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GERMANIA: DAVANTI AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,
ORDINATA LA PRIMA DONNA RABBINO DOPO LA SHOAH
Gennaio 2011 - La Germania ha da oggi
la prima donna-rabbino mai ordinata nel Paese negli ultimi 75 anni: il
Collegio Abraham Geiger (Potsdam) ha ordinato Alina Treiger, nel corso
di una cerimonia a cui hanno partecipato - tra gli altri - il presidente
della Repubblica, Christian Wulff, e il presidente del Consiglio centrale
degli ebrei tedeschi, Charlotte Knobloch.
Si tratta, scrive la
BBC di Alina Treiger, 31 anni, arrivata in Germania dall’Ucraina 10 anni fa.
Per la comunità ebraica del Paese la cerimonia di oggi, tenuta nella
sinagoga di Charlottenburg dal presidente del Collegio Abraham Geiger
dell’Università di Potsdam – il rabbino Walter Jacob - è stato un evento
storico. La prima donna rabbino della Germania, Regina Jonas, venne
infatti ordinata nel 1935 e, all’età di 42 anni, morì nelle camere a gas
del campo di concentramento di Auschwitz, dopo essere stata deportata nel
ghetto di Theresienstadt nel 1942. Treiger ha da oggi gli stessi diritti e
le stesse responsabilità dei suoi colleghi rabbini, a differenza della Jonas,
che fu costretta a lottare per farsi riconoscere la sua carica e che
comunque riuscì soltanto a insegnare la religione. Ma ancora oggi, secondo
la Treiger - che guiderà le comunità ebraiche di Oldenburg e Delmenhorst
(nordovest) - sono evidenti forti divisioni tra gli uomini e le donne
rabbini. "Quando un uomo indossa uno scialle di preghiera tutti pensano che
sia un rabbino - ha detto alla stampa internazionale – mentre molti non
vogliono accettare il fatto che una donna con uno scialle di preghiera possa
essere anche un rabbino”. La sua ordinazione conferma comunque la crescita
della comunità ebraica in Germania, che di conseguenza richiede un maggior
numero di rabbini (oggi ne sono stati ordinati altri due insieme alla
Treiger e nel 2012 un altro gruppo finira’ gli studi). “Non ho scelto io il
mio lavoro - ha sottolineato la Treiger - è stato il mio lavoro a scegliere
me“. Dieci anni fa, ha raccontato, è arrivata in Germania dall’Ucraina -
dove è nata, a Poltava - solo con una valigia e senza conoscere il tedesco.
Una decisione, quella di emigrare, presa soprattutto a causa degli ostacoli
incontrati nella comunità ortodossa, a cui apparteneva nel suo Paese natale.
"Quando
ho detto che volevo diventare un rabbino, la reazione della gente mi ha
spaventata - ha proseguito - non immaginano che una donna sia capace di
pretendere decisioni etiche e religiose in una comunità”. A differenza
del giudaismo liberale, nato proprio in Germania, il giudaismo ortodosso non
riconosce le donne-rabbino. E la Treiger ha trovato nella sua patria
adottiva un’atmosfera completamente diversa. Ma anche la Germania, dove i
seminari liberali sono scomparsi durante l’Olocausto, deve recuperare il
terreno perduto. Il primo seminario per rabbini, il Collegio Abraham Geiger,
infatti, ha aperto i battenti solo nel 1999: prima di allora le aspiranti
donne-rabbino non avevano alcuna possibilità di studiare nel Paese.
Svizzera, il referendum xenofobo segna
il trionfo dell’estrema destra
Il 53% dei cittadini elvetici favorevole all'espulsione
automatica degli stranieri che commettono reati gravi o
truffato le mutue pubbliche. Ma ora il governo rischia
problemi giuridici con l'Unione europea
Il
fatto quotidiano, 29 nov 2010
GINEVRA – Un’altra vittoria per l’Udc (Unione democratica di
centro), il partito di estrema destra svizzero. Un anno fa
si imponeva il referendum presentato da questa formazione
politica sul blocco della costruzione di nuovi minareti.
