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SHAHRAZAD,
LA PAROLA E LA PAURA
Clara
Pappalardo

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Il mitico personaggio
che presentiamo in
questa pagina esercita da secoli un grande fascino sugli uomini, ma
soprattutto sulle donne: è Shahrazad, la protagonista della famosa raccolta di
fiabe arabe "Le mille e una
notte". La causa di tanta attrazione è da ricercarsi, a mio
avviso, nel fatto che è un personaggio forte, vincente, senza paura, dotato della
modalità tipicamente femminile di rapportarsi all’altro/all'altra attraverso l’affabulazione
e il dialogo. Una modalità che si oppone alla volontà
di dominio e di annullamento del diverso da sé che è, invece, caratteristica
della cultura patriarcale. Shahrazad, quindi, nel contesto storico e
culturale che stiamo attraversando, può ben rappresentare il
superamento, o meglio, l’elaborazione
della paura nei confronti della diversità, paura che accomuna
sia il rapporto tra l’uomo e la donna che quello tra l’Islam e
l’Occidente.
E’, Shahrazad, certamente una figura
complessa, come complessi sono i punti di vista
con cui nei secoli è stata rappresentata, avendo essa ispirato innumerevoli artisti,
cineasti e studiosi sia dell'Oriente che
dell'Occidente. Tra le tante, le analisi che abbiamo scelto, fortemente differenziate tra
loro sia per i diversi ambiti disciplinari da cui partono che per le
diverse finalità che intendono perseguire, sono quelle elaborate alla
fine del XX secolo da: Adriana Cavarero, Bruno Bettelheim e Fatema
Mernissi.
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Si
può ipotizzare che l'attuale violenza contro le donne, nel
mondo musulmano, sia dovuta al fatto che si attribuisce
loro un cervello funzionante, e che in Occidente le cose siano
più tranquille perché le donne sono ritenute incapaci di
pensare, o questo fingono di essere, se i loro Imam hanno
bisogno di ritualizzare questa illusione?
Fatema
Mernissi, L'Harem e l'Occidente, p. 82 |
Adriana Cavarero, una
delle maggiori filosofe viventi, esponente del "pensiero della
differenza sessuale", docente di Filosofia della politica presso
l'Università di Verona,
parla di Shahrazad nel suo testo del 1997 dal titolo "Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia
della narrazione". Prendendo spunto da quanto espresso da
Michel Foucault sul "rapporto che il linguaggio intrattiene con la morte"
nella civiltà occidentale,
la Cavarero mette in rilievo "la funzione generatrice" che Shahrazad rappresenta con le sue
straordinarie capacità affabulatorie all'interno della civiltà
orientale. Molto efficacemente ella così conclude il suo ragionamento: "Contrariamente alla legge del sultano, che fa seguire la morte al
sesso, la legge di Shahrazad fa seguire al sesso il racconto, slegando
il sesso medesimo dalla morte e dal rito della deflorazione. La
narrazione e l'amore coniugale procedono di pari passo in "Mille e una
notte". Il racconto non solo ferma la morte, ma guadagna il tempo per
generare vita. Sulla scena narrativa della relazione, nonostante il suo
marchio terrificante, eros e racconto obbediscono ad un unico ritmo."
Bruno Bettelheim,
dal canto suo, dà della storia di Shahrazad un’interpretazione
squisitamente psicoanalitica, mirando, come sempre nei suoi scritti di
psicologia infantile, a
formulare un metodo educativo che permetta ai bambini e alle bambine di
costruirsi personalità ben integrate. Il re Shahriyar,
che ad ogni nuova alba dà la morte alla sposa di una notte, rappresenta
una persona dominata dalle pulsioni distruttive dell’Es; Shahrazad,
invece, rappresenta l’Io, che ha la funzione di controllare,
incanalare gli istinti in un ordine regolatore e civilizzatore. Un Io
che nel caso di Shahrazad è strettamente connesso al Super-Io, poiché
ella è disposta a rischiare la vita per ubbidire ad un imperativo morale.
Bettelheim sottolinea con forza, nel suo capolavoro "Il mondo incantato. Uso, importanza e significati
psicoanalitici delle fiabe", il potere delle fiabe di trasformare la
nostra personalità e di guidarci nel tentativo di raggiungere
un’integrazione interiore, capace di far coesistere i vari
“diversi”, spesso contraddittori, di cui è costituita la nostra
personalità evitando che diano origine a conflitti insanabili ed
autodistruttivi.
Straordinariamente lucido e nuovo è, infine, lo sguardo con cui Shahrazad viene
osservata da una scrittrice femminista di cultura araba, Fatema Mernissi.
Ella afferma che nel mondo islamico Shahrazad è considerata un’eroina
politica, una liberatrice che, grazie al suo coraggio e alle sue doti
intellettuali e psicologiche, riesce a sconvolgere l’equilibrio del
potere che il re nella sua paranoia aveva comunque raggiunto e a vincere
portando il re verso un equilibrio nuovo di pace e di serenità.
Shahriyar
e Shahrazad rappresentano il conflitto cosmico tra il Giorno (il
maschile come ordine obiettivo, il regno della Legge) e la Notte (il
femminile come ordine soggettivo, il regno del Desiderio). L’opposizione tra
il sultano e la narratrice di storie rispecchia il conflitto dirompente
nella cultura musulmana tra la sharia, la verità sacra, e
l’immaginazione, con tutta la sua carica di sovvertimento del reale e
delle sue leggi.
Interessante è anche la diversa concezione della
donna che emerge nel mondo islamico e nel mondo occidentale se si
scandaglia l’immaginario erotico. Lo testimonia la stessa figura di
Shahrazad. Ella, infatti, viene descritta nel testo arabo originale in
modo significativamente differente
da come è presentata nella traduzione francese dello studioso Antoine Galland
agli inizi del Settecento. Nell'originale arabo c’è una lunga descrizione delle doti
intellettuali di Shahrazad, presentata come una donna che aveva letto
libri di letteratura, filosofia, scienza e medicina, che conosceva a
memoria le poesie, che aveva studiato i resoconti storici ed era ferrata nei
proverbi degli uomini e nelle massime di saggi e re; una donna
intelligente, colta, saggia e raffinata. Nella versione occidentale l’autore
limita la descrizione della mente di Shahrazad
a tre aggettivi “colta, vivace e sapiente”, per poi subito passare alla
bellezza del corpo, dei vestiti e dei monili.
Ciò, in qualche
modo, avvalora la tesi sostenuta dalla Mernissi, secondo la quale l’uomo
orientale, rassicurato nella sua identità di dominatore e padrone dell’harem,
ritiene importante, per potersi sentire eroticamente coinvolto, che la
propria donna possegga intelletto vivace e vasta cultura; invece, l’uomo occidentale, perennemente in crisi e reso vulnerabile dalla sua
inconscia paura della donna, tanto più forte quanto maggiore è la sua
libertà, riesce a ritrovare la propria mascolinità passivizzando la
partner e riducendola a puro corpo da possedere. Pertanto, secondo l’acuta tesi
della Mernissi, il “velo”
delle donne occidentali è paradossalmente il loro “disvelarsi”,
l’ossessione di corrispondere a un modello puramente esteriore dettato
dagli uomini. In maniera ironica ma a conclusione di un discorso
logicamente ineccepibile e ricco di “prove” artistiche e letterarie,
Mernissi afferma: ”Ho
scoperto che l’harem delle donne occidentali è la taglia 42”.
Secondo Taha Hussein,
un influente pensatore egiziano presentatoci dalla stessa Mernissi, la civiltà comincia quando si
stabilisce un dialogo tra i detentori del potere e coloro che ne sono
privi, e la barbarie finirà quando gli uomini impareranno a dialogare
nella loro intimità con le donne. Parole
che dimostrano l’esistenza di un terreno di comuni ideali, di pratiche
da costruire insieme, di principi da affermare ad ogni latitudine e da
sostenere unendo gli sforzi di donne e uomini di buona volontà.
Alla fine della storia Shahrazad così risponde al re Shahryar, che le
chiede “Chi sei? Che cosa vuoi?”: “Chi sono? Io sono
Shahrazad che per anni ti ha offerto di ascoltare le sue storie perché
ero così spaventata da te. Ora ho raggiunto uno stadio in cui posso
darti amore perché mi sono liberata dalla paura che tu mi ispiravi. Che
cosa voglio? Io voglio, mio signore, mio re, avere un assaggio di
serenità. Provare la gioia di vivere in un mondo libero dall’ansia e
dalla paura”.
Possiamo, dunque, affermare che il mito di Shahrazad,
se lo si spoglia dei fronzoli occidentali e lo si veste degli attributi
originari, rappresenta un modello femminile attualissimo. E' il modello di una donna
che combatte la
paura con il dialogo. E' il mito della 'grande affabulatrice' che valorizza la
propria tradizione culturale per trasformare l'esistente.

