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DAL MONDO  2009

      Il Grande gioco non serve

                  Noam Chomsky


Nato nel 1928 negli Stati Uniti, è un linguista di fama mondiale e un esponente della sinistra radicale nordamericana. Dal 1955 è professore di linguistica all'Mit di Boston

La politica dell'escalation non porterà alla pace in Afghanistan e nel resto della regione

Fin dall'antichità la regione che oggi chiamiamo Afghanistan è stata d'importanza strategica per i grandi conquistatori, da Alessandro Magno a Gengis Kan e Tamerlano. Nell'ottocento l'impero russo e quello britannico si contesero l'Asia centrale, affrontandosi nel cosiddetto Grande gioco. Nel 1893 sir Henry Mortimer Durand, un ufficiale dell'esercito coloniale inglese, tracciò una linea lunga più di duemila chilometri per delimitare il confine occidentale dell'India governata dalla Gran Bretagna. La Linea Durand tagliava in due le zone abitate dai pashtun, che gli afgani consideravano parte del loro territorio. Nel 1947 l'area nordoccidentale della regione fu di nuovo divisa per creare il Pakistan. Ancora oggi, nella zona di confine tra Afghanistan e Pakistan, il Grande gioco continua.
Questa regione, che si estende da una parte e dall'altra della debole e permeabile Linea Durand, ora è chiamata, in modo appropriato Afpak. La popolazione non ha mai accettato questa linea di confine e anche lo stato afgano non l'ha riconosciuta.
È un fatto storico incontestabile che gli afgani sono sempre riusciti a cacciare tutti i loro invasori. Ma l'Afghanistan rimane ancora il premio geostrategico del Grande gioco. Il presidente statunitense Barack Obama ha deciso d'intensificare la guerra nell'Afpak, portando avanti l'escalation dell'amministrazione Bush.
Attualmente l'Afghanistan è occupato dagli Stati Uniti e dai loro alleati della Nato. La presenza militare degli stranieri non fa che aggravare il conflitto, mentre quello che servirebbe è uno sforzo comune delle varie potenze regionali – comprese Cina, India, Pakistan e Russia – per aiutare gli afgani a risolvere i loro problemi interni in modo pacifico.

Alle manovre delle grandi potenze si contrappone un forte movimento per la pace, che sta crescendo anche in Afghanistan. I suoi attivisti chiedono la fine dei combattimenti e l'avvio di negoziati con i taliban. Accettano volentieri l'aiuto degli stranieri per la ricostruzione e lo sviluppo, ma non a scopi militari. Questo movimento sta raccogliendo molti consensi tra la popolazione locale.
Le prossime truppe americane che arriveranno, quindi, non dovranno affrontare solo i taliban. Come ha scritto
Pamela Constable sul Washington Post, dovranno fare i conti anche con "un nemico disarmato ma altrettanto pericoloso: l'opinione pubblica del paese". Molti afgani sono convinti che "invece di aiutare a sconfiggere gli insorti e a ridurre la violenza che dilaga in tutto il paese, l'arrivo di altre truppe straniere peggiorerebbe la situazione".

La maggior parte degli afgani intervistati dalla giornalista ha dichiarato che "preferirebbe un accordo negoziato con gli insorti a un'intensificazione della campagna militare. Molti hanno ricordato che i taliban ribelli sono afgani e musulmani come loro, e che il paese ha sempre risolto i suoi conflitti interni attraverso gli incontri tra le comunità e le tribù".
La prima richiesta del presidente afgano Hamid Karzai a Obama è stata la fine dei bombardamenti contro i civili. Karzai ha anche dichiarato a una delegazione dell'Onu che vorrebbe un piano di ritiro delle forze straniere (cioè statunitensi).
Così facendo ha perso il sostegno di Washington e ha smesso di essere il leader preferito dei mezzi d'informazione occidentali, che ora lo descrivono come "corrotto" e "inaffidabile". Forse è vero, ma se lo è oggi, lo era anche quando lo chiamavano il "nostro uomo" a Kabul. Secondo la stampa statunitense, Washing­ton e i suoi alleati vogliono metterlo da parte e sostituirlo con un leader scelto da loro.

Un corrispondente esperto come
Jason Bur­ke del Guardian ha scritto: "Stiamo ancora cercando di costruire non lo stato che vogliono gli afgani, ma quello che secondo noi dovrebbero volere. Se chiedete a un afgano a quale paese si augura che somigli il suo tra qualche decennio, vi risponderà l'Iran". In questo scenario l'Iran ha un ruolo particolarmente importante. I suoi rapporti con l'Afghanistan sono molto stretti. Teheran si oppone al ritorno dei taliban e ha offerto aiuti sostanziosi al governo di Kabul per combatterli. Come ringraziamento è stata inserita nell'Asse del male. L'Iran ha più interesse di qualsiasi altro paese ad avere come vicino un Afghanistan stabile e prospero. E, naturalmente, è in buoni rapporti con Pakistan, India, Turchia, Cina e Russia. Se gli Stati Uniti continueranno a impedire a Teheran di avere buoni rapporti con l'occidente, la sua intesa con Mosca e Pechino potrebbe rafforzarsi. Durante la recente conferenza sull'Afghanistan dell'Aja Karzai ha incontrato alcuni alti funzionari iraniani, che si sono impegnati ad aiutare Kabul nella ricostruzione e nella lotta al fiorente traffico di droga.

La politica dell'escalation non porterà alla pace in Afghanistan e nel resto della regione. La cosa più importante è che gli afgani siano liberi di risolvere da soli i problemi del paese. Senza interferenze da parte di stranieri più o meno coinvolti nel Grande gioco.

Internazionale 790, 9 aprile 2009

 


  Con le donne afgane

             Irshad Manji

Cresciuta tra Uganda e Canada, è ricercatrice presso la New York University e la European Foundation for Democracy. Il suo sito è irshadmanji.com

Non c'è da sorprendersi se il moderato Karzai deve sottomettersi a un gruppo di banditi

C'era un tempo in cui ci credevo. Da femminista musulmana convinta, avevo fiducia nella missione in Afghanistan. Ora non più.
Il 12 aprile i taliban hanno ucciso un'altra attivista per i diritti delle donne. Poco prima era stata annunciata una nuova legge contro le donne firmata dal presidente afgano Hamid Karzai. Lo hanno accusato di aver ceduto alle pressioni dei signori della guerra in vista delle elezioni. Solo quando l'eco delle proteste è arrivata in occidente, Karzai ha deciso di modificare la legge. Questa vittoria, se così la possiamo chiamare, sarà a breve termine. Sono sempre più convinta che il problema dell'Afghanistan sia più grave dei taliban o di un governo centrale debole. È un problema così radicato che mi ha spinto a chiedermi se le truppe della coalizione non si debbano semplicemente ritirare. Non vorrei essere fraintesa: io sono a favore di questa battaglia. Nei dibattiti pubblici ho sempre sostenuto l'intervento militare in Afghanistan. Discutendo con altre persone di sinistra come me, ho spesso ribadito che sono gli stessi afgani a volere le truppe della Nato.

Ai pacifisti, invece, ho risposto che si può essere contro la guerra e al tempo stesso a favore dell'intervento. Come
Swanee Hunt, che di recente ha pubblicato un libro sulla sua esperienza di ambasciatrice degli Stati Uniti a Vienna durante la guerra in Bosnia. "Il personale dell'ambasciata raccoglieva le testimonianze delle persone che volevano rifugiarsi in Austria", racconta Hunt.
"Le responsabilità erano enormi. Non ci dormivo la notte. E mi chiedevo se non fosse il caso di dare le dimissioni come gesto di protesta perché il mio paese non stava intervenendo". Alla fine il presidente Bill Clinton ha mandato l'esercito a fermare il genocidio, ma nel frattempo, scrive Hunt, "duecentomila persone erano morte inutilmente".

