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Introduzione
Maria Antonietta Pappalardo
Tra Sigmud
Freud
e Carl Gustav Jung ho sempre parteggiato per Jung. Sì, parteggiato, come assistessi
ad una partita tra dei di fronte alla quale non riesci comunque a
sentirti neutrale. Ancora oggi, se leggo le opere di Sigmud Freud,
'penso' mille cose positive (purché non parli della donna) ma 'sento'
una distanza, un dubbio rispetto a tutto quello che scopre; mi sembra
che parli di sé e dell'umanità, ma non di me. Se leggo Jung, faccio
fatica a pensare perché le sue scoperte 'risuonano' forte dentro il mio
essere dandomi la gioia, il terrore, la certezza che stanno dipanando e
riavvolgendo la matassa di tutta la mia vita.
D'altra
parte i due padri della psicoanalisi si separarono proprio perché erano
molto diversi. Freud ossessionato dal sesso (vero figlio del patriarcato
borghese), Jung ossessionato dal mistero dell'essere umano dentro
il mistero dello spazio e del tempo. Freud amante del metodo lineare, Jung indotto al metodo
circolare per la complessità stessa della materia osservata. Freud con le sue conclusioni
affacciate sull'abisso, Jung con le sue conclusioni aperte sulle
finestre umane e divine dell'individuo. Forse la radice della loro
diversità sta in queste parole di Jung:
"La differenza tra me e la
maggior parte degli altri uomini è che per me i "muri
divisori" sono trasparenti. E' questa la mia caratteristica. Altri ritengono i
muri così spessi, che al di là di quelli non vedono nulla, e perciò
credono che non vi sia nulla. In un certo qual modo io percepisco i
processi che si verificano nel profondo, e da ciò deriva la mia
certezza interiore. Chi non vede nulla non ha nessuna certezza, e non può
pervenire a nessuna conclusione, o non può fidarsi delle sue
conclusioni. Non so che cosa mi abbia consentito di percepire la
corrente della vita. Probabilmente l'inconscio stesso, o forse i miei
primi sogni. Essi hanno deciso il mio cammino fin dall'inizio."
Penso
che Freud abbia abbattuto per primo "i muri divisori" ma si sia fermato
poco oltre la soglia. Forse per dolore, forse per paura,
probabilmente perché governato dall'ambizione di rimanere il capo.
Jung non ha avuto bisogno di abbattere muri né di fermarsi, doveva
solo guardare ed interpretare, perché per lui, proprio come scrive
nella sua autobiografia "Ricordi, sogni, riflessioni",
"i muri divisori sono trasparenti" e questo gli consente
"di percepire la corrente della vita" anche al di là della
sua stessa volontà e della sua stessa paura.
Molte sono le opere che amo di Jung, ma ho scelto Tipi
psicologici, perché i due atteggiamenti generali
posseduti dal genere umano sono asimmetrici e danno luogo a due tipi
pisicologici, di cui l'uno, l'estroverso,
rappresenta l'Altro da sé per l'altro, l'introverso, e
viceversa. In verità in questo saggio
Jung non descrive soltanto
quella polarità caratteriale alla quale può essere ricondotta ogni
altra diversità del comportamento umano, ma si presenta come un
trattato di psicologia junghiana, prodigo di informazioni, di casi
clinici, di una cultura senza confini. Si può anche dire che il saggio
è una sorta di compendio del pensiero umano, in cui Jung ricostruisce i
conflitti sorti dal realizzarsi dei due caratteri fondamentali -
estroverso ed introverso - attraverso le storie di Tertulliano e Origene,
dei nominalisti e realisti medioevali, di Platone ed
Aristotele, di Abelardo e Schiller, di Spitteler e Goethe, di Nietzsche
e la
sua distinzione tra 'dionisiaco' e 'apollineo'.
Per rimanere nel tema dell'Altro da sé, qui riporto solo le pagine che analizzano
il comportamento estroverso e il comportamento introverso. Credo che ogni
lettore/lettrice sia curioso di scoprire quale atteggiamento in lui/in
lei è predominante e con quale funzione preferisce adattarsi al
difficile compito di vivere. Scoprire il proprio carattere con le parole
di Jung non è cosa da poco, giacché dal 1921 si sono sedimentati nel
senso comune falsi o nel migliore dei casi massificanti stereotipi
rispetto all'estroversione e all'introversione.
Soprattutto
nell'ambiente formativo in cui lavoro si è giunti a pensare che
estroverso sia sinonimo di studente solare, ottimista, sincero,
simpatico, che ama la
compagnia, che cerca la relazione e il dialogo, mentre introverso sia sinonimo
di un tipo cupo, pessimista, falso, antipatico, che cerca la solitudine, che fatica a
rapportarsi e perfino ad esprimersi. Era ed è considerata così negativa
l'introversione, che durante gli scrutini c'era sempre qualche collega
che, in sede di lettura dei giudizi finali, obiettava: "Introverso! Lo dobbiamo proprio
scrivere? La famiglia
rimane male..", quasi che stessimo sottoscrivendo un patto con il
diavolo per dare a quel determinato alunno un
futuro di misantropo, o di disadattato, o di truffatore, comunque un futuro
segnato dall'infelicità quanto quello dell'estroverso era segnato dalla
felicità.
Tutti
stereotipi. In
realtà, cosa dice Jung? Abbiamo due tipi generali
di atteggiamento: estroverso e introverso. L'atteggiamento
introverso
tende ad orientare la sua energia psichica verso il mondo interiore
(pensieri ed emozioni) mentre l'atteggiamento estroverso orienta
la sua energia verso il mondo esteriore (fatti e persone).
Ambedue
questi opposti atteggiamenti sono presenti nella personalità, ma di
regola uno di essi è dominante e cosciente, mentre l'altro è
subordinato e inconscio.
All'interno
di queste due tipologie generali abbiamo i tipi
funzionali. Cosa vuol dire? In
ogni persona vi sono quattro funzioni psicologicamente
fondamentali: il pensiero, il sentimento, la sensazione e
l'intuizione. Ciascuna di queste funzioni ci consente di
adattarci al mondo e alla vita. Il pensiero utilizza dei processi
logici, il sentimento utilizza dei giudizi di valore, la sensazione
percepisce i fatti e l’intuizione percepisce le possibilità presenti
dietro i fatti.
Il pensiero è intellettivo, con esso l'uomo cerca di comprendere la
natura del mondo e sé stesso. Il sentimento è il valore delle cose in rapporto al soggetto.
La sensazione ha la funzione percettiva, apporta fatti o
rappresentazioni concrete del mondo.
L'intuizione è la percezione attraverso processi dell'inconscio, l'uomo
intuitivo va al di là dei fatti e costruisce elaborati modelli della
realtà.
Queste quattro funzioni psichiche quasi mai posseggono nello stesso
individuo la stessa intensità e lo stesso grado di sviluppo. In genere l'una o l'altra prevale
tanto in intensità quanto in sviluppo. A seconda di quale funzione
possegga il
primato nell'individuo, abbiamo:
- il
tipo di pensiero estroverso o introverso
- il
tipo di sentimento estroverso o introverso
- il
tipo sensoriale estroverso o introverso
- il
tipo intuitivo estroverso o introverso
I primi due tipi sono definiti da Jung "razionali"
(che vuol dire "giudicanti"),
mentre gli ultimi due sono definiti "irrazionali"
(ovvero agiscono in base all'intensità della percezione piuttosto che
in base a giudizi razionali). E' tra questi due
gruppi che è più evidente l'estraneità, lo scontro con l'Altro
da sé, perché i due non trovano nessuna concordanza nella
relazione psichica. Una donna impostata razionalmente guarda alla
donna impostata sull'irrazionalità con tanta incomprensione da vedere
in lei un cumulo informe di elementi accidentali e di reazioni
isteriche; ma la donna di tipo irrazionale - dice Jung - si prende la
rivincita di un tal giudizio spregiativo con l'impressione che ella a
sua volta riporta del tipo razionale: costei le appare una donna
"che vive solo a metà e che ha un unico scopo nella vita: il
ridurre nei ceppi della ragione e nelle strettoie dei suoi giudizi tutto
ciò che ha vita".
L'Altro da sé è accanto a noi, senza essere per forza uno straniero. Riconoscerlo ci aiuta alla tolleranza della diversità.
TIPI
PSICOLOGICI
La mia vita è la storia di un'autorealizzazione
dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell'inconscio
tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta,
desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e
sperimentano se stessa come totalità.
Carl
Gustav Jung, "Ricordi, sogni, riflessioni"
1. Descrizione
generale dei tipi
Tenterò ora
di illustrare mediante una descrizione generale la psicologia dei tipi.
Ciò riguarderà dapprima i due tipi generali che
ho chiamato introverso ed estroverso: immediatamente dopo
cercherò di fissare i tratti più rilevanti di quei tipi più
particolari, le cui caratteristiche provengono dal fatto che
l'adattamento o l'orientamento dell'individuo si attua soprattutto
mediante la funzione che in lui è più differenziata. Chiamerò tipi
generali di atteggiamento i primi, che si distinguono per la
direzione dell'interesse e del movimento libidico, e tipi
funzionali i secondi.
