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Mahasweta
Devi
La
trilogia del seno

Tre racconti brevi di densità straordinaria di Mahasweta
Devi, nata a Dacca nel 1926, tra le più grandi scrittrici
indiane, tradotta in tutto il mondo; un apparato critico di Gayatri
Spivak, nata a Calcutta nel 1942 e che dal 1969 vive e insegna
negli Stati uniti, esponente di spicco della critica femminista
postcoloniale; una presentazione di Ambra Pirri,
curatrice della nuova collana “Altrimondi” delle edizioni Filema, «che
pubblicherà storia, storie e studi femministi con l’obiettivo di
traversare almeno i confini disciplinari»: questo è Trilogia del
seno [in originale Breast stories, storie di seno].
Le
tre storie [Draupadi, Stanadayini – Colei che dà il seno, Choli ke
pichhe – Dietro il corsetto] sono drammatiche, la scrittura è asciutta e
sferzante, non solo contro una oppressione antica e nuova – quella inglese
e quella della globalizzazione – ma verso quella stessa ipocrisia
ammantata di attenzione e generosità del nostro mondo opulento [e di quel
mondo di intellettuali indiani gentlemen al riparo dalle disgrazie della
vita] verso i derelitti, i poveri, i perdenti. Verso le donne. Non c’è
mai un filo di retorica, di ‘compiacimento’ e di complicità della
scrittura: la Devi è una militante e un’attivista, ma non cerca
scorciatoie.
I
suoi personaggi ‘incarnano’ potenze antiche della tradizione religiosa, sono
donne ‘assoggettate’ ma capaci di ribellarsi a costo del degrado, della
pazzia, della vita. Non cercano compassione, anzi. Sono terribili
proprio nell’esporre se stesse, il proprio corpo, il proprio seno – in
un ‘rovesciamento’ di ruoli e di senso che la letteratura può
permettere. Il seno, che attrae, allatta, nutre – i bambini nello
svezzarsi e gli adulti nel fantasticare –, luogo proprio e unico della
maternità e della femminilità, diventa orribile cratere, vuoto riempito di
stracci, piaga purulenta, arma tremenda.
Draupadi è la nomade-bandita-guerrigliera che viene catturata e data
in pasto alla malvagità dei soldati: la massacrano, la deturpano, la
violentano. Infine, la rivestono. Proprio nello strapparsi a morsi quella
‘stoffa’ che dovrebbe nascondere l’orribile verità accaduta,
nell’esporsi al proprio nemico è l’ultima sua ribellione: il suo
carceriere non capisce, impazzisce al fragore della risata-ululato di
Draupadi.
Jashoda è stata
benedetta dalla natura ad avere tanto latte, e questa «qualità»
diventa tutta la sua vita, il modo di sostenere se stessa, il proprio uomo,
i propri figli: Jashoda diventa «macchina riproduttiva», fa figli
continuamente per avere tanto latte al proprio seno con cui allattare tutte
le generazioni di figli della famiglia patriarcale di un grande proprietario
e salvare così la silhouette delle loro donne. Ma questa «fortuna» sarà
la sua rovina: un cancro al seno la ucciderà, sola, abbandonata da tutti:
ciò che ha dato nutrimento, che è stato sfruttato senza criterio, senza
rispetto, è adesso soltanto distruzione.
Gangor è una
lavoratrice nomade la cui bellezza diventa l’ossessione di un fotografo
che la paga per «salvare» il suo magnifico seno scattando immagini a
ripetizione che andranno su tutte le riviste patinate del mondo. Upin, il
giovane fotografo, è armato di buone intenzioni, nello sfascio che vede
intorno a sé prova a «preservare» qualcosa, non rendendosi conto che
proprio così scatenerà la bramosia collettiva a possederla. Gangor finirà
male, ma anche Upin, pagando la sua mancanza di responsabilità.
Queste le tre storie di donne. Gli uomini? Sensali,
ladruncoli, infami, bestie, carcerieri. Sfruttatori, papponi. Quando va
bene, inseguono sogni di ‘riscatto’ senza rendersi conto di aggravare le
cose: avrebbero potuto saperlo se l’avessero voluto, così dice la Devi,
la cui scrittura non conosce requie e perdono. È lo stupro di un popolo.
L’apparato critico della
Spivak aiuta molto a orientarsi nei riferimenti storici, religiosi, sociali e
di costume della scrittura della Devi; peraltro, la Devi scrive in bengalese,
e il «confronto» con l’inglese è il confronto con la lingua della
colonizzazione [ne ha tenuto conto la Pirri, nel suo passaggio, che non
dev’essere stato sempre facilissimo, all’italiano]. Ma, di più, la
Spivak mette in gioco se stessa – fino a identificarsi in negativo nel
ruolo del carceriere – così ‘lontana’ dalla drammaticità reale e
quotidiana delle donne indiane e dalle ‘minime’ resistenze delle loro
vite, mette in gioco quel ‘ruolo’ femminista occidentale che «vede» la
ribellione solo in comportamenti occidentaleggianti simili ai propri.
(Lanfranco Caminiti)
Mahasweta
Devi, La trilogia del seno, Filema, 2005

MARGARET
MAZZANTINI
Non
ti muovere

"Stavo così, sprofondato nel silenzio della vita riconosciuta. Qui
ero un uomo libero, non avevo bisogno di nascondermi. La gente mi conosceva,
mia moglie, mio suocero, tutti mi conoscevano. Eppure ora mi sembrava fosse
questa la vita parallela, non l'altra."
Un lungo monologo, una confessione, un momento di sincerità profondo
e il peso di una attesa angosciante davanti a una sala operatoria: stesa sul
lettino una ragazza, la morte sembra incalzarla, la sua testa è aperta
sotto le mani dei chirurghi, dei ferri cercano di impedire che se ne vada
per sempre.
Chi
parla e costruisce, con i suoi pensieri, il romanzo, è il padre.
Viene data la scansione dell'attesa, da quando smarrita, un'infermiera
capisce che quella ragazzina trasportata in pessime condizioni dopo un
incidente in motorino è la figlia del primario dell'ospedale, alle varie
fasi dell'intervento, alle notizie conclusive, terminato il lungo
intervento. La madre, una giornalista brillante, è in volo per Londra, sarà
in quella città che avrà la drammatica notizia dell'incidente, riprenderà
immediatamente un volo di ritorno, ma le lunghe ore davanti alla sala
operatoria saranno vissute dal padre in assoluta solitudine.
Ed è
proprio questa condizione che, sospendendolo tra la disperazione,
l'angoscia, e il rimorso, aprirà la strada a un affondo su di sé, a un
penetrare con il bisturi del ricordo nella propria coscienza e nel male
che, con l'egoismo dell'uomo arrivato e sicuro, ha saputo distribuire.
C'è un'altra figura femminile che viene ricostruita dalle parole e dai
pensieri dell'uomo ed è forse la vera protagonista del romanzo: è Itala,
è stata una sua amante, una sua vittima.
Poco
attraente, volgare nel trucco e nella miseria dei vestiti aveva però, fin
dal primo casuale incontro, suscitato in lui un'attrazione fisica
inspiegabile, tale da portarlo a una vera e propria violenza nei suoi
confronti. Ma superata la vergogna del gesto (soprattutto avendo capito che
non ne sarebbe derivato uno scandalo) in lui si fa impetuoso il desiderio di
tornare nella casa sporca e miserabile in cui la donna abitava, sente la
voglia di possederla ancora una volta, e ancora un'altra, sempre più
spesso, sempre con maggior passione... Una
specie di ossessione che in tanti momenti cruciali prende la forma di amore.
Ma è un sentimento a cui il chirurgo non permette (fino a quando è troppo
tardi) di incidere nella serenità del suo quotidiano benessere: il
prestigio sociale, una bella casa, le vacanze, la moglie intelligente e
raffinata, infine l'annuncio di una paternità.
Anche
Itala si scopre incinta, ma sa di non potersi consentire quella maternità,
così, per debolezza, per ignoranza, per paura, si affida alle cure delle
uniche persone con cui ha un rapporto, gli zingari accampati vicino a casa
sua. Il tragico epilogo della vita di quella donna brutta e generosa non è
che la conseguenza di tante sconfitte e di tanti rifiuti. L'affermato
chirurgo che ha capito troppo tardi di amarla davvero rientra, dopo
quell'evento tragico, negli schemi di una vita di successo, scoprendo dal
primo momento che ritorna a casa, reduce da un dolore che non può neppure
confessare, la tenerezza per la
piccola Angela,
che ora, dopo quindici anni, sta forse morendo nella stanza accanto.
L'impotenza davanti al destino, i sensi di colpa, anche un certo disgusto di
sé che l'uomo prova in quelle lunghe drammatiche ore, gli consentono solo
una preghiera: "non ti muovere", scongiura guardando la porta
della sala operatoria da cui la sua bambina forse sta fuggendo per
sempre.
Margaret
Mazzantini è riuscita a penetrare nei meandri di una coscienza maschile,
è stata in grado di capire i meccanismi di violenza e di autocommiserazione
che un uomo può mettere in campo per difendersi da una verità scomoda, ha
saputo anche interpretare, con grande sensibilità, la sconvolgente caduta
di difese, l'uscita dall'ipocrisia, la nuova consapevolezza che, da un
trauma, un individuo può conquistare. E, senza operare giudizi, se non
quelli che lo stesso protagonista dà di sé, emerge una pietà infinita per
tutti coloro che vivono e amano, che si dibattono tra menzogna e verità,
che non possono sfuggire ai momenti cruciali, discriminanti, della vita.
Davanti a ogni perdita, davanti a ogni amore che finisce, c'è la possibilità
di rassegnarsi e di continuare: questo non vale però, così almeno ci fa
capire la scrittrice, se in gioco è la vita di un figlio.
(Grazia Casagrande)
Non ti muovere di Margaret Mazzantini
295 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-48947-2

