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Le signore della poesia
olandese
Francesco M. Cataluccio

Czeslaw
Milosz e Zbigniew Herbert, i due maggiori poeti del dopoguerra polacchi
(paese che, come ebbe modo di ricordare il russo Iosif Brodskij è sempre
stato straordinariamente ricco di grandi poeti) sono ormai scomparsi,
lasciandoci molte poesie stupende e il dispiacere di non poter più sentire
la loro voce. Restano per fortuna ancora attive e, in quanto innamorate
dell'Italia, spesso presenti nel nostro paese, le due maggiori poetesse
polacche: Wislawa Szymborska (1923), che abita a Cracovia (e che nelle
prossime settimane tornerà in Italia), e Julia Hartwig (1921), che vive a
Varsavia. A differenza di molti poeti loro connazionali, non hanno
conosciuto l'esilio, sopportando con caparbietà e ironia le mille difficoltà
della vita e della creazione artistica nel socialismo reale (che, in
Polonia, non voleva dire, salvo i primi anni del dopoguerra, sottostare ai
dettami della propaganda del regime, ma fare i conti quotidiani con la
censura).
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Julia Hartwig |

Wislawa Szymborska |
La Hartwig ha comunque avuto modo di trascorrere due lunghi soggiorni
all'estero: dal 1947 al 1950 in Francia dal 1970 al 1974 negli Stati Uniti,
al seguito del marito, anch'egli poeta, Artur Miedzyrzecki. Frutto di questi
due soggiorni sono state le splendide traduzioni dei maggiori poeti francesi
e americani, che molto l'hanno influenzata. La Szymborska invece, almeno
fino al Premio Nobel (1996), si è mossa pochissimo, preferendo la vita
ritirata e solitaria, in ascolto e in cura della propria malinconia: «Di
solito mi descrivono come una persona allegra (...) perché quando ho dei
crolli, delle preoccupazioni, non frequento la gente per non mostrare un
volto cupo. E sembra che abbia vissuto come una farfalla, come se la vita
non avesse fatto altro che accarezzarmi sul capo».
La Szymborka è stata
famosa nella sua città per essere l'organizzatrice di miracolose lotterie a
casa sua. Pomposi ricicli di oggettini, come i suoi buffi collage, nei quali
nessuno, alla fine, se ne andava a mani vuote. Per ognuno c'era una dedica,
una piccola verità ad personam. Così, quando ci si trova tra le mani un
prezioso volume di oltre mille pagine, come quello che racchiude le
Opere di Wislawa Szymborka, curato da Pietro Marchesani, nelle lettura delle poesie
la cosa migliore è lasciarsi andare al caso, lasciando per un momento da
parte la metà dedicata alle brevi, e fulminanti, prose. Se si è fortunati,
ma lo si è praticamente sempre, perché tutte le poesie sono molto belle, può
capitare di leggere, in questo tragico inizio d'anno: «Dopo ogni guerra /c'è
chi deve ripulire. / In fondo un po' d'ordine / da solo non si fa. // C'è
chi deve spingere le macerie / ai bordi delle strade / per far passare / i
carri pieni di cadaveri // (...) Non è fotogenico, / e ci vogliono anni. /
Tutte le telecamere sono già partite / per un'altra guerra». E poi il finale
amarissimo sull'ineluttabile necessità di metterci una pietra sopra : «Chi
sapeva / di che si trattava, / deve far posto a quelli / che ne sanno poco.
/ E meno di poco. / E infine assolutamente nulla. // Sul l'erba che ha
ricoperto / le cause e gli effetti, / c'è chi deve starsene disteso / con
una spiga tra i denti, / perso a fissare le nuvole». Questa è la
La fine e
l'inizio (1993), che Brodskij, tradusse in inglese nel dicembre dello stesso
anno per il «Times Literary Supplement», definendola «una delle cento
migliori poesie del secolo».
La Szymborska, sembra non giudicare mai. Descrive con freddezza, e tagliente
ironia, mettendo a fuoco particolari della realtà: ingrandisce cose che
appaiono piccole, ma sono determinanti, smaschera le nostre meschinerie che
vorrebbero farci apparire grandi e sicuri. Ogni suo verso è una "microfisica"
della vita quotidiana e del potere. Il lettore si ritrova tra le mani, alla
fine della lettura, una realtà scarnificata, priva di orpelli e
sovrastrutture, illuminata da una luce finalmente chiara e distinta. Il
risultato di questa poesia pura, che si potrebbe definire "cartesiana", si
trova riassunta nella breve poesia Tutto (2002): «(...) una parola sfrontata
e gonfia di boria. / Andrebbe scritta tra virgolette. / Finge di non
tralasciare nulla, / di concentrare, includere, contenere e avere. / E
invece è soltanto / un brandello di bufera».
