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E D I T I I N I T A L I A
|
uAA.VV.,
La donna su misura. L'immagine femminile stereotipata dalla
pubblicità, 2003
uAnnunziata
Lucia, No. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente,
2002
uCentro
Studi F. Fortini, Globalizzazione e identità, 2000
uFeole
Leopoldo, Frantumi, Edizioni Giada, 2003
uGnisci
Armando, Una storia diversa, 2001
uLanfranco
M., Di Rienzo M.G., Donne disarmanti 2003
uMangiarotti
C., Figure di donna nel cinema di Jane Champion, 2002 uPasserini
Luisa, Identità culturale europea, 1998 |
uPapa
Sebastiana, Il kotel. un muro metafisico, 2002
uVivan
Itala, Il nuovo Sudafrica, 1996
uRiva
S., Storia della letteratura del Congo-Kinshasa, 2000
uMakaping
G., Traiettorie di sguardi, 2001
uMuraro
Luisa, Il Dio delle donne, 2003 uSensi
G., Sirotti A., Men/Uomini, 2004 u
Tascier-Barbieri, Il secondo processo a
Leyla Zana, 2005
u A.Leiss e L.Paolozzi, La paura degli
uomini, 2009 u
Chiappi Fiorella, Oltre la tela di Penelope, 2009 |
Oltre la tela di
Penelope. Uno sguardo di genere sulla Comunicazione
Fiorella Chiappi
Far parte
di un’organizzazione come un sindacato vuol dire comunicare ogni giorno
con donne ed uomini; vivere momenti piacevoli di collaborazione, ma anche
possibili sensi di disagio. Interrogarsi sul come fare per ridurre il
malessere e potenziare uno stato di benessere vuol dire aprire interessanti
percorsi di consapevolezza: “Perché in certi contesti sono a disagio o a
mio agio? Quanto dipende da me? Quanto dalle altre persone? Cosa posso fare
per stare bene?”. Per dare una risposta personale e critica, occorrono
sia degli strumenti per la riflessione personale, sia alcune chiavi di
lettura condivise che consentano di comprendere i processi storici di cui
facciamo parte e che ci influenzano inevitabilmente. Con questo testo
l’autrice presenta un punto di vista di genere sul perché, come e quando le
donne sono a loro agio o vivono momenti di disagio nei contesti pubblici e
fornisce degli strumenti per il potenziamento della propria autostima e
della visione critica di alcuni aspetti della realtà politica e sociale. Il
libro, nato da un’esperienza di formazione biennale con donne dello SPI CGIL
della Toscana, contiene le riflessioni dell’autrice, strumenti da manuale,
esempi di esercizi e dà voce anche alle corsiste con frammenti dei loro
interventi nei gruppi ed un’indagine sui loro bisogni comunicativi e
formativi all’interno del sindacato.
Fiorella Chiappi,
psicologa esperta di educazione ed orientamento, salute, psicologia del
lavoro e delle organizzazioni, psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico
e psicosessuale. Ha collaborato con varie strutture private e pubbliche,
fra cui: scuola, ASL, cooperazione, sindacato, associazioni di volontariato,
ecc. Si è occupata, inoltre, di comunicazione analogico - affettiva
mediante l’attività di attrice, regista ed autrice teatrale. Dal
1989 al 1997 ha fatto parte della Commissione P.O. uomo/donna della
Provincia di Livorno e dal 2003 della Consulta femminile livornese. Dal 1999
è Presidente dell’Istituto “C.O.R.I. Comunicazione & Ricerche (Li)” e
dal 2006 fa parte del gruppo di lavoro “Psicologi del lavoro e delle
organizzazioni” dell’Ordine degli Psicologi della Toscana. Ha
pubblicato vari articoli e testi, fra cui: Liebl, Castellano, Kellermann,
Paggini, Zorzi, Chiappi, Billi, Premesse Psicologiche alla valutazione,
Belforte Editore Libraio, Livorno, 1986; A cura di M. A. Pappalardo e F.
Chiappi “Laboratorio Pari Opportunità, percorsi pedagogico -
didattici sulla costruzione dell’identità di genere nella scuola
secondaria, media e superiore”, Franco Angeli, Milano, 1994 ed a cura di
Chiappi F., Pianigiani A., Gervasi M. G., Salvato A. “ Il viaggiare delle
donne. Antologia di autobiografie fra affetti, lavoro ed impegno
sociale, politico e sindacale”, CGIL SPI Toscana, 2006.
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La
questione è maschile
di Ida Dominijanni
Recensione al saggio
La
paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica
di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi
Dopo l'accoppiata
Berlusconi - Marrazzo, e fatte salve le dovute differenze, è ormai evidente
che il problema del rapporto fra sesso (mercificato) e potere non riguarda
solo il presidente del consiglio e non tocca solo la destra: riguarda,
l'abbiamo già scritto domenica, un nodo che stringe identità maschile e
crisi della politica e che è bene cominciare a nominare come tale, se sullo
stato in cui versa la politica vogliamo provare a uscire da un recitativo
ormai usurato che non sembra portare da nessuna parte. «La questione è
maschile», aveva scritto in tempi non sospetti Lia Cigarini su Via Dogana,
interpretando la crisi della politica nella chiave di una mancata risposta
maschile al terremoto innescato negli anni Settanta dalla separazione
femminista. Nella stessa chiave ragionano Alberto Leiss e Letizia Paolozzi
nel loro ultimo libro «La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi
della politica» (Il Saggiatore), che mette il mutamento dei rapporti fra i
sessi al centro dell'indagine sulla crisi non solo della politica ma di
tutte le principali agenzie che sovrintendono all'ordine socio-simbolico: la
famiglia, il mondo del lavoro, la Chiesa, l'informazione, la scuola e
l'università. La tesi è che lo scossone impresso dalla rivoluzione
femminista dal '68 in poi, in Occidente e ovunque nel mondo, ha
destabilizzato il patriarcato e l'autorità maschile, senza che gli uomini
abbiano elaborato una presa di coscienza e un cambiamento di sé all'altezza
della presa di coscienza e del cambiamento femminile.
Tesi raddoppiata da
un'altra constatazione, che ovunque in Occidente il discorso democratico
tenta con ogni mezzo di cancellare la stagione del Sessantotto, che della
crisi della democrazia a ben vedere è uno dei fattori scatenanti, e cancella
in particolare il fatto che la stagione del Sessantotto è «tagliata» dalla
separazione femminile, dal farsi due di quella rivolta antiautoritaria in
cui le donne presero a un certo punto la loro strada contestando non più
solo i padri ma anche i fratelli: una separazione che da allora in poi, in
Italia e non solo in Italia, non ha mai cessato di riprodursi (ad esempio
nei momenti più caldi della storia del Pci, svolta compresa, e nei movimenti
antagonisti).
La carrellata sul
quarantennio passato in cui Leiss e Paolozzi - che su questi temi lavorano
assieme da anni, sul sito www.donnealtri.it - ci guidano partendo dall'oggi
e procedendo a ritroso era quella che ci voleva per dare a questa cornice
interpretativa la materia e il sostegno della ricostruzione di fatti, dati,
statistiche, percorsi legislativi, spostamenti del senso comune e
dell'immaginario. Così per quanto riguarda la trasformazione della famiglia,
dallo «storico» rifiuto del matrimonio riparatore di Franca Viola nel 1965
ai «nuovi padri» alle prese con l'affido condiviso di oggi. Così sulla
violenza sessuale, un reato che non cessa di ripetersi e che non si sa più
se interpretare «in termini di continuità, come il permanere di un'antica
abitudine maschile, o in termini di novità, come una risposta nel quotidiano
alle mutate relazioni fra i sessi». Così nel campo della bioetica, dove i
conflitti fra laici e cattolici e fra scienza e religione sottintendono
sempre una prestesa di controllo sul corpo femminile, ma sono anche sintomo
di un'ansia maschile per la perdita del controllo sulla paternità e sul
patronimico. Così nel mondo del lavoro, radicalmente trasformato
dall'ingresso massiccio delle donne e da una qualità della loro presenza che
sovverte lo schema, purtroppo persistente nel discorso della sinistra, del
genere per definizione più oppresso e sfruttato. Così nella Chiesa,
l'istituzione che forse più di tutte ha accusato il colpo inferto dalla
soggettività femminile all'agenda etica, e che forse per questo più di tutte
si para dietro continue riaffermazioni di ortodossia. Così
nell'informazione, che nella sua grandissima parte, tuttora gestita da
uomini, non riesce ad aprire occhi e orecchie al mutamento delle donne e
continua a rappresentarle in base a due stereotipi, «o come vittime o come
spregiudicate». Così, infine, nella politica, dove le ultime candidature
femminili ai massimi vertici del governo negli Usa, in Francia, in Germania
hanno messo in scena altrettanti percorsi sintomatici della difficoltà delle
donne di rapportarsi al potere da una parte, e della paura degli uomini di
perderlo dall'altra.
«La paura degli
uomini» è, in tutti questi casi e in tutto il libro, un'espressione
ambivalente: denota la paura che gli uomini tuttora incutono alle donne
quando adottano il codice della violenza (sessuale, bellica, discorsiva), ma
anche la paura che gli uomini provano per le donne e per un mondo messo
sottosopra dalla rivoluzione delle donne. C'è nei due autori, per questo
secondo tipo di paura, comprensione ma non indulgenza, né compiacenza:
«Nelle società democratiche contemporanee, ci accorgiamo di un venir meno
generalizzato dell'autorità maschile. Da qui la moltiplicazione di prese di
posizione prometeiche, incapaci di nominare le sconfitte, di risposte dure,
aggressive, che in realtà celano una profonda debolezza e grande fragilità».
Ma se questa debolezza è vera, è vero anche che «è un linguaggio confuso
quello che ascoltiamo in molti attori della politica, dell'informazione,
della cultura e della religione, incapace di riconoscere il rapporto fra
desideri, diritti, doveri», e che sono tante «le reazioni scomposte e
inadeguate rispetto ai mutamenti prodotti dalla libertà femminile». Insomma,
se «le donne sono cambiate, gli uomini dovranno cambiare», e di questo
cambiamento non si vede per ora una sufficiente consapevolezza, o una
consapevolezza che sia in grado di farsi discorso pubblico - anche se,
Paolozzi e Leiss lo sottolineano, cominciano a sentirsi da parte maschile -
ad esempio nelle ultime campagne sull'aborto e la procreazione assistita, ma
anche sul più recente Berlusconi-gate - toni, accenti, autoesposizioni,
stili di discorso che ancora fino a pochi anni fa erano sepolti sotto il
diktat della razionalità e dell'oggettività.