"Baby
Boomers. Dagli anni Cinquanta ai cinquant'anni"
Dibattito
a cura di Agnese Bertello

Quattro donne che hanno fatto la storia del femminismo in Italia, alla
soglia dei cinquant'anni, si raccontano "spudoratamente" in un
libro che è operazione politica e individuale al tempo stesso, nel segno
della migliore tradizione femminista.
Come è nato questo
libro? E qual è il suo significato?
Annamaria Tagliavini
Siamo state tutte dentro il movimento femminista, ci siamo incontrate negli
anni moltissime volte e non riusciamo più a dire quando è stata la prima
volta che ci siamo viste. Ci sentiamo parte di una grande famiglia, ma il
nostro rapporto è diventato più solido con Atena, la rete internazionale
sugli studi femminili. Nei momenti conviviali di fine lavoro si passava a
parlare delle nostre vite personali. In occasione di una di queste cene ci
siamo dette che poteva essere interessante fare un bilancio di un'esperienza
che seppure declinata in maniera diversa aveva un ché di comune. Era stato
un fortissimo investimento per noi e per tutte le donne che nel mondo
avevano preso parte al movimento femminile. Sovvertire il modello culturale
femminile a cui noi tutte eravamo state educate: questa è la scommessa che
ciascuna di noi, e tutte noi insieme, abbiamo fatto e volevamo capire a che
punto eravamo noi personalmente e a che punto era il nostro investimento
esistenziale.
La rivoluzione delle donne è stata la rivoluzione vincente del Novecento,
quella che non ha prodotto vittime, però molto è ancora da fare. C'è
stato, e c'è sicuramente, rispetto al movimento femminista, un grosso
problema di comunicazione. Tante donne, quando si rivolgono a me,
esordiscono dicendo: "Non sono femminista, ma…" Ecco io volevo
rivolgermi a loro con questo libro.
Al di là della misoginia che caratterizza la cultura del nostro paese, il
problema di comunicazione è evidente. Raccontare concretamente che cosa
questo movimento ha significato per noi, nella nostra vita, nella
costruzione di noi stesse era un modo per rimettere in discussione un
termine che ha assunto una colorazione negativa, di qualcosa legato al
passato, che non è più necessario.
Rosy Braidotti
Una delle obiezioni che immaginavo avrebbero potuto farci, e che io stessa
mi muovevo, è: "perché voi sì e noi no?". Poi, però, da una
storica mia amica mi è stato detto che democrazia vuol dire che abbiamo
tutti quanti diritto all'autobiografica. Osare raccontare le proprie
miserabili storie è un diritto democratico. In questo libro, c'è una
logica complessa, una messa in gioco, un disvelamento. Ciascuna ha scelto
che cosa dire e che cosa tacere. Io passo sotto silenzio l'infanzia, per
esempio, ma metto in gioco in maniera vistosissima la sessualità. Esporsi
è la migliore maniera di nascondersi. Questo è un libro per far rete, ben
lontano dal modello attuale televisivo, stile Grande Fratello, in cui ci si
espone totalmente senza in realtà dire nulla. È un'operazione
controcorrente, che entra in questa logica, ma ne cambia le regole. Fare
rete significa prendere acqua, non essere muri, non essere compatti, non
essere sicure, non essere l'uovo cartesiano che sa tutto, che pensa e quindi
è ciò che pensa.
Per quanto riguarda le reazioni, noi ci aspettavamo delle grandi baruffe, ci
aspettavamo che questo libro avrebbe riaperto il dibattito su alcuni temi.
Questo silenzio plumbeo ci dispiace. Tace stranamente tutta la stampa di
sinistra: tace l'unità, tace il manifesto…
Qualcuno definisce "Baby boomers" un libro spudorato…
Serena Spegno
Bisogna chiarire che cosa si intende per pudore. Certo, a Roma questa
domanda non la farebbero. Però, qualcosa di vero c'è, perché noi abbiamo
avuto la percezione molto netta, presentando questo libro a Torino, che ci
sia un certo imbarazzo in giro. Questo imbarazzo va dichiarato. Di quale
pudore stiamo parlando? L'imbarazzo non è nelle persone più giovani. Le
giovani donne sono colpite da questa operazione. Se ci fate caso, le
studentesse sono sempre presenti nei manifesti, in maniera esplicita: le
firme, le dichiarazioni sono sempre di studenti e studentesse.
La nostra non è un'operazione scontata né ovvia. Ma che abbiamo fatto
tutta la vita? Fare politica partendo da noi, cioè essendo completamente
spudorate, almeno nel senso in cui lo intendevano i nostri genitori. È
ovvio che non abbiamo detto tutto, ma abbiamo detto molto, perché una
scommessa come questa funziona solo se si mette in gioco parecchio.
Non è una questione di temi, ma di censure, sì… Per esempio, tra i miei
colleghi, se qualcuno si azzarda a parlare di femminismo, tutti si
allontanano; lì dove la cultura è potere, questa resistenza è molto
forte.
Quale può essere la relazione con il femminismo di oggi?
Serena Spegno
Non possiamo essere noi a dire alle donne di 30 come fare. La nostra intera
esperienza si oppone a questo tipo di atteggiamento. Se un tempo fosse
venuta qualche donna a dirci come dovevamo fare, probabilmente ci saremo
ribellate. Quello che può esserci e che mi sembra giusto che ci sia è
discutere dei punti di vista, dei nostri, di quelli delle donne più
giovani, cercando dei punti di comunanza. Noi non abbiamo una verità in
mano sulla crescita di una singolarità femminile, o su come si fa a essere
donna oggi in questo mondo del lavoro. Possiamo riaprire la discussione, ma
non possiamo certo "dare la linea".
Rosy Braidotti
Io la linea ce l'ho e la linea è:
" vivere libere, consapevoli e responsabili,
" divertirsi comunque,
" oggi come sempre compagne, resistenza
Annamaria Tagliavini
Questa operazione ha anche una valenza politica. Abbiamo voluto ripartire
dall'elemento centrale di tutto il lavoro dei movimenti femministi e cioè
partire dal personale, dalle vite, dalle storie, che sono autorevoli in
quanto singole. Insieme anche al grande valore che il femminismo ci ha
lasciato in eredità, cioè quella del collettivo. Le donne che sono venute
dopo, questo non l'hanno conosciuto. Questo stesso libro è stato costruito
in questo modo, lavorando insieme, condividendo. Lavorare in rete, lavorare
in squadra è ancora un valore e questo è forse l'unico consiglio.
Roberta Mozzanti
La cosa più bella che mi è stata detta da una signora nel corso di una
delle presentazioni di Baby Boomers è stato che con questo libro le avevamo
restituito un pezzo della mia vita. C'è stata una grande rimozione
collettiva di un pezzo di storia, questo è un fatto politico, il fatto di
rimettere insieme con altre persone e per altri vuol anche dire assumersi
pienamente il senso. Assumersi pienamente la propria storia, le proprie
convinzioni, le cose fatte, non accettare che siano messe da parte,
cancellate, reagire all'appiattimento, alla riduzione che di questa storia
è stata fatta. Significa non accettare che la complessità di una storia
collettiva sia ridotta a una serie di slogan da quattro soldi. Vuol dire
anche chiamare anche gli altri ad assumersene la responsabilità.
AA.AA., Baby
Boomers. Dagli anni Cinquanta ai cinquant'anni, Giunti, Firenze
2003
PAROLE DI SABBIA
Un'originale
antologia di scrittori migranti