A chi non vuole che donne e uomini muoiano vestendo l'uniforme, ho fatto notare che i soldati sono consapevoli dei rischi del loro lavoro. E che, se ci mostriamo demoralizzati ogni volta che qualcuno dei nostri torna a casa in una bara, è come dire ai taliban che combattiamo senza uno scopo. E che moriamo senza uno scopo. Ma ora ho un dubbio: per cosa esattamente stanno morendo i soldati statunitensi? Subito dopo le prime elezioni libere in Afghanistan, Karzai ha affrontato un test elementare di democrazia: difendere la libertà di culto di un afgano convertito al cristianesimo che era stato accusato di apostasia. I mullah avevano chiesto la pena di morte e i giudici li avevano assecondati. Una decisione che non sorprende: secondo la costituzione afgana, la sharia è la legge suprema. In quell'occasione Karzai non ha condannato pubblicamente l'interpretazione reazionaria dei precetti islamici data dai giudici. Si è limitato a citare il Corano, quando dice che "non c'è costrizione nella religione".

Nel 2008 uno studente di giornalismo di 23 anni è stato condannato a morte per aver preso da internet e divulgato un articolo che critica il modo in cui il Corano parla delle donne. I mullah hanno vinto in tribunale. Lo studente non è neanche stato difeso da un avvocato. È ancora vivo, ma in prigione. Da allora il garbato ed elegante Karzai è sempre rimasto in silenzio di fronte alle sanzioni inflitte in nome dell'onore tribale: dalle violenze di gruppo sulle donne alle aggressioni con l'acido contro le adolescenti. Perché un presidente che è considerato un moderato lascia un potere così grande ai signori della guerra? Secondo gli esperti di geopolitica, è un modo per evitare altri massacri. Ma ha senso permettere che delle innocenti siano violentate per prevenire altre violenze?

Purtroppo la risposta è sì, e non perché lo dicono gli esperti. Nelle società influenzate dalla cultura araba l'asabiyya (la solidarietà tribale) è una delle componenti più importanti. L'intellettuale musulmano
Ibn Khaldun, vissuto nella seconda metà del trecento e considerato uno dei padri della sociologia, studiò il comportamento delle popolazioni musulmane negli ambienti aridi e sperduti. E notò che dove le condizioni di vita sono difficili, la divisione del lavoro è quasi inesistente. La sopravvivenza dell'uomo, quindi, è assicurata dai legami di parentela, che possono facilmente generare sentimenti di superiorità del gruppo. Tra le diverse tribù in lotta per il predominio si innesca un ciclo di vendette e controvendette, e alla fine i vincitori hanno un potere molto più grande di qualsiasi assemblea democraticamente eletta. Per questo i signori della guerra possono essere considerati un prodotto più autentico della storia afgana. Non c'è da sorprendersi se un presidente moderato deve sottomettersi a un gruppo di banditi. O se la decisione del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di inviare altri soldati in Afghanistan non servirà ad aiutare la popolazione. I militari possono ridare stabilità al paese. Ma se stabilità significa violenza senza fine, che senso ha vincere?

Internazionale 792, 23 aprile 2009


 

  La difficile America di Barack Obama

                                     Rita Di Leo

Qualche anno fa in un albergo di Boston, chiesi un piccolo servizio alla cameriera del piano che era nera. Alla sera trovai sul mio cuscino un biglietto (che conservo): “Grazie, mai prima una signora bianca mi aveva trattato come lei”. Qualche anno fa un amico, visiting professor alla Cornell University di Ithaca, ebbe un pre-infarto, riuscì a chiamare l’ambulanza ma i due che si presentarono con la barella, prima di mettervelo, controllarono la sua social security card. I due piccoli casi esemplificano i grandi casi del professore, nero, anziano, claudicante che si è trovato in galera 6 minuti dopo essersi ribellato al poliziotto bianco, entrato nella sua casa e la guerra in corso sulla riforma sanitaria. Intanto Obama si è adattato a chiedere scusa all’America bianca per aver preso le parti del nero.
A molte cose si sta adattando Obama in questi ultimi tempi, via via che il nocciolo duro del potere bianco si fa sentire. La partita in corso è asprissima. Inizialmente il presidente, l’intellettuale politico professionale così sicuro di sé, ha creduto di avere imboccato il sentiero giusto: lasciare che nel paese del capitalismo, fossero le stesse persone, responsabili della crisi, a cercare la via per uscirne. Conveniva loro e conveniva al paese. Il governo federale li avrebbe soccorsi come era solito fare, alla maniera americana: aiutando imprenditori e proprietari giacché è dal loro benessere che dipende quello generale. E rassicuranti infatti sono le recentissime notizie sui bonus in ripresa per i manager e i prezzi in risalita delle case. Vero è che i disoccupati sono sempre tanti ma a loro provvedono le misure assistenziali, migliorate dalla nuova amministrazione. L’importante è non sovvertire la tradizionale logica bianco-protestante del sistema, di non cadere nella trappola del modello sociale europeo.
E’ come se il politico Obama abbia scelto di non toccare quella logica per impegnarsi piuttosto nelle politiche simboliche: ad esempio la chiusura di Guantanamo, l’accordo sul sindacato in fabbrica, la nomina di un nero come ministro della giustizia in un paese con 4 milioni di detenuti, la maggioranza dei quali neri, e dove un ragazzo di 12 anni non ha diritto a un carcere minorile; la nomina di un insegnante progressista come ministro per l’istruzione in un paese dove la scuola pubblica serve troppo spesso solo da posteggio per i poveri, la nomina di un giudice ispanico e donna alla Corte suprema. E poi vi sono le interviste e i discorsi in giro per il paese, scegliendo posti “ostili” e occasioni “difficili”, contando sulla sua capacità di convincere, sperimentata nei dieci e più anni di community organizer nelle periferie di Chicago.
E’ come se per l’intellettuale Obama il cambiamento debba riguardare in primo luogo il clima culturale e sociale del paese. La reazione del paese non ha premiato le sue scelte.
Dopo sei mesi c’è un calo dei consensi da destra e da sinistra. A sinistra i rimproveri riguardano le promesse non ancora mantenute della campagna elettorale e dei primi giorni di presidenza.
A destra è in corso una sfida complessa sulla capacità di leadership del presidente. A giocarla sono in molti, a cominciare dai democratici "moderati". Gli fanno ostruzionismo sulla riforma sanitaria, commentano da indipendenti le sue politiche e il vice presidente Joe Biden è andato in Georgia a scucire il rapporto con la Russia, appena ricucito. Infine i repubblicani si sono convinti che possono rimontare dal disastro Bush e stanno attaccando Obama con una virulenza risparmiata a Bush dai democratici. E’ come se la febbre della campagna elettorale fosse passata e a mente fredda il potere bianco si stia chiedendo come è potuto accadere che un intellettuale nero di sinistra stia alla Casa bianca e rappresenti l’America nel mondo. E come porvi rimedio se non delegittimandolo con campagne di stampa aggressive, facendogli perdere le elezioni di midterm e chiudere con un solo mandato questo loro smacco.
Vai su un sito o su un quotidiano o su un blog e trovi la domanda-sondaggio: "Obama è nato in America?" "Obama è cristiano?" "Obama è socialista?". Puoi rispondere se sei un cittadino americano al quale si sta trasmettendo il messaggio che alla Casa bianca c’è un intruso, nato in Kenya, musulmano e per di più clonato dalla cultura europea socialdemocratica. L’ultima accusa viene dai neoconservatori, gli ex trotzkisti d’origine europea, tornati a dare battaglia. Il momento sembra tornato propizio. A coglierlo sono in molti. Da noi i grandi quotidiani hanno comiciato a pubblicare commenti critici sul presidente Obama che mai si erano permessi con Bush.
Nel paese sono in corso contromisure per neutralizzare le politiche della Casa bianca: il Congresso non trova i fondi per chiudere Guantanamo, la lobby degli imprenditori è riuscita ad aggirare la disposizione favorevole al sindacato in fabbrica, l’orientamento bipartisan, auspicato dalla nuova amministrazione, è stato platealmente sconfessato per ogni nomina e iniziativa di Obama. Il consenso c’è solo sulla guerra in Afghanistan e sul rispetto per Wall Street. Vale a dire sul business militare-industriale e sul capitalismo finanziario. Vale a dire sull’America per come è e con la quale prima o poi il nuovo presidente dovrà confrontarsi. E ottenere qualche vittoria se vorrà ammodernare treni e strade, scuole dove si impara a leggere, fabbriche con il sindacato, assistenza sanitaria per chi ne è privo, carceri che non siano più la versione domestica di Abu Ghraib, biblioteche dove non si è schedato se si chiedono libri stranieri, strade e luoghi di lavoro dove neri, latinos e asiatici non siano presi di mira.
Il cambiamento culturale dipende dalla sua capacità di creare alleanze per meglio vedeserla con il vecchio, tradizionale potere bianco di un’America dura e amara. Ma chi aiuterà Obama?