Ieri, un’altra iniziativa dell’Udc, sempre sullo stesso
tono, è stata accolta dalla maggioranza degli svizzeri: il
52,9% ha detto sì all’espulsione automatica degli stranieri
autori di reati gravi o che abbiano abusato delle
prestazioni sociali.
Fabrice Moscheni,
presidente dell’Udc, ha sottolineato: «Gli stranieri che
vengono in Svizzera e che vi sono accolti devono rispettarne
le leggi e le regole. Se commettono crimini importanti,
devono essere rinviati a casa loro, da dove sono venuti.
Perché qui in Svizzera non hanno niente da fare». In un
editoriale del quotidiano Le Temps nei giorni scorsi si
leggeva: «Siamo diventati pazzi? Diventeremo complici di un
atto liberticida?» Il referendum appena approvato prevede
che l’espulsione automatica avvenga nel caso di reati gravi,
come lo stupro, altri reati sessuali, atti di violenza come
quelli legati al banditismo il traffico di droga, ma anche
le truffe all’assistenza sociale. Il governo, prevedendo la
vittoria, aveva presentato un controprogetto, che cercava di
rappresentare un compromesso (proponeva di stabilire
l’espulsione caso per caso, non in maniera automatica), ma
questo è stato bocciato dal 54,2% degli elettori.
L’esecutivo, in effetti, teme i problemi giuridici che la
Svizzera potrà avere con l’Unione europea, perché le nuove
regole riguarderanno pure gli italiani, i francesi, i
tedeschi e tutti gli altri cittadini comunitari attualmente
residenti nella confederazione. Berna ha concluso con la Ue
accordi bilaterali, in particolare sulla libera circolazione
dei cittadini, che potrebbero essere in contraddizione con
le nuove espulsioni. Le altre critiche rivolte alle
richieste dell’Udc riguardano il fatto che, oltre al mafioso
a capo di un ingente traffico di droga, dovrà fare ritorno a
casa pure la donna delle pulizie immigrata che non ha
dichiarato alcune ore del suo lavoro, non pagando quindi i
contributi sociali previsti. Inoltre il provvedimento potrà
interessare anche persone, esponenti della seconda
generazione di immigrati, nati in Svizzera e che in molti
casi non parlano neppure la lingua del loro Paese d’origine.
Infine, come sottolineato da Amnesty International,
l’espulsione verso certi Stati rappresenterà la possibilità
probabile che queste persone siano sottoposte alla tortura o
alla pena di morte.
Sono tutte critiche rimaste inascoltate da parte della
maggioranza degli svizzeri. E al di là dei limiti del bacino
elettorale dell’Udc. Questo è il primo partito in Svizzera,
ma controlla il 27% del Parlamento nazionale. Per far
passare il referendum, la formazione ha dovuto convincere
gli elettori di altri partiti, pescando soprattutto fra
quelli del Ppd (Partito popolare democratico, in sostanza i
democristiani) e il Plr (Partito liberale-democratico), che
si collocano nell’area di centro-destra. E che, in effetti,
durante la campagna elettorale sono rimasti assai
«silenziosi». D’altra parte in un Paese dove il 21,7% della
popolazione è costituito da stranieri, certe paure crescono
inesorabilmente. I risultati mostrano comunque una certa
spaccatura della Svizzera a livello territoriale. Ha votato
si’ una schiacciante maggioranza nei cantoni tedeschi e nel
Ticino. Mentre la novità, in realtà, non è passata a Ginevra
e nel grosso dei cantoni francofoni.
Ieri un altro referendum, stavolta proposto dai socialisti,
è stato invece bocciato. Proponeva una soglia minima di
imposizione per chi dichiara più dell’equivalente di 187mila
euro netti all’anno. Attualmente, invece, i singoli cantoni
possono fissare l’aliquota minima e alcuni di loro giocano
proprio su livelli particolarmente bassi per attirare le
persone più ricche. Il 58,5% degli svizzeri ha detto no.
