschi. Una discriminazione inaccettabile, stabilì
un tribunale. La Corte Suprema concluse però che se n’era
accorta troppo tardi e, finché c’era Bush, la faccende finì
lì.
E sapete come va dalle nostre parti? Secondo Eurostat, in
Europa il gap salariale è in media del 16 per cento; in
Spagna - che ha fatto dei grandi passi avanti - raggiunge il
26 e in Italia è mediamente del 28,7
per cento.
Allora, alle signore che siedono nei posti che contano e che
dai loro scranni ci dicono che il femminismo è silente,
giriamo la domanda di Elisabeth Badinter, l’autrice di un
libro che a molte non è piaciuto, “La strada degli errori”:
che cosa hanno fatto e che cosa fanno, veramente, le donne
per le donne?
Intanto che qui si discute, in America qualcuno ha pensato
di fare qualcosa. Si tratta di un uomo e ha una moglie che
veste proprio male.
La Repubblica, Gennaio
2009
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Amiche che
militate nei partiti di sinistra, se non ora, quando?
di
Luisa Muraro
Il quotidiano L'unità, diretto da Concita De Gregorio, ha
dedicato un numero intenso e sofferto alla
questione
morale che agita il PD
(venerdì 5 dic. 2008). Non si rivolge ai notabili ma alla
base e in copertina mette una frase di Enrico Berlinguer
(morto nel 1984, a Padova, colpito da ictus sul palco di un
comizio), illustrata da un'immagine: il suo sguardo,
inconfondibile.
All'interno, oltre a parecchi servizi, quattro pagine
dedicate all'incontro della redazione con
Anna
Finocchiaro,
presidente dei senatori PD. La interrogano sul momento
presente e sulla sua posizione. Le sue risposte sono franche
e chiare, tolto un passaggio che vedremo. Ci sono molti
"bisogna", "dovremmo", ma non più di quelli che c'era da
aspettarsi. Lei parla di affrontare i problemi reali (e li
indica). Critica il ripetersi di certe beghe tra dirigenti.
Spiega
perché non si candidò nelle primarie, vinte da Veltroni, e
qui sparisce la chiarezza:
"Sarebbe stata una candidatura minoritaria e avrebbe nociuto
alle donne del mio partito. Sarebbe scattato il solito
discorso sulla marginalità delle femmine nella vita
politica". Non capisco il ragionamento, sembra dettato dal
suo timore di sembrare una donna-ancella (l'espressione è
sua). Ma è ben vero che in quell'ambiente nessuno riflette a
fondo (neanche lei, mi risulta) sulla scarsa presenza di
donne sulla scena politica, e si continua a ripetere i
soliti discorsi sulla discriminazione. Tant'è che ecco
comparire
la "questione
femminile":
"Ma la questione femminile esiste", interviene qualcuno
della redazione. La Finocchiaro sembra d'accordo, ma esprime
insofferenza. Poi il discorso cambia.
Noi invece
insistiamo. Domanda: che cosa vuol dire quella formula
trita, che non si vuole dire apertamente? La risposta è una
sola:
non si vuole dire che la vera questione, per il PD, per la
sinistra e per la politica in generale, la pone il rapporto
degli uomini con il potere.
Con il potere si orientano, si misurano e misurano il mondo,
da quello fanno dipendere valutazioni, alleanze, decisioni.
Lo cercano a tutti i costi, in tutte le situazioni, a
qualsiasi condizione e con tutti i mezzi. Il che basta e
avanza a spiegare, in un colpo solo, il fatto che le donne
sulla scena politica siano poche e che le cose stiano
andando molto ma molto male.
Alla maggioranza delle donne piace essere attive nella vita
reale. È politica anche questa, noi la chiamiamo politica
prima. Seconda, invece, chiamiamo quella organizzata in
forme precostituite: parlamenti, maggioranze, minoranze,
partiti, ecc.
Ma alcune,
come la Finocchiaro, scelgono proprio la politica seconda.
Fra loro abbiamo delle amiche. "Donne che corrono coi lupi",
le abbiamo chiamate e abbiamo loro dedicato il
numero 36 della nostra rivista Via
Dogana (febbraio 1998). Non si tratta di un
fenomeno recente. Il fenomeno recente, il fatto da indagare,
è che in tutti i campi della vita produttiva e sociale la
presenza delle donne è cresciuta e continua a crescere, ma
non nella politica seconda.