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S
H A H R A Z A D
da "Mille e una notte"
Nella
traduzione e
rielaborazione occidentale di
Antoine de Galland
*
Nell’antica
India governava un grande re, sapiente e forte, discendente della stirpe
dei Sassanidi. Alla sua morte i due figli, generosi e saggi, avevano
pacificamente accettato la volontà del padre che lasciava al
primogenito tutto il regno, grande dalla Persia alla gran Tartaria,
la cui capitale Samarcanda splendeva per le cupole di porcellana e
d’oro.
Alcuni anni
dopo il re Shahriyar mandò il suo gran visir dal fratello per invitarlo
a corte. Proprio prima della partenza il re di Tartaria si accorse della
perfidia della sua sposa e con gran dolore dovette farla uccidere
insieme all’amante. Arrivato alla residenza del fratello non riusciva
a dimenticare la sua disgrazia e nulla poteva alleviare il suo dolore,
non volle neppure partecipare ad una battuta di caccia al cervo, nei
boschi vicini.
Mentre il re Shahriyar era fuori, si accorse che la
cognata e dieci ancelle si concedevano piaceri proibiti e fedifraghi.
Quando il sovrano venne a conoscenza del tradimento ed entrambi i
fratelli appurarono che molte erano le donne infedeli, i loro cuori si
indurirono. Così, mentre il giovane tornava a Samarcanda, il re emanò
un editto dichiarando che i suoi prossimi matrimoni sarebbero durati
solo un giorno, al mattino successivo la sposa sarebbe stata
strangolata.
Numerose furono le fanciulle che
subirono questa sorte ed i genitori delle poverine gemevano: nella città
le ragazze venivano tenute nascoste, ma a volte, inutilmente. Il gran
visir, suddito onesto e fedele, aveva due figlie, entrambe virtuose e
belle. La maggiore, anche colta, vivace e sapiente, chiese al padre di
essere portata dal re accordandosi con la sorelle affinché,
mentre lei giaceva col re nell’alto letto reale d’uso in quei paesi,
la sorella si stendesse su una stuoia ricordando di svegliare la sposa
prima dell’alba.
Il gran visir accompagnò suo malgrado le figlie alla
reggia. Quando il re fece scoprire il volto alla saggia Shahrazad,
rimase incantato dalla sua bellezza: la forma ovale, gli occhi
vellutati, la pelle liscia bianco-rosata, i capelli neri intrecciati a
fili d’argento con al centro una mezza luna incastonata di diamanti;
gli orecchini erano stelle dondolanti; l’abito, che finiva su pesanti
pantaloni a sbuffo, era con fili d’argento e rosa. Il re fu felice per
le ore d’amore donategli durante la notte dalla giovane sposa, per
questo esaudì il suo desiderio di poter raccontare alla sorella una
favola, prima che il nuovo giorno la portasse alla morte.
La fanciulla cominciò a raccontare, la
sua voce voluttuosa si accompagnava con musica di magica dolcezza.
L’alba la trovò mentre ancora descriveva con parole appropriate e
movenze graziose, sottolineate dal fruscio dei veli e dai monili
tintinnanti. Il re era molto interessato al racconto e sospese
l’esecuzione per poter conoscere la fine della storia.
Giorno dopo giorno, il primo sole
colorava di rosa le sete tessute d’argento e d’oro della sala, i
cofani rivelavano i loro tesori sfavillanti di rubini e diamanti
incastonati con certe perle e zaffiri, il racconto continuava e la vita
acquistava un nuovo interesse e significato. Le ore trascorrevano
veloci, affrettate dal desiderio del re di giacere con la giovane
fanciulla ed ascoltare le sue parole che evocavano sultani, mercanti,
maghi, geni, principesse e marinai.
Quanti personaggi prendevano vita grazie
alla fantasia della giovane! Anni ed anni finché un giorno Shahrazad
chiese ai servi eunuchi di portare alla presenza sua e del re i tre
figlioletti nati dalla loro unione. Guardandolo, con gli occhi profondi
colmi d’amore e devozione, brillanti ancora di luci di tante notti di
veglia, gli chiese se fosse stato soddisfatto o fosse ancora
intenzionato a mettere in atto il suo editto mandandola a morte.
“Che
Allah benedica te, tuo padre e tua madre, la tua stirpe e la tua
discendenza!” le rispose il sultano. Fu
fatta gran festa: il re elargì doni ai ministri e ai dignitari; la
città fu ornata da lumi e cortei in festa per trenta giorni. Shahriyar
e il suo regno condussero vita felice e gioconda, ed il ricordo di Shahrazad, la nobile fanciulla, persiste, pur col passare del tempo.
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* Antoine de Galland (1646-1715),
interprete e scrittore francese, si dedicò con grande interesse
all’approfondimento della conoscenza ed alla diffusione della cultura
orientale in Europa. Dopo numerosi viaggi e permanenza tra sultani e
sceicchi a Damasco, Bassora e Costantinopoli, fece ritorno a Parigi dove
aveva studiato lingue orientali. Pubblicò, oltre alla traduzione del
Corano, un’appassionante storia di Saladino e la vita di Genghiz Khan,
fondatore dell’impero mongolo dei Tartari. Dal 1709 ricoprì la
cattedra di professore di arabo al College de France. La sua fama è
legata alla raccolta e traduzione delle “Mille e una notte”, più di
200 racconti arabi testimoni della vita sociale, culturale e religiosa
dell’antico mondo islamico, per secoli narrati da cantastorie ed
illustrati da miniaturisti che, con finissimi disegni in oro zecchino e
colori a tempera fissavano su avorio o pergamena le scene più amate
delle fiabe, come quella di Aladino, dove l’intelligenza del giovane e
l’amore della principessa permettono di sconfiggere il mago africano,
con l’aiuto della lampada magica. Raffigurate con pregevole arte
furono pure la rara grazia della Bella Persiana e l’ammirazione del
suo innamorato Nur Al-Din e gli sfavillanti tesori di Ali Babà. La
corte di Versailles e lo stesso Re Sole Luigi XIV rimasero affascinati
dall’opera complessa che faceva conoscere la storia, gli usi, i luoghi
dove l’antica cultura persiana si era mescolata a quella di tanti
popoli di diversi paesi, dall’Egitto alla Siria, dalla Turchia alla
Persia, dall’India alla Russia sino alla Cina.

