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DALL' EUROPA  2011

      GERMANIA: DAVANTI AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,

                    ORDINATA LA PRIMA DONNA RABBINO DOPO LA SHOAH

Gennaio 2011 - La Germania ha da oggi la prima donna-rabbino mai ordinata nel Paese negli ultimi 75 anni: il Collegio Abraham Geiger (Potsdam) ha ordinato Alina Treiger, nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato - tra gli altri - il presidente della Repubblica, Christian Wulff, e il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Charlotte Knobloch.

Si tratta, scrive la BBC di Alina Treiger, 31 anni, arrivata in Germania dall’Ucraina 10 anni fa. Per la comunità ebraica del Paese la cerimonia di oggi, tenuta nella sinagoga di Charlottenburg dal presidente del Collegio Abraham Geiger dell’Università di Potsdam – il rabbino Walter Jacob - è stato un evento storico. La prima donna rabbino della Germania, Regina Jonas, venne infatti ordinata nel 1935 e, all’età di 42 anni, morì nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz, dopo essere stata deportata nel ghetto di Theresienstadt nel 1942. Treiger ha da oggi gli stessi diritti e le stesse responsabilità dei suoi colleghi rabbini, a differenza della Jonas, che fu costretta a lottare per farsi riconoscere la sua carica e che comunque riuscì soltanto a insegnare la religione. Ma ancora oggi, secondo la Treiger - che guiderà le comunità ebraiche di Oldenburg e Delmenhorst (nordovest) - sono evidenti forti divisioni tra gli uomini e le donne rabbini. "Quando un uomo indossa uno scialle di preghiera tutti pensano che sia un rabbino - ha detto alla stampa internazionale – mentre molti non vogliono accettare il fatto che una donna con uno scialle di preghiera possa essere anche un rabbino”. La sua ordinazione conferma comunque la crescita della comunità ebraica in Germania, che di conseguenza richiede un maggior numero di rabbini (oggi ne sono stati ordinati altri due insieme alla Treiger e nel 2012 un altro gruppo finira’ gli studi). “Non ho scelto io il mio lavoro - ha sottolineato la Treiger - è stato il mio lavoro a scegliere me“. Dieci anni fa, ha raccontato, è arrivata in Germania dall’Ucraina - dove è nata, a Poltava - solo con una valigia e senza conoscere il tedesco. Una decisione, quella di emigrare, presa soprattutto a causa degli ostacoli incontrati nella comunità ortodossa, a cui apparteneva nel suo Paese natale.

"Quando ho detto che volevo diventare un rabbino, la reazione della gente mi ha spaventata - ha proseguito - non immaginano che una donna sia capace di pretendere decisioni etiche e religiose in una comunità”. A differenza del giudaismo liberale, nato proprio in Germania, il giudaismo ortodosso non riconosce le donne-rabbino. E la Treiger ha trovato nella sua patria adottiva un’atmosfera completamente diversa. Ma anche la Germania, dove i seminari liberali sono scomparsi durante l’Olocausto, deve recuperare il terreno perduto. Il primo seminario per rabbini, il Collegio Abraham Geiger, infatti, ha aperto i battenti solo nel 1999: prima di allora le aspiranti donne-rabbino non avevano alcuna possibilità di studiare nel Paese.


 

   Svizzera, il referendum xenofobo segna il trionfo dell’estrema destra

Il 53% dei cittadini elvetici favorevole all'espulsione automatica degli stranieri che commettono reati gravi o truffato le mutue pubbliche. Ma ora il governo rischia problemi giuridici con l'Unione europea

