|
Il corpo della donna migrante tra continuità
e cambiamento
Giusi Marruzzo

Al fine di stimolare una
riconsiderazione critica dei rapporti tra migrazione e salute mentale,
l’articolo intende approfondire in una prospettiva gruppoanalitica le
dinamiche esistenti tra psiche individuale e contesto socio-culturale di
provenienza, soffermandosi a considerare le profonde ripercussioni a carico
dell’equilibrio psico-fisico che si verificano nell’esperienza migratoria,
in particolare, proponendo una lettura dei possibili vissuti di sofferenza e
di disagio della donna migrante, come espressione del mutamento dell’intero
dispositivo culturale di riferimento. In tal senso, l’articolo propone di
stimolare una riflessione riguardo ai reciproci legami esistenti tra sistema
di valori del gruppo di appartenenza, processi di individuazione e
costituzione della persona.
Attraverso il contributo specifico della ricerca gruppoanalitica, viene proposta una rilettura dei concetti foulkeisiani di
“matrice” e “processi transpersonali”, che contribuisce ad esplicitare
l’impianto teorico di modelli di pensiero che concepiscono la nascita della
vita psichica individuale in termini intersoggettivi. La dimensione del
transpersonale, come impersonale collettivo, depositato nell’inconscio, nel
corpo, nella cultura e nell’istituzione, attraversa e permea l’individuo.
|
La
scelta di questi specifici modelli è legata al discorso epistemologico del
rapporto mente-corpo-relazione che costituisce, nella circolarità e
nell’intreccio di questi tre aspetti ontologici, la base biopsichica e la
possibile chiave di lettura alla complessa interezza del bios, del
vivente.
Verrà sottolineata
l'importanza dei legami sociali e culturali attraverso il pensiero
di vari autori, e approfondito il concetto secondo cui la migrazione
è intesa come crisi, cioè come un evento di radicale cambiamento e
trasformazione, accompagnato da allarme e grande angoscia. Nella
migrazioni si verifica una disintegrazione del legame sociale e
culturale, ciò che Bleger chiama
socialità sincretica, in quanto essa si configura come una rottura e perdita
dei legami con i gruppi di appartenenza primario e secondario e del
dispositivo culturale e sociale del proprio Paese d’origine.
Verrà considerato il
concetto di trauma, sottolineando che esso si verifica quando
non vi sono le difese fondamentali atte ad affrontarlo.
Il migrante è
costretto a compiere un transito da una situazione andata in frantumi ad una
nuova situazione che esige di essere ricomposta. Riprendendo i concetti di Winnicott di holding e spazio potenziale e quelli di Neri relativi allo
spazio comune del gruppo, verrà considerata la prospettiva secondo la quale
il gruppo di appartenenza rappresenta per il migrante lo spazio mentale e
relazionale che permette la possibilità di effettuare il transito della
migrazione.
|

Shine Tani , Tensione |
Verrà, infine, dato rilievo al
ruolo del contesto in cui la
migrazione, oggi, si origina e si realizza e alle attuali difficoltà
incontrate dal migrante nell'ambiente sociale e culturale dei Paesi
d'approdo, sottolineando ciò che le connota e, soprattutto, ciò che non
permette di trovare al migrante la possibilità di provare a riorganizzare le
proprie esperienze e i propri affetti. Il riferimento particolare sarà dato
al contesto dell'immigrazione italiana, prendendo in considerazione i
percorsi migratori cosiddetti economici, quelli cioè intrapresi
essenzialmente per sfuggire all'indigenza e alla miseria, seguendo le
argomentazioni di vari autori che, oltre ad essere attivi nel campo clinico,
partecipano oggi al ricco dibattito culturale intorno ai temi della salute
mentale del migrante. Nello specifico, verrà trattato il tema riguardante il
transito della donna migrante e del modo in cui esso si articola tra
continuità e cambiamento. La declinazione culturale e sociale del corpo
femminile, investendo la dimensione della sessualità e della maternità,
diventa un punto cruciale attraverso cui si misura la lontananza
dall'universo simbolico e culturale d'origine. Al corpo viene affidato un
significato sociale, garante del sentimento di appartenenza e dei
confini del gruppo. Il corpo diventa il luogo dove il sincretismo culturale
si fa più critico. L'identità di genere è, in questo modo, strettamente
connessa alla definizione del corpo sociale e culturale quale viene
concepito e riprodotto nella cultura d'origine o quale viene modellato dalla
cultura dei paesi "occidentali". L’articolo si soffermerà nella specifica
lettura di alcune possibili declinazioni del corpo della donna migrante: il
corpo come oggetto-di-produzione, il corpo come confine-sociale e il corpo
come marchio-d'identità.
FOULKES E IL PENSIERO GRUPPOANALITICO
Il transpersonale nel rapporto mente-corpo-relazione
L’adozione di un
paradigma intersoggettivo o interpsichico, che tenga conto della circolarità
del rapporto mente-corpo-relazione, consente di visualizzare ed
approfondire in prospettiva euristica gli aspetti individuali e
multipersonali dello psichismo. In quest’ottica, il pensiero gruppoanalitico
ipotizza che, se un contesto plurale e relazionale come il gruppo diventa un
efficace strumento di cura e di trasformazioni profonde dello psichismo
individuale, tale efficacia può essere spiegata dalla centralità della
relazione come fondamento della vita psichica. Quindi il concetto di
relazione diventa significativo per la comprensione, nel lavoro
clinico, del Sé e della psicopatologia. Il termine, nella
concezione gruppoanalitica, si riferisce non solo a qualcosa di
interpersonale, comunicativo, interazionale, bensì anche a qualcosa di
simbolico, inconscio, significante, biologico, collegato ai concetti di
inter- e trans-psichico. La relazione tende così a porre in evidenza la
primaria importanza dei processi psichici inconsci, che in termini
gruppoanalitici vengono concettualizzati in un’ottica di inconscio gruppale
o meglio transpersonale.
Matrice e rete
transpersonale
Foulkes, per primo,
attraverso l’osservazione dei fenomeni comunicativi rilevabili nel setting
gruppale, teorizzò il concetto di matrice e di processi transpersonali:
”la
rete di tutti i processi mentali individuali, il mezzo psicologico in cui
essi si incontrano, comunicano e interagiscono può essere chiamato matrice”
(S. H. Foukes e E. J. Anthony, 1964). E ancora: ”la matrice è l’ipotetica
trama di comunicazione e relazione in un dato gruppo. Essa è la base comune
condivisa che in definitiva determina il significato e la significatività di
tutti gli eventi e su cui tutte le comunicazioni verbali e non verbali si
basano (…) all’interno di questa rete l’individuo è concepito come un punto
nodale” (Foulkes, 1964). I processi transpersonali, come comunicazioni
inconsce interattive, attraversano gli individui, sostanziandone la vita
psichica e sociale: ”possiamo concepire le linee di forza della matrice come
linee che passano attraverso i singoli membri e quindi chiamarla rete
transpersonale, paragonabile ad un campo magnetico.” (S. H. Foulkes, E. J.
Anthony, 1957); e in seguito: ”(…) siamo arrivati a concepire questi
processi non come processi meramente interpersonali, ma transpersonali” (S.
H. Foulkes, E. J. Anthony, 1964).
|
La matrice è quindi
concepita come qualcosa che si situa al contempo “dentro” e
”fuori” l’individuo, che riguarda sia il microcosmo della psiche
individuale, sia il macrocosmo del mondo sociale.
E’ possibile infatti
osservare l’individuo sia attraverso reti disposte sincronicamente (la
famiglia, i diversi gruppi di appartenenza: le reti del qui ed ora, che
costituiscono la dimensione attuale, lo sfondo in cui hanno luogo le
interazioni fra le persone che condividono la rete e la produzione dei
simboli e dei significati); sia attraverso reti diacroniche (le generazioni,
che hanno lasciato in lui una sorta di eredità culturale: le reti del là ed
allora).
Il transpersonale viene quindi definito da Foulkes nel qui ed ora
delle situazioni gruppali, come una rete di comunicazione inconscia, in
perenne trasformazione, che dà un senso condivisibile a tutti i fenomeni ed
eventi osservabili in quello specifico gruppo (matrice dinamica).
Il transpersonale si
configura anche come l’insieme delle relazioni, all’interno di un
dispositivo culturale, che l’individuo incorpora a partire dalla nascita.
Foulkes parla di
matrice personale e matrice di base. La prima si riferisce ai processi
soggettivi che riguardano l'individuo a partire dalla sua esperienza
costitutiva di componente di un gruppo, quello culturale d’appartenenza, di
cui ha incorporato l’intero insieme di rapporti. La seconda si riferisce
alla base collettiva comune a tutti gli individui all’interno di una data
cultura. |

Shine Tani, Acrobati del villaggio |
La base culturale comune, incorporata fin
dalla nascita in ciascuno di noi, diverrebbe parte costitutiva
dell’identità. Essa si rifletterebbe e si rispecchierebbe continuamente tra
i membri di una stessa cultura in modo automatico e inconscio, dando luogo a
interazioni simultanee. Diveniamo consapevoli di questa matrice culturale
solo quando non è più “riflessa” da coloro che ci circondano: per esempio
quando ci troviamo soli in un contesto culturale estraneo. La matrice
culturale rappresenterebbe, inoltre, il presupposto del processo di
comunicazione all’interno di un gruppo culturale, il sostrato accomunante,
la cui presenza consentirebbe l’immediata possibilità di comprendersi, ad
esempio, attraverso la gestualità.
“All’interno di una
cultura una persona svilupperà la propria identità, definita dalle impronte
simboliche che le vengono conferite all’interno del gruppo familiare
primario e dei successivi gruppi sociali “ (J.Le Roy, 1996). La psiche si
costituirebbe, quindi, come una trama relazionale, all’interno della matrice
culturale del gruppo di appartenenza, primario e secondario. In questo senso
la mente è sostanzialmente gruppale e, quindi, il gruppo come matrice della
vita mentale dell’individuo. Nel processo di
costituzione dell’identità di un individuo entrano così elementi personali e
transpersonali, che la permeano di valori e codici di comportamento e
di pensiero “ saldamente radicati dal punto di vista culturale” (S. H.
Foulkes, 1975). Le implicazioni di questa
visione, che considera l’identità in termini intersoggettivi e supera le
posizioni universalistiche dello sviluppo psichico, comporta di considerare
l’ipotesi secondo cui anche l’identità di genere, cioè il senso di sé come
maschile o femminile, sia legato intimamente a fattori di carattere
relazionale e culturale.
Il concetto di
transpersonale, formulato da Foulkes, potrebbe fornire un’ipotesi sulla
costruzione dell’identità di genere. L’Autore non ha mai esplicitamente
formulato una teoria dello sviluppo infantile né, quindi, mai affrontato le
questioni riguardanti l’identità di genere. La teoria dello sviluppo che
Foulkes sostiene di seguire è quella freudiana, tuttavia raccogliendo gli
elementi sparsi nelle sue opere e mettendo criticamente insieme quello che
egli sottende, si evidenzia come la teoria del Foulkes radicale sarebbe
piuttosto diversa da quella di Freud. Egli afferma in primo luogo che le
relazioni sociali non sarebbero “dopo-eventi” secondari, ma permeano in modo
determinante tutti gli stati e le strutture psicologiche: “La sessualità
infantile, le barriere incestuali sono tutte basate sulla specie e il suo
sviluppo culturale. (…) La cultura e i valori di una comunità sono
inesorabilmente trasferiti al bambino allevato dal padre e dalla madre
individuali, a loro volta determinati dalla particolare nazione, classe,
religione e regione. Essi sono trasmessi verbalmente o non verbalmente,
istintivamente ed emozionalmente, ventiquattr’ore al giorno. Perfino gli
oggetti, i movimenti, i gesti e gli accenti sono determinati in questa
maniera da ciò che è rappresentativo del gruppo culturale. In aggiunta a
tutto questo, ma permeando tutto, c’è lo stampino personale del padre e
della madre individuali” (S. H. Foulkes, E. J. Anthony, 1957).
Il pensiero radicale di Foulkes evidenzia che l’elemento interiorizzato sia la relazione sociale,
non semplicemente l’oggetto esterno.
|
Egli sostiene che sarebbe
errato il modo di considerare le relazioni sociali come qualcosa che si
colloca “al di fuori” perché sarebbe errata la dicotomia stessa
dentro-fuori:
“Come gruppoanalisti non condividiamo la giustapposizione psicoanalitica di una
realtà psicologica “interna” e di una realtà fisica o sociale “esterna”
(…)
Quello che è dentro è fuori"; ed ancora "il sociale non è esterno bensì
anche molto interno e penetra l’essenza più interna della personalità
individuale” (S. H. Foulkes, 1973). La cultura, quindi, non sarebbe né
dentro né fuori, sarebbe ovunque. Per usare un termine di Foulkes, la
cultura permea l’individuo.
La centralità
assegnata alla cultura, comporta come conseguenza fondamentale prima
di tutto un mutamento della genesi dell’Io e del Super-io, che come
contenitori degli elementi del sociale, devono esistere da molto
prima: “Sono completamente d’accordo con Renè Spitz (1958) (…)
Spitz ha mostrato chiaramente che la
formazione dell’Io e del Super-io ha inizio nelle prime fasi della vita” (S.
H. Foulkes, 1973). Questo avvicina Foulkes all’idea della Klein di uno
sviluppo precoce delle due istanze.
Negli scritti posteriori, discutendo
della penetrazione del sociale nella psiche, sovverte radicalmente la teoria
freudiana, affermando che l’Es stesso nasce dall’esperienza e non dalla
biologia ereditata: “Gli elementi che nello sviluppo successivo possono
essere utilmente estrapolati come Super-io, Io ed Es sorgono da una matrice
comune, che ha inizio alla nascita o forse perfino nella fase prenatale” (S. H. Foulkes, 1973) ed inoltre: “Ciò che in ogni caso accade è piuttosto parte
della natura di una trasmissione vivente di tutta l’esperienza
biologica e culturale precedente. |