Il Manifesto, 3 agosto 2009


 

     NIGERIA

            Florence Ursino

9 giugno 2009 - Quattordici anni fa Ken Saro Wiwa, scrittore e attivista nigeriano, venne impiccato assieme ad altri otto civili secondo quanto stabilito dal regime dittatoriale nigeriano di Sani Abacha dopo un processo-farsa. L'esecuzione era stata motivata dalla necessità di soffocare la lotta che il leader del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop) stava portando avanti contro lo sfruttamento dei giacimenti pteroliferi nella regione dell'Ogoniland, territorio del Delta del Niger, e contro le tecniche di estrazione del petrolio utilizzate dalla compagnia petrolifera Shell, altamente nocive per l'ambiente.

Oggi la multinazionale anglo-olandese ha accettato di pagare 15 milioni di dollari (11,1 milioni di euro) per non presentarsi al banco degli imputati nel processo che si è aperto a New York con l'accusa al colosso petrolifero di complicità con il regime di Abacha nell'uccisione degli otto militanti del Mosop e del poeta Ken Saro Wiwa: Shell ha pensato bene così di evitare una condanna per violazione dei diritti umani. Sì, perchè per tutelare la propria attività e il proprio interesse in Nigeria negli scorsi decenni il gigante petrolifero ha contribuito a finanziare gruppi paramilitari e a dare il suo sostegno alle molteplici catture, torture e uccisioni perpetrate dal governo nigeriano nei confronti degli attivisti ambientalisti come Saro Wiwa e altri.

Lo scrittore nigeriano era riuscito a bloccare la produzione di greggio della Shell e aveva denunciato e indebolito il sistema di corruzione dell'ex regime dittatoriale mobilitando migliaia di persone contro l'impoverimento progressivo della regione del Delta del Niger, ad oggi una delle più inquinate del pianeta. Un'azione scomoda, quella di Ken Saro Wiwa. Sconveniente per tutti quelli che in 30 anni in Nigeria hanno estratto trenta miliardi di dollari di oro nero senza che la popolazione del luogo ne traesse il seppur minimo beneficio. Ma Shell, che ha sempre respinto tutte le accuse, oggi dichiara che i 15 milioni di dollari di risarcimento servono ad aiutare il "processo di riconciliazione" nei territori della Nigeria, dove dalla morte di Ken Saro-Wiwa non è più riuscita ad operare per le durissime proteste della popolazione, e nega qualsiasi implicazione nella morte del poeta e degli altri attivisti dei diritti dell'uomo: "Il gesto - afferma in un comunicato Malcolm Brinded, che dirige il ramo esplorazione e produzione di Shell - significa che, anche se Shell non ha partecipato alle violenze che sono avvenute, ci sono dei quartieri e delle persone che hanno sofferto".

"Penso che mio padre sarebbe felice di questo risultato" ha invece affermato il figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr.: "Il fatto che la Shell sia stata costretta a patteggiare per noi è un chiara vittoria". Già l'inizio del processo era stato in qualche modo una vittoria per il figlio dell'attivista: "In qualche modo abbiamo già vinto perchè una delle ultime cose che mio padre mi disse era che un giorno la Shell avrebbe passato i suoi giorni in tribunale". Il processo ha potuto avere luogo dopo 14 anni in base ad una legge che consente di perseguire un'azienda, presente in maniera importante negli USA, anche per crimini commessi all'estero. Cosa che, sperano i querelanti Ogoni, possa servire da avvertimento anche alle altre aziende operativamente presenti oggi in Nigeria, Paese ormai messo in ginocchio dalla povertà, dalla corruzione, dalle industrie, soprattutto quella petrolifera, che continua a provocare gravissimi danni all'ambiente. "Nessuno nega alla Shell il diritto di produrre idrocarburi - afferma Saro Wiwa Junior- ma bisogna darlo rispettando l'ambiente e i diritti umani". E se questo non fosse possibile? Basterebbero 15 milioni di dollari per mettera a tacere le coscienze?


   TRE MONDI PER UNA REGIA MULTILIVELLO
           Risiko IMPERIALE. Intervista a Parag Khanna

 

di Roberto Ciccarelli
Il ventunesimo secolo sarà multipolare e la globalizzazione porterà a un governo mondiale condiviso tra Stati Uniti, Unione europea e Cina. Un'intervista con Parag Khanna, autore del volume «I tre imperi», considerato testo di riferimento dell'establishment legato a Barack Obama
Parag Khanna, enfant prodige della scuola liberal delle relazioni internazionali, è l'emblema peripatetico del mondo post-Americano. Indiano di nascita, ha vissuto da bambino negli Emirati Arabi, ha frequentato il liceo negli Stati Uniti e in Germania, infine il suggello di una laurea alla Georgetown. Poi il salto nel pantheon delle fondazioni democratiche, la «Brookings Institution», l'accesso alla «Commissione Trilaterale» e al «World Economic Forum» di Davos dove, forse unico trentenne, è stato invitato sette volte. Oggi Khanna è direttore del progetto di ricerca Global Governance Initiative alla «New American Foundation».
Le ragioni della buona accoglienza del suo ultimo libro, Tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, (Fazi, pp. 609, euro 22,50), possono essere individuate nel profilo melting pot dell'autore, che segnala la fine del cosiddetto «uomo atlantico» (bianco, americano, protestante e anglo-sassone), e nell'analisi dell'attuale multipolarismo, che ratifica la fine del sogno unipolare, ed imperiale, americano portato avanti durante la presidenza di George W. Bush. Un libro che sembra essere stato scritto appositamente per restituire un'immagine globale alla nascente politica estera della nuova amministrazione Obama. Non a caso Khanna è stato consulente per la politica estera durante la sua campagna elettorale.
Il lancio mediatico che ha accompagnato il libro è stato caratterizzato da una tesi non occasionale. Tre imperi può essere simbolicamente contrapposto al famigerato Scontro delle civiltà di Samuel Huntington che rappresenta, nel profilo intellettuale e nell'argomentazione, il risvolto oppositivo di Khanna. Il primo era conservatore in politica e un realista nelle relazioni internazionali. Il secondo è un progressista e fautore di un multipolarismo ideale. Se Huntington era il fautore di una democrazia limitata alle civiltà dominanti, e alle élites bianche, al contrario Khanna promuove la «storia comparativa» tra le culture di Alfred Toynbee e considera quella americana una democrazia multiculturale e multietnica.
Con la crisi (irreversibile?) del neo-liberismo conservatore, e della centralità ideologica assegnata alla «razza bianca» e all'ambiente sociale come cause fondamentali per lo sviluppo di una civiltà, oggi riemerge una diversa attenzione nei confronti delle differenze e delle somiglianze tra le varie civiltà, senza per questo rinunciare all'idea che, nella politica globale, sono i rapporti di forza a dettare i tempi. Potrebbe essere questo il risultato dell'avanzata del «secondo mondo» - il titolo originale del libro - principalmente della Cina: non certo un pacifico «governo del mondo», né tanto meno una guerra globale tra le civiltà, ma il consolidamento di una rete di relazioni interimperiali nelle quali i «paesi emergenti» (la Russia, l'Iran, l'Egitto, l'Uzbekistan e India che Khanna analizza da vero globe trotter) giocheranno un importante ruolo di contro-bilanciamento delle potenze dominanti: Stati Uniti, Cina e Unione Europea.
Una ricetta riconoscibile nell'ambiente degli analisti democratici, il più noto dei quali in Italia è Charles Kupchan che ha disegnato uno scenario paragonabile ne La fine dell'età americana. Khanna riflette tuttavia su una differenza significativa: rispetto all'epoca ascendente della globalizzazione, è ormai difficile pensare che la democrazia sia «esportabile» solo attraverso le virtù dell'economia di mercato. Senza considerare che il tentativo di «esportarla» sulle canne dei fucili si è rivelato, se è possibile, ancora più catastrofico. Il suo è un appello per un «governo responsabile delle differenze», senza cedere agli interessi geopolitici.
Interpellato su questo punto, Khanna si è rivelato un realista: «Nel XXI secolo, geopolitica e globalizzazione coesisteranno in maniera pericolosa. Continueranno a procedere su binari opposti, ma restano due lati della stessa medaglia. La globalizzazione è l'arma che gli imperi usano per perseguire i loro obiettivi geopolitici. Lo ha fatto la globalizzazione americana, lo sta facendo quella cinese. Se la geopolitica prevarrà sulla globalizzazione, il futuro sarà molto complicato. Il loro rapporto resta tuttavia potenzialmente produttivo».