Il perché e il
percome non si capisce finchè questa minoranza di donne non
smette di sorvolare sulla contraddizione che vivono.
Amiche che militate nei partiti di sinistra, se non ora,
quando? Non vi sembra questa l'ora di finirla con la foglia
di fico della questione femminile e di cominciare a dire che
sì, una questione esiste, è quella del tremendo bisogno che
hanno molti, troppi, uomini di gareggiare, di vincere, di
primeggiare. Voi e noi, per guadagnare esistenza e libertà,
bisogna esporci con quello che abbiamo e siamo, senza badare
all'invadenza e alla volgarità maschile (di cui la destra dà
spettacolo ma non ha l'esclusiva) e senza per questo cercare
rifugio nella tentazione del neutro.
Naturalmente, non è che sono tutti uguali neanche loro
uomini. Dalla lettura dell'Unità si capisce, per esempio,
che la base si trova in uno stato di sofferenza indotta
dall'alto, il disordine infatti è cominciato ed è grande in
alto. C'entra probabilmente un fatto che abbiamo già notato
e cioè che, in Italia, la
libertà femminile è indigesta più agli uomini delle classi
dirigenti che agli altri.
Quelli più
di questi si ostinano a ignorare il cambiamento nei rapporti
donna-uomo, a costo di arrampicarsi sugli specchi, di
plagiare gli scritti di donne (non facciamo nomi), di far
naufragare la credibilità del loro partito. In alto c'è
spazio per i giochi di potere e di prestigio. Là dove,
invece, c'è da studiare, lavorare, organizzare la vita
quotidiana, crescere bambini, far quadrare il bilancio, le
donne brillano e gli uomini ad esse vicini se ne accorgono,
esclusa una minoranza di complessati.
Uomini
che hanno preso coscienza, uomini che pensano (primo
requisito) e che non si mettono al centro dell'universo
(secondo requisito) ci sono a tutti i livelli sociali.
Uno va ricordato, è proprio
Berlinguer
che a suo
tempo lesse il Sottosopra
Più donne che uomini
(1983), lo citò in un comizio a Milano e non dimenticò quel
nuovo punto di vista di donne che non chiedono parità ma
insegnano politica: nel suo ultimo comizio egli invitò il
suo partito ad "affermare con la società quei valori
generali di cui le donne sono le portatrici".
Da:
http://www.libreriadelledonne.it/news/news.htm
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Come fare degli immigrati dei perfetti deliquenti
Claudio
Crimi
20/01/2009 -
Reato di clandestinità e nuove tasse su permesso di soggiorno e
richiesta di cittadinanza: le iniziative del governo in
materia di immigrazione affermano di voler regolarizzare una
situazione caotica, ma in realtà porteranno solo altra
confusione. Rendendo gli stranieri ancora più alla mercè del
lavoro nero e della precarietà. Le riflessioni di p. Claudio
Crimi, missionario comboniano, responsabile
dell'Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi (Acse)
Prince, studente di Scienze Politiche all’università la Sapienza,
Roma, originario del Congo, ci ha comunicato pochi giorni fa
di aver finalmente ricevuto il rinnovo del
“permesso di Soggiorno”
(pds) per cui aveva fatto la dovuta richiesta.
Tutti felici gli battemmo le mani! “Ma” ci ha anche riferito
“questo permesso di soggiorno scadrà il prossimo marzo 2009,
perché l’ho fatto in marzo del 2008.” Un freddo glaciale
cadde sul nostro entusiasmo! Aspettare un anno per ottenere
un permesso di soggiorno di due mesi? Nell’era
dell’informatica sembra ridicolo se non fosse tragico. Come
si può aspettare un anno, per un documento a cui si ha
diritto (è un rinnovo, per uno studente), e dopo aver
fatto una trafila burocratica infinita, e riceverlo solo due
mesi prima di doverlo rinnovare e incominciare un altro
calvario burocratico senza fine?
Gli immigrati sono di fatto i “precari del permesso di soggiorno”.