I tipi
generali d'atteggiamento si distinguono per il loro specifico
atteggiamento nei riguardi dell'oggetto. L'introverso
si comporta in modo astrattivo: il suo intento fondamentale è di
sottrarre costantemente la libido all'oggetto, come se dovesse prevenire
la preponderanza di quest'ultimo. L'estroverso
invece si comporta positivamente verso l'oggetto. Egli ne
riconosce l'importanza, tanto da orientare costantemente la sua
impostazione soggettiva verso l'oggetto e in relazione ad esso. In fondo
per lui l'oggetto non ha mai valore sufficiente e la sua importanza deve
perciò essere costantemente elevata. I due tipi sono così diversi e il
loro contrasto è tanto appariscente che la loro esistenza appare
evidente senz'altro anche al profano di psicologia, non appena la sua
attenzione sia stata richiamata su questo insieme di fatti.
Tutti conoscono quelle nature chiuse,
impenetrabili, spesso timide che formano un così netto contrasto con
gli altri caratteri che sono invece aperti, socievoli, spesso allegri o
almeno gentili e affidabili, che vanno d'accordo con tutti o che magari
litigano, ma anche litigando mantengono rapporti tali che attraverso di
essi esercitano un'influenza sugli altri, e si lasciano a loro volta
influenzare. Viene naturale di interpretare a tutta prima tali
differenze solo come casi singoli dovuti ad una particolare formazione
del carattere.
| Chi però ha modo di conoscere a fondo
molti uomini finirà facilmente con lo scoprire che il contrasto non
riguarda affatto casi individuali isolati, ma atteggiamenti tipici che sono molto più diffusi di quanto si possa ritenere in base a una
esperienza psicologica limitata. Si tratta di un'antitesi fondamentale,
ora più ora meno esplicita, ma sempre constatabile quando si tratta di
individui dalla personalità in qualche modo spiccata. Individui
siffatti si incontrano non solo tra le persone colte, ma in tutti gli
strati sociali in genere; per questa ragione i nostri tipi
possono essere ritrovati tanto fra i più comuni operai e contadini,
quanto negli individui più differenziati di una nazione.
La diversità di sesso non cambia
nulla a questa realtà di fatto. Le stesse antitesi possono essere
rilevate presso donne di ogni ceto.
Il fenomeno
non potrebbe presentarsi in forma tanto diffusa, se la questione
riguardasse la coscienza soltanto, se cioè si trattasse di un
atteggiamento cosciente assunto di proposito. Se così fosse, un
determinato ceto sociale, uniforme per educazione e per cultura e di
conseguenza localmente delimitato, sarebbe il massimo depositario di
questo o di quell'atteggiamento. Ma non è così, anzi i tipi sono
distribuiti in un modo apparentemente indiscriminato. Nella stessa
famiglia un bambino è introverso e l'altro estroverso. Poiché dunque
il tipo di atteggiamento, in quanto fenomeno generale ripartito in modo
apparentemente casuale, non può essere effetto di un giudizio o di una
intenzione cosciente, deve la sua esistenza a una base inconscia e
istintuale. La contrapposizione tra i tipi deve
avere quindi, in quanto fenomeno psicologico, generale, antecedenti
biologici.
Il rapporto tra soggetto e oggetto, considerato da
un punto di vista biologico, è sempre un rapporto d'adattamento,
giacché ogni relazione tra soggetto e oggetto implica
quelle azioni modificatrici dell'uno sull'altro che nel loro complesso
rappresentano appunto l'adattamento. Gli atteggiamenti tipici nei
confronti dell'oggetto sono dunque processi di adattamento. In natura
l'adattamento, e quindi la sopravvivenza dell'organismo vivente che ne
è la conseguenza, può attuarsi per due vie:
l'una è data dall'aumentata
fecondità, con capacità difensiva e durata della vita individuale
relativamente bassa; l'altra è data dall'acquisto, da parte
dell'individuo, di svariati mezzi di autoconservazione, con fecondità
relativamente scarsa. A me sembra che questa antitesi biologica non solo
sia in analogia con i nostri due modi di adattamento psicologico, ma ne
costituisca in generale anche la base. [...]
Il fatto che
anche in bambini nei primi anni di vita si possa a volte riconoscere con
sicurezza l'atteggiamento tipico esclude assolutamente che possa essere
la lotta per l'esistenza, così come la si intende comunemente, a
costringere a un atteggiamento determinato. Si potrebbe, è vero,
obiettare, e con valide argomentazioni, che anche il bambino in tenera
età, e perfino il lattante, è costretto ad un lavoro di adattamento
psichico di natura inconscia, in quanto specialmente il carattere
particolare dell'influenza esercitata dalla madre può determinare nel
bambino reazioni specifiche.
|
La
struttura della personalità
in Jung
La personalità consta di un certo numero di istanze e sistemi
separati ma interagenti. I principali sono: l' Io, l'Inconscio
Personale e i suoi Complessi, l'Inconscio Collettivo e i suoi
Archetipi, la Persona, l'Animus e l'Anima, l'Ombra.
L'IO
è la mente cosciente
L'INCONSCIO
PERSONALE è formato dalle esperienze che sono state
rimosse, represse, dimenticate o ignorate, e da quelle troppo
deboli per lasciare una traccia cosciente nella persona.
L'INCONSCIO
COLLETTIVO appare come il deposito di tracce latenti
provenienti dal passato ancestrale dell'uomo. Esso è il residuo
psichico dello sviluppo evolutivo dell'uomo, accumulatosi in
seguito alle ripetute esperienze di innumerevoli generazioni. Così,
dal momento che gli esseri umani hanno sempre avuto una madre,
ogni bambino nasce con la predisposizione a percepirla e a reagire
ad essa. Tutto ciò che si impara dall'esperienza personale, è
sostanzialmente influenzato dall'inconscio collettivo che esercita
un'azione diretta sul comportamento dell'individuo sin dall'inizio
della vita.
L'ARCHETIPOè
una forma universale del pensiero dotato di contenuto
affettivo. Tale forma di pensiero crea immagini o visioni che
corrispondono, nel normale stato di veglia, ad alcuni aspetti
della vita cosciente. Il bambino eredita una concezione preformata
di una madre generica, che in parte determina la percezione che
egli avrà dalla propria madre. In tal modo l'esperienza del
bambino è la risultante di una predisposizione interna a
percepire il mondo in un determinato modo e dell'effettiva natura
di tale realtà. Vi è di regola corrispondenza tra le due
determinanti, poiché l'archetipo stesso è un prodotto delle
esperienze del mondo compiute dalla razza umana, e tali esperienze
sono in gran parte simili a quelle di ogni individuo.
LA
PERSONA è una maschera che l'individuo porta per
rispondere alle esigenze delle convenzioni sociali. E' la funzione
assegnatagli dalla società, cioè il compito che essa attende da
lui. Questa maschera spesso nasconde la vera natura
dell'individuo. La persona è la personalità pubblica, quegli
aspetti che si palesano al mondo o che l'opinione pubblica
attribuisce all'individuo, in opposizione alla personalità
privata che esiste dietro alla facciata sociale.
ANIMA
E ANIMUS L'archetipo femminile nell'uomo è detto
anima, quello maschile nella donna animus.
L'OMBRA
è costituito dagli istinti animali ereditati dall'uomo nella sua
evoluzione. Di conseguenza l'ombra simboleggia il lato animale,
selvaggio di ogni individuo.
IL
SE' ("Selbst") è il punto centrale della
personalità, intorno a cui si raggruppano tutti gli altri sistemi.
Esso li mantiene uniti e dà alla personalità l'equilibrio, la
stabilità e l'unità. Il Sé è lo scopo della vita, un fine per
cui l'uomo lotta costantemente ma che di rado riesce a
raggiungere. |
Una tale argomentazione può fare appello a
fatti incontestabili, che cioè due bambini, nati dalla stessa madre,
possano rivelare prestissimo tipi opposti, senza che sia possibile
accertare un mutamento nell'atteggiamento materno. Pur non volendo in
alcun modo sottovalutare l'enorme importanza dell'influenza dei
genitori, questo dato di fatto ci costringe nondimeno a dedurre che il
fattore decisivo è da ricercarsi nella disposizione del bambino. Si
deve cioè in ultima analisi attribuire alla disposizione individuale il
fatto che, a parità di condizioni esterne, un bambino assume un tipo e
l'altro un tipo opposto.
Con ciò naturalmente io mi riferisco
solo a quei casi che si determinano in condizioni normali. In condizioni
abnormi, quando cioè si tratti di atteggiamenti materni estremi e
quindi anormali, il bambino può anche trovarsi nella necessità di
assumere un atteggiamento relativamente uniforme implicante una
coartazione e una deformazione della sua
disposizione naturale, la quale, se anormali influenze esterne
non fossero intervenute come fattori perturbatori, avrebbe forse scelto
un tipo diverso. Quando attraverso l'influenza esercitata da fattori
esterni si produce una siffatta falsificazione del tipo, l'individuo
finisce in genere col diventare un nevrotico, e la guarigione si
può ottenere solo ricostituendo in lui l'atteggiamento che naturalmente
gli corrisponde.