Se la tematica "scrittori migranti" vi giunge nuova ma ne volete
sapere di più, oppure v'è balzata all'orecchio e siete incappati in queste
due parole (scrittori-migranti) ma non vi è chiaro il concetto, di seguito
si parlerà profusamente del libro che fa al caso vostro. L'antologia Parole
di sabbia (112pp.
10 Euro) edita da Il
Grappolo
è
una primizia assoluta della narrativa contemporanea.
Costituita
da dieci racconti e curata da tre docenti ferraresi, ha l'originalità di
raccogliere il fiore degli autori stranieri che scrivono in italiano: Sandra
Ammendola,
italo-argentina stabilizzatasi nel Veneto, svolge mansioni di educatrice. Christiana
de Caldas Brito,
brasiliana di origine ma romana d'adozione, lavora come psicologa per
l'infanzia. Yousif
Jaralla,
iracheno d'origine, poliedrico artista che dalla Sicilia irradia il proprio
talento nel resto del globo. Tahar
Lamri,
algerino di nascita ma romagnolo per scelta, fa il traduttore, l'animatore
culturale e lavora per il teatro di Ravenna. Kossi
Komla-Ebri,
togolese, medico in Lombardia, alterna, come tutti gli altri autori
menzionati, la professione principale a quella di scrittore.
L'Ammendola
presenta due racconti brevi. Nel primo narra dello scambio di regali
natalizi tra un uomo e una donna. Il secondo racconto parte con uno squillo
del telefono e finisce con una donna che guarda l'orologio prima di
addormentarsi. De Caldas Brito racconta rispettivamente di un mendicante cui
vengono offerte parole anziché denaro, di Mohamed e del giradischi che
custodisce una memoria, di un viaggio in metrò che diventa metafora delle
parole sepolte nell'anima. Jaralla racconta, tra musica e canti, di una
vecchia che impazzì dopo aver visto qualcosa di inenarrabile. Nel secondo
racconto parla di destino e sorte attraverso le immagini rifrante in uno
specchio. Lamri narra di un cantastorie che muta lingua in base al luogo in
cui si trova. Poi scrive di un esploratore che è accompagnato nel deserto
da un tuareg. Komla-Ebri descrive una famiglia d'immigrati il cui figlio
rinnega la provenienza dei genitori.
I
racconti dei cinque autori sono accompagnati dai versi di altrettanti poeti.
Le loro strofe irrompono nella pagina come se la narrativa fosse colmata da
un "machmath" arabo, ossia da una prosa rimata e intarsiata da
versi tesi a sottolineare la forza evocativa dei componimenti. I nomi dei
poeti: Carmine
Abate,
reduce da una convincente prova narrativa con Mondadori col romanzo Tra
due mari. Abate, italo-albanese, proviene da un paese di lingua arbëresh.
Hawad,
poeta sahariano appartiene alla tribù tuareg degli Ikazkazen e nomade per
vocazione. Alberto
Masala,
artista sardo da sempre animatore culturale e in stretto contatto con le
minoranze internazionali di cui salvaguarda poetiche e memorie. Serge
Pey,
poeta occitano figlio di profughi catalani rifugiati in Francia dopo la
guerra di Spagna. Jack
Hirschman,
poeta americano che fa della commistione linguistica un proprio marchio di
fabbrica. Le loro poesie, aperte per natura a interpretazioni di ogni
genere, non sono riassumibili.
Ma chi sono i curatori? Francesco
Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco,
insegnanti di Lettere alle Scuole Medie Superiori della nostra città nonché
esperti accoliti di questa letteratura migrante che alcuni critici hanno
definito come "una nuova corrente letteraria." I tre curatori
hanno organizzato con altri il 1º Convegno Nazionale "Culture
della migrazione e scrittori migranti"
che
si è tenuto a Ferrara il 19 e 20 aprile 2002 e contano di farlo diventare
un importante appuntamento da riproporre a scadenza annuale. Fanno parte del
Cies, associazione nazionale con una sede a Ferrara, il cui scopo è di
educare all'interculturalità e promuovere iniziative sulle tematiche della
migrazione. Sono membri della redazione del sito Voci
dal silenzio
(consultabile in rete all'indirizzo digilander.iol.it/vocidalsilenzio).
La prefazione del libro è di Armando
Gnisci,
comparatista della Sapienza di Roma, tra i primi studiosi a recepire la
forza dirompente dell'ibridazione letteraria ad opera di stranieri. Il
disegno di copertina che raffigura con tratti essenziali un volto femminile
è di Fuad
Aziz,
pittore di origine irakena ma fiorentino d'elezione.
Gli scrittori che Argento, Melandri, Trabucco, hanno chiamato a sé per
portare a compimento «Parole di sabbia» sono, come tutti i migranti,
uomini e donne che attraversano luoghi e lingue, tra ricordi della terra
d'origine e la spinta verso nuove vite e nuove situazioni. Hanno
scelto di scrivere in italiano
per amore della lingua, per crearsi una nuova identità, per tenere a freno
la saudade, per vocazioni, destini, misteri inenarrabili, voglia di
comunicare e molto altro.
Certo è che questi scrittori sono partiti dai loro mondi con un libro in
valigia e conservano la propria identità con la quale fecondano il paese
d'accoglienza, l'Italia, arricchendo al contempo la nostra e la propria
cultura di provenienza.
«Parole di sabbia» è un "pezzo" di letteratura che si va a
incastonare nel più ampio mosaico della Letteratura dei Mondi, che è la
poetica dell'avvenire, è la cultura del futuro le cui basi si stanno
ponendo in questi ultimi anni con testi come quelli degli autori e dei poeti
presenti nell'antologia. C'è chi legge solo i classici e non vuole
rischiare di confrontarsi con gli autori contemporanei e chi, curioso di ciò
che gli succede attorno, cerca di essere al passo coi tempi e non aspetta i
ritardatari. Beh, questa volta con Parole di sabbia i primi possono
fare uno sforzo.
Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco (a cura di), «Parole
di sabbia», S. Eustachio di Mercato di S.Severino (Sa), Il Grappolo 2002, 112pp.
10 Euro
Davide
Bregola
Fonte:“La
nuova Ferrara” 4/1/2003
Yousef Wakkas, il
primo autore della nuova collana
kumacreola
Collana
di Parole migranti e Studi Interculturali
diretta
da Armando Gnisci
Kuma
nella lingua bambara, una popolazione dell’Africa
occidentale, vuol dire “parola”. In Europa,
attraverso la migrazione, la parola originaria degli stranieri e
l’originaria dei residenti diventa creola (nuova e mista), parola
dell’incontro. È il risultato interculturale più importante, insieme
alla musica, della grande migrazione attuale da tutti i mondi verso la
piccola penisola eruroasiatica dell’Europa occidentale. Una avventura
della specie umana che si compie nel dolore e nel silenzio,
nell’indifferenza se non nel rifiuto da parte nostra, gli accoglienti che
non sanno accogliere.
La collana kumacreola presenterà,
narrazioni e poemi, ricerche e saggi di tutti i mondi, con
l’attenzione, oltre che alla vicenda della attuale migrazione planetaria,
agli studi postcoloniali e a quelli interculturali.
I primi volumi da annunciare sono:
i racconti di Terra mobile del siriano
Yousef Wakkas, il mio pamphlet pedagogico Via
della Decolonizzazione europea, i l nuovo libro di racconti Qui
e là della brasiliana Christiana de Caldas
Brito, la ricerca di Ribka Sibhatu sulla
tradizione orale della memoria poetica eritrea, il pellegrinaggio di Davide
Bregola a colloquio con i poeti stranieri in Italia. Seguiranno il
romanzo Il latte è buono del somalo Garane
Garane, il primo romanzo postcoloniale italiano, i saggi sulle
letterature delle isole del mondo francofono di Marie-José
Hoyet, i poemi di Arnold De Vos e…
Casa
editrice Cosmo Iannone Editore
86170
Isernia
Via
Occidentale, 9
iannonec@tin.it
& armando.gnisci@uniroma1.it
Intento,
Armando Gnisci
Ho vagato per alcuni anni nella selva degli editori italiani – grandi,
medi e piccoli – per poter realizzare il progetto di una collana
letteraria dedicata agli scrittori stranieri e migranti che scrivono in
italiano. Ho trovato solo delusioni e
scoraggiamento. Ora, finalmente, incontro un partner editoriale che voglio
chiamare “ideale”: il giovane editore Cosmo Iannone di Isernia.
Due
parole per sciogliere un equivoco e una ignoranza: quando parlo di
“scrittori migranti”, gli scrittori stranieri si inalberano, perché
vogliono essere riconosciuti come scrittori e basta, italiani.
L’espressione “scrittori migranti” è la traduzione letterale di Migrant
Writers, definizione che in tutto
il mondo letterario indica quegli scrittori che cambiano vita e luoghi, che
si muovono tra i mondi e le culture e che
rappresentano l’avanguardia della letteratura mondiale
e del destino della specie. Sto parlando di scrittori come Josif Brodskij,
Gao Xingjiang, V. S. Naipaul, Derek Walcott, Nadine
Gordimer, J. M. Coetzee (che vive in Australia), Wole
Soyinka, Toni Morrison: tutti premi Nobel; o Glissant, Kundera, Chatwin,
Bianciotti, Rushdie, Ondaatje, Kureishi, Tahar Ben Jelloun, Ngugi wa
Thiong’o, Ghosh, Maalouf e potrei continuare a
lungo. Si tratta, come si vede, degli scrittori più importanti dei
nostri tempi, l’eccezione (proprio così) oggi, tra i grandi
letterati, è la locazione sedentaria e la condizione assimilata totalmente
alla propria cultura di sangue e di suolo. Voler essere riconosciuti come
“scrittori puri”, da parte dei nostri “giovani” scrittori migranti
italiani, e respingere la condizione culturale della migrazione, significa,
invece, a dir poco e a non voler abusare di argomenti psicologici,
desiderare l’anonima gloria della normalità “provinciale” italica;
voler essere trattati come Vespa e Baricco, Tamaro e Busi, De Crescenzo e
Bevilacqua, ma di serie D o di “promozione”. E di poter andare in tv,
anche locale per cominciare.
Due parole sulla scrittura di Yousef
Wakkas, siriano-italiano, con i cui racconti si apre questa collana.
Confessa che pensa in arabo e scrive in italiano. Il suo racconto è una
traduzione, la traduzione è la
sua narrazione. Ecco che cosa significa essere scrittore migrante: camminare
e parlare tra i mondi e le lingue. All’inizio, o anche sempre, questa
avventura farà perdere qualcosa (Lost in translation), ma alla
lunga – pensate a Rushdie – la
perdita si rivela acquisto e arricchimento,
spaesatura e nuova intelligenza.
E ci si trova avanti a tutti.
Non dal punto di vista del successo, ma da quello del senso che il mondo
prende oggi, e della letteratura che lo dice. In Yousef, narratore
immaginifico e sorprendente, il racconto tra i mondi a volte sembra che
storca la sequenza della finzione e la percezione della lettura, insinua
non-sensi, catastrofa linee di continuità e di abitudine. Il mio lavoro, e
quello di chi ha “adattato” la lingua del testo, è di lasciare che la
differenza viva e colpisca, che l’italiano
si creolizzi e si esponga alle lingue del mondo, come
dice. Édouard Glissant.
Kumacreola
è innanzitutto un laboratorio e un’officina; dove operiamo al futuro.
"MEMORIE IN VALIGIA"
Autori Vari, FARA Edizioni 1997

