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“Mi hanno detto
che nessuno canta la parola fame e la parola amore come la canto io.
Forse è perché so cosa hanno voluto dire queste parole per me e quanto
mi sono costate”.
Billie Holiday, una
delle piu' grandi cantanti jazz e blues di tutti i tempi, nasce nel 1915
a Baltimora. Il suo vero nome è Eleonora Fagan Gough. Questa grande
cantante jazz non conosce l'apprendistato consacrato delle chiese. Non
ha alle spalle cori gospel come Bessie Smith o Aretha Franklin. La sua
iniziazione musicale, come racconta lei stessa nella sua biografia
"Lady sings the blues", avviene a sette anni, in un bordello.
“A quel tempo facevo le pulizie in un casa chiusa e non accettavo
incarichi da nessuno per meno di dieci cents ma per Alice e le sue
ragazze correvo dappertutto gratis. Bastava che mi lasciassero andare di
là nel salottino a sentire i dischi di Louis Armstrong e di Bessie
Smith. In certi casi la musica mi rendeva triste, così triste che
piangevo lacrime a fiumi, in altri casi riusciva a farmi dimenticare
tutto. Era la prima volta che sentivo cantare musica senza parole. Quel
ba, ba, ba, con tutto il resto significava un'infinità di cose per me,
quanto e più delle parole vere di cui spesso non capivo il significato.
Non sono la sola ad aver ascoltato per la prima volta del buon jazz in
un bordello. Tanti bianchi la conobbero in case come quella di Alice ed
è per questo che continuarono a chiamarla musica da casino”.
Apollo, Morocco,
Spider Web: i locali di Harlem dove Billie cominciò a cantare, e che
preferì sempre alle grandi platee. Nati grazie al proibizionismo,
stavano in zone dove ogni sera le fuoriserie erano parcheggiate davanti
a catapecchie. Le signore in ermellino, correndo tra i bidoni della
spazzatura e le casse di carbone, facevano a gara a chi s'infilava per
prima nel locale più alla moda. È l'America degli "speakeasies",
gli spacci clandestini di alcool. Il gin in questi posti sa di vernice
ma non importa. L'importante era pronunciare la parola d'ordine sulla
porta, entrare di nascosto e temere da un momento all'altro l'incursione
della polizia. Le "flappers" (le maschiette) invadono le città,
danno scandalo con le loro calze trasparenti e le zazzere corte (bobs) e
truccatissime vanno negli "speakeasy" e li' fumano e bevono in
pubblico. Faulkner ha appena diciotto anni, Hemingway diciassette e
Gershwin tredici.
Billie vive con la
madre che lavora come domestica presso famiglie bianche nel ghetto nero
del Maryland. A cinque anni si infila nei cinematografi dall'uscita
posteriore per assistere ai film dell'attrice Billie Dove e di Billie
diventa un'ammiratrice fino al punto di decidere di chiamarsi come lei.
Inizia piccolissima a pulire per pochi centesimi i gradini delle case
signorili di Baltimora. “Mi piaceva andare ai grandi magazzini.
Entravo di nascosto e agguantavo velocemente dei calzerotti da sopra il
banco e poi scappavo. E perché no? Tanto anche se avessi avuto i soldi
non me li avrebbero lasciati comprare. Il mondo in cui ci toccava vivere
era regolato dai bianchi ma loro facevano razza a parte”. A dieci anni
subisce una violenza carnale da un vicino di casa. Denuncia lo stupro ma
non viene creduta. Accusata di adescamento, finisce in un riformatorio
cattolico.
Siamo nel '26.
Chicago significa guerra tra le bande e "famiglie” della malavita
organizzata. Al Capone gira su di un'auto blindata e va a teatro con una
guardia del corpo di diciotto uomini in abito da sera. Billie, uscita
dal riformatorio, va a fare la prostituta in una casa di tolleranza.
Finisce di nuovo in prigione. Una condanna scontata nella fetida e
sovraffollata prigione di Welfar Island. Ha quattordici anni. Uscita dal
carcere segue la madre ad Harlem. Riescono a trovare una sistemazione
provvisoria. Il suo debutto come cantante avviene per caso.
Nel 1929 la borsa di
Wall Street crolla. In America ci sono più di 17 milioni di
disoccupati. Billie e la madre rischiano di essere sfrattate. Per
racimolare qualche dollaro bussa a tutti i locali di Harlem in cerca di
lavoro. Dopo aver girato a lungo sulla 133°, la strada dello swing,
arriva al locale Pod's and Jerry's. Cerca inutilmente di essere assunta
come ballerina.