Per ciò che
concerne la disposizione specifica, non posso dire altro se non che vi
sono evidentemente individui i quali hanno una maggiore facilità e
capacità, oppure una maggiore convenienza, a raggiungere il proprio
adattamento in un modo piuttosto che in un altro. Probabilmente
intervengono in questo senso fattori di natura in ultima analisi
fisiologica che a noi restano ignoti. Che essi siano di natura
fisiologica mi pare probabile in base al fatto, convalidato
dall'esperienza, che una inversione del tipo può
talvolta pregiudicare gravemente il benessere fisiologico
dell'organismo, determinando per di più un forte esaurimento.
|
Sono stupito, deluso, compiaciuto di me; sono
afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so
tirare le somme. Sono incapace di stabilire un valore o un
non-valore definitivo; non ho un giudizio da dare su me stesso e la mia
vita. Non vi è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Non ho
convinzioni definitive, proprio di nulla. So solo che sono venuto al
mondo e che esisto, e mi sembra di esservi stato trasportato. Esisto sul
fondamento di qualche cosa che non conosco. Ma, nonostante tutte le
incertezze, sento una solidità alla base dell'esistenza e una continuità
nel mio modo di essere.
Carl Gustav Jung
(dall'ultima
intervista)
|
2. Il tipo estroverso
Per ragioni
di ordine e di chiarezza concernenti l'esposizione è necessario
mantenere distinta, tanto nella descrizione di questo tipo quanto in
quella dei successivi, la psicologia della coscienza da quella
dell'inconscio. Inizieremo con la descrizione dei fenomeni della
coscienza.
a. Impostazione
generale della coscienza
Com'è noto, ognuno si orienta in base
ai dati fornitigli dal mondo esterno, tuttavia noi vediamo che
l'influenza esercitata dal mondo esterno può essere più o meno
determinante. Vi è chi, dal fatto che fuori fa freddo, sarà subito
indotto ad indossare il soprabito, e vi è chi riterrà ciò superfluo,
perché intende temprare il proprio corpo; vi è chi ammira il nuovo
tenore per il fatto che tutti l'ammirano, e vi è chi non l'ammira, non
perché a lui non piaccia ma perché ritiene che ciò che tutti
ammirano, non debba, per questo, essere necessariamente degno di
ammirazione; vi è chi si sottomette alle circostanze così come si
presentano, perché, come mostra l'esperienza, non si può fare altro,
vi chi è convinto che se anche per mille volte di seguito le cose si
sono svolte in un modo, la millesima prima possa costituire un nuovo
caso e così via.
Il primo si orienta in base ai fatti
esterni così come sono dati, l'altro si riserva un'opinione che si
interpone tra lui e la realtà obiettiva. Quando prevale l'orientamento
in base all'oggetto e ai dati obiettivi, così che le decisioni e gli
atti più frequenti e più importanti non sono determinati da opinioni
soggettive, ma dalle circostanze obiettive, si parla di atteggiamento
estroverso. Se questo è abituale, si parla di tipo
estroverso. Quando
uno pensa, sente e reagisce, in una parola, vive in modo direttamente
corrispondente alle circostanze obiettive e alle loro esigenze (e questo
tanto in senso buono quanto in senso cattivo), è estroverso.
|

C. G. Jung, "Ricordi, sogni,
riflessioni"
(in italiano)
L'autobiografia pubblicata postuma per
volere dell'autore |
La sua
vita è tale che l'oggetto, in quanto fattore determinante, possiede
manifestamente nella sua coscienza un'importanza maggiore che non la sua
opinione soggettiva. Naturalmente anch'egli ha opinioni soggettive, ma
il loro potere determinante è minore di quello delle condizioni
obiettive esterne. [...] Il suo mondo interiore soggiace in modo
epimeteico alle esigenze poste dalle realtà esterne: naturalmente ciò
non accade senza lotta, ma questa si risolve sempre a favore del fattore
condizionante obiettivo. Tutta la sua coscienza guarda all'esterno,
perché è di là che gli giunge la determinazione più importante e
decisiva. Ma essa gli giunge così perché è di là che egli l'aspetta.
Tutte le caratteristiche della sua mentalità, in quanto non dipendono o
dal primato di una data funzione psichica o da particolarità
individuali,
derivano in certo modo da questo atteggiamento fondamentale.
|
L'interesse e l'attenzione seguono gli
accadimenti obiettivi, soprattutto quelli dell'ambiente immediatamente
circostante. Non sono solo le persone, ma anche le cose ad avvincere il
suo interesse: di conseguenza l'agire si orienta in base alle influenze
esercitate da persone o cose. [...] I principi morali del comportamento
coincidono con le esigenze della società e corrispondentemente con le
concezioni morali universalmente accettate. Se queste fossero diverse,
diverse sarebbero anche le direttive morali soggettive, senza che con
ciò venisse a mutare alcunché nell'abito psicologico.
Questa
assoluta dipendenza da fattori obiettivi non significa affatto, come si
potrebbe essere indotti a ritenere in base all'apparenza, una
acquiescenza piena o del tutto ideale alle condizioni imposte dalla
vita. Per il punto di vista estroverso un tale inserimento nella
realtà di fatto deve apparire come un adattamento completo, giacché
non esiste per quel punto di vista alcun altro criterio. Considerando le
cose da un punto di vista superiore, non è detto però che la realtà
di fatto possa costituire la norma in tutte le circostanze.
Le
condizioni obiettive possono essere anormali a seconda dei tempi e dei
luoghi. Un individuo che sia inserito in tali situazioni partecipa
dello stile anormale del suo ambiente, ma è anche, insieme a tutto il
suo ambiente, in una posizione anormale rispetto alle leggi universali
della vita. Il singolo può in tali condizioni prosperare, ma solo fino
al momento in cui egli, con tutto il suo ambiente, va in rovina per aver
peccato contro le leggi generali della vita. E a questa rovina egli deve
partecipare con la stessa sicurezza con la quale prima era inserito
nella realtà di fatto. Egli è inserito, non adattato, in quanto
l'adattamento richiede qualche cosa di più che il conformarsi alle
condizioni momentanee del proprio ambiente immediato evitando ogni
attrito con esso. L'adattamento richiede l'osservanza di leggi che sono
più generali che non le condizioni locali momentanee. Il mero
inserimento rappresenta la limitazione del tipo estroverso
normale.
Il tipo
estroverso deve la sua normalità da un lato alla circostanza che egli
si è inserito senza eccessive difficoltà nella realtà di fatto, e
naturalmente non pretende altro che realizzare le possibilità
obiettivamente date: quindi, ad esempio, abbracciare la professione che
in quel momento e in quel determinato luogo offre possibilità di un
avvenire, o compiere proprio quello di cui l'ambiente ha al momento
bisogno e che si attende da lui, o astenersi da ogni innovazione che non
sia del tutto ovvia o che comunque vada oltre le aspettative
dell'ambiente.
|
Non bisogna credere che sia possibile
comprendere il mondo solo con l'intelletto; lo si comprende
altrettanto bene con il sentimento. Perciò il giudizio
dell'intelletto è tutt'al più la metà della verità e deve,
se onesto, arrivare a confessare la propria insufficienza.
Carl Gustav Jung,
da "Tipi psicologici"
|
Dall'altro lato, però, la sua "normalità" fa
sì che l'estroverso tenga in troppa scarsa considerazione la realtà
delle sue esigenze e necessità soggettive. Ed è questo il suo punto
debole, giacché il suo tipo è orientato verso l'esterno a tal punto
che è facilmente portato a non tenere nel dovuto conto neppure il più
percettibile dei suoi fatti soggettivi, e cioè il suo corpo, così che
viene trascurata quella soddisfazione dei bisogni elementari che è
indispensabile al suo benessere fisico. Di conseguenza il corpo ne
soffre e così anche l'anima. Ma di quest'ultimo fatto l'estroverso in
genere poco si accorge, mentre tanto più se ne accorge la cerchia di
persone che con lui più sono a contatto. Egli diviene sensibile alla
perdita del suo normale equilibrio solo quando si presentano sintomi
abnormi a carico della sfera somatica.
Il pericolo
dell'estroverso sta nel fatto di venire assorbito dall'oggetto e di
perdersi in esso completamente. I disturbi somatici che ne derivano,
funzionali (nervosi) od organici, hanno valore di compensazione, giacché costringono il soggetto ad un'involontaria
autolimitazione. Se
i sintomi sono funzionali, essi possono, attraverso il loro carattere
specifico, esprimere simbolicamente la situazione psichica. Così, ad
esempio un cantante, la cui fama ha raggiunto rapidamente un'altezza
pericolosa che lo induce ad eccessivi dispendi di energia, perde
improvvisamente i toni alti. In un uomo di modeste origini, che ha
rapidamente raggiunto una posizione sociale influente e piena di
brillanti prospettive, s'instaurano, su base psicogena, tutti i sintomi
del mal di montagna. Un uomo che non è più capace di seguire il lavoro
della sua azienda, ampliatasi enormemente per suo merito, viene colpito
da dipsomania di origine nervosa in seguito alla quale egli cade ben
presto nell'alcolismo isterico.
