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Helena
Petrovna Blavatsky
La
fondatrice della Società teosofica
Ekaterinoslav
(Russia), 12 agosto 1831-
Londra (Gran Bretagna), 8 maggio 1891
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Sotto il potere dello Zar, H.P.Blavatsky venne
alla luce
il
31 luglio 1831 a Ekaterinoslav, in Ucraina, da padre tedesco, il
colonnello Van Hahn, discendente dall’antica nobiltà germanica e da
madre russa, Hélèn Fadeef, imparentata alla casa imperiale e
anch’ella di antica e nobile discendenza.
A diciassette anni, nel 1848, sposò il vecchio generale Blavatsky dal
quale prese il cognome che conservò fino alla morte. Il matrimonio,
come tutti gli avvenimenti della sua vita, fu pieno di colpi di scena, e
dopo soli tre mesi le cose volsero al peggio; dopo l'ennesima lite,
Helena lasciò precipitosamente la casa del marito per non farvi più
ritorno.
Quando il suo proposito fu evidente e la sua
determinazione ancora di più, il padre l’aiutò ad intraprendere la
vita di pellegrinaggio che inizio a partire da quel periodo per poi far
ritorno in Russia solo dopo 10 anni, nel 1858, da dove, dopo una breve
sosta riprese i suoi viaggi di ricerca. Intraprese
una serie interminabile di viaggi intorno alla terra che la portarono ad
arricchire in maniera unica il suo spirito ardente. Più di 20 anni di
esperienze e ricerca interiore nel mondo fin nei luoghi più reconditi
dove vivono stregoni e sciamani, ma anche di incontri con autentici
Maestri Spirituali, determinarono il resto della sua vita.
La sua prima tappa fu Costantinopoli, ma fu in Egitto che si verificò
l’incontro che cambiò la direzione della sua vita: conobbe un vecchio
Copto che le impartì l’iniziazione all’arte magico/esoterica. Consecutivamente, il suo pellegrinaggio la portò in America, in Canada,
in Messico e poi in India, per poi fare ritorno negli Stati Uniti nel
1853. Quando nel 1858 ritornò a casa, i suoi familiari ed i numerosi
conoscenti ed amici, furono testimoni delle manifestazioni straordinarie
dei suoi poteri che fino ad allora erano rimasti latenti. Ella stessa
riferì che quello fu per lei un periodo in cui lasciò libero corso
alle sue forze psichiche e imparò a comprenderle e controllarle
perfettamente. Ripartì poi, ripresa dal suo spirito avventuroso, per cercare e trovare
uomini e donne che condividessero con lei la fondazione di un nuovo
grande movimento filosofico ed etico che intendeva creare più avanti.
Finalmente, il 17 novembre 1875, fondò, insieme al colonnello Henry
S.Olcott e a William Q.Judge, la Società Teosofica con lo scopo
dichiarato di formare un nucleo di Fratellanza Universale, di studio
delle religioni e scienze antiche e di investigare sulle leggi occulte
della natura e sui poteri latenti dell’uomo.
Lo
scopo della sua esistenza era anche quello di scuotere gli uomini e le
donne e cercare di liberarli dalle catene forgiate dal clero per
asservirli, cercando di condividere la sua conoscenza nella speranza che
ognuno comprendesse di essere Dio interiormente senza continuare a
cercarlo fuori con dogmi e superstizioni. Spiegò che ogni uomo deve
portare il peso delle sue azioni e che nessuno può farlo al suo posto
ed è proprio per questo che riportò dall’Oriente le antiche dottrine
del Karma e della Reincarnazione. Si scontrò per questo con la critica
dei dogmi ortodossi del XIX secolo (sociali, scientifici e religiosi)
che dividevano più che unire l’umanità, e forse nessuna donna
dell’epoca è stata più ostinatamente messa in cattiva luce,
calunniata e diffamata come H. P. Blavatsky. Ancora oggi, persone che non
hanno mai letto una riga da lei scritta rimangono fermamente convinti
che quelle calunnie fossero appropriate. In ogni caso, bastano le sue
idee e i suoi propositi per smentire i suoi detrattori.