Shine Tani, Downtown

Shine Tani, Piove |
Sono più incline a considerare lo sviluppo
umano in termini di trasmissione che in termini di ripetizione arcaica,
ereditata, diretta” (S. H. Foulkes, 1973). Egli afferma, quindi, che l’Es
stesso sarebbe “acculturato”, ammettendo così che le forze della cultura
penetrerebbero l’Es, espressione della natura all’interno della psiche.
Queste ipotesi avrebbero delle ripercussioni sulle idee riguardanti il
processo di costruzione dell’identità di genere come legato a fattori di
carattere relazionale e culturale. Infatti leggiamo ancora: “Lo sviluppo
libidico, il suo culminare nel complesso edipico del bambino nel senso
classico e i vari meccanismi di difesa che coincidono con le varie fasi sono
fuori discussione, sebbene io ritenga che anche le fasi libidiche e le
reazioni alle funzioni corporee siano condizionate culturalmente” (S. H.
Foulkes, 1973).
Questa idea ha un
precedente in Freud, il quale suppone che nel lungo periodo sia possibile
che le esperienze dell’Io diventino in qualche modo parte dell’Es. Infatti
attraverso l’eredità filogenetica, che si trasmette dai tempi mitici della
preistoria, Freud permette al mondo esterno di penetrare nella psiche:
“Basta riflettere ancora un attimo, infatti, per rendersi conto che l’Es non
può vivere o sperimentare alcun accadimento esterno se non a mezzo dell’Io,
il quale è, presso l’Es, il rappresentante del mondo esterno. Tuttavia
neppure si può parlare di una diretta trasmissione ereditaria dell’Io. Qui
si apre il baratro che separa l’individuo reale dal concetto di specie.
D’altronde neanche la distinzione fra Io ed Es va intesa in modo troppo
rigido, né va dimenticato che l’Io è un frammento particolarmente
differenziato dell’Es.
Sembra dapprima che le esperienze dell’Io vadano
perdute per gli eredi; quando però si ripetono con sufficiente frequenza
e intensità per molti individui delle successive generazioni, esse si
trasformano per così dire in esperienze dell’Es, le cui impressioni vengono
consolidate attraverso la trasmissione ereditaria. In tal modo l’Es,
divenuto depositario di questa eredità, custodisce in sé i residui di
innumerevoli esistenze di Io, e può darsi che quando l’Io crea dall’Es il
proprio Super-io, non faccia altro che trarre nuovamente alla superficie,
facendole resuscitare, configurazioni dell’Io di più antica data” (S. Freud,
1922). Questo brano metapsicologico è in contraddizione con il modo in cui
Freud parla solitamente dell’Es: come qualcosa che sia al di fuori e al di
là dell’influenza dell’esperienza, come qualcosa di asociale. Questo
concetto, pur rappresentando un’anomalia all’interno della teoria freudiana,
rappresenterebbe un inaspettato punto di convergenza tra il pensiero
freudiano e quello foulkeisiano.
Foulkes elabora il
concetto di inconscio sociale, affermando che sia la struttura
sia il contenuto della psiche sarebbero profondamente modellati
dall’esperienza piuttosto che dall’eredità: questa sarebbe la conseguenza di
quello che intende quando afferma che il sociale permea la psiche.
L’inconscio sociale rappresenterebbe così sia il contenitore come il
contenuto della psiche. Fuolkes fa una distinzione tra “inconscio sociale” e
“inconscio freudiano”, collocando quest’ultimo nell’Es : “(…) la situazione
di analisi di gruppo, tuttavia, pur impegnando largamente l’inconscio nel
senso freudiano, porta alla luce un’area del tutto diversa, di cui
l’individuo è ugualmente inconsapevole ma le cui enormi energie lo
plasmano quanto quelle del suo Es e da cui, anche se non se ne accorge,
finisce per difendersi altrettanto strenuamente (…). Si potrebbe parlare
di un inconscio sociale o interpersonale” (S. H. Foulkes, 1964). Egli
prosegue, ipotizzando : “Questi eventi sono coperti dall’amnesia infantile e
sono in tal senso dinamicamente inconsci (…) il nucleo dell’Io e quello del
Super-io formati in questo modo – formati a mio avviso sin dall’inizio -
sono anch’essi nelle loro parti essenziali altrettanto inconsci, per quanto
non rimossi. Essi sono inconsci perché i valori assorbiti, l’intera
relazione con il mondo, (…) il modo di esprimersi, di respirare, di dormire,
di svegliarsi, di divertirsi, di parlare, l’intero comportamento
dell’individuo è stato decisamente modellato dal gruppo familiare di
origine. L’individuo non ne è consapevole, nel senso che egli è normalmente
convinto che il suo modo (…) sia quello naturale e giusto” (S. H. Foulkes,
1973).
Così come è descritto,
l’inconscio sociale riguarderebbe i comportamenti, i modi di pensare, gli
atteggiamenti e sarebbe ipotizzabile includervi la dimensione corporea e
l’investimento culturale dei sensi, come la vista, l’odorato, il tatto, la
voce e la sua modulazione, il modo di udire e di ascoltare, i gesti e la
mimica, le fantasie sulle zone erogene, che diverrebbero parte di una base
culturale condivisa, come sottolineato da Rouchy (1987).
|

Shine Tani, Cane che abbaia
|
Il concetto junghiano di
inconscio collettivo, in realtà rimane lontano dalla nozione del
principio di una reale connessione transpersonale.
Infatti secondo Jung,
esso è qualcosa di tramandato da una generazione all'altra. Pur trattandosi
dell'eredità, non tanto dei contenuti psichici veri e propri, ma della
possibilità del loro apparire, gli archetipi avrebbero, inoltre una vita
indipendente e potrebbero essere pensati come parti, in qualche modo
autonome, della psiche: “l'archetipo è una sorta di disposizione a
riprodurre, sempre le stesse, o analoghe, rappresentazione mitiche " (C. G.
Jung, Opere 7).
A questo proposito, potrebbe essere utile
sottolineare il concetto di immagine in Jung. Con questo termine egli
non intende riferirsi ad una riproduzione psichica dell'oggetto esterno,
quanto piuttosto ad un'immagine basata sull'attività inconscia. Al soggetto
rimane chiara la sua appartenenza al mondo interno. Pur essendo unitaria e
provvista di un significato autonomo, l’immagine sarebbe legata tanto a
contenuti inconsci, quanto allo stato momentaneo della coscienza, e
considerata pertanto come un precipitato mnestico, un engramma di
innumerevoli processi tra loro simili. |
L’interpretazione dell’immagine non
potrebbe farsi così né dalla parte del solo inconscio né da quella del solo
conscio, ma da quella del loro rapporto. Quando l’immagine presenta una
somiglianza con motivi mitologici (possiede cioè un carattere arcaico), è
chiamata primordiale e può esserle dato il nome di archetipo, in quanto
sarebbe espressione di materiali inconsci collettivi ed è da considerarsi
anche come collettiva, comune cioè ad popolo . E’ interessante notare, come Jung solo dopo il 1930, si rivolga sempre più all’aspetto endopsichico
dell’archetipo, tralasciando il problema della relazione tra archetipi ed
esperienze con il mondo esterno.
Al di là di questa
evidente differenza fondamentale, sarebbe utile analizzare il contributo che
la Psicologia Analitica offre al dibattito gruppoanalitico, attraverso il
concetto di individuazione, inteso come il processo di progressiva
trasformazione psichica, attraverso il quale l’individuo diventa se stesso e
acquista coscienza della propria soggettività. L’individuazione comporta sia
un processo di differenziazione dalle forme collettive preformate del
contesto culturale a cui si appartiene, sia un processo di integrazione di
quella stessa cultura dalla quale deve differenziarsi. In questo senso “l’individuale è la singolarità di elementi psicologici generali (collettivi)” (C. G. Jung, Opere 7). L’unicità della nostra esistenza individuale
si costituirebbe, così, nell’intreccio di elementi collettivi, e in
relazione quindi con il dispositivo culturale di riferimento. Come sottolineato da
Trevi, la cultura diventa “depositaria di forme e valori custoditi nella
psiche collettiva, conscia e inconscia, talchè l’individuo possa costituirsi
come unità di senso, avvalendosi – senza tuttavia alcuna passiva
identificazione – delle strutture plasmatrici costitutive di quella psiche
collettiva “ (M. Trevi, 1988). Le manifestazioni collettive (culturali)
racchiuderebbero allora, in questa visione, un potenziale formativo
della psiche, legato sia alle connotazioni di simbolo che la cultura
possiede, sia alla funzione altamente rassicurante del gruppo culturale
d’appartenenza, come un contenitore che protegge dall’angoscia e fornisce
modelli di pensiero condivisi.
Ritornando a Foulkes,
possiamo considerare l’importanza di due componenti nell’inconscio sociale:
la cultura e la storia e allo stesso tempo la realtà presente di una
interazione con un determinato padre e una determinata madre, non più
considerati in termini di oggetti interni : “La famiglia d’origine è in
realtà la rete fondamentale in cui si forma in maniera decisiva la
personalità del futuro individuo. (…) Essa è costituita, per così dire,
da un asse verticale che indica il passato, i genitori, la loro infanzia, il
loro rapporto con i loro genitori, e tutto entra a far parte del nucleo più
riposto del bambino in formazione” (S. H. Foulkes, 1973). Ricordiamo che
l’importanza attribuita al gruppo familiare, considerato l’elemento di
trasmissione del sociale, risiederebbe nelle funzioni emozionali e materiali
che esso svolge. Quindi alla sua funzione, prossimità e collocazione, non
certo ad una sua natura essenziale.
Foulkes, attraverso il
concetto di inconscio sociale, sovvertirebbe di fatto gli assunti freudiani
di base delle pulsioni, di vita e di morte, che considererebbe come coaguli
e polarizzazioni di esperienze vissute. Ipotizzando che tutti i fenomeni
psicologici avrebbero inizio nel sociale, “i cosiddetti processi interni
dell’individuo sono interiorizzazioni delle forze che operano nel gruppo al
quale egli appartiene” (S. H. Foulkes, 1971), Foulkes getta le basi per le
successive elaborazioni gruppoanalitiche.
Interno/esterno - individuo/gruppo
La natura sociale
dell’individuo ha sicuramente un impatto, fin dalle prime fasi di vita,
sulle rappresentazioni interne dell’esperienza e, se si accetta qualche
interiorizzazione del mondo sociale, si potrebbe anche ipotizzare lo
sviluppo psichico in termini psico-relazionali. L’attuale dibattito gruppoanalitico cerca di superare le dicotomie tra individuo/gruppo,
natura/cultura, interno/esterno, mente/corpo. E’ necessario precisare che
bisogna distinguere tra “esterno” e “sociale”: questi due termini non sono
sinonimi. Tale analogia è una conseguenza dell’ipotesi di considerare il
sociale come qualcosa di esterno che penetra un interno già formato.
Contrapposta a questa visione, è la nozione fondamentale di Foulkes che,
attraverso le idee del sociologo Norbert Elias, ipotizza che il sociale non
si colloca solo all’esterno, nello spazio tra le persone, ma ovunque. Non
sarebbe possibile trovarsi in uno spazio che sia asociale, fuori
dalla società e dalla cultura. Al contrario i concetti di “sociale” e
“gruppo”, facendo riferimento al concetto di relazione, possono essere
considerati come analoghi.
Il pensiero
gruppoanalitico considera le dicotomie suddette non solo come non
necessarie, ma addirittura come artificiose. Egli afferma che astrarre un
elemento dal tutto può essere un metodo logico utile per commentarlo, ma
bisogna ricordare che queste astrazioni non avrebbero in sé alcun
significato o esistenza reali. Se consideriamo un cerchio con un dentro, un
fuori e un confine, dovremmo considerare queste tre parti come
interconnesse, nessuna delle quali può esistere separata dalle altre. Il dentro ha
bisogno sia del fuori sia della linea di confine per originarsi e lo
stesso vale per le altre due entità: eliminandone una, le altre cessano di
esistere. Se eliminassimo il dentro, il cerchio si ripiegherebbe su se
stesso fino a scomparire; se eliminassimo invece il fuori, il cerchio si
espanderebbe fino a quando esisterà ogni cosa, vale a dire nessuna cosa.
Foulkes sostiene che una volta costruite queste dicotomie, si tenderebbe a
dare inevitabilmente, ma erroneamente, la priorità ad uno dei due elementi.
LA MIGRAZIONE COME CRISI
Migrazione: rottura,
perdita, non-contenimento
I processi che riguardano la definizione e la
trasformazione dell’identità, confrontati in un campo sociale multietnico,
si mostrano pervasi da peculiari dinamiche psicologiche e nel confronto con
l’esperienza più evidente e specifica di chi si trova in terra straniera –
il migrante – potrebbe essere possibile approfondire un processo che
appartiene profondamente a ciascun individuo: “l’emigrazione – come dice Z.
Dahoun – è lo specchio del giorno che ingrandisce le difficoltà del
passaggio, visto che consumiamo la vita a fare internamente passaggi e ad
attraversare frontiere”.
|