E le donne? Per le
donne, quello che è avvenuto è che «la differenza non è più un ostacolo, ma
un vantaggio». Ma neanche loro possono stare semplicemente lì a goderselo:
esso comporta anche una nuova forma di responsabilità politica. Non piace a
Leiss e Paolozzi l'ipotesi che da parte femminile possa prevalere «una
sostanziale estraneità ai destini della democrazia». Viceversa: «Noi
pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica, a ogni livello e
in ogni contesto, con la consapevolezza di questo passaggio tanto delicato.
Praticando una relazione e un conflitto fra i sessi che non è eliminabile ma
che può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro
inedito». (Il manifesto - 27 ottobre 2009)
Alberto Leiss e
Letizia Paolozzi
La
paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica
Il Saggiatore, 2009
________________________________
Donna m'apparve
Irrazionali, emotive e
passive, parlano e amano
troppo, sono fedeli,
disponibili al contatto
umano, adatte ai compiti di
cura ma non a quelli
dirigenziali, non sono
oggettive e non amano la
matematica. Questi sono solo
alcuni dei luoghi comuni e
dei pregiudizi tipici della
nostra società, usati per
esprimere l’idea che le
donne hanno attitudini
diverse, e che pensano
e agiscono in modo
differente, dove
diversità è spesso
sinonimo di inferiorità.
La donna, insomma, in quanto
incarnazione della
soggettività, non può
conoscere e non può essere
conosciuta. Partendo da tre
prospettive – l’identità
personale, i rapporti
dell’io con gli altri, il
confronto dell’io con il
mondo esterno –, i
contributi raccolti e curati
da Nicla Vassallo guidano il
lettore lungo un percorso di
scoperta, segnato da una
domanda affascinante e
complessa: è possibile oggi
definire un concetto di
femminilità? I dialoghi
filosofici che si
intrecciano in queste pagine
ci restituiscono l’immagine
della donna in tutta la sua
concretezza e sincerità,
lontana da quelle icone
femminili che sono alla fine
comodi alibi di un mondo in
cui alle donne non viene
ancora riconosciuto ciò che
spetta loro di diritto.
Donna m'apparve
Nicla Vassallo
2009 € 18
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Il secondo processo a
Leyla Zana
28 marzo - 21 aprile 2004

MARZO 2005 - La Turchia è un paese assai complicato e difficile
da comprendere, questo diario può aiutare a farlo più di tante analisi.
Questo diario è principalmente la narrazione dell'episodio più recente,
un processo durato 13 mesi dinanzi ad una Corte per la sicurezza dello
stato, di una persecuzione giudiziaria di 15 anni
contro i rappresentanti del popolo curdo eletti nel 1991 al Parlamento
della Turchia ma è anche, attraverso cronache di viaggio nel Curdistan e
altri episodi, la narrazione viva della brutale violenza di stato contro
il popolo curdo, non solo nel Curdistan ma in tutta la Turchia, contro le
sue organizzazioni e contro le organizzazioni che in questo paese si
battono per la democrazia e i diritti umani. Vengono attraverso questo
diario a comporsi gradatamente dinanzi ai nostri occhi, come in un
romanzo, il quadro teso e drammatico di una Turchia lacerata dal conflitto
tra il tentativo della sua riforma democratica e l'opposizione dura e
tenace da parte degli apparati dello stato a questa riforma e il quadro
della sofferenza quotidiana e della resistenza di un intero popolo.
Le autrici
Lerzan Tascier è nata nel 1958. Vive a Istanbul, dove si è
laureata in letteratura francese. E' impegnata da molti anni a tempo pieno
nell'Associazione per i diritti umani, la maggiore delle organizzazioni
turche attive in questo campo, collabora con l'Associazione dei detenuti
politici e con quella dei profughi curdi.
Silvana Barbieri è nata nel 1942. Vive a Milano, dove si è
laureata in Scienze politiche. Collabora con l'Associazione Punto Rosso.
E' stata la promotrice nel 2000 per conto di quest'associazione della
campagna per la scarcerazione degli ex deputati al Parlamento turco di
etnia curda Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak.
Silvana Barbieri - Lerzan Tascier
Il secondo processo Leyla Zana
Diario. Ankara 28 marzo 2003 - 21 aprile 2004
Edizioni Punto Rosso, 2005
Formato 15x21. pp. 216, 13 Euro
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Figure di donna nel cinema di Jane
Champion
Chiara Mangiarotti

Presentazione
Lo psicoanalista Jacques Lacan diceva che delle donne non esiste
l'universale ma solo il particolare: bisogna prenderle una per una. Il
cinema di Jane Campion, di cui si tratta in questo libro, rappresenta una
preziosa occasione per avvalorare e sviluppare tale assunto. I film di
questa regista infatti affermano inequivocabilmente il punto di vista di una
donna su situazioni e percorsi "singolari femminili" e si prestano
ad illustrare la specificità della sessualità femminile nei suoi vari
aspetti. Se Freud si è arrestato sulla domanda enigmatica: "Che cosa
vuole una donna?", Lacan ha ripreso questo interrogativo dandogli una
soluzione inedita, la cui portata, forse, non è stata ancora pienamente
valutata. La teoria psicoanalitica messa in tensione con il medium filmico
produce un dialogo e costituisce una scommessa sulla possibilità di
vivificare creativamente e rendere così comprensibili ad un più vasto
pubblico concetti molto complessi che spesso suscitano ostilità.
L'inserimento nel testo di quattro opere pittoriche commentate è volto a
dare ulteriore sviluppo a certi punti teorici presenti in ogni film
sottolineando, al tempo stesso, l'originale contributo di Lacan all'indagine
psicoanalitica nel campo visivo.
Indice
Prefazione, di Silvia Veggetti Finzi
Introduzione
1. Introduzione ad alcuni concetti basilari della psicoanalisi in Sigmund
Freud e in Jacques Lacan
1.1. Lo stadio dello specchio e la formazione dell'io
1.2. Il soggetto si costituisce in un universo di linguaggio
1.3. Lo schema L
1.4. L'Edipo e il fallo in Freud
1.5. La metafora del Nome-del-Padre
1.6. Il bisogno, la domanda, il desiderio
1.7. Il fallo Quadro: "Amore e Psiche" di Jacopo Zucchi
2. Lezioni di piano
2.1. Ada: un talento oscuro
2.2. La voce e il silenzio dell'Altro
2.3. Il mutismo di Ada
2.4. Non-tutta
2.5. L'intrigo isterico
2.6. Il ravage
2.7. Isteria e Altro godimento
2.8. La lettera Quadro: "Il grido" di Edvard Munch
3. Sweetie
3.1. Kay
3.2. L'oggetto sguardo
3.3. Sweetie
3.4. Alienazione e separazione
3.5. Una separazione impossibile
3.6. L'albero di Sweetie e l'albero di Kay Quadro: "Gli
ambasciatori" di Hans Holbein
4. Ritratto di signora
4.1. "Amo i fossati"
4.2. Il desiderio insoddisfatto
4.3. La maschera femminile
4.4. Il soggetto dell'inconscio
4.5. L'Altra donna
4.6. Perseguire il niente
4.7. La madre
4.8. Isabel rettifica i suoi rapporti con la realtà Quadro: "Las
meninas" di Diego Velasquez
5. Holy Smoke
5.1. Sedotta da un guru
5.2. La civiltà del godimento
5.3. Il discorso dell'isterico
5.4. L'isterica non à la page
5.5. Il padrone sedotto
6. Un angelo alla mia tavola
6.1. Nella tua terra
6.2. Un'infanzia di parole
6.3. Diventare Scrittrice
6.4. Le scarpe di Van Gogh
Indice dei nomi
Bibliografia
Filmografia
Chiara Mangiarotti, Figure di donna nel cinema di Jane Champion,
2002, Franco Angeli, p.144 €13.50
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Itala Vivan
"Il nuovo Sudafrica. Dalle
strettoie dell'apartheid alle complessità della democrazia"
Il testo raccoglie una serie di saggi
di studiosi, in prevalenza sudafricani, che si propongono di dar
conto del cambiamento in atto nel "nuovo" Sudafrica attraverso
l'indagine di diversi aspetti: storico- politico-economico-sociale, ma anche
antropologico-letterario. Come annota Vivan nell'Introduzione, non è
certamente agevole osservare e cogliere il cambiamento, trattandosi di un
processo in evoluzione; tuttavia la competenza e, soprattutto, l'interesse
appassionato degli Autori consente loro di aprire "squarci" che
aiutano i lettori a penetrare nella sfaccettata e complessa realtà
sudafricana.
Il testo si presenta quindi come un
utile strumento per conoscere l'attuale situazione in questa fase di
transizione verso il nuovo.
Molte questioni sono ancora irrisolte nel nuovo Sudafrica;
il sistema politico attuale non corrisponde alla meta finale del lungo
viaggio che ha strappato il Paese all'apartheid, ma è "l'epressione
dell'equilibrio di potere esistente tra coloro che detenevano il vecchio
potere e coloro che rappresentano il nuovo [...]". Secondo gli
Autori, però, non vi sarà una "controrivoluzione" bianca e,
considerata l'estrema differenziazione o le diverse sfumature (politico-ideologico-sociali)
all'interno dell'A.N.C.(African National Congress), la
guerra civile rimarrà una ipotesi molto improbabile. Il conflitto si
è trasformato in un compromesso ragionevole e creativo ed è possibile che
uomini e donne, impegnati nel delicato processo politico di transizione,
riescano a correggere le ingiustizie e a porre fine alla repressione.
Come scrive E.A. Boonzaier nel capitolo "Eredità
del razzismo: la lezione dell'apartheid", il passaggio ad una
democrazia non razziale non implica automaticamente il cambiamento da un
giorno all'altro; la discriminazione razziale e le disuguaglianze del
passato non si possono eliminare per decreto, ma richiedono interventi a
lungo termine.
