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LEYLA
ZANA
La
parlamentare curda in prigione
Silvan (Turchia) 3 maggio 1961

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La Turchia si
appresta ad entrare nell’Unione Europea
ed il nuovo
presidente turco sta tentando di diffondere un’immagine diversa del
suo paese tristemente noto per le ripetute violazioni dei diritti umani
soprattutto nei confronti del popolo kurdo.
Leyla
Zana, parlamentare kurda e simbolo della lotta democratica per la
convivenza pacifica tra il popolo kurdo e quello turco, è la vittima più
illustre della repressione attuata contro i kurdi.
Nasce
il 3 maggio del 1961 nel villaggio di Bahcekoyu nei pressi della città
di Silvan. Vive e cresce in un ambiente legato alle consuetudini
tradizionali alle quali, nonostante il suo spirito ribelle, è costretta
a sottostare.
Leyla,
come le altre ragazze, è costretta a coprirsi il capo, a non studiare
ed a sposarsi con il cugino di suo padre vent’anni più vecchio di
lei, Mehdi Zana.
Leyla
e Mehdi si trasferiranno a Diyarbakir, la capitale virtuale del
Kurdistan, dove nel 1977 Mehdi Zana viene eletto sindaco. Poi nel 1980
il colpo di stato militare che attuò una violenta repressione contro
questo popolo oppresso; Leyla e Mehdi furono arrestati. Leyla fu
rilasciata poco dopo perché incinta del secondo figlio mentre Mehdi fu
pesantemente torturato e condannato a 36 anni di carcere.
Da
quel momento Leyla decise di battersi per il suo popolo e così riprese
a studiare ed imparare il turco per portare avanti la sua battaglia. Nel
1991 decide di candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del
Partito Socialdemocratico.
Viene
eletta con una valanga di voti ma le difficoltà si presentano fin dal
giuramento in parlamento dopo il suo discorso..
”io
lotto per la fraterna convivenza del popolo kurdo e del popolo turco in
un quadro democratico”.
Scoppia
il pandemonio!
Accusata
di essere una traditrice separatista, la sua vita è presto minacciata.
Viene invitata a lasciare il partito, sfugge nel 1993 a due attentati,
ma Leyla non si dà per vinta. Nel 1994, insieme ad altri deputati kurdi
eletti democraticamente, parte per un viaggio in Europa e Stati Uniti
per far conoscere la realtà kurda.
Al
ritorno da questo viaggio, Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim
Sadak vengono arrestati e portati nel carcere di massima sicurezza ad
Ankara.
Il
processo lampo iniziato l’8 dicembre 1994 e concluso due giorni più
tardi, condanna a morte gli imputati, pena poi commutata soprattutto per
le pressioni internazionali, a 15 anni di carcere per Leyla Zana.
La
sentenza desta subito scalpore. Nel 1997 il governo turco le propone la
scarcerazione sotto la pressione personale di Bill Clinton per le
pessime condizioni di salute ma Leyla rifiuta. Nella lettera che
successivamente invierà a Clinton, Leyla spiega in questi termini la
sua decisione “sono disposta ad uscire solo in seguito ad un’amnestia
generale per tutti i detenuti politici ed a consistenti passi avanti di
reale democratizzazione da parte del governo turco”.
Non
finisce qui: nel 1998 le sono inflitti altri due anni di carcere per
“incitamento all’odio raziale”.
Nonostante
queste tristi vicissitudini, l’opinione pubblica internazionale è con
lei, tant’è che è stata candidata al premio Nobel, ha ricevuto il
“premio Sakharov” per la libertà di espressione da parte del
Parlamento Europeo e dichiarata cittadina onoraria di Roma e Palermo.
Il
governo turco è stato condannato a pagare 200.000 dollari di multa
dalla Corte Europea dei diritti umani per il non corretto svolgimento
del processo a carico della Zana la quale non ha avuto modo di preparare
un’adeguata difesa e nel giugno di quest’anno ad un’ulteriore
sanzione per aver violato la Convenzione Europea dei diritti umani
togliendo l’immunità parlamentare a Leyla ed ai suoi colleghi.
Dopo
le ultime elezioni politiche il nuovo governo turco sembra voler dare
segnali positivi all’Europa, sono infatti state varate leggi che
permettono una minima libertà di espressione per i kurdi, ad esempio
nelle programmazioni radiofoniche.
Leyla
Zana dalla prigione dove attualmente è detenuta afferma “mi auguro
che il Parlamento Europeo non valuterà l’ingresso della Turchia in
Europa solo in base alla sua posizione geografica e strategica ed al suo
mercato di 65 milioni di abitanti, ma soprattutto in base al grado di
civiltà e democrazia che la Turchia dovrà dimostrare con i fatti”.
Federico
Bastiani
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