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Il Grande gioco non
serve
Noam Chomsky
Nato nel 1928 negli Stati Uniti, è un linguista di fama mondiale e un
esponente della sinistra radicale nordamericana. Dal 1955 è professore di
linguistica all'Mit di Boston
La politica dell'escalation non porterà alla pace in Afghanistan e nel
resto della regione
Fin dall'antichità la regione che oggi chiamiamo Afghanistan è stata
d'importanza strategica per i grandi conquistatori, da Alessandro Magno a
Gengis Kan e Tamerlano. Nell'ottocento l'impero russo e quello britannico si
contesero l'Asia centrale, affrontandosi nel cosiddetto Grande gioco. Nel
1893 sir Henry Mortimer Durand, un ufficiale dell'esercito coloniale
inglese, tracciò una linea lunga più di duemila chilometri per delimitare il
confine occidentale dell'India governata dalla Gran Bretagna. La Linea
Durand tagliava in due le zone abitate dai pashtun, che gli afgani
consideravano parte del loro territorio. Nel 1947 l'area nordoccidentale
della regione fu di nuovo divisa per creare il Pakistan. Ancora oggi, nella
zona di confine tra Afghanistan e Pakistan, il Grande gioco continua.
Questa regione, che si estende da una parte e dall'altra della debole e
permeabile Linea Durand, ora è chiamata, in modo appropriato Afpak. La
popolazione non ha mai accettato questa linea di confine e anche lo stato
afgano non l'ha riconosciuta.
È un fatto storico incontestabile che gli afgani sono sempre riusciti a
cacciare tutti i loro invasori. Ma l'Afghanistan rimane ancora il premio
geostrategico del Grande gioco. Il presidente statunitense Barack Obama ha
deciso d'intensificare la guerra nell'Afpak, portando avanti l'escalation
dell'amministrazione Bush.
Attualmente l'Afghanistan è occupato dagli Stati Uniti e dai loro alleati
della Nato. La presenza militare degli stranieri non fa che aggravare il
conflitto, mentre quello che servirebbe è uno sforzo comune delle varie
potenze regionali – comprese Cina, India, Pakistan e Russia – per aiutare
gli afgani a risolvere i loro problemi interni in modo pacifico.
Alle manovre delle grandi potenze si contrappone un forte movimento per
la pace, che sta crescendo anche in Afghanistan. I suoi attivisti
chiedono la fine dei combattimenti e l'avvio di negoziati con i taliban.
Accettano volentieri l'aiuto degli stranieri per la ricostruzione e lo
sviluppo, ma non a scopi militari. Questo movimento sta raccogliendo molti
consensi tra la popolazione locale.
Le prossime truppe americane che arriveranno, quindi, non dovranno
affrontare solo i taliban. Come ha scritto
Pamela Constable
sul Washington Post, dovranno fare i conti anche con "un nemico disarmato ma
altrettanto pericoloso: l'opinione pubblica del paese". Molti afgani sono
convinti che "invece di aiutare a sconfiggere gli insorti e a ridurre la
violenza che dilaga in tutto il paese, l'arrivo di altre truppe straniere
peggiorerebbe la situazione".
La maggior parte degli afgani intervistati dalla giornalista ha dichiarato
che "preferirebbe un accordo negoziato con gli insorti a un'intensificazione
della campagna militare. Molti hanno ricordato che i taliban ribelli sono
afgani e musulmani come loro, e che il paese ha sempre risolto i suoi
conflitti interni attraverso gli incontri tra le comunità e le tribù".
La prima richiesta del presidente afgano Hamid Karzai a Obama è stata la
fine dei bombardamenti contro i civili. Karzai ha anche dichiarato a una
delegazione dell'Onu che vorrebbe un piano di ritiro delle forze
straniere (cioè statunitensi).
Così facendo ha perso il sostegno di Washington e ha smesso di essere il
leader preferito dei mezzi d'informazione occidentali, che ora lo descrivono
come "corrotto" e "inaffidabile". Forse è vero, ma se lo è oggi, lo era
anche quando lo chiamavano il "nostro uomo" a Kabul. Secondo la stampa
statunitense, Washington e i suoi alleati vogliono metterlo da parte e
sostituirlo con un leader scelto da loro.
Un corrispondente esperto come
Jason Burke
del Guardian ha
scritto: "Stiamo ancora cercando di costruire non lo stato che vogliono gli
afgani, ma quello che secondo noi dovrebbero volere. Se chiedete a un afgano
a quale paese si augura che somigli il suo tra qualche decennio, vi
risponderà l'Iran". In questo scenario l'Iran ha un ruolo particolarmente
importante. I suoi rapporti con l'Afghanistan sono molto stretti. Teheran si
oppone al ritorno dei taliban e ha offerto aiuti sostanziosi al governo di
Kabul per combatterli. Come ringraziamento è stata inserita nell'Asse del
male. L'Iran ha più interesse di qualsiasi altro paese ad avere come vicino
un Afghanistan stabile e prospero. E, naturalmente, è in buoni rapporti con
Pakistan, India, Turchia, Cina e Russia. Se gli Stati Uniti continueranno a
impedire a Teheran di avere buoni rapporti con l'occidente, la sua intesa
con Mosca e Pechino potrebbe rafforzarsi. Durante la recente conferenza
sull'Afghanistan dell'Aja Karzai ha incontrato alcuni alti funzionari
iraniani, che si sono impegnati ad aiutare Kabul nella ricostruzione e nella
lotta al fiorente traffico di droga.
La politica dell'escalation non porterà alla pace in Afghanistan e nel resto
della regione. La cosa più importante è che gli afgani siano liberi di
risolvere da soli i problemi del paese. Senza interferenze da parte di
stranieri più o meno coinvolti nel Grande gioco.
Internazionale 790, 9 aprile 2009
Con le donne afgane
Irshad Manji
Cresciuta
tra Uganda e Canada, è ricercatrice presso la New York University e la
European Foundation for Democracy. Il suo sito è
irshadmanji.com
Non c'è da sorprendersi se il moderato Karzai deve sottomettersi a un
gruppo di banditi
C'era un tempo in cui ci credevo. Da femminista musulmana convinta, avevo
fiducia nella missione in Afghanistan. Ora non più.
Il 12 aprile i
taliban hanno ucciso un'altra attivista per i diritti delle donne.
Poco prima era stata annunciata una nuova legge contro le donne firmata dal
presidente afgano Hamid Karzai. Lo hanno accusato di aver ceduto alle
pressioni dei signori della guerra in vista delle elezioni. Solo quando
l'eco delle proteste è arrivata in occidente, Karzai ha deciso di modificare
la legge. Questa vittoria, se così la possiamo chiamare, sarà a breve
termine. Sono sempre più convinta che il problema dell'Afghanistan sia più
grave dei taliban o di un governo centrale debole. È un problema così
radicato che mi ha spinto a chiedermi se le truppe della coalizione non si
debbano semplicemente ritirare. Non vorrei essere fraintesa: io sono a
favore di questa battaglia. Nei dibattiti pubblici ho sempre sostenuto
l'intervento militare in Afghanistan. Discutendo con altre persone di
sinistra come me, ho spesso ribadito che sono gli stessi afgani a volere le
truppe della Nato.
Ai pacifisti, invece, ho risposto che si può essere contro la guerra e al
tempo stesso a favore dell'intervento. Come
Swanee Hunt,
che di recente ha pubblicato un libro sulla sua esperienza di ambasciatrice
degli Stati Uniti a Vienna durante la guerra in Bosnia. "Il personale
dell'ambasciata raccoglieva le testimonianze delle persone che volevano
rifugiarsi in Austria", racconta Hunt.
"Le responsabilità erano enormi. Non ci dormivo la notte. E mi chiedevo se
non fosse il caso di dare le dimissioni come gesto di protesta perché il mio
paese non stava intervenendo". Alla fine il presidente Bill Clinton ha
mandato l'esercito a fermare il genocidio, ma nel frattempo, scrive Hunt,
"duecentomila persone erano morte inutilmente".