Per quali ragioni gli Stati Uniti sembrano avere perso la capacità di sfruttare questa produttività?
Gli Stati Uniti stanno sperimentando un relativo declino, ma restano una superpotenza, anche dal punto di vista militare. Credo tuttavia che il momento unipolare americano sia terminato almeno dagli anni Settanta ed Ottanta del XX secolo. È uno dei risultati della Guerra fredda, insieme all'apertura e alle riforme economiche della Cina, al consolidamento e all'espansione dell'Unione Europea. Ciò ha portato ad un'eccezionale diffusione del potere a livello mondiale. È questa la causa principale per cui gli Stati Uniti stanno perdendo posizioni sul mercato geopolitico.

Barack Obama ha però confermato la sua intenzione di trasformare il XXI secolo in un nuovo «secolo americano». A suo parere, in che modo riuscirà a realizzare questo progetto?
Il prossimo secolo apparterrà ad una pluralità di potenze. I popoli dell'anello del Pacifico non stanno aspettando di trasformarlo in qualcosa a propria immagine e somiglianza. Lo hanno già fatto! L'America dovrà rivitalizzarsi per restare competitiva nelle condizioni attuali. Penso che Obama rimetterà al passo questo paese, sia dal punto di vista interno, sia a livello internazionale. Ciò non contribuirà a restaurare la sua egemonia, ma solo a mantenere la sua attuale posizione come uno dei tre principali leader mondiali.

Questo significa che il nuovo «secolo americano» preferirà la diplomazia all'arte della guerra?
La geopolitica attuale è molto più complessa rispetto a quella del XIX secolo. Esiste un livello allo stesso tempo locale e globale, che io chiamo «secondo mondo» in cui sono presenti l'Europa dell'Est, l'Asia centrale e quella dell'Est, il Medio Oriente che determineranno il destino della competizione tra le tre superpotenze. L'arte della diplomazia non è mai tramontata. Ma certo, in questo nuovo scenario, essa sarà molto importante per garantire la stabilità in un mondo così complesso, multipolare e multi-civilizzato, e per governare le ambizioni delle potenze emergenti.

Gli Stati Uniti dovrebbero garantire la protezione militare, l'Unione Europea un certo benessere e la Cina un nuovo potere economico. La tripartizione imperiale della politica globale da lei prospettata è l'auspicio di una divisione del lavoro tra le potenze? Oppure è il nuovo schema della lotta per l'egemonia mondiale?
È una mia speranza che ciascuna delle superpotenze sia disponibile ad accettare l'importanza e l'insostituibilità delle altre, e il fatto che nessuna tra di esse potrà mai essere sconfitta. In questo modo, potrebbero concentrarsi su una salutare divisione del lavoro e concentrarsi sulle sfide comuni che le riguardano: il terrorismo, il cambiamento climatico, la crisi degli stati, la povertà.

Questo nuovo multilateralismo è più un problema di coordinamento tra imperi regionali che un governo pacifico della politica globale?
Entrambe le cose. Alcune istituzioni multilaterali sono molto importanti, penso al Wto, ma anche alle altre, sempre più marginali, come la Banca Mondiale. Quindi, quando si tratterà di fare investimenti in Africa, ciò dovrà essere un problema comune degli Stati Uniti, della Cina o dell'Unione Europea. Un modello preferibile a quello attuale in cui nessuno si muove prima di avere consultato le Nazioni Unite.

È comprensibile che un paese in crisi come gli Stati Uniti invochi una cooperazione responsabile. In che modo, e sino a quale punto, un antagonista globale come la Cina collaborerà a questa impresa? Passata la crisi finanziaria, tutto tornerà come prima?
La Cina vuole essere un azionista responsabile dell'ordine politico globale, non certo dell'ordine auspicato in passato dagli Stati Uniti. Ciò pone dei problemi, anche perché esiste una grande differenza tra ciò che gli Stati Uniti ritengono sia «responsabile» e ciò che è «responsabile» agli occhi dei Cinesi o degli altri. Pensi solo, ad esempio, ai problemi sollevati dalle sanzioni economiche contro la Siria, l'Iran, Cuba e la Corea del Nord. È un tema sul quale nessuno dei due contendenti «imperiali» è d'accordo.

La sua tesi sull'Unione Europea, che in questa crisi si presenta più divisa che mai, sorprenderà molti europei. Non pensa di essere troppo ottimista nel considerarla un attore globale?
Resto dell'idea che l'Europa sia un influente attore economico globale, oltre che un importante attore diplomatico. In tutta l'America Latina, l'Africa e l'Asia si fanno grandi sforzi per copiarne il modello. Questo è molto importante. In questa ottica, l'allargamento verso Est dell'Unione Europea rappresenta uno sviluppo positivo della sua vicenda perché aiuta a consolidare i suoi confini ad Est e ad Ovest, accresce l'influenza sulla Russia e rafforza la prossimità con il Medio Oriente. Al di là delle difficoltà attuali, i «nuovi» membri dell'Unione porteranno un'attitudine positiva rispetto all'impegno internazionale e questo sarà salutare anche per i paesi della «vecchia» Europa.

PARAG KHANNA
Dall'università a Al Jazeera, il globetrotter della geopolitica
Nel 2008 Parag Khanna è stato nominato da «Esquire» tra le 75 personalità più influenti del secolo appena iniziato. Una reputazione che è stata consolidata da una serie di riconoscimento accademici e politici. Nato in India, Khanna ha un ruolo di primo piano nella «New America Foundation», presso la quale dirige un programma di ricerca sulla «governance» globale, scrive su importanti quotidiani come il «New York Times», il «Guardian» e «Die Zeit», ha insegnato a Berlino, a Singapore e a Nuova Delhi. È stato consulente del «Council for Foreign Realtion» e del «World Economic Relation» di Davos. Poco più che trentenne, nel 2007 ha inoltre lavorato, sempre come consulente, per il comando statunitense in Iraq e in Afghanistan. Ha ricoperto lo stesso ruolo durante la campagna elettorale di Barack Obama. Opinionista della Cnn, della Bbc e di Al Jazeera. Khanna è un globe-trotter instancabile, ha viaggiato in quasi 100 paesi. Il suo «Tre imperi» è stato tradotto in dodici lingue. Sta terminando un dottorato in relazioni internazionali presso la London School of Economics. Per il 2009 è annunciata la pubblicazione, da parte della casa editrice Random House, di «How to Run the World».