"Il proverbio è il cavallo della parola, quando la parola si perde è con l’aiuto del proverbio che la si ritrova" . Così Kossi Komba Ebre, originario del Togo, ci riconsegna, nella
nostra lingua, l’antica saggezza della cultura orale da cui proviene.
Il suo racconto "Quando attraverserò il fiume" ha vinto la terza edizione del concorso letterario per immigrati Eks&Tra attribuito da una giuria
multietnica, composta da docenti di letteratura comparata e scrittori, che si riunisce a Rimini, per il terzo anno.
Le opere vincitrici, sia in prosa che in versi, e quelle entrate nella selezione finale sono raccolte in un volumetto dal titolo significativo: "Memorie in valigia".
È infatti nello specchio della memoria che gli autori ricercano se stessi trovandovi riflesso anche il mondo dell’esilio, il paesaggio "altro" in cui hanno voluto/dovuto avventurarsi e da cui guardano a distanza, come su un
crinale, il proprio passato e la realtà dell’oggi.
Il lettore di questi racconti, così diversi perché provengono da territori e culture assai distanti: America Latina, Africa, mondo Arabo, Balcani, si trova immerso in una nuova dimensione del tempo e dello spazio.
Il ritmo della narrazione si dilata e ristagna in vicende che talvolta stentano a dipanarsi intessute come sono di immagini mitiche perché evocate dal tempo dell’infanzia e della saudade (nostalgia).
Non sempre la creatività degli autori si risolve in una scrittura personale, ma è proprio in questa
"periferia della letteratura"
che il lettore è spinto a muoversi con curiosità, con la sensazione che lì potrà imbattersi in
qualcosa di nuovo, percorrere una strada su cui fare molti incontri e capire, forse,
qualcosa di questo nuovo "mondo globale" in cui stentiamo a collocarci.
Nel 1984 Tahar Ben Jelloun scriveva nel suo libro Hospitalité Francaise:"I frammenti di una nuova cultura cominciano a manifestarsi. Si cerca. S’improvvisa. Si sperimenta. L’importante è farsi sentire, anche se poche persone tendono l’orecchio. Bisognerà aspettare diversi anni per sapere se assistiamo
all’emergere di una cultura o al prodursi di espressioni frettolose, molteplici e disordinate, testimonianze di un male di vivere, perfino di un’impossibilità di vivere in condizioni di rifiuto o di oblio".
Le opere selezionate in questa raccolta sono già una risposta significativa: non solo testimonianze autobiografiche ma espressioni di una pluralità di esperienze restituite attraverso il filtro della narrazione che sa rendere la coralità delle voci
(come ne
Lo sportello dei sogni
di Martha Elvira Patino e Pilar Saravia) o sdoppiarsi in un Io narrante che guarda con gli occhi di una donna alla propria tradizione e ai legami con la famiglia d’origine (La casa di acqua di Jorge Canifa Alves).
Più che parlarci del proprio malessere gli autori ci parlano di chi può curare il loro/nostro malessere: il guaritore-la guaritrice sono presenti da protagonisti o come figure di sfondo sia nel villaggio africano che nella grande città europea e
sempre agiscono mediante la potenza del gesto e della parola.
È dunque una scelta importante quella di favorire la nascita di una letteratura che registri le voci emergenti dall’indistinto dell’emarginazione per farsi riflessione, comunicazione, memoria di un tempo diverso dal nostro, ma che con il nostro si
intreccia ogni giorno. Alle donne, forse, è concesso di conciliare l’inconciliabile: il viaggio e la permanenza, il desiderio del distacco e la staticità della tradizione, come ci suggerisce
Vera Lucia
De Oliveira nei versi finali della sua poesia "Madre":
Sono dentro te come quella che fu
sono dentro come sempre ho voluto essere
sopravvissuta ai mutamenti
intenta a compiere viaggi nel fermo
dentro come una finestra di ottobre
a migrare/ nel tuo spazio/ di culla.
(Laura
Morini)