A chi non vuole che donne e uomini muoiano vestendo l'uniforme, ho fatto
notare che i soldati sono consapevoli dei rischi del loro lavoro. E che, se
ci mostriamo demoralizzati ogni volta che qualcuno dei nostri torna a casa
in una bara, è come dire ai taliban che combattiamo senza uno scopo. E che
moriamo senza uno scopo. Ma ora ho un dubbio: per cosa esattamente stanno
morendo i soldati statunitensi? Subito dopo le prime elezioni libere in
Afghanistan, Karzai ha affrontato un test elementare di democrazia:
difendere la libertà di culto di un afgano convertito al cristianesimo che
era stato accusato di apostasia. I mullah avevano chiesto la pena di morte e
i giudici li avevano assecondati. Una decisione che non sorprende: secondo
la costituzione afgana, la sharia è la legge suprema. In quell'occasione
Karzai non ha condannato pubblicamente l'interpretazione reazionaria dei
precetti islamici data dai giudici. Si è limitato a citare il Corano, quando
dice che "non c'è costrizione nella religione".
Nel 2008 uno studente di giornalismo di 23 anni è stato condannato a
morte per aver preso da internet e divulgato un articolo che critica il modo
in cui il Corano parla delle donne. I mullah hanno vinto in tribunale.
Lo studente non è neanche stato difeso da un avvocato. È ancora vivo, ma in
prigione. Da allora il garbato ed elegante Karzai è sempre rimasto in
silenzio di fronte alle sanzioni inflitte in nome dell'onore tribale:
dalle violenze di gruppo sulle donne alle aggressioni con l'acido contro le
adolescenti. Perché un presidente che è considerato un moderato lascia un
potere così grande ai signori della guerra? Secondo gli esperti di
geopolitica, è un modo per evitare altri massacri. Ma ha senso permettere
che delle innocenti siano violentate per prevenire altre violenze?
Purtroppo la risposta è sì, e non perché lo dicono gli esperti. Nelle
società influenzate dalla cultura araba l'asabiyya (la solidarietà
tribale) è una delle componenti più importanti. L'intellettuale musulmano
Ibn
Khaldun,
vissuto nella seconda metà del trecento e considerato uno dei padri della
sociologia, studiò il comportamento delle popolazioni musulmane negli
ambienti aridi e sperduti. E notò che dove le condizioni di vita sono
difficili, la divisione del lavoro è quasi inesistente. La sopravvivenza
dell'uomo, quindi, è assicurata dai legami di parentela, che possono
facilmente generare sentimenti di superiorità del gruppo. Tra le diverse
tribù in lotta per il predominio si innesca un ciclo di vendette e
controvendette, e alla fine i vincitori hanno un potere molto più grande di
qualsiasi assemblea democraticamente eletta. Per questo i signori della
guerra possono essere considerati un prodotto più autentico della storia
afgana. Non c'è da sorprendersi se un presidente moderato deve sottomettersi
a un gruppo di banditi. O se la decisione del presidente degli Stati Uniti,
Barack Obama, di inviare altri soldati in Afghanistan non servirà ad
aiutare la popolazione. I militari possono ridare stabilità al paese. Ma
se stabilità significa violenza senza fine, che senso ha vincere?
Internazionale 792, 23 aprile 2009
La
difficile America di Barack Obama
Rita Di Leo
Qualche anno fa in un albergo di Boston, chiesi un piccolo servizio
alla cameriera del piano che era nera. Alla sera trovai sul mio cuscino un
biglietto (che conservo): “Grazie, mai prima una signora bianca mi aveva
trattato come lei”. Qualche anno fa un amico, visiting professor alla
Cornell University di Ithaca, ebbe un pre-infarto, riuscì a chiamare
l’ambulanza ma i due che si presentarono con la barella, prima di
mettervelo, controllarono la sua social security card. I due piccoli
casi esemplificano i grandi casi del professore, nero, anziano, claudicante
che si è trovato in galera 6 minuti dopo essersi ribellato al poliziotto
bianco, entrato nella sua casa e la guerra in corso sulla riforma sanitaria.
Intanto Obama si è adattato a chiedere scusa all’America bianca per aver
preso le parti del nero.
A molte cose si sta adattando Obama in questi ultimi tempi, via via che il
nocciolo duro del potere bianco si fa sentire. La partita in corso è
asprissima. Inizialmente il presidente, l’intellettuale politico
professionale così sicuro di sé, ha creduto di avere imboccato il sentiero
giusto: lasciare che nel paese del capitalismo, fossero le stesse persone,
responsabili della crisi, a cercare la via per uscirne. Conveniva loro e
conveniva al paese. Il governo federale li avrebbe soccorsi come era solito
fare, alla maniera americana: aiutando imprenditori e proprietari giacché è
dal loro benessere che dipende quello generale. E rassicuranti infatti sono
le recentissime notizie sui bonus in ripresa per i manager e i prezzi in
risalita delle case. Vero è che i disoccupati sono sempre tanti ma a loro
provvedono le misure assistenziali, migliorate dalla nuova amministrazione.
L’importante è non sovvertire la tradizionale logica bianco-protestante del
sistema, di non cadere nella trappola del modello sociale europeo.
E’ come se il politico Obama abbia scelto di non toccare quella logica per
impegnarsi piuttosto nelle politiche simboliche: ad esempio la chiusura di
Guantanamo, l’accordo sul sindacato in fabbrica, la nomina di un nero come
ministro della giustizia in un paese con 4 milioni di detenuti, la
maggioranza dei quali neri, e dove un ragazzo di 12 anni non ha diritto a un
carcere minorile; la nomina di un insegnante progressista come ministro per
l’istruzione in un paese dove la scuola pubblica serve troppo spesso solo da
posteggio per i poveri, la nomina di un giudice ispanico e donna alla Corte
suprema. E poi vi sono le interviste e i discorsi in giro per il paese,
scegliendo posti “ostili” e occasioni “difficili”, contando sulla sua
capacità di convincere, sperimentata nei dieci e più anni di community
organizer nelle periferie di Chicago.
E’ come se per l’intellettuale Obama il cambiamento debba riguardare in
primo luogo il clima culturale e sociale del paese. La reazione del paese
non ha premiato le sue scelte.
Dopo sei mesi c’è un calo dei consensi da destra e da sinistra. A sinistra i
rimproveri riguardano le promesse non ancora mantenute della campagna
elettorale e dei primi giorni di presidenza.
A destra è in corso una sfida complessa sulla capacità di leadership del
presidente. A giocarla sono in molti, a cominciare dai democratici
"moderati". Gli fanno ostruzionismo sulla riforma sanitaria, commentano da
indipendenti le sue politiche e il vice presidente Joe Biden è andato in
Georgia a scucire il rapporto con la Russia, appena ricucito. Infine i
repubblicani si sono convinti che possono rimontare dal disastro Bush e
stanno attaccando Obama con una virulenza risparmiata a Bush dai
democratici. E’ come se la febbre della campagna elettorale fosse passata e
a mente fredda il potere bianco si stia chiedendo come è potuto accadere che
un intellettuale nero di sinistra stia alla Casa bianca e rappresenti
l’America nel mondo. E come porvi rimedio se non delegittimandolo con
campagne di stampa aggressive, facendogli perdere le elezioni di midterm e
chiudere con un solo mandato questo loro smacco.
Vai su un sito o su un quotidiano o su un blog e trovi la domanda-sondaggio:
"Obama è nato in America?" "Obama è cristiano?" "Obama è socialista?". Puoi
rispondere se sei un cittadino americano al quale si sta trasmettendo il
messaggio che alla Casa bianca c’è un intruso, nato in Kenya, musulmano e
per di più clonato dalla cultura europea socialdemocratica. L’ultima accusa
viene dai neoconservatori, gli ex trotzkisti d’origine europea, tornati a
dare battaglia. Il momento sembra tornato propizio. A coglierlo sono in
molti. Da noi i grandi quotidiani hanno comiciato a pubblicare commenti
critici sul presidente Obama che mai si erano permessi con Bush.
Nel paese sono in corso contromisure per neutralizzare le politiche della
Casa bianca: il Congresso non trova i fondi per chiudere Guantanamo, la
lobby degli imprenditori è riuscita ad aggirare la disposizione favorevole
al sindacato in fabbrica, l’orientamento bipartisan, auspicato dalla nuova
amministrazione, è stato platealmente sconfessato per ogni nomina e
iniziativa di Obama. Il consenso c’è solo sulla guerra in Afghanistan e sul
rispetto per Wall Street. Vale a dire sul business militare-industriale e
sul capitalismo finanziario. Vale a dire sull’America per come è e con la
quale prima o poi il nuovo presidente dovrà confrontarsi. E ottenere qualche
vittoria se vorrà ammodernare treni e strade, scuole dove si impara a
leggere, fabbriche con il sindacato, assistenza sanitaria per chi ne è
privo, carceri che non siano più la versione domestica di Abu Ghraib,
biblioteche dove non si è schedato se si chiedono libri stranieri, strade e
luoghi di lavoro dove neri, latinos e asiatici non siano presi di mira.