SHAHRAZAD
SCONFIGGE LA MORTE
Adriana Cavarero

.....Il tema risaputo
"della parentela della scrittura con la morte", ovverosia del
"rapporto che il linguaggio intrattiene con la morte", è
emerso come uno dei punti saldi del pensiero contemporaneo.
Si tratta, secondo Foucault, di un rapporto produttivo che dilata il
lavoro del testo. Sulla linea della morte, per fermare ciò che lo
fermerà, il linguaggio riflette se stesso come in uno specchio, e
reagisce al decreto della sua estinzione moltiplicandosi all'infinito
mediante questo gioco speculare. Ne darebbe testimonianza proprio la
scena dei Feaci, dove viene in primo piano "il canto dell'aedo che
già cantava Ulisse prima dell'Odissea e prima di Ulisse stesso
(visto che Ulisse lo ascolta), ma che lo canterà indefinitamente dopo
la sua morte (perché per lui Ulisse è come se fosse già morto); e
Ulisse, che è vivente, lo riceve, questo canto, come la sposa riceve lo
sposo colpito a morte". 1 Insomma, in una danza di intrattenimento
con la morte, il racconto torna circolarmente a raccontarsi, si
autoproduce in una narrazione potenzialmente infinita sulla soglia di
quella fine che attira e genera la narrazione stessa.
...In netta opposizione
all'epica greca sta, per Foucault, il racconto arabo delle Mille e
una notte che ha invece come motivazione il non morire: "si
parlava, si narrava fino all'alba per evitare la morte, per rimandare
quella scadenza che avrebbe chiuso la bocca al narratore. Il racconto di
Shahrazad è il contrario accanito dell'assassinio, è lo sforzo
ripetuto ogni notte per mantenere la morte fuori dal cerchio
dell'esistenza". 2 Diversamente dalla narrazione omerica, Shahrazad
nega quindi alla morte la funzione di alimentare il potere immortalante
del racconto. Diversamente dai filosofi contemporanei, ella fa del
racconto un mezzo ancora potente per scongiurare la morte. C'è comunque
una curiosa affinità tra la scena di Shahrazad e e quella che Foucault
vede svolgersi alla corte dei Feaci. Su ambedue il racconto, come in un
gioco speculare, prolifera e si moltiplica.
....Come è noto, il
libro delle Mille e una notte consiste nella compilazione di
storie fantastiche all'interno di una storia che le fa da cornice.
Procedimento ampiamente utilizzato nella narrativa di invenzione - basti
pensare, per stare in casa nostra, al Decameron - la cornice "esibisce, vistosamente, l'atto stesso del narrare". 3
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Il
mondo orientale da due
punti
di vista
Harun ar-Rashid, il quinto califfo della
dinastia degli Abbasidi, definito da Mernissi 'il califfo sexy'.
Gaston Saintpierre, "Chetahate (les
danseuses)". |
La cornice è
dunque il racconto che genera il racconto, esibendo senza mistero questa
sua funzione generativa. Nelle Mille e una notte, essa consiste in una
storia che apre e chiude la proliferazione interna delle storie.
.....Shahrazad è una
figura speciale nello straordinario scenario di misoginia - che
vede il sultano far strangolare la moglie infedele, aggiungendovi la
decapitazione immediata di tutte le sue serve, per poi riservarsi una
lunga serie di notti nuziali con strangolamento mattutino accluso.
Veniamo infatti a sapere che "aveva un coraggio superiore al suo
sesso, uno spirito singolare e una meravigliosa perspicacia, aveva molto
letto, ed era di memoria tanto prodigiosa che non s'era dimenticata di
alcuna cosa". 4
C'è così, nella costruzione narrativa, un
gioco bipolare evidente. Da un lato, sta il sultano come simbolo di una
posizione maschile di misoginia e crudeltà. Dall'altro lato, sta
Shahrazad come simbolo di una sapienza femminile capace di smentire il
pregiudizio misogino e di sconfiggerne gli effetti violenti.
L'elemento più interessante non consiste tuttavia in questa pur anomala
vittoria del femminile sul maschile, ma nel tipo di sapienza che
Shahrazad incarna. Si tratta appunto dell'arte, tutta muliebre, del
narrare.
In altri termini, di vaste letture e di buona memoria, la
fanciulla viene sintomaticamente a confermare in terra araba tanto la
"diva" che Omero invoca per il suo canto, quanto la mitica
Calliope che, come ogni Musa, è figlia di Mnemosyne.
Non occorre del
resto disturbare l'epica antica per incontrare la storyteller: vecchie
streghe o sagge nutrici, nonne o cicogne, fate o sibille, stanno in ogni
punto dell'immaginario letterario a testimoniare le fonti e le pratiche
femminili del narrare.
Entrata nella nostra tradizione agli inizi del
Settecento e divenuta ben presto la narratrice per antonomasia, Shahrazad funziona così da significativo legame fra un Oriente e un
Occidente che concordano su una matrice femminile del racconto.
Le donne
raccontano storie, e c'è sempre una forma all'origine del potere incantatore
di ogni storia. |
Avvertite della matrice femminile del racconto, possiamo dunque scendere
nel dettaglio della storia cha fa da cornice. Di indole coraggiosa e
perspicace, la fanciulla araba legge, ricorda e racconta. Ella non è
dunque l'autrice delle storie, bensì colei che le tramanda.
Completamente sua è tuttavia l'arte di scegliere le occasioni e i modi
che riguardano la narrazione. Nessuno, infatti, la costringe a
prodigarsi nel suo talento, anzi, è lei stessa a decidere di rischiare
la vita per salvare con la sua arte altre vergini da un'inevitabile
morte. Lungi dal trovarsi involontariamente in una situazione dove le
tocca di raccontare per non morire, Shahrazad vive quindi per
raccontare e perché altre vivano. La morte, che incombe alla fine di
ogni racconto, è stata sfidata per una scelta esplicita.
Per decreto di
un campione della virilità, che fa coincidere le sue prestazioni
sessuali con l'assassinio, c'è ogni giorno nel regno "una
fanciulla maritata e una donna morta" secondo un ritmo ossessivo
che consuma in un sol giorno la verginità e la vita di sempre nuove
spose. Contrariamente alla legge del sultano, che fa seguire la morte al
sesso, la legge di Shahrazad fa seguire al sesso il racconto, slegando
il sesso medesimo dalla morte e dal rito della deflorazione. La
narrazione e l'amore coniugale procedono di pari passo in Mille e una
notte. Il racconto non solo ferma la morte, ma guadagna il tempo per
generare vita. Sulla scena narrativa della relazione, nonostante il suo
marchio terrificante, eros e racconto obbediscono ad un unico ritmo.
Note
1. Michel Foucault,
Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984 p. 74
2. Michel
Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984 p. 4
3. Renato Cavallaro,
Sociologia e storie di vita: il "testo", il "tempo"
e lo "spazio" , in Biografia, storia e società, a cura di
Maria I. Macioti. Liguori, Napoli, 1965, p. 61
4. Le mille e una
notte, Orsa Maggiore, Vicenza, 1994, p. 29
Fonte:
Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia
della narrazione, Feltrinelli, 1997. Il capitolo da cui sono tratti
i brani è intitolato "Shahrazad intrappolata nel testo"
e si estende da p. 153 a p. 165
Biografia
- Adriana
Cavarero è nata a Brà, (Cuneo) nel 1947 e insegna Filosofia politica
all'Università di Verona ed è Visiting Professor presso la New York
University. È esponente del "pensiero della differenza
sessuale". Insieme con altre studiose ha costruito, in questi anni,
la Libreria delle donne di Milano e la Comunità filosofica Diotima di Verona. Il
suo lavoro è stato tradotto con successo in Europa e negli Stati
Uniti. Le sue diverse competenze disciplinari vanno dall'antichistica al
pensiero politico. Ha pubblicato diversi saggi in volumi collettivi e in
riferimento alla politica delle donne ricordiamo i saggi comparsi in
Diotima. Il pensiero della differenza sessuale (Milano, 1987) e in
Diotima. Mettere al mondo il mondo (Milano, 1990). Fa parte del Comitato
direttivo del Cbetro per il lessico europeo e collabora a numerose
riviste tra cui Micromega, su cui ha scritto uno dei suoi saggi forse più
belli, Nascita, orgasmo, politica.
Bibliografia -
Nonostante Platone.
Figure femminili nella filosofia antica, Ed. Riuniti, 1990;
Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli,
1995 (2000);
Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione,
Feltrinelli, 1997 (2001);
Le filosofie femministe, con Franco Restaino, Paravia/Scriptorium, 1999
(Bruno Mondadori 2002);
A più voci. Filosofia dell'espressione vocale, Feltrinelli, 2003.