“Facevo e rifacevo
quei miei due poveri sgambetti finché il pianista mi urlò di
piantarla, volevano mandarmi via ma io li supplicai di darmi un
lavoro”. È proprio il pianista ad intenerirsi. Le chiede se sa cantare
e lei risponde di si'. “Improvvisamente nella sala si fece un gran
silenzio. Se qualcuno avesse lasciato cadere uno spillo sarebbe sembrata
l'esplosione di una bomba. Quand'ebbi finito tutti stavano lacrimando
nelle loro birre”.
Iniziò a lavorare il giorno dopo. A quel tempo le
soubrette passavano da un tavolo all'altro alzando la gonna e stringendo
la banconota tra le cosce. Lei si rifiuta. La gente inizia a chiamarla
ironicamente "Lady" (la signora). Non l'avevano ancora
battezzata "Lady Day”, nomignolo che l'avrebbe accompagnata tutta
la vita e che il musicista Lester Young creò per lei in seguito
aggiungendo alla lady dei tempi del Pot's and Jerry's l'ultima sillaba del
suo cognome. Porta sempre una gardenia bianca tra i capelli e quello
diventa il suo tratto distintivo. Comincia a cantare in altri locali
finché nel '31 arriva all'Apollo, un locale famosissimo. Ora può
lavorare con i più grandi e famosi musicisti dell'epoca, da Duke
Ellington a Louis Armstrong. Il pianista Mal Waldron dirà di lei:
“Suonare per Billie non era come suonare per una cantante, era come
suonare con un altro musicista”.
È il periodo in cui il cinema americano si impone all'estero. Sono
grandi anni anche per il jazz. Gershwin in questo periodo compone "Rapsody
in blue". Escono "Tropico del cancro" di Henry Miller e
"Furore" di John Steinbeck. Tra il '37 e il '38 iniziano le
tournée, un duro apprendistato "on the road" con le maggiori
orchestre del tempo. Nel '37 lavora con l'orchestra di Count Basie.
Malgrado fosse nera come tutti gli altri musicisti, il colore della sua
pelle al pubblico sembra troppo chiara. Una notte Billie è costretta a
scurirsi il viso con il cerone nero. Nel 1938 lavora con la "Artie
Shaw Big Band”, un’orchestra di bianchi. Per mesi è costretta ad
entrare dalla porta di servizio mentre i suoi colleghi bianchi entravano
dalla porta principale.
Nel 39 canta al "Cafè Society"
nel Greenwich Village una canzone che diventa un successo e un simbolo
musicale della protesta contro la discriminazione razziale: "Strange
fruit”, che racconta di un "frutto strano" che pende da un
albero. “Danno strani frutti, gli alberi del Sud, sangue sulle
foglie e sangue sulle radici/Corpi neri che dondolano nella brezza del
Sud/ strani frutti che pendono dai rami dei pioppi”. Il
"frutto strano" è il corpo di un nero linciato. La Columbia
non volle incidere questo pezzo per paura che le alienasse il mercato
meridionale. Nel 1951 incide "Gloomy Sunday" una triste
ballata di origine ungherese. Qualcuno pensa che questa canzone possa in
qualche modo essere collegata ad un'ondata di suicidi che colpisce
l'America. Viene proibita alla radio.
È il periodo in cui Billie
precipita nella droga e nell'alcool. Nel 1947 Viene arrestata a
Filadelfia per detenzione di stupefacenti. Entra e esce dalla prigione e
le viene proibito di cantare nei club newyorchesi. Si ammalerà sempre
più spesso. La voce si incrina, diventa meno flessibile. Il pubblico
continua ad adorarla. Nel 1954 pubblica la sua biografia "Lady
sings the blues". In questi ultimi anni ha la possibilità di
esibirsi in una serie di concerti dal vivo. Nel maggio ‘59 fa la sua
ultima apparizione in pubblico al Phoenix Theatre di New York. Il 31
maggio viene ricoverata in ospedale. Sul letto di morte riceve un'altra
condanna per detenzione di stupefacenti. Muore dieci settimane dopo di
cirrosi epatica con due poliziotti al capezzale.
(Bianca Madeccia)

CAROLINA
CORONADO
Almendralejo, 1820
- 1921

Quando ebbi la mia
prima scrivania - ero ancora adolescente - appesi al muro, di fronte a
me, un'illustrazione che appartenne a suo tempo ad un calendario e che
rappresentava l'immagine di una donna greca, forse Saffo, con una penna
in mano. Io sapevo molto poco di questa poetessa, però bastava che
fosse una donna, dell'antichità e intenta a scrivere per incoraggiare
me a fare lo stesso.