Probabilmente temendo che l’immagine della confederazione
all’estero, come di un «comodo», accogliente (e spudorato)
paradiso fiscale, potesse essere deturpata.
Alessandro Verani
Gran Bretagna,
sessismo abolito per legge
Parte la "positive action" per favorire nei settori pubblici
le categorie socialmente più deboli: donne, gay e neri.
Obiettivo: entro il 2015 la metà dei nuovi dirigenti nel
pubblico dovrà essere di sesso femminile
Il
Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2010
Sessismo abolito per legge. E discriminazione al contrario
per incentivare la presenza delle donne nelle aziende. Il
governo britannico parte alla carica per introdurre il fair
play anche negli uffici. La sottosegretaria liberal
democratica alle Pari opportunità
Lynne Featherstone
ha lanciato il libro bianco dell’uguaglianza e ha detto che
dal prossimo aprile i datori di lavoro potranno usare la
cosiddetta
“positive action”. Ovvero, a parità di
esperienza e competenza, potranno scegliere deliberatamente
di assumere una donna invece di un uomo. Ma anche un gay
rispetto a un eterosessuale o una persona di colore rispetto
a un bianco. Non solo. Per combattere l’eterna
discriminazione nei confronti delle donne in ufficio le
aziende saranno invitate a rendere pubblici i salari dei
dipendenti. Se ci sarà disparità tra gli impiegati maschi e
femmine le società potrebbero essere multate. E il governo
sta perfino pensando di rendere obbligatoria la
pubblicazione degli stipendi.
La missione di Featherstone è quella di avere più manager in
tailleur. Un obiettivo perseguito anche
in Italia,
ma finora con scarsi. Anzi. Il Belpaese è piuttosto indietro
nella scala delle pari opportunità lavorative. Le donne
occupate sono meno del 50%. E il 27% lascia l’ufficio
temporaneamente dopo la nascita del primo figlio. Secondo
dati del Sole24Ore,
l’Italia è l’ultima in Europa per la presenza di donne nei
Cda delle società quotate in borsa: solo il 2,1%. Un
risultato misero se si compara a quello della
Norvegia
(44%). Senza una legge ad hoc ci vorranno 60 anni per
arrivare a una presenza femminile del 30% nei consigli di
amministrazione. Le famigerate quote rosa, dunque, benché
non piacciano alle italiane, sembrano purtroppo necessarie
per almeno l’80% delle donne.
La Gran Bretagna, invece, parte avvantaggiata. E’ la sesta
nella lista europea dei Paesi con più manager in tacchi a
spillo, con il 13,6%. E la sottosegretaria si è data un
obiettivo laborioso: entro il 2015 la metà dei nuovi
promossi a livello dirigenziale nelle compagnie pubbliche
sarà donna.
La rivoluzione rosa colpirà anche le
scuole e il
servizio sanitario
nazionale. Le società accusate di
discriminazione saranno
“named and shamed”,
ovvero messe alla pubblica gogna.
Nello stesso foglio bianco, la Featherstone promette di
creare ambienti di lavoro più “gay friendly” e di introdurre
la possibilità di registrare la
civil partnership (le nozze tra omosessuali)
anche in chiesa. Non quote rosa, insomma, ma la volontà di
cambiare la mentalità e la cultura di un Paese. Del resto il
partito conservatore di
David Cameron
(al governo in coalizione con i liberal democratici) ha
fatto della campagna a favore dei diritti dei gay un punto
fermo. La prova che il partito è davvero cambiato e che
Cameron ha rinnovato la vecchia destra thatcheriana, omofoba
e intollerante.
La “postive action” è piaciuta ai
sindacati,
con qualche riserva. Ma la lobby del business non l’ha presa
bene. “Adesso il governo chiede ai datori di lavoro di
discriminare in base al genere e all’identità sessuale. Mi
sembra assurdo”, ha criticato
David Green,
direttore della think-tank
Civitas.
