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ASMA    JAHANGIR

l'avvocata per i diritti umani

(Pakistan) -   

      Asma Jahangir è un'avvocata per i diritti umani di fama internazionale

 nonché la Presidente della Commissione non governativa per i Diritti Umani del Pakistan. Inoltre è un'esponente attiva del Women's Action Forum e conduce uno dei più prestigiosi centri per l'aiuto legale del suo paese. A causa del suo lavoro in difesa dei diritti umani ha sempre dovuto fronteggiare molestie e minacce.

     Con grande coraggio, Asma Jahangir ha difeso la libertà di espressione assumendo la difesa in un caso in cui veniva messa in discussione la legge sulla blasfemia del Pakistan. Inoltre è stata l'avvocato difensore nel famoso caso di Saima Waheed, il cui padre aveva chiesto che il Tribunale dichiarasse illegale il matrimonio della figlia, perché lei aveva scelto il proprio marito senza seguire la volontà della famiglia. 

     In precedenza l'Alta Corte di Lahore aveva statuito che una donna adulta di religione musulmana non poteva sposarsi senza il consenso del proprio tutore. Un matrimonio contratto senza tale consenso, secondo i giudici, avrebbe potuto essere annullato, con la conseguenza che la donna avrebbe potuto essere incriminata per il reato di zina (rapporti sessuali extraconiugali). Asma Jahangir vinse la causa e con una decisione storica la Corte ribaltò il proprio precedente orientamento, stabilendo che una donna adulta doveva essere libera di sposare l'uomo da lei scelto. Oggi, nel 2002, Saima Waheed continua a subire minacce di rappresaglie dai suoi parenti di sesso maschile ed ha trovato rifugio in un ricovero femminile.

     Sia Asma Jahangir che sua sorella Hina, anche lei avvocata per i diritti umani, sono state imprigionate per sedizione in quanto hanno sostenuto il diritto delle donne di rendere testimonianza in giudizio. 

     In un'altra occasione Asma Jahangir è stata insultata in Tribunale da alcuni islamisti per aver criticato la legge sulla blasfemia e per aver difeso persone accusate di aver violato quella legge. Gli accusati sono stati assolti in giudizio. Poco tempo dopo un gruppo di uomini armati è entrato con la forza nell'abitazione di suo fratello cercando di lei, ma Asma era già  riuscita a fuggire. 

     In un'intervista Asma, con angoscia e con determinazione, ha affermato: "Hanno fatto di tutto per terrorizzarmi. Hanno perfino assalito le mie due bambine. Ho dovuto mandarle via dal paese. A volte si deve pagare un prezzo intollerabile per ciò in cui si crede".

(Maria Antonietta Pappalardo)

 

 

ARUNDHATI   ROY  

Kerala (India)

 


    
Sembra una ragazzina ma è una donna ammirata e temuta 

in egual misura. Si occupa di politica e rischia personalmente, ma è — anche — una scrittrice che ha avuto un successo planetario e improvviso con un libro, il suo primo, Il Dio delle piccole cose, che fa concorrenza a Cent'anni di solitudine per la fantasia con cui ricrea un mondo reale e per la bellezza del titolo. Grazie a questo libro è (probabilmente) ricchissima, ma l'unico lusso che si concede è la solitudine e il suo impegno sociale.

     Arundhati Roy, dopo il successo letterario di Il Dio delle piccole cose, con cui ha messo sulla pagina i ricordi e il mondo del suo Kerale, la sua cultura sincretica, i suoi paesaggi e la durezza delle sue leggi sociali, nella sua nuova veste di polemista (lei ribatterebbe che non è nuova e che è sempre stata attiva sin dai tempi degli studi di architettura all'università di Nuova Delhi) ha da poco pubblicato una piccola — per dimensione — raccolta di saggi che hanno incendiato l'opinione pubblica indiana, almeno quella parte che ha accesso ai giornali e ai libri: Guerra è pace, dal titolo del pezzo pubblicato a ottobre su “Outlook”, il “Newsweek” indiano.

     I temi sono scottanti, soprattutto di questi tempi: la politica nucleare indiana, la guerra in corso (o appena conclusa, dipende dai punti di vista) in Afghanistan, ma soprattutto un problema in cui Arundhati Roy si è impegnata in prima persona e per il quale sta affrontando un processo e una pesante condanna: la politica delle grandi dighe pensate per irrigare e dar luce ad alcune grandi città, e che la Roy e molti esperti considerano invece una devastazione del territorio, un pericolo per l'ecosistema, una tragedia per i milioni e milioni di persone che vengono forzatamente traslocate per andare a ingrossare le fila dei poveracci senza lavoro e senza casa che assediano le grandi città indiane.