Shine
Tani, Commercio di strada

Shine
Tani, Figure musicali
|
Nello specifico, la migrazione si configura come una
condizione di mutamento psico-antropologico e come esperienza di
transculturazione individuale e collettiva.
“L’emigrazione si caratterizza
come un’esperienza universale delle collettività umane vissuta entro un
tempo critico personale e collettivo. In un certo senso essa rappresenta il
vettore visibile della sconfitta di un individuo, di una famiglia, di una
classe, di una nazione. Gli occhi dell’emigrante sono appannati dall’ombra
di una pena segreta, di un’ingiustizia o di un destino avverso in cui si
manifesta quasi il volere maligno di una divinità offesa.
L’emigrazione
impone inevitabilmente l’esperienza dello scacco e della perdita degli
oggetti significativi lasciati al di qua della sponda che si vuole
raggiungere, accompagnata dallo smarrimento delle tappe cognitive che
permettono l’orientamento in uno specifico mondo culturale.
L’emigrazione
pertanto rappresenta un mutamento catastrofico che obbliga alla ricombinazione di tutti gli elementi di cui è fatta la vita materiale e
mentale di un individuo.
Tale ricombinazione incontra alcuni ostacoli fissi
lungo il suo farsi processo di adattamento, di acculturazione e di
integrazione sociale, e il loro mancato superamento espone l’emigrato al
crollo definitivo” (S. Inglese, 1997).
L’accordo per l’incipit di un
possibile discorso sulle dinamiche della migrazione è costituito dal tema
della separazione – nel senso della rottura e della perdita - e dal
conseguente brusco cambiamento, che obbliga il migrante a
ri-programmare le proprie coordinate di orientamento esperenziale.
“Nel
corso delle migrazioni avvengono cambiamenti catastrofici” (S.
Inglese, 1997), nel senso che il migrante è costretto a compiere
un transito da una situazione andata in frantumi ad una nuova
situazione che esige di essere ricomposta. La migrazione si configura come una rottura dei
legami con i gruppi di appartenenza primario e secondario e del dispositivo
culturale e sociale del proprio Paese d’origine. |
Il concetto di disintegrazione del legame sociale e
culturale viene messo con maggiore evidenza da Bleger (1979), secondo cui “la rottura (tramite immigrazione)
mette dolorosamente in causa la continuità di sé, l’immagine corporea,
l’organizzazione delle proprie identificazioni e dei propri ideali, la
coerenza del modo personale di sentire, di agire, di pensare, l’affidabilità
dei legami di appartenenza a un gruppo, l’efficacia del codice comune a
tutti quelli che partecipano di una stessa socialità, di una stessa
cultura”.
Viene attaccata quella che Bleger chiama socialità sincretica,
che è alla base dell’identità sincretica dei membri del gruppo. “In tutti i
gruppi esiste un’altra identità, (…) si tratta di una identità molto
particolare che possiamo chiamare identità gruppale sincretica e che si
appoggia non su una integrazione, un’interazione o regole di livello
evoluto, ma su una socializzazione in cui tali limiti non esistono; ognuno
di coloro che, da un punto di vista naturalistico, vediamo come soggetti,
individui, persone, non possiede un’identità in quanto tale, la loro
identità sta nella loro appartenenza al gruppo” (J. Bleger, 1967).
La nozione di sincretismo, centrale nella teoria di Bleger,
definisce uno stato di non-differenziazione che compone la realtà psichica
dell’individuo, ma anche di ogni gruppo e di ogni istituzione.
Nell’individuo, questo stato di non-differenziazione, “la parte non sciolta
dai primitivi legami simbiotici”, è costituito dalle parti
dell’”Io-sincretico”, il meta-Io, l’Io fattico, deposte in una
struttura contenente. Pertanto, a qualsiasi variazione, frattura o perdita
della struttura, la continuità del Sé e dei suoi confini, quindi la
continuità dei legami identificatori dell’individuo, verrebbe minacciata
dall’irrompere di parti psicotiche o arcaiche del Sé. La migrazione come
perdita del proprio contenitore (in senso bioniano) culturale è, di
conseguenza, intesa come perdita di parti del Sé. Infatti, "se consideriamo
che l’ambiente culturale e l’istituzione contengono sempre e articolano
parti non individuate e arcaiche del Sé, la perdita di questo oggetto di
contenimento produce una doppia perdita: la perdita dell’oggetto stesso ma
anche la perdita delle parti del Sé depositate e contenute in esso. Il
risultato è un impoverimento del Sé" (R. Kaës, 1979).
Nel saggio ormai classico “Psicoanalisi dell’emigrazione e
dell’esilio” (1984), Lèon e Rebecca Grinberg sostengono che la migrazione
scuote fortemente nel loro insieme i tre vincoli - spaziale, temporale,
sociale – che, attraverso un processo di interazione continua,
l’individuo tende ad integrare nella formazione della propria identità. Tale
processo viene messo fortemente alla prova, nella sua stabilità e
autenticità, quando l’individuo si trova ad affrontare un evento tanto
radicale quale quello della migrazione. Nel migrante il vincolo che viene
colpito in maniera più manifesta nella sua continuità, è quello sociale, che
"implica i rapporti tra aspetti del Sé e quelli degli oggetti, che si
stabiliscono attraverso i meccanismi di identificazione proiettiva ed
introiettiva e rendono possibile il senso di “appartenenza”" (L. e R.
Grinberg, 1984). “L’alterazione di questo vincolo (sociale) suscita vissuti
di “non-appartenenza” a nessun gruppo umano che confermi all’immigrato la
sua esistenza” (L. e R. Grinberg, 1984).
Nel migrante avviene "una rottura del rapporto tra spazio
interno - la psiche - e spazio esterno - l'ambiente culturale - " (T.
Nathan, 1990) che genera percezioni di vuoto. "Davanti all'imminenza di
nuove rotture nel quadro di riferimento, l'angoscia del vuoto prende di
nuovo il sopravvento" (T. Nathan, 1990). Neri (1996) afferma che "lo spazio
comune del gruppo - inteso come spazio mentale e relazionale - è
strettamente legato al sentimento di appartenenza e ad una differenziazione
tra ciò che è il gruppo e ciò che non è il gruppo". L'area culturale e
sociale di un gruppo è distinta dall'esterno da una sorta di confine (J.
Lotman, 1978) che segna un dentro e un fuori, e ha la funzione "pelle
mentale" (E. Bick, 1968) o di "Io-pelle" (D. Anzieu, 1985). Secondo Neri
(1996), "appartenere - a questo spazio comune - "significa esistere; esserne
espulsi significa non esistere: finire nel non reale, nell'indeterminato".
Il migrante sente di non appartenere più al mondo di prima, ma non
appartiene neanche a quello a cui approda: egli "non esiste né più lì
né ancora qui". "Mi sento come se camminassi su un filo - afferma una
donna migrante - non appartengo al mondo di prima ma non appartengo neanche
a questo" : "chi emigra si trova ad affrontare una sorta di doppia assenza:
l’assenza dal mondo che è stato lasciato ed, inizialmente, anche l’assenza
dal mondo in cui vive” (M. L. Algini, M. Lugones, 1999). La contraddizione
ambivalente tra l'originario e il nuovo ambiente, tra il passato e il
presente, fa sì che il migrante esista solo "in questa striscia sottile, in
questo spazio-tempo del provvisorio" (V. De Micco, 1993).
Le ferite psicologiche del migrante traslano sul corpo, per
cui esso "è percepito come "vuoto" allorché l'ambiente esterno, quello
dell'emigrazione, della cultura diversa, destabilizza il suo ordine psichico
interno: viceversa è avvertito come "pieno" quando i riferimenti esterni
sono costanti e sicuri" (S. Mellina, 1992). E' attraverso il corpo che viene
coniugata l'esperienza soggettiva della migrazione. "La definizione
dell'immigrato genera una proposizione temporale di incertezza e nel
contesto evoca il luogo d'origine, come costante dell'esistenza, oltre i
limiti temporali…Il luogo con cui si coniuga l'insieme semantico di
provvisorietà, costanza, permanenza e assenza, è situato nel corpo di
quest'essere che lotta fra bisogno e ideale: contraddizione assoluta, lotta
interiore che il corpo rappresenta" (F. Fleury, 1988).
Migrazione: trauma e
crisi
Leòn e Rebecca Grinberg considerano il fenomeno migratorio
come “un’esperienza potenzialmente traumatica che configura una
situazione di crisi” (L. e R. Grinberg, 1984). Gli Autori si riferiscono
alla nozione di “trauma cumulativo” (M.Khan, 1974; D.W.Winnicott, 1975), per
cui il trauma-tensione può essere visto come una serie di avvenimenti non
sempre vistosi, che però col loro numero e la loro ripetizione finiscono per
sopraffare la capacità di difesa di un soggetto. Non si tratterebbe, quindi,
di un’esperienza traumatica isolata, che si manifesterebbe al momento della
separazione dal Paese d’origine. La nozione di trauma che verrà presa in
considerazione è quella, secondo cui, esso non si caratterizza per
l’intensità dello stimolo, quindi non si definisce a partire dall’esperienza
che si fa. Una situazione traumatica si caratterizza per il fatto che
l’organizzazione psichica non è attrezzata, o non ancora, per fare
quell’esperienza. Nella migrazione non è tanto traumatica la qualità del
“perturbante”, nel senso che Freud (1919) conferisce al termine “unheimlich”,
quindi come qualcosa di nuovo, inaspettato, inesplicato, che provoca
senz’altro l’impatto con l’ambiente nuovo e sconosciuto.
E’ traumatica
perché mette il migrante a confronto con il non ancora conosciuto e
non sperimentato.
Il migrante è messo, cioè a confronto con una realtà sulla
quale si possono avere informazioni, ma rispetto alla quale non vi è stata
esperienza. Si potrebbe ipotizzare che essa “riattivi nuclei della vita
psichica senza forma né struttura, avvertiti dall’Io come sensazioni diffuse
d’angoscia che sfuggono completamente alla sua capacità conoscitiva” (M. L.
Algini, M. Lugones, 1999). L’assenza di una storia condivisa che accentua la
percezione delle forme straniere e sconosciute; l’assenza del proprio
passato, di cui non ci sono i “testimoni”; l’assenza di segni impliciti
comuni, del "già conosciuto" e dei punti di riferimento costituiti della
famiglia e dai vincoli socio-culturali che mette a dura prova la continuità
dei legami identificatori, produce un “silenzio”, quello che si avverte
quando non si ascoltano voci simili alla propria. Non si tratta di un
silenzio d’attesa, che contiene e prelude alla capacità di comprendere.
|

Shine
Tani, Crocifissione |
Si sta alludendo al silenzio del vuoto, generato
dall’improvvisa interruzione della continuità della propria esistenza e che
riconduce a quei luoghi della mente dove “non vi sono le proprie tracce”: lo
spazio dell’indifferenziato che precede la costituzione del soggetto, dove
si riattivano angosce primitive: “di andare in frantumi” e di perdersi nella
“terra di nessuno”, come la definisce L. Russo (1998), quella che “il
soggetto non ha mai potuto esplorare con il proprio apparato psichico”.
“Ogni volta che l’idea del mondo rischia di vacillare, in modo imprevisto e
incontrollabile, il funzionamento psichico rischia di non poter incontrare
altro che un’immagine di mondo prossima all’originario” (P. Aulagnier,
1975), che rappresenta “il prima impensabile per il discorso: il
prima della vita, il prima del desiderio (…) nonché il prima di un dover
rappresentare che è sinonimo di un dover esistere” (P. Aulagnier,
1975).
Quante volte, nel lavoro clinico, viene sentito dire “io
qui non sono nessuno”, “sono solo un foglio-paga” o ancora “chi sono io” o
“mi sento perso”, frasi che spesso accompagnano il disorientamento, lo stato
di confusione e di incertezza dei migranti (quello stesso di cui scrivevano
M. Risso e W. Böker (1964) riferendosi agli Italiani emigrati in Svizzera).
|
Per comprendere la crisi a cui il migrante va incontro,
possiamo riferirci al concetto di de Martino (1987) di “crisi della
presenza”. Secondo l’Autore “esserci nel mondo, cioè mantenersi come
presenza individuale nella società e nella storia, significa agire
come potenza di decisione e di scelta secondo valori, operando e rioperando
sempre di nuovo il mai definitivo distacco dalla immediatezza della mera
vitalità naturale, e innalzandosi alla vita culturale: lo smarrirsi di
questa potenza, il venir meno della stessa interiore possibilità di
esercitarla, costituisce un rischio radicale che rispetto alla presenza
impegnata a resistere senza successo all’attentato si configura come
esperienza di essere-agito-da, dove l’essere-agito coinvolge
la totalità della personalità e delle potenze operative che la fondano e la
mantengono” (de Martino, 1987). A tale proposito Tullio-Altan ritiene che
“(…) se per un qualsiasi motivo, questo patrimonio di cultura si mostri
insufficiente a questo scopo di dare senso alla vita, (…) l’uomo si sente
disorientato, incerto, insicuro” (C. Tullio-Altan, 1983). I riferimenti
consueti che il soggetto utilizza per poter dare un senso al proprio vivere
entrano in crisi, e con essi tutto il suo ordine simbolico. In altri
termini, l’individuo non riesce più ad utilizzare la funzione mediatrice che
la cultura esplica tra soggetto e valori collettivi. Ricordiamo inoltre, che
la cultura ha sempre operato per creare forme istituzionali, atte “a
proteggere la presenza dal rischio di non esserci nel mondo” (E. de Martino,
1975).
Secondo Tullio-Altan, in linea con la visione demartiniana,
il solo modo di compensare il disorientamento esperenziale, la
“destorificazione dell’esistenza” (de Martino, 1948) a cui l’individuo può
andare incontro, è attraverso la dimensione culturale collettiva, che
fornisca ancora una garanzia all’individualità in crisi. Se anche tale
estrema possibilità frana, allora abbiamo “l’esito finale della crisi, la
totale destrutturazione dell’io e corrispondentemente del mondo, nel quale
più riesce a collocarsi come presenza di sé” (C. Tullio-Altan, 1983). La crisi, nel senso in cui la definisce
Kaës (1979), è
caratterizzata dal cambiamento brusco del corso di un processo, che disturba
i meccanismi di regolazione individuali o collettivi. La cultura non sarebbe
più in grado di fornire un adattamento alla situazione. Secondo l’Autore,
l’angoscia che nasce tende a mobilitare dei mezzi di sopravvivenza e
permette che emergano nuovi meccanismi di regolazione e un nuovo equilibrio,
cioè “un’elaborazione psichica dell’esperienza di rottura”. Ogni crisi,
infatti, implica un’idea di “rottura, separazione o strappo" (R. Kaës,
1979).
La migrazione, quindi, produce una lacerazione, talvolta un
crollo, una cesura temporale del vissuto, in colui che la esperisce,
il cui senso diviene tanto più significativo e comprensibile, allorché venga
letto nel senso propriamente biografico. Occorre, cioè, riconoscere che
nella migrazione un tratto di storia personale è stata danneggiata,
lacerata, talvolta è stata distrutta o è mancante. E’ avvenuta una frattura
interiore nella relazione con l’ambiente e con la propria storia.
L’esperienza migratoria è certamente un cambiamento, ma di una tale ampiezza
che, oltre a rivelare l’identità, la mette fortemente in pericolo, in quanto
la perdita è totale: persone, cose, luoghi, lingua, legati da ricordi ed
affetti profondi vengono persi, ed ancora viene persa la propria cultura e
abitudini, così come la cornice sociale ed economica del proprio Paese.
Migrazione e
non-integrazione
L'esperienza migratoria diviene potenzialmente traumatica,
non solo perché implica la perdita, la trasformazione e lo smarrimento che
l'individuo sperimenta come "solitudine estrema"(T. Ben Jelloun, 1977), ma
anche in ciò che la connota e, soprattutto, in ciò che la rende
intollerabile. "Orfano della sua cultura, l'immigrato è privato anche della
possibilità di poter trovare punti di rèpere con i quali provare a
riorganizzare le proprie esperienze di esiliato, i propri affetti. Orfano
obbligato a restare in silenzio, portatore di un'identità che deve essere
esibita o nascosta secondo che noi si parli di "differenza" o di
"integrazione"" (R. Beneduce, 1993).
La migrazione, come episodio sociale estremamente
significativo per la vita dell'individuo, sviluppa i suoi effetti negativi
attraverso lo snodo dell'alienazione e dell'estraniazione, che non è fatto
solo di isolamento materiale ma soprattutto di mancanza o di alterazione
nelle relazioni sociali. "L'ambiente sconosciuto costringe a guardarsi con
gli occhi degli altri, a sentire il proprio corpo diverso, oltre che
i propri modi di vivere ed i propri valori, in maniera tanto più violenta e
radicale quanto più è grande la distanza somatica e culturale. Esposto allo
sguardo altrui che valuta e giudica, il migrante diventa corpo-oggetto della
curiosità e della distanza" (G. Cardamone, V. De Micco, 1993). Il migrante è costretto dalla cultura e dalle politiche
economiche dominanti a collocarsi in uno spazio sociale senza
riconoscimenti, perso nell'anonimato del declassamento socio-economico, che
lo rifiuta come modello culturale "altro" e lo considera e lo accetta solo
come forza-lavoro. Egli "da soggetto che si autodetermina è ridotto a corpo
che viene determinato dalle strutture economico-sociali, che gli sono
estranee" (V. De Micco, G. Cardamone, 1991).
|
Subisce un "attacco" all'identità sociale: lo sfruttamento
economico, l'ostilità che sperimenta quotidianamente, le inquietudini che
prendono corpo, gli fanno vivere una esperienza di
"transito infinito: (cioè) fra l'essere lontano da ciò che era familiare ed
"escluso", fuori da ciò che lo circonda" (R. Beneduce, 1993).
E' fra questi profili che si radica quell'indecifrabilità
del nuovo ambiente di vita, che si riproduce poi durante vita quotidiana
nella minaccia di essere aggredito, di essere espulso. Nel nuovo ambiente
sociale, così difficile da vivere, sembrano essere assenti i riferimenti
culturali e i legami sociali capaci di riordinare il significato
dell'esistenza. Egli vive una situazione ambivalente che, se da un lato gli
consente di coltivare, pur nella provvisorietà, la speranza del ritorno nel
Paese d'origine o della stabilizzazione nel nuovo Paese di approdo,
dall'altro gli dà la possibilità di non recidere i legami originari, proprio
a causa di questa "sottrazione di identità" (ibidem)
La realtà del Paese di approdo che non gli riconosce i suoi
diritti di memoria, di ricordi, di culto, di esigenze del corpo, come forme
esplicabili nel quotidiano, finisce con il trasformare questa provvisorietà
in una precarietà cupa e indefinita: in un'angoscia esistenziale. |