Il cambiamento culturale dipende dalla sua capacità di creare alleanze per
meglio vedeserla con il vecchio, tradizionale potere bianco di un’America
dura e amara. Ma chi aiuterà Obama?
Il Manifesto, 3 agosto 2009
NIGERIA
Florence Ursino
9 giugno
2009 -
Quattordici anni fa Ken Saro Wiwa, scrittore e attivista nigeriano,
venne impiccato assieme ad altri otto civili secondo quanto stabilito dal
regime dittatoriale nigeriano di Sani Abacha dopo un processo-farsa.
L'esecuzione era stata motivata dalla necessità di soffocare la lotta che il
leader del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop) stava
portando avanti contro lo sfruttamento dei giacimenti pteroliferi nella
regione dell'Ogoniland, territorio del Delta del Niger, e contro le tecniche
di estrazione del petrolio utilizzate dalla compagnia petrolifera Shell,
altamente nocive per l'ambiente.
Oggi
la multinazionale anglo-olandese ha accettato di pagare 15 milioni di
dollari (11,1 milioni di euro) per non presentarsi al banco degli imputati
nel processo che si è aperto a New York con l'accusa al colosso petrolifero
di complicità con il regime di Abacha nell'uccisione degli otto militanti
del Mosop e del poeta Ken Saro Wiwa: Shell ha pensato bene così di
evitare una condanna per violazione dei diritti umani. Sì, perchè per
tutelare la propria attività e il proprio interesse in Nigeria negli scorsi
decenni il gigante petrolifero ha contribuito a finanziare gruppi
paramilitari e a dare il suo sostegno alle molteplici catture, torture e
uccisioni perpetrate dal governo nigeriano nei confronti degli attivisti
ambientalisti come Saro Wiwa e altri.
Lo
scrittore nigeriano era riuscito a bloccare la produzione di greggio
della Shell e aveva denunciato e indebolito il sistema di corruzione
dell'ex regime dittatoriale mobilitando migliaia di persone contro
l'impoverimento progressivo della regione del Delta del Niger, ad oggi una
delle più inquinate del pianeta. Un'azione scomoda, quella di Ken Saro Wiwa.
Sconveniente per tutti quelli che in 30 anni in Nigeria hanno estratto
trenta miliardi di dollari di oro nero senza che la popolazione del
luogo ne traesse il seppur minimo beneficio. Ma Shell, che ha sempre
respinto tutte le accuse, oggi dichiara che i 15 milioni di dollari di
risarcimento servono ad aiutare il "processo di riconciliazione" nei
territori della Nigeria, dove dalla morte di Ken Saro-Wiwa non è più
riuscita ad operare per le durissime proteste della popolazione, e nega
qualsiasi implicazione nella morte del poeta e degli altri attivisti dei
diritti dell'uomo: "Il gesto - afferma in un comunicato Malcolm Brinded, che
dirige il ramo esplorazione e produzione di Shell - significa che, anche se
Shell non ha partecipato alle violenze che sono avvenute, ci sono dei
quartieri e delle persone che hanno sofferto".
"Penso
che mio padre sarebbe felice di questo risultato" ha invece affermato il
figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr.: "Il fatto che la Shell sia
stata costretta a patteggiare per noi è un chiara vittoria". Già
l'inizio del processo era stato in qualche modo una vittoria per il figlio
dell'attivista: "In qualche modo abbiamo già vinto perchè una delle ultime
cose che mio padre mi disse era che un giorno la Shell avrebbe passato i
suoi giorni in tribunale". Il processo ha potuto avere luogo dopo 14 anni in
base ad una legge che consente di perseguire un'azienda, presente in maniera
importante negli USA, anche per crimini commessi all'estero. Cosa che,
sperano i querelanti Ogoni, possa servire da avvertimento anche alle altre
aziende operativamente presenti oggi in Nigeria, Paese ormai messo in
ginocchio dalla povertà, dalla corruzione, dalle industrie, soprattutto
quella petrolifera, che continua a provocare gravissimi danni all'ambiente.
"Nessuno nega alla Shell il diritto di produrre idrocarburi - afferma Saro
Wiwa Junior- ma bisogna darlo rispettando l'ambiente e i diritti umani". E
se questo non fosse possibile? Basterebbero 15 milioni di dollari per
mettera a tacere le coscienze?
TRE
MONDI PER UNA REGIA MULTILIVELLO
Risiko
IMPERIALE. Intervista a
Parag Khanna
di
Roberto Ciccarelli
Il
ventunesimo secolo sarà multipolare e la globalizzazione porterà a un
governo mondiale condiviso tra Stati Uniti, Unione europea e Cina.
Un'intervista con Parag Khanna, autore del volume «I tre imperi»,
considerato testo di riferimento dell'establishment legato a Barack Obama
Parag Khanna, enfant prodige della scuola liberal delle relazioni
internazionali, è l'emblema peripatetico del mondo post-Americano. Indiano
di nascita, ha vissuto da bambino negli Emirati Arabi, ha frequentato il
liceo negli Stati Uniti e in Germania, infine il suggello di una laurea alla
Georgetown. Poi il salto nel pantheon delle fondazioni democratiche, la «Brookings
Institution», l'accesso alla «Commissione Trilaterale» e al «World Economic
Forum» di Davos dove, forse unico trentenne, è stato invitato sette volte.
Oggi Khanna è direttore del progetto di ricerca Global Governance Initiative
alla «New American Foundation».
Le ragioni della buona accoglienza del suo ultimo libro, Tre imperi. Nuovi
equilibri globali nel XXI secolo, (Fazi, pp. 609, euro 22,50), possono
essere individuate nel profilo melting pot dell'autore, che segnala la fine
del cosiddetto «uomo atlantico» (bianco, americano, protestante e
anglo-sassone), e nell'analisi dell'attuale multipolarismo, che ratifica la
fine del sogno unipolare, ed imperiale, americano portato avanti durante la
presidenza di George W. Bush. Un libro che sembra essere stato scritto
appositamente per restituire un'immagine globale alla nascente politica
estera della nuova amministrazione Obama. Non a caso Khanna è stato
consulente per la politica estera durante la sua campagna elettorale.
Il lancio mediatico che ha accompagnato il libro è stato caratterizzato da
una tesi non occasionale. Tre imperi può essere simbolicamente contrapposto
al famigerato Scontro delle civiltà di Samuel Huntington che rappresenta,
nel profilo intellettuale e nell'argomentazione, il risvolto oppositivo di
Khanna. Il primo era conservatore in politica e un realista nelle relazioni
internazionali. Il secondo è un progressista e fautore di un multipolarismo
ideale. Se Huntington era il fautore di una democrazia limitata alle civiltà
dominanti, e alle élites bianche, al contrario Khanna promuove la «storia
comparativa» tra le culture di Alfred Toynbee e considera quella americana
una democrazia multiculturale e multietnica.
Con la crisi (irreversibile?) del neo-liberismo conservatore, e della
centralità ideologica assegnata alla «razza bianca» e all'ambiente sociale
come cause fondamentali per lo sviluppo di una civiltà, oggi riemerge una
diversa attenzione nei confronti delle differenze e delle somiglianze tra le
varie civiltà, senza per questo rinunciare all'idea che, nella politica
globale, sono i rapporti di forza a dettare i tempi. Potrebbe essere questo
il risultato dell'avanzata del «secondo mondo» - il titolo originale del
libro - principalmente della Cina: non certo un pacifico «governo del
mondo», né tanto meno una guerra globale tra le civiltà, ma il
consolidamento di una rete di relazioni interimperiali nelle quali i «paesi
emergenti» (la Russia, l'Iran, l'Egitto, l'Uzbekistan e India che Khanna
analizza da vero globe trotter) giocheranno un importante ruolo di
contro-bilanciamento delle potenze dominanti: Stati Uniti, Cina e Unione
Europea.
