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LA ETNOPSICHIATRIA
La società delle cattive maniere
di
Piero Coppo
Cade la distinzione
tra tecnica e politica, sono la società e la cultura per
l'etnopsichiatria a determinare alcune delle sofferenze psichiche
più diffuse. Di fronte alle quali il terapeuta non può più porsi il
problema della cura della persona senza mettere in discussione il
contesto che l'ammala.
Certo
il professor Emil Kraepelin, neuropsichiatra tedesco contemporaneo
di Sigmund Freud, non immaginava, partendo per Giava ai primi del
'900, di inaugurare un'area di ricerca che sarebbe poi divenuta uno
dei tre principali motori dell'etnopsichiatria.
La maggiore preoccupazione del fondatore della moderna
classificazione delle cosiddette "malattie psichiche" era mettere
ordine nei manicomi del tempo, abitati dai più eterogenei
rappresentanti di un'umanità tanto variegata quanto disgraziata:
folli, psicopatici, criminali, sifilitici, prostitute... Una volta
isolati i folli dagli altri (lavoro già iniziato da chi l'aveva
preceduto) bisognava però classificarli per tipi, così come si stava
procedendo nelle scienze naturali con piante, insetti, minerali:
solo in questo modo infatti, costruendo oggetti coerenti su cui poi
poter lavorare (modelli per raggruppare pazienti in classi e
categorie nosografiche, appunto), la psichiatria sarebbe diventata
"scientifica". Al fine di preservare la purezza dell'oggetto,
Kraepelin riteneva addirittura preferibile che lo psichiatra non
conoscesse la lingua del paziente: sarebbe stato così meno distratto
da implicazioni emotive o curiosità accessorie, e più concentrato
sull'essenziale: l'osservazione dei fenomeni, di comportamenti,
posture, gesti.
Kraepelin, con i limiti dell'epoca, era uno scrupoloso e attento
uomo di scienza, come dimostrano gli innumerevoli rimaneggiamenti
dei suoi schemi classificatori a significare lo sforzo continuo, ma
sempre frustrato, di fissare in istantanee i "veri" tipi, nascosti
dalle ingannevoli apparenze delle molteplici forme (e nei suoi
scritti emergono come lampi intuizioni immagino sconvolgenti per
l'epoca: classificando non costruiamo, piuttosto che una
rappresentazione fedele del vivente in trasformazione, uno specchio
irrigidito delle forme del nostro stesso pensiero, un mondo fittizio
di idee, di idoli?).
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Blessing, Bambolina del Camerun
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Cogliendo l'occasione di una visita a amici e parenti, Kraepelin
partì per l'Oriente col proposito di verificare se anche quegli
altri, diversi ma pur sempre umani, chiusi nei manicomi là costruiti
dai colonizzatori, presentavano gli stessi disturbi: se cioè quelle
che osservava quotidianamente a Monaco erano davvero espressioni,
sia pur patologiche, della Specie, quindi entità naturali presenti
ovunque, o non piuttosto invenzioni, o frutto di storie e condizioni
particolari.
Nel suo viaggio fece interessanti osservazioni: già dentro il
manicomio apparivano differenze significative; ma soprattutto ne
apparivano fuori, nelle comunità rurali, dove alcuni comportamenti,
certo psicopatologici per la Neuropsichiatria, venivano invece
considerati dalle culture locali, anche se eccessivi, normali.
La domanda sull'universalità delle forme psicopatologiche anima uno
dei principali vettori e delle possibilità dell'etnopsichiatria:
verificare, grazie all'opportunità di confrontare manifestazioni di
popoli tra loro diversi e lontani, quanto delle "malattie della
psiche" appartenga alla invariante natura umana, e quanto sia invece
prodotto da situazioni, condizioni, influenze locali. Da lì nasce un
percorso ricco di osservazioni e considerazioni preziose che
continua ancor oggi (si vedano le recenti ricerche sulle epidemie di
suicidio infanto-giovanile in società sottoposte a tumultuose
trasformazioni: come Melanesia e Nativi Canadesi).