Il Manifesto, 9-3-2009


 

  Al via l'era Zuma

L'Anc ha assicurato che non intende modificare la Costituzione

Con un'affluenza dell'80%, l'Anc ha raccolto il 66,2% dei voti: Zuma ha la presidenza assicurata. Ma il partito registra un calo di oltre 3 punti, a vantaggio soprattutto dell'Alleanza democratica, storico partito di opposizione di destra, con il 16% dei voti. Esordio non facile per il Cope: è il terzo partito, con il 7% dei consensi

25/04/2009 - Con il 66,2% dei consensi, l'African National Congress ha conquistato la maggioranza assoluta nelle elezioni del 22 aprile scorso. Un dato che assicura la presidenza a Jacob Zuma, candidato dell'Anc, ma che segna un calo di consenso di oltre tre punti: nel 2004, le elezioni che hanno confermato Thabo Mbeki per un secondo mandato presidenziale avevano raccolto quasi il 70% dei voti (69,69%).

Pur mantenendo i due terzi della maggioranza parlamentare (su un totale di 400 deputati), che permette quindi modifiche costituzionali, l'Anc deve quindi registrare per la prima volta un calo sostanziale nel consenso. Il risultato era annunciato, tanto quanto il calo era prevedibile. Ancora troppo larga la distanza con i partito di opposizione: l'Alleanza democratica, guidata da Hellen Zillie, è la seconda formazione politica con il 16,24% dei voti, raccolti soprattutto nella regione più ricca del Sudafrica, la "Western Cape", dove sono stati fondamentali i voti dei cittadini bianchi e di quelli misti. Ancora più indietro il Cope, nuova formazione nata dalla scissione dell'Anc, che ha guadagnato solo il 7,48% dei consensi.

Alta l'affluenza alle urne (l'80%): nonostante l'esito scontato, le elezioni hanno profondamente coinvolto la popolazione, proprio per l'ambiguità della figura di Zuma, per le sue vicende giudiziarie e per le polemiche politiche che ne sono conseguite. Fattori che, uniti agli errori dei 15 anni di gestione ininterrotta del paese da parte dell'Anc e agli scandali che hanno visto coinvolti alcuni dei suoi deputati per frode e corruzione, hanno decretato il calo del partito. Soddisfatta la Zillie, leader dell'Ad, che potrebbe essere alla guida di una coalizione di partiti all'opposizione, e che è stata accolta a Cape Town, città di cui è sindaco, con un grande entusiasmo. Incontenibile anche l'entusiasmo dei sostenitori di Zuma, che non sono riusciti ad aspettare i dati definitivi per festeggiare, e che hanno riempito le piazze e gli stadi in tutto il paese.


 

  Il giorno dopo l'incriminazione di El Bashir

                      Sudan: vecchi e nuovi scenari

La popolazione è con Bashir. La comunità internazionale è divisa. Cominciano le ritorsioni: espulse 13 ong dal Sudan. E l’Onu teme una nuova ondata di violenze in Darfur. L'intervista con Diego Marani.

Una nuova forma di colonialismo: questa l’accusa del presidente sudanese Omar El Bashir nei confronti della Corte penale internazionale dell’Aja, che ieri ha emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, per le sue presunte responsabilità nel conflitto in corso in Darfur. Le autorità sudanesi da mesi vanno ripetendo che un eventuale incriminazione del presidente non sarebbe stata nemmeno presa in considerazione: Khartoum infatti non riconosce l’autorità della Cpi. Da due giorni nella capitale sudanese Khartoum la popolazione è scesa in piazza in sostegno al presidente. Intanto il governo sudanese, con l’accusa di intelligence con la Cpi,  ha deciso di espellere 13 organizzazioni umanitarie straniere dal proprio territorio. La comunità internazionale è divisa tra l’esigenza di giustizia e il timore di una nuova ondata di violenze ed intolleranze, non solo nei confronti degli stranieri occidentali in Sudan, ma anche della popolazione del Darfur.
L'editoriale di Nigrizia: 10 e lode alla Cpi
Sulle possibile prospettive che si aprono ora per il Sudan e per ilconflitto del Darfur ascolta l'intervista con Diego Marani, giornalista esperto di Sudan, dal Focus di  Michela Trevisan su Afriradio.

 Darfur, le origini del conflitto

 Nella regione sudanese occidentale le antiche tensioni mai sopite sono scoppiate in conflitto armato nel 2003, quando due gruppi ribelli, l’Esercito di liberazione del Sudan (Sudan Liberation Army, Sla)  e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Justice and Equality Movement, Jem) hanno deciso di imbracciare le armi accusando il governo centrale di Khartoum di aver abbandonato il Darfur. Le tre province al confine con il Ciad (Darfur settentrionale, meridionale e occidentale) sono abitate in prevalenza da pastori nomadi, tre le principali etnie: i fur, i masalit e gli zaghawah, considerate popolazioni “nere” rispetto a quelle di origine arabe che abitano il centro e il nord del Sudan, compresa la capitale Khartoum. Per far fronte ai ribelli del Darfur le autorità sudanesi hanno ingaggiato le milizie arabe janjaweed, che si sono macchiate di gravi violenze nei confronti della popolazione. Il governo ha sempre negato il coinvolgimento negli attacchi delle milizie, particolarmente cruente nel biennio 2003-2004, nonostante Onu e organizzazioni umanitarie da sempre accusino Khartoum di aver armato i janjaweed. Seppur con minor intensità, il conflitto continua ormai da 6 anni: in base alle ultime stime delle Nazioni Unite, (che risalgono però al 2008) sono oltre 300mila le vittime, 3 milioni gli sfollati, ammassati nei campi profughi al confine con il Ciad.

 Falliti tutti i tentativi di trovare una via diplomatica alla risoluzione del conflitto: nonostante a Doha si sia concluso da poco un incontro tra governo e ribelli del Jem, con il mandata d’arresto spiccato dalla Cpi contro El Bashir , i ribelli hanno dichiarato che considerano chiuso ogni negoziato. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha sempre avuto le mani legate: Cina e Russia difendono da sempre la politica di Khartoum, bloccando risoluzioni e proposte di sanzioni. Gli interessi economici di Pechino e Mosca sono decisamente troppi, legati soprattutto al petrolio, ma anch ad imponenti progetti edilizi che stanno cambiano il volto della capitale sudanese. Gli appalti sono tutti affidati ad agenzie straniere. Cina e Russia sono inoltre state accusate di aver violato l’embargo imposto dall’Onu sulla vendita di armi al Sudan. Nonostante l'ostinata contrarietà di Khartoum, con la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007 il Consiglio ha dato il via all'Unamid, missione di caschi blu con il compito di tutelare la popolazione. Il mandato dei caschi blu è stato rinnovato fino al 2009, ma la mancanza di effettivi e di mezzi impone ai peacekeepers un ruolo marginale.

 Alle origini del  conflitto in Darfur

Darfur, un genocidio ignorato, l'editoriale  di giugno 2004
Del genocidio, o dell'innominabile, l'editoriale di settembre 2004

L’agonia del Darfur, ottobre 2004

Petrolio e politiche di guerra, 9 settembre 2004


Profughi e sfollati

In fuga dal Darfur  27 gennaio 2006

Darfur: crisi esplosiva  28 agosto 2006

Le iniziative dell’Onu e della comunità internazionale

Sudan: serve una road map,  9 marzo 2006

I rappresentanti di Unione Europea, Onu, Unione Africana, Usa e del governo sudanese intorno allo stesso tavolo per discutere della situazione in Darfur e dei rapporti tra Sudan e Ciad. La soluzione? Una missione di pace dei caschi blu.

Caschi blu in Darfur?   8 giugno 2006

L’arrivo delle truppe dell’Onu nella regione sudanese potrebbe avvenire entro la fine dell’anno. Intanto, l’Unione Africana capeggiata da Konare incontra i capi dei ribelli sudanesi che non hanno firmato la pace.

Lasciateci soli, 4 settembre 2006

No ai caschi blu. E no all’Unione Africana. Il governo sudanese ha dichiarato che le forze di peacekeeping dell’Unione Africana presenti in Darfur dovranno andarsene entro fine settembre. Alla sicurezza del paese ci penserà l’esercito governativo.