A metà del
diciannovesimo secolo, epoca ancora critica e ostile alla scrittura
femminile, Carolina Coronado (Almendralejo, 1820-1921) adotta nelle sue
prime poesie la voce della poetessa greca che in quel periodo veniva
ormai ammirata, permettendosi così di parlare come donna da una
posizione di autorità poetica. Carolina riconosce a Saffo l'essere
stata creatrice di una tradizione e di un linguaggio poetico femminile,
tradizione che autorizzava la voce femminile nella poesia e della quale
naturalmente si fece erede. La ricerca della tradizione nella scrittura
femminile portò Carolina Coronado anche a Teresa d' Avila, di cui tenne
sempre un ritratto sulla scrivania; di lei e di Saffo affermerà che
sono "Geni gemelli", perché in loro vede mostrarsi in ugual
modo la potenza dell'amore ed è questa che spinge le altre donne alla
creazione letteraria. "Saffo, dice Carolina, fa comporre versi,
Teresa preghiere".
L'esempio di due
riconosciute scrittrici francesi più prossime al suo tempo, Madame de
Stael (1766-1817) e George Sand - pseudonimo di Aurore Dupin -
(1804-1876), offrì alla poetessa un modello da seguire. Nonostante
entrambe fossero considerate estremamente immorali dalla società
spagnola, Carolina Coronado trovò in loro una tradizione femminile che
le offriva un linguaggio proprio col quale esprimere la sua opposizione
alle regole culturali e sociali che limitavano la vita delle donne, un
linguaggio per la critica della loro oppressione. Le poesie "Il
marito aguzzino", "Nel Castello di Salvatierra" e altre
manifestano questo sentimento.
Insieme alla
riconosciuta scrittrice Gertrudis Gómez de Avellanada (1814-1873),
tutte e due membri del Liceo di Madrid, diede impulso alla creazione di
spazi letterari per le donne: nel 1845 Gertrudis Gómez assume la
direzione della rivista "L'illuminismo delle Dame", alla quale
collabora Carolina Coronado, che, a sua volta, dirige da Badajoz
"Il Pensiero", dove nel 1844 pubblica la scrittrice Angela
Grassi (1823-1883).
Da queste e molte altre riviste dell'epoca,
promossero e difesero le creazioni di altre autrici del loro tempo:
Vicenta García Miranda, Robustiana Armiño, Josefa Massanés. Il
generoso aiuto che Carolina Coronado offrì a queste poetesse si estese
successivamente dall'una all'altra: Amalia Fenollosa, Encarnación
Calero de Los Ríos, Dolores Cabrera Heredia. Ogni volta che una donna
pubblicava per la prima volta le sue poesie, si mettevano in relazione
con lei attraverso la scrittura, offrendole amicizia e appoggio.
Mantennero fra loro un' abbondante corrispondenza con la quale si
incoraggiavano a scrivere e si dedicavano poesie; nelle loro lettere si
salutavano e accomiatavano affettuosamente, chiamandosi sorelle. La
stretta relazione che alcune di loro stabilirono era nota pubblicamente
nei circoli letterari del momento, dove si giunse a chiamarle come
"le poetesse della confraternità lirica".
Carolina Coronado, riconosciuta e ammirata dalle poetesse più giovani,
mantiene e cura le relazioni con loro, mentre le incoraggia con le sue
poesie: "Cantate, belle", "Alla signorina di Armiño",
"A Elisa", "A Ángela"…. rendendo possibile che il
loro desiderio di scrivere si mostrasse nel mondo.
Saffo, Teresa d'Avila, George Sand e Madame de Staël furono le
"quattro madri" di Carolina Coronado. Sentendosi orfana di
tradizione letteraria femminile, costruì con loro una genealogia di
donne scrittrici, aprendo così per sé, ma anche per altre, uno spazio
simbolico di creazione femminile dal quale potersi dire liberamente.