Il fatto che Szymborska tratti in apparenza di cose quotidiane non deve far
pensare che abbia un «angusto raggio d'azione», suggeriva giustamente
Milosz
nella sua celebre Storia della letteratura polacca (McMillan New York 1969;
traduzione italiana Cseo, Bologna 1983) che però notava: «Essa a volte
propende verso la preziosità. Probabilmente dà il suo meglio dove la sua
sensibilità ha più importanza del suo marchio esistenziale di razionalismo».
Ma la "semplicità" della Szymborska è più apparente che reale.
La sua è una
poesia di grande forza filosofica e, dietro espressioni apparentemente
semplici o quotidiane, piccoli e sottili ironie, c'è l'ostinato orgoglio del
pensiero e il senso di una grande responsabilità della parola poetica («ogni
parola ha un peso», ricordò a conclusione del suo discorso per il Nobel).
Una poesia che, con l'ironia, non ha trascurato l'impegno e la critica.
Si
veda, ad esempio, Un parere in merito alla pornografia (1983), da lei letta
durante una riunione semiclandestina di scrittori ridotti al silenzio, un
anno dopo il colpo di stato: «Non c'è dissolutezza peggiore del pensare. /
Questa dissolutezza si moltiplica come gramigna / su un'aiuola per le
margheritine // Nulla è sacro per quelli che pensano. / Chiamare audacemente
le cose per nome, /analisi spinte, sintesi impudiche, / caccia selvaggia e
sregolata al fatto nudo, / palpeggiamento lascivo di temi scabrosi, / fregola di opinioni - ecco quel che gli piace».
Le sue prose – recensioni, posta dei lettori, feuilleton – sono assai
inferiori e assai lontane dalle poesie, ma sempre una festa
dell'intelligenza e dell'ironia. Assai più simili e organici alle proprie
poesie sono invece i Lampi (in polacco: Blyski),
di Julia Hartwig. Brevi
epifanie che illuminano istantaneamente passaggi dell'anima, ricordi,
apparizioni di una memoria condivisa e remota. Istanti di grazia e lucidità
– «Nel purgatorio dell'inesistenza. Sul precipizio della speranza» (Questo
tramonto) – in cui i pensieri, le riflessioni e i ricordi si condensano in
una forma del tutto nuova e originale, che conserva l'acutezza dell'aforisma
senza l'esasperata ricerca dell'effetto, che coniuga l'eleganza del poema in
prosa alla libertà da rigidi schematismi formali. Molte poesie della Hartwig
sono scritte come brevi prose (si vedano Anni, Ammonizione, Vi farò questo
miracolo, Non ho potere). Come la Szymborska, anche Julia Hartwig diffida
della pretesa di racchiudere il mondo in un sistema compiuto e stabile,
preferisce soffermarsi sulla precarietà e le evanescenti emozioni «i prati
verdi dell'apparenza» (La tua natura), e rivendicare alla sua poesia, e alla
sua vita, il piacere dell'incompiuto: «Le cose più belle sono quelle non
ancora finite / Il cielo pieno di stelle non ancora illustrato dagli
astronomi / uno schizzo di Leonardo e una canzone interrotta dal l'emozione
/ La matita il pennello sospesi in aria» (A tentoni).
La Szymborska ha, per sua stessa ammissione,
costruito il suo personaggio su una tonalità
ironicamente un po' svampita (proprio per balzar fuori all'improvviso
con la sua sottilissima acutezza). La Hartwig invece mostra immediatamente
la sua dolce saggezza e ci raccomanda che: «L'unica salvezza è mantenere il
ritmo / la visione dell'armonia / che ci prende tra le sue braccia come
bambini / madre innocente di consolazione» (In corteo).