Una ricetta riconoscibile nell'ambiente degli analisti democratici, il più
noto dei quali in Italia è Charles Kupchan che ha disegnato uno scenario
paragonabile ne La fine dell'età americana. Khanna riflette tuttavia su una
differenza significativa: rispetto all'epoca ascendente della
globalizzazione, è ormai difficile pensare che la democrazia sia
«esportabile» solo attraverso le virtù dell'economia di mercato. Senza
considerare che il tentativo di «esportarla» sulle canne dei fucili si è
rivelato, se è possibile, ancora più catastrofico. Il suo è un appello per
un «governo responsabile delle differenze», senza cedere agli interessi
geopolitici.
Interpellato su questo punto, Khanna si è rivelato un realista: «Nel XXI
secolo, geopolitica e globalizzazione coesisteranno in maniera pericolosa.
Continueranno a procedere su binari opposti, ma restano due lati della
stessa medaglia. La globalizzazione è l'arma che gli imperi usano per
perseguire i loro obiettivi geopolitici. Lo ha fatto la globalizzazione
americana, lo sta facendo quella cinese. Se la geopolitica prevarrà sulla
globalizzazione, il futuro sarà molto complicato. Il loro rapporto resta
tuttavia potenzialmente produttivo».
Per
quali ragioni gli Stati Uniti sembrano avere perso la capacità di sfruttare
questa produttività?
Gli Stati Uniti stanno sperimentando un relativo declino, ma restano una
superpotenza, anche dal punto di vista militare. Credo tuttavia che il
momento unipolare americano sia terminato almeno dagli anni Settanta ed
Ottanta del XX secolo. È uno dei risultati della Guerra fredda, insieme
all'apertura e alle riforme economiche della Cina, al consolidamento e
all'espansione dell'Unione Europea. Ciò ha portato ad un'eccezionale
diffusione del potere a livello mondiale. È questa la causa principale per
cui gli Stati Uniti stanno perdendo posizioni sul mercato geopolitico.
Barack
Obama ha però confermato la sua intenzione di trasformare il XXI secolo in
un nuovo «secolo americano». A suo parere, in che modo riuscirà a realizzare
questo progetto?
Il
prossimo secolo apparterrà ad una pluralità di potenze. I popoli dell'anello
del Pacifico non stanno aspettando di trasformarlo in qualcosa a propria
immagine e somiglianza. Lo hanno già fatto! L'America dovrà rivitalizzarsi
per restare competitiva nelle condizioni attuali. Penso che Obama rimetterà
al passo questo paese, sia dal punto di vista interno, sia a livello
internazionale. Ciò non contribuirà a restaurare la sua egemonia, ma solo a
mantenere la sua attuale posizione come uno dei tre principali leader
mondiali.
Questo
significa che il nuovo «secolo americano» preferirà la diplomazia all'arte
della guerra?
La
geopolitica attuale è molto più complessa rispetto a quella del XIX secolo.
Esiste un livello allo stesso tempo locale e globale, che io chiamo «secondo
mondo» in cui sono presenti l'Europa dell'Est, l'Asia centrale e quella
dell'Est, il Medio Oriente che determineranno il destino della competizione
tra le tre superpotenze. L'arte della diplomazia non è mai tramontata. Ma
certo, in questo nuovo scenario, essa sarà molto importante per garantire la
stabilità in un mondo così complesso, multipolare e multi-civilizzato, e per
governare le ambizioni delle potenze emergenti.
Gli
Stati Uniti dovrebbero garantire la protezione militare, l'Unione Europea un
certo benessere e la Cina un nuovo potere economico. La tripartizione
imperiale della politica globale da lei prospettata è l'auspicio di una
divisione del lavoro tra le potenze? Oppure è il nuovo schema della lotta
per l'egemonia mondiale?
È
una mia speranza che ciascuna delle superpotenze sia disponibile ad
accettare l'importanza e l'insostituibilità delle altre, e il fatto che
nessuna tra di esse potrà mai essere sconfitta. In questo modo, potrebbero
concentrarsi su una salutare divisione del lavoro e concentrarsi sulle sfide
comuni che le riguardano: il terrorismo, il cambiamento climatico, la crisi
degli stati, la povertà.
Questo
nuovo multilateralismo è più un problema di coordinamento tra imperi
regionali che un governo pacifico della politica globale?
Entrambe le cose. Alcune istituzioni multilaterali sono molto importanti,
penso al Wto, ma anche alle altre, sempre più marginali, come la Banca
Mondiale. Quindi, quando si tratterà di fare investimenti in Africa, ciò
dovrà essere un problema comune degli Stati Uniti, della Cina o dell'Unione
Europea. Un modello preferibile a quello attuale in cui nessuno si muove
prima di avere consultato le Nazioni Unite.
È
comprensibile che un paese in crisi come gli Stati Uniti invochi una
cooperazione responsabile. In che modo, e sino a quale punto, un antagonista
globale come la Cina collaborerà a questa impresa? Passata la crisi
finanziaria, tutto tornerà come prima?
La
Cina vuole essere un azionista responsabile dell'ordine politico globale,
non certo dell'ordine auspicato in passato dagli Stati Uniti. Ciò pone dei
problemi, anche perché esiste una grande differenza tra ciò che gli Stati
Uniti ritengono sia «responsabile» e ciò che è «responsabile» agli occhi dei
Cinesi o degli altri. Pensi solo, ad esempio, ai problemi sollevati dalle
sanzioni economiche contro la Siria, l'Iran, Cuba e la Corea del Nord. È un
tema sul quale nessuno dei due contendenti «imperiali» è d'accordo.
La sua
tesi sull'Unione Europea, che in questa crisi si presenta più divisa che
mai, sorprenderà molti europei. Non pensa di essere troppo ottimista nel
considerarla un attore globale?
Resto dell'idea che l'Europa sia un influente attore economico globale,
oltre che un importante attore diplomatico. In tutta l'America Latina,
l'Africa e l'Asia si fanno grandi sforzi per copiarne il modello. Questo è
molto importante. In questa ottica, l'allargamento verso Est dell'Unione
Europea rappresenta uno sviluppo positivo della sua vicenda perché aiuta a
consolidare i suoi confini ad Est e ad Ovest, accresce l'influenza sulla
Russia e rafforza la prossimità con il Medio Oriente. Al di là delle
difficoltà attuali, i «nuovi» membri dell'Unione porteranno un'attitudine
positiva rispetto all'impegno internazionale e questo sarà salutare anche
per i paesi della «vecchia» Europa.
PARAG
KHANNA
Dall'università a Al Jazeera, il globetrotter della geopolitica
Nel 2008 Parag Khanna è stato nominato da «Esquire» tra le 75 personalità
più influenti del secolo appena iniziato. Una reputazione che è stata
consolidata da una serie di riconoscimento accademici e politici. Nato in
India, Khanna ha un ruolo di primo piano nella «New America Foundation»,
presso la quale dirige un programma di ricerca sulla «governance» globale,
scrive su importanti quotidiani come il «New York Times», il «Guardian» e «Die
Zeit», ha insegnato a Berlino, a Singapore e a Nuova Delhi. È stato
consulente del «Council for Foreign Realtion» e del «World Economic
Relation» di Davos. Poco più che trentenne, nel 2007 ha inoltre lavorato,
sempre come consulente, per il comando statunitense in Iraq e in
Afghanistan. Ha ricoperto lo stesso ruolo durante la campagna elettorale di
Barack Obama. Opinionista della Cnn, della Bbc e di Al Jazeera. Khanna è un
globe-trotter instancabile, ha viaggiato in quasi 100 paesi. Il suo «Tre
imperi» è stato tradotto in dodici lingue. Sta terminando un dottorato in
relazioni internazionali presso la London School of Economics. Per il 2009 è
annunciata la pubblicazione, da parte della casa editrice Random House, di «How
to Run the World».
Il Manifesto, 9-3-2009
Al
via l'era Zuma
L'Anc
ha assicurato che non intende modificare la Costituzione
Con un'affluenza dell'80%, l'Anc ha raccolto il 66,2% dei voti: Zuma ha la
presidenza assicurata. Ma il partito registra un calo di oltre 3 punti, a
vantaggio soprattutto dell'Alleanza democratica, storico partito di
opposizione di destra, con il 16% dei voti. Esordio non facile per il Cope:
è il terzo partito, con il 7% dei consensi
25/04/2009 -
Con il 66,2% dei consensi, l'African National
Congress ha conquistato la maggioranza assoluta nelle elezioni del 22 aprile
scorso. Un dato che assicura la presidenza a Jacob Zuma, candidato dell'Anc,
ma che segna un calo di consenso di oltre tre punti: nel 2004, le elezioni
che hanno confermato Thabo Mbeki per un secondo mandato presidenziale
avevano raccolto quasi il 70% dei voti (69,69%).