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"QUEL CHE C'E' NEL MIO CUORE"
Marcela Serrano

"Quando ci si abitua all'orrore, alla fine non lo vedi più, quindi cessa di esistere. È l'orrore a farti perdere il senso della misura dell'orrore."
Ancora una volta al centro dell'opera di Marcela Serrano c'è la fatica di vivere per una generazione di sudamericani colpiti direttamente dal totalitarismo e dalla violenza del potere. Che siano argentini o cileni o, ancora, messicani, tutte queste esperienze
hanno dato origine a un tragico patrimonio collettivo che ha segnato drammaticamente il Novecento.
Camila, la protagonista di Quel che c'è nel mio cuore, è parte di questa realtà e il suo dramma, direttamente collegato a quella della madre,
si rifà alle carceri di Pinochet e al regime. Camila è una figura coraggiosa senza saperlo, che scopre a poco a poco la sua capacità di reazione e la sua
forza interiore.
L'inizio della vicenda è terribile: la donna ha appena perso un figlio e il suo rapporto con il marito è entrato profondamente in crisi. L'unica via d'uscita, anche se difficile, può essere il lavoro. Accetta così di fare un reportage in Messico incentrato sui sostenitori del subcomandante
Marcos. Arrivata
a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, incontra l'uruguaiana Reina Barcelona, una donna che ha condiviso con la madre di Camila la lotta al regime cileno e il carcere. Questo incontro si rivela fondamentale per la sua esistenza. Attraverso la passione politica di Reina anche Camila si riconcilia con il suo
passato e con il senso di colpa che l'ha accompagnata per anni. La colpa, fondamentalmente, di aver abbandonato la madre in Cile cercando nell'esilio una nuova tranquillità e rinnegando ogni impegno politico.
Ora, maturata e segnata dal lutto, può decidere di partecipare attivamente alla lotta, spinta a questa scelta anche
da eventi esterni come la passione per un pittore di origine italiana e il drammatico incidente che riduce Reina in fin di vita. Sarà rapita e segregata, subirà violenze fisiche e morali in quel Messico che per molti è solo una meta turistica. La visione superficiale ed egoistica della realtà deve essere superata per
riconciliarsi con sé stessi.
La Serrano ancora una volta ci racconta quanto grande e grave possa essere la violenza del potere, della guerra e della dittatura: "penso che ogni essere umano possieda un'infinita e latente capacità di esercitare la violenza, lo voglia o meno. Le maschere aiutano, coprono, nascondono,
dissimulano, ma non riescono a eliminarla. Le guerre e le dittature non fanno altro che sollevare le maschere mettendo allo scoperto la violenza virtuale; consentendole di affiorare in tutto il suo sfrenato splendore. È l'impunità a permetterlo". E solo la partecipazione diretta, sembra dirci Marcela Serrano,
solo l'impegno in prima persona contro questa violenza può portare risultati nel tempo.
Quel che c'è nel mio cuore di Marcela Serrano
Titolo originale: Lo Que está en mi corazón
Traduzione di: Michela Finassi Parolo
254 pag., Euro 14.00 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
2002
ISBN 88-07-01611-7
(Grazia
Casagrande)

L’ambigua avventura
Cheickh Hamidou Kane

A diciassette anni dalla prima pubblicazione in Italia, è apparsa nella "Sezione africana" della Jaca Book una riedizione de L’Ambigua avventura, gioiello della letteratura dell’Africa subsahariana e, per ora, unico romanzo tradotto in italiano del grande scrittore senegalese Cheikh Hamidou Kane. L’opera risultava da tempo introvabile sul mercato italiano, con
gran rammarico dei cultori della letteratura africana; a maggior ragione si è apprezzata la lodevole iniziativa della Jaca Book e si invitano ora i lettori di "Strumenti" ad approfittarne.
Questo "classico" della letteratura sub-sahariana venne scritto nel 1952 e già al suo primo apparire in Francia nel 1961 (con un ritardo di nove anni rispetto alla sua stesura) venne salutato dalla critica come un capolavoro. L’Italia scoprì quest’opera con il consueto
ritardo e solo nel 1979 ne curò la prima edizione.
Eppure è un romanzo "fondamentale" per la conoscenza della civiltà africana, una pietra angolare da cui partire per costruire percorsi letterari, un testo ineludibile per chi si occupi di problematiche interculturali. Infatti, al di là dell’innegabile valore
letterario, (il romanzo è stato definito dalla studiosa Cristina Brambilla - anche traduttrice dell’opera - "gemma unica, solitaria, inclassificabile", "opera di appassionato lirismo") L’ambigua avventura ha il pregio di mettere a nudo le difficoltà del comunicare e dell’intendersi tra
culture diverse, senza celare la valenza "ambigua" implicita in ogni incontro con la diversità. Valenza che si carica di fosche premonizioni se il confronto culturale viene imposto, come nel caso di chi, ieri come oggi, subisce sopraffazioni o è costretto ad emigrare.
Le considerazioni sull’ "ambiguità" e il richiamo sui rischi che tale ambiguità comporta mettono in guardia da facili "vogliamoci bene" e invitano a una seria riflessione sul dialogo.
I veri protagonisti del romanzo sono tre: il Maestro della scuola coranica (siamo ormai in un’Africa islamizzata), la Principessa e il giovane Samba Diallo.
Il Maestro è il detentore della "Parola" che materializza il Suono originario di Dio e dà voce alle profonde ispirazioni dello spirito. Per lui la Parola del Corano è creatrice e sacra, è Dio stesso che si traduce in poesia e canto. Alla scuola del Maestro, Samba Diallo impara ad ascoltare e a recitare il Corano, che gli trasmette la Sapienza immutabile e eterna di Dio. Il suo ascolto è struggente e assoluto, in lui pulsa ancora
il "cuore delle cose" e il soffio dell’unità cosmica del creato.
Per lui ogni evento della vita trova giustificazione, anche la sofferenza, la miseria e la morte.
Questo mondo così integro e sicuro si frantuma con l’irrompere del colonialismo, che sradica i valori tradizionalmente condivisi e impone con violenza modelli e schemi di vita diversi. Le istituzioni antiche cedono, prima fra tutte la scuola tradizionale.
La comparsa della scuola occidentale sconvolge gli equilibri costituiti e genera conflitti tra chi crede nei valori formativi consuetudinari e chi invece sente l’esigenza di adeguarsi al cambiamento. Il conflitto si materializza per Samba Diallo nella disputa sul suo destino tra il Maestro della scuola coranica e la
Principessa.
La Principessa incarna il valore della Vita, ancora più importante di quello della Parola. La sua visione del mondo è ben descritta da Cristina Brambilla: "Prima di accedere alla saggezza si deve vivere, e per vivere in un mondo che cambia si deve cambiare. L’altra
alternativa è rappresentata dalla miseria, la malattia, la schiavitù. La Principessa chiede al Maestro e al suo popolo di mandare il ragazzo più dotato della tribù, Samba Diallo appunto, alla scuola dei Bianchi. La Principessa vince perché ha dato voce all’appello muto dei diseredati, degli affamati, degli infermi,
degli schiavi. Chi difende i valori della sopravvivenza è una donna, in un continente che vede nella fecondità il valore primordiale".
Di fronte agli argomenti della Principessa il Maestro dichiara la sua impotenza e Samba Diallo viene iscritto alla scuola occidentale, che affina il suo intelletto e il suo spirito ma lo stacca a poco a poco "dal cuore delle cose". Nel profondo della coscienza Samba Diallo vive il conflitto che oppone il Maestro alla Principessa e cerca di conciliare in sé i diritti del progresso con i diritti di Dio.
Ormai cresciuto ed erudito, Samba Diallo si trapianta pieno di aspettative in terra straniera e, se dapprima è affascinato dal mondo occidentale, nella cui civiltà crede di individuare un luogo possibile di incontro tra genti di culture diverse, ben presto scopre il lato "ambiguo" della sua
"avventura". Infatti quel mondo luccicante ma freddo, quel luogo di esilio e di solitudine è privo del calore della presenza di Dio e si avvita a vuoto su se stesso, accecato dalla frenesia del lavoro e della ricchezza. Samba Diallo rimprovera all’Occidente l’incapacità di integrare l’uomo nella totalità
sacra dell’Essere, mutilandolo di una parte fondamentale di se stesso.
Deluso dall’Occidente, ma tuttavia ormai condizionato dai suoi ritmi e dai suoi miti, Samba Diallo vive una metamorfosi interiore che lo rende estraneo a se stesso e alienato dalla presenza di Dio.
Non gli resta che tornare alle sue origini africane nel tentativo di recuperare l’integrità perduta e di superare lo stato di "ambiguità" in cui è precipitato.
Ma, giunto a casa, scopre che il filo segreto che lo legava al "cuore delle cose" si è spezzato e che la "Parola" che dava senso e giustificazione alla sua vita non riflette più il Suono originario di Dio. Svuotato nel profondo dell’animo e senza più alcuna ambizione di vivere, Samba Diallo invoca come liberazione la morte, che non tarda ad arrivargli per mano del "Pazzo", unico tragico sopravvissuto di un mondo antico alla deriva, simbolo di una realtà ormai in
frantumi e in disfacimento.
(Camilla Martinenghi)
Scritto
sul corpo
di
Jeanette Winterson
Perché
è la perdita la misura dell’amore? La frase
con cui inizia Scritto sul corpo è già una sintesi della trama
principale del libro.
Un romanzo?
Non proprio, piuttosto un racconto lungo, un racconto in prima
persona, l’autobiografia di una travolgente passione. L’identità
del protagonista è nascosta per tutto il
tempo, viene data solo qualche notizia qua e là, poca roba, neanche
sufficiente a far capire al lettore se si tratti di un uomo o di una donna.
Attraverso
le parole, le emozioni, del misterioso personaggio, l’autrice percorre un
viaggio nelle profondità dell’amore, ne percorre i risvolti più
nascosti, in modo originale e a tratti ironico. Ci
sono due persone che si amano, ma che il destino separa. Una trama semplice,
ma raccontata in modo speciale, ad un ritmo incalzante, che trascina il
lettore in un vortice di sentimenti e di sensazioni.
Tutti i sensi sono coinvolti, l’erotismo non si ferma alla fisicità,
ma percorre i meandri della mente, si nutre di ogni dettaglio.
La
prima parte del libro racconta la scoperta dei due amanti,
la conoscenza carnale e spirituale, la loro unione totale. La relazione tra
il protagonista e Louise è una di quelle che interrompono il corso degli
eventi, non curanti delle leggi naturali.
E’ un amore che va oltre la consuetudine, è una condivisione
totale dell’uno con l’altro. Scritto
sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di
luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì.
In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere
si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille.
Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi
indiscreti.
Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia.
Non sapevo che Louise avesse mani capaci di leggere.
Mi aveva tradotto nel suo libro personale.
La
seconda parte del libro è quella della separazione,
del dolore, ma soprattutto del ricordo.
Il protagonista ripercorre ogni millimetro del corpo dell’amata,
scivola sulla sua pelle, entra dentro i suoi organi, scorre come sangue
nelle sue vene…Tu
sei ciò che so…e in questo modo rende eterno il loro amore.
La
Winterson fa raccontare la passione dalla passione stessa,
le sue parole riescono ad impressionare tutti i sensi del lettore, che
rimarrà travolto dallo stile ineguagliabile della scrittrice londinese.
Una delle autrici inglesi contemporanee più significative, Jeanette
Winterson sorprende ogni volta per la sua originalità, il suo andare fuori
dagli schemi consueti della narrativa.
I suoi libri cercano sempre di instaurare un rapporto diverso,
misterioso, ironico, con il lettore.
In Il
sesso delle ciliegie mescola fiaba e realtà,
nascondendo al lettore il confine tra l’una e l’altra; in Scritto
sul corpo avvolge nel dubbio l’identità
del protagonista, lasciando a chi legge solo alcuni indizi con cui giocare e
inventare a piacimento.
Ma
il protagonista potrebbe anche non avere un nome, un sesso, non importa chi
sia a cavalcare la passione che domina le righe del romanzo…L’amore
appartiene a se stesso.
(Riccardo
Lattanzi)
Fonte:
www.lisoladeltesoro.com
Il
mondo alla fine del mondo
Luis
Sepulveda