L'isteria è
a mio avviso la nevrosi di gran lunga più frequente del tipo estroverso.
La forma tipica dell'isteria è sempre caratterizzata da un rapporto
esagerato con le persone dell'ambiente; un'altra sua proprietà
particolare è rappresentata dal fatto che nelle relazioni personali
l'inserimento si attua con l'adozione di atteggiamenti nettamente
imitativi. Un tratto fondamentale del carattere isterico è inoltre la
costante tendenza a rendersi interessante e a far impressione
sull'ambiente. A ciò si connette la proverbiale suggestionabilità,
l'inclinazione a lasciarsi influenzare da parte di altre persone. Un
segno evidente di estroversione è l'espansività che talora può
arrivare sino alla comunicazione di contenuti assolutamente fantastici,
donde la taccia di bugiardi posseduta dagli isterici. Il
"carattere" isterico è anzitutto un'esagerazione
dell'atteggiamento normale, complicata però da reazioni compensatorie
da parte dell'inconscio che, di fronte all'esagerata estroversione,
costringe, mediante disturbi somatici, l'energia psichica
all'introversione. [...]
b.
Atteggiamento dell'inconscio
Potrà forse sembrare strano che io parli di un "atteggiamento
dell'inconscio". Ma come già ho avuto modo di spiegare
diffusamente, io considero il rapporto dell'inconscio con la coscienza
come rapporto di compensazione e, secondo un tale punto di vista, deve
esservi un atteggiamento dell'inconscio così come vi è un
atteggiamento della coscienza.
|

C. G. Jung, L'uomo e i suoi simboli
(in italiano) |
[...] Ci si può quindi attendere che
una compensazione psichica dell'atteggiamento estroverso cosciente
accentui particolarmente il fattore soggettivo, che si debba cioè
ritrovare nell'inconscio una tendenza fortemente egocentrica. Ciò è
provato effettivamente dall'esperienza pratica. [...]
E' facile comprendere che un orientamento in direzione dell'oggetto e
del dato obiettivo fa violenza a tutta una serie di slanci, di
convincimenti, di desideri e di bisogni soggettivi, sottraendo loro
quell'energia che essi dovrebbero possedere naturalmente.
L'uomo non è
una macchina che possa eventualmente essere ricostruita in vista di
altri fini continuando poi a funzionare in modo completamente diverso,
con la stessa regolarità di prima. L'uomo porta sempre con sé tutta la
sua storia e la storia stessa dell'umanità.
|
Il fattore storico
costituisce un'esigenza vitale che una saggia economia deve soddisfare.
Il passato deve in qualche modo riapparire nel presente e rivivere in
esso. La totale assimilazione all'oggetto urta quindi contro la protesta
dell'elemento minoritario represso costituito dal passato, da ciò che
è sempre stato fin dalle origini.
Queste considerazioni, svolte su di un
piano del tutto generico, ci consentono di comprendere la ragione per la
quale le esigenze inconsce del tipo estroverso possiedono un carattere
essenzialmente primitivo, infantile, egoistico. Talora l'atteggiamento
inconscio è caratterizzato da un egoismo brutale che supera di gran
lunga quello che può essere l'egoismo infantile e che rasenta la
scelleratezza. Se però si giunge ad un'esagerazione del punto di vista
cosciente , anche l'inconscio si manifesta sotto forma di sintomi:
l'egoismo, l'infantilismo e l'arcaismo inconscio perdono il loro carattere originario di compensazione per entrare in un conflitto più o
meno aperto con l'atteggiamento cosciente. Ciò si verifica in un primo
momento con un'assurda esagerazione del punto di vista cosciente la
quale dovrebbe servire ad una repressione dell'inconscio, ma in genere
si conclude con una reductio ad absurdum dell'atteggiamento
cosciente:
in altri termini con un crollo. La catastrofe può essere obiettiva, [...]
, ma può avere anche carattere soggettivo sotto forma, cioè, di un
crollo nervoso.
|
Di
regola, le grandi decisioni della vita umana hanno a che fare più
con gli istinti e altri misteriosi fattori inconsci che con la
volontà cosciente, le buone intenzioni, la ragionevolezza.
Carl Gustav Jung,
da "Ricordi, sogni, riflessioni"
|
c. Le caratteristiche delle funzioni
fondamentali nell'atteggiamento estroverso
Il pensiero
A cagione
dell'atteggiamento generale estroverso il pensiero si orienta in base
all'oggetto e ai dati obiettivi. Da questo orientamento del pensiero
deriva un carattere particolare assai pronunciato.
Il pensiero
viene alimentato da un lato da fonti soggettive che sono in ultima
analisi inconsce, dall'altro dai dati obiettivi forniti dalle percezioni
sensoriali. Il pensiero estroverso è determinato più da questi ultimi
fattori che non dai primi. [...] Non è
necessariamente un Pensare la cui materia siano esclusivamente fatti
concreti, ma può anche essere un Pensare per sole idee, purché risulti
che le idee, con le quali si pensa, sono in massima parte desunte
dall'esterno, cioè trasmesse dalla tradizione, dall'educazione e dal
processo di formazione individuale. Per valutare se un pensiero è
estroverso occorre innanzi tutto chiedersi quale sia il criterio
direttivo del giudizio e se esso è fornito dall'esterno o se è di
origine soggettiva.
Un altro
elemento di valutazione è dato dalla direzione del pensiero nella sua
fase conclusiva, se cioè esso sia diretto di preferenza all'esterno o
meno. Il fatto che il pensiero si occupi di oggetti concreti non
costituisce una prova del suo carattere estroverso, in quanto io posso,
pensando, occuparmi di un oggetto concreto, sia perché astraggo da esso
il mio pensiero, sia perché ho modo di concretare con esso il mio
stesso pensiero. [...] Per il modo pratico
di pensare del commerciante, del tecnico e dello scienziato naturalista,
è evidente che il pensiero è rivolto all'oggetto. Ma nel caso del
filosofo, quando la direzione del suo pensiero mira alle idee, può
sussistere un dubbio. Occorre allora da un lato esaminare se queste idee
sono semplicemente astrazioni ricavate da esperienze obiettive e non
rappresentano quindi che concetti collettivi più ampi riassumenti in
sé una somma di fatti obiettivi; dall'altro lato occorre vedere se tali
idee sono trasmesse dalla tradizione o mutuate dal proprio ambiente
spirituale. In caso affermativo le idee appartengono anch'esse alla
categoria degli elementi obiettivi e quindi anche un tale pensiero va
considerato estroverso. [...]
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Prendimi l'anima, di Roberto Faenza (2003)
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Prendimi
l'anima è il
risultato di una lunga ricerca condotta sul campo (in Russia) dal
regista e da vari altri psicologi sparsi in giro per il mondo,
volta a riscoprire la biografia di Sabina Spielrein, una giovane
ebrea che fu paziente ed amante dei due grandi luminari della
psicoanalisi, Freud e Jung.
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Il
tipo di pensiero estroverso
Come
mostra l'esperienza, le funzioni psichiche fondamentali raramente o
quasi mai posseggono nello stesso individuo la stessa
intensità o lo stesso grado di sviluppo. In genere l'una o l'altra
delle funzioni prevale tanto in intensità che in sviluppo. Quando il primato
tra le funzioni psichiche tocca al pensiero, quando cioè l'individuo
porta a compimento l'opera della sua vita principalmente sotto la guida
della riflessione intellettuale, così che tutti i suoi atti importanti
sono, o dovrebbero tendenzialmente essere, il frutto di motivi
intellettuali, si ha un tipo di pensiero. Questo tipo può essere
estroverso o introverso. Cominceremo con l'occuparci del tipo di
pensiero estroverso.
Conformemente alla definizione, costui
sarà un uomo che tenderà - naturalmente solo in quanto si tratti di un
tipo puro - a far dipendere il complesso delle manifestazioni della sua
vita da conclusioni di ordine intellettuale, che in definitiva si
orientano nel senso del dato obiettivo, o di fatti obiettivi o di idee
universalmente valide. Un tale tipo d'uomo conferisce non solo per sé,
ma anche rispetto al suo ambiente, un potere decisivo alla realtà
obiettiva, cioè alla sua formula intellettuale orientata verso
l'oggetto. In base a questa formula vengono valutati il bene e il male,
o viene definito quanto è bello e quanto è brutto. E' giusto tutto ciò
che corrisponde alla formula, ingiusto tutto ciò che ad essa si oppone,
e contingente tutto ciò che di fronte ad essa è indifferente. Poiché
la formula sembra corrispondere al significato dell'universo, essa
diventa anche una legge dell'universo, che deve realizzarsi sempre e
dovunque, sia nei particolari che in generale. Come il tipo di pensiero
estroverso si sottomette alla sua formula, così deve fare anche il suo
ambiente, per il suo proprio bene, giacché chi non lo fa è nel torto,
contraddice un principio universale ed è quindi irragionevole, immorale
e senza coscienza. [...]