Pur mantenendo i due terzi della maggioranza
parlamentare (su un totale di 400 deputati), che permette quindi modifiche
costituzionali, l'Anc deve quindi registrare per la prima volta un calo
sostanziale nel consenso. Il risultato era annunciato, tanto quanto il calo
era prevedibile. Ancora troppo larga la distanza con i partito di
opposizione: l'Alleanza democratica, guidata da Hellen Zillie, è la seconda
formazione politica con il 16,24% dei voti, raccolti soprattutto nella
regione più ricca del Sudafrica, la "Western Cape", dove sono stati
fondamentali i voti dei cittadini bianchi e di quelli misti. Ancora più
indietro il Cope, nuova formazione nata dalla scissione dell'Anc, che ha
guadagnato solo il 7,48% dei consensi.
Alta l'affluenza alle urne (l'80%): nonostante l'esito scontato, le
elezioni hanno profondamente coinvolto la popolazione, proprio per
l'ambiguità della figura di Zuma, per le sue vicende giudiziarie e per le
polemiche politiche che ne sono conseguite. Fattori che, uniti agli errori
dei 15 anni di gestione ininterrotta del paese da parte dell'Anc e agli
scandali che hanno visto coinvolti alcuni dei suoi deputati per frode e
corruzione, hanno decretato il calo del partito. Soddisfatta la Zillie,
leader dell'Ad, che potrebbe essere alla guida di una coalizione di partiti
all'opposizione, e che è stata accolta a Cape Town, città di cui è sindaco,
con un grande entusiasmo. Incontenibile anche l'entusiasmo dei sostenitori
di Zuma, che non sono riusciti ad aspettare i dati definitivi per
festeggiare, e che hanno riempito le piazze e gli stadi in tutto il paese.
Il giorno dopo l'incriminazione di El Bashir
Sudan: vecchi e nuovi scenari
La popolazione è con Bashir. La comunità internazionale è divisa.
Cominciano le ritorsioni: espulse 13 ong dal Sudan. E l’Onu teme una nuova
ondata di violenze in Darfur.
L'intervista con Diego Marani.
Una nuova forma di colonialismo: questa l’accusa del presidente
sudanese Omar El Bashir nei confronti della Corte penale internazionale
dell’Aja, che ieri ha emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto per
crimini di guerra e contro l’umanità, per le sue presunte responsabilità nel
conflitto in corso in Darfur. Le autorità sudanesi da mesi vanno ripetendo
che un eventuale incriminazione del presidente non sarebbe stata nemmeno
presa in considerazione: Khartoum infatti non riconosce l’autorità della Cpi.
Da due giorni nella capitale sudanese Khartoum la popolazione è scesa in
piazza in sostegno al presidente. Intanto il governo sudanese, con l’accusa
di intelligence con la Cpi, ha deciso di espellere 13 organizzazioni
umanitarie straniere dal proprio territorio. La comunità internazionale è
divisa tra l’esigenza di giustizia e il timore di una nuova ondata di
violenze ed intolleranze, non solo nei confronti degli stranieri occidentali
in Sudan, ma anche della popolazione del Darfur.
L'editoriale di Nigrizia:
10 e
lode alla Cpi
Sulle possibile prospettive che si aprono ora per il Sudan e per
ilconflitto del Darfur ascolta
l'intervista con Diego Marani, giornalista esperto di
Sudan, dal Focus di Michela Trevisan su Afriradio.
Darfur, le origini del conflitto
Nella regione sudanese occidentale le antiche tensioni mai sopite
sono scoppiate in conflitto armato nel 2003, quando due gruppi ribelli,
l’Esercito di liberazione del Sudan (Sudan Liberation Army, Sla) e il
Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Justice and Equality Movement,
Jem) hanno deciso di imbracciare le armi accusando il governo centrale di
Khartoum di aver abbandonato il Darfur. Le tre province al confine con il
Ciad (Darfur settentrionale, meridionale e occidentale) sono abitate in
prevalenza da pastori nomadi, tre le principali etnie: i fur, i masalit e
gli zaghawah, considerate popolazioni “nere” rispetto a quelle di origine
arabe che abitano il centro e il nord del Sudan, compresa la capitale
Khartoum. Per far fronte ai ribelli del Darfur le autorità sudanesi hanno
ingaggiato le milizie arabe janjaweed, che si sono macchiate di gravi
violenze nei confronti della popolazione. Il governo ha sempre negato il
coinvolgimento negli
attacchi delle milizie, particolarmente cruente nel
biennio 2003-2004, nonostante Onu e organizzazioni umanitarie da sempre
accusino Khartoum di aver armato i janjaweed. Seppur con minor intensità, il
conflitto continua ormai da 6 anni: in base alle ultime stime delle Nazioni
Unite, (che risalgono però al 2008) sono oltre 300mila le vittime, 3 milioni
gli sfollati, ammassati nei campi profughi al confine con il Ciad.
Falliti tutti i tentativi di trovare una via diplomatica alla
risoluzione del conflitto: nonostante a Doha si sia concluso da poco un
incontro tra governo e ribelli del Jem, con il mandata d’arresto spiccato
dalla Cpi contro El Bashir , i ribelli hanno dichiarato che considerano
chiuso ogni negoziato. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha sempre avuto le
mani legate: Cina e Russia difendono da sempre la politica di Khartoum,
bloccando risoluzioni e proposte di sanzioni. Gli interessi economici di
Pechino e Mosca sono decisamente troppi, legati soprattutto al petrolio, ma
anch ad imponenti progetti edilizi che stanno cambiano il volto della
capitale sudanese. Gli appalti sono tutti affidati ad agenzie straniere.
Cina e Russia sono inoltre state accusate di aver violato l’embargo imposto
dall’Onu sulla vendita di armi al Sudan. Nonostante l'ostinata
contrarietà di Khartoum, con la risoluzione 1769 del 31
luglio 2007 il Consiglio ha dato il via all'Unamid,
missione di caschi blu con il compito di tutelare la popolazione. Il mandato
dei caschi blu è stato rinnovato fino al 2009, ma la mancanza di effettivi e
di mezzi impone ai peacekeepers un ruolo marginale.
Alle origini del conflitto in Darfur
Darfur, un genocidio ignorato, l'editoriale di giugno
2004
Del genocidio, o dell'innominabile, l'editoriale di
settembre 2004
L’agonia del Darfur, ottobre 2004
Petrolio e politiche di guerra, 9 settembre 2004
Profughi e sfollati
In fuga dal Darfur 27 gennaio 2006
Darfur: crisi esplosiva 28 agosto 2006
Le iniziative dell’Onu e della comunità internazionale
Sudan: serve una road map, 9 marzo 2006
I rappresentanti di Unione Europea, Onu, Unione Africana, Usa e del
governo sudanese intorno allo stesso tavolo per discutere della situazione
in Darfur e dei rapporti tra Sudan e Ciad. La soluzione? Una missione di
pace dei caschi blu.
Caschi blu in Darfur? 8 giugno 2006
L’arrivo delle truppe dell’Onu nella regione sudanese potrebbe
avvenire entro la fine dell’anno. Intanto, l’Unione Africana capeggiata da
Konare incontra i capi dei ribelli sudanesi che non hanno firmato la pace.
Lasciateci soli, 4 settembre 2006
No ai caschi blu. E no all’Unione Africana. Il governo sudanese ha
dichiarato che le forze di peacekeeping dell’Unione Africana presenti in
Darfur dovranno andarsene entro fine settembre. Alla sicurezza del paese ci
penserà l’esercito governativo.
Nigrizia on line, 9-3-2009
Le ferite delle donne
Africa / I documenti internazionali sulla
condizione femminile
Luciano Ardesi
Ogni anno nel mondo muoiono 536.000 madri durante la gravidanza o
subito dopo il parto. Metà sono africane. Tante le cause. Che non si
risolvono garantendo loro solo la salute, ma anche l’istruzione: una donna
istruita è più consapevole dei propri diritti e padrona del proprio futuro.