LA
STORIA CARDINALE DELLE MILLE E UNA NOTTE
Bruno
Bettelheim
Secondo
la storia cardinale delle Mille e una notte, i due protagonisti,
uno di sesso maschile e uno di sesso femminile, s'incontrano nella
grande crisi delle loro esistenze; il re disgustato della vita e pieno
di odio per le donne; Shahrazad che teme per la propria vita, ma è
decisa ad ottenere la propria liberazione e quella del re. Essa
raggiunge il suo obiettivo raccontando molte fiabe; nessuna storia
singola potrebbe conseguire questo risultato, perché i nostri problemi
psicologici sono troppo complessi e di difficile soluzione. Soltanto
un'ampia varietà di fiabe potrebbe fornire l'impulso per una simile
catarsi. Ci vogliono quasi tre anni di continua narrazione di fiabe per
liberare il re dalla sua profonda depressione, per ultimare la sua cura.
Ci vuole il suo attento ascolto delle fiabe per mille notti per
reintegrare la sua personalità completamente disintegrata.
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La comprensione del
significato della propria vita non viene
improvvisamente acquisita a una particolare età, neppure quando la persona
ha raggiunto la maturità psicologica.
Al contrario, è l’acquisizione di
una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato
della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità
psicologica.
Bruno
Bettelheim |
Le fiabe hanno significati a molti livelli diversi. A un altro livello
di significato, i due protagonisti della storia rappresentano le
contrastanti tendenze all'interno di noi che, se non riusciamo ad
integrarle, inevitabilmente ci distruggono. Il re rappresenta una
persona completamente dominata dall'Es perché il suo Io, in seguito a
gravi delusioni sofferte nella sua vita, ha perso la forza di tenere
sotto controllo il proprio Es. Dopo tutto, il compito dell'Io è quello
di proteggerci da una deprivazione distruttiva, che nella storia è
simboleggiata dal tradimento sessuale subito dal re; se l'Io non riesce
ad ottenere ciò, perde il suo potere di governare le nostre vite.
L'altro personaggio della storia cardinale, Shahrazad, rappresenta l'Io
com'è chiaramente suggerito da questa precisazione: "Essa aveva
raccolto un migliaio di cronache di popoli estinti e di poeti defunti.
Inoltre, aveva letto libri di scienza e di medicina; la sua memoria
eraricolma di versi, storie e folclore, e dei detti di re e di sapienti,
ed essa era saggia, prudente e gentile", un'enumerazione
esauriente degli attributi dell'Io. Così l'Es incontrollato (il re)
diventa alla fine, dopo un lungo processo, civilizzato grazie
all'impatto di un Io incarnato. Ma è un Io dominato in enorme misura
dal Super-io, a tal punto che Shahrazad è decisa a rischiare la propria
vita. Essa dice: "O io sarò il mezzo di liberazione delle
figlie dei musulmani dall'assassinio o morirò e perirò come altre sono
perite." Suo padre tenta di dissuaderla e l'ammonisce: "Non
mettere a repentaglio in questo modo la tua vita!" Ma
nulla può distoglierla dal suo intento ed essa insiste: "Così
deve essere."
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In Shahrazad vediamo quindi un Io dominato dal Super-io, che diventato
talmente scisso dall'Es egoistico da essere disposto a rischiare la vita
stessa della persona per ubbidire ad un imperativo morale.; nel re, un
Es che si è separato dall'Io e dal Super-io.
Avendo un Io così forte, Shahrazad affronta la sua missione morale con un piano: essa farà in
modo di raccontare al re una storia così avvincente che egli vorrà
ascoltarne il resto, e per questo motivo le risparmierà la vita.
E
infatti quando spunta l'alba ed essa interrompe la sua storia, il re
dice fra sé: "Non la ucciderò finché non avrò sentito il
resto della storia!" Ma le sue incantevoli novelle, di cui il
re vuole sentire il seguito, fanno rimandare la sua morte solo da un
giorno all'altro.
Per la "liberazione" che Shahrazad si è
prefissa come suo obiettivo è necessario dell'altro.
Soltanto una persona il cui Io abbia imparato ad attingere alle energie
positive dell'Es per i suoi fini costruttivi può poi affidare a questo
Io il compito di controllare e civilizzare le propensioni omicide dell'Es.
Soltanto quando l'amore di Shahrazad per il re le impone di continuare
la narrazione delle storie - cioè quando il Super-io (il desiderio di
liberare "le figlie dei musulmani dall'assassinio") e l'Es (il
suo amore per il re, a cui essa vuole stendere la liberazione,
liberazione dal suo odio e dalla sua depressione) contribuiscono
entrambi all'arricchimento dell'Io - essa diventa una persona
completamente integrata.
Una simile persona, insegna la storia
cardinale, è in grado di liberare il mondo dal male e nel contempo di
ottenere la felicità per se stessa e per il suo simile infelice,
convinto di non poter aspirare alla gioia. Quando essa dichiara il suo
amore per il re, egli dichiara il suo amore per lei.
La miglior
testimonianza che possiamo avere circa il potere di tutte le fiabe di
trasformare la nostra personalità è il finale di questa storia, la
storia cardinale delle Mille e una notte: l'odio omicida è stato
trasformato in amore duraturo.
Un altro elemento della storia cardinale delle Mille e una notte è
degno di menzione.
Shahrazad esprime fin dall'inizio la speranza che la
narrazione di fiabe possa "far cambiare al re le sue
abitudini", ma per questo ella ha bisogno dell'aiuto della sua
sorellina Dunyazad, a cui fornisce le seguenti istruzioni: "Quando
io andrò dal sultano, ti manderò a chiamare, e quando tu verrai da me
e vedrai che il re ha fatto quello che ha voluto con me, mi dirai:
"O sorella mia, non addormentarti, raccontaci alcune delle tue
meravigliose storie, per farci ingannare le ore di veglia di questa
notte." |
"Le
mille e una notte" in Occidente