Il fatto quotidiano, 29 nov 2010

GINEVRA – Un’altra vittoria per l’Udc (Unione democratica di centro), il partito di estrema destra svizzero. Un anno fa si imponeva il referendum presentato da questa formazione politica sul blocco della costruzione di nuovi minareti. Ieri, un’altra iniziativa dell’Udc, sempre sullo stesso tono, è stata accolta dalla maggioranza degli svizzeri: il 52,9% ha detto sì all’espulsione automatica degli stranieri autori di reati gravi o che abbiano abusato delle prestazioni sociali.
Fabrice Moscheni, presidente dell’Udc, ha sottolineato: «Gli stranieri che vengono in Svizzera e che vi sono accolti devono rispettarne le leggi e le regole. Se commettono crimini importanti, devono essere rinviati a casa loro, da dove sono venuti. Perché qui in Svizzera non hanno niente da fare». In un editoriale del quotidiano Le Temps nei giorni scorsi si leggeva: «Siamo diventati pazzi? Diventeremo complici di un atto liberticida?» Il referendum appena approvato prevede che l’espulsione automatica avvenga nel caso di reati gravi, come lo stupro, altri reati sessuali, atti di violenza come quelli legati al banditismo il traffico di droga, ma anche le truffe all’assistenza sociale. Il governo, prevedendo la vittoria, aveva presentato un controprogetto, che cercava di rappresentare un compromesso (proponeva di stabilire l’espulsione caso per caso, non in maniera automatica), ma questo è stato bocciato dal 54,2% degli elettori.

L’esecutivo, in effetti, teme i problemi giuridici che la Svizzera potrà avere con l’Unione europea, perché le nuove regole riguarderanno pure gli italiani, i francesi, i tedeschi e tutti gli altri cittadini comunitari attualmente residenti nella confederazione. Berna ha concluso con la Ue accordi bilaterali, in particolare sulla libera circolazione dei cittadini, che potrebbero essere in contraddizione con le nuove espulsioni. Le altre critiche rivolte alle richieste dell’Udc riguardano il fatto che, oltre al mafioso a capo di un ingente traffico di droga, dovrà fare ritorno a casa pure la donna delle pulizie immigrata che non ha dichiarato alcune ore del suo lavoro, non pagando quindi i contributi sociali previsti. Inoltre il provvedimento potrà interessare anche persone, esponenti della seconda generazione di immigrati, nati in Svizzera e che in molti casi non parlano neppure la lingua del loro Paese d’origine. Infine, come sottolineato da Amnesty International, l’espulsione verso certi Stati rappresenterà la possibilità probabile che queste persone siano sottoposte alla tortura o alla pena di morte.
Sono tutte critiche rimaste inascoltate da parte della maggioranza degli svizzeri. E al di là dei limiti del bacino elettorale dell’Udc. Questo è il primo partito in Svizzera, ma controlla il 27% del Parlamento nazionale. Per far passare il referendum, la formazione ha dovuto convincere gli elettori di altri partiti, pescando soprattutto fra quelli del Ppd (Partito popolare democratico, in sostanza i democristiani) e il Plr (Partito liberale-democratico), che si collocano nell’area di centro-destra. E che, in effetti, durante la campagna elettorale sono rimasti assai «silenziosi». D’altra parte in un Paese dove il 21,7% della popolazione è costituito da stranieri, certe paure crescono inesorabilmente. I risultati mostrano comunque una certa spaccatura della Svizzera a livello territoriale. Ha votato si’ una schiacciante maggioranza nei cantoni tedeschi e nel Ticino. Mentre la novità, in realtà, non è passata a Ginevra e nel grosso dei cantoni francofoni.

Ieri un altro referendum, stavolta proposto dai socialisti, è stato invece bocciato. Proponeva una soglia minima di imposizione per chi dichiara più dell’equivalente di 187mila euro netti all’anno. Attualmente, invece, i singoli cantoni possono fissare l’aliquota minima e alcuni di loro giocano proprio su livelli particolarmente bassi per attirare le persone più ricche. Il 58,5% degli svizzeri ha detto no. Probabilmente temendo che l’immagine della confederazione all’estero, come di un «comodo», accogliente (e spudorato) paradiso fiscale, potesse essere deturpata.
Alessandro Verani
 


 

   Gran Bretagna, sessismo abolito per legge

Parte la "positive action" per favorire nei settori pubblici le categorie socialmente più deboli: donne, gay e neri. Obiettivo: entro il 2015 la metà dei nuovi dirigenti nel pubblico dovrà essere di sesso femminile

 Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2010

Sessismo abolito per legge. E discriminazione al contrario per incentivare la presenza delle donne nelle aziende. Il governo britannico parte alla carica per introdurre il fair play anche negli uffici. La sottosegretaria liberal democratica alle Pari opportunità Lynne Featherstone ha lanciato il libro bianco dell’uguaglianza e ha detto che dal prossimo aprile i datori di lavoro potranno usare la cosiddetta  “positive action”. Ovvero, a parità di esperienza e competenza, potranno scegliere deliberatamente di assumere una donna invece di un uomo. Ma anche un gay rispetto a un eterosessuale o una persona di colore rispetto a un bianco. Non solo. Per combattere l’eterna discriminazione nei confronti delle donne in ufficio le aziende saranno invitate a rendere pubblici i salari dei dipendenti. Se ci sarà disparità tra gli impiegati maschi e femmine le società potrebbero essere multate. E il governo sta perfino pensando di rendere obbligatoria la pubblicazione degli stipendi.
La missione di Featherstone è quella di avere più manager in tailleur. Un obiettivo perseguito anche in Italia, ma finora con scarsi. Anzi. Il Belpaese è piuttosto indietro nella scala delle pari opportunità lavorative. Le donne occupate sono meno del 50%. E il 27% lascia l’ufficio temporaneamente dopo la nascita del primo figlio. Secondo dati del Sole24Ore, l’Italia è l’ultima in Europa per la presenza di donne nei Cda delle società quotate in borsa: solo il 2,1%. Un risultato misero se si compara a quello della Norvegia (44%). Senza una legge ad hoc ci vorranno 60 anni per arrivare a una presenza femminile del 30% nei consigli di amministrazione. Le famigerate quote rosa, dunque, benché non piacciano alle italiane, sembrano purtroppo necessarie per almeno l’80% delle donne.

La Gran Bretagna, invece, parte avvantaggiata. E’ la sesta nella lista europea dei Paesi con più manager in tacchi a spillo, con il 13,6%. E la sottosegretaria si è data un obiettivo laborioso: entro il 2015 la metà dei nuovi promossi a livello dirigenziale nelle compagnie pubbliche sarà donna.
La rivoluzione rosa colpirà anche le scuole e il servizio sanitario nazionale. Le società accusate di discriminazione saranno “named and shamed”, ovvero messe alla pubblica gogna.

Nello stesso foglio bianco, la Featherstone promette di creare ambienti di lavoro più “gay friendly” e di introdurre la possibilità di registrare la civil partnership (le nozze tra omosessuali) anche in chiesa. Non quote rosa, insomma, ma la volontà di cambiare la mentalità e la cultura di un Paese. Del resto il partito conservatore di David Cameron (al governo in coalizione con i liberal democratici) ha fatto della campagna a favore dei diritti dei gay un punto fermo. La prova che il partito è davvero cambiato e che Cameron ha rinnovato la vecchia destra thatcheriana, omofoba e intollerante.
La “postive action” è piaciuta ai sindacati, con qualche riserva. Ma la lobby del business non l’ha presa bene. “Adesso il governo chiede ai datori di lavoro di discriminare in base al genere e all’identità sessuale. Mi sembra assurdo”, ha criticato David Green, direttore della think-tank Civitas. Mentre Abigail Morris, dirigente della Camera di Commercio britannica, avverte: “La positive action non farà altro che spingere più impiegati a rivolgersi ai tribunali del lavoro”. E l’opposizione, con il ministro ombra Yvette Cooper, liquida il piano del governo commentando che quelle della sottosegretaria sono solo “belle parole”."E' stanco, sta male e teme complotti"


 

  Maglie della nazionale inglese, è scandalo


                 "Prodotte pagando le operaie 2 euro al giorno"

 

Lo rivela il "News of the World" che ha pubblicato foto dello stabilimento indonesiano in cui si fabbricano gli indumenti. Duemila ragazze lavorano 12 ore al giorno in un'area circondata da filo spinato e guardie armate. E vivono in una baraccopoli

 