01/03/2009 - Nella società tradizionale africana, come
nell’economia del continente, la donna – specialmente in quanto madre – è
ancora al centro della vita e rappresenta il termometro delle condizioni
dell’intera popolazione. È quanto emerge dai rapporti di alcune
organizzazioni internazionali – Unicef, Unfpa, Oms, Fao – resi pubblici
nelle ultime settimane. Nel mese tradizionalmente dedicato alla donna (vedi
la ricorrenza dell’8 marzo), analisi e numeri sulla condizione della
donna-madre – e, attraverso di lei, di tutta la società – danno da pensare.
Ogni anno nel mondo
muoiono 536.000 donne durante la gravidanza o nei primi 42 giorni dopo il
parto.
Di queste, metà
(276.000) sono africane. La cosiddetta mortalità materna è uno degli indici più
significativi della condizione della donna, in modo particolare dell’Africa
e del sud del mondo. Mentre nelle altre regioni questo tipo di mortalità è
andata regredendo, nell’Africa subsahariana i tassi sono rimasti invariati.
Ma tenuto conto dell’alta fertilità delle donne africane, questo fa sì che,
in cifre assolute, il numero di decessi sia aumentato (Rapporti Unicef e
Unfpa). L’Africa occidentale e centrale hanno il più alto tasso di mortalità
materna: per ogni 100.000 bambini nati vivi muoiono ogni anno 1.100 madri,
contro gli 820 decessi, in media, per tutta l’Africa, i 450 per il sud del
mondo e i 9 per i paesi industrializzati.
La Sierra Leone è il
paese che ha il più alto tasso di decessi materni al mondo:
2.100 su 100.000 nati vivi. Naturalmente, si tratta di medie. Determinate
zone possono presentare situazioni ancora più drammatiche: nella provincia
dell’Equatoria, in Sud Sudan, i decessi sono 2.337.
Ogni giorno, nel mondo, 1.500 donne muoiono per complicazioni
legate alla gravidanza. La maggior parte di questi decessi avviene
nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Il Niger è il paese dove
il rischio di mortalità materna – cioè il rischio che una donna muoia a
causa di una gravidanza – è il più alto al mondo: una ogni 7 madri, di
fronte a una media di 1 su 76 per il sud del mondo, e di 1 su 8.000 per i
paesi industrializzati (1 su 47.600 in Irlanda).
Da queste cifre si può
comprendere perché il divario, in termini di rischio di mortalità materna,
tra paesi industrializzati e paesi poveri sia il più ampio al mondo nel
campo della salute.
I decessi si verificano per lo più dal terzo mese di gravidanza
alla prima settimana dopo il parto. Le cause sono molteplici. Tra le
principali: l’insufficienza delle attrezzature disponibili, la scarsità del
personale e la mancanza di farmaci, che non consentono di affrontare
adeguatamente le complicanze ostetriche. Vi sono anche cause indirette, come
un’alimentazione squilibrata o comunque insufficiente.
Tutte cause che
rinviano alla più generale condizione di povertà. L’aumento dei prezzi dei beni alimentari – iniziato nel 2006 e
tuttora in atto – ha portato la Fao a identificare nel mondo 22 paesi
vulnerabili alla crisi alimentare, tenuto conto anche della loro situazione
socio-economica di partenza, come, ad esempio, la presenza di bambini
sottopeso o la dipendenza da fattori economici esterni. Di questi paesi, i
primi quattro sono tutti africani (Comore, Eritrea, Liberia e Niger). In
questo contesto di crisi alimentare, le donne in gravidanza e in
allattamento, assieme ai loro neonati, costituiscono la categoria più a
rischio di malnutrizione, a causa dei bisogni alimentari che il loro stato
comporta. Qualunque intervento mirato ad affrontare l’emergenza dovrebbe
prevedere alimenti aggiuntivi per le donne gravide o che allattano.
Danni ai figli
Non stupisce che le precarie condizioni delle madri si ripercuotano
sulla salute dei figli.
Ogni anno, 3,7 milioni
di bambini muoiono entro i primi 28 giorni dalla nascita (mortalità
neonatale). L’Africa centro-occidentale è la regione dove questo rischio è
più elevato: 44 bambini su 1.000 nati vivi, contro 3 su 1.000 nei paesi
industrializzati. Il 51% dei bambini che muoiono nel mondo entro i primi 5
anni di vita (4,7 milioni) è africano. Si potrebbe continuare con altri
numeri e altre percentuali. Un elemento, tuttavia, accomuna questi dati: la
discriminazione di genere (che si traduce in esclusione sociale) che
colpisce le donne, specialmente nei paesi del sud del mondo e in Africa in
particolare. Un approccio a questi problemi basato sul rispetto dei diritti
umani è, dunque, essenziale per migliorare la salute delle madri e dei loro
bambini.
Si pensi a un diritto fondamentale, come quello all’istruzione. Le
bambine hanno migliorato il loro accesso all’educazione di base, ma i divari
rimangono elevati in molte regioni, specialmente in Africa
centro-occidentale. Purtroppo, questo aspetto viene spesso sottovalutato,
mentre per le donne i vantaggi dell’istruzione sono davvero importanti.
Anche per le ragazze tra i 15 e i 19 anni le principali cause di mortalità
sono legate alla gravidanza e al parto (70.000 decessi ogni anno). Più bassa
è l’età di una donna al momento del concepimento e maggiore è il rischio per
la sua salute. Le ragazze che partoriscono prima dei 15 anni corrono un
rischio cinque volte superiore a quello delle donne di oltre 20 anni.
E a rischio sono anche i loro figli: un bambino nato da una madre
con meno di 18 anni ha il 60% in più di probabilità di morire entro il primo
anno di vita, rispetto al figlio di una madre con più di 19 anni. Le donne
istruite sono più propense a ritardare il concepimento, a distanziare le
gravidanze, a far vaccinare con maggiore regolarità i propri figli e ad
avere un’alimentazione più adeguata per sé stesse e i propri figli.
L’istruzione è essenziale anche perché le donne abbiano una migliore
conoscenza dei propri diritti, e questo accresce la possibilità che esse
hanno d’influire sulle decisioni che le riguardano più da vicino.
Sono soprattutto africani i paesi in cui sono ancora i mariti a decidere
dell’assistenza sanitaria delle loro donne. Solo un approccio “culturale” ai problemi delle donne può
consentire di pianificare adeguatamente gli interventi mirati alla loro
salute e a quella dei loro figli, evitando di isolarli dal contesto in cui
vengono effettuati e, nel contempo, salvaguardando i diritti fondamentali
delle donne.
Dove informarsi
Unicef, La condizione
dell’infanzia nel mondo 2009, http://www.unicef.it/flex/FixedPages/IT/Pubblicazioni.php/L/IT/Item/
73/frmIDCategoria/0/frmIDArgomento/0
Unfpa, Lo stato della
popolazione nel mondo 2008, http://www.aidos.it/ita/pubblicazioni/index.php?idPagina=521
Fao,
Soaring Food Prices Soaring Space,
http://km.fao.org/fsn/soaring-food-prices-space/en/,
Fao, Global Information and Early
Warning System on Food and Agriculture,
http://www.fao.org/GIEWS/english/index.htm
L’Italia e le armi
alla Nigeria
Il governo di Abuja secondo Amnesty viola libertà fondamentali
Luciano Bertozzi
Nel suo recente viaggio in Nigeria, il ministro degli esteri
Frattini ha concluso accordi con Abuja per la vendita di 2 navi militari,
sollevando le critiche dei ribelli del Mend, che chiedono la ridistribuzione
equa dei proventi del petrolio. E violando la legge 185
La disponibilità del ministro degli esteri Frattini a fornire due
navi militari alla Nigeria, annunciata nel corso della recente visita
ufficiale nel paese africano (una delle tappe del suo
tour
africano, dal 9 al 13 febbraio- ascolta l'intervista a
Carlo
Marroni, giornalista de
ilSole24ore, che traccia un resoconto del viaggio
di Frattini ) ha suscitato le ire del Mend (Movimento per l’emancipazione
del delta del Niger) che ha minacciato ritorsioni sulle imprese italiane,
soprattutto del gruppo ENI, operanti in loco.
Il titolare della Farnesina ha incontrato ad Abuja il ministro
della difesa ed ha riferito che il governo nigeriano è “interessato ad usare
tecnologie italiane, navi leggere veicoli speciali, blindati Lince, aerei,
tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”. ” Il governo italiano – ha
commentato il Mend - ha offerto, non richiesto, la fornitura di due navi
militari all’esercito nigeriano che sta conducendo una guerra ingiusta
contro le popolazioni del delta del Niger”.