La sua vita, dopo il 1875, trascorse in un infaticabile sforzo per
coinvolgere nella Società Teosofica tutti coloro che volevano lavorare
con altruismo per la propagazione di un etica tendente alla
realizzazione della Fratellanza Umana cercando l’unità e non la
separatività tra tutti gli esseri. Tutto questo anche per dare ad
ognuno la possibilità di sviluppare i poteri latenti interiori e
pervenire alla cooperazione con l’intera natura.
Ella, in ogni caso, si è sempre definita un tramite dei Grandi Maestri
che si sono serviti di lei per portare a conoscenza dell’umanità
quell’antica Saggezza chiamata Teosofia, cercando di abbattere tutte
le barriere che limitano l’evoluzione umana.
H. P. Blavatsky passò al di là del velo il giorno 8 maggio 1891, lo
stesso giorno che nel 487 a. C. Gautama Buddha, l’Illuminato, fece la
stessa esperienza. Quel giorno è festeggiato dai Buddhisti, così come
dai Teosofi ed è chiamato il "Giorno della Festa del Loto
Bianco".
Uno dei tre scopi fondamentali sul quale la Teosofia si basa è:
"Incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e
scienze". Tutto questo perché il teosofo ritiene che ognuno abbia
il diritto di percorrere la strada a lui più congeniale e che in ogni
via è nascosta l’Essenza Originale Divina o Saggezza Divina,
preferendo studiare le diverse religioni anziché condannarle,
praticarle anziché farne proselitismo. La loro meta è la Verità ed
Essa non può essere ritenuta come possesso esclusivo di nessuno.
Oggigiorno, sulla Ricerca Interiore Olistica aperta verso tutte le direzioni e senza
esclusione alcuna si fonda il pensiero filosofico del movimento moderno
New Age, la stessa idea possiamo riscontrarla in un altro punto
fondamentale della Teosofia, e cioè: "Formare un nucleo di
Fratellanza Universale dell’umanità, senza distinzioni di razze,
credo, sesso, casta e colore".
Promuovere uno spirito di unità ed armonia, malgrado tutte le diversità
nelle credenze che alcune volte si contrappongono, è la meta della
Teosofia. Nella New Age, così come nella Teosofia, troviamo l’Oriente
e l’Occidente che si fondono in un incontro illuminante per entrambi.
Dal messaggio del Cristo a quello del Buddha incontriamo l’Amore per
il prossimo, la Tolleranza, il Karma e la reincarnazione, tanti tasselli
che insieme con altri formano la Verità Unica.
Possiamo sicuramente affermare senza paura di smentite che nessuno abbia
fatto più di H. P. Blavatsky e dei suoi soci fondatori, per portare in
occidente la luce dei tesori del pensiero, della saggezza, della
filosofia e della spiritualità orientali, da sempre nascosti. Dopo aver
letto le sue maggiori opere, "La Dottrina Segreta",
"Iside Svelata", "La chiave della Teosofia", diventa
evidente ad ognuno la profonda conoscenza dell’esoterismo orientale,
cosa che la portava spesso là dove solo pochi iniziati riuscivano a
seguirla, ma nello stesso tempo riuscendo a comunicare le sue conoscenze
adattandole a tutti coloro che desideravano approfondirle.
I
suoi scritti diffusero, anche nell’austero clima culturale
europeo di fine ottocento, una nuova concezione dell’esistenza umana e
della vita dopo la morte influenzando profondamente il pensiero di
scrittori, pittori, scienziati, musicisti: da Jack London a D. H.
Lawrence, da Gauguin a Mondrian, a Klee, da Mahler a Sibelius, ad
Einstein.