Dai
mari insidiosi che s’inerpicano su per le coste frastagliate, disegnando
arabeschi irreali sotto un cielo metallico e lattiginoso di un mondo alla
fine del mondo, ci arriva questo agile e breve romanzo del cileno Luis
Sepulveda. Famosissimo nel nostro Paese grazie a numerosi romanzi come La
gabbianella ed il gatto che le insegnò
a volare, Il
vecchio che leggeva romanzi d’amore ed
altri ancora, rammentiamo Sepulveda anche grazie al suo impegno per
l’ambiente e al suo impegno politico. Tutti ricorderanno la militanza
politica nel suo Cile al fianco del governo di Salvador Allende,
attività pagata a caro prezzo poiché, all’indomani del golpe di Pinochet,
lo scrittore
dovette abbandonare il Paese, iniziando a girovagare per molti Stati
d’Europa per far conoscere l’accaduto.
Con
questo breve romanzo Sepulveda ritorna dal suo esilio forzato ad Amburgo
nelle sua terra, chiamato da una militante di Greenpeace che denuncia le
scorrerie di una baleniera giapponese che in quei luoghi sta attuando una
spietata caccia ai cetacei. Già da tempo
questo tipo di carneficina a danno di balene e delfini, le cui carni sono
molto ricercate nel mercato internazionale ed in particolare da quello
giapponese, è stata messa al bando. Eppure, grazie a sottili stratagemmi,
la nave officina Nishin Maru, che ufficialmente era stata “demolita”,
solca questi mari ai confini del mondo lasciando dietro di sé
un’interminabile striscia di sangue.
Molti
ambientalisti legati a Greenpeace da tempo si battono per denunciare questa
spietata mattanza, alcuni hanno addirittura
pagato con la vita l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente e delle
specie animali. Pochi giorni fa siamo venuti a
conoscenza che un altro ricercatore, cui mi sento di dedicare questa
recensione, è stato assassinato.
L’avventura
prende corpo e pathos proprio dalla ricerca della nave officina nipponica;
la descrizione della sua attività in alcune pagine del libro ci
inorridisce per la crudele tecnologia usata per
aspirare l’acqua del mare e così catturare i pesci che lo abitano e
prepararne carne da commerciare.
Un’avventura
cruda ed incalzante che porterà l’autore a fare un viaggio verso la terra
della sua giovinezza insieme con un taciturno marinaio con cui condivide
l’amore per quei luoghi fantastici all’estremo sud del mondo. La penna
dell’autore della ‘gabbianella’
ci trasporta in un atmosfera quasi irreale, ci giunge dalla sua narrazione
l’eco d’altri memorabili scrittori che del mare hanno fatto uno scenario
irresistibile come Melville, Coloane, Stevenson e Conrad. E’ un piacere
lasciarsi guidare in questo viaggio della memoria ma anche dall’impegno
per la protezione di ciò che ci è più caro, poiché nonostante le atrocità
descritte di mari e terre saccheggiati si profila nella sua totalità un
desiderio che credevamo perso: la reale possibilità che ognuno di noi ha di
trovare le proprie radici, ma anche la coscienza che veramente possiamo
sperare in un mondo diverso.
(Marcello
Tucci)

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L'A
G G A N C I O
di Nadine Gordimer