Mentre Abigail
Morris, dirigente della Camera di Commercio
britannica, avverte: “La positive action non farà altro che
spingere più impiegati a rivolgersi ai tribunali del
lavoro”. E l’opposizione, con il ministro ombra
Yvette Cooper, liquida il piano del governo
commentando che quelle della sottosegretaria sono solo
“belle parole”."E' stanco, sta male e teme complotti"
Maglie della nazionale
inglese, è scandalo
"Prodotte pagando le operaie 2 euro al giorno"
Lo rivela il "News of the World" che ha pubblicato foto dello stabilimento
indonesiano in cui si fabbricano gli indumenti. Duemila ragazze lavorano 12
ore al giorno in un'area circondata da filo spinato e guardie armate. E
vivono in una baraccopoli
LONDRA -
Indossate da
miliardari, ma prodotte in una fabbrica dove le lavoratrici percepiscono un
salario di 2 euro al giorno, lavorando in condizioni di totale sfruttamento.
Scandalo sulle nuove casacche della nazionale di calcio inglese, svelato dal
domenicale News of the World, che ha scoperto la fabbrica Pt Tuntex delle
maglie, di marca Umbro, vendute al pubblico a 49 sterline l'una, a Tangerang
(2 ore d'auto da Giakarta), circondata da filo spinato e da guardie armate.
All'interno - il giornale pubblica anche le foto - ci sono circa 2.000
ragazze che lavorano in condizioni durissime per 12 ore al giorno. Una
racconta al domenicale: "Lavoriamo il massimo orario consentito perchè il
salario base non è abbastanza per vivere e mantenere le nostre famiglie. Il
lavoro è molto duro ma i posti buoni non si trovano facilmente".
Secondo il giornale, i supervisori, che controllano costantemente le
ragazze, hanno l'ordine di licenziare chiunque stia chiacchierando o usi il
cellulare, per paura che possa scattare immagini della fabbrica, dove non
c'è neanche l'aria condizionata, nonostante il caldo torrido.
Apparentemente, nessuna delle lavoratrici è a conoscenza del prezzo al quale
vengono vendute le magliette per le quali chi lavora in quella fabbrica
riceve meno che una miseria.
Le nuove casacche, ispirate (su input di Capello e Baldini) a quelle
indossate dai campioni inglesi nel 1966, sono state presentate con grande
enfasi dalla Federcalcio inglese e dalla Umbro, e sono state disegnate da
Aitor Throup e dal sarto Charlie Allen di Savile Row, la strada-santuario
della moda inglese.
Hesti, giovane madre di 24 anni, racconta: "C'è solo il tempo di mangiare la
sera e dormire, prima che ti riportino con un furgone in fabbrica alle 8 di
mattina". La maggior parte delle lavoratrici vive in una baraccopoli con
fogne a cielo aperto. E' la seconda volta che il News of the World svela le
condizioni in cui si trovano le fabbriche che servono la Umbro: quattro anni
fa, fu scoperta una fabbrica in Cina dove lavoratori sottopagati facevano le
maglie per la Coppa del Mondo 2006. Un portavoce di Umbro ha dichiarato al
domenicale: "Anche se la Umbro non gestisce la Pt Tuntex, siamo impegnati a
lavorare con ditte appaltatrici che creano i nostri prodotti in ambienti di
lavoro con buone condizioni. In media i lavoratori della Tuntex guadagnano
il doppio del salario minimo stabilito dal governo indonesiano". La Football
Association dal canto suo ha fatto sapere di noin avere "alcun ruolo nel
processo di fabbricazione della divisa dell'Inghilterra".
Sempre a proposito di lavoratori sottopagati in Indonesia, ancora in
Inghilterra venne fuori nel 1996, sulla stampa locale e poco prima
dell'inizio degli Europei, che l'allora sponsor tecnico dell'Italia
produceva le divise degli azzurri (quelle con la scritta sul fondoschiena)
nel paese asiatico per salari irrisori dati a gente sottoposta in fabbrica
ad orari molto pesanti.