Shine Tani, All'imbrunire |
Il gruppo di appartenenza
come contenimento
Il gruppo d'appartenenza in terra di migrazione rappresenta
per il migrante un "contenitore sicuro per riuscire a gestire e ad
articolare una transazione radicale" (J. Le Roy, 1996). La migrazione che
comporta la rottura e la perdita del contenitore culturale, viene vissuta
dal migrante come un’esperienza di crisi e sentita come discontinuità,
frattura interiore nella relazione con l’ambiente e con la sua storia. Con la rottura dei propri confini la persona si sentirà tra
il vecchio e il nuovo spazio sociale e psichico, perché "per il migrante è
spesso un passo troppo audace varcare definitivamente il confine ed è invece
solo (…) in questa striscia sottile, in questo spazio-tempo del provvisorio
che può con-sistere" (V. De Micco, 1999). La rottura dei confini
porta a un vissuto di andare in pezzi, di andare in frantumi, per cui
è necessario prima di tutto che vi sia un'esperienza di essere
contenuti affinchè non si abbia la sensazione che i pezzi vadano
dispersi nel vuoto. Il gruppo di appartenenza, con la sua funzione di
holding, permette di tenere insieme questi pezzi.
La funzione di holding è svolta dal gruppo d'appartenenza,
in quanto permette la condivisione della memoria. Nel momento in cui
la frattura tra un prima e un dopo, tra un qua e là è particolarmente
profonda, narrare la memoria diventa fondamentale. Raccontare il passato,
condividere una memoria permette al migrante di avere uno spazio di
riconoscimento e di e di protezione dell'identità. La memoria permette di unificare e reintegrare ciò che è
frammentato: è attraverso questa che vecchie esperienze e relazioni,
trasformate nel tempo, ritrovano un senso e un valore nel mondo interno dei
singoli individui e nelle rappresentazioni collettive del gruppo.
Condividere la memoria permette di sperimentare la fiducia. Il
bisogno fondamentale è ora superare l'angoscia che caratterizza la loro vita
nel nuovo contesto e trovare nuove modalità creative di risposta,
tentando di riprodurre legami significativi attraverso ri-affiliazioni e
nuove identificazioni e attraverso momenti di scambio, di confronto, di
condivisione. "Il legame con la terra d'origine è uno dei nuclei più
profondi dell'esistenza umana: è un legame inscindibile, indissolubile e
nonostante la migrazione provochi una frattura nella continuità spaziale e
temporale, ciascuno porta radicata dentro di sé la fitta trama di affetti
per i luoghi e per le persone che rappresenta il tessuto della propria
memoria, la misura di ogni ulteriore radicamento o sdradicamento, e il modo
in cui le nuove esperienze potranno venire elaborate e comunicate" (R.
Beneduce, 1998).
Secondo Winnicott (1971) la cultura è considerata come
un'estensione dello "spazio potenziale" tra l'individuo e il suo ambiente.
"L'uso di questo spazio è subordinato alla formazione di uno "spazio tra
due", tra l'Io e il non-Io, tra il "dentro" (gruppo di appartenenza) e il
"fuori" (gruppo ricevente), tra il passato e il futuro. L'emigrante ha
bisogno di uno "spazio potenziale" che gli serva da "luogo di transizione" e
"tempo di transizione" (L. R. Grimberg, 1984).
Lo spazio potenziale,
rappresentato da quello che è lo "spazio comune" (C. Neri, 1996) del gruppo
di appartenenza gli dà la possibilità di vivere l'emigrazione come un
"gioco", con tutta la serietà e le implicazioni che questo ha per il
bambino. "Se la creazione di questo "spazio potenziale" non avviene, si
determina la rottura del rapporto di continuità tra l'ambiente circostante e
il Sé" (L. R. Grimberg, 1984). Ciò porta "alla perdita delle capacità di
simbolizzare e al bisogno di ricorrere a difese primitive."
(L. R.
Grimberg, 1984).
Il migrante, come il bambino subisce una diminuzione
della sue capacità creative - del giocare nel bambino - importanti per
affrontare la crisi migratoria. La ridefinizione del confine è possibile
riproponendo l'importanza delle differenze intraculturali, cioè costruendo
nuovi profili delle identità culturali "altre" in modo autonomo rispetto ai
valori culturali dominanti.
Ciò a cui si è andato incontro è una crisi.
La crisi
si differenzia dal crollo. La prima è un periodo di radicale
trasformazione, accompagnato da allarme e grande angoscia. Il crollo si
distingue dalla crisi, in quanto le difese fondamentali che preservano la
struttura vengono travolte. Dopo che è avvenuto il crollo, si mette in
opera, più o meno, una rapida costituzione di nuove difese. Tali difese sono
contemporaneamente più rigide e più fragili e ci si sente minacciati che
esse crollino di nuovo. Le possibilità di successive trasformazioni
evolutive, conseguentemente sono ridotte. Con riferimento alla terminologia di de Martino, si può
supporre che la "crisi della presenza" è una crisi dagli esiti
incerti, un progetto comunitario di esserci-nel-mondo. In questa
prospettiva, si può considerare come una "crisi della presenza", conseguente
all'emigrazione, possa essere superata attraverso un processo di inserimento
in un gruppo o comunità capace di una vita dinamica sociale.
Nello "spazio comune" (C. Neri, 1996) del gruppo
d'appartenenza, campo mentale e relazionale, si ha la possibilità di
condividere la propria matrice culturale. Esso ha la funzione di collegare
lo spazio interno alla cultura, alla lingua e ai codici di comportamento
della cultura “altra”, per poter dare senso e per integrare la perdita del
contenitore e per trovare “il posto dove poter mettere quello che trova” (D.
W. Winnicott, 1971). L’assenza del gruppo di contenimento, che può essere
rappresentato dal gruppo familiare, il gruppo etnico, potrebbe creare
potenzialmente un vissuto in cui l’angoscia è inevitabile e la crisi diviene
traumatica, disturbando il processo di identificazione. Ciò può portare allo
sviluppo di uno stato psicopatologico.
IL CORPO DELLA DONNA MIGRANTE
La migrazione italiana: una riflessione critica
Negli ultimi cinquant’anni, l’Italia da terra di emigranti
(i “nostri emigrati”) è diventata meta di immigrati (gli
“emigrati-degli-altri”), provenienti soprattutto dai Paesi del Terzo Mondo e
dall’Est, spinti ad agire l’espatrio prevalentemente per sfuggire
all’indigenza e alla miseria. A livello delle Istituzioni nazionali,
il 1974
viene ufficialmente considerato l’anno in cui ha termine l’emigrazione
italiana e inizia quella dai Paesi in via di sviluppo. Tale passaggio è
stato troppo disinvoltamente ignorato ed ha dato luogo ad una grande
“rimozione collettiva del proprio passato migratorio" (S. Mellina, 1992),
operando una vera e propria cesura fra presente e passato prossimo della
migrazione italiana.
|
Non dobbiamo infatti dimenticare, che siamo stati un
"popolo di santi, di eroi, di navigatori e di trasmigratori", come
compare inciso a lettere solenni sul frontespizio del Palazzo della Civiltà
del lavoro all'Eur di Roma, comunemente chiamato il "Colosseo quadrato".
Mai come oggi, dovremmo ricordare quello che è stato il
proprio cammino e non vergognarci di ciò che si è stati.
"Ci siamo accorti d'un tratto, di avere dei neri in casa, e
ci siamo dapprima stupiti, poi indignati. Ma perché sorprenderci per un
copione già scritto da noi e da noi interpretato? Noi italiani sembriamo
esserci accorti del fenomeno migratorio solo dopo aver visto in televisione,
qualche anno fa, gli sbarchi degli albanesi in Puglia. A ben guardare, però,
il rientro forzato della "nostra" emigrazione era già iniziato con quello
che i sociologi chiamano "lo stop migratorio" per la crisi mondiale del
1974, mentre parallelamente cominciava l'emigrazione "degli altri" con i
primi ingressi delle colf capoverdiane.
I nostri rientravano, buttati
fuori mercato dalla crisi mondiale, gli altri semplicemente entravano,
chiamati per risparmiare sui contributi da versare all'Inps alle cameriere
nostrane o per colmare carenze di servizi alla persona, in una società
invecchiata. Cosa vengono a fare? - ci siamo domandati con fastidio - questi
neri che incontriamo ai semafori, alle fermate della metropolitana e lungo
gli arenili, d'estate con le loro mercanzie? Cosa vogliono? Perché non se ne
stanno a casa loro? A nessuno però è venuto in mente di chiedersi che cosa
facciano e perché non se ne stiano a casa loro gli oltre cinque milioni di
italiani ("un'altra Italia", è stato detto, o "altre Italie"), cittadini
solo di passaporto, emigrati in ogni parte del mondo" (S. Mellina, 1992).
A ben riflettere, poi, neppure i vu' cumprà, i nuovi
soggetti sociali, rappresentano una novità: essi non sono poi così diversi,
nella sostanza, dai nostri magliari degli anni '50. Giadresco afferma
che “l’emigrazione italiana che è stata vittima della politica dei governi,
è vittima della loro amnesia e dell’evidente tentativo di dimenticare, per
non rispondere” (G. Giadresco, 1988). |

Shine Tani, Figure musicali

Shine Tani, La pace di casa |
Ciò si riferisce a quanto ammonisce
Foschi (1988), secondo il quale "nel 1974, nelle sedi internazionali, si
dichiarava in modo stupidamente miope la fine dei processi migratori di
massa, fingendo di non conoscere i problemi, come quelli derivanti dallo
squilibrio demografico, dal differenziale di sviluppo economico sociale e
demografico tra il Nord e il Sud del mondo e dall'ampliarsi del fenomeno
delle economie sommerse di cui lo sfruttamento dell'uomo diviene una logica
variabile dipendente (…) con lo stop migratorio si intendeva in realtà dire
che i paesi di immigrazione non sentivano più il bisogno di manodopera che
li aveva indotti a regolare in qualche modo i loro flussi di ingresso a
condizione di limitare o procrastinare i diritti dei nuovi venuti. Questa,
in termini brutali, la sostanza della legislazione migratoria" (F. Foschi,
1988). Sono queste parole dure che denunciano l'intreccio tra migrazione,
bisogno e sfruttamento del lavoro.
I differenti percorsi migratori delle donne
La progressiva femminilizzazione dei flussi migratori è in
Italia un fenomeno recente ed estremamente significativo, se consideriamo
che circa il 50% dei migranti è costituito da donne, rispetto a circa il 30%
negli anni Sessanta.
La migrazione femminile può avere delle analogie con quella
maschile, che si basa per lo più sul fattore economico - infatti "alcune
ricerche hanno dimostrato come (…) prevalgono motivazioni di tipo economico
rispetto a quelle di tipo personale o sociale; in alcune aree come l'America
Latina, le Filippine, il Pacifico Meridionale l'emigrazione di ragazze
giovani fa parte della strategia di sopravvivenza delle famiglie" (Unfpa,
1998) - o ragioni politiche o anche spinte e motivazioni culturali.
Dall'altro le migrazioni delle donne si differenziano per tratti del tutto
peculiari, come la rottura dei legami familiari, il ripudio, il divorzio o
al contrario il matrimonio o il ricongiungimento familiare. Quest'ultimo si
caratterizza come il percorso migratorio tradizionale che, in Italia come
negli altri Paesi europei, rimane la modalità più comune di ricomposizione
del nucleo familiare. Per l'Italia riguarda in particolare gli immigrati
arabi di religione musulmana, provenienti dal Marocco, dalla Tunisia,
dall'Algeria e dal Senegal. In questo caso l'uomo capofamiglia parte per
primo e, dopo qualche anno dalla partenza, organizza l'arrivo della moglie e
dei figli nati nel Paese d'origine. Nella storia delle migrazioni e
nell'analisi della "catena" migratoria, si ritrova quasi sempre l'uomo
all'inizio della partenza e dell'esodo.
Rispetto a questa consuetudine, la realtà italiana presenta
alcuni aspetti particolari, data la forte presenza di donne straniere
lavoratrici e migranti "attive", di donne cioè che sono migrate da sole. Si
evidenzia infatti, la peculiare presenza (più del 40% degli immigrati in
Italia) di alcuni gruppi di appartenenza etnica ben determinata, composti da
donne sole o con figli, che non si inseriscono quindi in un raggruppamento
familiare classico. Queste modalità di arrivo, a partire dagli anni
Settanta, sono diventate caratteristica delle donne provenienti
prevalentemente dai Paesi africani ed asiatici (soprattutto dalle Filippine,
dalle isole di Capoverde, dalle Seychelles e dalle Mauritius, dallo Sri
Lanka, dall'Eritrea e più recentemente dall'America Latina).
Questa "femminizzazione" della migrazione "riflette
l'accresciuta partecipazione delle donne a tutte le varie forme di
migrazione e in tutte le regioni. Oggi le donne figurano in grande misura
nella migrazione di forza lavoro, soprattutto perché la domanda di
lavoratori domestici e a servizio è cresciuta" (Nigrizia-Dossier Migrazioni,
2001). Queste trovano occupazione prevalentemente come domestiche o come
assistenti domiciliari e raramente riescono a cambiare collocazione,
nonostante molte donne abbiano un grado di scolarizzazione medio o
addirittura medio-alto. Questo fenomeno è definito come etnicizzazione
del lavoro (Balibar e Wallerstein, 1990), la cui caratteristica è una
singolare "specializzazione" del mercato del lavoro sulla base di differenze
etniche.
|
Tale fenomeno è dovuto “alle dinamiche non solo economiche,
ma anche sociali e politiche, tanto a livello dei Paesi di partenza che di
quelli di arrivo, che determinano la distribuzione delle donne migranti, per
gruppi etnici, in determinati settori occupazionali” (G. Campani, 1993).
In Italia, a partire dagli anni Settanta, i processi
evolutivi del costume nazionale, con un progressivo e forte inserimento
della donna italiana nel mercato del lavoro, hanno prodotto insieme a
trasformazioni delle strutture sociali e dei ruoli maschili e femminili, uno
svuotamento di esigenze e di attività lavorative tradizionalmente delegate
alla componente femminile della popolazione. Soprattutto il lavoro domestico
ha visto lo sviluppo di una consistente offerta di lavoro, non adeguatamente
soddisfatta dalla domanda di lavoro locale, in quanto considerato lavoro
gravoso ed al contempo scarsamente qualificato.
Tra le cause dell’etnicizzazione del lavoro, una componente
non indifferente nella scelta del percorso migratorio verso l’Italia,
è
certamente legata alla circostanza della religione professata. Infatti, “la
migrazione legata al lavoro domestico riguarda prevalentemente le donne
provenienti da Paesi in cui la religione cristiana, e cattolica in
particolare, per motivi di antica dominazione coloniale e di forte influenza
e presenza dell’opera delle missioni religiose, protrattasi fino all’epoca
contemporanea, rende queste ultime tramite di sicura allocazione nel mercato
nazionale di questo tipo di lavoro, talora con un contratto stipulato già
prima della partenza” (M. Grasso, 1994). |

Shine Tani, Femminile |
Il doppio transito della donna migrante
L'esperienza della
migrazione impone alle donne provenienti da culture "altre" di confrontarsi
con un sistema di riferimento diverso e con un altro modo di percepire se
stesse e il proprio corpo. La donna migrante è costretta ad un duplice
transito: non solo deve confrontarsi con valori e norme comportamentali
"altri", con differenti codici estetici e nuove responsabilità, ma l'attende
un confronto lacerante soprattutto con la sua identità di genere, intesa
come il senso di sé come donna.
Nella donna migrante
l'ambivalenza è ancora più profonda, perché pone in primo piano la questione
del corpo e di ciò che le diverse culture vi inscrivono. Il tema della
separazione, del distacco migratorio e quello del cambiamento diventano
centrali nella ridefinizione della propria identità, in cui l'oscillazione
tra la continuità dei propri legami identificatori con la cultura del Paese
d'origine e il cambiamento doloroso e inevitabile che la migrazione impone,
fa sì che il corpo diventi il luogo dove il sincretismo culturale durante la
migrazione della donna si fa più critico.
La visione culturale
del corpo femminile, che investe la dimensione della sessualità e della
maternità, diventa un punto cruciale attraverso cui si misura la lontananza
dall'universo simbolico e culturale d'origine. Al corpo viene affidato un
significato sociale, garante del sentimento di appartenenza e dei confini
del gruppo. "E' il corpo femminile, e non il corpo in genere, a
rappresentare nella sua integrità/violabilità l'integrità o la violabilità
dei confini sociali, familiari o nazionali o etnici" (F. Balsamo, 1993). Il
corpo diviene portatore, consapevolmente o meno, di identità, saperi, valori
e simboli. "I simboli che il corpo non può evitare di essere sono anche
qualcosa che può distruggerne la sensibilità e la vita" (F. Balsamo, 1993).
Godelier (1996) parla
dell'identità come qualcosa che articola dispositivi che sono intimamente
connessi e attraverso i quali si producono in un gruppo o nella singola
persona importanti metamorfosi. In particolare parla di una "doppia
metamorfosi", attraverso la quale tutto ciò che proviene dai rapporti
politici, religiosi ed economici si "trasforma" poi in rapporti di parentela
per successivamente entrare attraverso la seconda metamorfosi nel registro
della sessualità: "movimento duplice che muta ogni individuo in soggetto
sociale".
L'identità di genere
è, in questo modo, strettamente connessa alla definizione del proprio ruolo
sociale, quindi del corpo sociale, quale viene concepito e riprodotto nella
cultura d'origine o quale viene modellato dalla cultura dei paesi
"occidentali".
Il corpo come oggetto-di-produzione
I moderni orientamenti sulla questione migratoria tendono
sempre più a chiamare in causa elementi di natura etico-politica: il
rispetto dei salari, i diritti umani, la partecipazione sociale. Tutto ciò
sembra essere rilevante in tutti gli studi e le teorie interpretative del
fenomeno della migrazione storicamente determinato. La migrazione
costituisce uno dei risultati più vistosi e sconvolgenti dello sviluppo
capitalistico, infatti sono state e sono ancora oggi, le differenze di
sviluppo a livello internazionale a provocare l’esodo di uomini e donne, per
i quali vi è la necessità di riscatto dalla miseria e dalle ingiustizie
sociali.
|