"Lei
ha ricevuto l'ordine di lasciare il paese più di un anno e cinque mesi fa,
ed è sparito, è rimasto contravvenendo alla legge, è riuscito a evadere
la legge, si è reso colpevole di violazione della legge sull'immigrazione,
ha sfidato gli Affari Interni."
L'intensità, lo spessore, la qualità
morale e politica dell'opera di Nadine Gordimer sono indubitabili e le sono
valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 1991.
Non si può leggere un romanzo di questa autrice sudafricana senza farsi
trascinare dalla sua forza interiore e dalla capacità di esporre
originalmente ma con grande fermezza le problematiche centrali della società
del suo paese. Una scelta di vita che l'ha portata anche a impegnarsi in
prima persona per l'attività delle Nazioni Unite nei paesi in via di
sviluppo, in particolare per rendere possibile un certo tipo di educazione e
di stimolo culturale nei luoghi in cui lo Stato non se ne occupa.
L'aggancio,
ultimo romanzo della Gordimer, continua questo
lavoro d'indagine letteraria dei temi più importanti che condizionano
l'equilibrio sociale sudafricano, ancora ben lungi dall'essere pacificato.
Malgrado si tratti dell'opera di una donna ormai anziana (nel 2003 compirà
ottant'anni) L'aggancio analizza con puntuale attenzione una società
giovane in fermento e un fenomeno piuttosto recente in Sud Africa. Il
protagonista è Ibrahim ibn Musa (ma ha assunto
il nome di Abdu), un giovane arabo che lavora a Johannesburg (la stessa città
in cui Nadine Gordimer vive). Abdu è un clandestino e introduce una
tematica ormai molto sentita anche nel paese africano. L'immigrazione
illegale, sia che riguardi rifugiati politici sfuggiti alle guerre che
uomini spinti dalla miseria, è dunque un problema che coinvolge tutti i
paesi economicamente più sviluppati, compreso il Sud Africa, la nazione più
ricca di quel continente, circondato da stati poverissimi.
Durante
il regime dell'apartheid le frontiere rappresentavano una barriera pressoché
insuperabile, ma quando finalmente la libera circolazione è stata di nuovo
possibile, è partito un flusso incessante di immigrati provenienti non
soltanto dall'Africa, ma dall'Asia e dalla Corea. Abdu è uno di questi, un
laureato in economia senza speranza che ha trovato lavoro in un'autofficina
dove casualmente incontra Julie Summers, una
ragazza carina, ricca e bianca, arrivata nel
suo garage per un guasto alla macchina. Tra i due nasce l'amore. Lei è
stanca dell'ambiente sociale e culturale privilegiato, snob, in cui è
sempre vissuta, lui è figlio di tutt'altra realtà, nato e cresciuto in un
misero paese africano senza speranza. "All'inizio pensavo di
sviluppare la descrizione di un rapporto di tipo affettivo" ha
detto Nadine Gordimer in un'intervista "di amore, di sesso fra due
persone, dei sacrifici che si impongono quando queste provengono da
situazioni molto diverse; ma mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che
stavo trattando un problema di portata mondiale. Dico di portata mondiale
perché qualunque persona in terra straniera, e in modo ancora più
specifico l'immigrato clandestino, porta con sé (o vorrebbe farlo) una
parte di quella che è stata e che è la sua ricchezza, per esempio la
lingua. In pratica però deve rinunciare a tutto per inserirsi nel nuovo
mondo a cui è approdato".
E
proprio per proseguire in questa analisi dello spaesamento e del ritrovarsi
in una realtà talora incomprensibile, la Gordimer ribalta completamente la
storia: Abdu viene scoperto dalle autorità e
rimandato nel suo paese di origine e Julie decide di seguirlo.
Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere
guardata con diffidenza, giudicata. È lei che deve capire modi di vita,
usanze e tradizioni musulmane talora traumatiche per una donna occidentale;
è lei che entra in un paese come estranea e ne viene affascinata. E quando
Abdu riesce finalmente ad avere i visti per gli Stati Uniti e con Julie
potrebbe partire, ecco verificarsi un evento inatteso, un altro ribaltamento
della storia: la donna decide di non partire. È anche in questo
anticonformismo narrativo, nelle sue scelte spiazzanti e controcorrente, che
si rivela la grande capacità di Nadine Gordimer.
L'aggancio
di Nadine Gordimer
Titolo originale: The Pickup
Traduzione Eva Kampmann
271 pag., Euro 16.50 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01616-8
(Giulia
Mozzato)