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Si tratta forse dell'unica via disponibile alla Scienza (che non può
sull'uomo sperimentare liberamente) per sapere quanto, di quella
delicatissima funzione che chiamiamo psichica, sia legato alla
natura, alla biologia; e quanto sia invece dovuto alle condizioni di
vita, all'ambiente, a condizioni specifiche.
La posta in gioco è ovvia: se un disturbo psichico apparisse in un
popolo e non in un altro, o si rivelasse in uno significativamente
più frequente che in un altro, si potrebbe allora pensarlo come
determinato, o facilitato, da caratteristiche sociali, ambientali, o
culturali specifiche. Le conseguenze sulle attività di cura, ma
soprattutto di prevenzione, sarebbero enormi. Allora, il terapeuta
non potrebbe porsi il problema della cura della persona senza
mettere immediatamente in discussione il contesto che la ammala; la
distinzione tra tecnica e politica cadrebbe, e i medici dovrebbero
porsi inevitabilmente il problema della salute delle comunità di cui
curano i membri. In questi casi infatti il paziente soffrirebbe la
spinta patogena del suo ambiente (di cui sarebbe un sintomo), o ne
manifesterebbe l'inefficacia dei meccanismi di protezione.
Che le diverse culture e situazioni possano colare in specifiche
forme la sofferenza psichica è oggi un dato acquisito, dopo che
diverse fonti hanno documentato in determinate culture sindromi
specifiche, non riscontrabili in altre. Attualmente, dopo che ne
sono state contate più di cinquanta, queste "sindromi legate alla
cultura" appaiono enumerate in cataloghi, sorta di inventari di
curiosità e bizzarrie esotiche (il terrore dei fantasmi di ghiaccio
antropofagi dei Nativi Canadesi, i genitali maschili che si ritirano
nel ventre a Singapore, la corsa omicida dei giovani uomini, i
"corridori di Amok", e la compulsione femminile a ripetere le parole
altrui e proferire oscenità in Malesia). Ma, a parte queste lontane
sindromi che coinvolgono un piccolo numero di persone e non
riguardano direttamente l'Occidente, l'insopportabile dubbio di
fondo è che certe società e culture non solo mettano in forma, ma
addirittura determinino alcune delle sofferenze psichiche più
diffuse; e che questo riguardi anche il nostro mondo.
Dubbi di
questo tipo sono stati sollevati in particolare per la depressione e
la schizofrenia, considerate da alcuni sindromi legate alle moderne
culture occidentali, e da queste in parte determinate.
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Su questa pista, che Kraepelin aveva chiamato Psichiatria
comparativa, hanno continuato a lavorare psichiatri coraggiosi.
Henry B. Murphy, per esempio, si era dedicato alla "psichiatria
transculturale" (altro termine, con altre sfumature, per dire
etnopsichiatria) dopo aver osservato nei campi profughi della II
guerra mondiale la varietà dei disturbi psichici presentati dai vari
gruppi di internati: polacchi, ebrei, léttoni.
Cercando di chiarire
le determinanti sociali, economiche, culturali delle psicopatologie
considerate da altri come date, biologiche, naturali, spinse la
ricerca non solo in aree geografiche lontane, ma anche a ritroso,
nella storia; e si convinse, per esempio, (e lo scrive nel suo testo
Comparative Psychiatry pubblicato nel 1982), che la depressione
nacque, così come oggi la conosciamo, in Inghilterra dalle
trasformazioni legate alla rivoluzione industriale e all'impianto
del capitalismo cristiano-protestante tra '700 e '800; e non per
nulla infatti era chiamata "malattia inglese", spleen, da
curare con svaghi e spaesamenti.
Anche George Devereux, di cui dirò dopo, ebbe il coraggio della
chiarezza. In un testo del 1965, ripubblicato recentemente,
scriveva: "Considero la schizofrenia come pressoché incurabile, non
perché sia dovuta a fattori organici, ma perché i suoi sintomi
principali sono sistematicamente alimentati da alcuni dei valori più
caratteristici, più potenti - ma anche più disfunzionali - della
nostra civilizzazione."