Che dire della “nuova
tassa” su questo fatidico pds che il governo ha
imposto? La maggioranza degli italiani ignora che gli
immigrati pagano già 214 € per ottenere il pds! Ora
il governo vuole che paghino un altro contributo, che
potrebbe arrivare anche a 400 €, senza contare i
200 € in più già approvati per la presentazione della
richiesta di cittadinanza. Una solenne ingiustizia fatta
deliberatamente per rendere la vita impossibile agli
stranieri. E, di fatto, la loro vita già difficile, diventa
impossibile: senza lavoro , senza aiuti, senza documenti.
E’
ovvio che questa legge favorirà il lavoro nero e la
criminalità. Senza pds non si può lavorare e non si ha denaro, quindi si è
facilmente vittima dei criminali, degli usurai e del lavoro
nero. Quali gli effetti dell’approvazione del
“reato di clandestinità”?
Nefasti! Prima si propone il carcere per chi
non è in possesso del pds. Ma le prigioni già piene non
possono assorbire 600.000 persone in più per un semplice
reato amministrativo, anche in considerazione delle spese
che questo comporterebbe.
Il Governo ha rabberciata alla bell’e meglio la situazione
e il carcere è stato sostituito con un’ammenda da 10.000 €.
Ora se gli immigrati non hanno 214 €, figuriamoci 10.000 €.
Essi vogliono solo rispetto, dignità e lavoro. Si è inoltre
“scoperto” che ci sono almeno 400.000 badanti non
regolarizzate (quindi i datori di lavoro le stanno
facendo lavorare in nero). Non pochi hanno tremato: una loro
eventuale espulsione o incarcerazione avrebbe provocato un
disastro senza precedenti nelle famiglie italiane!
Durante il governo Prodi 750.000 datori di lavoro si
autodenunciarono per far ottenere un regolare permesso ai
loro dipendenti stranieri. Stanno ancora aspettando! Perché
non regolarizzarli in modo che tutti paghino le tasse a
beneficio dei nostri pensionati e dell’Italia?
Il 18° dossier CARITAS afferma
che gli immigrati sono creatori di ricchezza, in quanto
concorrono per il 9% alla creazione del Pil.
Costituiscono inoltre una popolazione giovane, che per l’80%
è composta da persone al di sotto dei 45 anni. Sono inoltre
un’incredibile ricchezza culturale: parlano più di 150
lingue, mentre sono 146 le loro testate in lingua, tra
giornali, radio e televisione, con circa 800 operatori.
Ancora, assicurano un contributo economico rilevante ai
paesi d’origine tramite le rimesse, ammontate, nell’anno
2007, a 337 miliardi di dollari. Infine, concludono
gli autori del dossier, espressioni del tipo “tolleranza
zero sono più che abusate nel nostro paese, in cui l’inerzia
dell’azione politica ha creato pericolose derive sociali”,
mentre sarebbe preferibile parlare di
“legalità, di impegno rigoroso per fare osservare le leggi e
di senso di giustizia e solidarietà nella loro
formulazione”. Ma l’uso delle parole è molto
indicativo delle reali intenzioni politiche del governo
italiano.
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“Anno
zero”: è bufera su Santoro
Il Manifesto 16-1-2009 Il presidente della Camera,
Gianfranco Fini, telefona al presidente della Rai, Claudio
Petruccioli, per dirgli che «è stato superato il livello di
decenza». Il capo del governo, Silvio Berlusconi, si
esibisce in una nuova versione del celebre “si contenga”. Il
governo israeliano, attraverso l'ambasciatore Gideon Meir,
scrive una lettera al presidente della Rai, protestando «la
mancanza di professionalità, inadatta alla televisione
pubblica italiana». Indecente non è il massacro di Gaza, ma
un programma di Michele Santoro dedicato all'atroce
carneficina. Uno stato estero, la terza carica della
repubblica italiana, il presidente del consiglio sparano
cannonate contro un Annozero sulla guerra dei bambini uccisi
sotto gli occhi del mondo, in diretta tv, come è accaduto
ieri, quando mentre era al telefono con un'emittente
israeliana, Ezeldin Abu el Aish, ha visto atterrargli in
casa una bomba e cinque sue figlie morirgli accanto.
Sull'attenti la risposta di Petruccioli: «Santoro merita
critiche severe». Del resto, per scatenare l'offensiva del
partito filoisraeliano basta denunciare il carattere
“punitivo” dell'offensiva, definendola «un massacro non una
guerra», come ha fatto Massimo D'Alema, nel silenzio dei
suoi compagni di partito.