1840. Eugene Laville

1913. Ille Edmond Dukac, principessa Badoura

1896. William Strang, Sinbad il marinaio

1897. Aubrey Beardsley, Alì Baba

1873. Walter Crane, Alì Baba e i 40 ladroni |
Così, in un certo senso, Shahrazad e il re sono come
marito e moglie e Dunyazad è come la loro figlia. E' il suo desiderio
espresso di ascoltare delle fiabe che forma il primo legame tra il re e
Shahrazad. Alla fine del ciclo Dunyazad è sostituita da un bambino, il
figlio del re e di Shahrazad, che essa dà al re quando dichiara il suo
amore per lui. L'integrazione della personalità del re è sancita dal
fatto che egli deve diventare un padre di famiglia.
Ma prima che noi possiamo conseguire un'integrazione matura della nostra
personalità come quella proiettata nella figura del re alla fine delle Mille
e una notte, dobbiamo attraversare faticosamente molte crisi di
sviluppo, due delle quali, strettamente connesse tra loro, sono fra le
più difficili da superare.
La prima di esse si accentra sul problema dell'integrazione della
personalità. Chi sono io in realtà? Date le tendenze contraddittorie
che esistono in me, a quali di esse dovrei reagire? La risposta della
fiaba è la stessa offerta dalla psicoanalisi: per evitare di essere
sconvolti dalla nostre ambivalenze e, in casi estremi, di esserne
lacerati, è necessario che noi le integriamo. Soltanto in questo modo
possiamo conseguire una personalità unificata in grado di affrontare
con successo, e con intima sicurezza, le difficoltà della vita.
L'integrazione interiore non è qualcosa che venga raggiunto una volta
per tutte; è un compito che ci troviamo di fronte per tutta la vita,
benché in diverse forme e gradi.
Le fiabe non presentano tale
integrazione come un'impresa di tutta la vita; ciò sarebbe troppo
scoraggiante per il bambino, che trova difficile raggiungere
un'integrazione anche temporanea delle proprie ambivalenze. Invece, ogni
fiaba proietta sotto la specie del suo "lieto" fine
l'integrazione di qualche conflitto interiore. Dato che esistono
innumerevoli fiabe, ciascuna con una qualche forma di conflitto
fondamentale come tema, nella loro combinazione queste storie dimostrano
che nella vita noi ci troviamo di fronte a molti conflitti che dobbiamo
risolvere, ciascuno al momento giusto.
La seconda difficilissima crisi di sviluppo è il conflitto
edipico. E' una serie di dolorose e disorientanti esperienze attraverso
le quali il bambino diviene realmente se stesso se riesce a separarsi
dai suoi genitori. Perché questo sia possibile, egli deve liberarsi dal
potere che i genitori hanno su di lui e - impresa molto più difficile -
dal potere che egli ha conferito loro a motivo della sua ansia e del suo
desiderio che essi gli appartengano per sempre, così come egli sente di
essere appartenuto a loro.
La maggior parte delle fiabe discusse nella prima parte di questo libro
proiettano la necessità dell'integrazione interiore, mentre quelle
trattate nella seconda parte riguardano problemi edipici. Nel
considerarle saremo passati dal più famoso ciclo di fiabe del mondo
orientale alla tragedia germinale del dramma occidentale e - secondo
Freud - della vita di tutti noi.
Fonte:
Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati
psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli 1977, pp. 86-90
Biografia: nato
a Vienna nel 1903, reduce dal lager, si trasferì in America dove ha
fondato e diretto la Orthogenic School per bambini psicotici; si e'
tolto la vita nel 1990. Tra i massimi esperti di psicologia infantile.
Opere: Il prezzo della vita, Adelphi; Sopravvivere,
Feltrinelli; I figli del sogno, Mondadori; Dialoghi con le
madri, Comunità; L'amore non basta, Ferro; Ferite
simboliche, Sansoni; La
fortezza vuota, Garzanti; Il mondo incantato, Feltrinelli; Psichiatria
non oppressiva, Feltrinelli; Imparare a leggere (con Karen Zelan),
Feltrinelli; Freud e l'anima dell'uomo, Feltrinelli; Un genitore quasi
perfetto, Feltrinelli. Cfr. anche il libro ricavato da un'ampia
intervista televisiva: Bruno Bettelheim, Daniel Karlin, Uno sguardo
diverso sulla follia, Cittadella.


Shahrazad
in Oriente:
la
mente di una donna come la più potente arma erotica
Fatema
Mernissi

.....Le Mille e una notte inizia come una tragedia,
una tragedia di tradimento e vendetta omicida che oppone uomini e donne,
e finisce come una favola, grazie alla capacità intellettuale di
Shahrazad di leggere nella mente del marito.
....Cambiare la mente di un assassino pronto ad
ucciderti, narrandogli delle storie, è un'impresa straordinaria che esigeva dalla potenziale vittima il possesso di
tre doti strategiche:
una vasta riserva di informazioni, una lucida comprensione della mente