E si chiedeva di conseguenza come un dottore
che soffra, senza però ammetterlo o addirittura saperlo, delle
disfunzioni che alimentano il male del suo paziente, possa sperare
di curarlo.
Occorre
sottolineare che non si tratta qui di prese di posizione risentite,
passionali, superficiali, basate su slogan, come quelle cui una
certa contestazione antipsichiatrica semplicistica (anche se spesso
motivata) e di moda ci ha abituati; ma di considerazioni che
derivano da un rigoroso, paziente, difficile, laborioso lavoro di
analisi e riflessione che si pone dentro l'ambito della Scienza e
che a tratti raggiunge alti livelli di elaborazione teorica e
metodologica.
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Blessing, Bambolina del Madagascar

Blessing, Bambolina del Sudan |
Anche altri, in seguito, sull'onda della contestazione
antiautoritaria che sconvolse l'Occidente negli anni '60 e '70,
criticarono a fondo, ponendosene al di fuori, l'apparato
psichiatrico e la società che l'aveva espresso, a volte con la
stessa serietà e profondità di argomentazioni, spesso con maggiore
radicalità, decisione e forza: Herbert Marcuse, Ronald Laing, David
Cooper, Franco Basaglia, per citarne alcuni. Ma, diversamente da
essi, gli "psichiatri comparativi" intendevano restare nell'ambito
di questa società, della psichiatria e della Scienza. In un certo
senso, volevano verificare, dall'interno del sistema psichiatrico,
la tenuta del sistema stesso per renderlo, finalmente, coerente.
Per tornare a George Devereux, è suo il primo testo in cui viene
organicamente descritto il saper-fare di un popolo altro nelle aree
che noi chiamiamo psicologiche e psichiatriche:
Etnopsichiatria
degli indiani Mohave (1961). Devereux era ungherese, laureato in
fisica, pianista, grecista, psicanalista, etnologo. Passò vari anni
della sua vita in altri mondi, con altri popoli: con i Mohave della
California, ma anche con i Sedang-moï in Vietnam. Ciò che andava via
via osservando, e lo sforzo per piegarlo alla gabbia psicoanalitica,
lo costrinse a una fortissima tensione teorica. Da quella fatica
sono scaturite alcune delle più interessanti scoperte e invenzioni
metodologiche della moderna etnopsichiatria, che tuttora orientano
chi si avventuri in questo campo.
Devereux formò a Parigi, in seminari e laboratori destinati a una
piccolissima cerchia di allievi, alcuni che hanno ruoli di rilievo
nell'etnopsichiatria attuale; tra i quali il più conosciuto è Tobie
Nathan. Devereux è senza dubbio la figura principale di questo
secondo motore dell'etnopsichiatria, quello di matrice etnografica,
che ricerca sui saper-fare altri, li studia e li descrive con
attenzione anche per scoprire cosa contengano di utile per il mondo
della Scienza: se non altro, delle preziose sfide metodologiche,
delle feconde impossibilità di traduzione che mettano in luce angoli
bui, impasse nel metodo scientifico. Devereux riassumeva in sé le
competenze dell'etnologo e dello psicanalista; altri, dopo di lui,
saranno obbligati al lavoro interdisciplinare per trattare la stessa
materia.
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Blessing, Bambolina dell'Eritrea

Blessing, Bambolina del Marocco |
Antropologi, etnologi, psicologi, sociologi, psichiatri, medici,
storici, etnomusicologi, etnoscienziati e etnobotanici si troveranno
d'ora in poi a lavorare gomito a gomito, in relazioni non sempre
pacifiche, nelle aree dell'etnopsichiatria. Uno straordinario
esempio di gruppo multidisciplinare al lavoro nelle culture
subalterne italiane fu quello che riunì, tra gli altri,
Ernesto de
Martino, Diego Carpitella, Giovanni Jervis, Raffaello Misiti in
Lucania, Puglia, Emilia: le loro osservazioni e riflessioni
forniscono tutt'ora all'etnopsichiatria materiali di prim'ordine.