E, oggi, la meditazione, lo yoga, il pranayama, il reiki,
la pranoterapia, la cristalloterapia, i fiori di Bach, l’aromaterapia,
lo sciamanesimo, l’allineamento dei chakra e dei corpi sottili, i
viaggi fuori dal corpo, le energie, il rivedere le vite passate, ecc.
non sono forse tutti argomenti che possiamo annoverare nel terzo scopo
della Teosofia? E cioè: "Investigare le Leggi inesplicate della
natura e dei poteri latenti dell’uomo".
Madame Blavatsky, circa un secolo fa, affermò che i frutti più
cospicui del suo lavoro si sarebbero notati col tempo nel secolo
successivo al suo. Che sia anche la New Age uno dei frutti cui lei si
riferiva?
Certamente l’enorme ventata di spiritualità e di ricerca interiore,
che da un po’ di tempo sta investendo il nostro pianeta, lo lascia
supporre, facendo meravigliare tutti coloro che notano questi fermenti
senza darsene una spiegazione. Chi, però, ha avuto la
"fortuna" di conoscere la Teosofia e il messaggio di Helena
Petrovna Blavatsky si aspettava tutto questo già da molto tempo.
Giuseppe
Bufalo
www.edicola.net
La
moglie di Dostoevskij
Pietroburgo,
30 aprile 1846 - Jalta, 9 giugno 1918
Sappiamo tutti l’influenza benefica che una donna saggia e
comprensiva, intelligente e sensibile riesce ad avere sul carattere,
la psiche, l’esistenza stessa di un uomo, ma nel caso di Fëdor
Michajlovic e Anna Grigor’evna, la sua seconda moglie, non è
esagerato affermare che forse senza l’aiuto di Anna, Dostoevskij non
avrebbe potuto dare al mondo i suoi cinque grandi capolavori: Delitto
e castigo, Il giocatore, I fratelli Karamazov, L’idiota,
I Demoni, ne avere il posto che ha nel panorama della
letteratura mondiale di tutti i tempi. Un’iperbole? E allora ecco,
piatta piatta, la verità delle cose.
Anna (Anija) Grigor’evna nacque il 30 aprile 1846 a Pietroburgo. Il
padre, Grigorij Ivanovic Snitkin era un modesto funzionario, la madre,
Anna Nikolaevna, una svedese di origine finnica, discendente da una
famiglia di illustri scienziati.
Anna
e la sorella Marija appartennero alla prima generazione di donne russe
che poterono studiare nel primo ginnasio femminile di Pietroburgo; fu
qui che Anna cominciò a commuoversi sulle pagine di Dostoevskij,
leggendo Le memorie di una casa morta. Dopo il ginnasio, Anna
frequentò dei corsi di pedagogia; non riuscì purtroppo a terminarli
per una grave malattia del padre che la costrinse a trascorrere lungo
tempo al letto dell’infermo. Fu però il padre stesso a insistere
perché la figliola frequentasse almeno dei corsi serali di
stenografia.
Quando
il padre morì, le condizioni economiche della famiglia Snitkin
peggiorarono e la ragazza dovette mettere in pratica le sue conoscenze
stenografiche.
Proprio in quell’anno 1866 Dostoevskij, sempre oberato di debiti per
colpa di avidi parenti, fu costretto - per avere degli acconti – a
firmare un contratto-capestro con un editore, impegnandosi a
consegnare entro un mese un romanzo di 240 pagine. Il guaio era che Fëdor
stava già lavorando a tappe forzate a Delitto e castigo che
doveva uscire su “Il messaggero russo” in quello stesso ristretto
periodo. Lo scrittore era in preda a mille angosce. Un amico gli
suggerì di assumere uno stenografo; anche se Dostoevskij non aveva
mai provato a dettare, non aveva altra scelta.
Fu
così che la mattina del 4 ottobre 1866 una ragazza magrolina, con un
bel visetto ovale, capelli biondo cenere, occhi grigi penetranti e un
sorriso incantevole bussò alla porta dell’appartamento n. 13, al
secondo piano dello stabile situato all’angolo della via Malaja
Mescankaja col vicolo Stolijarnij.