Quando la tolleranza per gli ammalati,
i sofferenti e gli anormali dovesse entrare a far parte della formula
stessa, viene a ciò provveduto con un'organizzazione speciale, ad
esempio con case di ricovero, ospedali, istituti di detenzione, colonie,
ecc. e con corrispondenti piani e progetti. Il "sarebbe
opportuno" o "sarebbe necessario" ha una parte di primo
piano in ciò. Tuttavia, se la formula è abbastanza ampia, questo tipo
può esercitare una funzione quanto mai utile per la società, quale riformatore,
pubblico accusatore ed epuratore di costumi o quale
divulgatore di importanti idee nuove. Per contro, quanto più ristretta
è la formula tanto più questo tipo diventa un cavillatore, un sofista,
un critico saccente che vorrebbe comprimere se stesso e gli altri in uno
schema. Con ciò vengono indicati i due poli estremi, fra i quali si
muove la maggioranza degli individui appartenenti a questo tipo. [...]
Il fatto che non vi è mai stata, né
mai vi sarà, una formula intellettuale che possa raccogliere in sé ed
esprimere adeguatamente la ricchezza della vita e delle sue
possibilità, fa sì che si produca una inibizione ossia l'esclusione di
molte altre importanti forme e manifestazioni di vita. Nell'uomo che
appartiene a questo tipo vengono represse in primo luogo tutte le forme
di vita che dipendono dal sentimento, quali ad esempio le manifestazioni
estetiche, il gusto, il senso artistico, il culto dell'amicizia ecc.
Forme irrazionali, come esperienze religiose, elementi passionali e
simili, vengono estirpate fino a scomparire totalmente dalla coscienza.
Benché vi siano uomini eccezionali che possono sacrificare la loro vita
intera a una data formula, i più sono incapaci di vivere durevolmente
in modo così esclusivo. Prima o poi le forme di vita rimosse si fanno
indirettamente sentire, turbando la condotta cosciente della vita. Se il
turbamento raggiunge un grado notevole, si ha una nevrosi. [...]
La scarsa differenziazione del
sentimento in questo tipo può esprimersi anche in altro modo.
L'atteggiamento cosciente è più o meno impersonale, spesso fino al
punto che gli interessi personali vengono a risentirne notevolmente. Se
l'atteggiamento cosciente è spinto all'estremo, vengono abolite tutte
le considerazioni personali, comprese quelle relative alla propria
persona. Si trascura la propria salute, la posizione sociale comincia a
declinare, vengono compromessi gli interessi vitali della propria
famiglia che rimane danneggiata fisicamente, economicamente e
moralmente: tutto ciò al servizio dell'ideale. Comunque sia, ne risente
l'interessamento per gli altri, nel caso costoro non siano fautori della
stessa formula. Perciò non è raro che la più stretta cerchia
familiare, ad esempio gli stessi figli, vedano in un tal padre solo un
crudele tiranno, mentre nel più vasto mondo circostante viene esaltata
la sua umanità. [...] La suscettibilità inconscia rende spesso il tono
del linguaggio aspro, pungente, aggressivo. Affiorano spesso
insinuazioni. Sovente, come si conviene ad una funzione poco
differenziata, i sentimenti hanno carattere arretrato e ritardato. Ne
consegue una esplicita tendenza al risentimento. Mentre lo spontaneo
sacrificio individuale per fini intellettuali può assumere proporzioni
grandiose, i sentimenti sono grettamente diffidenti, incostanti e
conservatori. Ad ogni novità che non trovi posto nella formula si
guarda attraverso un velo di odio inconscio e la si valuta
corrispondentemente.
[...] Spesso la formula prende anche
il posto di quella concezione generale che si indica come religione. In
tal modo la formula diviene religione e ciò anche se essa, per sua
natura, è tale da non aver nulla a che fare con la religione. Con ciò
essa acquista anche il carattere assoluto proprio della religione:
diventa per così dire una sorta di superstizione intellettuale.
Tuttavia, tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse per suo mezzo
si raggruppano nell'inconscio come antitesi e determinano l'insorgere di
dubbi. Per difendersi dal dubbio l'atteggiamento cosciente diviene
fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non il dubbio
ipercompensato. In contrasto con il razionalismo cosciente, è quanto
mai irrazionale, e, in contrasto con il carattere modernamente
scientifico del punto di vista cosciente, è quanto mai arcaico e
superstizioso. Ne derivano le concezioni anguste e ridicole nelle quali,
come ci mostra la storia della scienza, finiscono con l'incappare molti
scienziati di grande merito. Talora in uomini di questo genere il lato
inconscio si incarna in una donna.
Secondo la
mia esperienza, questo tipo che certamente è ben noto al lettore,
si
trova soprattutto fra gli uomini; del resto, il pensiero è in genere
una funzione più adatta a dominare nell'uomo che nella donna. Quando il
pensiero giunge a dominare nella donna, si tratta, piuttosto, se non
erro, di un pensiero che accompagna un'attività psichica precipuamente
di tipo intuitivo.
Il pensiero
del tipo intellettuale estroverso è positivo, cioè è creativo.
Esso conduce o a nuovi fatti o a interpretazioni generali di materiali
d'esperienza disparati. Il suo giudizio è in genere sintetico.
Anche quando analizza, costruisce in quanto esso non si ferma mai
all'analisi, ma va verso una nuova sintesi, verso un'altra
interpretazione che va a unificare in altra forma quanto è stato
scomposto, o aggiunge al materiale dato qualche cosa d'altro. Si
potrebbe perciò anche designare genericamente questa specie di giudizio
come predicativo.
Comunque, è caratteristico che esso non è mai
assolutamente svalutativo o distruttivo, ma sostituisce sempre un valore
distrutto con un altro valore. Questa proprietà proviene dal
fatto che il pensiero del tipo intellettuale è una sorta di canale
entro il quale fluisce principalmente la sua energia vitale. Il suo
pensiero non ha mai carattere stagnante e tanto meno regressivo: il
pensiero acquista tali proprietà quando gli viene a mancare il primato
nella coscienza. Siccome in quest'ultimo caso è relativamente privo di
rilievo, gli viene anche a mancare il carattere di attività vitale
positiva. Esso segue allora altre funzioni; si fa epimeteico, diventa
quasi "un senno di poi" che si limita a ripensare, ruminando
l'accaduto, ciò che si è verificato in precedenza, scomponendolo e
digerendolo. Poiché in tal caso il fattore creativo risiede in un'altra
funzione, il pensiero non è più progressivo ma stagnante. Il suo
giudizio acquista un netto carattere d'inerenza, esso cioè rimane
completamente circoscritto alla sfera del materiale a disposizione,
senza oltrepassarlo menomamente. [...] Si può osservare facilmente
questa forma di pensiero in persone che non possono fare a meno di
commentare un'impressione o un'esperienza con un'osservazione
ragionevole e senza dubbio esatta, ma che non oltrepassa la cerchia
dell'esperienza stessa.
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Io
sono semplicemente convinto che qualche parte del Sé o
dell'Anima dell'uomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e
del tempo.
Carl Gustav Jung,
da "Ricordi, sogni, riflessioni"
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Il sentimento
Nell'atteggiamento estroverso il sentimento si
orienta in base al dato obiettivo: l'oggetto è cioè il fattore assoluto
che determina il modo di estrinsecarsi del sentimento. Questo, a sua
volta, concorda con i valori obiettivi. Anche quando si rivela
apparentemente indipendente dalla qualità dell'oggetto concreto, esso
si trova pur sempre vincolato ai valori tradizionali o comunque
universalmente riconosciuti. Io posso sentirmi spinto a giudicare
"bello" o "buono" un oggetto, non perché io lo
trovi "bello" o "buono" in base ad un sentimento
soggettivo, ma perché è conveniente dirlo "bello" o
"buono", conveniente nel senso che un giudizio opposto
turberebbe la situazione generale dei sentimenti. Un tale giudizio
basato sul sentimento, che si conforma alla situazione esterna, non è
per nulla una simulazione o una menzogna, ma un atto di
adattamento.
Così, ad esempio, un quadro può esser detto "bello", perché
si presuppone che un quadro appeso in un salotto e che porta una nota
firma debba in genere essere "bello", oppure perché
giudicandolo brutto si offenderebbe la famiglia del felice
proprietario, o perché vi è nel visitatore l'intenzione di creare una
piacevole atmosfera, ragion per cui è necessario che ogni cosa sia
trovata piacevole. Tali sentimenti sono trovati in base a fattori determinanti obiettivi.
[...] E' in questa forma di
sentimento che si deve in gran parte ricercare il motivo per il quale
tanta gente va a teatro o ai concerti o in chiesa e ci va con sentimenti
positivi esattamente commisurati alla circostanza. Ad essa si devono le
mode - e ciò che conta assai di più - la positiva e vasta opera di
assistenza fornita da iniziative di carattere sociale, filantropico ecc.