criminale, e molto sangue freddo per agire.
La prima dote è di natura intellettuale: si tratta
di avere pronte una dovizia di conoscenze dalla quale selezionare le
storie. La cultura enciclopedica di Shahrazad è descritta nelle prime
pagine del libro: "Shahrazad aveva letto i libri di letteratura,
filosofia e medicina. Conosceva a memoria la poesia, aveva studiato i
resoconti storici, ed era ferrata nei proverbi degli uomini e nelle
massime di saggi e re. Era intelligente, ben informata, saggia e
raffinata. Aveva letto e aveva imparato" (1)
|
La
sola differenza tra un Imam e Kant, considerato il maggiore nume
dell'Illuminismo tedesco, è che la frontiera tra l'uomo e la
donna non concerne la divisione dello spazio in privato
(riservato alle donne) e pubblico (riservato agli uomini), ma
opera una divisione chirurgica in una inestricabile matassa di
qualità umane come la bellezza (riservata alle donne) e
l'intelligenza (riservata agli uomini).
Fatema
Mernissi, L'Harem e l'Occidente, p. 79 |
Ma, come sapete, la conoscenza da sola non abilita
una donna a influenzare gli uomini al potere su questioni fondamentali,
come abbandonare l'uso della violenza, cosa che Shahrazad seppe gestire
con successo. In Occidente, sono un numero straordinario di donne di
cultura superiore impegnate in progetti di pace e contro il nucleare,
eppure i loro moderni Shahryar continuano a produrre armi in enormi
quantità. Di qui l'interesse ad analizzare il successo di Shahrazad,
per quanto si tratti solo di fiction. In effetti, non si dovrebbe mai
sottovalutare la fiction, specialmente ora che la realtà virtuale è
parte tangibile della nostra modernità.
La seconda dote è di natura
psicologica: un uso del
linguaggio tale da cambiare la mente di un pazzo criminale. Servirsi del
dialogo per disarmare l'omicida: questa era l'ardita, ma vincente,
strategia di Shahrazad. Per arrivare allo scopo la vittima deve avere
una buona conoscenza delle probabili mosse del criminale e integrarle,
come in una partita a scacchi, nella prevedibilità degli eventi in
essere. Va ricordato che il re, l'aggressore, all'inizio non parla con
Shahrazad. Durante i primi sei mesi resta in silenzio e ascolta senza
articolar parola. L'aggressore osserva in silenzio la sua vittima per
più di un centinaio di notti, così Shahrazad, per sapere cosa gli
passa per la testa, non ha altro modo che osservare le sue espressioni
facciali e il linguaggio corporeo e, sulla base di queste poche chiavi,
decidere la prossima mossa. Come continuare a parlare nella notte senza
commettere un fatale errore di calcolo psicologico? Shahrazad deve
tirare ad indovinare, e indovinare con esattezza, perché il più
piccolo errore potrebbe esserle fatale. In campo militare, questo tipo
di lavoro mentale, ovvero la capacità di usare la propria riserva di
conoscenze per prevedere gli eventi, comprese le probabili reazioni
psicologiche dei loro protagonisti, è chiamato strategia.
|
L'ultima dote richiesta è il sangue freddo, la
capacità di controllare le proprie paure al punto da continuare a
pensare con lucidità e poter agire indipendentemente da esse, in modo
da condurre la dinamica della interazione invece di essere condotti
dall'aggressore. Shahrazad sopravvive perché si rivela una stratega di
prim'ordine. Se si fosse spogliata, come le vamp hollywoodiane o le
odalische di Matisse, e si fosse stesa passivamente nel letto del
furioso re, sarebbe stata uccisa, perché a quell'uomo non serviva il
sesso, gli serviva una psicoterapeuta. Shahryar soffriva di un'acuta
forma di autosvalutazione, come chiunque di noi scopra di avere le
corna. Il re era furioso perché non capiva l'altro sesso e la ragione
del tradimento di sua moglie.
Quest'abilità intellettuale da parte di una donna
senza potere, questa sua accurata lettura di una situazione complessa,
è ciò che la mette in grado di sconvolgere l'equilibrio del potere e
di vincere. Questo è il motivo per cui, anche oggi, molte donne come me
che si sentono totalmente imbranate in politica, ammirano Shahrazad.
Molti occidentali si chiedono, però, se Shahrazad
non sia un cattivo modello per le donne moderne. Io penso che se la si
colloca in un contesto eminentemente politico, spesso trascurato in
Occidente dove il personaggio è ridotto a frivola intrattenitrice, la
sua pertinenza come modello di comportamento diventa palese. Se ci si
concentra sul suo obiettivo e su come ha salvato non solo se stessa ma
un intero regno, agendo lentamente sul principale responsabile delle
decisioni (il re), la sua iniziale posizione di debolezza non fa che
esaltare il risultato raggiunto.
|
La
donna nella tradizione orientale