Shine Tani, Preparazione della minestra |
“La migrazione è figlia di un’esigenza di profitto che
sposta gli uomini come se fossero merci, li sradica dal loro mondo domestico
e comunitario, li amputa dei diritti sociali e politici che spettano a ogni
cittadino, li costringe a una situazione difficile dove il conflitto tra
sopravvivenza materiale, necessità economica e soffocamento e perdita dei
sentimenti costitutivi della persona, quelli che ci legano ai luoghi, alle
persone, alla storia in cui siamo nati e vissuti, è fonte di sofferenza.
L’emigrazione rompe i legami, li lacera e li consolida nella colpa. Una
parte della vita è andata perduta, quello che si vuole non c’è più per il
semplice fatto che lo si vede con occhi critici e diversi e tuttavia lo si
rimpiange” (D. Frigessi Castelnuovo e M. Risso, 1982).
Le condizioni economiche e sociali non turbano in modo
diretto il processo di ridefinizione dell’identità, piuttosto agiscono
attraverso mediatori, creando situazioni psicologiche ancora più
conflittuali, soprattutto là dove non vi è alcuna possibilità di scelta né
di potere contrattuale.
Nella società “globalizzante”, il migrante è
considerato, e accettato, unicamente in qualità di corpo-lavoro, di
corpo-oggetto-di-produzione, di corpo-macchina, che serve agli ingranaggi
produttivi (leciti o illeciti) del Paese di approdo.
|
Ciò che si presenta sul
mercato di lavoro dell’emigrazione è un “unicum reificato di corporeità, da
cui sono stati espunti i pensieri, i desideri, la cultura” (S. Mellina,
1992). De Micco e Cardamone (1991) definiscono con efficacia questo processo
come “una riduzione da soggetto nella sua totalità di corpo”.
Il migrante,
cioè, è ridotto “da soggetto che si autodetermina, a corpo che viene
determinato dalle strutture economico-sociali, che gli sono estranee” (V. De Micco, G. Cardamone, 1991). Fleury (1991) osserva infatti, che l’essenza
della presenza del migrante, costretto in un ambiente sconosciuto a
rispecchiarsi negli occhi degli altri, può ridursi al pensiero: “io
esisto solo perché il mio corpo lavora, perché sono il mio corpo-lavoro” o,
meglio all’idea di “funzionare in maniera quasi meccanica” (V. De Micco, G.
Cardamone, 1991).
C’è quindi una profonda contraddizione che segna in modo
negativo il processo di ridefinizione della propria identità: “da una parte
– il migrante - è utilizzato in modo funzionale come forza-lavoro, limitato
alla sfera produttiva, dall’altro avviene una discriminazione
istituzionalizzata ed una esclusione dalla partecipazione sociale e politica
(…) cittadino in patria, nella società d’origine, dove non ha il diritto di
un lavoro; lavoratore all’estero, nella società di produzione, dove non ha
alcun diritto di cittadinanza” (D. Frigessi Castelnuovo, M. Risso, 1982).
Questo è ciò che di fatto accade nei Paesi del Nord del
mondo, compresa l’Italia. Ne sono la prova le recenti legislazioni in
materia di politica dell’immigrazione.
La condizione di invisibilità sociale del migrante,
diventa ancora più critica per le donne, “spesso dimenticate dalle
statistiche e nei dati ufficiali, pur costituendo il 50% degli immigrati
extracomunitari impiegati in un ruolo attivo” (S. Mellina, 1992). Ci
riferiamo alle donne “attive” della migrazione, cioè di quelle donne che
vengono in Italia da sole, con obiettivi specifici di tipo economico,
limitati nel tempo e con il progetto di rientrare dopo un intervallo più o
meno prestabilito al Paese d'origine con i risparmi realizzati, per
ricongiungersi con il gruppo familiare. Al centro della partenza femminile
c'è la presenza (o la dolorosa assenza) di legami col gruppo familiare più
di quanto non accada per gli uomini. Infatti, il proprio nucleo d'origine,
la famiglia allargata, si attiva per sostenere la partenza di donne che
migrano da sole, al fine di realizzare un progetto migratorio di sussistenza
familiare.
Altre volte la migrazione equivale ad un “esilio” forzato,
a causa di una profonda rottura dei legami familiari e sociali, come nel
caso di ripudi da parte del marito o di divorzio, che segnano
inevitabilmente il destino di alcune donne con una stigma sociale o, più
semplicemente è il desiderio di iniziare una nuova vita. Queste donne, in
qualunque caso, si convertono per un certo periodo in strumenti economici,
sospendendo i legami sociali ed affettivi in una sorta di limbo, che è la
loro sopravvivenza in terra di migrazione. La donna migrante si identifica
con la sua posizione nel mercato del lavoro nel modo più totale. Essa
costituisce il suo unico ed essenziale connotato nella società
d’immigrazione, che non gli concede in pratica di esercitare altri ruoli,
che non siano quelli della forza-lavoro.
Fleury (1988) ritiene, infatti che
“il corpo è l’oggetto per eccellenza del migrante, il corpo sociale della
famiglia viene sacrificato perché emerga il corpo di produzione, e la sua
natura di oggetto si rivela nel motivo della partenza, giacchè la forza del
braccio sarà il potere che ognuno porta con sé". La sola forza delle braccia
può, però, favorire unicamente una scelta, che è “scelta senza potere” (A.
Signorelli, M. Tirittico, S. Rossi, 1977), così “la sopravvalutazione
dell’oggetto (del corpo del migrante), inevitabilmente creerà a sua volta il
luogo dove si svolgerà il conflitto (…) La malattia sarà il fallimento del
progetto, la sua negazione esistenziale” (F. Fleury, 1988).
“Riconosciuto
solo in quanto lavoratore, l’immigrato non può ammalarsi perché deve
produrre, altrimenti non ha più riconoscimento sociale. Eppure
paradossalmente, lo stato di malattia rappresenta l’estrema risorsa di una
identità vacillante (…) la malattia sta a significare insieme sconfitta e
rivolta del soggetto: da un lato sarà esibita come richiesta di cure e di
risarcimento, dall’altro verrà nascosta come vergogna del fallimento del
proprio progetto esistenziale. In parte, dunque, rifugio dell’identità in
crisi, in parte sottrazione definitiva di presenza storica” (V. De Micco, G.
Cardamone, 1991).
Per queste donne, la possibilità di vivere presso il datore
di lavoro con un contratto particolare (presenza 24 ore su 24),
se da un
lato permette di superare le difficoltà di trovare un alloggio, dall'altro
implica l'impossibilità di avere una famiglia propria e, nel caso di
presenza di figli, finisce per essere una delle situazioni più difficili. Ne
è prova l'elevata presenza di figli di immigrati collocati presso istituti
di assistenza. Vengono compromessi anche tutte le altre possibili relazioni
affettive e sociali, in quanto questo genere di situazione ha tutte le
caratteristiche di un "doppio legame": la donna vive là dove lavora.
La
donna diviene completamente “alienata”, nel senso in cui Le Guillant (1960)
considera l’alienazione, cioè come solitudine esistenziale che risulta
dall’alterazione delle relazioni con gli altri. E' "alienata" anche nel
senso con cui Galimberti considera il termine: "l'alienato non è più colui
che vive "fuori dal mondo", ma colui che nell'alienazione ha trovato l'unico
modo per lui possibile di essere-nel-mondo, essendo l'alienazione null'altro
che l'estremo tentativo di diventare, nonostante tutto, se stesso" (U.
Galimberti, 2002).
L’accumulo di risparmi diventa l’idea prevalente, della
quale si è come in perenne ostaggio e non si riesce più a dire a se stesse
sin quanto si potrà tollerare questo genere di ritmi, anche quando nulla, o
quasi nulla, di quanto aveva sperato prima di partire sembra realizzarsi.
Infatti, come purtroppo succede spesso nella realtà migratoria di queste
donne, il moltiplicarsi nel tempo dei problemi quotidiani, le costringe a
ridurre l'aiuto dato alla propria famiglia o le preclude di crearsi una
nuova vita affettiva e sociale. Viene, quindi a ridimensionarsi proprio l'aspetto che più
di altri ha costretto alla decisione di migrare: il progetto migratorio
appare minacciato, ridimensionato o a rischio di fallimento e viene meno
proprio l'unico fattore in grado di compensare le notevoli difficoltà che
queste donne affrontano sul piano psicologico.
|

Shine Tani, Pronta per il matrimonio |
Il disagio e la crisi delle donne
che si muovono in questa "ambigua terra di nessuno" (T. Nathan, 1990), coinvolge in primo luogo la
loro identità di madri e di spose. Come se, al di là delle difficoltà
oggettive di crescere un figlio ed avere un proprio nucleo familiare nella
precarietà economica e sociale, la migrazione, operando delle separazioni
tra l'individuo e la terra, la famiglia, il gruppo sociale, la dissociasse
anche da quell'universo estremamente correlato con la sua femminilità,
costituita dalla sessualità e dalla maternità.
Per molte donne, infatti, viene messo in discussione
l'intero sistema di riferimento riguardante la struttura sociale e
familiare. Queste si trovano a provvedere alla famiglia in modo "maschile",
cioè producendo reddito e prendendo il ruolo di capofamiglia,
tradizionalmente e culturalmente deputato all'uomo. Tutto ciò viene dettato
non da una scelta, ma imposto da necessità di sopravvivenza.
Di fatto
la
rinuncia alla propria identità di "donna-madre" e di "donna-sposa" avviene
in modo conflittuale: ”il conflitto è l’espressione di una rottura di
rapporti esistenti e necessari” (A. e H. Torrubia, 1955). C'è, inoltre, una
forte ambivalenza nei confronti della maternità in quelle donne il cui
modello culturale si realizza diventando madre: "…al mio paese non si può
non rimanere incinta…" dice una giovane etiope. Ciò si scontra con la
problematicità, se non con l’ impossibilità, di portare avanti una
gravidanza e la successiva gestazione, che equivarrebbe quasi sicuramente a
perdere il lavoro, con tutto quello che ne consegue.
|
Sfidare l'obbligo della maternità vuol dire forse sfidare
quel mondo verso cui lentamente ci si distacca, nello spazio e nel corpo,
sfidare l'autorità maritale, l'esaltazione della potenza maschile, il ruolo
tradizionale della donna ed anche il valore della fecondità. Vuol dire,
inoltre provare un sentimento di tradimento verso il proprio gruppo di
appartenenza e la proprio cultura d'origine.
Così, se da un lato si ricorre a pratiche contraccettive
spesso non conosciute e non capite, la cui pratica viene apertamente
dichiarata come temporanea, legata alla fase migratoria,
dall'altro vi è il
bisogno nascosto di non rompere con l'immagine tradizionale femminile, con
il modello di donna-madre. Una spia rivelatrice è “il desiderio di
perpetuare, in un tempo e in uno spazio indefiniti, l'immagine materna: il
"farò come mia madre", che alcune donne esprimono come augurio da realizzare
nel futuro” (M. Mazzetti, 1996). E' nel corso di queste silenziose
metamorfosi, che i sentimenti di colpa e di inadeguatezza acuiscono
l'estrema solitudine delle donne che migrano da sole, a cui manca il
sostegno di un gruppo familiare allargato e quella rete di solidarietà della
comunità di appartenenza.
Talvolta tali reti si rafforzano, ma solo per consentire ad
altre donne della famiglia o del proprio gruppo di appartenenza di
intraprendere un percorso migratorio. In molti altri casi, queste reti si
spezzano di fronte alla durezza delle sfide quotidiane e allo stato di
alienazione e di estraneamento. Non svolgono, così, la loro funzione di
“contenitore” della sofferenza e non consentono di ridefinire i “confini”,
visti come argine simbolico e sociale, in cui sia possibile esprimere e
legittimare la propria identità culturale. Ciascuna donna si trova a
fronteggiare i propri conflitti identitari disperatamente e individualmente.
Fin quando il corpo non cede, “l’idea di poter mettere da
parte dei risparmi, equivale ad una sorta di “riscatto economico” che
assolve la donna dagli “obblighi” culturali e sociali implicati nel suo
viaggio” (R. Beneduce, 1988). Così, ancora una volta ribadiamo come “il
messaggio del paese ospite è, in questo senso, estremamente chiaro, e spesso
implicito: il migrante è accettato in quanto forza-lavoro e corpo oggetto
del processo produttivo, ma è respinto in quanto portatore di diversità
culturale e negato come corpo desiderante, i cui bisogni d’affetto,
tenerezza, sessualità, devono rimanere silenziosi” (V. De Micco, G.
Cardamone, 1991).
Il corpo come confine-sociale
Per la donna migrante, il tentativo di conciliare
cambiamento e tradizione e di riaffermare il bisogno di appartenenza in
terra di migrazione, diventa un “passaggio di confine” (V. De Micco, 1993)
spesso ambivalente e altamente conflittuale, soprattutto in quelle culture
dove l’identità di genere è connessa in modo ineludibile all’appartenenza ad
un gruppo e, quindi, alla nazionalità, allo stato e al confine invalicabile
del credo religioso.
Per capire le dinamiche della migrazione di donne di credo
musulmano è importante riconoscere il ruolo sociale che, attraverso il
corpo, esercitano.
“L’entità statale è (…) un insieme di varie e spesso
contrapposte forze sociali, le quali intervengono diversamente nella
determinazione delle decisioni politiche. (…) La donna risulta legata al
processo nazionale (…) come membro della società civile, (…) come categoria
sociale (con) vari livelli di partecipazione (…) al processo politico:
riproduttrice biologica nell’ambito delle strategie di controllo
delle nascite; riproduttrice dei confini etnici/nazionali,
attraverso, ad esempio, la limitazione ufficiale di relazioni sessuali miste
prevalentemente all’interno del gruppo dominante; riproduttrice
dell’ideologia e della cultura (…) attraverso la socializzazione dei
bambini; simbolo dell’identità nazionale ed etnica. (…) Le donne sono
costruite e allo stesso tempo costruiscono lo stato” (N. Barison, 1993).
Il corpo si riveste di connotati ben precisi, di carattere
sociale, che ne definiscono la forma e i limiti. Il corpo della donna, con
la sua inviolabilità, rappresenta i confini del gruppo di appartenenza.
Infatti “nella costruzione di identità parziali, di una parte versus gli
altri, il concetto di purezza –genealogica, familiare, etnica, nazionale,
religiosa – è fondamentale. Purezza, cioè, dei confini sociali. Questi
confini devono escludere contaminazioni da parte dell’altro” (F. Balsamo,
1993). La valenza simbolica che il confine riveste nella cultura
islamica, è commistione tra tradizione culturale, appartenenza nazionale e
credo religioso. A ciò è correlata in maniera inscindibile la complessità
dei rapporti della donna con l’esterno, con tutto ciò si trova oltre questo
confine inviolabile, ma anche invalicabile.
Per poter comprendere l’importanza del concetto di confine
nella cultura islamica, dobbiamo riferirci al concetto di horma.
Esso, infatti rappresenta, dal Marocco al Pakistan, un costante punto di
riferimento dell’universo culturale, religioso e sociale.
La horma è
un cerchio sacro che, circondando la persona, la casa, la città con ampiezza
crescente come una serie concentrica, li sottrae ai pericoli dell’ignoto,
dell’Altro. E’ una sorta di protezione che agisce in modo simbolico,
ordinando gerarchicamente i rapporti sociali e preservando il fedele agli
stati di impurità rituale. Agisce, però, anche su un piano materiale, così
la porta, la tenda, il velo - l’hijab – della donna, proteggono
l’inviolabilità dei confini, sottraendo concretamente allo sguardo. Questo
confine segna per la donna musulmana i limiti dello spazio entro cui
stabilire relazioni interpersonali e stabilisce i limiti imposti alla
propria corporeità. La confina in uno “spazio-casa” e in uno
“spazio-intimo”, quindi in uno “spazio-privato”, rendendole inaccessibile
l’ingresso in uno “spazio-pubblico”. Infatti si può pensare a questo confine
in termini prevalentemente di separazione e di cesura, e al quale non viene
attribuita alcuna permeabilità: “il confine non è più una membrana, ma si
irrigidisce e diviene una barriera” (C. Neri, 1996).
|