Questo ambito di ricerca ha prodotto un ricchissimo archivio di
pratiche e saperi espressi da popoli viventi nel presente o nel
passato, nello sforzo di assorbire e trasformare il disordine
eccessivo e la sofferenza che i disturbi psichici portano a
individui e gruppi. Negli stessi anni altre esperienze finirono per
completare l'ambito dell'etnopsichiatria dotandolo del terzo,
fondamentale motore: quello applicativo.
Per ammodernare il manicomio che i coloni avevano costruito a Dakar,
in Senegal, per ospitare innanzi tutto soldati e funzionari colpiti
dalla "follia dei tropici", poi le élite locali, fu scelto un
ufficiale medico francese, psichiatra e psicanalista,
Henri Collomb,
vicino all'Etnologia parigina.
Collomb si installò col suo gruppo di
lavoro costituito da medici, psicologi, antropologi ed etnologi
all'Ospedale di Fann, vicino a Dakar.
Subito prese a frequentare, e
conoscere, le grandi figure degli iniziati locali: cacciatori,
guaritori, leader religiosi. Cacciatore lui stesso e non di prede
facili (cacciava il coccodrillo alla maniera africana, immerso
nell'acqua fino alla cintola), pilota d'aereo, medico, chirurgo,
militare, aveva tutti i requisiti per essere accettato come un
iniziato e un leader delle comunità tradizionali locali. Poté così
raccogliere ed elaborare, utilizzando le diverse competenze dei suoi
collaboratori, molti elementi dei saper-fare locali; per introdurli
immediatamente nel lavoro della cura.
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I guaritori entrarono nell'Ospedale, Collomb entrò
nelle case dei guaritori; all'ombra di un albero nel cortile
dell'Ospedale venne riprodotto il modo tradizionale di discutere le
storie dei pazienti, facendo della parola pubblica (che implica
parenti, compaesani, passanti, tecnici vari) il fulcro della presa
in carico. Collomb favorì la creazione di villaggi terapeutici
rurali dove guaritori e infermieri, sotto la supervisione di medici
e psichiatri, curavano pazienti nel contesto linguistico e culturale
d'origine; e riversò poi i risultati del suo lavoro in una serie di
scritti e nella rivista, Psychopathologie africane, tuttora
esistente. Cercò, poco prima di morire, di esportare l'esperienza in
Francia, scontrandosi però con l'apparato psichiatrico francese e
con le difficoltà insite in un simile progetto. Quasi nello stesso
tempo, in Nigeria, un altro psichiatra, Thomas A. Lambo, formato in
Inghilterra alla nascente psichiatria di comunità, iniziava
esperienze analoghe.
I lavori di Collomb e Lambo avviarono una serie di riflessioni
sull'esportabilità in altre regioni del globo della psichiatria nata
in Occidente e sul necessario dialogo coi leader tradizionali e i
guaritori locali; e motivarono diversi interessanti tentativi di
articolare la medicina che si richiama alla Scienza coi sistemi
locali, indigeni di cura. Tra questi un'esperienza italiana, il
Centro di Medicina Tradizionale della Quinta Regione in Mali,
realizzato negli anni '80 dalla Cooperazione e dall'Istituto di
Psicologia del Cnr, è tuttora attiva.
Qualche anno ancora, e la cosiddetta "emergenza migratoria" avrebbe
trasferito in Europa la questione del come far coesistere culture e
saper-fare diversi; e di conseguenza, di quali forme e compiti dare
a servizi sanitari e scuole in società multiculturali. L'altro,
l'esotico, era ormai in carne e ossa qui, dentro casa.
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Proprio da questo punto prende l'avvio il lavoro di
Tobie Nathan a
Parigi. Lui stesso immigrato (figlio di un profumiere ebreo del
Cairo), allievo di Devereux, psicologo e psicanalista, Nathan
rappresenta forse meglio di chiunque altro il passaggio dalla storia
dell'etnopsichiatria al suo possibile futuro. Nel Centre Devereux
(Università di Parigi VIII) da lui creato, viene rivoluzionato il
setting, il contesto dell'aiuto psicologico alle famiglie migranti.