Nigrizia on line, 9-3-2009


 

    Le ferite delle donne

Africa / I documenti internazionali sulla condizione femminile                                     

Luciano Ardesi

Ogni anno nel mondo muoiono 536.000 madri durante la gravidanza o subito dopo il parto. Metà sono africane. Tante le cause. Che non si risolvono garantendo loro solo la salute, ma anche l’istruzione: una donna istruita è più consapevole dei propri diritti e padrona del proprio futuro.

01/03/2009 - Nella società tradizionale africana, come nell’economia del continente, la donna – specialmente in quanto madre – è ancora al centro della vita e rappresenta il termometro delle condizioni dell’intera popolazione. È quanto emerge dai rapporti di alcune organizzazioni internazionali – Unicef, Unfpa, Oms, Fao – resi pubblici nelle ultime settimane. Nel mese tradizionalmente dedicato alla donna (vedi la ricorrenza dell’8 marzo), analisi e numeri sulla condizione della donna-madre – e, attraverso di lei, di tutta la società – danno da pensare.

Ogni anno nel mondo muoiono 536.000 donne durante la gravidanza o nei primi 42 giorni dopo il parto. Di queste, metà (276.000) sono africane. La cosiddetta mortalità materna è uno degli indici più significativi della condizione della donna, in modo particolare dell’Africa e del sud del mondo. Mentre nelle altre regioni questo tipo di mortalità è andata regredendo, nell’Africa subsahariana i tassi sono rimasti invariati. Ma tenuto conto dell’alta fertilità delle donne africane, questo fa sì che, in cifre assolute, il numero di decessi sia aumentato (Rapporti Unicef e Unfpa). L’Africa occidentale e centrale hanno il più alto tasso di mortalità materna: per ogni 100.000 bambini nati vivi muoiono ogni anno 1.100 madri, contro gli 820 decessi, in media, per tutta l’Africa, i 450 per il sud del mondo e i 9 per i paesi industrializzati. La Sierra Leone è il paese che ha il più alto tasso di decessi materni al mondo: 2.100 su 100.000 nati vivi. Naturalmente, si tratta di medie. Determinate zone possono presentare situazioni ancora più drammatiche: nella provincia dell’Equatoria, in Sud Sudan, i decessi sono 2.337.

Ogni giorno, nel mondo, 1.500 donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza. La maggior parte di questi decessi avviene nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Il Niger è il paese dove il rischio di mortalità materna – cioè il rischio che una donna muoia a causa di una gravidanza – è il più alto al mondo: una ogni 7 madri, di fronte a una media di 1 su 76 per il sud del mondo, e di 1 su 8.000 per i paesi industrializzati (1 su 47.600 in Irlanda).

Da queste cifre si può comprendere perché il divario, in termini di rischio di mortalità materna, tra paesi industrializzati e paesi poveri sia il più ampio al mondo nel campo della salute. I decessi si verificano per lo più dal terzo mese di gravidanza alla prima settimana dopo il parto. Le cause sono molteplici. Tra le principali: l’insufficienza delle attrezzature disponibili, la scarsità del personale e la mancanza di farmaci, che non consentono di affrontare adeguatamente le complicanze ostetriche. Vi sono anche cause indirette, come un’alimentazione squilibrata o comunque insufficiente.

Tutte cause che rinviano alla più generale condizione di povertà. L’aumento dei prezzi dei beni alimentari – iniziato nel 2006 e tuttora in atto – ha portato la Fao a identificare nel mondo 22 paesi vulnerabili alla crisi alimentare, tenuto conto anche della loro situazione socio-economica di partenza, come, ad esempio, la presenza di bambini sottopeso o la dipendenza da fattori economici esterni. Di questi paesi, i primi quattro sono tutti africani (Comore, Eritrea, Liberia e Niger). In questo contesto di crisi alimentare, le donne in gravidanza e in allattamento, assieme ai loro neonati, costituiscono la categoria più a rischio di malnutrizione, a causa dei bisogni alimentari che il loro stato comporta. Qualunque intervento mirato ad affrontare l’emergenza dovrebbe prevedere alimenti aggiuntivi per le donne gravide o che allattano.

Danni ai figli

Non stupisce che le precarie condizioni delle madri si ripercuotano sulla salute dei figli. Ogni anno, 3,7 milioni di bambini muoiono entro i primi 28 giorni dalla nascita (mortalità neonatale). L’Africa centro-occidentale è la regione dove questo rischio è più elevato: 44 bambini su 1.000 nati vivi, contro 3 su 1.000 nei paesi industrializzati. Il 51% dei bambini che muoiono nel mondo entro i primi 5 anni di vita (4,7 milioni) è africano. Si potrebbe continuare con altri numeri e altre percentuali. Un elemento, tuttavia, accomuna questi dati: la discriminazione di genere (che si traduce in esclusione sociale) che colpisce le donne, specialmente nei paesi del sud del mondo e in Africa in particolare. Un approccio a questi problemi basato sul rispetto dei diritti umani è, dunque, essenziale per migliorare la salute delle madri e dei loro bambini.

Si pensi a un diritto fondamentale, come quello all’istruzione. Le bambine hanno migliorato il loro accesso all’educazione di base, ma i divari rimangono elevati in molte regioni, specialmente in Africa centro-occidentale. Purtroppo, questo aspetto viene spesso sottovalutato, mentre per le donne i vantaggi dell’istruzione sono davvero importanti. Anche per le ragazze tra i 15 e i 19 anni le principali cause di mortalità sono legate alla gravidanza e al parto (70.000 decessi ogni anno). Più bassa è l’età di una donna al momento del concepimento e maggiore è il rischio per la sua salute. Le ragazze che partoriscono prima dei 15 anni corrono un rischio cinque volte superiore a quello delle donne di oltre 20 anni.

E a rischio sono anche i loro figli: un bambino nato da una madre con meno di 18 anni ha il 60% in più di probabilità di morire entro il primo anno di vita, rispetto al figlio di una madre con più di 19 anni. Le donne istruite sono più propense a ritardare il concepimento, a distanziare le gravidanze, a far vaccinare con maggiore regolarità i propri figli e ad avere un’alimentazione più adeguata per sé stesse e i propri figli. L’istruzione è essenziale anche perché le donne abbiano una migliore conoscenza dei propri diritti, e questo accresce la possibilità che esse hanno d’influire sulle decisioni che le riguardano più da vicino. Sono soprattutto africani i paesi in cui sono ancora i mariti a decidere dell’assistenza sanitaria delle loro donne. Solo un approccio “culturale” ai problemi delle donne può consentire di pianificare adeguatamente gli interventi mirati alla loro salute e a quella dei loro figli, evitando di isolarli dal contesto in cui vengono effettuati e, nel contempo, salvaguardando i diritti fondamentali delle donne.

Dove informarsi

 Unicef, La condizione dell’infanzia nel mondo 2009, http://www.unicef.it/flex/FixedPages/IT/Pubblicazioni.php/L/IT/Item/ 73/frmIDCategoria/0/frmIDArgomento/0

 Unfpa, Lo stato della popolazione nel mondo 2008, http://www.aidos.it/ita/pubblicazioni/index.php?idPagina=521

 Fao, Soaring Food Prices Soaring Space, http://km.fao.org/fsn/soaring-food-prices-space/en/,

 Fao, Global Information and Early Warning System on Food and Agriculture,

 http://www.fao.org/GIEWS/english/index.htm


 

 

   L’Italia e le armi alla Nigeria

Il governo di Abuja secondo Amnesty viola libertà fondamentali

Luciano Bertozzi

Nel suo recente viaggio in Nigeria, il ministro degli esteri Frattini ha concluso accordi con Abuja per la vendita di 2 navi militari, sollevando le critiche dei ribelli del Mend, che chiedono la ridistribuzione equa dei proventi del petrolio. E violando la legge 185

La disponibilità del ministro degli esteri Frattini a fornire due navi militari alla Nigeria, annunciata nel corso della recente visita ufficiale nel paese africano (una delle tappe del suo tour africano, dal 9 al 13 febbraio- ascolta l'intervista a Carlo Marroni, giornalista de ilSole24ore, che traccia un resoconto del viaggio di Frattini ) ha suscitato le ire del Mend (Movimento per l’emancipazione del delta del Niger) che ha minacciato ritorsioni sulle imprese italiane, soprattutto del gruppo ENI, operanti in loco. Il titolare della Farnesina ha incontrato ad Abuja il ministro della difesa ed ha riferito che il governo nigeriano è “interessato ad usare tecnologie italiane, navi leggere veicoli speciali, blindati Lince, aerei, tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”. ” Il governo italiano – ha commentato il Mend - ha offerto, non richiesto, la fornitura di due navi militari all’esercito nigeriano che sta conducendo una guerra ingiusta contro le popolazioni del delta del Niger”.