In cose di questo genere il sentimento estroverso si rivela come un
fattore creativo. Senza questo sentimento una socialità bella e armonica
sarebbe impensabile. In questo senso, il sentimento estroverso
rappresenta, al modo stesso del pensiero estroverso, una forza benefica
e razionalmente operante.
| Ma questa azione benefica va perduta non
appena l'influenza dell'oggetto si fa soverchiante. In tal caso il
sentimento troppo estroverso assorbe eccessivamente la personalità
nell'oggetto: l'oggetto assimila cioè la persona, e va così perduto quel
carattere personale del sentimento che ne costituisce l'attrattiva
maggiore. Il sentimento si fa allora freddo, prammatico,
falso. Tradisce
intenzioni nascoste, o perlomeno ne desta il sospetto in un osservatore
non prevenuto. Non dà l'impressione di piacevole freschezza che
accompagna sempre un sentimento genuino, ma dà il senso della posa e
dell'artificio, anche se forse l'intenzione egocentrica è del tutto
inconscia. Un sentimento di tal fatta, estremamente estroverso, può
anche soddisfare esigenze estetiche, ma non parla più al cuore bensì
ai sensi o, ciò che è ancor peggio, solo all'intelletto. Esso può
anche colmare esteticamente una situazione ma si limita a ciò e non ha
un'azione più vasta. E' divenuto sterile.
Quando il processo si
accentua ancor più, finisce con il determinarsi una straordinaria e
contraddittoria dissociazione del sentimento: esso si impossessa di ogni
oggetto con valutazioni di ordine sentimentale e si intrecciano numerosi
rapporti che sono tra loro in intima contraddizione. Ciò non sarebbe
assolutamente possibile se ci fosse un soggetto avente un suo proprio
rilievo: anche gli ultimi resti di un punto di vista effettivamente
personale vengono repressi. A questo punto il sentimento ha
perduto del tutto il suo originario calore umano e dà l'impressione
della posa, della volubilità, dell'incostanza, e, nei casi peggiori,
dell'isterismo.
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Sigmund Freud, da cui Jung si distaccò nel 1912

Marie Louise von Franz, l'analista allieva di
Jung, che approfondì miti e fiabe da un punto di vista femminile.
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Il
tipo di sentimento estroverso
Il sentimento è incontestabilmente
più del pensiero uno dei fattori costitutivi più appariscenti della
mentalità femminile, ed è perciò tra le donne che noi troviamo
i più
schietti rappresentanti del tipo di sentimento.
Quando il sentimento
estroverso ha il primato, noi parliamo di tipo di sentimento estroverso.
Gli esempi che di questo tipo si affacciano alla mia mente riguardano
quasi esclusivamente donne. La donna di questo tipo vive prendendo come
norma il proprio sentimento. Per effetto dell'educazione il suo
sentimento si è sviluppato nel senso di una funzione adattata alla
realtà esterna e sottoposta al controllo della coscienza. Nei casi che
non sono ancora estremi, il sentimento ha carattere personale,
nonostante l'elemento soggettivo abbia già subito una forte
repressione. La personalità appare allora adattata alle circostanze
obiettive e ai valori riconosciuti.
In nessuna manifestazione ciò
appare tanto chiaramente quanto nella scelta, come si suol dire,
dell'oggetto amoroso. Non viene amato un uomo qualunque, ma "quello
che conviene", e non perché convenga alla riposta natura
soggettiva della donna - di solito essa ignora ciò - ma perché egli
per condizione, età, mezzi, posizione e rispettabilità della famiglia
corrisponde a tutte le esigenze ragionevoli. Naturalmente questo modo di
esporre le cose potrebbe essere respinto come ironico e denigratorio,
se io non fossi pienamente convinto che il sentimento amoroso di questa
donna corrisponde pienamente alla sua scelta. Esso è autentico e non si
tratta di una montatura ispirata a calcolo. Di questi matrimoni "di
convenienza" ve ne sono molti e non sono affatto i peggiori. Tali
donne sono buone compagne per i loro mariti e buone madri, sempre che la
costituzione psichica dei mariti e dei figli sia quella corrente. Si
può sentire "rettamente" solo quando non vi è nulla di
diverso che turbi il sentimento.
|

Un ritratto di Jung |
Ma nulla turba tanto il
sentimento quanto il pensiero. Si comprende quindi senz'altro come in
questo tipo il pensiero venga represso il più possibile. Con ciò non
si vuol dire che la donna di questo tipo non pensi affatto, al contrario,
essa pensa forse assai e molto assennatamente, ma il suo pensiero non è
mai originale, bensì solo un'appendice epimeteica del suo sentimento.
Ciò che ella non può sentire non lo può neppure pensare
coscientemente. "Ma io non posso pensare quello che non
sento", mi disse una volta con tono irritato una paziente.
Finché
il sentimento lo consente, essa può pensare molto bene, però qualunque
ragionamento che possa condurre ad una conclusione che turbi il
sentimento viene recisamente respinto. Semplicemente esso non viene
pensato. E così viene apprezzato e amato ciò che è bene dal punto di
vista di una valutazione obiettiva; tutto il resto sembra esistere solo
al di fuori di lei.
|
Il quadro
però muta quando il valore dell'oggetto viene ad essere accentuato.
Come ho avuto già modo di spiegare, si produce allora una tale
assimilazione del soggetto all'oggetto che il soggetto del sentimento
viene più o meno ad eclissarsi. Il sentimento perde il carattere
personale, rimanendo puro sentimento in sé e per sé, e si ha quasi
l'impressione che l'intera personalità si risolva nel singolo
sentimento contingente. E poiché nella vita si succedono continuamente
situazioni che provocano tonalità di sentimento diverse e talora fra
loro contrastanti, la personalità si risolve in altrettanti sentimenti
distinti. Si è oggi una cosa e domani un'altra: almeno apparentemente,
giacché una siffatta molteplicità d'aspetto della personalità è in
realtà impossibile.
La base dell'Io rimane pur sempre identica a se
stessa ed entra quindi in evidente opposizione con le mutevoli
situazioni del sentimento. Di conseguenza l'osservatore non avverte più
il sentimento presentato dal soggetto come espressione personale di
colui che tale sentimento possiede, ma piuttosto come alterazione del
suo Io, quindi come un capriccio. A seconda del grado di
dissociazione
tra l'Io e lo stato momentaneo dei sentimenti, appaiono segni più o
meno copiosi del dissidio con se stessi, vale a dire l'originaria
impostazione compensatrice dell'inconscio diventa aperta
opposizione.
Ciò si manifesta dapprima con manifestazioni affettive esagerate, ad
esempio con effusioni verbali che importunano e appaiono poco sincere.
Esse suonano vacue e punto convincenti. Fanno anzi pensare alla
possibilità che con essa venga sovracompensata una resistenza e che
perciò un tale giudizio basato sul sentimento potrebbe avere anche un
carattere del tutto diverso. E tale è infatti il carattere che esso
assume poco più tardi.
Basta che la situazione muti appena un poco,
perché essa provochi una valutazione del tutto opposta dello stesso
soggetto. Ne consegue che l'osservatore non può prendere sul serio né
l'uno né l'altro giudizio e comincia a riservarsene uno suo proprio. Ma
poiché a questo tipo importa soprattutto di stabilire un intenso
rapporto con il proprio ambiente, nasce la necessità di raddoppiare gli
sforzi allo scopo di vincere le riserve dell'ambiente stesso. . In tal
modo la situazione peggiora a causa del circolo vizioso che si è venuto
così a creare. [...]
Il pensiero del tipo di sentimento
estroverso è infantile, arcaico e negativo. [...] Esso raggiunge la
superficie sotto forma di idee subitanee, spesso di natura ossessiva,
che hanno sempre carattere negativo e svalutativo. Vi sono perciò in
donne di questo tipo momenti nei quali i peggiori pensieri prendono di
mira proprio quegli oggetti che sono maggiormente apprezzati dal
sentimento. Il pensiero negativo si serve di tutti i pregiudizi
infantili o dei paragoni atti a mettere in dubbio il valore del
sentimento e attrae a sé tutti gli istinti primitivi per poter spiegare
i sentimenti come un "nient'altro che". Vorrei aggiungere qui
qualcosa che va al di là di una semplice osservazione marginale e cioè
che in tal modo viene chiamato in causa anche l'inconscio collettivo, il
complesso delle immagini primordiali, la cui elaborazione rende
possibile una rigenerazione dell'atteggiamento su di una base
differente.
La principale manifestazione nevrotica
di questo tipo è l'isteria con il suo caratteristico mondo di
inconsce fantasie infantili a carattere sessuale.
|
Conoscere
le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure
degli altri.
Carl Gustav Jung
|
La
sensazione
Nell'atteggiamento estroverso la
sensazione è prevalentemente determinata dall'oggetto. In quanto percezione
sensoriale la sensazione è naturalmente dipendente dall'oggetto. Ma,
altrettanto naturalmente, essa dipende anche dal soggetto, giacché vi
è pure una sensazione oggettiva che per sua natura è completamente
distinta dalla sensazione oggettiva. Nell'atteggiamento estroverso la
componente soggettiva della sensazione, per quanto riguarda il suo
impiego cosciente, è inibita o rimossa. [...]