LONDRA - Indossate da miliardari, ma prodotte in una fabbrica dove le lavoratrici percepiscono un salario di 2 euro al giorno, lavorando in condizioni di totale sfruttamento. Scandalo sulle nuove casacche della nazionale di calcio inglese, svelato dal domenicale News of the World, che ha scoperto la fabbrica Pt Tuntex delle maglie, di marca Umbro, vendute al pubblico a 49 sterline l'una, a Tangerang (2 ore d'auto da Giakarta), circondata da filo spinato e da guardie armate.
All'interno - il giornale pubblica anche le foto - ci sono circa 2.000 ragazze che lavorano in condizioni durissime per 12 ore al giorno. Una racconta al domenicale: "Lavoriamo il massimo orario consentito perchè il salario base non è abbastanza per vivere e mantenere le nostre famiglie. Il lavoro è molto duro ma i posti buoni non si trovano facilmente".
Secondo il giornale, i supervisori, che controllano costantemente le ragazze, hanno l'ordine di licenziare chiunque stia chiacchierando o usi il cellulare, per paura che possa scattare immagini della fabbrica, dove non c'è neanche l'aria condizionata, nonostante il caldo torrido. Apparentemente, nessuna delle lavoratrici è a conoscenza del prezzo al quale vengono vendute le magliette per le quali chi lavora in quella fabbrica riceve meno che una miseria.
Le nuove casacche, ispirate (su input di Capello e Baldini) a quelle indossate dai campioni inglesi nel 1966, sono state presentate con grande enfasi dalla Federcalcio inglese e dalla Umbro, e sono state disegnate da Aitor Throup e dal sarto Charlie Allen di Savile Row, la strada-santuario della moda inglese.

Hesti, giovane madre di 24 anni, racconta: "C'è solo il tempo di mangiare la sera e dormire, prima che ti riportino con un furgone in fabbrica alle 8 di mattina". La maggior parte delle lavoratrici vive in una baraccopoli con fogne a cielo aperto. E' la seconda volta che il News of the World svela le condizioni in cui si trovano le fabbriche che servono la Umbro: quattro anni fa, fu scoperta una fabbrica in Cina dove lavoratori sottopagati facevano le maglie per la Coppa del Mondo 2006. Un portavoce di Umbro ha dichiarato al domenicale: "Anche se la Umbro non gestisce la Pt Tuntex, siamo impegnati a lavorare con ditte appaltatrici che creano i nostri prodotti in ambienti di lavoro con buone condizioni. In media i lavoratori della Tuntex guadagnano il doppio del salario minimo stabilito dal governo indonesiano". La Football Association dal canto suo ha fatto sapere di noin avere "alcun ruolo nel processo di fabbricazione della divisa dell'Inghilterra".
Sempre a proposito di lavoratori sottopagati in Indonesia, ancora in Inghilterra venne fuori nel 1996, sulla stampa locale e poco prima dell'inizio degli Europei, che l'allora sponsor tecnico dell'Italia produceva le divise degli azzurri (quelle con la scritta sul fondoschiena) nel paese asiatico per salari irrisori dati a gente sottoposta in fabbrica ad orari molto pesanti.


La Repubblica, 14 giugno 2009


 

   Paese Basco. La pace in sette punti

              Marco Santopadre

13 novembre 2009 - Non succede tutti i giorni di vedere seduti intorno a un tavolo personaggi del calibro di Brian Currin, avvocato sudafricano; Raymond McCartney, del dipartimento Esteri dello Sinn Fein; Emine Ayna, presidente del Dtp, il Partito che raccoglie i voti di molti kurdi di Turchia; Jone Goirizelaia, avvocata e rappresentante della Sinistra Patriottica basca; e poi Irfan Dundar, avvocato del leader kurdo Ocalan. Tutti chiamati a discutere di "Processi di pace e risoluzione dei conflitti". Si sa, la guerra fa più notizia della pace. Ma l'incontro che si è svolto nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia ha destato molto interesse. A discutere c'erano sia rappresentanti di popoli protagonisti di conflitti attivi - i baschi e i kurdi - sia personaggi che hanno avuto un ruolo centrale in trattative che hanno condotto alla risoluzione - almeno parziale - di conflitti altrettanto aspri e duraturi, come quello irlandese e quello sudafricano, attraverso una via non violenta e dialogata.