Non c'è più lo psicologo o lo psichiatra seduto dietro la scrivania
o su una poltrona, con di fronte l'altro, il portatore di disturbi,
ma anche di una cultura da decifrare e includere in categorie
conosciute. Nathan sceglie di non "strappare le radici", di non
estirpare il paziente dalla sua cultura e dal gruppo naturale di
appartenenza (quello concreto, reale: la famiglia, gli amici, i
compaesani; e quello immateriale, ma altrettanto reale, degli
antenati, delle entità invisibili raccontate nei miti, nelle
narrazioni di fondazione) per includerlo in quelli che lui chiama i
"gruppi statistici" di pazienti: i depressi, gli anoressici, i borderline. Da questa scelta, e da quella di prendere alla lettera
(per metterli alla prova sperimentandoli) i saper-fare dei guaritori
tradizionali, deriva l'originalità, e la fecondità, del lavoro
nathaniano.
Non si tratta più qui di tradurre altre
lingue nel saper-fare occidentale: ma di inventare un nuovo
saper-fare, obbligati dalla sfida che i nuovi arrivati
incarnano, latori di altre espressioni del dolore, di altri
rimedi, di altre concezioni dell'uomo e del mondo.
Nathan costruisce subito un dispositivo
multiplo, dove vari assistenti e terapeuti (alcuni in
funzione di "mediatori culturali", provenienti dalle stesse
aree culturali dei pazienti; altri formati alle tecniche
terapeutiche locali e a quelle occidentali: guaritori ma
anche psicologi) e il paziente (ma col suo gruppo di
famigliari e amici) si confrontano su teorie, pratiche e vie
di uscita, finendo per trovarne una, la più adatta (forse) a
quel gruppo in quella situazione.
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Blessing, Bambolina del Senegal

Blessing, Bambolina del Togo |
Da questo alambicco, da questa ricchissima sorgente di
informazioni e sperimentazione Nathan distilla i primi elementi di
un saper-fare che si basa sulla competenza del paziente, considerato
l'unico esperto del suo problema (ogni guarigione, dice Nathan, è
un'autoguarigione); sulle conoscenze del mediatore culturale, spesso
un terapeuta della stessa lingua, che ne amplifica e completa gli
enunciati; sul saper-fare del terapeuta principale che conduce gli
incontri e che utilizza una piattaforma teorica e metodologica,
costruita ed esplicita, che dovrebbe essere valida in ogni contesto
culturale.
Nel costruire questo saper-fare, questa base metodologica
tendenzialmente valida per ogni essere umano, Nathan è costretto a
confrontarsi con l'universalismo della cultura occidentale, e in
particolare con la pretesa che i modelli psicologici,
psicoanalitici, psichiatrici frutto di una specifica storia
rappresentino delle realtà biologiche, naturali; e quindi valgano
per qualunque umano. Nathan sostiene invece che l'essere umano
generico è un'astrazione inesistente; gli esseri umani reali sono
necessariamente specifici, locali, culturalmente determinati.
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Blessing, Bambolina della Somalia |
In questo lavoro di verifica e costruzione (che si basa, lo ripeto,
non solo sulle acquisizioni etno-antropo-psicologiche, ma sul lavoro
clinico quotidiano e su ciò che lì viene provato e che da lì emerge)
cadono per primi gli assunti freudiani: l'universalità dell'Edipo,
la neutralità del terapeuta; e poi, a seguire, le pretese verità
universali delle varie psicologie e psichiatrie. Naturalmente,
l'enfasi sull'appartenenza culturale degli individui, cioè, in
termini meno "politicamente corretti", sulla loro "identità etnica",
ha attirato su Tobie Nathan, che per primo si proclama "ebreo-ebreo"
(in contrapposizione agli ebrei a metà, gli "ebrei-cristiani"), ogni
sorta di anatema. Altri gli riprovano un uso troppo disinvolto dei
dati etno-antropologici, che piegherebbe troppo ai bisogni delle sue
argomentazioni.