Il tipo sensoriale
estroverso
Non vi è
nessun tipo umano che uguagli per realismo il tipo sensoriale
estroverso. Il suo senso obiettivo dei fatti è straordinariamente
sviluppato. Nel corso della vita egli accumula esperienze reali tratti
dall'oggetto concreto e quanto più è spiccato come tipo, tanto meno
fa uso della sua propria esperienza. In alcuni casi le vicende
da lui
vissute non si tramutano affatto in qualche cosa che meriti il nome di
"esperienza". Ciò che egli percepisce mediante i sensi, gli
serve tutt'al più come guida per nuove sensazioni, e tutto ciò che
entra come qualcosa di nuovo nella cerchia dei suoi interessi è
acquisito attraverso la sensazione ed è a tale scopo che deve servire. [...]
Un individuo di questo tipo
- a
quanto pare si tratta per lo più di
uomini - naturalmente non crede affatto di essere sottomesso alla
sensazione. Una tale espressione gli sembrerà anzi ridicola e impropria, giacché per lui la sensazione è concreta manifestazione di vita:
essa significa per lui pienezza di vera vita. La sua intenzione mira al
godimento concreto, e così pure la sua moralità, giacché un vero
godere ha una morale, una regola e leggi sue proprie e così pure un
suo disinteresse e una sua volontà di sacrificio. Non occorre affatto
che egli sia un individuo rozzo, incline alle cose materiali; al
contrario, egli può differenziare la sua attività sensoriale fino alla
massima purezza estetica, senza per questo venir meno, anche nella
sensazione più astratta, al principio della sensazione obiettiva. La
guida all'illimitato godimento alla vita di Wulfen è l'esplicita
autoconfessione di un tipo siffatto. Da un tale punto di vista il libro
mi sembra veramente degno di essere letto.
A un livello
più basso questo tipo è l'uomo della realtà tangibile privo di ogni
attitudine alla riflessione e di ambizioni di dominio. Il suo motivo
costante è: sentire l'oggetto, avere sensazioni e possibilmente godere.
Non è un uomo sgradevole, anzi, sovente è capace di godere in modo
piacevole e vivo; talora è un allegro compagnone, talora un esteta
pieno di gusto. Nel primo caso i grandi problemi della vita dipendono da
un pranzo più o meno buono, nel secondo sono una questione di buon
gusto. Non è un gaudente banale: egli vuole soltanto la sensazione più
forte e, conformemente alla sua natura, deve sempre ottenerla
dall'esterno. Ciò che proviene dall'interno gli appare morboso e
riprovevole. [...] In ogni circostanza
egli si sente a sua agio solo di fronte alla realtà tangibile. Sotto
questo rapporto egli è di una credulità inaudita. Attribuisce senza
esitazione alcuna un sintomo psicogeno a un abbassamento barometrico,
mentre l'esistenza di un conflitto psichico gli fa l'impressione di una
fantasticheria morbosa. [...]
| Non ha
ideali fatti di idee e non ha perciò nessun motivo per straniarsi dalla
realtà effettiva. Tutti i suoi atti esteriori palesano questa sua
struttura mentale. Si veste bene, in modo adeguato alle sue condizioni: a
casa sua si mangia e si beve bene, vi si gode di ogni comodità o per lo
meno si comprende che il suo gusto raffinato deve porre delle esigenze a
chi lo circonda.
Quanto più
l'attività sensoriale prende il sopravvento, così che il soggetto
scompare dietro la sensazione, tanto più questo tipo diventa
sgradevole. Egli si trasforma o in un rozzo gaudente o in un esteta
raffinato e privo di scrupoli. [...] Il
legame con l'oggetto viene spinto all'estremo. Con ciò però anche
l'inconscio, da funzione compensatrice è costretto a passare a
un'aperta opposizione.
Sono soprattutto le intuizioni rimosse che si fanno sentire sotto forma
di proiezioni sull'oggetto. Nascono le congetture più stravaganti: se
si tratta di un oggetto sessuale hanno una parte di rilievo le fantasie
di gelosia, come pure stati ansiosi. Nei casi più gravi si sviluppano
fobie di ogni specie e particolarmente sintomi
ossessivi. I contenuti
patologici hanno un notevole carattere di irrealtà e spesso un colorito
morale e religioso. Spesso si sviluppa una cavillosità complicata, una
moralità fatta di scrupoli che hanno del comico, e una religiosità di
tipo primitivo superstizioso e "magico" che si esplica in riti
astrusi.
[...] Una volta divenuto un
nevrotico, è anche assai difficile sottoporlo a un trattamento
razionale, giacché le funzioni alle quali il medico si rivolge si
trovano in uno stato di relativa indifferenziazione e danno quindi poco
o nessun affidamento. Per lo più sono necessari i mezzi di pressione
emotivi per far affiorare qualche contenuto alla coscienza di un tal
paziente.
|

C. G. Jung e C. Kerényi
Introduzione all'essenza della mitologia

C. G. Jung
Saggio sull'esplorazione dell'inconscio
|
L'intuizione
Nell'atteggiamento estroverso l'intuizione, intesa come funzione
percettiva inconscia, è rivolta completamente agli oggetti esterni.
Dato che l'intuizione è soprattutto un processo inconscio, è assai
difficile coglierne coscientemente l'essenza. Nella coscienza la
funzione intuitiva è rappresentata da un certo atteggiamento d'attesa,
da un contemplare e da un guardare addentro alle cose, e in quest'ambito
soltanto il risultato successivo può dimostrare quanto è stato colto
guardando in profondità e quanto esisteva già effettivamente
nell'oggetto. [...]
Come la
funzione sensoriale cerca di raggiungere nell'atteggiamento estroverso
la massima realtà di fatto, perché solo in tal modo si determina il
senso di una pienezza di vita, così l'intuizione si sforza di cogliere
le massime possibilità, giacché è soprattutto mediante la
contemplazione delle possibilità che viene appagata la facoltà di
presentire le cose. L'intuizione va alla ricerca delle possibilità
esistenti nel dato obiettivo, e perciò essa anche come funzione
associata alle altre (quando cioè non ha una posizione di primato)
costituisce lo strumento sussidario che agisce automaticamente, quando
nessuna delle altre funzioni trova la via d'uscita in una situazione che
si presenta chiusa da ogni lato.
Quando l'intuizione ha il primato,
tutte le comuni situazioni della vita si presentano come se fossero
ambienti chiusi che l'intuizione deve aprire. Essa cerca costantemente
vie d'uscita e nuove possibilità di vita esteriore. Per l'atteggiamento
intuivo ogni situazione della vita diventa in brevissimo tempo una
prigione, un vincolo opprimente che è necessario sciogliere. In
determinati momenti gli oggetti sembrano avere un valore quasi
eccessivo, e ciò quando devono servire appunto per una liberazione, per
un affrancamento, per ritrovare nuove possibilità. Appena adempiuto a
una tale funzione di gradino o di ponte, pare che essi non abbiano più
alcun valore e vengono eliminati come incomodi elementi accessori. Una
cosa vale soltanto in quanto essa schiude nuove possibilità che la
trascendono e che liberano l'individuo da essa. Le nuove possibilità
che si presentano costituiscono motivi perentori a cui l'intuizione non
può sottrarsi e a cui essa sacrifica ogni cosa.
Il tipo
intuitivo estroverso
Quando
predomina l'intuizione si ha una particolare psicologia dalle
caratteristiche facilmente individuabili. Poiché l'intuizione è
orientata verso l'oggetto , si può riscontrare una forte dipendenza
dalle situazioni esterne; tuttavia il carattere di una tale dipendenza
è del tutto diverso da quello del tipo sensoriale. Il tipo intuitivo
non si trova là dove ci sono da ricercarsi valori di realtà
universalmente riconosciuti, ma sempre laddove sussistono possibilità.
Egli ha un fiuto particolare per ciò che sta germogliando e che
promette di realizzarsi per l'avvenire. Egli non si ritrova nelle
situazioni stabili da tempo costituitesi e consolidatesi, da tutte
riconosciute ma di valore limitato. Poiché è sempre alla ricerca di
nuove possibilità, egli rischia di soffocare nelle situazioni stabili.