La Farnesina
ha replicato alle accuse del Mend affermando che il nostro paese favorisce
la stabilizzazione ed ha ribadito l’invito alla Nigeria a partecipare al
vertice del G8 di quest’estate in programma alla Maddalena.
Rafforzare l’apparato militare di uno stato che secondo Amnesty
International viola le libertà fondamentali non aiuterà a risolvere
politicamente il problema della popolazione che abita il Delta del Niger,
area ricca di petrolio, i cui proventi non vengono però distribuiti
equamente: la regione è la più povera e arretrata della Nigeria. Anzi, il
petrolio si trasforma in una sorta di maledizione: lo sfruttamento
sconsiderato delle multinazionali straniere
distrugge l’ambiente e ne impedisce ogni possibilità di
sviluppo. La Nigeria, pur essendo un importante produttore non ha utilizzato
i notevoli introiti derivanti dall’oro nero per migliorare la qualità della
vita dei nigeriani: il paese è in fondo a tutte le statistiche
socioeconomiche mondiali. Le stesse
multinazionali petrolifere sono state accusate di sostenere
l’apparato militare. Inoltre negli ultimi anni si sono moltiplicati gli
attacchi alle piattaforme petrolifere ed i sequestri dei lavoratori che
hanno visto anche il coinvolgimento dell’ENI.
Tale contesto imporrebbe particolare cautela e la sospensione di
ogni cooperazione militare: proprio il contrario di quanto avviene. Il paese
è un importante cliente dell’industria militare italiana, il primo
dell’Africa subsahariana. Nel 2007 , secondo la relazione governativa ,sono
state consegnate armi per un valore di 16 milioni di euro. Nel 2006 Alenia
Aeronautica ha firmato un contratto da 84 milioni di euro per la messa in
efficienza degli aerei da addestramento MB 339 forniti in precedenza. . Nel
2005 la stessa azienda ha firmato un contratto da 60 milioni di euro per
l’ammodernamento e la logistica degli aerei da trasporto G 222 forniti
dall’Italia . L’accordo prevede anche la formazione tecnica del personale.
In passato Abuja ha anche usufruito di servizi militari , non meglio
specificati nei documenti ufficiali di Palazzo Chigi, per un valore di 2,8
milioni di euro. Ciò avviene mentre il nostro paese ha cancellato, nel 2005,
gran parte del debito estero contratto con l’Italia, quasi 900 milioni di
euro. Commesse che, in coerenza con la legge 185 che disciplina l’export
militare, dovrebbero essere quantomeno sospese: la legge vieta le vendite a
paesi belligeranti. E’ da sottolineare, inoltre, che l’Onu nel 2006 ha
denunciato l’uso sistematico della tortura da parte della polizia nigeriana.
Nigrizia on line,
05/03/2009
Le nuove tecnologie contro l'infibulazione
Il 6 febbraio è la giornata
mondiale per la lotta contro le mutilazioni genitali femminili, orrenda
pratica che riguarda 140 milioni di donne nel mondo. Oggi chi vuole
denunciare questa cultura può farlo, attraverso il web, grazie ad un
concorso.
Combattere la cultura e la pratica dell'infibulazione
con le nuove tecnologie: è l'obiettivo del concorso “Escissione: partecipa e
vinci” (Excision: jouez et gagnez), lanciato dall'organizzazione senegalese
Enda
Tiers Monde,
sul sito
Les
jeunes changent l’Afrique.org.
Fino al 28 febbraio i giovani e le giovani dell'Africa che vogliono
partecipare devono inviare foto, disegni, caricature, ma anche video e
musica, per denunciare la pratica delle mutilazioni genitali femminili (mgf).
Il concorso è rivolto ai ragazzi che vivono nell'Africa francofona
occidentale:
Benin,
Burkina-Faso, Costa d'Avorio, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Senegal,
Togo, dove questa pratica è ancora diffusa. Per i vincitori in palio ci sono
una macchina fotografica, lettori mp3, chiavi Usb.
L'idea è nata in seguito ad uno studio sul
possibile ruolo delle nuove tecnologie per la lotta contro le mgf, condotto
da Enda tra il 2006 e il 2008 in Mali, Senegal e Burkina Faso. I risultati
dello studio hanno evidenziato come i maschi siano più informati dei
possibili utilizzi delle nuove tecnologie e di come, a differenza di quanto
si possa pensare, si sentano coinvolti e vogliano combattere la pratica, che
le loro madri, sorelle, amiche, fidanzate, sono costrette o sono state
costrette a subire.
Secondo l'Unicef, ogni anno sono almeno 2
milioni le donne e le bambine costrette a subire questa umiliazione, nel
mondo le donne mutilate sono ancora 140 milioni. Una pratica assurda,
dolorosa, che causa infezioni anche interne, che rende traumatico il parto e
che mette in serio pericolo la vita delle madri e, a volte, anche dei figli.
Nonostante le campagne di informazione e sensibilizzazione, la tradizione
resiste, soprattutto nelle comunità musulmane rurali, forte di motivazioni
religiose. La vera ragione del suo perpetuarsi è però la volontà di
sottomettere la donna.
In Italia e nei paesi europei la pratica è
venuta alla luce grazie alle coraggiose denunce delle donne escisse e
infibulate emigrate dai paesi africani di origine. Oggi, secondo le stime
sono mezzo milione le donne mutilate che vivono in Europa, in Italia sono
tra le 30 e le 40 mila.
24 anni fa è
nato un Comitato Interafricano formato da
sole donne, con
l'obiettivo di combattere la pratica delle mgf. Nel 2005, dopo 20 anni di
attività, il comitato ha deciso di istituire una giornata mondiale contro le
mutilazioni genitali femminili, che si celebra ogni anno il 6 febbraio.
Nigrizia,
06/02/2009
Somalia: un governo in
esilio. Il paese è senza governo dal 1992
Ismail Ali Farah
Sheik Sharif Ahmed è il
nuovo presidente della Somalia, si confronta con una drammatica situazione
umanitaria e un complesso panorama politico. Il commercio di armi continua
nonostante l'embargo, nessun controllo nemmeno sugli aiuti economici che
arrivano dall'estero
Le
truppe
etipioche se
ne vanno e lasciano una Somalia profondamente cambiata. Il grande movimento
islamico che ha portato nel 2006 il paese alla pace per la prima volta dopo
17 anni di guerra civile, non esiste più. La grande alleanza tra i due
principali sotto clan appartenenti agli Hawiye, gli Abgal (presenti in forze
a Mogadiscio) e gli Haberghedir (forti nel centro del paese), sembra ormai
essere solo un ricordo lontano, mentre le divisioni lacerano gli stessi
sotto clan in lotta per il controllo del centro e del sud della Somalia.
Questo è lo scenario che il nuovo presidente Sheik Sharif Ahmed, del sotto
clan Abgal, dovrà affrontare nel corso del proprio mandato. Già presidente
dell’Unione delle Corti Islamiche, esponente moderato dell’opposizione
islamista, Ahmed succede al presidente Abdullahi Yusuf, appartenente al clan
Darod, dimessosi lo scorso 29 dicembre dopo uno scontro istituzionale dovuto
proprio all’accordo che ha portato all’inclusione in parlamento del
movimento islamico moderato: l’Alleanza per la Riliberazione della Somalia
(Ars).
Il
nuovo parlamento somalo
integrato
dei 200 deputati
appartenenti all’Ars e 75 della società civile, ha eletto Ahmed alla
presidenza lo scorso 30 gennaio a Gibuti, nella speranza di poter arginare
il dilagare dei miliziani radicali riuniti sotto la sigla di Al Shabaab, per
lo più appartenenti al sotto clan degli Haberghedir. Unanime è stato il
plauso della comunità internazionale, ma potrebbe essere troppo tardi.
Baidoa, sede del parlamento, è infatti già stata conquistata dagli Al
Shabaab appena pochi giorni prima dell’elezione del nuovo presidente, mentre
il governo di transizione mantiene il solo controllo della capitale,
Mogadiscio. Mentre Ahmed si trova ad
Addis
Abeba, in
visita agli ex nemici etiopici, i miliziani islamisti radicali, ormai alle
porte della capitale, giurano vendetta contro colui che definiscono un
“traditore” e indicono una manifestazione anti governativa proprio a Baidoa.