Shine Tani, Regina africana |
Nel “transito identitario della migrazione” di molte di
queste donne, provenienti prevalentemente dai paesi del Magreb per
ricongiungersi con il marito o con un altro parente già emigrato, allo scopo
di riallacciare un legame familiare, rimane spesso il mantenimento rigido
dei propri confini identitari, che segnano l’appartenenza al gruppo. Giunte
in Italia, esse infatti tendono a mantenere una “clausura” di fatto,
rimanendo confinate nello “spazio-casa”, dove la donna migrante trascorre
quasi per intero il suo tempo.
Apprendono tardivamente l’italiano e i
rapporti con lo “spazio-esterno” sono mediati essenzialmente dal marito e
dai figli. Anche in questo caso, la condizione delle donne che in terra di
migrazione rimangono vincolate (per tradizione, cultura, religione) alla
sola struttura familiare, risulta all’insegna di una invisibilità sociale
e di alienazione, se non per i residui e limitati legami che
continuano a mantenere con la propria comunità di appartenenza.
La difficile eludibilità di questa situazione, comporta
loro un grande isolamento, là dove invece la famiglia allargata del
Paese d’origine offriva loro molteplici appoggi. “L’isolamento che
ne caratterizza la vita quotidiana può risultare soffocante.La solitudine diventa opprimente, in una quotidianità senza
altri legami e scandita da rari scambi: al confronto, anche il piccolo mondo
di una volta (l’hammam,
il mercato) è incomparabilmente più grande e stimolante. |
Contrariamente
all’apparenza, queste donne sono più libere nel loro villaggio natale che
nel paese straniero” (Theillamus-Lamy, 1996).
Il solo ristoro di queste donne proviene dal pensarsi pie e
disposte ad accettare il proprio destino, qualunque esso sia, così come il
Profeta raccomanda: “una schiava credente vale più di una donna libera
idolatra, anche se quest’ultima vi piacesse di più” (la Sura II, 220). A
contatto con un ambiente culturale e sociale diverso, questo confine
identitario si irrigidisce ancora di più, in quanto appare, in un luogo
sconosciuto, fortemente minacciato di rompersi. Ciò equivale ad entrare in
contatto con il mondo dell’ignoto, in un luogo “altro” non previsto nei
propri modelli simbolici, ma soprattutto senza più alcun confine di
protezione.
Inoltre la vita familiare anche nel contesto migratorio, è
scandita da un rassegnato silenzio: “la cultura islamica pone degli
interdetti sullo spazio del privato, (…) lo spazio della donna è fondato sul
segreto, sul non dire (…), che non può essere in alcun modo condiviso
con l’uomo” (Theillamus-Lamy, 1996). La protagonista femminile di
Harrouda, un romanzo di Ben Jelloun, sa che “parlare è già esistere come
persona”. Questa frase è sicuramente molto rappresentativa della situazione
in cui si trovano, ancora oggi, molte donne: “per secoli si è impedito loro
l’uso della parola libera e soprattutto in pubblico” (A. Bono, 1993).
L'unico linguaggio permesso, fatto di molte possibilità espressive, finiva
con l'essere in fondo un silenzio perché omologato al linguaggio che
"poteva" e "doveva" esistere, che fosse riconosciuto dall'autorità ed in
nessun modo entrasse in competizione con essa.
Anche se bisogna considerare che la donna “è riuscita
comunque e sempre a comunicare e tramandare una rappresentazione di sé e del
mondo, però sottovoce, con le fiabe, i racconti, le chiacchiere attorno al
fuoco e all’acqua, con l’esempio del suo comportamento, ma nella coscienza
mutilante di non avere altrettanto diritto a farlo quanto l’uomo, spesso
assecondando immagini, modelli, stereotipi creati dagli uomini, convinta che
loro avessero più ragione e senso morale” (A. Bono, 1993). Per molte di
queste donne la parola libera è prima di tutto un atto di resistenza, prima
ancora che di volontà espressiva e creativa, quasi una sfida alla politica
di dominio che le vorrebbe anonime e senza voce. "Passare dal silenzio al
linguaggio è un gesto di sfida che guarisce, che rende possibile una nuova
vita e una nuova crescita" (B. Hooks, 1989).
Il corpo come marchio-d'identità
Le recenti ondate
migratorie dall'Africa hanno dato origine nei Paesi d'accoglienza a problemi
di convivenza, creando conflitti culturali ed etici. Con l'arrivo di donne
straniere, provenienti dai Paesi a cultura escissoria o infibulatoria,
l'Europa si è trovata direttamente coinvolta in questioni specifiche, quali
la pratica delle mutilazioni genitali femminili.
Si è venuta a creare
una situazione quasi paradossale: mentre in Africa vaste campagne di
sensibilizzazione cercano di favorire una presa di coscienza critica nei
confronti delle pratiche (CI-AF, 1987), la migrazione facilita il
mantenimento di usanze e costumi, magari proprio perché contrapposti ai
modelli occidentali (Erlich, 1986). In Italia, il fenomeno è piuttosto
recente ed esploso, nella sua complessità, nel gennaio del 1988, a seguito
di alcune affermazioni della Sen. E. Marinucci, che denunciavano casi di
operazioni espletate presso strutture ospedaliere statali a Roma, Napoli,
Torino, scatenando vive reazioni e dibattiti di carattere
medico-deontologico. In un'inchiesta del Ministero della Sanità si negò
allora l'esistenza del problema, pretendendo in l'Italia non fossero
presenti gruppi etnici coinvolti nella pratica: "per quanto concerne in
particolare l'ampio dibattito sollevato sulla stampa nazionale circa il
problema delle mutilazioni genitali praticate sulle bambine presso alcune
comunità afro-asiatiche, si è rilevato che le caratteristiche demografiche
degli immigrati appartenenti a tali gruppi etnici in Italia, differiscono da
quelle tipiche di altri paesi occidentali, come ad es. l'Inghilterra, dove
esistono aggregazioni di nuclei familiari, che favoriscono il perpetuarsi di
pratiche tradizionali quali l'infibulazione" (Il Medico d'Italia,
25/5/1988).
Solo nel 1997 è tornato alla luce il problema,
attraverso un segnale d'interesse del Comitato Nazionale della Bioetica, che
vara un documento sul tema:
"Vissuto di sopraffazioni da parte di pratiche coattive sui genitali".
Nell'approfondire l'argomento, un membro del gruppo di studio ha affermato
che "accanto alle pratiche di sterilizzazione imposte a categorie
particolari di persone, in genere donne, con handicap psicologici vengono
considerati interventi che non sono propriamente sterilizzanti nella loro
finalità, ma che agiscono anch'essi coattivamente in modo cruento, con
caratteristiche di mutilazione, su bambine prepuberi impotenti, che non
possono subire che passivamente la coazione violenta. Questi soggetti non
sono naturalmente in grado di ricevere una informazione completa e quindi di
poter dare un consenso informato, condizioni entrambe essenziali per
ammettere la liceità di tali interventi. Ci si riferisce alle mutilazioni
genitali femminili" (Gaddini, 1998). In un documento successivo si auspica
che vengano aiutate le etnie presso le quali sono in uso le mutilazioni a
superare pratiche così inaccettabili. Ciò potrebbe essere auspicabile solo
se vengono affrontati in ambito psicologico, e non solo medico, i problemi
delle donne migranti di prima generazione, connessi alle patologie e alle
sequele post-operatorie, imputabili alle mutilazioni genitali, così come si
tengono presenti negli ospedali le crescenti problematiche delle partorienti escisse/infibulate.
|

Shine Tani, Mentalità della classe |
Secondo le recenti
ricerche (P. Grassivaro Gallo, 1998) il numero delle donne mutilate presenti
in Italia, provenienti soprattutto dalla Somalia e dall'Eritrea, fino al
1996, aveva un'incidenza di "non meno di 21.786 unità". Va notato che fra il
1994 e il 1996, il numero delle donne somale è diminuito, mentre è in forte
aumento quello delle donne nigeriane e delle eritree.
Puntualizziamo che i
dati della ricerca si avvalgono delle fonti ufficiali del Ministero degli
Interni, che se non rispecchiano la situazione effettiva, in quanto non
comprendono le "clandestine", sono comunque orientativi.
Molti rituali, pratiche e cerimonie atte a modificare in
modo irreversibile il corpo, quali l'infibulazione e l'escissione, pur nella
natura propriamente paradossale, hanno radici profonde e persistenti, su cui
si basa l'integrità culturale e identitaria della donna.
La donna escissa o
infibulata vive in terra di migrazione una situazione altamente
conflittuale, in quanto il vissuto riguardo queste pratiche, che Nathan
(1991) definisce "traumi culturalmente organizzati", risulta essere ancora
più drammatico e difficile da sopportare quanto più si affievolisce la
persistenza simbolica offerta dai sistemi di riferimento e il supporto psico-affettivo del gruppo di appartenenza (Baasher, 1982; Erlich. 1986;
Grassivaro Gallo 1998).
|
Inoltre, è recandosi in terra di migrazione che la
donna scopre la "diversità" del proprio corpo, a contatto con le donne
occidentali o in occasione di una visita ginecologica (per una gravidanza o
per sequele post-infibulatorie). "Le donne escisse leggono nel medico non
solo lo stupore e lo sgomento di fronte ad una biologia manipolata, ma
soprattutto si sono sentite oggetto di un'ostentata curiosità e rimproverano
la mancanza di riguardo e di sensibilità nei confronti del loro sesso (…)
inoltre le pazienti ricordano frasi emblematiche con cui sono state
interpellate: - ha avuto un incidente? le è successo qualcosa? ma lei è
normale?" (P. Grassivaro Gallo, 1998)Analoghe espressioni sono riportate
nella bibliografia sul tema (Light-Foot Klein e Shaw, 1991; Shaw, 1985).
Altre volte nei colloqui sono spesso attribuiti alle donne sentimenti di
paura e di agitazione; si parla di "scene madri e di grandi manifestazioni
di dolore durante il travaglio" (P. Grassivaro Gallo 1998; E. Shaw, 1985).
Ciò è in contraddizione con "la capacità delle donne somale
di sopportare il dolore durante il parto" (P. Grassivaro Gallo, 1986), come
anche per le donne in Sudan (Lightfoot-Klein, 1989) e in Benin e Niger
(Sargent, 1984). Il contesto culturale "educa" la donna fin da bambina a
tollerare la sofferenza in silenzio, per vedere accresciuta la
considerazione dei parenti e della comunità nei suoi confronti.
Nelle donne che migrano viene a mancare tale supporto
familiare, risultano impreparate ad affrontare eventi quali la visita
ostetrica con ispezione vaginale, la presa di coscienza della propria
"diversità" per la pratica subita, il contatto vissuto con forte imbarazzo e
disagio con un professionista (uomo) estraneo a tale cultura.
"Disorientate,
le pazienti cadono in preda al panico e reagiscono male sia durante i
controlli sia durante il parto (che, per altro, avviene con modalità
tecnicamente diverse rispetto al paese di origine dove viene espletato in
modo fisiologico, cioè riaprendo solo la cucitura dell'infibulazione
(Hassan, 1996) )" (P. Grassivaro Gallo, 1998).
E' spesso proprio in prossimità di questo, che la donna si
presenta in ospedale, senza aver avuto nessun contatto precedente con il
personale medico. "In Italia, le modalità di risoluzione del parto per
queste donne varieranno a seconda delle conoscenze culturali del personale
sanitario, ma anche della capacità e/o disponibilità della paziente di
assecondare i suggerimenti tecnici prospettati durante il travaglio. Quando
l'ostetrico ignora la realtà infibulatoria e/o non vuole assumersi la
responsabilità di rifiutare eventualmente una reinfibulazione post-partum,
la donna può essere direttamente inviata in sala operatoria per procedere al
taglio cesareo. Viene invece fatta partorire fisiologicamente, con o senza
deinfibulazione preventiva, se il medico ha padronanza della questione ed è
preparato a risolvere l'eventuale parto." (P. Grassivaro Gallo, 1998).
A questo proposito si parla di "cesarizzazione da gap
comunicativo" (F. Balsamo, 1997), per cui "di fronte a difficoltà di
comprensione non solo della lingua ma del linguaggio analogico del corpo
altrui, operatori già culturalmente orientati alla chirurgia decideranno per
un cesareo anche quando non ci sono condizioni patologiche tali da renderlo
necessario o consigliabile" (ibidem). Ciò implica una limitazione
della maternità (numero ridotto di possibili figli), che per le donne
appartenenti a determinati gruppi etnici può comportare notevoli
ripercussioni nel proprio vissuto identitario.
In particolare per le donne infibulate, vi è un vissuto di
negazione della propria identità femminile perpetrato dalla cultura medica
occidentale, da cui emerge il rigetto della cultura escissoria (di un
fenomeno che rappresenta una diversità), poiché considera "il costume come
barbaro, inammissibile e in netto contrasto con le leggi vigenti e l'etica
occidentale" (P. Grassinaro Gallo, 1998). Accanto ad una condanna radicale,
che ha come conseguenza scontata la proibizione legale della pratica e "a
cui le popolazioni immigrate dovrebbero automaticamente adeguarsi" (Bien
Aimé et al. 1994; Rehnstrom, 1994; Fleiss 1995), fa riscontro un
atteggiamento di de-responsabilizzazione e un tentativo da parte dei
professionisti di non mettersi in discussione. Secondo recenti ricerche, "la
disinformazione del personale medico-sanitario italiano non sarebbe limitata
ai suoi aspetti culturali e psicologici, ma si estenderebbe a quelli
anatomo-fisiologici e patologici. In assenza di pertinenze professionali
molto viene lasciato all'intuizione e all'improvvisazione del momento" (P.
Grassivaro Gallo, 1998).
Purtroppo quasi niente è cambiato dagli anni '80, quando
medici italiani erano inviati dal Ministero degli Esteri in Africa, "senza
alcuna formazione specifica" e si trovavano "assolutamente sprovveduti e
disorientati di fronte alle mutilazioni in Somalia" (P. Grassivaro Gallo,
1986).
|
L'aspetto sanitario tende a mettere in luce la nocività di
tali pratiche, in quanto modificano l'anatomia-fisiologica dell'apparato
femminile, con sequele che affliggono la donna per tutta la vita fertile. I
contesti culturali specifici in cui tali pratiche vengono inferte, di
contro, tendono ad esaltare la validità della tradizione in cui sono
inscritti importanti significazioni socio-culturali, col ricorso talvolta a
preconcetti biologici privi di fondamento (ad esempio, la pretesa di
maggiore fertilità della donna). Ne deriva, da parte occidentale, che il ginecologo o
l'ostetrico si sente investito di un ruolo pedagogico tale da
veicolare
nella donna una nuova concezione del corpo, attraverso la comunicazione di
corrette informazioni sugli aspetti anatomo-fisiologici, sulla corretta
sessualità e sui danni subiti a seguito dell'intervento. Si tende a far
capire alle donne quanto vale il corpo umano nella sua integrità.
Quando si parla di tali pratiche, ci si riferisce, secondo
la proposta del WHO (World Health Organization) adottata al congresso di
Addis Abeba del 1990, a mutilazioni genitali femminili, intese come "le
procedure che interessano la parziale o totale rimozione dei genitali
esterni ed/o le ingiurie agli organi genitali femminili, espletate per
motivi culturali o per ogni altro motivo che non sia quello terapeutico".
Sussiste, però, un rifiuto linguistico nell'impiego del termine nei Paesi a
cultura escissoria e infibulatoria. |