     Un mito indiano, quello delle dighe, secondo Arundhati Roy, dai tempi di Nehru, che le definì "i templi dell'India moderna". Per Arundhati, sono in realtà "monumenti alla corruzione", furti ai danni della popolazione, disastri sociali ed ecologici. Con un metodo e una prosa che riesce ad essere avvincente anche quando fa i conti, tira le somme del grande equivoco delle dighe: negli ultimi cinquant'anni sono state costruite tremilaseicento grandi dighe, che hanno costretto allo sfratto trentatre milioni di persone (o, secondo altri calcoli, cinquantasei), portando pochissimo beneficio di elettricità e di irrigazione e ottenendo un risultato pari solo al 5% del previsto. Non solo: questa politica è stata appaltata alle grandi imprese straniere, come la Enron, che sta privatizzando quello che in India è stato costruito in cinquant'anni con i soldi pubblici.

     Con il meglio di una logica ineccepibile, di un'informazione minuziosa e di una capacità di raccontare che non si arrende neanche di fronte all'apparente aridità dell'argomento, Arundhati combatte a parole la battaglia che ha combattuto anche di persona, toccando, evidentemente, molti nervi scoperti e molti interessi precostituiti.

«La polemica di Arundhaty Roy è importante e necessaria... dobbiamo esserle grati per il suo coraggio e il suo talento», ha recentemente detto Salman Rushdie.

     In questi giorni si comincia si comincia a dibattere il processo che la vede imputata per una supposta resistenza alla forza pubblica in occasione di una marcia alla grande diga sul Narmada. Non ha fatto piacere neanche il suo pacifismo a oltranza in occasione della guerra seguita all'11 settembre. Né il suo atteggiamento nei confronti della questione nucleare. Ma affascinerà il lettore la forza del suo argomentare, la limpidezza di una passione civile che da tempo non sentivamo.

(Irene Bignardi)    Fonte: InfiniteStorie.it


VANDANA   SH IVA

e l'ecologia delle donne

New Dehli (India), 1938   

     Le donne Dalit del Maharashtra, in India, cantano una canzone di Day Pawar 

che recita: 

Costruendo questa diga

sotterro la mia vita

Ieri ho raccolto un po' di crusca per il pasto d'oggi

Il sole si alza e il mio spirito sprofonda.

Nascondo il mio bambino in un cesto

e scacciando le lacrime

vado a costruire la diga.

La diga è pronta

e dà vita ai campi di canna da zucchero

rendendo i raccolti ricchi e succosi.

Ma io cammino per miglia e miglia nei boschi

per cercare poche gocce di acqua da bere.

Il mio sudore bagna le foglie secche

che cadono sulla terra arida.

     La canzone coglie la forza devitalizzata del fiume sbarrato, che irriga colture per scopi commerciali come la canna da zucchero, mentre gli abitanti continuano ad avere sete. Benché dolcissima, la canzone è un'accusa contro il "malsviluppo" portato in oriente (e non solo) dall'apparato scientifico e tecnologico occidentale. "I fiumi - dice Vandana Shiva nel saggio "Sopravvivere allo sviluppo" - imprigionati nelle dighe e devastati da sistemi idraulici giganteschi, non possono più compiere le loro molteplici funzioni nel mantenimento della diversità della vita lungo il bacino".

     Vandana Shiva, fisico, filosofa, è un'esponente di spicco di quella corrente di pensiero che viene chiamata "ecofemminismo", di cui fanno parte Maria Mies, Carolyn Merchant, Evelyn Fox Keller, Margaret Alic, Laura Conti, Elisabetta Donini, Melania Cavelli ed altre. Oggi Vandana, dopo aver combattuto una lunga battaglia contro il Programma Nucleare del suo paese, è Direttrice Generale della Research Foundation for Scienze,Technology and Natural Resources di Dehradun, in India, e tiene corsi all'Università delle Nazioni Unite.

     Partendo da una critica generale al mito della neutralità della scienza moderna, Vandana evidenzia il carattere violento, verso la natura e verso le donne, del riduzionismo come metodo patriarcale di conoscenza. L'originalità dell'approccio scientifico della Shiva è proprio questo mettere in continua relazione storica la desacralizzazione della natura e la marginalizzazione della donna nel suo compito di gestire la sopravvivenza. 