Quella dedicata alla strage degli innocenti di Gaza, non è
stata una delle migliori serate di Annozero. Andamento
confuso, atmosfera nervosa, interventi ripetitivi,
protagonismi degni di miglior causa. Come la teatrale uscita
di scena di Lucia Annunziata, ospite della strasmissione di
Santoro. Più che alla «guerra dei bambini», l'ex presidente
della Rai, sembrava interessata a discutere
dell'impostazione del programma di cui era ospite. Rubando
il mestiere a un Mastella qualsiasi, dopo aver ripetutamente
accusato Santoro di “faziosità”, offesa dalla replica
dell'amico e collega («non dire le fesserie che tutti dicono
contro di noi, ma quali meriti pensi di acquisire?»), si è
alzata e se ne è andata. Su un tappeto rosso di complimenti
bipartisan, una valanga di dichiarazioni che per tutto il
giorno hanno intasato le agenzie di stampa.
La politica si era meritata la performance migliore nella
sfuriata finale di un Santoro urlante contro la luna, contro
la politica «che non fa un tubo, che è impotente». Mirando
però al bersaglio sbagliato («Veltroni andasse a Gaza
anziché in Africa»), visto che il leader del Pd, almeno per
i bambini sterminati dalla fame, prova a fare qualcosa. E
quale sarebbe la colpa? Aver fatto confrontare giovani
palestinesi con giovani israeliani? Aver mostrato l'ospedale
di Gaza? Non aver rappresentato in par condicio le ragioni
degli uni e degli altri per mettere in primo piano «le cose
che stanno accandendo per come stanno accadendo?». Sul punto
Santoro ha ragione da vendere. Politicamente e
giornalisticamente.
Quando i morti sono uno a mille, quando i bambini uccisi
sfiorano i quattrocento, il giornalista ha il dovere di
titolare “la guerra dei bambini”. Per poi chiedere ai suoi
interlocutori cosa si propone Israele con questa guerra e
cosa si prevede per il dopo. La materia incandescente
richiedeva però di scartare dal solito copione. Meno voci,
più profondità, più governo delle emozioni, più informazione
(quanti italiani sanno dov'è Gaza, cos'è la Cisgiordania,
quale il reddito dei palestinesi...), più attenzione alla
difficoltà di decodificare il tasso di manipolazione. Ma
questi sono appunti e considerazioni che riguardano un
gruppo redazionale. Se invece a insegnare come si fa
giornalismo, come si declina l'attualità sono stati e
governi, allora comandano solo gli elmetti.
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Sulla
guerra a Gaza 2009
Omar Suleiman
Osservatorio Palestina
12 gennaio 2009 - Sono quasi due
anni che assistiamo ad un assedio criminale di un milione e
mezzo di palestinesi nella striscia di Gaza senza che
nessuno abbia mai mosso un dito..abbiamo fatto finta di non
vedere né sentire niente..la fame, la sete, le umiliazioni
quotidiane, l'arroganza, la privazione delle libertà.
Erano, sono tutti corresponsabili di tutto quello che stava
accadendo, a vari gradi: Israele innanzi tutti, il movimento
Hamas, l'autorità nazionale palestinese, la comunità
internazionale, le Nazione Unite e i paesi arabi, nessuno escluso.
Sapevamo tutti che il massacro commesso l'altro
ieri sarebbe accaduto prima o poi, ma eravamo semplicemente
in attesa...
Per 18 mesi la Striscia di Gaza e i suoi abitanti sono
stati "ostaggio" dell'avventurismo di Hamas e dei suoi
dirigenti, sordi a tutti gli appelli all'unità nazionale ed
al dialogo con tutti i movimenti palestinesi per
fronteggiare la minaccia sionista mai cessata, neanche con
gli accordi della "tregua", con una politica di repressione
di tutte le voci in disaccordo con la politica del
movimento, le torture e il carcere per gli "oppositori", fino
alla rottura di una tregua che non offriva niente ai
palestinesi e il lancio dei "missili" kassam che finora
hanno causato più vittime tra i palestinesi stessi per
errore di calcolo e mancato raggiungimento degli obbiettivi.