La Repubblica, 14 giugno 2009
Paese
Basco. La pace in sette punti
Marco Santopadre
13
novembre 2009 -
Non succede tutti i giorni di vedere seduti intorno a un tavolo
personaggi del calibro di Brian Currin, avvocato sudafricano;
Raymond McCartney, del dipartimento Esteri dello Sinn Fein; Emine
Ayna, presidente del Dtp, il Partito che raccoglie i voti di molti kurdi
di Turchia; Jone Goirizelaia, avvocata e rappresentante della
Sinistra Patriottica basca; e poi Irfan Dundar, avvocato del
leader kurdo Ocalan. Tutti chiamati a discutere di "Processi di
pace e risoluzione dei conflitti". Si sa, la guerra fa più notizia
della pace. Ma l'incontro che si è svolto nella Biblioteca Nazionale
Marciana di Venezia ha destato molto interesse. A discutere c'erano sia
rappresentanti di popoli protagonisti di conflitti attivi - i baschi e i
kurdi - sia personaggi che hanno avuto un ruolo centrale in trattative che
hanno condotto alla risoluzione - almeno parziale - di conflitti altrettanto
aspri e duraturi, come quello irlandese e quello sudafricano, attraverso una
via non violenta e dialogata.
«Il dialogo è l'unica strada possibile nella risoluzione dei
conflitti e deve essere fra pari» è il principio attorno al quale è ruotato
il dibattito, e che costituisce la base del lavoro concreto di personaggi
come Brian Currin. Avvocato sudafricano bianco, fu chiamato da Mandela
a presiedere la "Commissione per la pace e la riconciliazione" all'epoca
della fuoriuscita dall'apartheid; dopo aver fatto da mediatore in Irlanda e
Sri Lanka, sta ora sostenendo la proposta di pace avanzata dalla sinistra
basca che si rifà ai cosiddetti "principi Mitchell" che guidarono le
complesse trattative che portarono allo neutralizzazione dei gruppi armati
lealisti e repubblicani e al ristabilimento di un certo grado di autogoverno
per l'Irlanda del Nord. Il basco Arnaldo Otegi, incarcerato di nuovo da
Madrid proprio mentre Batasuna si apprestava a rilanciare una road map per
la soluzione democratica del conflitto, è intervenuto, seppur virtualmente,
attraverso un video (lo stesso hanno fatto Gerry Adams e Nelson Mandela).
"Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e
senza ingerenze, mediante l'uso di metodi esclusivamente politici e
democratici" dice Jone Goirizelaia proprio mentre nella località navarra di
Altsasua un centinaio di militanti della sinistra patriottica presentava
una dichiarazione in 7 principi. La sinistra basca si impegna in modo
solenne a "rispettare in ogni fase del processo le decisioni che, in maniera
libera, pacifica e democratica, vengano adottate dei cittadini e dalle
cittadine basche". Batasuna rilancia così di nuovo la palla in campo
avversario chiedendo "la smilitarizzazione del conflitto, la liberazione
dei prigionieri politici, il ritorno degli esuli politici, un trattamento
giusto per tutte le vittime". 5 anni fa Otegi rendendo pubblica la proposta
di pace denominata "Ora il popolo, ora la pace" concluse il suo intervento
citando Arafat: "la sinistra abertzale si presenta dinanzi allo Stato, al
suo popolo e alla comunità internazionale con un ramo d'ulivo in mano. Che
nessuno lo lasci cadere".
Ma ai baschi, così come ai kurdi, che propongono
iniziative concrete di dialogo e si impegnano a rispettarne le decisioni,
gli stati rispondono con la repressione. «Un dialogo tra pari è possibile
solo quando l'esistenza di una realtà fino ad ora negata viene riconosciuta
dalle parti in causa. Non ci possono essere precondizioni dettate dall'una o
dall'altra parte per sedersi intorno a un tavolo negoziale» hanno
avvertito i relatori di Venezia. "Come facilitatore nei processi di pace -
afferma Brian Currin - plaudo a questa iniziativa del Centro Pace della
città di Venezia. Per tutti questi anni il governo spagnolo si è dato un
gran da fare a dimostrare che il conflitto non era di natura politica ma
armata. Ci hanno creduto tutti tranne il Comune di Venezia grazie al quale
oggi siamo qui, in Piazzetta San Marco, a discutere di questi temi. (...) Se
il Governo di Madrid è davvero interessato alla pace ora ha a disposizione
tutti i pezzi per ricomporre il quadro..." ha concluso Currin.