Dice Vandana: "Le donne in India fanno intimamente parte della natura, nell'immaginario e nella vita reale...La natura è 'prakrti', incarnazione e manifestazione del principio femminile - e come tale - è caratterizzata da creatività, diversità, connessione con tutti gli esseri viventi, continuità tra l'umano e il naturale, santità di tutte le forme di vita nella natura". Ma il "malsviluppo", sostituendo il fine della "sopravvivenza" con il "profitto", ha violato l'integrità dei sistemi organici, interconnessi e interdipendenti, e ha innescato una catena di sfruttamento, ineguaglianza, ingiustizia e violenza. Come la svalutazione e il misconoscimento del lavoro e della produttività della natura hanno condotto alla crisi ecologica, così la svalutazione e il misconoscimento del lavoro femminile hanno creato sessismo e disuguaglianza tra uomini e donne. 

     Cosa fare? Vandana Shiva indica nel movimento Chipko delle donne del Garhwal Himalaya, premio Nobel per la Pace nel 1987, la risposta al paradigma distruttivo dell'attuale "progresso e sviluppo". Per salvare la foresta del Chipko, infatti, Amrita Devi 300 anni fa e la discepola di Gandhi Mira Behn negli anni 70-80, sono rimaste abbracciate ai loro alberi sacri per settimane, cantando: 

Abbraccia i nostri alberi

salvali dall'abbattimento

La proprietà delle nostre colline

salvala dal saccheggio.

La cantautrice è Ghanshyam Raturi, una delle donne Chipko che salvarono la foresta dalle grinfie delle multinazionali occidentali.

(Maria Antonietta Pappalardo)

Opere

Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990

Monocolture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura 'scientifica', Bollati Boringhieri, Torino 1995

 

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000

 

MEENA


LA FONDATRICE DI RAWA 

(Associazione rivoluzionaria delle donne afghane)

Kabul (Afghanistan), 1956 - 1987

 

 

Sono la donna che si è svegliata
Mi sono alzata e sono diventata tempesta fra le cenere dei miei figli bruciati
I miei villaggi in rovina e in cenere mi riempiono di rabbia contro il nemico
Oh compatriota, non mi guardare più debole e incapace,
La mia voce si mescola con migliaia di donne in piedi
Per rompere tutte insieme tutte queste sofferenze e queste catene.
Sono la donna che si è svegliata,
Ho trovato la mia strada e non tornerò mai indietro.

(Meena)

 

Meena (1956-1987) è nata a Kabul. Durante il suo periodo scolastico, 

 

gli studenti a Kabul e in altre città afghane erano profondamente impegnati in attività sociali e nei crescenti movimenti di massa. Meema ha lasciato l'università per dedicarsi come attivista sociale ad organizzare le donne ed educarle. Perseguendo la sua causa per ottenere il diritto alla libertà e all'espressione e conducendo attività politiche, Meena ha posto le basi per la fondazione di RAWA nel 1977. 

 

     Questa organizzazione intendeva dare voce alle donne dell'Afghanistan private dei loro diritti e costrette al silenzio. Meena cominciò una campagna contro le forze russe e il loro regime fantoccio nel 1979 e organizzò numerose marce e incontri nelle scuole, college e nell'Università di Kabul per mobilizzare l'opinione pubblica.

 

      Un altro grande servizio reso da lei alle donne afghane è stato il lancio di una rivista bilingue Payam-e-Zan (Il messaggio delle donne) nel 1981. Per mezzo di questa rivista RAWA ha potuto lanciare con coraggio ed efficacia la causa delle donne afghane. Payam-e-Zan ha costantemente denunciato la natura criminale dei gruppi fondamentalisti. Meena ha anche organizzato le scuole Watan per i bambini rifugiati , un ospedale e centri di artigianato per donne rifugiate in Pakistan per sostenere finanziariamente le donne afghane. 

     

     Alla fine del 1981, su invito del Governo francese, Meena ha rappresentato il movimento afghano di resistenza al Congresso del Partito Socialista Francese. La delegazione sovietica presente al Congresso, guidata da Boris Ponamaryev, ha lasciato la sala con vergogna quando i partecipanti applaudivano e Meena mostrava il segno di vittoria. 

 

     Oltre alla Francia ha visitato anche vari altri paesi europei e incontrato le personalità più importanti. Il suo lavoro sociale attivo e la sua difesa effettiva contro le posizioni dei fondamentalisti e del regime fantoccio hanno provocato l'ira dei russi e dei fondamentalisti. 

     Meena è stata assassinata da agenti del KHAD (il braccio afghano del KGB) e i loro complici a Quetta in Pakistan, il 4 febbraio 1987.

 

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