Senza capire che Israele non aspettava altro per
giustificare i suoi massacri agli occhi della comunità
internazionale e senza poter contare su una forza tale da
resistere davanti alla macchina da guerra sionista (come ha
fatto il movimento Hezbollah per esempio).
Dall'altro lato, a Ramallah, l'autorità nazionale palestinese
non è stata capace di assumere le proprie responsabilità in
difesa dei suoi concittadini assediati a Gaza, non ha
saputo far valere le sue ragione nei confronti dei paese
arabi, né nei confronti della comunità internazionale e cosa
più importante, nei confronti dello stato sionista, continuando
in una sterile trattativa con il governo israeliano che
giocava come sua abitudine sul fattore tempo e contava sulla divisione nelle file del movimento palestinese.
Tutto ciò non toglie nulla alla grave e criminale responsabilità del governo israeliano, che, con l'appoggio dell'amministrazione
Bush, ha continuato con la sua politica di repressione nei
confronti del popolo palestinese. In tutte le direzioni: l'assedio
di Gaza ,la costruzione degli insediamenti, l'ultimazione
delle costruzione del muro, il soffocamento delle città
palestinesi con i check point, la distruzione delle
infrastrutture sociali ed economiche palestinesi e, come ciliegina sulla torta
(come ci hanno abituato da 60 anni, l'utilizzo
delle vite umane palestinesi nelle campagne elettorali
israeliane. Infatti da qui a poco ci saranno le elezione
politiche nello stato sionista di Israele. Destra, centro e
"sinistra" fanno a gara per dimostrare chi può massacrare
meglio i
palestinesi: le immagini che abbiamo visto
ci ricordano molto quelle di Sabra e Shatila, del campo-profughi di Jenin...insomma
stile esercito israeliano.
Non parliamo poi della comunita' internazionale
e del suo
ruolo di garante e protettore di tutte le azioni criminali
dello stato sionista: Stati Uniti, Nazioni Unite ed Unione
Europea stessa...che si e' accodata alle menzogne
dell'amministrazione Bush "road map..Annabolis..e
promesse di garantire un compromesso entro il defunto
2008".
Io non ho partecipato a nessun presidio e non ne ho l'intenzione; non
perchè io non soffra per le sofferenze della mia gente, ma
perchè ormai ci siamo fatti i capelli bianchi nelle
manifestazioni, cortei e presidi per la Palestina e con la
sofferenza nel cuore e nell'anima continuerò a fare le
piccole cose che sono capace di fare per il mio paese e la
sua causa.
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IL FILM SUL TRATTATO ITALIA-LIBIA
In
questi giorni il Parlamento Italiano sta votando il
finanziamento del nuovo Trattato Italia-Libia, in base al
quale verranno potenziate le azioni di contrasto dei
migranti africani. Nel Trattato nulla si dice sulla tutela
reale dei diritti umani di migliaia di uomini e donne in
balia della polizia libica.
Il tutto avviene nel solito imbarazzante silenzio. Ed è
questo silenzio che proviamo a rompere, promuovendo a Roma
una settimana di proiezioni di COME UN UOMO SULLA TERRA,
dopo il nuovo riconoscimento ottenuto al Festival Per il
Cinema Italiano a Bari (menzione speciale sezione
documentari):
- 22 gennaio alle 18.30 alla Casa Internazionale delle
Donne in via della Lungara 19
- dal 23 al 29 gennaio (3 spettacoli al giorno: 16-18-20) al
Nuovo Cinema Aquila in Via L'Aquila 68, al Pigneto
- 29 gennaio al Teatro San Genesio in Via Podgora 1
Continuano le proiezioni anche in altre città d'Italia
(Rimini, Firenze, Milano), i Treni della Memoria ospiteranno
il film lungo il loro percorso e il 7 febbraio il film
sbarcherà anche in Svezia, al Festival di Stoccolma.
Chiunque si voglia aggiungere in questa battaglia di
civiltà, può farlo: diffondendo questa mail, firmando sul
sito del film la petizione contro le deportazioni in Libia
(siamo oltre 2500 firme), organizzando altre presentazioni.
Tutte le info sul sito:
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
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La
pagina è stata creata e curata da Maria Antonietta
Pappalardo