Inoltre, l'eccessiva enfasi sul regionalismo/separatismo nel KwaZulu-Natal
proposta dall'Inkatha (il Freedom Party
di Mangosuthu Buthelezi, nemico storico dell'ANC), potrebbe costituire una
grave minaccia per il futuro del Paese. Tuttavia, conclude Boonzaier, molti
sudafricani hanno imparato che, se le differenze razziali/culturali possono
essere manipolate, questo non significa che la diversità dovrà
necessariamente sfociare in conflitto. Del resto, come documentato nei vari
capitoli del testo, al di là delle distorte e "costruite" identità
etniche, in Sudafrica si è molto sedimentata, nel corso dei secoli, una
identità nazionale tale da preservare il Paese da sanguinosi conflitti
etnici e/o tribali e che permette un certo grado di ottimismo.
Il cammino della libertà è lungo e difficile, scrive Itala
Vivan nel saggio conclusivo, ma il Sudafrica sembra ormai avviato "verso
un multiculturalismo in cui tutte le varie lingue trovino pari dignità
nella collettività e le produzioni culturali possano venire ascoltate,
lette e guardate senza pregiudizi e ostruzionismi preconcetti".
Intanto anche il panorama letterario è cambiato grazie al rientro di
scrittori e intellettuali che avevano lasciato il paese o perché
perseguitati o perché ritenevano insopportabile vivere in un regime di
apartheid.
Trattandosi di un'opera collettiva non è possibile, in
questa sede, entrare nel merito dei singoli saggi, ognuno dei quali esplora
un aspetto particolare della variegata realtà sudafricana. Ci sembra, però,
interessante accennare brevemente al discorso sulla cultura
dell'oralità del dopo apartheid di Liz Gunner.
Gunner, esperta d'arte dell'oralità letteraria e teatrale,
sottolinea come tale forma espressiva, che ha resistito
"rigenerandosi" al trascorrere del tempo, potrebbe svolgere un
ruolo importante nell'attuale situazione sudafricana per l'acquisizione di
una "coscienza nazionale, ancora piuttosta fluida.". L'oralità,
infatti, attraversa più lingue fra quelle parlate in Sudafrica, "percorre
trasversalmente le divisioni di classe [...] e spesso unifica campagna e
città". L'Autrice ripercorre le tappe storiche attraverso cui
l'oralità si è modificata, sotto la spinta degli avvenimenti, per
inserirsi nel contesto sociale contingente e manifestare i bisogni delle
masse popolari.
Nel decennio precedente il rilascio di Mandela e fino alle
libere elezioni del 1993, la cultura orale, soprattutto nelle forme di "Freedom
songs" (Canti di libertà) e di "Teatro
di Liberazione" o politico, ha avuto un ruolo fondamentale per
la costruzione di una identità nazionale, contro le false contrapposizioni
delle differenze etniche. Oggi le varie tendenze della poesia-spettacolo e
il teatro potrebbero costituire un formidabile mezzo per recuperare la
memoria popolare, rielaborare le sofferenze patite, "rivisitare il
dolore del passato" e "riemergerne" senza però operare
pericolose rimozioni.
I saggi, opera di esperti nei vari settori, sono di agevole
lettura e si rivolgono quindi anche a lettori non specialisti. Completano il
discorso le belle poesie di Sipho Sepamla,
che accompagnano l'incipit di ciascun capitolo.
INDICE
Introduzione di Itala Vivan
Cronologia
Carte
I La storia perduta, la storia ritrovata di Giampaolo
Calchi Novati
II Una storia nuova per un nuovo Sudafrica? di Nigel
Worden
III Quanto durerà il miracolo? Politica e nuova democrazia
di Steven Friedman
IV Il diritto e il sistema giuridico: passato, presente e
futuro di Thandabantu Nhlapo
V La terra in Sudafrica:espropriazioni e riforme agrarie di
Thomas W.Bennett
VI L'economia sudafricana va revisionata, ma senza fermare
il motore di Jenny Cargill
VII L'eredità del razzismo: la lezione dell'apartheid di Emile
A. Boonzaier
VIII La doppia gabbia delle donne: la questione
dell'eguaglianza di Caroline White
IX La cultura dell'oralità nel Sudafrica del dopo
apartheid di Liz Gunner
X Gli scrittori sudafricani nella transizione verso il
nuovo di Itala Vivan
Gli autori
La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 378, £.35.000
________________________________
Men/Uomini
Ritratti
maschili nella poesia
femminile contemporanea
A cura di
Giorgia Sensi e Andrea Sirotti
Uomini visti dalle donne, uomini in carne ed
ossa, con tutti i loro pregi e le loro debolezze. Sono i padri, i figli, i
mariti, gli amanti – e anche i poeti e gli artisti – che popolano la
quotidianità di queste autrici. È proprio l’universo
maschile – visto dallo sguardo femminile – il tema di questa antologia:
gli uomini sono ritratti col proposito di celebrare, emendare, approvare o
disapprovare, esprimere amore o avversione, senza reticenze e con estrema
sincerità. E i toni sono di conseguenza assai vari: dal drammatico al
giocoso, dal tenero al sarcastico, dall’appassionato al disincantato.
Le autrici contemporanee qui rappresentate, sebbene scrivano tutte in
inglese, sono molto diverse tra loro per età, ambiente culturale e
geografico, percorso poetico e biografico. Tra le britanniche, Carol Ann
Duffy, Liz Lochhead, Kate Clanchy; tra le afroamericane, Maya Angelou e
Sonia Sanchez; tra le indiane, Chitra Divakaruni e Sujata Bhatt; la canadese
Margaret Atwood; l’israeliana Karen Alkalay-Gut; l’irlandese Nuala Nì
Dhomnaill e molte altre.
«Il
nuovo melograno LIX»
202 pg., Euro 15,00
ISBN 88 7166 798 0
Giorgia
Sensi insegna
letteratura inglese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
di Ferrara. Ha tradotto numerose opere di narrativa e poesia, fra cui, per
le nostre edizioni, il poemetto The Adoption Papers di Jackie Kay (L’adozione,
2002), e The World’s Wife di Carol Ann Duffy (La moglie del
mondo, 2002, con Andrea Sirotti).
Andrea
Sirotti è nato a
Firenze dove insegna lingua e letteratura inglese. Dal 1993 è redattore
di «Semicerchio», rivista di poesia comparata, e da alcuni anni si
occupa di poesia femminile e postcoloniale. Per Le Lettere ha curato
l’antologia di poetesse indiane in lingua inglese L’India
dell’anima (2000) e nel 2002, con Giorgia Sensi, La moglie del
mondo, di Carol Ann Duffy.
________________________________
DONNE
DISARMANTI
Storie
e testimonianze su nonviolenza e femminismi
A cura di Monica Lanfranco e
Maria G.Di Rienzo
Pag
280 13 euro edizioni
Intra Moenia
Ci
sarà un motivo per il quale in moltissime le storiche, le antropologhe, le
filosofe, le giornaliste, le studiose femministe
centrano l’attenzione sull’uso delle parole, e mettono in guardia sulla
stretta connessione tra violenza del linguaggio comune e violenza reale,
nelle relazioni quotidiane come nella politica, nella comunicazione
mediatica e quindi nel tessuto sociale.
Se
cercate su qualunque vocabolario la parola nonviolenza
non la troverete, perché non è registrata così come la scriviamo, senza
trattino o elementi di separazione; eppure si tratta di una piccola grande
rivoluzione semantica, simbolica e quindi di immensa portata, nel tempo,
quella di coniare una parola che si opponga, nel suo significato, ad
un’altra altrettanto potente proprio perché la contiene, però
anteponendo una negazione.
Al di là di come la si scrive,
nel concetto di nonviolenza la violenza è contenuta perché non la si nega:
non troverete un uomo o una donna che si dicano, sinceramente, nonviolento o
nonviolenta e che non ammettano in primo
luogo che il lavoro più duro non è il contrastare la violenza esterna, ma la
propria. Il lavoro pesante è proprio questo.
Le
domande che Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo pongono, e che sottendono
tutto questo libro, tra le altre, sono: essere donne aiuta nella scelta
nonviolenta, costituisce un vantaggio rispetto all’essere uomini?
Le
donne sono più portate alla nonviolenza perché considerate meno
aggressive, più miti, visto che la natura le ha dotate del compito di
procreare e occuparsi dei cuccioli?
Questo
libro affronta queste domande e
offre e delle risposte, anche se dare un riscontro affermativo assoluto
sarebbe, oltre che banale e sbrigativo, davvero sbagliato.
Conclude infine il libro un
articolato manuale di comportamento per l’azione diretta nonviolenta,
considerata come una terza via, un’alternativa fra il sottomettersi alle
ingiustizie e la reazione violenta contro di esse.
Con
contributi di Lidia Menapace, Imma Barbarossa, Tiziana
Plebani, Rosangela Pesenti, Starhawk, Vandana Shiva, e interviste a Luisa
Morgantini, Dawn Peterson, Giancarla Codrignani.
LE
AUTRICI SONO DISPONIBILI PER INCONTRI DI PRESENTAZIONE
I
LORO RECAPITI:
MONICA
3470883011- 010 543684 mail mochena@village.it
MARIAmail sheela59@libero.it
L’EDITORE
E’ DISPONIBILE PER ORDINI SUPERIORI ALLE 10 COPIE AD
APPLICARE
LO
SCONTO DEL PREZZO DI COPERTINA DEL 20%
________________________________
A
cura di Luisa Passerini
Identità
culturale europea. Idee,
sentimenti, relazioni
"La sfida dell'Europa sta proprio
qui, nell'edificazione di una democrazia sui generis non identificabile nel
quadro nazionale."
L'interessante Premessa
di Yves Mény introduce al saggio in modo estremamente chiaro ed esauriente.
Credo quindi sia utile al lettore poterne leggere qui di seguito
anticipatamente alcuni brani indicativi della finalità e del significato di
questa raccolta di scritti.
"Questo libro è innanzitutto il risultato di una iniziativa congiunta
all'interno di un programma stabilito nel 1993 e incentrato su una semplice
ma insidiosa domanda: che cosa è l'Europa? Ma esso è anche
l'espressione della convinzione che non ci sia buona ricerca, anche
applicata, senza un riferimento alla ricerca dei fondamenti, alla
riflessione teorica, senza ricorso alla storia, alla cultura, alle idee."
Questa premessa di tipo generale mostra appunto i termini del dibattito su
cui ruotano i contributi di questo volume dedicati all'identità culturale
europea e che "costituiscono una felice antologia di approcci che si
completano l'un l'altro più di quanto non entrino in contraddizione".