La Farnesina ha replicato alle accuse del Mend affermando che il nostro paese favorisce la stabilizzazione ed ha ribadito l’invito alla Nigeria a partecipare al vertice del G8 di quest’estate in programma alla Maddalena. Rafforzare l’apparato militare di uno stato che secondo Amnesty International viola le libertà fondamentali non aiuterà a risolvere politicamente il problema della popolazione che abita il Delta del Niger, area ricca di petrolio, i cui proventi non vengono però distribuiti equamente: la regione è la più povera e arretrata della Nigeria. Anzi, il petrolio si trasforma in una sorta di maledizione: lo sfruttamento sconsiderato delle multinazionali straniere distrugge l’ambiente e ne impedisce ogni possibilità di sviluppo. La Nigeria, pur essendo un importante produttore non ha utilizzato i notevoli introiti derivanti dall’oro nero per migliorare la qualità della vita dei nigeriani: il paese è in fondo a tutte le statistiche socioeconomiche mondiali. Le stesse multinazionali petrolifere sono state accusate di sostenere l’apparato militare. Inoltre negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi alle piattaforme petrolifere ed i sequestri dei lavoratori che hanno visto anche il coinvolgimento dell’ENI.

Tale contesto imporrebbe particolare cautela e la sospensione di ogni cooperazione militare: proprio il contrario di quanto avviene. Il paese è un importante cliente dell’industria militare italiana, il primo dell’Africa subsahariana. Nel 2007 , secondo la relazione governativa ,sono state consegnate armi per un valore di 16 milioni di euro. Nel 2006 Alenia Aeronautica ha firmato un contratto da 84 milioni di euro per la messa in efficienza degli aerei da addestramento MB 339 forniti in precedenza. . Nel 2005 la stessa azienda ha firmato un contratto da 60 milioni di euro per l’ammodernamento e la logistica degli aerei da trasporto G 222 forniti dall’Italia . L’accordo prevede anche la formazione tecnica del personale. In passato Abuja ha anche usufruito di servizi militari , non meglio specificati nei documenti ufficiali di Palazzo Chigi, per un valore di 2,8 milioni di euro. Ciò avviene mentre il nostro paese ha cancellato, nel 2005, gran parte del debito estero contratto con l’Italia, quasi 900 milioni di euro. Commesse che, in coerenza con la legge 185 che disciplina l’export militare, dovrebbero essere quantomeno sospese: la legge vieta le vendite a paesi belligeranti. E’ da sottolineare, inoltre, che l’Onu nel 2006 ha denunciato l’uso sistematico della tortura da parte della polizia nigeriana.

Nigrizia on line, 05/03/2009


Le nuove tecnologie contro l'infibulazione

Il 6 febbraio è la giornata mondiale per la lotta contro le mutilazioni genitali femminili, orrenda pratica che riguarda 140 milioni di donne nel mondo. Oggi chi vuole denunciare questa cultura può farlo, attraverso il web, grazie ad un concorso.

Combattere la cultura e la pratica dell'infibulazione con le nuove tecnologie: è l'obiettivo del concorso “Escissione: partecipa e vinci” (Excision: jouez et gagnez), lanciato dall'organizzazione senegalese Enda Tiers Monde, sul sito Les jeunes changent l’Afrique.org. Fino al 28 febbraio i giovani e le giovani dell'Africa che vogliono partecipare devono inviare foto, disegni, caricature, ma anche video e musica, per denunciare la pratica delle mutilazioni genitali femminili (mgf). Il concorso è rivolto ai ragazzi che vivono nell'Africa francofona occidentale: Benin, Burkina-Faso, Costa d'Avorio, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Togo, dove questa pratica è ancora diffusa. Per i vincitori in palio ci sono una macchina fotografica, lettori mp3, chiavi Usb.

L'idea è nata in seguito ad uno studio sul possibile ruolo delle nuove tecnologie per la lotta contro le mgf, condotto da Enda tra il 2006 e il 2008 in Mali, Senegal e Burkina Faso. I risultati dello studio hanno evidenziato come i maschi siano più informati dei possibili utilizzi delle nuove tecnologie e di come, a differenza di quanto si possa pensare, si sentano coinvolti e vogliano combattere la pratica, che le loro madri, sorelle, amiche, fidanzate, sono costrette o sono state costrette a subire.

Secondo l'Unicef, ogni anno sono almeno 2 milioni le donne e le bambine costrette a subire questa umiliazione, nel mondo le donne mutilate sono ancora 140 milioni. Una pratica assurda, dolorosa, che causa infezioni anche interne, che rende traumatico il parto e che mette in serio pericolo la vita delle madri e, a volte, anche dei figli. Nonostante le campagne di informazione e sensibilizzazione, la tradizione resiste, soprattutto nelle comunità musulmane rurali, forte di motivazioni religiose. La vera ragione del suo perpetuarsi è però la volontà di sottomettere la donna.

In Italia e nei paesi europei la pratica è venuta alla luce grazie alle coraggiose denunce delle donne escisse e infibulate emigrate dai paesi africani di origine. Oggi, secondo le stime sono mezzo milione le donne mutilate che vivono in Europa, in Italia sono tra le 30 e le 40 mila.

24 anni fa è nato un Comitato Interafricano formato da sole donne, con l'obiettivo di combattere la pratica delle mgf. Nel 2005, dopo 20 anni di attività, il comitato ha deciso di istituire una giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che si celebra ogni anno il 6 febbraio.

Nigrizia, 06/02/2009


 

  Somalia: un governo in esilio. Il paese è senza governo dal 1992

             Ismail Ali Farah

Sheik Sharif Ahmed è il nuovo presidente della Somalia, si confronta con una drammatica situazione umanitaria e un complesso panorama politico. Il commercio di armi continua nonostante l'embargo, nessun controllo nemmeno sugli aiuti economici che arrivano dall'estero

      Le truppe etipioche se ne vanno e lasciano una Somalia profondamente cambiata. Il grande movimento islamico che ha portato nel 2006 il paese alla pace per la prima volta dopo 17 anni di guerra civile, non esiste più. La grande alleanza tra i due principali sotto clan appartenenti agli Hawiye, gli Abgal (presenti in forze a Mogadiscio) e gli Haberghedir (forti nel centro del paese), sembra ormai essere solo un ricordo lontano, mentre le divisioni lacerano gli stessi sotto clan in lotta per il controllo del centro e del sud della Somalia. Questo è lo scenario che il nuovo presidente Sheik Sharif Ahmed, del sotto clan Abgal, dovrà affrontare nel corso del proprio mandato. Già presidente dell’Unione delle Corti Islamiche, esponente moderato dell’opposizione islamista, Ahmed succede al presidente Abdullahi Yusuf, appartenente al clan Darod, dimessosi lo scorso 29 dicembre dopo uno scontro istituzionale dovuto proprio all’accordo che ha portato all’inclusione in parlamento del movimento islamico moderato: l’Alleanza per la Riliberazione della Somalia (Ars).  