Chi
le aveva proposto il lavoro l’aveva prevenuta: - Voi saprete
svolgere il lavoro molto bene, ma non so se riuscirete ad andare
d’accordo con lo scrittore, è una persona strana! - e Anija si
sentiva intimidita.
L’appartamento
dove il grande scrittore viveva col figliastro Pasa Isaev, un buono a
nulla spilla-quattrini, era semplice e lo studio addirittura disadorno
(un divano, uno specchio, una scrivania; a una parete il ritratto di
Marija Dimitrievna Isaeva, la prima moglie morta due anni prima).
Anija si trovò dinanzi un uomo estenuato, distrutto, sofferente,
visibilmente infelice, che fumava in continuazione e beveva tè
nerissimo. Ne ebbe un’impressione penosa, si sentì stringere il
cuore dalla compassione. Notò subito gli occhi diversi uno
dall’altro (avrebbe saputo più tardi che Dostoevskij si era ferito
gravemente all’occhio destro cadendo durante un attacco di
epilessia).
Nonostante
la prima impressione, Anija accettò l’incarico; si trattava di
stenografare e poi di trascrivere 740 pagine di due romanzi diversi
che l’autore avrebbe dovuto scrivere entro ventisei giorni; uno
l’avrebbe scritto la mattina, l’altro nel pomeriggio. Al limite
dell’assurdo.
A
Dostoevskij la ragazza era piaciuta subito così femminile, modesta,
dignitosa e durante le pause del frenetico lavoro cominciò ad
aprirlesi fiducioso: le raccontò che in gioventù aveva appartenuto
al circolo socialista Petrasevskij, che per questo era stato
incarcerato, processato e condannato a morte, che all’ultimo istante
la condanna gli era stata commutata in quattro anni di lavori forzati
a Omsk. Le raccontò del suo infelice matrimonio con Marija malata di
tubercolosi, durato sette anni che non gli avevano dato alcuna felicità,
del loro viaggio di nozze durante il quale egli aveva avuto un
terribile attacco di epilessia. Marija si era spaventata e lo aveva
accusato di averle tenuto nascosto la malattia, ma lui non aveva
nascosto nulla, aveva sempre creduto che quegli attacchi fossero crisi
nervose, conseguenza della prigionia.
Man
mano che Fëdor le rivelava se stesso, la ragazza si rendeva conto di
trovarsi davanti a un uomo infinitamente solo, desideroso di affetto,
di calore umano. Nonostante la giovane età imparò quasi subito a
leggere nel cuore ferito di lui, a penetrarne i suoi aspetti migliori
e ad apprezzarli.
E
anche lei cominciò a parlare con Fëdor senza più timidezze,
apertamente e liberamente, come a un vecchio amico. La compassione e
la pietà divennero rapidamente amore.
E
anche in lui era avvenuto qualcosa di strano, sentiva che quella
ragazza gli era assolutamente necessaria. Vicino a lei provava un
sentimento di pace, cominciò a chiamarla “colombella”.
Dal 4 ottobre 1866 lavorarono ogni giorno per parecchie ore. Di notte
Dostoevskij scriveva Il giocatore, la mattina lo dettava ad
Anija. Di sera la ragazza decifrava e trascriveva in bella calligrafia
il testo stenografico, il giorno dopo Fëdor correggeva
definitivamente i fogli che trovava pronti. Il lavoro andò bene: Il
giocatore fu consegnato nei termini stabiliti.
Un
romanzo in ventisei giorni! Un avvenimento inaudito nella letteratura
mondiale. Dostoevskij però sapeva benissimo che non ci sarebbe mai
riuscito senza l’aiuto di Anija. Era stata lei a persuaderlo a
prolungare le sedute, lei a trascorrere intere nottate sul testo
stenografico!
Consegnate
le ultime pagine, Anija ricevette il compenso stabilito (50 rubli). Ma
Fëdor non voleva perdere la sua colombella e andò semplicemente a
trovarla a casa sua, disse che intendeva dedicarsi all’ultima parte
dell’epilogo di Delitto e castigo e la pregò di aiutarlo.