In effetti tutti vedono l'esistenza di un'identità che si sta giorno dopo
giorno costruendo, in fieri, ma che attraversa percorsi non sempre chiari e
la cui destinazione non sempre è chiara. Esiste sia una scelta razionale
che vuole porsi l'obiettivo della costruzione di tale identità, che non
appare comunque disgiunta anche da una scelta emotiva, quindi più
profonda e che attinge a radici più solide. Esistono poi dei
concetti-chiave scelti per specificare che cosa si intende per identità
europea e questi sono :"memoria, nazione, soggetto e soggettività,
cittadinanza e costituzione, irriverenza."
Quest'ultimo concetto è forse il più originale e sta a significare
"libertà e curiosità riformatrice", temi sicuramente cari
all'Europa moderna e che la caratterizzano in modo peculiare.
In conclusione, interessante è l'indicazione che l'idea dell'Europa "è
nata dalle due 'guerre civili' che l'hanno distrutta nel corso del XX
secolo. Senza dubbio non c'è utopia più felice per il secolo che si
apre".
Identità culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni,
a cura di Luisa Passerini
Pag. 252, Lire33.000 - 1998, Edizioni La Nuova Italia (Biblioteca di
Storia n. 73)
ISBN 88-221-2998-9
Le
prime righe
Hartmut
Kaelble
PERIODIZZAZIONE E TIPOLOGIA
Soltanto dieci anni fa era difficile immaginare che la storia della
coscienza europea sarebbe diventata l'appassionante oggetto storico che è
da alcuni anni. Il segno più evidente di un rinnovato interesse in tal
senso è stata la partecipazione di un gruppo di circa cento storici ai
lavori di un seminario di ricerca diretto dal 1989 da René Girault e dal
1994 da Robert Frank e Gérard Bossuat. Anche sociologi, filosofi,
politologi, etnologi hanno portato un rilevante contributo al dibattito, che
tuttavia non è puramente scientifico, ma coinvolge un pubblico più ampio e
la Comunità Europea. L'ultimo presidente dell'Unione Europea, Jacques
Delors, ha organizzato nel 1995 a Leida un grande incontro di intellettuali
europei sul tema dell'identità europea, nel quale la storia ricopriva un
ruolo importante. Qual è il contesto del nuovo interesse per questo tema?
Quali sono le idee di base per la storia della coscienza europea in questo
dibattito? Quali nuovi approcci vengono usati? Quali nuove questioni si sono
aperte?
IL CONTESTO
Si tratta di un tema nuovo e vecchio allo stesso tempo. Ci sono state due
fasi principali di particolare attenzione per la storia della coscienza e
dell'idea di Europa negli ultimi cinquant'anni: il periodo degli studi
classici tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni Sessanta e
il periodo di rinnovato interesse verso la fine degli anni Ottanta e negli
anni Novanta. Ciò non significa che tra i primi anni Sessanta e la fine
degli anni Ottanta la storia dell'idea e della coscienza europea sia stata
completamente abbandonata, ma le pubblicazioni sul tema si sono fatte molto
meno numerose.
Nel corso di questi due periodi, accomunati da alcuni aspetti politici ed
economici, i mutamenti fondamentali nella politica europea sono stati
accompagnati da un intenso dibattito pubblico sull'Europa. Nel primo
periodo, la fine dell'ultima e catastrofica dominazione dell'Europa da parte
di un paese europeo, il predominio nazista, e la conseguente profonda crisi
economica e politica del dopoguerra hanno condotto a numerosi progetti di
unificazione europea con il Consiglio d'Europa, l'Organizzazione della
cooperazione economica europea, la Comunità europea del carbone e
dell'acciaio, la Comunità europea di difesa e infine il Trattato di Roma
nel 1957. Nel secondo periodo , la fine del predominio dell'URSS nell'Europa
orientale e centrale, le nuove responsabilità dell'Unione Europea oltre i
suoi confini e il pericolo di arretratezza economica dell'Europa nei
confronti degli Stati Uniti e del Giappone hanno portato a un importante
mutamento della politica europea e all'estensione dell'attività delle
istituzioni europee nel campo della politica monetaria, estera, di sicurezza
e sociale.
La
curatrice
Luisa Passerini insegna Storia del XX secolo all'Istituto Universitario
Europeo di Firenze. Tra le sue pubblicazioni: Torino operaia e fascismo,
Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria, Mussolini
immaginario. Storia di una biografia 1915-1939, Storie di donne e
femministe, Europe in love, love in Europe. Ha inoltre
curato la raccolta di saggi Memory and totalitarism.
Fonte:
© 1998, La Nuova Italia Editrice
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La
donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità
Dino Aloi, Flavia
Cavalero e Simonetta Carbone

«Siete sicure d’esser sempre veramente affettuose con vostro marito? La
vostra periodica irritabilità non è forse causa di malintesi
evitabilissimi? Sanadon combatte ogni ricorrente motivo di nervosismo e di
dolore»: la pubblicità di una brodaglia capace di rendere la donna sempre
contenta (siamo nel 1951) è uno dei capolavori del macabro raccolti nel
volume La donna su misura. L’immagine femminile
stereotipata dalla pubblicità. Pubblicato dall’editore Il
Pennino, curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone, il libro
è un divertente e impressionante viaggio tra le immagini pubblicitarie
apparse su quotidiani, riviste e periodici, nonché su manifesti e dépliant,
a partire dalla fine del 1800 per giungere ai nostri giorni.
Dino Aloi, classe 1964, tra i più brillanti
vignettisti italiani (2500 vignette apparse su «Il Travaso», «Radiocorriere»,
«Paese Sera», «La Gazzetta dello Sport» e più recentemente su «L’Alto
Adige»), è il condirettore del Museo del Sorriso di Baiardo, nonché
l’ideatore del Premio Giorgio Cavallo, una sorta di Oscar della vignetta
che quest’anno è stato assegnato a Sergio Staino. E poi le mostre di
Jacovitti e Peynet, ma anche quella dedicata alle benemerite «tette».
Un attributo femminile amato tanto dagli umoristi quanto da pubblicitari, e
questo forse spiega il perché un vignettista come Aloi abbia deciso di
affrontare l’universo della pubblicità: «Abbiamo
sfogliato più di tremila pubblicazioni, dalle riviste umoristiche ai
magazine femminili, dai settimanali politici ai fotoromanzi, da
”Topolino” a ”Grand Hotel” alla ”Domenica del Corriere”».
Continua Aloi: «Abbiamo preso in considerazione solo le pubblicità,
escludendo, per esempio, le copertine di ”Panorama” ed ”Espresso”
degli anni della "guerra delle tette", che fanno storia a sé, e
così le pubblicità pornografiche. Alla fine abbiamo selezionato 140
immagini che vengono a formare una galleria di stereotipi, distinte in diverse
sezioni: Nude a tutti i costi, Angelo del focolare, Il richiamo del motore,
Rapporto con il potere, Sacro e profano, Crisi di identità, Un vero tesoro,
Vietato invecchiare, Come siamo caduti in basso, Finalmente l’ironia.
Una "campionatura" dell’immagine prevalente che la pubblicità
ci offre della donna, una sorta di "blob", dove si è voluto
evitare il "peggio", ma anche di scadere nel moralismo o nel
femminismo"».
In effetti un «catalogo» di questo tipo, e la relativa mostra itinerante,
si prestano facilmente ad accuse di moralismo, ma gli autori hanno evitato
di cadere nella trappola ricorrendo all’arma dell’ironia: «La parte più
corposa del volume - spiega ancora Dino Aloi - si intitola "Nude
a tutti i costi", ma non vuole essere una critica al nudo in
quanto tale. Ho in mente le foto di Helmut Newton e sono meravigliose. Il
problema è l’accostamento pretestuoso, quindi il nudo "fuori
luogo". L’abbinamento nudità-oggetto da
pubblicizzare è un malcostume che nasce dalla metà degli anni Settanta.
Insomma, se devi pubblicizzare un capo di abbigliamento intimo il nudo va
benissimo, ma se devi pubblicizzare una pila, una birra o un barattolo di
pelati, perché metterci le curve? Il barattolo di passata anche da solo fa
la sua figura».
Quindi non moralismo, ma sguardo critico per imparare a considerare la
pubblicità in modo diverso, con maggiore attenzione e di discernimento. «L’ironia
è il vero filo conduttore, perché rende tutto più leggero e stempera le
immagini più urtanti. Ammetto, comunque, che ci siamo auto-censurati
evitando cose troppo forti: penso alla pubblicità di Gucci con la modella
con il pube rasato a forma di G».
In versione sexy e disinibita, oppure in quella più rassicurante di donna
dolce, sottomessa e sempre contenta, o ancora nei panni della manager
aggressiva che mette i maschi sotto i suoi tacchi vagamente sado-maso,
comunque sia dalla pubblicità la donna ne esce veramente mal ridotta,
tritata dagli stereotipi che ieri la volevano «angelo del focolare» e «donna
mamma», oggi creatura sensuale, molto nuda, senza un capello bianco, senza
una ruga, perché, come recita una pubblicità di Dior, è «vietato
invecchiare». E anche se l’immagine femminile cambia con l’evoluzione
della società, del costume e degli stili di vita, alcune costanti
permangono.
Una tra tutte: l’ossessione per il seno. Che deve essere rigorosamente
sodo e per nulla cadente, e quando la natura non aiuta allora si può
ricorrere a miracolose creme, come Senobel, di produzione napoletana, che
promette un seno «protuberante» o la mitica Poppeina (1899), lozione «composta
di vegetali, affatto privi di veleni» capace di conservare «l’opulenza,
la sodezza e la freschezza di quella preziosa parte del corpo muliebre». Se
poi l’ossessione del seno sia cosa femminile o malattia indotta dai
maschietti, su questo il dibattito è ancora aperto.
Emanuele
Rebuffini (titolo dell'articolo "Nude a tutti i costi", Il Mattino
22 aprile 2003)
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No. La seconda guerra
irachena e i dubbi dell'Occidente
Lucia Annunziata

In appendice la traduzione integrale, di Cristina Palmarini, del
"Documento Bush" sulle nuove strategie della sicurezza nazionale
pp. XI-154
Donzelli Editore 2002 L. 19.363 € 10,00 ISBN 88-7989-746-2
La seconda guerra irachena è già
iniziata. Ma il fiume in piena che ci trascina verso il conflitto è molto
più travolgente, e molto più rilevante ai fini di una definizione delle
identità politiche, di quanto non fosse il traumatico passaggio che dieci
anni fa ci portò alla prima.