Di seguito
i
sette principi
alla base del documento "Un primo passo per il processo
democratico: principi e volontà della sinistra indipendentista basca",
presentato a Venezia e nel Paese Basco:
1. La volontà popolare espressa attraverso vie pacifiche e
democratiche, diviene l'unico riferimento del processo di soluzione
democratica, sia per sancirne la sua messa in moto che il suo migliore
sviluppo cosi come per raggiungere gli accordi che dovranno essere condivisi
dai cittadini e cittadine. La Sinistra abertzale, come dovrebbero fare il
resto degli attori politici, si impegna solennemente a rispettare ogni fase
del processo decisionale che liberamente, pacificamente e democraticamente
adotteranno i cittadini e le cittadine basche.
2. L'ordinamento giuridico-politico risultante, in ogni fase deve
essere conseguenza della volontà popolare e deve garantire i diritti di
tutti i cittadini e cittadine. Le cornici legali vigenti in ogni fase, non
possono essere freno o ostacolo alla libera volontà popolare
democraticamente espressa, ma devono essere bensì garanzia del suo
esercizio.
3. Gli accordi da raggiungere nello sviluppo democratico dovranno
rispettare e regolare i diritti riconosciuti tanto nella Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani, come nel Patto Internazionale dei Diritti
Economici, Sociali e Culturali e il Patto Internazionali dei Diritti Civili
e Politici, cosi come altre normative internazionali concernenti i Diritti
Umani, siano essi individuali che collettivi.
4. Il dialogo politico inclusivo, a parità di condizioni, diviene
il principale strumento per raggiungere accordi tra le differenti
sensibilità politiche del paese. La sinistra abertzale dichiara la sua
totale volontà di essere parte di questo dialogo.
5. Nel quadro del processo democratico il dialogo tra le forze
politiche deve avere come obiettivo un Accordo Politico risolutivo, che
dovrà essere approvato dalla cittadinanza. L'accordo risultante dovrà
garantire che tutti i progetti politici possano non solo essere difesi in
condizioni di pari opportunità ed in assenza di qualsiasi forma di
coercizione o ingerenza ma che possano materializzarsi se questo è il
desiderio maggioritario della cittadinanza basca espresso attraverso i
procedimenti legali idonei.
6. Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza
e senza ingerenze, mediante l'utilizzazione di vie e mezzi
esclusivamente politici e democratici. Partiamo dal convincimento che questa
strategia politica renderà possibili i progressi in un Processo Democratico.
Sud Africa e Irlanda sono, in tal senso, l'esempio.
7. Rinnoviamo il nostro impegno con la proposta di Anoeta. In linea
con essa, si devono stabilire un processo di dialogo ed accordo
multipartitico a parità di condizioni tra l'insieme delle forze del paese,
che favorisca la creazione di un quadro democratico con il quale la
cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente rispetto al suo
futuro come deciso dalla volontà popolare. Questo processo, deve basarsi
sui principi del senatore Mitchell. Dichiariamo di assumere questi principi.
D'altro canto, deve stabilirsi un processo di negoziazione tra ETA e lo
Stato spagnolo che contempli la smilitarizzazione del paese, liberazione di
prigionieri e prigioniere politiche basche, ritorno di esiliati ed esiliate
e un trattamento giusto ed equo delle vittime del conflitto.
Per tutto questo, riaffermiamo la nostra posizione senza riserve rispetto ad
un processo politico pacifico e democratico per raggiungere una democrazia
inclusiva dove il popolo basco, libero e senza intimidazione di alcun tipo,
determini liberamente il suo futuro.