Due miniature dela principessa Shirin del
Khamsah, che nella tradizione orientale incarna una donna bella e
dignitosa, indipendente e coraggiosa, che ama viaggiare da sola
e cavalcare animali pericolosi.

|
La scrittrice inglese Antonia Byatt coglie nel segno
quando osserva che sebbene la storia "appaia una storia contro le
donne" a causa dell'iniziale assoluta disparità tra Shahrazad e
suo marito, alla fine la situazione, ad opera della stessa donna,
risulta totalmente capovolta. (2)
Non solo la sua strategia funziona, dal momento che
il re rinuncia infine al suo macabro progetto di decapitare le sue spose
all'alba, ma riesce anche, lentamente, a sovvertire le convinzioni, le
motivazioni e la psiche profonda del marito, dato che egli riconosce,
dopo i primi sei mesi, di aver avuto torto assoluto nella sua collera
contro le donne: "O Shahrazad, tu mi hai fatto dubitare del mio
potere regale, e mi hai fatto pentire della violenza che ho usato alle
donne, di aver ucciso così tante di loro". (3)
|
La
donna orientale nella tradizione occidentale

Ingres, Bagno turco
La donna orientale è rappresentata dagli
europei come corpo in attesa del maschio. L'harem è un carnaio,
dove le donne sono immobili, nude, silenziose.

Ingres, Odalisca |
Tale frase, con cui un violento despota riconosce che
dialogare con la moglie ha cambiato la sua visione del mondo e lo ha
portato a considerare il suo passato politico, ha ispirato molti famosi
scrittori arabi del XX secolo, i quali hanno attribuito a Shahrazad, e
alle donne attraverso di lei, lo status di agenti civilizzatori.
Pace e serenità sostituiranno la violenza nelle
intenzioni e nella pratica degli uomini, predisse Taha
Hussein,
influente pensatore egiziano, se essi si lasceranno redimere dall'amore
di una donna.
Nel suo I sogni di Shahrazad, pubblicato nel 1943, la
narratrice diventa il simbolo degli innocenti travolti dalla Seconda
Guerra Mondiale, se pure fu provocata dall'Occidente, coinvolse tanti
altri che non ne erano responsabili, come gli arabi e l'intera
popolazione del pianeta. (4)
Il re Shahryar incarna l'incomprensibile e tragica
sete di sangue degli uomini. Shahryar arriva a rendersi conto, dopo aver
ascoltato per anni la sua prigioniera, che la donna seduta sul suo letto
è depositaria di un prezioso segreto.
Se solo egli potesse capire
chi è e che cosa vuole, ne avrebbe in cambio una crescita emotiva e la
serenità.
Shahryar:"Chi sei tu e che cosa vuoi?"
Shahrazad: "Chi sono? Io sono Shahrazad, che per
anni ti ha offerto di ascoltare le sue storie perché era così
spaventata da te. Ora ho raggiunto uno stadio in cui posso darti
amore perché mi sono liberata dalla paura che tu mi ispiravi. Che cosa
voglio? Io voglio, mio signore, mio re, un assaggio di serenità.
Provare la gioia di vivere in un mondo libero dall'ansia".
|
La redenzione, nelle riflessioni di
Taha Hussein
sulla barbarie, ha inizio quando si stabilisce un dialogo tra i
detentori del potere e coloro che ne sono privi. La civiltà fiorirà
quando gli uomini impareranno a dialogare nella loro intimità con gli
essere umani più vicini a loro, le donne con cui dividono il letto. Il
fatto che Taha Hussein fosse cieco, e per questa sua menomazione non
idoneo a prendere parte alla guerra, proprio come le donne, contribuì a
risvegliare negli anni Quaranta il simbolismo medievale di Shahrazad
legando l'umanesimo al femminismo.. Qualsiasi riflessione sulla
modernità come chance di liberarsi dalla violenza dispotica assunse la
forma, nel mondo musulmano, di una necessaria presa di posizione dei
filosofi a favore delle donne, a cominciare da Qasem
Amin, campione del
femminismo nel XIX secolo, fino a oggi.
Basta sfogliare la stampa o, grazie alle antenne
satellitari, fare un po' di zapping sulle televisioni musulmane, per
accorgersi che ogni dibattito sulla democrazia sfuma nel dibattito sui
diritti delle donne e viceversa, indipendentemente dal luogo in cui ci
si trova, in Indonesia come in Afghanistan, Turchia o Algeria. Il
misterioso legame esistente tra il pluralismo e il femminismo nel
travagliato mondo islamico di oggi, conferisce all'ombra di Shahryar una
inquientante vivezza.
Nella Mille e una notte ,
che è vecchia di secoli, Shahryar ammetteva che odiare le donne era una
malattia e che un uomo normale dovrebbe usare le parole al posto della
violenza per risolvere la sue contese. E' questa capacità, da parte di
una donna intelligente, di analizzare la sua situazione e influire sui
pensieri degli uomini, portandoli al dialogo e all'abbandono della
violenza, ciò che conferisce alla Shahrazad orientale le credenziali di
un moderno mito civilizzatore; un simbolo del trionfo della ragione
sulla violenza.