Lei
si fece desiderare un po’, poi riprese il lavoro. Fëdor si
comportava in modo strano: ora era allegro, ora triste, ora agitato,
ora silenzioso, ora ciarliero; sembrava molto più giovane dei suoi
quarantacinque anni. Stava semplicemente innamorandosi della ragazza.
L’avevano colpito il suo senso del dovere, la scrupolosità, la
laboriosità, e soprattutto la bontà del cuore; lei si era perfino
presa cura dei suoi abiti, della sua salute, del suo nutrimento, del
suo riposo. Ma la grande differenza d’età lo tratteneva dal
dichiararle il suo amore. Ricorse ad un espediente. Finse di
raccontarle la trama di un nuovo romanzo che intendeva scrivere: era
la sua stessa storia, riferita però a un immaginario pittore, e
concluse così: - Vi pare verosimile che un artista attempato,
ammalato, povero, che ha molto sofferto e si è spesso illuso
d’essere amato, incontri una giovinetta bella e intelligente, e che
questa si innamori di lui? Sposando un pittore così, non sarebbe per
lei un terribile sacrificio?
Anija, che lì per lì non aveva capito di essere lei l’Anija del
fantasioso racconto, rispose che se la ragazza aveva buon cuore,
avrebbe potuto benissimo innamorarsi del pittore spiantato e allora
non sarebbe stato per lei un sacrificio sposarlo, perché quando si
ama veramente non si deve aver paura né della malattia, né
dell’indigenza.
-
Mettetevi un momento al posto dell’Anija del racconto – riprese
Dostoevskij. - Immaginate che il pittore sia io, che vi faccia una
dichiarazione d’amore e vi chieda: “Volete essere mia moglie?”
Dite, che cosa rispondereste?
-
Risponderei - rise Anija, felice - che vi amo e che vi amerò sempre.
La
madre di Anna che Fëdor aveva già incantato con la sua conversazione
e la sua cultura, non si dimostrò entusiasta, ma non avversò il
matrimonio; contraria fu naturalmente tutta la parentela dello
scrittore. Quanto ad Anija aveva ben capito che doveva sposare subito
quell’uomo buono e generoso, ma del tutto incapace di stare al
mondo, che non sapeva dare il giusto valore al danaro: avrebbe pensato
lei a lottare contro i famelici parenti.
Con
l’anticipo sul nuovo romanzo L‘idiota affittarono un
quartierino più grande, sempre nei paraggi di piazza
dell’Ascensione, e il matrimonio fu celebrato nella cattedrale della
Trinità il 15 febbraio ‘67. Purtroppo anche ad Anija toccò lo
stesso spavento provato da Marija subito dopo le nozze. Fëdor ebbe
due attacchi consecutivi, ma Anija non si spaventò, per tutto il
tempo delle crisi tenne la testa di lui sulle sue ginocchia. Furono
due ore strazianti.
Assillata
dai parenti che si erano addirittura stabiliti in casa loro, Anija
persuase il marito a lasciare Pietroburgo e a partire per l’Europa.
Impegnò tutta la sua dote (mobilio, argenteria, oggetti vari) e fu
pronta: aveva capito che non si trattava soltanto di salvare il suo
matrimonio, ma soprattutto il genio creativo, la pace, la salute del
marito.
Per
compiacere la madre, Anija le promise che avrebbe annotato
quotidianamente le sue impressioni sul viaggio. Ma ben presto cominciò
a scrivere tutto ciò che riguardava l’amatissimo consorte: i suoi
discorsi, i pensieri, le sue opinioni sulla musica e sulla
letteratura. (Questi taccuini costituiranno un vero e proprio
monumento letterario alla memoria di Dostoevskij).