Shine Tani, Nel sogno |
Ciò è percepibile anche nelle interviste
realizzate con le donne, per cui "si preferisce continuare a riferirsi alla
circoncisione o all'operazione e mai alla mutilazione: si tratta in effetti,
di una diversa percezione del corpo, in quanto la donna escissa o infibulata
non si sente "privata di qualcosa" e conserva inalterato il senso di
integrità fisica" (P. Grassivaro Gallo, 1998). In ogni caso appellarsi
all'integrità del corpo non consente di compiere un reale passo in avanti
nell'abolizione di tali pratiche, in quanto esso non costituisce un
principio universale, se confrontato con altri sistemi culturali ed etici.
"Chi afferma che nessuno può ledere questo diritto in altri, sembra non
ricordare che il diritto individuale (o l'integrità del corpo
individuale), come è concepito nel nostro sistema di leggi, dalla nostra
civiltà, può significare assai poco in società e culture dove
l'individuo, i suoi desideri e i suoi bisogni, il suo "spazio-corpo", non
sono concepibili che all'interno della logica del gruppo: una logica con le
quali i desideri e i bisogni verranno incessantemente negoziati" (R.
Beneduce, 1988).
Queste pratiche, infatti, si sono dimostrate funzionali al
mantenimento di un assetto comunitario nel quale, da un lato, il ruolo
femminile è legato alla riproduzione e, dall'altro, il social gender role
è privilegiato a discapito del personal gender role (Kenyatta 1977;
Koso-Thomas, 1987). In quest'ambito i bisogni comunitari di sicurezza
predominano chiaramente sui bisogni individuali di libertà (Tullio-Altan,
1983).
C'è un vissuto ambivalente nella donne migranti rispetto a
queste pratiche. L'operazione di deinfibulazione, che le permette di
ritornare "aperte", molto spesso necessaria a causa delle complicazioni
sanitarie connesse alla pratica o dopo una gravidanza, viene vissuta come
una decisione sofferta e l'intervento subito con un senso di colpa e
portatore di dolorosi dubbi circa l'accettazione in patria del fatto. "Se
un giorno tornassi a casa aperta passerei dei guai. Se vivi qui è
diverso, ma là è molto importante per una donna essere chiusa per essere
amata e rispettata - (…) Non di rado viene fatta esplicita richiesta al
medico di una certificazione che attesti la sua verginità prima
dell'intervento di deinfibulazione, per essere preservata dalla vergogna e
dall'umiliazione" (P. Grassivaro Gallo, 1998) o "affinchè la famiglia possa
svolgere le transazioni matrimoniali" (R. H. A. Dualeh, 1982). Così anche
quando deifibulate, a distanza di anni, "rimarranno in molte di queste donne
i ricordi di un dolore e di una "violenza" certo meno giustificabili e
tollerabili ora che si è lontane dalla terra d'origine e confrontate con
valori differenti" (R. Beneduce, 1988).
|
E' necessario allora costruire un ambiente culturale e
sociale che possa accogliere queste esperienze favorendone la comunicazione,
ciò che significa di per sé "porre le basi per una diversa rappresentazione
nel nostro (non meno che in quello di queste donne) immaginario" (R.
Beneduce, 1988).
La donna tende a tutelare l'integrità culturale delle
proprie figlie, integrità non meno fondamentale di quella del corpo e tanto
più importante e difficile da difendere ora che si è in terra di migrazione.
Così succede che "venga organizzata in clandestinità l'operazione" (P.
Grassivaro Gallo, 1998). Questo va ad aggiungersi ai già difficili e
contrastanti vissuti delle migranti di seconda generazione. Infatti le
pressioni e il controllo sociale sono notevoli anche in terra di
emigrazione, risultando determinanti nelle scelte finali su questioni
connesse alla tradizione.
La pratica, che diverrà clandestina, o verrà
effettuata tramite un viaggio nel Paese di origine, comporta più seri
problemi psicologici per la bambina che lo subisce. Posta nel crocevia tra
due culture, vive un trauma e un conflitto, già sempre connaturato a queste
pratiche, che tende a "tagliarla fuori" dal contesto in cui vive. Nel
processo di trasformazione identitario, se la prima generazione tende a
trovare conferma più facilmente all'interno del gruppo d'appartenenza,
inteso come frontiera etnica di salvaguardia dei modelli socio-familiari
della comunità d'origine (Favaro, 1990), la seconda generazione vive come
maggiore conflittualità questo processo.
La loro identità etnico-culturale non ha come referente
solo quella del gruppo di appartenenza dei genitori; questa non soddisfa i
bisogni e le aspettative d'inserimento nella società di accoglienza dei
giovani (Abou, 1986). L'ambiguità e le tensioni che caratterizzano il
rapporto tra la prima e la seconda generazione trovano un valido banco di
prova nella questione delle pratiche escissorie ed infibulatorie.
|

Shine Tani, Ora imprudente

Shine Tani, Cultura e sogni |
Così se il
processo identitario corrisponde all'affermarsi delle somiglianze
all'interno di un gruppo e delle differenze rispetto all'esterno, le seconde
generazioni, in base alla direzione assunta dal percorso - se rivolto alla
comunità di origine dei genitori o a quella di accoglienza - diverso sarà il
grado di accettazione dei simbolismi racchiusi in tali pratiche.
"La
modificazione indotta dai genitali esterni femminili acquisisce un
significato inedito per lo studio dei processi migratori, e non si può
ignorare una pratica così diffusa e radicata" (P. Grassivaro Gallo, 1998).
Non si può più parlare di una tradizione da analizzare nel contesto
culturale di provenienza, ma di una pratica trasferita al di fuori di, le
cui implicazioni riguardanti i processi identitari, devono essere valutati
in una prospettiva transculturale. "Nelle storie di molte donne che ce ne
parlano (di queste pratiche) spesso senza riferirvisi esplicitamente, senza
mai nominarle come tali e pur tuttavia come qualcosa di decisivo che, pur se
difficilmente comunicabile, rimane come una delle cifre più segrete e
importanti della loro esistenza e della loro identità. Quelle pratiche che
hanno segnato la loro memoria iscrivendovi nel corpo un'appartenenza, una
marca d'identità, o semplicemente una sofferenza, oggi, in un altro contesto
risultano infatti mutate nella loro pertinenza e nel loro valore, come
inattingibili: e ciò da solo può costituire un problema" (R. Beneduce,
1988).
CONCLUSIONI
Alla fine di questo lavoro,
vorrei concludere con una
riflessione sul sentimento di speranza che anima ogni migrante e che
costituisce un desiderio di miglioramento, un desiderio di riscatto
economico certo, ma anche un desiderio di scoperta, la ricerca di una nuova
possibilità. Troppo spesso la migrazione rimanda all'idea insita in sé di un
malessere, fisico e psicologico, così che il migrante contiene già in sé le
atmosfere della nostalgia e della solitudine. La modalità dell'incontro tra
ciò che la nuova società e la nuova cultura potrà e saprà offrire e ciò che
il migrante porta con sé, potrà aprire uno spiraglio alla dimensione della
crisi: crisi come momento di passaggio creativo e di scambio oppure crisi
come trauma che non sempre riesce a risolversi in una riorganizzazione adattiva reciproca ma che, anzi, può risultare assai destabilizzante e
confusiva. Di fronte a questa sofferenza, il migrante si trova molto spesso
privato dei punti di répere che la cultura di origine gli forniva. Questi
parametri, che funzionano come autentiche coordinate entro cui progettare la
propria esistenza, tentando di garantirle una traiettoria, vengono perduti.
Non sempre, anzi quasi mai, sono subito pronti e
disponibili gli strumenti equivalenti forniti dalla nuova cultura. Questi
ultimi per poter essere adeguatamente utilizzati richiedono un lungo periodo
di adattamento, spesso contaminato dal rischio di cadere in una situazione
di ulteriore ed ancor più scompaginante confusione.
Il migrante può infatti trovarsi pericolosamente in bilico
tra i vecchi ed i nuovi valori, privando però entrambi di un significato
veramente convincente in cui riuscire effettivamente ad identificarsi.
I
vecchi risultano svincolati dal loro contesto originario, non partecipano
più del nutriente humus costituito da tutto l'insieme dei fattori culturali
che li hanno prodotti e che continuano a mantenerli integri in tutta la loro
forza rappresentativa; i nuovi, d'altra parte, spesso in chiara
contrapposizione con quelli vecchi, hanno bisogno di un periodo di tempo
adeguato per poter essere assimilati e condivisi in modo autentico. Viene
perduta nell'interagire tra le singole componenti la condivisione, fonte di
riconoscimento e di vicendevole garanzia. Nel momento in cui la frattura tra
un prima e un dopo, tra un qua e là è particolarmente profonda, narrare la
memoria diventa fondamentale. Raccontare il passato, condividere una memoria
permette al migrante di avere uno spazio di riconoscimento e di protezione
dell'identità.
La memoria permette di unificare e reintegrare ciò che è
frammentato: è attraverso questa che vecchie esperienze e relazioni,
trasformate nel tempo, ritrovano un senso e un valore nel mondo interno dei
singoli individui e nelle rappresentazioni collettive del gruppo.
Condividere la memoria permette di sperimentare la fiducia. Il
bisogno fondamentale è ora superare l'angoscia che caratterizza la loro vita
nel nuovo contesto e trovare nuove modalità creative di risposta,
tentando di riprodurre legami significativi attraverso ri-affiliazioni e
nuove identificazioni e attraverso momenti di scambio, di confronto, di
condivisione. "Il legame con la terra d'origine è uno dei nuclei più
profondi dell'esistenza umana: è un legame inscindibile, indissolubile e
nonostante la migrazione provochi una frattura nella continuità spaziale e
temporale, ciascuno porta radicata dentro di sé la fitta trama di affetti
per i luoghi e per le persone che rappresenta il tessuto della propria
memoria, la misura di ogni ulteriore radicamento o sdradicamento, e il modo
in cui le nuove esperienze potranno venire elaborate e comunicate" (R.
Beneduce, 1998).
BIBLIOGRAFIA