Shahrazad
in Occidente

Ingres, La grande odalisca
Il primo viaggio di Shahrazad in Occidente fu in compagnia di uno
studioso francese, Jean Antoine de Galland. Collezionista d'arte, in
viaggio per l'Oriente come segretario dell'ambasciatore francese,
Galland fu il primo traduttore delle Mille e una notte. Questo
lavoro lo avrebbe ossessionato fino alla morte, avvenuta nel 1715.
Nel 1704, all'età di cinquantotto anni, Galland
conobbe un successo fulmineo, non appena cominciò a far narrare a
Shahrazad le sue storie in lingua francese. I dodici volumi della sua
opera furono pubblicati nell'arco di tredici anni e due di essi
apparvero postumi. Allo stesso tempo, Shahrazad riusciva laddove i
musulmani che combatterono i crociati avevano fallito: con il solo uso
del linguaggio, soggiogò la cristianità, dai cattolici devoti fino
agli ortodossi e ai protestanti.
......E, fatto piuttosto
curioso, in tutto questo gran tradurre, la Shahrazad intellettuale andò
perduta, perché agli occidentali interessavano solo due aspetti:
l'avventura e il sesso -in una forma bizzarramente ristretta di
linguaggio del corpo femminile (abbigliamento e danza), che distoglieva
l'attenzione dal terrificante dialogo tra i sessi. Certo che il samar,
quell'esile voce di donna impaurita che parla a un uomo insicuro e
travagliato, nel profondo silenzio della notte, non si trovava da
nessuna parte nell'Europa cristiana.
L'interesse occidentale per
l'avventura fu limitato, per un secolo intero, agli eroi maschili come
Sindbab, Aladino e Alì Babà, mentre Shahrazad dovette aspettare più
di cento anni, fino al 1845, quando Edgar Allan Poe
pubblicò "The
Thousand and Second tale of Shahrazad", per essere riconosciuta
come un'abile maestra di fantascienza. (5)
...Che Maria Antonietta, nel 1778, alla vigilia della
Rivoluzione francese, apparisse vestita da Sultana, o con un abito di
tipo caftano, non aiutò a restaurare l'immagine della povera Shahrazad
come leader di una crociata politica contro il dispotismo e le gerarchie
ingiuste. Accanto all'avventura e al lusso dell'harem, il parlare di
sesso fu il terzo elemento che affascinò i lettori occidentali,
strangolati come erano tra la censura dei preti e la fredda condanna
delle emozioni da parte dei razionalisti. (6)
|
Le
mille e una notte
nel
cinema

Maria Montez, l'attrice divenuta famosa con i
film ispirati alle "Mille e una notte"

Il film di Jack Kinney del 1959

Il film di Pierre Gaspard Huit del 1962
Il film di John Rawlins del 1942 |
...Duecento anni dopo la traduzione di Galland, Shahrazad fece un ritorno spettacolare
nell'Europa del XX secolo... Le avvenne di cadere ostaggio nelle mani di
due artisti russi, Djagilev e Nijinsky. Entrambi la usarono per
celebrare il corpo come unica fonte di piacere, e riuscirono, nella
Parigi moderna, dove Shahryar aveva fallito nella Baghdad medievale -
mettere a tacere la narratrice per sempre.
Sergej
Djagilev lasciò la sua nativa Russia e si recò a Parigi con i
suoi Balletti russi nel 1910. Il suo allestimento di Shéhérazade
con i costumi di Leon Bakst, scatenò una nuova ondata di moda harem.
Quando lo stilista francese Poiret,
ispirato dal balletto e dal suo lascivo Oriente, lanciò i suoi
indimenticabili pantaloni da harem, la povera Shahrazad fu
condannata a esistere dall'ombelico in giù. Portava i pantaloni, sì,
ma non aveva più il cervello. Poteva danzare, ma sotto il comando di
Nijinsky.
...Vaslav Nijinsky influenzò anche Hollywood. Enfatizzando
in modo eccessivo la dimensione puramente sessuale della danza in
Oriente, cancellò la sua dimensione cosmica, che risale ai culti delle
dee, e passò un colpo di spugna sulle aspirazioni di Shahrazad a essere
qualcosa di più di una che dimena i fianchi.
...L'Oriente hollywoodiano,
ritratto nei film come Istanbul Express,
Kismet (1920), Lo
sceicco (1921), Il ladro di Baghdad (1924), e così via,
fu in larga misura influenzato dalle danze e dai costumi russi.
I
Balletti russi, che dopo il successo parigino fecero una tournée
negli Stati Uniti, ridussero la danza orientale a dei volgari fronzoli o
a satanica perversione. (7)
"La bellezza
femminile che proiettavano era una versione orientaleggiante, più o
meno spaventosa della "vamp" - termine che deriva da
"vampiro", il mostro che succhia sangue." (8)
...Decisamente, la vamp non è una che che incoraggia gli uomini al
dialogo, non vi pare? Piuttosto, sortisce l'effetto di esaltare la paura
del maschio.
Anche se molti occidentali
ai quali l'ho domandato hanno risposto di aver letto le Mille e una
notte da ragazzi, su libri di fiabe illustrate, ciò che sembra aver
avuto maggiore influenza su di loro è proprio il cinema.
Molti hanno
rievocato Maria Montez nella produzione di Notti
arabe della Universal nel 1942. Notti arabe "non è un film
canonico", spiega Matthew Bernstein
nel suo studio sull'Orientalismo nei film "ma incassò alcuni
milioni di dollari, durante la Prima Guerra Mondiale. Inaugurò una
serie di film a basso costo, fantasie in technicolor con protagonista
Maria Montez, affollati di donne succinte e despoti brutalmente crudeli
(Alì Babà e i 40 ladroni, La donna cobra, entrambi del
1944, e così via). La formula venne copiata da altre case
cinematografiche negli anni sessanta e promossa all'epica biblica e
antica, allora di moda sul grande schermo, come "Il re Salomone
e la regina di Saba (1959) e Cleopatra". (9)
La vamp si colloca
esattamente all'opposto di Shahrazad, la cui intelligenza mira a nutrire
gli uomini. Il potere cerebrale della vamp è atto a distruggere
il maschio e a succhiarne le energie.
Shahrazad non ha questi desideri
cannibali. Tutto ciò che vuole dagli uomini è dialogare con loro.
Parlare sottovoce nella notte. Come si spiega, dunque, questa strana non
recettività di Hollywood, di fronte al conviviale invito delle Mille
a colmare la distanza tra i sessi? |
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