Non a caso, i SÌ e i NO spaccano trasversalmente i fronti politici
tradizionali, dividono gli ambienti diplomatici e militari (persino quelli
dei tradizionali «falchi»), attraversano le aree religiose, e si
polarizzano all'interno stesso delle opzioni politiche, delle destre e delle
sinistre dei vari paesi. Perché questa scelta è così tormentata? E perché
così accidentato il percorso? La risposta è in fondo semplice. Perché
l'Iraq è diventato in qualche modo la pietra filosofale della governance
globale, il luogo dove magicamente potrebbero tornare insieme i cocci rotti
dell'armonia planetaria: il controllo del petrolio, lo sradicamento del
terrorismo, la riscrittura del conflitto israeliano-palestinese, e, infine,
l'inglobamento nel circuito delle economie delle Tlc del mondo arabo, che
finora se ne è tenuto fuori. Un conflitto, come si vede, troppo carico di
significati per non creare l'illusione della perfezione e per non sfociare
nella vertigine dell'ideologia: condizioni entrambe destinate a portare a
un'inevitabile sconfitta.
Un reciso NO a questa guerra è dunque misura prudente e saggia contro
disastri a venire. Un NO che va argomentato subito, non con condanne umorali
o con invenzioni – uguali e contrarie – di altre illusorie «perfezioni»;
ma con il linguaggio dei numeri, dei dati, delle statistiche, della storia
freddamente analizzata e descritta.
Anche perché se un NO a questa nuova avventura è prudente, un avvertimento
è necessario: l'Iraq è una potenza pericolosa, il risentimento dei paesi
petroliferi è ormai un serpente annidato nelle relazioni internazionali. E
se dunque oggi è opportuno schierarsi contro questa battaglia, è solo
perché forse ci toccherà di doverne combattere altre ancora più
impegnative.
Introduzione
I. Dalla parte dell'Occidente
1. La grande tentazione americana
2. L'Europa e la sinistra: quale no alla guerra
3. La vera sfida: le misure alternative
II. Dall'altra parte
1. Guerre esterne e guerre interne
2. La carta del petrolio e la partita del potere
3. La prima guerra del Golfo
4. Uguaglianze e disuguaglianze in Medio Oriente
5. L'Iraq e la deriva militarista
6. L'Arabia Saudita, tra Occidente e radicalismo religioso
7. La funzione dell'Iran
8. La guerra del Golfo: «the unfinished business»
9. Osama, il saudita
10. Le nuove risorse: l'altro petrolio e la new economy
III. Not just safer but better
1. La svolta americana
2. La nuova dottrina della guerra preventiva
3. Diffidenza tecnologica
4. Povertà
5. Responsabilità
6. Vulnerabilità
7. La «Banda degli Otto»
8. I dubbi dei militari e dei petrolieri
9. Tre blocchi e otto domande
IV. Il campo di battaglia
1. Il terreno del conflitto
2. Una guerra e sei obiettivi
3. I punti di forza di Saddam Hussein
4. Rischi e criticità
5. I piani d'attacco dei generali
6. Baghdad nel mirino
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" GLOBALIZZAZIONE
E IDENTITA' "
Centro Studi Franco Fortini, Quodlibet, Siena, 2000

Si intitola "Globalizzazione e identità" un corposo volume, il n. 3 della rivista "L'ospite ingrato", pubblicazione annuale del Centro Studi Franco Fortini di Siena (Quodlibet, pp. 349, L. 42.000). Un lavoro importante - già segnalato, nel suo versante più letterario,
su queste pagine da Massimo Raffaeli - denso di contributi diversi, che nella prima parte, quella dedicata al tema, attualissimo, della globalizzazione, raccoglie saggi, interviste, poesie inedite di studiosi provenienti da discipline diverse e da diverse aree del mondo - da
Edoarda Masi a Romano
Luperini, da Alessandro
Portelli a Franco
Loi, da Antonio Melis a
Noam Chomsky; la seconda, quella dedicata alla parola di e su Franco Fortini, raccoglie materiali come lettere d'archivio, una antologia di scritti di Fortini stesso, foto di pagine scelte, e una sezione di "discussioni".
Il volume, uscito da poco, porta in copertina la data del 2000, ma i testi che lo compongono vengono da una riflessione ancora più
lontana e visibilmente sedimentata nel tempo. Questo per sottolineare il fatto che il tutto nasce in tempi non sospetti e non sotto la spinta emotiva di quanto sta accadendo da noi in questi giorni all'approssimarsi del G8, e per ciò stesso ancora più utile per approfondirne ad ampio raggio risvolti e connessioni.
Alla frenesia dei media che presentano la globalizzazione come un evento improvviso, una sorta di inaspettato terremoto; un evento mediatico, per l'appunto, destinato ad accendersi di attenzione in un
rapido arco di tempo, e poi - auspicabilmente - svanire, riassorbito dalla scia di fragore e scompiglio che ci si immagina l'evento porti con sé, fa da contraltare la riflessione da anni in corso dei paesi che un tempo erano ritenute le periferie del mondo; scrittori creativi ed economisti, poeti e biologi, linguisti e
geografi, tutti parte di un progetto comune che in ogni modo tentano di far conoscere all'altra parte del mondo, quella che tutti ci governa. Nessuna improvvisazione dunque, in un fenomeno su cui in molti riflettono da tempo, per affrontare il quale occorrono strumenti del tutto nuovi e di natura diversa e correlata, come testimoniano queste
pagine. Infatti "La raffigurazione della globalizzazione come un evento eccezionale, proprio esclusivamente dell'epoca attuale, avalla le operazioni interessate di rimozione della memoria storica, o addirittura della sua distruzione", scrive
Giuseppe Nava in una lucida introduzione al volume; "se siamo di fronte a una situazione completamente nuova, senza nessun precedente o rapporto con il passato,
non possiamo più usare gli strumenti di comprensione elaborati nel corso dei secoli, e di conseguenza non abbiamo altra scelta che la supina accettazione o il rifiuto
impotente".
E per non cadere nella trappola rappresentata da ciascuno dei due estremi, esaltazione o demonizzazione di un fenomeno così complesso e ampio, a torto presentato come un tentativo di unificazione del
mondo, essendone in realtà l'esatto contrario, va contrapposto un impegno di analisi culturale che parta dalle realtà delle diverse aree del pianeta, a cominciare dalle più lontane dall'arbitrario e simbolico centro che noi crediamo di abitare; e che vanno conosciute, ma prima di tutto, viste davvero, e insieme ascoltate.
Come faceva in anni lontani Franco Fortini, il quale già alla fine degli anni '60, riflettendo sul rapporto colonizzatore/colonizzato, individuava una interdipendenza culturale nello scambio tra culture, quando scriveva che "l'Occidente rivoluzionario, ove esista, sa che se vuole rivelare fino in fondo i caratteri di classe della propria tradizione culturale e sormontarli... può farlo solo commisurandola con la sua impresa maggiore:
l'assoggettamento coloniale o semicoloniale del resto del mondo (e delle proprie medesime classi oppresse)", citazione che compare in un altro volume di interviste con Fortini, Le rose dell'abisso, (Bollati Boringhieri, 2000) curato da Donatello Santarone, uno degli studiosi presenti anche in Globalizzazione
e identità, il quale coglie in Fortini proprio questa attenzione ai fenomeni di multiculturalità, dei quali solo rari, lungimiranti intellettuali - penso qui, fra tutti, al Pasolini poeta e al Moravia dei tanti scritti africani - sembravano in quegli anni volersi occupare.
E' in quegli anni che in uno dei tanti viaggi in Africa Moravia va a cercare e a conoscere uno scrittore del quale in Europa nessuno sapeva niente, quel
Ngugi wa Thiong'o, che di lì a breve sarebbe finito in prigione poi in esilio per aver voluto scrivere nella propria lingua madre, il kikuyu. Esilio dal quale ci avrebbe consegnato molti saggi anticipatori di quanto sta oggi accadendo sotto i nostri occhi, compreso quel Spostare il centro del
mondo, (Meltemi, 2000) che, tradotto in italiano, è valso al suo autore l'edizione 2000 del prestigioso premio letterario
Nonino.
Fonte: Manifesto,
14-7-2001 Articolo di M.A.S., Viaggio al centro delle differenze
"Globalizzazione e identità", analisi e letture nell'ultimo numero
della rivista "L'Ospite ingrato"
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"IL KOTEL. UN MURO METAFISICO"
Sebastiana Papa

Narra una tradizione talmudica che ogni giorno, sulle rovine di Gerusalemme, una voce celeste, gemendo come una colomba, proclama: "Ahimè per i figli per i cui peccati ho distrutto il mio Santuario, ho bruciato il mio altare e che ho disperso
tra le genti". Il Kotel - il cosiddetto muro del pianto - è questa rovina: è il brandello di muro che resta del Santuario di Gerusalemme; è la testimonianza dell'esilio.
Sebbene non sia altro che un muro esterno del Tempio, è la memoria della dispersione non conclusa: pregare lì è porsi al di fuori dello spazio sacro, uno spazio al momento inesistente, nell'aspirazione metastorica di entrarvi. E' contemporaneamente e paradossalmente
essere dentro e fuori, in esilio ma in terra di Israele. Forse per questo ogni ebreo che passa per Gerusalemme non può evitare un passaggio di fronte a queste pietre ed alle loro fessure che raccolgono messaggi senza risposta. Il Kotel è, per esteso, il Kotel hamaaravì, il muro occidentale, il muro del tramonto; il
muro del mondo verso il quale, dall'oriente, sono stati deportati nel I secolo gli ebrei da Tito.
Le immagini di Sebastiana Papa ci parlano di presenza assenza, di attesa di fronte ad un vuoto chiuso da un muro, di ricerca di un sacro intangibile e introvabile. Ma ci presentano, spesso con uno struggente sguardo parentale, soprattutto giovani, bambini, famiglie,
padri e figli, madri e figlie. Come se lo stare di fronte al muro, nello sguardo di là da esso, compattasse generazioni, legasse tra loro individualità in una dimensione altra, più ampia. E' forse il miracolo di cui parla un'altra tradizione rabbinica, secondo la quale nel Santuario i fedeli erano, quando in piedi, accalcati l'uno sull'altro ma avevano spazio sufficiente per prostrarsi, tutti, a terra. Lo spazio-non spazio del Tempio, semplicemente
citato dal Kotel, è dunque lo spazio dell'individualità/identità - le immagini della solitudine meditativa - e della aggregazione - le immagini di gruppo, i fedeli danzanti dietro il rotolo della legge, i bambini dentro la capanna della festa di Succot, i religiosi ed i secolari
insieme. Due declinazioni, nelle diverse modalità dal gioioso al solenne, di un movimento centripeto verso quell'ombelico del mondo che per la tradizione ebraica era il Santuario di Gerusalemme, costruito sulla pietra da cui è iniziata la creazione dell'universo.