Prima tappa del viaggio fu Berlino, poi Dresda. E qui Fëdor si lasciò
attrarre dalla roulette. Anija aveva ben capito, trascrivendo Il
giocatore, che si trattava di un testo autobiografico, ma non
immaginava fino a quale punto l’attrazione per il gioco da parte del
marito fosse potente. Poteva giocare soltanto all’estero perché in
Russia la roulette non c’era. Gli capitò di vincere anche grosse
somme, avrebbe dovuto smettere, accantonare il denaro guadagnato (così
almeno si sarebbe comportata una persona giudiziosa), ma Dostoevskij
non era un commerciante, era una natura passionale: arrivò ad
impegnare anche l’anello nuziale, gli orecchini della moglie.
Ebbene, Anna trovava la forza di confortarlo quando egli si disperava
dopo un ennesima perdita.
A
Dresda lasciò la moglie e andò a Monaco, la città più vicina dove
c’era una roulette e da lì scriveva alla moglie pregandola di
aiutarlo quando perdeva.
Anija
lo toglieva dai guai, capiva e perdonava. Ma alla fine con la sua
dolcezza, la sua pazienza riuscì a guarire il marito dalla insana
passione. Fëdor giocò per l‘ultima volta nel 1871 a Wiesbaden e
poté scrivere ad Anija: “Si è verificato in me qualcosa di grande;
è sparita l’ignobile fantasia che mi ha tormentato per quasi dieci
anni. Adesso che sono nato a nuova vita staremo sempre insieme, farò
in modo che tu sia felice”.
Mantenne
il giuramento, e portò a termine L’idiota, un’opera di
grande tensione.
Purtroppo la sventura colpì i due coniugi con un terribile dolore: la
morte, nel maggio del ‘68 a Ginevra, della loro prima bambina:
Sonija, di tre mesi. Quando la bimba era nata, Fëdor aveva provato
una gioia travolgente, il suo sogno di paternità si era avverato; la
morte della piccola lo precipitò nella più cupa disperazione, e toccò
ad Anna, pur affranta, confortare il marito.
E
fu un gran dono di Dio che il 14 settembre ‘69 nascesse un’altra
bambina, Lijubov; la felicità tornò a brillare in casa Dostoevskij.
All’estero
si definivano ancor più i tratti migliori dei caratteri di Anija e Fëdor,
il reciproco affetto li legava sempre più strettamente. Era diventato
un sentimento così saldo che Fëdor poté scrivere alla suocera:
“Anija mi ama e io non sono mai stato così felice in vita mia. È
mite, buona, intelligente, crede in me ed è riuscita a legarmi a sé
col suo amore al punto che adesso morirei senza di lei”.
E
anche un altro sentimento contribuì ad unire i due sposi durante il
loro soggiorno all’estero forzatamente prolungato: l’ardente
nostalgia della Russia. Anija e Fëdor si erano proposti di
trascorrere in Europa tre mesi, invece ne ritornarono dopo quattro
anni. Arrivarono a Pietroburgo l’8 luglio ‘71: otto giorni dopo
nacque il piccolo Fëdor.
Anija
fu sempre una devota paziente madre per i suoi figli, una
collaboratrice intelligente del grande scrittore, un’acuta
estimatrice del di lui talento. Seppe anche lottare contro la folla
dei creditori e, spesso, di disonesti ricattatori.
Liberando
il marito dalle preoccupazioni economiche, lo preservò per la sua
arte; in quegli anni passati all‘estero, la ragazza indifesa e
timorosa era diventata una madre di famiglia che conosceva la vita,
una donna volitiva e decisa.
I
primi tempi in Russia furono duri; dovettero alloggiare in camere
ammobiliate, perché durante la loro assenza, la casa era stata
venduta all’asta da loschi individui; per di più il figliastro Pasa
aveva venduto i libri di Fëdor, e addirittura pretendeva di
aggregarsi alla famiglia del “padre”. Anija si oppose decisamente
e Fëdor fu d’accordo con lei.