Il Manifesto
Stampa,
Freedom House declassa l'Italia
"Non è più un Paese pienamente libero"
Nell'Europa
Occidentale il nostro è l'unico Paese 'partly free' seguito solo dalla
Turchia. Al primo posto l'Islanda e i Paesi scandinavi
di ROSARIA AMATO
1 maggio 2009 - La
libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l'Italia non è
esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House
(organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come
obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese
viene declassato per la prima volta da Paese 'libero' (free) a 'parzialmente
libero' (partly free), unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla
Turchia.
Le ragioni della retrocessione dell'Italia sono molteplici, spiegano gli
estensori del Rapporto, che esamina la libertà di stampa in 195 Paesi da
quasi 30 anni (dal 1980): "Nonostante l'Europa Occidentale goda a tutt'oggi
della più ampia libertà di stampa, l'Italia è stata retrocessa nella
categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di
parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti
intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata
e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione
della proprietà dei media".
Più in dettaglio, Freedom House riconosce che, in generale, in Italia "la
libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e
generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei
media". Ma è proprio quest'ultimo il punto dolente. Certo, c'è la legge
Gasparri, rispetto alla quale l'organizzazione avalla le critiche secondo le
quali introduce norme che favoriscono l'attuale presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi. Ci sono i tanti processi per diffamazione a carico di
altrettanti giornalisti, Freedom House ne cita alcuni tra i più eclatanti,
tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio.
Ma il punto veramente dolente, a giudizio dell'organizzazione, è costituito
"dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto
agli standard europei". Berlusconi, affermano senza reticenze gli autori del
rapporto, controlla attraverso il governo la Rai, e possiede Mediaset. E la
crisi di La7 non ha certo giovato in questo panorama.
Tra i Paesi europei, anche la Grecia ha subito un significativo
arretramento: precede infatti l'Italia di una sola postazione, e tuttavia
mantiene la valutazione 'free', a differenza del nostro Paese. La
quartultima posizione nell'Europa Occidentale è occupata dalla Grecia,
preceduta, a parità di giudizio, da Malta, Francia e Cipro. Nella classifica
generale l'Italia è al settantunesimo posto, a pari merito con Benin e
Israele (tutti e tre primi 'partly free' della tabella).
I Paesi più liberi dell'Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di
stampa, sono, a giudizio di Freedom House, l'Islanda (primo), la Finlandia e
la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi
sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paese non europei nella
classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Freedom House sono la
Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all'undicesimo posto a pari merito
con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo
posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania (rientrano
ampiamente comunque tra i Paesi che godono di una libera stampa).
Ma la situazione europea, a parte il significativo deterioramento del clima
in Italia, è decisamente positiva rispetto a quella di altre aree del mondo.
"La professione giornalista è attualmente alle corde - denuncia Jennifer
Windsor, direttore esecutivo di Freedom House - e sta lottando per rimanere
in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e
dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia
e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i
giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di
controllori dei poteri".
Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la
libertà di stampa: sono classificati 'free' solo 70 Stati, il 36% del
campione. Sessantuno (il 31%) sono 'parzialmente liberi' e 64 (il 33%) sono
'non liberi'. Secondo l'indagine, solo il 17% della popolazione mondiale
vive in Paesi che godono di una stampa libera.
La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell'Est
asiatico, mentre per alcuni Paesi dell'ex Unione Sovietica, del Medio
Oriente e del Nord Africa Freedom House parla di vere e proprie
intimidazioni nei confronti della stampa libera. Un significativo passo in
avanti è stato registrato dalle Maldive, passate dalla categoria 'not free'
a quella 'free' grazie all'adozione di una nuova costituzione che protegge
la libertà di manifestazione del pensiero, e al rilascio di un importante
giornalista, detenuto in carcere.
Decisi peggioramenti si sono registrati in Cambogia ('not free'), Paese nel
quale sono aumentate le forme di intimidazione e di violenza nei confronti
dei giornalisti; Hong Kong ('partly free'), a causa delle eccessive forme di
pressione esercitate dalla Cina, la stessa Cina e Taiwan; Bulgaria, Croazia,
Bosnia e Russia; Israele, dove le pressioni sui giornalisti sono fortemente
aumentate nel corso dell'ultimo conflitto a Gaza; Senegal e Madagascar;
Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala e Nicaragua.