Sebastiana Papa con le sue fotografie ci presenta questo movimento, verso il sé e verso la collettività, nel palcoscenico chiuso dal fondale Kotel, il muro occidentale che, secondo alcune fonti rabbiniche, era il più vicino al Santo
dei Santi, al luogo della maggior concentrazione della presenza divina. Il Kotel è in queste immagini come un vortice attrattivo verso cui tendono gli uomini - è in questa direzione che tutti gli ebrei del mondo, ovunque si trovino, pregano da sempre tre volte al giorno - e verso cui tende Dio anche dopo la distruzione del
Tempio. Il caleidoscopio di facce che ruotano attorno al Kotel comprende volti musulmani che si recano alla sovrastante moschea di Omar. Il luogo - questo spazio contraddittorio con il suo sopra e il suo sotto, il suo davanti e il suo retro - propone una nuova babele di
difficile composizione. Ma rammenta forse anche l'origine dell'uomo: secondo un insegnamento rabbinico Dio creò il primo uomo nel luogo dove sarebbe sorto il Santuario, il punto più sacro di tutta la terra perché deputato all'incontro tra l'umano e il divino.
Lì Adamo, Caino e Abele, Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe presenteranno le loro offerte. Ma un'altra interpretazione insegna invece che
l'uomo fu creato con la polvere tratta da tutti i luoghi del
globo. Adamo è creato come un puzzle di terra perché nessuno dei suoi discendenti possa
vantarsi di fronte all'altro ed ha in sé la sacralità del Santuario, uno degli elementi pensati e creati da Dio prima del mondo. C'è dunque affinità, parentela profonda, legame tra uomo e Santuario: lì viene creato e lì, alle porte dell'Eden, viene rimandato dopo aver mangiato dall'albero della conoscenza del bene e
del male. Come dal Santuario Adamo, ricco di una dimensione esistenziale incommensurabile con quella successiva, era entrato nel paradiso terrestre, così dopo la trasgressione passa dal Tempio per entrare nella storia. E' questo anche il tracciato che è
suggerito dalle immagini di molteplicità di Sebastiana Papa. La voce che geme ogni giorno sulle rovine di Gerusalemme comunica anche altro: quando gli ebrei entrano nelle sinagoghe e nelle case di studio e affermano "sia il Suo grande Nome benedetto", Dio dice "beato il re che è così glorificato nella Sua casa, che dolore per i figli che sono stati esiliati
dal tavolo del loro padre". Dio partecipa al dolore degli uomini, al loro allontanamento, al loro esilio; e ascolta il loro desiderio di benedirlo: gli uomini che benedicono Dio e che invitano altri uomini a fare altrettanto riconoscendone la grandezza! Ma dà loro anche uno strumento, una casa nuova
non più di pietra ma di carta, per avvicinarsi a Lui e glorificarlo: lo studio della parola che deve essere interpretata e che è un appunto per ulteriori riflessioni e ponti tra uomo e Dio, tra uomo e uomo.
Il Kotel, allora, può diventare una sorta di parola, un accenno ad altro, uno spunto di riflessione, un invito. E il Kotel di Sebastiana Papa può essere una poesia per immagini, un racconto, un testo teatrale; un messaggio da cui non potersi sottrarre.
"Il Kotel. Un muro metafisico" di Sebastiana Papa,
Edizioni Fahrenheit 451, 72 pagine, 28.000 lire
Fonte: Il Manifesto, 26-6-2001; Articolo "Oltre il muro del tramonto" di Benedetto Carucci Viterbi
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"Una storia diversa"
Armando Gnisci

"Tutte le culture del mondo hanno attinto dalle altre in un processo di fertilizzazione reciproca" (Ngugi wa
Thiong'o)
Armando Gnisci insegna letteratura comparata all'Università "La Sapienza" di Roma; insieme ad altri studiosi ha fondato la Società Italiana di comparatistica letteraria
(SICL).
Ha avuto l'avventura, per dirla con le sue parole, di incontrarsi con i "ragazzi" della Meltemi, Casa Editrice che prende nome da un vento favorevole del Mediterraneo egeo, e con essi ha costruito un
"luogo comune editoriale", cioè uno spazio in cui mettersi in contatto - virtualmente e/o realmente - con la letteratura e le poetiche del mondo, tradurre, introdurre, colloquiare con altri autori in una fluida reciprocità dell'essere nel
mondo.
La Meltemi ha già tradotto e pubblicato: Homi
Bhabha, "Nazione e narrazione"(1997) e "I luoghi della cultura"(2000); Edouard
Glissant, "Poetiche del diverso" (1998); Retamar, "Per una teoria
della letteratura ispanoamericana" (1999); Ngugi wa Thiong'o, "Smuovere il centro" (2000); Ania
Loomba, "Colonialismo/postocolonialismo" (2000).
Gnisci é autore tradotto in molte lingue, tra le sue opere più recenti: "Manuale storico di letteratura comparata" (1997); "Ascesi e decolonizzazione" (1996) ; "Il rovescio del gioco" (1993); "Creoli meticci
clandestini e ribelli" (1998); "Poetiche dei mondi" (2000).
Oggi, secondo Gnisci, per la prima volta nella storia é stata resa chiara ed evidente una "identità della specie presente a tutti": il mondo può essere facilmente identificabile e riconoscibile "nella
frazione dell'oppressione che una piccola quota di 'padroni' impone alle masse degli oppressi."
Tuttavia, sia nei Sud del Mondo sia nei Sud del Nord, una nuova umanità si affaccia sulla scena del mondo, ancora migrante clandestina e ribelle, e la letteratura comparata sta dalla parte di questi marginali, rendendo evidente la realtà disumana e
mostruosa in cui siamo costretti ad aggirarci e indicandone le alternative.
I letterati comparatisti, secondo l'autore, possono costruire dei 'nuovi luoghi comuni mondiali', spazi fisici e culturali in cui i diversi stanno insieme nella parità. La letteratura comparata è una disciplina che, per il suo costitutivo ri-mettersi
continuamente in discussione, per il suo oggetto specifico di riflessione (il rapporto tra i testi letterari e la critica; tra la letteratura e il mondo da cui proviene e a cui si rivolge; tra i letterati di tutti mondi e di tutti i tempi) è una via, un metodo che pone i suoi partecipanti in una rete
di reciprocità paritaria. Gnisci propone la letteratura comparata come una disciplina politica, stimolatrice di pensieri propri, capaci di 'spostare il centro' e 'decolonizzare la mente'. Occorre stabilire un colloquio con tutti i mondi che resistono alla globalizzazione della miseria e che trascendono il mummificato
sapere umanistico europeo, i suoi trattati antropologici,i suoi business, le sue bombe.
Le poetiche - spiega Gnisci - non sono 'attrezzi', codici cristallizzati del letterato, ma prassi dell'incontro, progetto del futuro. Sono esperienze e speranze - forse incerte - ma che indicano un modo nuovo di pensare e di stare insieme; sono opposizione, movimento, ribellione
contro le ingiustizie e, soprattutto, relazione fra mondi che non sono convergenti ma 'che colloquiano', di differenze che convivono si confrontano e
coevolvono.
Poetiche e politica stanno insieme perché ci mettono in contatto con gli altri. Una poetica politica è difficilmente definibile con una formula tecnica, è qualcosa che si produce e pratica relazionandosi con gli altri e rapportandosi con i tempi
per arrivare alla trasformazione del mondo.
In "Una Storia diversa", testo breve ma denso e interessante, l'autore propone e delinea una storia delle 'letterature europee' e della 'letteratura mondiale' diversa da quella costruita-utilizzata dall'Occidente a fini
coloniali-imperialisti, il cui proclamato 'universalismo' ha sempre significato l'elusione delle diversità e l'andare in un
'unico-verso', dal centro alle periferie e mai viceversa.
La supposta superiorità della letteratura occidentale ha sminuito, degradato e negato gli indiscutibili apporti, (scambi incroci contaminazioni creolizzazioni) linguistico-letterario-culturali dei paesi ex-colonizzati.
Gnisci compie un'affascinante rilettura delle varie letterature, mostrando come esse - prima con il colonialismo e oggi con i migranti - oltrepassano i confini nazionali e ridisegnano nuove mappe culturali contaminate e trasversali che sfidano l'autoproclamata
'universalità' della cultura occidentale.
Sono i paesi latinoamericani - sostiene - che, a differenza del melting pot nordamericano (il multiculturalismo fatto di separazioni e conflitti), rappresentano la transculturalità di una grande nazione meticcia aperta e
diffragente.
E' a partire da questa presa d'atto che, secondo l'autore, possiamo avviare un nostro processo di decolonizzazione e quindi di educazione verso una logica e un'etica interculturali per acquisire
la capacità di 'pensarsi' in relazione con gli altri.
La letteratura svolge una funzione fondamentale per aiutare gli uomini e le donne ad interrogarsi sul senso dell'esistere ed a produrre una propria personale poetica, cioè un proprio metodo-prassi per vivere insieme agli altri, nella reciprocità il
"liberamente umano" che è un diritto primario. Essa può "(..) risvegliare e addestrare al senso dell'essere, alla dignità di tutti presso tutti i mondi" (p.58).
La traduzione ha un ruolo insostituibile in questo processo poiché permette di essere
"tutti contemporanei e leggibili vicendevolmente come solo avviene per la fruizione e la contaminazione delle musiche e delle danze". La letteratura e le
arti - quando sono veramente libere - e, soprattutto la capacità di ragionare, di opporsi , di 'rovesciare tutti i costrutti dell'ingiustizia', costituiscono una rete di vera educazione interculturale e mondiale.
L'educazione interculturale - di cui tanto si parla (in Europa già da diversi decenni e in Italia da alcuni anni) con esiti piuttosto deludenti - secondo Gnisci - può avere delle speranze se procederà
attraverso
tre vie intrecciate e complementari, capaci di stabilire tra i mondi relazioni di parità e reciprocità, che sono:
- la letteratura e l'ecologia;
- la musica e la difesa della natura;
- il recupero del senso e del valore della
"rivendicazione della dignità negata, della resistenza e della ribellione".