o
Abou S.
[1986], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Abrahm N, Torok M.
[1978], La scorza e il
nocciolo, tr. it. ed. Borla, Roma, 1993
o
Algini M.L., Lugones
(a cura di) [1999],
Emigrazione sofferenze d'identità, ed. Borla, Roma
o
Anzieu D.
[1981], Le groupe et l’incoscient. l’imaginaire groupal (seconda edizione
dell’opera del 1975), tr. it. ed. Borla, Roma
o
Anzieu D.
[1989], L’Io pelle,
tr. It. Borla, Roma, 1994
o
Aulagnier P.
[1975], La violenza dell'interpretazione, tr. it. ed. Borla, Roma,
1994
o
Baasher Taha
[1982], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Balint M.
[1952], L'amore primario, tr. it. ed. Borla, Roma, 1991
o
Balsamo F.
[1993], Il corpo della donna e i confini, Terzo mondo informazioni
n.3
o
Barison N.
[1993], Fondamentalismo e strategie femminili, Terzo mondo
informazioni n. 3
o
Ben Jolloun
[1977],
La plus haute des solitudes, Paris, Seuil
o
Benassi L., Gibelli G.M., Sacchini C., Virdis
R. [1993],
Negazione violenta della sessualità femminile: le mutilazioni genitali nelle
giovani somale, IV Congresso Nazionale della Soc. Ital. di Ginec.
dell’infanzia e dell’adolesc enza, Firenze 24-27/2/1993
o
Beneduce R.
[1988], Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e
migrazioni in un mondo creolo, ed. Franco Angeli, Milano.
o
Beneduce R.
[1993], Geografie della memoria. Considerazioni clinico-antropologiche su
migrazione e salute mentale, in
De Micco V., Martelli P. [1993] (a cura di ), Passaggi di
confine. Percorsi migratori e strumenti etnopsichiatrici, ed. Liguori,
Napoli
o
Beneduce R.
[1997], Saperi, linguaggie
tecniche nei sistemi di cura tradizionali, ed. L’Harmattan Italia,
Torino.
o
Beneduce R.
[1999], Mente, persona, cultura. Materiali di etnopsicologia, ed.
L’Harmattan Italia, Torino.
o
Beneduce R., Collignon R. [1995],
Il sorriso della volpe.
Ideologia della morte, lutto e depressione in Africa, ed. Liguori,
Napoli.
o
Bick E.
[1968], L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali,
ed. Boringhieri, Torino, 1974
o
Bien Aimè T, Neuwirth J.,
Gilson G. [1974], cit. in Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate.
Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan
Italia, Torino
o
Biffoli Dezzuti D., Torre A. T. [1996], Immagini dell’altro nella cultura europea contemporanea,
ed. L’Harmattan Italia, Torino.
o
Bleger J.
[1979],
Psychanalyse du cadre psychanalytique, in
Kaës R. e coll. [1979],
Crise, rupture et depassement, Dunod, Paris, pp. 255-273
o
Bono A.
[1993], La parola e il pensiero conquistati, Terzo mondo informazione
n.3
o
Brown D., Zinkin L.
[1996], La psiche e il mondo sociale, ed. Raffaello Cortina Editore,
Milano.
o
CI-AF
[1987],
Rapport du sèminaire règional sur les pratiques traditionelles ayant effect
sur la santè des femmes et des enfants en Afrique.
Addis Abeba 6-10 aprile
1987
o
Coppo P.
[1994], Guaritori di follia. Storie dell’altopiano Dogon, ed.
Boringhieri, Torino.
o
Dalal F.
[2002], Prendere il gruppo sul serio. Verso una teoria
gruppoanalitica postfoulkesiana, ed. Raffaello Cortina Editore, Milano.
o
de Martino E.,
Sud e magia, ed. Feltrinelli, Milano, 1987
o
De Marco F.
(a cura di) [1991],
Psichiatria, magia, medicina popolare, Atti del Convegno, Fermentino
14/15/16 novembre 1991, sez. etnopsichiatrica, ed. Spazi della mente
o
De Martino E.
[1948], Il mondo magico, ed. Einaudi, Torino
o
De Martino E.
[1975], Morte e pianto rituale, ed. Feltrinelli, 1996
o
de Martino E.,
La terra del rimorso,
ed. Il Saggiatore, 1961
o
De Micco V., Cardamone G.
[1991], Il corpo che
migra, soggetto, malattia, immigrazione, in
Macioti M.I. [1991], Per una società multiculturale, ed.
Liguori, Napoli
o
De Micco V.,
Martelli P. (a cura di) [1993], Passaggi di confine.
Percorsi migratori e strumenti etnopsichiatrici, ed. Liguori; Napoli
o
Elias N.
[1938], Il processo di civilizzazione, tr. it. ed. Il Mulino,
Bologna, 1988
o
Erlich M.
[1986],
La femme blessèe: essai sur les mutilations sexuelles fèminines, tr. it.
ed. l’Harmattan Italia, Torino
o
Favaro G., Tognetti Bordogno M.
[1990], Donne
straniere a Milano. Tipologie migratorie ed uso dei servizi. Convegno
“Le mille ed una donna. Donne migranti: incontri di cultura”, Fondazione
Stelline, 4/3/1990
o
Fleiss P.M. [1995], cit. in Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate.
Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan
Italia, Torino
o
Fleury F.
[1988], A guisa di introduzione: del provvisorio e del permanente nella
migrazione, in Arpin J., Comba
L., Fleury F. [1988], Migrazione e salute mentale in Europa,
Antropologia medica, 4 (3-4), 1988
o
Fornari F.
[1987], Gruppo e codici affettivi, in
Trentini G. (a cura di), Il
cerchio magico, ed. Franco Angeli, Milano.
o
Foschi F.,
Relazione al I Convegno Internazionale Medicina e migrazioni,
organizzato dalla Cattedra di Igiene Mentale, Università di Roma "La
Sapienza", Roma 9-10 aprile 1988, Atti del Convegno, p. 12
o
Foulkes S. H.
[1948],
Introduzione alla psicoterapia gruppoanalitica, trad. it. ed.
Universitarie Romane, Roma 1991.
o
Foulkes S. H.
[1964], Analisi terapeutica di gruppo, trad. it. Boringhieri, Torino
[1967].
o
Foulkes S. H.
[1973], Il gruppo come
matrice della vita mentale e individuale, trad. it. in
Wolberg L.R., Schwartz E.K.
[1974], Il Pensiero Scientifico, Roma, 1974.
o
Foulkes S. H.
[1975],
La psicoterapia gruppoanalitica. Metodo e principi, trad. it.
Astrolabio, Roma 1976.
o
Foulkes S.H., Anthony E.J.
[1957],
Group Psychotherapy: tha psychoanalytical approach, Penguin Book,
London, 1965
o
Freud S. [1917],
Lutto e melanconia in Opere vol.VIII, Ed. Boringhieri, Torino, 1976.
o
Freud S. [1921],
Psicologia delle masse e analisi dell'Io, in Opere vol. IX, Ed.
Boringhieri, Torino, 1976.
o
Freud S. [1922],
L’Io e l’Es ed altri scritti, in Opere vol. IX, Ed. Boringhieri,
Torino, 1976.
o
Freud S. [1932],
Perché la guerra?, in Opere vol. XI, Ed. Boringhieri, Torino, 1976.
o
Frigessi D., Risso M.
[1982], A mezza parete,
ed. Einaudi, Torino.
o
Frigessi D., Risso M.
[1982], A mezza parete,
ed. Einaudi, Torino.
o
Gaddini
[1998], Comunicazione personale, cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie D'Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull'escissione in Italia, ed. l'Harmattan Italia,
Torino
o
Gaddini E., Scritti (1953-1985),
o
Gaddini R.
[1993], Prefazione in D.W.Winnicott (1975) ”Gioco e realta”,
ed. Armando Editore
o
Galimberti U.
[2002], Il corpo, ed. Saggi Universali Economica Feltrinelli
o
Gehlen A.
[1978], L'uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, tr. it. ed.
Feltrinelli
o
Geraci S.
[2000], Approcci transculturali per la promozione della salute,
ed. Anterem.
o
Giadresco G.
[1988], Dai magliari ai vù cumprà, ed. Rubettino Editore,
Catanzaro
o
Gilligan C
[1992], Con voce di donna. Etica e formazione
della personalità, ed.
Feltrinelli, Milano
o
Gordon R.
[1991],
Intersubjectivity and the efficacy of group psychotherapy,
GroupAnalysis, 24, pp. 41-51
o
Grassivaro Gallo P.
[1986], La
circoncisione femminile in Somalia. Una ricerca sul campo, ed. Franco
Angeli Editore, Milano
o
Grassivaro Gallo P.
[1995], Le mutilazioni
genitali femminili, Relazione al seminario di studio: donne e diritti
umani, Amnesty International, sez. Italia, circ. Toscana, Firenze, 19/5/1995
o
Grassivaro Gallo P.
[1998], Figlie
d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia,
ed. l’Harmattan Italia, Torino
o
Grassivaro Gallo P., Viviani F.
(a cura di) [1993], Le
mutilazioni sessuali femminili, Giornata di studio 23/10/1992. Unipress,
Padova
o
Grasso M.
[2001], Donne senza confini. Immigrate in Italia
tra marginalità ed emancipazione, ed. L’Harmattan Italia, Torino
o
Grimberg L., Grimberg R.,
[1984], Psicoanalisi
dell'emigrazione e dell'esilio, ed. Franco Angeli Libri, Milano, 1990
o
GrimbergL., Grimberg R.
[1976], Identità e
cambiamento, trad. it. ed. Armando
o
Hall E.T.
[1979], Au-delà de la culture, cit. in
Brown D., Zinkin L. [1996], La psiche e il mondo sociale,
ed. Raffaello Cortina Editore, Milano.
o
Handman M.E.
[1994], Famille et parente, cit. in
Rouchy J. C. [2000],
Il gruppo spazio analitico, ed. Borla, Roma.
o
Hassan Sirad Salad
[1996], La donna
mutilata, Loggia de’ Lanzi, Firenze
o
Heimann I.
[1990], Psicoanalisi come metodo, tr. it. ed. Dedalo, Bari
o
Hooks B.
[1989], Replicare. Come nasce in una donna nera il desiderio di parlare,
Reti n.6, p. 37
o
Immigrazione,
Dossier statistico 2001,
Caritas Roma, ed.
Anterem, Roma
o
Inglese S.
[1997], La psicopatologia dell’emigrazione:
un’esperienza di cambiamento catastrofico e collettivo, in Mellina S.,
Medici e sciamani fratelli separati, ed. Lombardo, Roma
o
Kaës R.
[1979], Introduzione all'analisi transizionale, tr. it. in
Kaës R. et al. (a cura di)
[1987], Crisi, rottura e superamento, Centro Scientifico Torinese,
Torino
o
Kemberg
[1980], Mondo interno e realtà esterna, tr. it.ed. Boringhieri,
Torino, 1985
o
Khan M.
[1974],
Le concept de traumatisme cumulatif. Le soi cachè, Editions Gallimard
o
Klein M.
[1933], cit. in Segal H.
[1978], Introduzione all'opera di Melanie Klein, ed. Martinelli,
Firenze
o
Kohut H.
[1984], La cura psicoanalitica, ed. Boringhieri, Torino, 1986
o
Kohut H.
[1984], La cura psicoanalitica, tr. it. ed.
Boringhieri,
Torino, 1986
o
Koso-Thomas O.
[1987], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Le Guillant L.
[1960],
Psycho-pathologie de la transplantation, in Le Concours mèdical
o
Le Roy J.
[1996], Gruppoanalisi e cultura, in
Brown D., Zinkin L. [1996], La psiche e il mondo sociale,
ed.
Raffaello
Cortina Editore, Milano.
o
Leal R.
[1982],
Resistances and the group analytic process, GroupAnalysis, 15, pp.
97-110
o
Lightfoot-Klein H.
[1989, 1991],
cit. in Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate.
Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan
Italia, Torino
o
Lo Verso G. et al.
[1994],Le relazioni
soggettuali, ed. Bollati Boringhieri, Torino
o
Lo Verso G., Di Maria F. (a cura di)
[1995], La psicodinamica dei gruppi. Teorie e tecniche,
ed. Raffaello Cortina Editore, Milano
o
Lotman J.
[1978], Testo e contesto, ed. Laterza, Bari, 1980
o
Lotman J.
[1985], La semiosfera. L’asimmetria e il dialogo delle strutture pensanti,
ed. Marsilio, Venezia, 1985
o
Lutzenkirchen G., Chiari G., Troncarelli F., Saci M. P., Albano L.
[1981], Mal di luna, ed. Newton Compton, Milano.
o
Macioti M. I., Pugliese E.
[1991], Gli immigrati in
Italia, ed. Laterza, Roma.
o
Macioti M.I., Pugliese E.
[1998], Gli immigrati
in Italia, V ediz., pref. Ferrarotti F., ed. Libri del tempo, Laterza,
Bari
o
Maffei G.
[1989],
Jung, ed.
Borla, Roma
o
Mazzetti M.
[1996], Strappare le
radici.Psicologia e psicopatologia di donne e uomini che migrano, ed.
L’Harmattan Italia, Torino.
o
Mellina S.
[1987], La
nostalgia nella valigia. Emigrazione di lavoro e disagio mentale, ed.
Marsilio, Venezia.
o
Mellina S.
[1992], Psicopatologia dei migranti, ed. Lombardo editori.
o
Menarini R.
[1989], Presentazione, in Lo
Verso G., Clinica della gruppoanalisi e psicologia, ed.
Bollati Boringhieri, Torino
o
Moro M.R.
[2002], Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazione, ed.
Raffaello Cortina Editore, Milano
o
Napolitani D., Maggiolini A.
[1989], Gruppalità
interna (o gruppo interno), Rivista di gruppoanalisi, 1-2
o
Nathan T.
[1986], La follia degli altri. Saggi di etnopsichiatria, tr. it. a
cura di Pandolfi M., ed.
Ponte alle Grazie, Firenze, 1990
o
Nathan T.
[1993], Principi di etnopsicoanalisi, tr. it. ed.
Boringhieri, Torino, 1996.
o
Nathan T.
[1995], Medici e stregoni, tr. it. ed. Boringhieri, Torino,
1996.
o
Neri C. [1996], Gruppo, ed. Borla, Roma.
o
Nigrizia,
Dossier Migrazioni, 2001
o
Nucara G., Menarini, Pontalti C.
[1987], La matrice neotenica nella gruppoanalisi, Archivio di
psicologia, neurologia e psichiatria, 48, 3
o
Pandolfi M.
[1991], Itinerari delle emozioni. Corpo e identità femminili nel Sannio
Campano, ed. Franco Angeli, Milano
o
Pontalti C., Menarini R.
[1985], I disturbi di
personalità. Progressi in psichiatria, C.i.c. Edizioni Internazionali,
Roma
o
Rehnstrom J. [1994], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Risso M., Boker W.
[1992], Sortilegio e
delirio. Psicopatologia dell’emigrazione in prospettiva transculturale
(curatori De Micco V., Lanternari V., Cardamone G.),
ed.
Liguori,
Napoli.
o
Roheim G.
[1932], Psychoanalysis of primitive cultural types “X” the national
character of the Somali.
I: Infibulation,
International Journal of Psychoanalysis, 13, 1932, pp. 199-221
o
Rotondo A., Mazzetti M.
[2001], Etnopsichiatria e
psicoterapie transculturali. Il carro dalle molte ruote, ed. L’Harmattan
Italia, Torino.
o
Rouchy J. C.
[2000], Il gruppo spazio
analitico, ed.
Borla, Roma.
o
Rouchy J.C.
[1987],
Identitè culturelle et groupes d'appartenence, in Revue de
Psychotherapie Psychanalatique de Groupe, 9, pp. 31-41
o
Roussilon R.,
La
metapsichologie du processus et la transitionnalitè,
Revue Française de Psychanaliyse, LIX, 1375-1515
o
Russo L.
[1998], L'indifferenza dell'anima, cit in.
Grasso M. [1998], Donne senza confini, ed. l'Harmattan
Italia, Torino
o
Saracino M.A. [1982], Le mutilazioni sessuali in Somalia. Le
donne raccontano, Donne-Women-Femmes, 9, 1982, pp. 129-145
o
Sargent C. [1984], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Shaw E. [1985], cit. in
Grassivaro Gallo P. [1998], Figlie d’Africa mutilate. Indagini
epidemiologiche sull’escissione in Italia, ed. l’Harmattan Italia,
Torino
o
Sicurelli R.
[1986], Il folle e l’altro.
Una lettura etnopsichiatrica, ed. Giuffrè editore.
o
Signorelli A., Titrittico M., Rossi.
[1977], Scelte senza potere. Il ritorno degli emigranti nelle zone
d'esodo, ed. Officina, Roma
o
Stern D.S.
[1985], Il mondo interpersonale del bambino, tr. it., ed. Feltrinelli,
Milano
o
Theillamus-Lamy L.
[1996], cit. in
Beneduce R. [1988], Frontiere dell’identità e della memoria.
Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, ed. Franco Angeli,
Milano.
o
Torrubia A., Torrubia H.
[1955], Recherche sur
la transplantation, Paris
o
Trevi M.
[1988], L'altra lettura di Jung, ed. Cortina, Milano
o
Tullio-Altan C.
[1983], Antropologia,
ed. Feltrinelli, Milano
o
Winnicott D.W.
[1964], The child, the
family and the Outside world, cit. in
Hughes j. m. [1989], La psicoanalisi e la teoria delle
relazioni oggettuali, tr. it. ed. Astrolabio, Roma 1991
o
Winnicott D.W.
[1975], Gioco e
realtà, tr. it. ed. Armando Editore, 1993
|
Giusi Marruzzo è una giovane psicologa.
Come psicoterapeuta si sta formando presso la Scuola di psicoanalisi
interpersonale e gruppoanalitica di Roma, diretta dal dott. Vincenzo
Morrone, che ha come riferimento la teoria e la clinica della grande
Karen Horney. Lavora tra la Campania e il Lazio ed è particolarmente
interessata al fenomeno dell'immigrazione nell'intreccio tra il
piano sociale e il piano psicologico. |
|

Shine
Tani
di cui abbiamo mostrato in questa pagina le
interessanti opere tratte da
www.a-gallery.de |
Shine Tane è nato nel 1967 nel Distretto di Kiambu, Kenia.
Già durante la scuola primaria egli dava istruzioni ai compagni di
classe che avevano interesse all’arte. Non lo faceva a scuola, ma a
casa. I suoi genitori erano poveri, per cui non potè continuare gli
studi. Scelse di darsi da fare per sopravvivere e si unì ad un
gruppo acrobatico del suo villaggio. Poiché il gruppo gli dava
pochissimi soldi, decise di essere “un ragazzo di strada”. E fu
durante questo periodo che, contemplando i tanti dipinti che
pendevano dai muri delle Gallerie, capì che doveva tornare al suo
primo amore, la pittura.
Possiamo datare il 1988 l’anno in cui cominciò a fare l’artista sul
serio. Shine è membro fondatore del Banana Hill Art Studio, di cui è
stato direttore fin dal 1992.
La sua prima mostra è del 1989 a Nairobi. Nel 1994 ne fu allestita
una a Philadelphia, nel 1995 in Germania, nel 1999 in Francia e nel
2000 in Gran Bretagna e in Svezia. |
Questa pagina è stata creata da
Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 21 luglio 2007
|