18 marzo 2009
Wislawa
Szymborska, «Opere», a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano,
pagg. 1186, € 70,00;
Julia Hartwig, «Sotto quest'isola», a cura di Silvano De Fanti,
Donzelli, Roma, pagg. 168, € 13,00;
Julia Hartwig, «Lampi. Blyski», a cura di Francesco Groggia, Libri
Scheiwiller , Milano, pagg. 172,€ 16,00

Julia Hartwig,
urto mentale d’inaspettata meraviglia
Alfonso Berardinelli

La poetessa
polacca arriva a Roma. Ed ecco il ritmo che sa chiudere il mondo in una
goccia d'acqua
Leggo sotto la lampada le poesie di Julia Hartwig, alle
quattro del mattino, quando fuori è buio, c’è il grande silenzio prima
dell’alba e il mondo è ancora grande e sgombro abbastanza per accogliere la
voce di questa meravigliosa poeta polacca nata a Lublino nel 1921 e da noi
finora ignorata. Dico “meravigliosa” perché è proprio la più intensa,
inaspettata meraviglia ciò che rende magnetiche le pagine della prima
antologia pubblicata in italianodi quella che è considerata una delle
maggiori scrittrici polacche del Novecento ( Sotto
quest'isola, Donzelli, pp. 166, euro 13).
Julia Hartwig sarà a Roma fra poco e il 26 settembre leggerà al festival
Roma-Poesia (Colosseo Nuovo teatro).
Il libro che ho fra le mani e che vorrei regalare ad
amiche e amici è stato curato da Silvano De Fanti e contiene una breve nota
critica di Annalisa Comes. Il lettore italiano deve molto a queste
traduzioni di De Fanti e dei suoi collaboratori perché i testi ci arrivano
con una forza che sembra intatta e provocano subito quella particolare
stupefazione primitiva e fiabesca da cui emerge ogni poesia della Hartwig e
che ha un immediato effetto ipnotico. I primi testi di questa raccolta sono
poesie senza versi, sembrano poesie in prosa, ma è come se ogni frase o
capoverso fosse un lunghissimo verso dotato di un proprio ritmo. Per
esempio: “Che volete da me, montagne, vette rosse e nere, rocce, graniti e
arenarie, porfidi, mascelle dentate della terra, teste denudate fino
all’osso sotto un cielo doloroso che a vicenda vi accarezza e vi spazza col
vento. Che volete quando guardandovi in faccia cerco di stabilire i nostri
rapporti reciproci, di creare tra noi un vincolo di comunione. Che vuoi da
me, piccolo trifoglio, crisantemo, verbasco, zampillo di sentimento” (In
verticale, pp. 19).
E’ giusto che una
poesia come questa appaia nelle prime pagine del libro. Deve essere una
delle poesie della giovinezza, ma è anche il gesto inaugurale di un’opera
poetica che comincia con l’invocazione alle pietre, alle montagne, allo
scheletro della terra, ai delicati zampilli di variopinta vita vegetale che
nascono sulla superficie di quell’immane, indecifrabile corpo roccioso.
Invocazione, interrogazione, meraviglia e stupore che sia possibile, che
abbia senso (perché deve averlo) una così enigmatica, emozionante convivenza
fra noi esseri umani e la litosfera terrestre. Con questa semplice
invocazione la Hartwig dà vita alle pietre e ai fiori. Crea quei “rapporti
reciproci” e quel “vincolo di comunione” su cui si interroga. Niente infatti
è dato. I vincoli esistono e possiamo viverli solo nella meraviglia
con cui ci chiediamo che cosa sono, che cosa potranno essere, cosa
aspettarsi, cosa volere, perché.
Una pagina dopo
compare un’altra invocazione, del tutto diversa, per un’altra intimità. Lo
spazio, ora, improvvisamente si restringe nel microcosmo di una coppia
umana: “Stenditi accanto a me. Come la volpe vicino alla sua femmina, come
l’uccello vicino all’uccello quando echeggia l’ululare del gufo.
Che ci avvolga la saggezza del tacere, la saggezza del calore, la saggezza
dell’addio molto prima ancora di andar via. Distesi l’uno vicino all’altra
guardiamo la notte. Si inchineranno a noi le quattro parti del mondo e i
viandanti delle tenebre poseranno ai nostri piedi doni sognati, farmaci e
talismani” (Richiamo p. 21).
Qui è la natura a darci il materiale per costruire favole e sogni. Siamo noi
che costruiamo la nostra favola di intimità con la saggezza del tacere e del
calore che ogni animale insegna, ma anche con quella “saggezza dell’addio
molto prima ancora di andar via”, perché quest’ultima saggezza è la più
nostra, fa sentire ogni momento e atto come intervallo breve fra un
principio e una fine.