Gnisci nei suoi testi utilizza un
flusso discorsivo ininterrotto, ricco, immaginifico, iterativo, alimentato da passione politica e sorretto da una ricerca linguistico-espressiva capace di creare nuovi termini e nuove parole. Nei
suoi testi le esperienze personali si intrecciano con gli avvenimenti sociali e politici, con la storia le esperienze e i saperi di altri letterati del mondo.
(Rita Di Gregorio)
Gnisci Armando, Una storia diversa, Meltemi Editore, Roma 2001
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Storia
della Letteratura del Congo-Kinshasa
Rulli
di Tam-tam dalla Torre di Babele
Silvia Riva

"
Rulli di tam-tam dalla torre di Babele"
è la prima storia letteraria del Congo-Kinshasa, un Paese dal nome
instabile (Congo-belga, Zaire, Repubblica democratica del Congo) e dal
volto ancora ignoto. Pur
essendo stato spesso oggetto d’interesse nella letteratura
occidentale, soprattutto grazie alle opere di Conrad, di Gide, di
Naipaul, il Congo è rimasto del tutto sconosciuto nelle sue proprie
aspirazioni. In queste pagine, nelle quali si dà diritto di parola
agli autori congolesi, sono ripercorse le fasi principali in cui si
situa il sorgere e l’affermarsi della produzione letteraria del
Congo in lingua francese: l’epoca coloniale, fortemente influenzata
dalla tutela belga; gli anni Sessanta, in cui si evidenzia il
difficile decollo della prosa a fronte di un vero e proprio florilegio
della poesia; gli anni Settanta, in cui si ribadisce, nel romanzo, il
diritto all’affermazione della soggettività; gli anni Ottanta e
Novanta, in cui il riso e la derisione dei giovani scrittori della
‘Black Babel’ liberano la scrittura verso forme di sperimentazione
audaci e nuove.
Emerge
un quadro storico complesso, ricco di sfumature, in cui l’etnografia
comunica con la poesia, la storia si allea al racconto e al romanzo,
la teologia al teatro e alla pratica della vita quotidiana. «E’ una storia ‘altra’ del Congo» – lo afferma il critico e scrittore
congolese V.Y. Mudimbe nella Prefazione – che, mettendo in
luce «l’ordine della lettera – i suoi abbagli, le sue avventure,
i suoi stimoli – in realtà ci invita a una riflessione sul buon uso
della letteratura e sul suo ruolo nella costituzione di una nazione».
SOMMARIO
Prefazione
di V.Y. Mudimbe
–
Introduzione: Premesse per
lo studio di una letteratura africana. La letteratura del
Congo-Kinshasa
–
I. «Zaire is there a State?». Storia di un Paese dal nome incerto
1. Dalle origini alla marcia verso l’indipendenza (Il Congo
pre-coloniale: gli antichi regni - Dalle esplorazioni del ‘continent
mystérieux’ all’Etat indépendant du Congo - Il
cinquantennio della gestione belga in Congo - Dal colonialismo
all’indipendenza: la politica belga di decolonizzazione)
2.
Il Congo indipendente (Dall’indipendenza alla dittatura: cinque anni
di disordini - Il trentennio dell’era Mobutu - La Conferenza
nazionale non chiude il ‘cycle du serpent’ - La folgorante
liberazione di Kabila)
–
II. La Letteratura coloniale fra ambiguità mimetica e affermazione
dell’identità
1.
Un terminus a quo per la letteratura del Congo-Kinshasa
2.
Gli anni Trenta. Da Badibanga a Nele Marian: un avvio all’insegna
dell’ambiguità
3.
Scrittori ed évolués nel clima culturale del
secondo dopoguerra (Ruolo delle riviste per évolués: «La
Voix du Congolais»: ‘une véritable école littéraire’? - «J€ne
Afrique» - «Les Lettres congolaises» - «Présence Congolaise» -
La Bibliothèque de l’Etoile)
4. Il
decennio dei concorsi letterari (1946-1956)
5.
‘Ecrivains solitaires’
6. Esanzo. Chants pour mon pays di Antoine Roger
Bolamba
7. ‘Un merveilleux poème de l’eau’: l’opera di
Lomami Tchibamba
8. Terminus a quo, terminus ad quem
–
III. Gli anni Sessanta. Un quinquennio di silenzio, un quinquennio
di poesia
1. Il primo decennio indipendente: breve profilo introduttivo
2.
La poesia, protagonista della scena letteraria (La Pléiade du
Congo - La poesia stencilée e le Edizioni Belles Lettres -
Ruolo dei concorsi letterari e delle riviste specializzate)
3.
Dalla poesia militante alla poesia intimista. Due esperienze a
confronto
4.
Romanzi ‘senza rancore’
–
IV. Gli anni Settanta. Le declinazioni della soggettività
1.
Dalla rivendicazione dell’identità all’affermazione del diritto
alla soggettività
2.
‘Ce
chant lourd du tam-tam intérieur’: Redire les mots anciens
di M. Kadima-Nzuji
3. ‘The rights of the subject’: l’opera di V.Y. Mudimbe (Entre les
eaux: ‘Di€, un prêtre, la révolution’ - Le Bel immonde
o il dramma del potere - L’Ecart o il romanzo della malafede)
4. Il discorso metanarrativo nell’opera di Georges Ngal
5. Nemo: quale soggettività nel conflitto etnico?
6. ‘Fixer et faire revivre la réalité’.
Zamenga Batukezanga, romanziere della conciliazione
7. ‘Histoires de vie’, racconti e novelle
8. Un
esempio di letteratura urbana. La pourriture di Muamba Kanyinda
9.
‘Un li€ de vertige’. Le fossoyeur
di Yoka Lye Mudaba
–
V. Gli anni Ottanta e Novanta. La scrittura della libertà
1.
Fra continuità e cambiamento
2.
Les
cailloux de l’espoir: la
poesia
3. Una letteratura per tutti
4. Il ‘giallo’ nel Congo-Kinshasa. Esempi di polar
africani o denuncia di una realtà poliziesca?
5. La denuncia dalla terra degli ‘scrittori del
silenzio’. Il miraggio dell'articolo
6. ‘Dikenga dia mulawu’. La letteratura
dell’esilio (Le Pacte de sang o la simbolica della passione
nei romanzi del ‘ciclo zairese’ di P. Ngandu Nkashama - Shaba
II: ‘le roman des sans-pouvoir et des saints’)
7. ‘Beurs noirs à
Black Babel’: scrittori ‘sans exil en terre étrangère’
–
Conclusioni: ‘La parole
construit le pays’. La letteratura del Congo-Kinshasa fra
radicamento, esilio e rifondazione
– Riferimenti
bibliografici
- Indice dei nomi
Collana:
«Il Filarete. Pubblicazioni della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Milano» pagg. 452 – 2000 – €
40,50
Silvia
Riva (Milano, 1963) è dottore di
ricerca in Letterature francofone. Ha al suo attivo numerosi articoli
sulla letteratura africana subsahariana; nel 1993, in collaborazione
con Liana Nissim e Marco Modenesi, ha pubblicato il volume L’incanto del fiume, il tormento
della savana. Storia del romanzo maliano (Bulzoni).
Dal 1992 fa parte del gruppo di ricerca del C.N.R. per lo studio delle
Culture e delle Letterature dei Paesi emergenti e attualmente è
impegnata presso l’Università degli Studi di Milano nel progetto «Letterature
francofone sub-sahariane. Per una istituzione delle letterature
nazionali».
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Traiettorie
di sguardi. E se gli altri foste voi?
Geneviève Makaping

"Guardo
me che guardo loro che da sempre mi guardano": il libro è la traduzione in scrittura
dell’inversione di traiettorie di sguardi storicamente date. Un atto
sovversivo: scegliere di guardare, da qualunque luogo si è confinati,
restituire a chi ti guarda uno sguardo.
Geneviève Makaping, la donna che dice no (traduzione letterale del
nome nella lingua del suo Paese), insegna antropologia culturale
presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università della
Calabria. Il libro si presenta come il
viaggio antropologico di un’immigrata Bamiléké, un percorso lungo, che dal Camerun la porta a
girare l’Africa per arrivare in Francia e poi in Italia. E "il
viaggio, come tutti i popoli del mondo sanno, è un’importantissima
metafora della vita, verso la morte". La sosta-tappa
in Italia, che dura da più di vent’anni, è la più lunga. Perché
non diventi metafora di morte, perché non esaurisca la sua crescita
intellettiva e sociale, Geneviève Makaping sceglie di fare del viaggio-sosta
e della scrittura "strumenti per non dimenticare, per non
perdere la memoria. Non smarrirmi e non soccombere". Lo
spaesamento del viaggio diventa per lei percorso di ricerca mentre
gli studi di antropologia, cercati e approfonditi con ostinazione, allenano
gli occhi a guardare rovesciando continuamente le prospettive.
Ci siamo tutti nelle pagine del libro, le diffidenze più scoperte, il
razzismo manifesto del posto sul treno lasciato vuoto perché accanto
a una negra (il termine è suo), l’uomo nero raccontato ai
bambini, le proposte degli uomini che sono dirette, violente, perché
trattandosi di una negra, si può fare a meno delle mediazioni
scivolose che codificano i rapporti con le donne bianche; c’è il
paternalismo arrogante di chi decide di parlare e agire
nell’interesse di un altro; e tutto l’apparato di luoghi comuni
che c’ingombrano lo sguardo.
Ma soprattutto c’è lei, la volontà incrollabile della donna che
dice no di sottrarsi alla condizione di puro oggetto di
osservazione, per sentirsi ed essere sentita come soggetto. L’osservazione
partecipata di un soggetto eccentrico è una sfida a mettersi in
gioco personalmente, raccontando in prima persona un vissuto segnato
da frustate grandi e piccole "che, messe tutte insieme,
possono diventare una gogna. Non per me. Sono serena. Io sono serena e
amareggiata. La mia pelle è qui con me".
L'alterità, oggetto da sempre dello sguardo, confinamento subìto,
diventa luogo privilegiato d'osservazione; il margine diviene
possibilità di sperimentare la libertà come presa di coscienza di sé
e degli altri, opportunità di ricerca di un linguaggio che si faccia
espressione consapevole, di una scrittura che superi le costrizioni di
forme subìte per restituire diritto di parola a un'identità in
costruzione.