     Il nuovo parlamento somalo integrato dei 200 deputati appartenenti all’Ars e 75 della società civile, ha eletto Ahmed alla presidenza lo scorso 30 gennaio a Gibuti, nella speranza di poter arginare il dilagare dei miliziani radicali riuniti sotto la sigla di Al Shabaab, per lo più appartenenti al sotto clan degli Haberghedir. Unanime è stato il plauso della comunità internazionale, ma potrebbe essere troppo tardi. Baidoa, sede del parlamento, è infatti già stata conquistata dagli Al Shabaab appena pochi giorni prima dell’elezione del nuovo presidente, mentre il governo di transizione mantiene il solo controllo della capitale, Mogadiscio. Mentre Ahmed si trova ad Addis Abeba, in visita agli ex nemici etiopici, i miliziani islamisti radicali, ormai alle porte della capitale, giurano vendetta contro colui che definiscono un “traditore” e indicono una manifestazione anti governativa proprio a Baidoa.

      L'interesse della comunità internazionale nei confronti della Somalia, nonostante i tentativi di pacificazione, sembra aver portato solo a nuove involuzioni della crisi umanitaria. Prosegue infatti senza sosta il commercio di armi nel paese, sotto embargo dal 1992. Secondo l’ultimo rapporto del gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite, il principale sostenitore dei gruppi di opposizione al governo di transizione rimane l’Eritrea, con flussi di finanziamento stimati tra i 200 e i 500 mila dollari al mese, solo nei confronti dei gruppi dell’opposizione islamista. Il sostegno della comunità internazionale nei confronti del Governo di Transizione ha equipaggiato, armato ed addestrato circa 17 mila uomini, in vista della formazione di corpi di polizia ed esercito. Di questi circa 14 mila hanno disertato portando con sé le forniture militari.

      L’ufficio delle Nazioni Unite stima inoltre che siano decine i milioni di dollari ricevuti dai paesi donatori dirottati verso le forze di polizia e le milizie della regione semiautonoma del Puntland, senza contare la quasi totale assenza di controlli nei confronti dei fondi sotto il controllo di ciò che dovrebbe essere una Banca Centrale e un Ministero delle Finanze, completamente in balìa dell’arbitrio di alti funzionari e loro alleati. Secondo il rapporto il governo etiopico nell’ultimo anno avrebbe anche finanziato, addestrato e armato numerosi gruppi di miliziani nella regione meridionale di confine di Gedo, per combattere i gruppi di islamisti radicali. Sarebbe stata proprio quest’ultima azione ad aver destabilizzato l’area portando gli scontri tra clan locali anche oltre confine, nel vicino Kenya. L’organizzazione Human Rights Watch ha accusato gli Stati Uniti di aver sottovalutato la complessità dello scenario somalo riducendolo a semplice campo di battaglia nella lotta al terrorismo, coprendo gli abusi del governo di transizione e dell’esercito etiopico nel paese. Ogni giorno è più oscuro il futuro della Somalia, sempre più simile ad una polveriera pronta ad esplodere.

 Nigrizia 03/02/2009


 

    Passaggi salienti del discorso di Barack Obama

 

20-1-2009   Ovunque guardiamo, c'è da fare. Lo stato dell'economia richiede misure coraggiose e rapide, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci uniscono. Rimetteremo la scienza la posto che merita e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.
Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.
Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni (…) Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. (…)
La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. (…)
Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.
Perché noi sappiamo che la nostra eredità mosaico è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti, e di non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; (…)
Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.
Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso. (…)
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

 


 

Il Nordafrica e Gaza

Crolla la fiducia nei confronti della comunità internazionale. E anche dell’Europa.

Luciano Ardesi

Indignazione e sconcerto: questa la principale reazione dei paesi arabi del Nordafrica per il conflitto in corso a Gaza. Tra il timore di un rafforzamento del fondamentalismo, e l’umiliazione della mediazione egiziana

 

 12/01/2009 - Com’era prevedibile i massicci bombardamenti su Gaza e l’invasione del suo territorio da parte dell’esercito israeliano, senza risparmio alcuno per le vittime civili, hanno suscitato l’indignazione delle popolazioni arabe. Ovunque vi sono state proteste popolari che hanno superato i tentativi di contenimento da parte dei governi. E’ accaduto anche in Nordafrica, specialmente in Algeria, Marocco e Mauritania. In quest’ultimo paese la protesta aveva un argomento in più: la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, poiché la Mauritania è tra i pochissimi paesi arabi, con Egitto e Giordania, ad avere relazioni diplomatiche con Israele, e non è bastato il richiamo dell’ambasciatore mauritano a Tel Aviv per spegnere le polemiche. I massacri di Gaza e la mobilitazione popolare preoccupano per molteplici ragioni i dirigenti arabi e nordafricani. La questione palestinese è da sempre agli occhi popolari la dimostrazione dell’incapacità dei governi a far riconoscere la legalità internazionale, ad assicurare la giustizia. Ne hanno del resto una riprova quotidiana dai propri governi. Mentre questi riescono in qualche modo a mettere la sordina alla contestazione che li riguarda, a quella per la Palestina è impossibile. Come è accaduto in Algeria, dove lo stato di emergenza proibisce qualunque manifestazione, l’occupazione della strada diventa l’occasione per una protesta dal significato più ampio.

 Anche solo per questa ragione, i dirigenti farebbero a meno dell’ennesima escalation mediorientale. E per questo da parte dei governi si sono moltiplicate le dichiarazioni altisonanti di solidarietà con i palestinesi. Il colonnello Gheddafi è riuscito in tutta urgenza a resuscitare il fantasma dell’Unioni del Maghreb Arabo (UMA), che riunisce i cinque paesi maghrebini, dalla Libia alla Mauritania senza passare per il Sahara Occidentale, convocando una riunione dei ministri degli Esteri per condannare Israele e promuovere aiuti umanitari a favore dei palestinesi. Ma l’azione contro Gaza rafforza oggi l’opposizione fondamentalista nei paesi nordafricani, e, dall’Egitto alla Mauritania, è ciò di cui questi governi hanno meno bisogno. Anche se la nascita del movimento fondamentalista  si basa soprattutto su motivi interni, l’irrisolta questione palestinese, l’invasione dell’Afghanistan, prima sovietica poi statunitense, le guerre all’Iraq, hanno fornito argomenti convincenti per rafforzare l’identità fondamentalista e il suo peso nella politica di questi stati.

 A questo elemento si aggiunga un dato strettamente politico. Dall’Egitto al Marocco, passando per la Tunisia e l’Algeria, i governi nordafricani che hanno dovuto fronteggiare i movimenti fondamentalisti e le sue diramazioni terroriste, sanno per esperienza che l’opzione militare, da sempre messa in atto da Israele, è la meno efficace e la più controproducente ai fini del contenimento del terrorismo e del fondamentalismo stessi. L’azione israeliana indebolisce dunque la loro politica di contrasto, e la ricerca di interlocutori “moderati”. Infine dal macello di Gaza, emerge indebolito anche l’Egitto e non si vede come un’eventuale pace in Medioriente possa essere duratura con l’umiliazione non solo del popolo palestinese ma anche del paese di riferimento di tutto il mondo arabo.

Di fronte a questo scenario, peraltro chiaro ormai da anni, non pochi dirigenti arabi si interrogano sulle reali intenzioni di Israele. Ma si interrogano ancora di più sull’atteggiamento non tanto della comunità internazionale, nei confronti della quale non nutrono alcuna speranza, quanto dell’Europa. Dopo essersi sentiti ripetere per anni la lezione occidentale della democrazia e del rispetto dei diritti umani, osservano che ancora prima dell’11 settembre la questione palestinese è sempre stata trattata al di fuori dei valori e dei principi dell’Europa “cristiana”. Più che una questione di principio e di coerenza, i dirigenti si pongono pragmaticamente l’interrogativo: ma tutto ciò conviene anche all’Europa?

Il primo piano di Nigrizia su Gaza: la lettera di p. Daniele Moschetti da Gerusalemme 

da Nigrizia on line


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