L’universo della
Hartwig è mobile e polimorfo, gremito di presenze, di meraviglie, di annunci
e di addii. In ogni poesia si sente l’urto mentale della meraviglia, il
colpo dell’emozione, la simultaneità di intelligenza e impossibilità di
capire, la gioia che è possibile solo perché è momentanea, è la gioia di
quel momento e luogo e lo sa, la gioia di quel pensiero e della misura che
sa dare alle cose incommensurabili. Ma la meraviglia più salutare ci dice
che non abbiamo nessun potere su quello che avviene, né a pochi passi da noi
e neppure in noi. Siamo lo zimbello degli spazi e dei tempi che
attraversiamo e su cui non esercitiamo nessun governo:
“A turno canzonano i miei sogni l’allocco e il gufo. La donnola uccide
spudoratamente i colombi sotto il tetto della piccionaia. Il loro roco
pigolio e il rantolo giungono a me nel mezzo del silenzio di fogli scorsi
sotto il lume. Non ho potere su quello che ho dato alla luce. Non ho potere
su quello che amo. I fogli su cui annoto se li porta via il vento, l’eco non
ritorna alla mia voce. Dall’alto uccelli che ammiro in volo mi coprono di
guano, il vento mi riempie di polvere gli occhi. Con il cappello storto
incedo lungo il sentiero, zimbello della natura, ripudiata dalla grazia” (Non
ho potere, pp. 51).
Qui la
constatazione diventa una verità generale, la verità diventa un mondo, il
mondo si contrae in una piccola storia, tutta una lunga storia può essere
detta in poche righe. Leggiamo una pagina o mezza pagina, ogni volta siamo
sicuri che lì c’è tutto, anche lei che scrive lo è, il ritmo chiude il mondo
nei confini di una limpida goccia d’acqua. Ma una pagina dopo la prospettiva
cambia. Perché meravigliosa è la mobilità dei punti di vista e la loro
pluralità. Ora siamo in uno strano sogno di mostri primordiali, ora
l’autrice dichiara il suo amore per i vecchi e i moribondi e nello stesso
tempo se ne vergogna. Ora ci descrive un’antica stampa con un piccolo uomo
nel ventre della balena che dopo ogni ondata di cibo rimette a posto la sua
scrivania e i suoi libri. Ora si chiede se noi per caso nell’ordine
universale non siamo altro che le moleste zanzare di Dio. Ora pensa alla
vita beata delle quiete carpe nel loro stagno, ma poi si ricrede, perché
forse la trota e il salmone vivono più felici e la felicità ha comunque
molte forme. Ora ci racconta l’allegro scompiglio che porta in tutti e
dovunque l’arrivo di eros. Ora si vola ai confini del concepibile e di ogni
singola vita. Ora stiamo chiusi e appagati nel minuscolo guscio dei nostri
habitat singolari.
Come un’amica audace e sventata che non teme niente, Julia Hartwig ci porta
amorevolmente per mano nei più remoti angoli dell’universo e nei più
prossimi sottofondi nascosti della comune vita. Il suo è un universo
shakespeariano miniaturizzato e frammentato, racchiuso ogni volta, come
direbbe William Blake, “in a grain of sand” o in “a wild flower”.
Fonte: Il Foglio, 18 settembre
2007, p. VI

Poesie di
Wislawa Szymborska

Diversi come due gocce d'acqua
Nulla due volte accade
né accadrà. Per tale ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.
Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.
Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.
Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.
Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? ma cos'è?
Forse pietra, o forse fiore?
Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e qui sta la bellezza.
Cercheremo un'armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua
Il gatto in un
appartamento vuoto
Morire. Questo a un
gatto non si fa.
Perché cosa può fare il
gatto
in un appartamento
vuoto?
Arrampicarsi sulle
pareti
strofinarsi contro i
mobili?
Qui niente sembra
cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori
posto.
La sera la lampada non è
più accesa
si sentono passi sulle
scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel
piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre
qualcuno. Sempre.
E poi d’un tratto è
scomparso
e si ostina a non
esserci.
In ogni armadio si è
guardato
si è cercato sulle
mensole
e infilati sotto il
tappeto
ma non ha portato a
niente.
Si è persino infranto il
divieto
di entrare nell’ufficio
E si sono sparse carte
dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se
osa!
Deve imparare che
questo non si fa ad un
gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si
vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto né un
miagolio.
Almeno non subito.