L'interesse della comunità
internazionale nei confronti della Somalia, nonostante i tentativi di
pacificazione, sembra aver portato solo a nuove involuzioni della crisi
umanitaria. Prosegue infatti senza sosta il commercio di armi nel paese,
sotto embargo dal 1992. Secondo l’ultimo rapporto del
gruppo
di monitoraggio delle Nazioni Unite,
il principale sostenitore dei gruppi di opposizione al governo di
transizione rimane l’Eritrea, con flussi di finanziamento stimati tra i 200
e i 500 mila dollari al mese, solo nei confronti dei gruppi dell’opposizione
islamista. Il sostegno della comunità internazionale nei confronti del
Governo di Transizione ha equipaggiato, armato ed addestrato circa 17 mila
uomini, in vista della formazione di corpi di polizia ed esercito. Di questi
circa 14 mila hanno disertato portando con sé le forniture militari.
L’ufficio delle Nazioni
Unite stima inoltre che siano decine i milioni di dollari ricevuti dai paesi
donatori dirottati verso le forze di polizia e le milizie della regione
semiautonoma del Puntland, senza contare la quasi totale assenza di
controlli nei confronti dei fondi sotto il controllo di ciò che dovrebbe
essere una Banca Centrale e un Ministero delle Finanze, completamente in
balìa dell’arbitrio di alti funzionari e loro alleati. Secondo il rapporto
il governo etiopico nell’ultimo anno avrebbe anche finanziato, addestrato e
armato numerosi gruppi di miliziani nella regione meridionale di confine di
Gedo, per combattere i gruppi di islamisti radicali. Sarebbe stata proprio
quest’ultima azione ad aver destabilizzato l’area portando gli scontri tra
clan locali anche oltre confine, nel vicino Kenya. L’organizzazione Human
Rights Watch ha accusato gli Stati Uniti di aver sottovalutato la
complessità dello scenario somalo riducendolo a semplice campo di battaglia
nella lotta al terrorismo, coprendo gli abusi del governo di transizione e
dell’esercito etiopico nel paese. Ogni giorno è più oscuro il futuro della
Somalia, sempre più simile ad una polveriera pronta ad esplodere.
Nigrizia 03/02/2009
Passaggi
salienti del discorso di Barack Obama
20-1-2009 Ovunque guardiamo, c'è da fare. Lo stato dell'economia
richiede misure coraggiose e rapide, e noi agiremo - non solo per creare
nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.
Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che
alimentano i nostri commerci e ci uniscono. Rimetteremo la scienza la posto
che merita e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da
risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.
Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e
mandare avanti le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i
college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi.
Possiamo farcela. E lo faremo.
Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni (…)
Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato
sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a
lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il
nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno -
se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure
accessibili, una pensione degna. (…)
La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o
del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è
rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il
mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo
quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra
economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma
dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le
opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza
ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra
sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che
noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che
garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che
si è espansa con il sangue delle generazioni. (…)
Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il
comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e
convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può
proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario,
sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La
nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del
nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai
principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi
ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le
nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a
forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e
i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare,
e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo
scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro
che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando
gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non
può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.
Perché noi sappiamo che la nostra eredità mosaico è una forza e non una
debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti,
e di non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura
disegnata in ogni angolo di questa Terra; (…)
Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco
interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che
cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro
società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete
costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere
attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso,
sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo
la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.
Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far
fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire
i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono
di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare
l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo
continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti.
Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso. (…)
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché
uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella
festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di
sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante
ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di
tutti.
Il
Nordafrica e Gaza
Crolla la
fiducia nei confronti della comunità internazionale. E anche dell’Europa.
Luciano
Ardesi
Indignazione e sconcerto: questa la principale reazione dei paesi arabi del
Nordafrica per il conflitto in corso a Gaza. Tra il timore di un
rafforzamento del fondamentalismo, e l’umiliazione della mediazione egiziana
12/01/2009
- Com’era prevedibile i massicci bombardamenti su Gaza e
l’invasione del suo territorio da parte dell’esercito israeliano, senza
risparmio alcuno per le vittime civili, hanno suscitato l’indignazione delle
popolazioni arabe. Ovunque vi sono state proteste popolari che hanno
superato i tentativi di contenimento da parte dei governi. E’ accaduto anche
in Nordafrica, specialmente in Algeria, Marocco e Mauritania. In
quest’ultimo paese la protesta aveva un argomento in più: la rottura delle
relazioni diplomatiche con Israele, poiché la Mauritania è tra i pochissimi
paesi arabi, con Egitto e Giordania, ad avere relazioni diplomatiche con
Israele, e non è bastato il richiamo dell’ambasciatore mauritano a Tel Aviv
per spegnere le polemiche.
I massacri di Gaza e la mobilitazione popolare preoccupano per
molteplici ragioni i dirigenti arabi e nordafricani. La questione
palestinese è da sempre agli occhi popolari la dimostrazione dell’incapacità
dei governi a far riconoscere la legalità internazionale, ad assicurare la
giustizia. Ne hanno del resto una riprova quotidiana dai propri governi.
Mentre questi riescono in qualche modo a mettere la sordina alla
contestazione che li riguarda, a quella per la Palestina è impossibile. Come
è accaduto in Algeria, dove lo stato di emergenza proibisce qualunque
manifestazione, l’occupazione della strada diventa l’occasione per una
protesta dal significato più ampio.
Anche solo per questa ragione, i dirigenti farebbero a meno
dell’ennesima escalation mediorientale. E per questo da parte dei governi si
sono moltiplicate le dichiarazioni altisonanti di solidarietà con i
palestinesi. Il colonnello Gheddafi è riuscito in tutta urgenza a
resuscitare il fantasma dell’Unioni del Maghreb Arabo (UMA), che riunisce i
cinque paesi maghrebini, dalla Libia alla Mauritania senza passare per il
Sahara Occidentale, convocando una riunione dei ministri degli Esteri per
condannare Israele e promuovere aiuti umanitari a favore dei palestinesi. Ma
l’azione contro Gaza rafforza oggi l’opposizione fondamentalista nei paesi
nordafricani, e, dall’Egitto alla Mauritania, è ciò di cui questi governi
hanno meno bisogno. Anche se la nascita del movimento fondamentalista si
basa soprattutto su motivi interni, l’irrisolta questione palestinese,
l’invasione dell’Afghanistan, prima sovietica poi statunitense, le guerre
all’Iraq, hanno fornito argomenti convincenti per rafforzare l’identità
fondamentalista e il suo peso nella politica di questi stati.
A questo elemento si aggiunga un dato strettamente politico.
Dall’Egitto al Marocco, passando per la Tunisia e l’Algeria, i governi
nordafricani che hanno dovuto fronteggiare i movimenti fondamentalisti e le
sue diramazioni terroriste, sanno per esperienza che l’opzione militare, da
sempre messa in atto da Israele, è la meno efficace e la più
controproducente ai fini del contenimento del terrorismo e del
fondamentalismo stessi. L’azione israeliana indebolisce dunque la loro
politica di contrasto, e la ricerca di interlocutori “moderati”. Infine dal
macello di Gaza, emerge indebolito anche l’Egitto e non si vede come
un’eventuale pace in Medioriente possa essere duratura con l’umiliazione non
solo del popolo palestinese ma anche del paese di riferimento di tutto il
mondo arabo.
Di fronte a questo scenario, peraltro chiaro ormai da anni, non
pochi dirigenti arabi si interrogano sulle reali intenzioni di Israele. Ma
si interrogano ancora di più sull’atteggiamento non tanto della comunità
internazionale, nei confronti della quale non nutrono alcuna speranza,
quanto dell’Europa. Dopo essersi sentiti ripetere per anni la lezione
occidentale della democrazia e del rispetto dei diritti umani, osservano che
ancora prima dell’11 settembre la questione palestinese è sempre stata
trattata al di fuori dei valori e dei principi dell’Europa “cristiana”. Più
che una questione di principio e di coerenza, i dirigenti si pongono
pragmaticamente l’interrogativo: ma tutto ciò conviene anche all’Europa?
Il
primo piano
di Nigrizia su Gaza: la lettera di p. Daniele Moschetti da Gerusalemme
da Nigrizia on line
La pagina è stata creata e curata da Maria
Antonietta Pappalardo
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