«Il dialogo è l'unica strada possibile nella risoluzione dei conflitti e deve essere fra pari» è il principio attorno al quale è ruotato il dibattito, e che costituisce la base del lavoro concreto di personaggi come Brian Currin. Avvocato sudafricano bianco, fu chiamato da Mandela a presiedere la "Commissione per la pace e la riconciliazione" all'epoca della fuoriuscita dall'apartheid; dopo aver fatto da mediatore in Irlanda e Sri Lanka, sta ora sostenendo la proposta di pace avanzata dalla sinistra basca che si rifà ai cosiddetti "principi Mitchell" che guidarono le complesse trattative che portarono allo neutralizzazione dei gruppi armati lealisti e repubblicani e al ristabilimento di un certo grado di autogoverno per l'Irlanda del Nord. Il basco Arnaldo Otegi, incarcerato di nuovo da Madrid proprio mentre Batasuna si apprestava a rilanciare una road map per la soluzione democratica del conflitto, è intervenuto, seppur virtualmente, attraverso un video (lo stesso hanno fatto Gerry Adams e Nelson Mandela). "Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza ingerenze, mediante l'uso di metodi esclusivamente politici e democratici" dice Jone Goirizelaia proprio mentre nella località navarra di Altsasua un centinaio di militanti della sinistra patriottica presentava una dichiarazione in 7 principi. La sinistra basca si impegna in modo solenne a "rispettare in ogni fase del processo le decisioni che, in maniera libera, pacifica e democratica, vengano adottate dei cittadini e dalle cittadine basche". Batasuna rilancia così di nuovo la palla in campo avversario chiedendo "la smilitarizzazione del conflitto, la liberazione dei prigionieri politici, il ritorno degli esuli politici, un trattamento giusto per tutte le vittime". 5 anni fa Otegi rendendo pubblica la proposta di pace denominata "Ora il popolo, ora la pace" concluse il suo intervento citando Arafat: "la sinistra abertzale si presenta dinanzi allo Stato, al suo popolo e alla comunità internazionale con un ramo d'ulivo in mano. Che nessuno lo lasci cadere".

Ma ai baschi, così come ai kurdi, che propongono iniziative concrete di dialogo e si impegnano a rispettarne le decisioni, gli stati rispondono con la repressione. «Un dialogo tra pari è possibile solo quando l'esistenza di una realtà fino ad ora negata viene riconosciuta dalle parti in causa. Non ci possono essere precondizioni dettate dall'una o dall'altra parte per sedersi intorno a un tavolo negoziale» hanno avvertito i relatori di Venezia. "Come facilitatore nei processi di pace - afferma Brian Currin - plaudo a questa iniziativa del Centro Pace della città di Venezia. Per tutti questi anni il governo spagnolo si è dato un gran da fare a dimostrare che il conflitto non era di natura politica ma armata. Ci hanno creduto tutti tranne il Comune di Venezia grazie al quale oggi siamo qui, in Piazzetta San Marco, a discutere di questi temi. (...) Se il Governo di Madrid è davvero interessato alla pace ora ha a disposizione tutti i pezzi per ricomporre il quadro..." ha concluso Currin.

Di seguito
i sette principi alla base del documento "Un primo passo per il processo democratico: principi e volontà della sinistra indipendentista basca", presentato a Venezia e nel Paese Basco:

1. La volontà popolare espressa attraverso vie pacifiche e democratiche, diviene l'unico riferimento del processo di soluzione democratica, sia per sancirne la sua messa in moto che il suo migliore sviluppo cosi come per raggiungere gli accordi che dovranno essere condivisi dai cittadini e cittadine. La Sinistra abertzale, come dovrebbero fare il resto degli attori politici, si impegna solennemente a rispettare ogni fase del processo decisionale che liberamente, pacificamente e democraticamente adotteranno i cittadini e le cittadine basche.
2. L'ordinamento giuridico-politico risultante, in ogni fase deve essere conseguenza della volontà popolare e deve garantire i diritti di tutti i cittadini e cittadine. Le cornici legali vigenti in ogni fase, non possono essere freno o ostacolo alla libera volontà popolare democraticamente espressa, ma devono essere bensì garanzia del suo esercizio.
3. Gli accordi da raggiungere nello sviluppo democratico dovranno rispettare e regolare i diritti riconosciuti tanto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come nel Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali  e il Patto Internazionali dei Diritti Civili e Politici, cosi come altre normative internazionali concernenti i Diritti Umani, siano essi individuali che collettivi.
4. Il dialogo politico inclusivo, a parità di condizioni, diviene il principale strumento per raggiungere accordi tra le differenti sensibilità politiche del paese. La sinistra abertzale dichiara la sua totale volontà di essere parte di questo dialogo.
5. Nel quadro del processo democratico il dialogo tra le forze politiche deve avere come obiettivo un Accordo Politico risolutivo, che dovrà essere approvato dalla cittadinanza. L'accordo risultante dovrà garantire che tutti i progetti politici possano non solo essere difesi in condizioni di pari opportunità ed in assenza di qualsiasi forma di coercizione o ingerenza ma che possano materializzarsi se questo è il desiderio maggioritario della cittadinanza basca espresso attraverso i procedimenti legali idonei.
6. Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza ingerenze, mediante l'utilizzazione di vie e mezzi esclusivamente politici e democratici. Partiamo dal convincimento che questa strategia politica renderà possibili i progressi in un Processo Democratico. Sud Africa e Irlanda sono, in tal senso, l'esempio.
7. Rinnoviamo il nostro impegno con la proposta di Anoeta. In linea con essa, si devono stabilire un processo di dialogo ed accordo multipartitico a parità di condizioni tra l'insieme delle forze del paese, che favorisca la creazione di un quadro democratico con il quale la cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente rispetto al suo futuro come deciso dalla volontà popolare. Questo processo,  deve basarsi sui principi del senatore Mitchell. Dichiariamo di assumere questi principi. D'altro canto, deve stabilirsi un processo di  negoziazione tra ETA e lo Stato spagnolo che contempli la smilitarizzazione del paese, liberazione di prigionieri e prigioniere politiche basche, ritorno di esiliati ed esiliate e un trattamento giusto ed equo delle vittime del conflitto.
Per tutto questo, riaffermiamo la nostra posizione senza riserve rispetto ad un processo politico pacifico e democratico per raggiungere una democrazia inclusiva dove il popolo basco, libero e senza intimidazione di alcun tipo, determini liberamente il suo futuro.