Resta il fatto che Nathan è forse la prima figura
dell'etnopsichiatria ad aver assunto consapevolmente la sfida
implicita nel futuro della disciplina: la costruzione di un
saper-fare nuovo, essenzialmente multidisciplinare e multiculturale,
che nasca dal vedere dall'alto, e in parallelo, i vari
sistemi culturali e quindi anche i vari modelli
antropologici e saper-fare terapeutici; tra i quali, ma
sullo stesso livello gerarchico, anche quello prodotto in
Occidente. |
Un saper-fare cioè nello stesso tempo
universalmente umano e capace di rispettare, e contenere, differenze
e specificità; in grado di servire anche da mediazione nei conflitti
tra gli inevitabili, ma anche auspicabili perché portatori di
diversità, localismi. Una sfida, appunto, per il futuro.
Nell'ultimo decennio è proprio in Occidente che si sono moltiplicati
i luoghi (consultori, insegnamenti, pubblicazioni, seminari)
dell'etnopsichiatria. Essa è stata invocata per lenire ansie e
sofferenze portate dai flussi migratori; per decifrare
psicopatologie e cure di recente apparizione; per rimediare ai
disastri di guerre che originano in Occidente ma devastano altri
paesi e popoli; per trovare spiegazioni a conflitti o fatti
altrimenti incomprensibili.
La diffusione dell'etnopsichiatria può servire ad allargare gli
orizzonti degli operatori, ad approntare servizi davvero
multiculturali, a dare forza alla costruzione di nuovi saper-fare
che si traducano immediatamente in interventi preventivi e
terapeutici efficaci e tendenzialmente meta-culturali, così
necessari alle società che si vanno disegnando. Tuttavia in questa
diffusione (sostenuta da istituzioni e amministrazioni pubbliche)
l'etnopsichiatria può rischiare di venire del tutto assorbita dalla
gestione dei problemi correnti; di essere cioè arruolata da una
delle parti impegnate nelle aree calde dei conflitti tra popoli
perdendo la sua libertà, e con essa la sua preziosa funzione critica
e provocatoria. Si ridurrebbe allora a un modo per dotare la
psichiatria di sensibilità "culturale", di un'interfaccia universale
che le permetta di essere più convincente e spendibile ovunque; o
per celare (psicologizzando e esotizzando) dinamiche di potere e
sopraffazione così frequenti nelle relazioni tra gruppi umani e tra
culture; dinamiche che interrogano più la giustizia sociale che la
medicina o la psicologia.
Su questo crinale, dove ancora niente è definitivamente giocato, si
muove l'etnopsichiatria attuale, galassia di eterogenei interessi,
figure, esperienze, strumenti, oggetti, bisogni insieme divergenti e
convergenti. Le sue caratteristiche rispecchiano le qualità del suo
principale oggetto: la varietà e unità delle culture e il variare e
l'invariare, nei tempi e nei luoghi, delle dinamiche che animano
gruppi e individui: gli umani.
15 agosto 2001
Nota: Le bamboline sono
manufatti creati da Blessing,
un'immigrata nigeriana molto creativa che potete conoscere connettendovi al
sito
http://www.inafrica.it/blessing/joi.html
Le bambole sono
costruite di stoffa e riempite di segatura di legno, i vestiti sono
tessuti originali che Blessing fa arrivare dall'Africa, poi inserisce
cesti e attrezzi da lavoro. Ha dato a tutte il nome di una nazione
africana. Potete collezionarle o regalare.
L'altezza delle bamboline é di circa 11/12 cm con piedistallo in
legno, e sotto il piedistallo è incollato un cartoncino con la
bandiera del paese.
La pagina è stata creata da Maria Antonietta
Pappalardo e pubblicata il 10 dicembre 2008
Mappa Psicologia |