E se la lingua risponde a una logica del dominio, la ricerca di una
scrittura del margine, di uno stile che, a garanzia dell'autenticità,
scelga di coniugare esperienza e pensiero si traducono immediatamente
in un atto politico.
Geneviève
Makaping, Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi? Catanzaro,
2001, Rubettino editore pp.137, € 7,75
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FRANTUMI
Storie
di ordinaria violenza sessuale
Leopoldo
Feole

Edizioni
Giada, Campobasso 2003, Pagg. 148,
€ 10.
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È
una raccolta di 16 storie di violenza sessuale - alcune consumate nell’ambito
familiare - tratte dagli atti processuali celebrati nelle aule
giudiziarie del Molise.
INDICE
Il
silenzio della sabbia
Il
sole oltre il canneto
Le
favole dell'infanzia
L'ombra
del castello
5
milioni d'onore
I
pascoli d'estate
Il
fardello del pudore
Il
tempo della vigna
Il
giardino del padrone
Il
gioco delle violenze
L'adolescenza
rubata
Il
mantello della notte
Le
caramelle di Natale
In
fuga sotto le stelle
La
stella polare
I
sogni senza futuro
Introduzione
Selezionate
tra un gruppo di episodi di violenza sessuale emersi nella
cronaca del Molise negli anni ottanta-novanta del ’900, le
storie proposte hanno una comune base narrativa: gli atti dei
processi.
I
testi di denunce, rapporti, verbali di
interrogatori, memorie difensive e sentenze, consentono al
lettore d'avere un contatto diretto con personaggi reali di storie
vissute e poi rivissute nei luoghi di quella giustizia che ha tutti i
limiti della condizione umana essendone una espressione
rappresentativa. Due sono state attraversate dall’esperienza d’un
movimento femminile che, dopo una significativa testimonianza di umana
solidarietà, ha rinunciato alla sfida che aveva lanciato nella
società d’una piccola regione, non sempre pronta a uscire da
vecchie e nuove indifferenze. Nella trascrizione, per intuibili
motivi, sono state omesse le frasi più raccapriccianti e a volte
inserite lievi modifiche per necessità sintattico-narrative; per un
doveroso rispetto verso le vittime, inoltre, quasi sempre sono stati
dati nomi simbolici anche agli imputati.
Gli
atti processuali non rappresentano solo i momenti delle singole
vicende. Sono importanti fonti di conoscenza dei tempi e degli
ambienti socio-culturali in cui si sono verificate, ma anche di quella
ignota letteratura giudiziaria che, con le dovute garanzie per tutti i
soggetti coinvolti, andrebbe estratta dagli archivi per leggere la
dimensione delle sofferenze d'una umanità smarrita tra le proprie
miserie quotidiane.
La
raccolta di storie diverse di identità femminili ridotte in frantumi
dalla prepotenza maschile presenta una immagine particolare del
Molise, piccola parte d’un Meridione con ansie innovatrici e
accelerato sviluppo, ma anche con molte scorie di remote culture.
In
questa terra, esaltata dal fascismo come la «provincia più rurale
del regno» e come «isola felice» negli anni della egemonia
democristiana, sono rare le violenze sessuali di gruppo e nella
selezione è riportato l’unico episodio del periodo. Ma la
caratteristica più evidente è un'altra. Nelle
aree contadine e nelle fasce di estrema periferia sociale, dove
permangono schemi di vita quasi primordiale, sopravvive
la figura maschile del dominus,
del padrone assoluto di tutto all’interno dei sistemi familiari,
chiusi su territori naturalmente così aspri e aridi da influenzare
persino le condotte umane. Qui è diffuso l'incesto paterno,
conseguenza spesso d’un alcolismo vissuto nella fase iniziale come
abitudine serale, poi come penosa condizione che spinge all’auto-isolamento
con degenerazioni antisociali.
Gli
abusi sessuali tra le mura domestiche sono pertanto tradizioni
quotidiane d'un angusto vivere tra miserie materiali e
culturali. Il grave fenomeno non è stato mai
indagato da una società che preferisce ignorarlo perché ingombrante.
Dinanzi alla giustizia sono relativamente pochi i casi, ma nella
casistica sono quelli più ricorrenti. La maggior parte resta nei
cerchi delle convenienze; solo per brevi attimi talvolta rompono i
silenzi profondi dei gruppi in cui si verificano. Dalle fasce sociali
del benessere invece non emergono storie di violenza sessuale. Forse
vi è maggiore tranquillità; forse è più elevata la capacità di
assorbire gli eventi.
IL
SILENZIO DELLA
SABBIA
Mattino
d'un giorno d'ottobre del 1987. Sulla spiaggia, pochi chilometri a
nord di Termoli, viene rinvenuto il corpo di (Alba). E' semisepolto
nella sabbia. La causa del decesso: «annegamento atipico», provocato
da malore oppure da suicidio; l'esame autoptico non va oltre.
Con
rapide indagini la polizia giudiziaria ricostruisce le ultime ore
della sua vita. Ha scavato anche nel suo passato per avere elementi
sulle circostanze della morte. Trentasei anni, laureata in biologia,
lavorava in un ospedale. Viveva con i genitori in un piccolo paese
dell'entroterra molisano. Per due volte era stata in un reparto
psichiatrico. Durante la seconda degenza aveva tentato di annullarsi
con il laccio della doccia.
La
sera precedente il ritrovamento del suo corpo aveva fatto visita al
padre ricoverato in ospedale, ma non era tornata a casa. Mentre vagava
nei pressi della stazione ferroviaria di Termoli, verso mezzanotte,
era stata avvicinata da (Floriano) e (Luciano).
Abituali
frequentatori notturni di quei luoghi, sono fermati dai Carabinieri.
Hanno rilevato estremi di colpevolezza nella loro condotta, carica di
attenzioni per la donna.
Dal
rapporto dei Carabinieri
(Luciano)
riferisce che (Floriano) gli aveva indicato la donna: era sola, in una
zona buia, sul retro d'un albergo con ingresso sulla piazza della
stazione. Si era avvicinato e le aveva chiesto se avesse bisogno di
compagnia, offrendole aiuto. Aggiunge d’aver avuto l’impressione
che non fosse normale:
…senza
un filo logico, ripeteva che aveva dei problemi; che i suoi familiari
non l'accettavano tanto volentieri; aggiungeva di non piacersi e che
voleva morire. Poco dopo s'era avvicinato il suo amico (Floriano);
pertanto si era allontanato mantenendosi però nei pressi, da dove
aveva avuto modo di vedere che quest'ultimo la palpeggiava senza però
«approfondire». Il (Floriano), poco dopo le ore 2, aveva desistito
dal suo intento perché si era fatto tardi ed aveva bisogno di dormire
prima di recarsi al lavoro...
...appariva
sempre nelle medesime condizioni e questa volta aveva provato ad
accarezzarla. Lei si era schernita senza opporre resistenza... Mentre
accadeva ciò, si era giunti alle ore 3.15 circa; dopo averla
nuovamente invitata a rifugiarsi all'interno della stazione, anche in
considerazione che fuori faceva freddo e tirava vento, al lamentoso
rifiuto della donna, (Luciano) aveva deciso di allontanarsi per fare
rientro nella propria abitazione. Dopo di che non aveva più rivisto
la donna...
(
a cura di Giustina Cardarelli)
Edizioni
GIADA
via Colle dell’Orso, 65
86100 Campobasso
tel. 087466062
Leopoldo
Feole, nato a Sessa Aurunca (Caserta), è giornalista
professionista e lavora presso la redazione regionale Rai di
Campobasso. Laureato in giurisprudenza all’Università di Napoli, ha
pubblicato saggi socio-economici e i volumi di storia politica: I
Consiglieri regionali del Molise sulla scena della Prima Repubblica
(1995), I Parlamentari del Molise nella storia della Prima Repubblica
(1996), Questione regionale e Statuto del Molise (2000).
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Luisa
Muraro
Il
Dio delle donne

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"Un giorno si
aprì la porta di una vacanza senza fine. Capitò quando, leggendo il
libro di Margherita Porete Lo specchio delle anime semplici e
altri testi di quella che chiamano mistica femminile, cominciai a
udire le parole di una conversazione, non semplicemente nuova ma
inaudita, tra due che, per brevità, chiameremo una donna e Dio. Una
donna c'era di sicuro, Dio non so, ma di sicuro lei non era sola,
c'era un altro o un'altra la cui voce non arrivava fino a me ma che
sentivo lo stesso perché faceva un'interruzione nelle parole di lei,
o meglio una cavità che trasformava la lettura, la rendeva simile al
gesto di chi beve lentamente da una tazza." |
"C'era
una volta una creatura mendicante che cercava Dio", comincia la
breve autobiografia di Margherita Porete nello Specchio
delle anime semplici, e continua: lo cercò nelle cose
create, senza trovarlo, finché non ebbe l'idea di cercarlo
nell'intimità della mente, e "fu così che scrisse questo libro:
voleva che il suo prossimo trovasse Dio in lei, attraverso le sue
parole".
Siamo verso la fine del Medioevo, in un tempo di passaggio, all'alba
dell'Europa moderna. Fu allora che prese avvio un pensiero che arriva
fino ai nostri giorni per vie solo in parte conosciute, pensiero di
donne che avevano (e hanno) con Dio un rapporto di straordinaria
confidenza e di suprema libertà.
Si
chiama mistica femminile ma meglio sarebbe chiamarla teologia in
lingua materna. Questo nome ci restituisce la novità di una
scrittura in cui l'esperienza si fa pensiero e scienza mediante la
lingua che impariamo a parlare per prima, nell'ascolto della voce
materna, e Dio si dice nella prossimità con il nostro essere corpo,
nella fragilità degli inizi.
L'impresa di quelle audaci pensatrici venne presto isolata
nell'eccezionalità. Eppure, come fa vedere Il Dio delle donne,
nel loro linguaggio potevano essere formulate le risposte alle domande
più comuni e gravi della condizione umana. Lo fa vedere portando la
teologia in lingua materna tra le macerie della modernità e i rumori
della postmodernità. L'effetto è sorprendente, ma sensato,
paragonabile al silenzio che accompagna i cambiamenti profondi.
Luisa
Muraro, Il dio delle donne, Mondadori, 2003
Fonte:
La Libreria delle donne di MIlano
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La pagina è
stata creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo
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