Genealogia che Carolina Coronado mantiene facendo nei confronti della
sua contemporanea Gertrudis Gómez de Avellaneda lo stesso gesto fatto
con le donne che l'avevano preceduta: un riconoscimento di autorità,
come appare chiaramente nella poesia "Io non posso seguirti con il
mio volo", (1) di cui fanno parte questi versi:
"L'entusiasmo
che verso te mi spinge/ la dolce fede che ti guida verso il mio amore/
fanno sì che in compagnia amica/ il mio canto unito ai tuoi accenti
voli;/ di più non so colomba se io temo/ che, alla fine, debba restare
sola nella via/ perché vai così ascendendo nel cielo/ che io non posso
seguirti con il mio volo"
(1) Carolina
Coronado, Poesias, Ed. Noel Valis, Madrid, Castalda, 1991 Colection
Biblioteca de Escritoras
Bibliografia:
Kirkpatrick Susan, Las Romanticas. Escritoras y subjetividd en Espana,
1825-1850, Madrid, Catedra, 1989 Colecciòn Feminismo
(Carmen Delgado
Echeverrìa)

PEGGY
GUGGENHEIM
e
il sogno del Museo contemporaneo
New York, 1898
-

Peggy Guggenheim nacque nel 1898 a New York, da una
famiglia di
origine svizzera: il bisnonno Simon era emigrato nel 1847 a
Filadelfia. Nel 1912 il padre di Peggy morì a bordo del Titanic,
lasciando a moglie e figlia parte delle ricchezze della famiglia
Guggenheim. Nel 1938 Peggy progettò l'apertura di un museo di arte
contemporanea a Londra. Non riuscì nell'impresa, riunì comunque, tra
il 1939 ed il 1941, più di 170 opere d'arte moderna gran parte delle
quali è tuttora presente nella sua collezione.
Nell'ottobre 1942 inaugurò a New
York una galleria-museo, chiamata 'Art of This
Century'. L'inaugurazione
fu l'occasione per un gesto simbolico: Peggy indossò un orecchino
creato da Alexander Calder ed uno creato da Tanguy per dimostrare la
propria imparzialità tra l'arte astratta e surrealista.
Nel 1947 Peggy decise di tornare in
Europa; nel 1948 espose la sua collezione alla Biennale di Venezia.
Nell'anno successivo acquistò Palazzo Venier dei Leoni, qui trascorse
il resto della sua vita e realizzò il suo sogno: aprire un museo di
arte contemporanea.
Vi si possono tuttora ammirare
opere cubiste, astratte e surrealiste di artisti famosi quali: Picasso,
Boccioni, Duchamp, Braque, Kandinsky, Mondrian e moltissimi altri.
Peggy continuò ad acquistare opere d'arte fino agli anni sessanta
quando vari fattori la portarono ad interrompere la collezione. Curò
successivamente la presentazione dei più importanti movimenti
rappresentati nella sua raccolta (cubismo, arte astratta europea,
surrealismo ed il primo espressionismo astratto), e si preoccupò di
garantire un futuro al museo che aveva creato.
GGGGGGGGG
La Collezione Peggy Guggenheim (Peggy Guggenheim Collection)
di Venezia è considerata una delle maggiori raccolte d'arte moderna
internazionale.
È costituita principalmente dalle opere di proprietà di Peggy Guggenheim. Ad esse si sono
aggiunte alcuni recenti acquisti e depositi di altre importanti
collezioni private: la collezione di Gianni Mattioli, la Raymond
and Patsy Nasher Sculpture Collection di Dallas.
La Collezione Peggy Guggenheim ha sede presso Palazzo
Venier dei Leoni, affacciato sul Canal Grande nel tratto tra la chiesa
di Santa Maria della Salute e l'Accademia. Dal 1949 fino alla morte, fu
dimora di Peggy Guggenheim.
Oggi la collezione fa parte della Solomon R. Guggenheim Foundation
di New York.
La
raccolta è contenuta dal punto di vista quantitativo, ma eccezionale da
quello qualitativo.
Documenta le principali avanguardie storiche (cubismo, futurismo,
dadaismo, astrattismo, surrealismo, costruttivismo russo) e numerosi
aspetti dell'arte del dopoguerra in America e in Europa. Sono presenti
grandi capolavori di personalità del calibro di Pablo Picasso, Georges
Braque, Fernand Léger, Constantin Brancusi, Paul Klee, Wassily
Kandinsky, Piet Mondrian, Kasimir Malevich, Marc Chagall, Giorgio de Chirico,
Marcel Duchamp, Max Ernst, Salvador Dalí, Rene Magritte, Yves Tanguy,
Joan Miró. Uno spazio particolare è riservato al surrealismo.
Tra gli artisti del dopoguerra giganteggia la figura di Jackson
Pollock,
uno degli artisti più apprezzati da Peggy Guggenheim.
Recenti lavori di ristrutturazione hanno dotato la Collezione Peggy
Guggenheim di spazi per esposizioni temporanee, museum-shop e per i
servizi al pubblico.
(Maria
Antonietta Pappalardo)
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