Torture
Nulla è cambiato.
Il corpo è suscettibile
al dolore
deve mangiare respirare
e dormire
ha pelle sottile e
subito sotto sangue
ha una buona riserva di
denti e di unghie
ossa rompibili e
giunture estensibili
nelle torture di tutto
ciò si tiene conto.
Nulla è cambiato.
Il corpo trema come
tremava
prima della fondazione
di Roma e dopo
nel ventesimo secolo
prima e dopo Cristo.
Le torture sono così da
sempre
solo la terra è
cresciuta di meno
e qualunque cosa accade
sembra giusta dall’altra
parte del muro.
Nulla è cambiato c’è
soltanto più gente
oltre le vecchie offese
ne compaiono di nuove
reali immaginarie
temporanee e inesistenti
ma il grido con cui il
corpo risponde loro
era è e sarà un grido di
innocenza
secondo eterni registri
e misure.
Nulla è cambiato
se non forse i modi le
cerimonie le danze
anche se il gesto delle
mani
che proteggono il capo
è rimasto lo stesso.
Il corpo si torce dimena
e divincola
le gambe cedono cadono
le ginocchia in aria
livido gonfio sbava e
sanguina.
Nulla è cambiato tranne
i confini
la linea dei boschi
litorali deserti e ghiacciai.
Tra questi scenari
l’anima (animula vagula blandula) vaga
sparisce ritorna si fa
più vicina si allontana
estranea a se stessa
elusiva
ora certa ora incerta
del proprio esistere
mentre il corpo c’è c’è
e c’è
e non ha un posto suo.
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La
poeta da giovane

BIOGRAFIA
Wislawa Szymborska è nata a Bin, nella regione di Poznan, il 2
luglio 1923. Ha compiuto gli studi di lettere e di sociologia
all’università di Cracovia, dove tuttora vive. Debuttò nel 1945 con
Cerco le parole.
La sua poesia è riflessiva e filosofica, personale nell’intonazione
sommessa, distante dall’emozionalità, ma il suo intento è dialogico.
Una poesia fatta di interrogativi sul senso del vivere, sull’essenza
storica e biologica dell’individuo, sulla sua collocazione nel
mondo.
Attraverso l’ironia e lo scetticismo mette a nudo i paradossi
insiti nell’esistenza dell’uomo contemporaneo: smanioso di
conquistare la conoscenza ma incapace di servirsi della ragione;
ambizioso nel voler controllare l’universo ma artefice e vittima di
una situazione etico-esistenziale in cui sono crollati i valori
della civiltà; patetico nel camuffarsi per nascondere l’alienazione.
Per evidenziare l’eterogeneità e la paradossalità che rendono il
mondo impenetrabile, la Szymborska adotta la strategia dello
stupore, della capacità di sorprendersi e sorprendere estraendo da
fenomeni od oggetti comuni straordinarietà insospettate che
riflettono la storia antropologica e la condizione esistenziale del
genere umano.
La Szymborska non ha scritto tantissime poesie, poco più di
duecento. Eppure è grandissima. A lei si addice quanto Eugenio
Montale affermò ricevendo il Nobel: «Hanno detto che la mia è una
produzione scarsa forse supponendo che il poeta sia un produttore di
mercanzie. Ma per fortuna la poesia non è una merce.
Ha pubblicato fino ad
oggi nove raccolte poetiche. Le più importanti sono:
"Richiamo allo Yeti"
(1957)
“Ogni evenienza” (1972)
“ Gente sul ponte” (1986)
“La fine e l'inizio”
(1993)
Nel 1996 ha ricevuto il premio Nobel
per la letteratura. Dei suoi versi colpisce l'incedere lento,
pausato, paziente: un ritmo molto piano che stride in maniera
sorprendente con la scelta di un linguaggio crudo e tagliente.

La poeta da anziana
Monologo per Cassandra
Sono io, Cassandra.
E questa e' la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa e' la mia testa piena di dubbi.
E' vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto pote' compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.
Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a meta'.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde -
nessuno la finiva mai in mia presenza.
Li amavo.
Ma dall'alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla e' piu' facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall'alto delle stelle - gridavo -
guardatevi dall'alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.
Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti gia' decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c'era in loro un'umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos'e' davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di -
E' andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa e' la mia veste bruciacchiata.
E questo e' il mio ciarpame di profeta.
E questo e' il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello. |
La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel
dicembre 2009
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