Il Manifesto


 

   Stampa, Freedom House declassa l'Italia
                "Non è più un Paese pienamente libero"

 Nell'Europa Occidentale il nostro è l'unico Paese 'partly free' seguito solo dalla Turchia. Al primo posto l'Islanda e i Paesi scandinavi
di ROSARIA AMATO

 1 maggio 2009 - La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l'Italia non è esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato per la prima volta da Paese 'libero' (free) a 'parzialmente libero' (partly free), unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla Turchia.

Le ragioni della retrocessione dell'Italia sono molteplici, spiegano gli estensori del Rapporto, che esamina la libertà di stampa in 195 Paesi da quasi 30 anni (dal 1980): "Nonostante l'Europa Occidentale goda a tutt'oggi della più ampia libertà di stampa, l'Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media".

Più in dettaglio, Freedom House riconosce che, in generale, in Italia "la libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei media". Ma è proprio quest'ultimo il punto dolente. Certo, c'è la legge Gasparri, rispetto alla quale l'organizzazione avalla le critiche secondo le quali introduce norme che favoriscono l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ci sono i tanti processi per diffamazione a carico di altrettanti giornalisti, Freedom House ne cita alcuni tra i più eclatanti, tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio.

Ma il punto veramente dolente, a giudizio dell'organizzazione, è costituito "dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei". Berlusconi, affermano senza reticenze gli autori del rapporto, controlla attraverso il governo la Rai, e possiede Mediaset. E la crisi di La7 non ha certo giovato in questo panorama.

Tra i Paesi europei, anche la Grecia ha subito un significativo arretramento: precede infatti l'Italia di una sola postazione, e tuttavia mantiene la valutazione 'free', a differenza del nostro Paese. La quartultima posizione nell'Europa Occidentale è occupata dalla Grecia, preceduta, a parità di giudizio, da Malta, Francia e Cipro. Nella classifica generale l'Italia è al settantunesimo posto, a pari merito con Benin e Israele (tutti e tre primi 'partly free' della tabella).

I Paesi più liberi dell'Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di stampa, sono, a giudizio di Freedom House, l'Islanda (primo), la Finlandia e la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paese non europei nella classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Freedom House sono la Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all'undicesimo posto a pari merito con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania (rientrano ampiamente comunque tra i Paesi che godono di una libera stampa).

Ma la situazione europea, a parte il significativo deterioramento del clima in Italia, è decisamente positiva rispetto a quella di altre aree del mondo. "La professione giornalista è attualmente alle corde - denuncia Jennifer Windsor, direttore esecutivo di Freedom House - e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri".

Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati 'free' solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono 'parzialmente liberi' e 64 (il 33%) sono 'non liberi'. Secondo l'indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.

La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell'Est asiatico, mentre per alcuni Paesi dell'ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa Freedom House parla di vere e proprie intimidazioni nei confronti della stampa libera. Un significativo passo in avanti è stato registrato dalle Maldive, passate dalla categoria 'not free' a quella 'free' grazie all'adozione di una nuova costituzione che protegge la libertà di manifestazione del pensiero, e al rilascio di un importante giornalista, detenuto in carcere.