Egli afferra con energia, e talvolta con entusiasmo straordinario,
oggetti e modi d'essere nuovi, salvo poi liberarsene freddamente, senza
pietà e apparentemente senza neppure ricordarsene, non appena ne venga
determinata la portata e non sia più dato di prevederne uno sviluppo
ulteriore. Fino a che sussiste una possibilità, il tipo intuitivo
rimane ad essa legato con forza di destino. E' come se la nuova
situazione assorbisse tutta la sua vita. Si ha l'impressione (e ne è
egli stesso partecipe) che egli abbia appunto ora raggiunto la svolta
definitiva della sua vita e che d'ora in poi non possa pensare e sentire
altro. Per quanto possa essere ragionevole e utile e per quanto tutti
gli argomenti pensabili possano parlare a favore della stabilità, nulla
lo può trattenere dal considerare un bel giorno come una prigione la situazione stessa che già gli era apparsa una liberazione e
una salvezza, e dal trattarla di conseguenza.
|

Il sito ufficiale di Carl Gustav Jung |
Nè la ragione, né il
sentimento possono trattenerlo o scoraggiarlo di fronte ad una nuova
possibilità; e ciò anche se essa contraddice una sua precedente
convinzione. Il pensiero e il sentimento, che costituiscono gli
indispensabili fattori di un convincimento, sono in lui le funzioni meno
differenziate: essi non hanno un peso decisivo e non possono perciò
opporre alcuna resistenza durevole alla forza dell'intuizione. Eppure,
soltanto queste funzioni sono in grado di compensare efficacemente il
primato dell'intuizione, in quanto esse forniscono all'intuitivo quel giudizio
di cui egli , in quanto tipo, è del tutto privo. La moralità
dell'intuitivo non è né di natura intellettuale né di natura
affettiva; egli ha tuttavia una sua propria moralità e cioè la
fedeltà al suo punto di vista e la docile sottomissione alla sua
potenza. Scarsa è la sua considerazione per il benessere degli altri.
Il loro benessere fisico è un argomento altrettanto poco valido quanto
il suo proprio benessere. Scarso è anche il rispetto che egli nutre per
le convinzioni e le consuetudini altrui, tanto da passare spesso per un
avventuriero immorale e senza scrupoli.
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Dato che la sua intuizione si
occupa di oggetti esterni e scova con il suo fiuto particolari
possibilità esterne, egli sceglie spesso professioni in cui le sue
attitudini possono esplicarsi in tutta la loro versatilità. Molti
commercianti, imprenditori, speculatori, agenti di cambio, uomini
politici ecc. appartengono a questo tipo.
Più che fra
gli uomini pare che questo tipo sia frequente nelle
donne: in esse
l'attività intuitiva si manifesta non tanto in campo professionale
quanto nelle relazioni sociali. Tali donne riescono a trar profitto da
tutte le possibilità di carattere sociale, ad allacciare relazioni in
società, a scovare uomini che presentano probabilità di successo,
salvo poi a lasciar cadere ogni cosa di fronte a nuove eventualità. Si
comprende senz'altro come l'individuo di questo tipo debba avere non
poca importanza tanto nella vita economica quanto come promotore di
opere
di civiltà. Se è di buona indole, se cioè non è impostato troppo
egoisticamente, egli può acquistare meriti non comuni come iniziatore o
per lo meno come promotore di ogni specie di iniziative. Egli è il
naturale difensore di tutte le istanze che, pur trovandosi oggi in
svantaggio di fronte alle concezioni professate dalla maggioranza, sono
destinate ad affermarsi in avvenire. Quando è impostato più verso gli
uomini che verso le cose, poiché è in grado di indovinare in essi
determinate attitudini e capacità, egli può anche "fare"
degli uomini. Nessuno al pari di lui ha la capacità di infondere
coraggio nei suoi simili e di suscitare entusiasmo per qualche cosa di
nuovo, anche se dopo qualche giorno torna a disinteressarsene. Quanto
più l'intuizione è forte tanto più anche il suo soggetto si fonde con
la possibilità intravista. Ad essa egli dà l'anima, conferisce
evidenza con il suo calore persuasivo; la incarna per così dire. E non
si tratta di commedia, ma di destino.
Questo atteggiamento contiene in sé
anche grandi pericoli, giacché è molto facile che l'intuitivo viva in
modo frammentario la propria esistenza dando vita a uomini e cose e
profondendo attorno a sé una pienezza di essere che non viene goduta da
lui, ma dagli altri. Se egli potesse concentrare tutto il suo interesse
su di un solo problema, potrebbe ricavare i frutti dell'opera sua , ma
egli deve subito correre dietro a nuove possibilità e abbandonare il
campo appena coltivato, altri raccoglieranno e così egli rimarrà alla
fine a mani vuote. Ma se l'intuitivo lascia procedere le cose fino a tal
punto, egli si trova ad avere contro di sé anche l'inconscio.
L'inconscio
del tipo intuitivo ha una certa rassomiglianza con quello sensoriale. Il
pensiero e il sentimento sono parzialmente rimossi e formano
nell'inconscio pensieri e sentimenti di tipo arcaico e infantile simili
a quelli del tipo opposto. Essi appaiono sotto forma di intense
proiezioni, e sono altrettanto assurdi quanto quelli del tipo
sensoriale, salvo che ad essi, a mio avviso, manca il carattere
mistico; concernono per lo più cose concrete che trovano quasi
riscontro nella realtà: come supposizioni nel campo sessuale,
finanziario, o di altro genere, come previsioni di malattie.
La
differenza sembra derivare dalla rimozione delle sensazioni provenienti
dalla realtà. Queste normalmente si fanno sentire, facendo ad esempio sì
che improvvisamente l'intuitivo si attacchi tenacemente ad una donna (o,
nel caso opposto, ad un uomo), che non gli si addice per
nulla, e ciò
perché questa persona ha colpito la sfera delle sensazioni arcaiche.
Ne
deriva un inconscio legame ossessivo con un oggetto il cui possesso è
evidentissimamente legato all'insuccesso. Un caso simile costituisce
già un sintomo ossessivo che è senz'altro caratteristico anche per
questo tipo. Egli avoca a sé una libertà e una indipendenza simili a
quelle di tipo sensoriale, in quanto non sottopone ad un giudizio di
tipo razionale, ma soltanto alle percezioni delle possibilità
accidentali. Si sottrae alle limitazioni imposte dalla ragione e cade
perciò nella nevrosi sotto il dominio dell'ossessione inconscia, della
cavillosità, della sottigliezza e del legame ossessivo con la
sensazione proveniente dall'oggetto. Al livello della coscienza egli
tratta la sensazione e il suo oggetto con sovrana superiorità e con
mancanza di riguardo, e ciò non perché egli ritenga di essere
superiore e sia sprezzante, ma semplicemente perché non vede
quell'oggetto che per tutti è visibile e lo trascura; in modo simile a
quanto fa il tipo sensoriale, con la differenza che per quest'ultimo è
l'anima dell'oggetto a non essere veduta. Perciò l'oggetto finisce con
il vendicarsi sotto forma di idee ossessive ipocondriache, di fobie e di
tutte le più assurde sensazioni corporee.
Fonte: Carl Gustav Jung (1921),
Tipi psicologici, Boringhieri, Torino 1977
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BIOGRAFIA DI CARL GUSTAV JUNG
Carl Gustav Jung
è nato nel 1875 a Kesswil, in Svizzera. Figlio di un pastore
evangelista, Jung
si laurea in Medicina a Basilea e nel 1900 entra a lavorare nell'ospedale
psichiatrico di Zurigo, diretto da Eugen Bleuler (1857-1939). Venuto a
conoscenza delle teorie di Sigmund Freud, intrattiene con lui scambi epistolari,
quindi entra a far parte del movimento psicoanalitico.
Dal 1906 al 1910 collabora con Freud. Nei primi anni è
difensore della psicoanalisi negli ambienti accademici e dà un
particolare contributo rispetto al fenomeno della demenza
precoce alla luce psicoanalitica.
Poi
gradualmente si allontana. La
causa maggiore della rottura tra Jung e Freud è stato il rifiuto da
parte di Jung del "pansessualismo freudiano", ossia il
rifiuto della concezione per cui al centro del
comportamento psichico degli esseri viventi vi è l'istinto
sessuale. Nella concezione junghiana dell'uomo il tratto
caratteristico più importante è la combinazione della
"casualità" con la "teleologia". Il
comportamento dell'uomo non è condizionato soltanto dalla sua
storia individuale e di membro della razza umana (casualità),
ma anche dai suoi fini e dalle sue aspirazioni (teleologia). Sia
il passato come realtà, sia il futuro come potenzialità,
guidano il nostro comportamento presente.
Il distacco da Freud
si espresse pubblicamente nel 1912 con l'opera La
libido: simboli e trasformazioni e nel 1913 il
rapporto si interrompe definitivamente. Nel 1920 Jung intraprende viaggi in vari
continenti per studiare le culture primitive e, nel 1921, pubblica il
libro Tipi psicologici. I suoi studi
psicologici spaziano dai miti alle fiabe, dall'alchimia ai
fenomeni religiosi, dalle civiltà scomparse all'educazione dei
giovani. Ha scritto
una ventina di opere che costituiscono, insieme a quelle di
Freud, le
pietre miliari della psicoanalisi. Muore a Kusnacht, Zurigo nel
1961 e chiede che la sua autobiografia Ricordi,
sogni, riflessioni non solo sia pubblicata
postuma ma non sia annoverata tra le sue opere.
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Pagina creata da Maria Antonietta
Pappalardo e pubblicata il 29 settembre 2004 LA
PAGINA "IL TIPO INTROVERSO" E' IN COSTRUZIONE |
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