Il
grande orfano
di
Tierno Monenembo

Cinquantasei
anni, una laurea in biochimica messa da parte per la letteratura e nessuna
voglia di crescere. Ha una risata contagiosa e la battuta pronta, lo
scrittore guineano Tierno Monenembo. Una risata da ragazzo. «Sono
un ex-sessantottino - dice - e a differenza dei nostri figli che sono
invecchiati in fretta, ho ancora voglia di giocare. E certi bambini d'oggi
che alle elementari sembrano già portare la cravatta, mi inquietano».
Eppure l'Africa obbliga a crescere in fretta. Lui stesso a vent'anni ha
dovuto fuggire da Sekou Touré, il leader che nel `58 rifiutò le briciole
che De Gaulle gli offriva per dar corso al «socialismo africano»; nel `67
tentò persino una microrivoluzione culturale alla cinese, ma si trasformò
presto in dittatore. Più di un quarto della popolazione fuggì. «Eravamo
un paese di 7 milioni di abitanti con il più alto numero di profughi -
racconta lo scrittore - anch'io passai la frontiera clandestinamente,
servendomi di un passeur. Ho camminato per 150 km, nascondendomi nella
boscaglia. E sono andato a Dakar, in una città paralizzata dagli scioperi
generali. Nel `68 tutto il mondo parlava la medesima lingua, dal Messico al
Senegal all'Europa. Anche oggi buona parte del mondo parla la stessa lingua,
ma è quella dell'Fmi e della Coca cola... E non mi chieda se preferisco la
Mecca alla Cola - aggiunge sorridendo -. Ho insegnato ad Algeri nei primi
anni Ottanta, quando gli integralisti islamici stavano prendendo piede. Mi
avvicinavano facendo discorsi infiammati contro l'ingiustizia sociale: anche
condivisibili, vista l'involuzione dei regimi che avevano conquistato
l'indipendenza. Ma è una follia tornare al premoderno. Per fortuna il mio
paese, che all'85% è musulmano, è ancora uno stato laico». Dakar, Abijan,
Algeri, Casablanca e poi Lione, ultima tappa di un esodo a cui Tierno non ha
ancora messo fine.
«Qualcuno
ha detto che gli scrittori africani hanno lo stesso ruolo dei grandi
romanzieri francesi dell'800. Ma in Africa quelli che non si fanno
ammorbidire dalle sirene dell'establishment devono andarsene o vengono
uccisi». Tierno intende invece
continuare a essere uno scrittore irriconciliato. Riconosce «il debito
inestinguibile» verso i «grandi» come Aimée Césaire, ma anche il
diritto di criticare gli intellettuali che hanno «confinato gli ideali in
un sistema chiuso».
In un francese ritmato
dal dialetto peul con cui lo cullava sua madre, Monenembo ha scritto 6
romanzi di fuoco che alludono alla dittatura, al processo di colonizzazione
e ai problemi intercorsi dopo le indipendenze. Le
radici della pietra
(Aiep), racconta in modo
epico-metaforico la dominazione portoghese e francese. Crapaud-brousse
(«Rospo di boscaglia») prende di
mira il dittatore Sekou Touré, e ruota intorno al mito e alla memoria, uno
dei temi centrali dell'autore. «Una leggenda peul - racconta Monenembo -
narra che all'origine del mondo, l'essere preferito da dio fosse il rospo,
votato alla perfezione fisica e spirituale, depositario del sapere e del
segreto della morte. Ma non spiega per via di quale maleficio non riuscì a
trasformarsi, e rimase l'animale che conosciamo».
Il romanzo Il
grande orfano
(Feltrinelli) guarda alla tragedia del Ruanda con gli occhi di Faustin, un
quindicenne, condannato a morte
per un delitto d'onore e prigioniero da 3 anni. Faustin, di padre Hutu e
madre Tutsi, ha perso la memoria. Solo alla fine il ragazzo ricorderà il
massacro della chiesa di Nyamata in cui sono morti i genitori. «In Ruanda -
dice Tierno - ho incontrato davvero quel ragazzino, simile a tantissimi suoi
coetanei allucinati che vagavano sniffando colla. Era proprio a fianco di
quella chiesa, gli ho parlato, ma il giorno dopo è scomparso. Così l'ho
fatto rivivere attraverso il romanzo. Faustin è strafottente e cinico, ma
meno scaltro dell'altro personaggio principale, un giornalista occidentale.
Non c'è niente di più giusto dello sguardo di un bambino: non è
moralistico, ma non è sporco. Un bambino non ha paura di spogliarsi, di
svelare il suo sguardo che svela il mondo».
Monenembo
è andato nel Ruanda del dopo-genocidio nell'ambito dell'operazione «Scrivere
per dovere di memoria», che ha coinvolto 8 scrittori e un cineasta perché
narrassero quella tragedia. «Il
romanzo non entra nel merito politico. Ma Faustin mostra l'ipocrisia e
l'assurdo di un sistema capace di condannarlo per un delitto d'onore, mentre
si è appena consumato un genocidio», dice l'autore. E precisa: «Le etnie
in Africa sono state spesso una costruzione, prima del colonialismo e poi
dei dirigenti africani postcoloniali. E così è stato in Ruanda, una società
avanzata in cui convivevano le differenze. Il processo di etnicizzazione è
stato indotto dai colonizzatori. I tedeschi hanno creato le dinastie, i
belgi hanno colonizzato il paese attraverso la chiesa cattolica, che ha
favorito l'etnia tutsi occidentalizzata. Solo che poi i tutsi hanno
acquisito una coscienza nazionalistica e la chiesa si è rivolta agli hutu...
Sta di fatto che il genocidio ha poi spazzato via non solo gli hutu, ma
tutti gli oppositori del regime». E allora «Bisogna
che l'Africa ridotta a brandelli ritrovi se stessa, senza specchiarsi nello
sguardo del colonizzatore, e riporti al presente la propria memoria
dislocata. La Guinea - sostiene Tierno
- ha ricevuto dall'Africa un'eredità storica potente che affonda nel mito.
Hamadou Hampâté Ba, che ha raccontato una storia pagana dei miti peul,
mostrando come l'Islam abbia spesso soffocato il significato prorompente di
certi nostri miti. Sto scrivendo un romanzo corale sui peul, perché da loro
arriva un messaggio di pace e di armonia per tutto il genere umano».
(GERALDINA
COLOTTI)
Carmine
Abate: "La festa del ritorno"
Bartolomeo
Di Monaco
Per
fortuna in Italia ci sono ancora narratori che scrivono come si deve, ossia
raccontando in modo intelligibile, e senza artifizi strutturali o
linguistici che spesso tendono a confondere le idee al lettore. Carmine
Abate è uno di questi scrittori, diventati rari da noi, che sa raccontare e
sa farsi capire.
Siamo
a Hora, un paesino della Calabria nei pressi di Crotone, che già abbiamo
incontrato ne “La moto di Scanderbeg” e c’è il tradizionale
grande fuoco che si accende sul sagrato della chiesa la notte di Natale, che
abbiamo visto in “Tra i due mari”, e Tullio, il padre di Marco
– l’io narrante – è il vecchio che racconta una storia, al posto di
Giorgio Bellusci.
Frequenti
vocaboli del sud e parole nella lingua italo-albanese – l’arbёreshe
(“non è un dialetto, è una lingua.”) – sono la novità
linguistica di questo romanzo rispetto ai due precedenti, dei quali conserva
i motivi ispiratori: la figura di un avo, spesso del padre, da cui parte il
tutto, e il motivo del viaggio, espressione di malinconia e di speranza ad
un tempo. Per questo, non mi stancherò mai di trovare delle affinità tra
Abate e Sgorlon. Del resto, tornate a leggere lo stupendo incipit de “Il
trono di legno”: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di
vento” e confrontatelo con questa frase di Abate, riferita a Marco,
l’io narrante: “Sentivo la testa leggera, un palloncino pieno di
vento.”
Quella che racconta Abate è una storia di
emigrazione, che
condanna un padre a vivere in un paese sconosciuto (qui il nord della
Francia, lavorando dapprima in una miniera) e lontano dalla famiglia: “lui
sarebbe rimasto per sempre con noi se avesse avuto un lavoro in zona.”
I suoi ritorni sono rari e brevi, ma sempre a Natale, però, per prendere
parte all’accensione del grande fuoco sul sagrato della chiesa. Quel fuoco
risveglia in lui (ma non solo in lui) i ricordi, le malinconie e la voglia
di raccontare.
I
forestierismi (quasi sempre non difficili da comprendere) colpiscono per il
loro utilizzo mai eccessivo, bensì inserito al momento giusto, come note
musicali che dànno un tocco di grazia e accendono la fantasia, trasportando
ogni parola ed ogni immagine nel mito: “non capivo un’acca di quello
che la maestra spiegava. Pensavo ca a la sckola si parrasse taliano come
parravano l’anziani cu i furesteri c’accattavanu e vindianu a robba
‘nta la chiazza”. E anche l’arbёreshe è spesso accompagnato
da una frase che ne chiarisce il significato: “Rri qetu, statti
muto”. Non sempre, tuttavia: “Shihemi te rahji”.
I
protagonisti dei romanzi di Abate hanno sempre un contatto con il mito. Pur
essendo attori di storie vissute allo stesso modo da tanti altri anonimi
emigranti, la parola li colloca in un tempo e in uno spazio esemplari. Elisa
è la ragazza che porta l’inquietudine e il mistero con sé. C’è una
frase che il padre pronuncia davanti a Marco, nel corso dei suoi ricordi:
”È stato quel giorno che ho conosciuto la mamma di Elisa.” Non
dice altro. Ancora: mentre Marco e i suoi amici stanno giocando, Elisa
scende dall’auto di un’amica, è in vacanza dai suoi studi
all’università, e si rilassa andando al mare: “scese Elisa vestita
con maglietta attillata e pantaloncini bianchi più corti dei nostri.” Un
compagno, tra i commenti di ammirazione, fa anche questo: “Non
assomiglia nemmeno un’unghia a Marco.”
È un aspetto della tessitura che Abate sta ricamando. Compare anche
un uomo misterioso, che salva il cane di Marco, Spertina, cucendole una
ferita che l’avrebbe fatta morire dissanguata. Marco lo incontrerà di
nuovo, sorprendendolo appartato in un bosco con Elisa.
La storia di Elisa sta prendendo forma dalla radice dei racconti che
Tullio, il padre emigrante, fa intorno al fuoco di Natale. Questo fuoco è
diverso da quello che abbiamo incontrato in “Tra due mari”; è
vivificante, mostra una qualità che là era nascosta, riservata. Nel mentre
brucia i ricordi, li trasforma in qualcosa di leggendario. Riferendosi agli
amici di suo padre che stanno intorno al fuoco, Marco annota: “Anche
loro stavano bruciando i ricordi nel fuoco [...] Una resa dei conti
collettiva, davanti al nostro fuoco di Natale.” Tutto nasce da quel
fuoco, dunque, perfino il racconto dell’io narrante, che più di una volta
continua quello iniziato dal padre.
La
bravura di Abate, in questo romanzo, sta proprio nella particolare e
apparentemente semplice scrittura capace di germogliare storie con tessiture
ed innesti che le collocano nell’immaginoso, imperturbabile ed arcano
mistero della vita.
Elisa,
come pure l’uomo con cui si incontra e che Marco vede di nuovo al mare,
dove è stato mandato con la nonna, per rimettersi da una malattia,
costituiscono il motivo d’interesse principale di questa storia, che essi
non occupano mai se non in una posizione defilata. La loro presenza si
innesta, tuttavia, sempre sul tronco di una narrazione che pare riguardare
la vita degli altri, per esempio di Marco o del padre Tullio. Abate
centellina le parole e le scene che li riguardano, ma il lettore intuisce,
anzi ha già intuito da subito, che sono queste figure soprattutto che
meritano la sua attenzione, e dalle quali scaturirà la lezione della
storia: di un festoso ritorno, ossia, al quale si accompagna sempre una
partenza; e la solitudine, lo smarrimento, la malinconia, il dolore si
radicano spesso in noi e non ci lasciano più.
Carmine
Abate, "La festa del ritorno" Mondadori, pagg. 168. Euro
7,80

La pagina è stata creata
e curata da Maria Antonietta Pappalardo
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