Decisi peggioramenti si sono registrati in Cambogia ('not free'), Paese nel quale sono aumentate le forme di intimidazione e di violenza nei confronti dei giornalisti; Hong Kong ('partly free'), a causa delle eccessive forme di pressione esercitate dalla Cina, la stessa Cina e Taiwan; Bulgaria, Croazia, Bosnia e Russia; Israele, dove le pressioni sui giornalisti sono fortemente aumentate nel corso dell'ultimo conflitto a Gaza; Senegal e Madagascar; Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala e Nicaragua.


 

  Pari opportunità in Norvegia

24 novembre 2008 - La legge delle “pari opportunità forzate”introdotta dalla Norvegia –dal gennaio scorso nei Consigli di amministrazione almeno il 44,2% delle poltrone disponibili deve essere occupato da donne – ha creato sinergie positive nel mercato del lavoro. Più scelta tra i candidati, una più amplia professionalità ma anche maggior attenzione ai criteri di selezione e quindi più trasparenza nella nomina dei membri del Cda e nelle scelte strategiche. Insomma, una forzatura iniziale che nel giro di un anno si è trasformata in buona prassi, ormai quotidiana.


  GRAN BRETAGNA

Sentenza storica «Difesa del clima non è reato»

 

 12 settembre 2008 - «La difesa del clima non è reato». La storica sentenza è stata emessa l'altro ieri dal tribunale di Maidston in Inghilterra, dove si trovavano sotto processo sei attivisti di Greenpeace per danni causati su una centrale a carbone. I fatti risalgono all'ottobre dello scorso anno, quando cinque dei sei attivisti si arrampicarono rocambolescamente lungo i 200 metri di altezza della ciminiera della centrale di Kingsnorth, nel Kent, per bloccare l'attività dello stabilimento. Prima di scendere a terra, dove ad attenderli c'era la polizia, gli scalatori verdi riuscirono a scrivere, lungo la parete: «Gordon», il nome del primo ministro britannico, Gordon Brown. Secondo l'accusa l'azione di protesta avrebbe causato danni per quarantamila euro che gli incriminati avrebbero dovuto pagare. Il giudice David Caddick, che presiedeva una giuria popolare composta da nove uomini e tre donne, ha invece dato ragione alla difesa che chideva un giudizio di «non colpevolezza», poiché gli imputati erano mossi da una «motivazione legittima», quella di «difendere l'ambiente, un bene comune, dall'impatto dei cambiamenti climatici».

     Durante gli otto giorni di processo, sono stati sentiti diversi esperti su tematiche ambientali di tutto il mondo che hanno confermato la pericolosità delle emissioni della centrale. Lo stabilimento di Kingsnorth libera nell'aria, secondo le testimonianze processuali, circa 20.000 tonnellate di Co2 al giorno, l'equivalente della quantità emessa dai trenta Paesi meno inquinanti del pianeta. Sempre a detta di questi studiosi e degli attivisti di Greenpeace, se il governo laburista riuscirà nel suo progetto di costruzione di un'altra centrale a carbone nelle vicinanze di quella già esistente, la situazione si aggraverà paurosamente. La sentenza di Maidstone non gioca certo a favore dei programmi energetici del governo Brown, deciso a costruire sul suolo del Regno unito nuove centrali nucleari e a carbone. Tutti i maggiori quotidiani inglesi hanno dato ieri grande risalto ai fatti e il dibattito nel Paese si è infiammato. Da un lato gli ambientalisti che cavalcano la vittoria e dall'altro l'esecutivo che incassa il colpo. Appena uscito dal tribunale Ben Stewart, uno degli attivisti prosciolti, ha detto: «Questo verdetto segna un punto di svolta per il movimento ambientalista. Quando una giuria di gente comune - continua Stewart - dice che è legittimo portare avanti delle azioni di protesta contro una centrale che causa cambiamenti climatici, dove andrà a finire la politica energetica del governo?». Azioni come quella di Kingsnorth Greenpeace le porta avanti da anni in tutto il mondo: dalla Nuova Zelanda all'India, dall'Indonesia all'Italia.

 

(Pietro Calvisi)


 

La pagina è stata creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

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