Pari
opportunità in Norvegia
24
novembre 2008 -
La legge delle “pari opportunità forzate”introdotta dalla Norvegia –dal
gennaio scorso nei Consigli di amministrazione almeno il 44,2% delle
poltrone disponibili deve essere occupato da donne – ha creato sinergie
positive nel mercato del lavoro. Più scelta tra i candidati, una più amplia
professionalità ma anche maggior attenzione ai criteri di selezione e quindi
più trasparenza nella nomina dei membri del Cda e nelle scelte strategiche.
Insomma, una forzatura iniziale che nel giro di un anno si è trasformata in
buona prassi, ormai quotidiana.
GRAN
BRETAGNA
Sentenza storica «Difesa del clima non è reato»
12 settembre 2008
- «La difesa del clima non è reato». La storica sentenza è stata emessa
l'altro ieri dal tribunale di Maidston in Inghilterra, dove si trovavano
sotto processo sei attivisti di Greenpeace per danni causati su una centrale
a carbone. I fatti risalgono all'ottobre dello scorso anno, quando cinque
dei sei attivisti si arrampicarono rocambolescamente lungo i 200 metri di
altezza della ciminiera della centrale di Kingsnorth, nel Kent, per bloccare
l'attività dello stabilimento. Prima di scendere a terra, dove ad attenderli
c'era la polizia, gli scalatori verdi riuscirono a scrivere, lungo la
parete: «Gordon», il nome del primo ministro britannico, Gordon Brown.
Secondo l'accusa l'azione di protesta avrebbe causato danni per quarantamila
euro che gli incriminati avrebbero dovuto pagare. Il giudice David Caddick,
che presiedeva una giuria popolare composta da nove uomini e tre donne, ha
invece dato ragione alla difesa che chideva un giudizio di «non
colpevolezza», poiché gli imputati erano mossi da una «motivazione
legittima», quella di «difendere l'ambiente, un bene comune, dall'impatto
dei cambiamenti climatici».
Durante gli otto giorni
di processo, sono stati sentiti diversi esperti su tematiche ambientali di
tutto il mondo che hanno confermato la pericolosità delle emissioni della
centrale. Lo stabilimento di Kingsnorth libera nell'aria, secondo le
testimonianze processuali, circa 20.000 tonnellate di Co2 al giorno,
l'equivalente della quantità emessa dai trenta Paesi meno inquinanti del
pianeta. Sempre a detta di questi studiosi e degli attivisti di Greenpeace,
se il governo laburista riuscirà nel suo progetto di costruzione di un'altra
centrale a carbone nelle vicinanze di quella già esistente, la situazione si
aggraverà paurosamente. La sentenza di Maidstone non gioca certo a favore
dei programmi energetici del governo Brown, deciso a costruire sul suolo del
Regno unito nuove centrali nucleari e a carbone. Tutti i maggiori quotidiani
inglesi hanno dato ieri grande risalto ai fatti e il dibattito nel Paese si
è infiammato. Da un lato gli ambientalisti che cavalcano la vittoria e
dall'altro l'esecutivo che incassa il colpo. Appena uscito dal tribunale Ben
Stewart, uno degli attivisti prosciolti, ha detto: «Questo verdetto segna un
punto di svolta per il movimento ambientalista. Quando una giuria di gente
comune - continua Stewart - dice che è legittimo portare avanti delle azioni
di protesta contro una centrale che causa cambiamenti climatici, dove andrà
a finire la politica energetica del governo?». Azioni come quella di
Kingsnorth Greenpeace le porta avanti da anni in tutto il mondo: dalla Nuova
Zelanda all'India, dall'Indonesia all'Italia.
(Pietro Calvisi)
La pagina è stata creata e curata da Maria
Antonietta Pappalardo
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