E fu
ancora Anna a lottare per ottenere dagli editori migliori condizioni
per il lavoro artistico del marito. Finalmente fuori dalle strettoie
economiche, Fëdor poté portare a termine I fratelli Karamazov:
riconoscente, dedicò l’opera alla moglie.
L’anno
1872 fu davvero funesto: la piccola Lijubov si ruppe un braccio,
glielo aggiustarono male e fu necessaria un’operazione, morì la
sorella di Anija, Marija Grigor’evna, appena trentenne, sua madre si
ammalò gravemente e lei stessa ebbe un ascesso in gola e i medici
temettero per la sua vita.
Nel
‘78 ecco un altro terribile colpo: muore a tre anni l‘ultimogenito
Alëöa, e Fëdor non si dà pace: il piccolo è morto di epilessia,
la malattia ereditata da lui. Perché ritrovi calma e serenità, Anija
fa in modo che il marito si rechi, con un giovane amico filosofo,
all’eremo di Optina, un luogo che ha fama di dar conforto a chi
soffre.
E
ancora una volta Anija vede giusto: il marito ritrova tranquillità e
torna al lavoro: ed ecco L’adolescente.
E
intanto su Anija grava, oltre alla fatica della trascrizione dei
testi, della correzione delle bozze, tutta la corrispondenza
finanziaria, domestica ed economica, pesano i rapporti coi tipografi,
i complicati compromessi coi creditori, mai tralasciando l’amorosa
cura dei figli.
Senza
contare che fin dal ’73 la donna aveva incominciato con successo
un’attività commerciale ed editoriale, ricavandone una fonte di
guadagno modesto, ma costante.
Nel
giugno dell’80, Fëdor pronunciò l’orazione per l’inaugurazione
del monumento di Puökin a Mosca. Quel discorso fu il suo testamento
spirituale, il suo canto del cigno, l’ultimo raggio della sua gloria
tardiva. Ma l’entusiastica ovazione del pubblico, a lui e al suo
talento, gli diede “momenti di somma felicità: indimenticabili”.
Purtroppo
però l’enfisema polmonare contratto durante i lavori forzati
progrediva, e Fëdor lo sapeva.
Il 25 gennaio, domenica, Fëdor andò a consegnare in tipografia Il
diario di uno scrittore, poi ebbe una spiacevole discussione con
la sorella Vera Michailovna circa l’eredità di una zia. Fu questo
colloquio a provocare l’emorragia che colpì Fëdor quel giorno
stesso? (Anija non ne parla nei suoi taccuini, certamente per un
riguardo ai figli di Vera: preferì scrivere che l’emorragia era
cominciata dopo che Fëdor aveva spostato una pesante etagère).
Quando - per la rottura di un’arteria polmonare - Fëdor perdette
molto sangue, egli capì che stava per morire, volle confessarsi e
comunicarsi, chiese un Vangelo, ma non aveva più la forza di leggere.
Volle vicino i figli, spiegò loro come avrebbero dovuto vivere dopo
la sua morte, come amare la madre, l’onestà, il lavoro, come amare
i poveri e aiutarli. Anija, in ginocchio davanti al marito, era in
preda a una folle disperazione. I due figli, spaventatissimi, si
segnavano continuamente.
I
funerali del sommo scrittore furono un avvenimento storico. Più di
trentamila persone accompagnarono il feretro al monastero di Sankt
Aleksandr Nevskij. La morte di Dostoevskij era sentita da ogni russo
come un lutto nazionale e un dolore personale.
Molto
più tardi Anija scrisse a un’amica: “In quei momenti terribili
del distacco mi sembrò che non sarei riuscita a sopravvivere alla sua
morte, che mi si sarebbe spezzato il cuore, tanto forte mi batteva nel
petto, che sarei impazzita. Perdevo l’uomo migliore del mondo, la
gioia, l’orgoglio e la felicità della mia vita, il mio sole, il mio
idolo”.
Da quel momento - aveva soltanto 35 anni - si dedicò anima e corpo al
servizio del grande nome di Fëdor Dostoevskij. Nessuna moglie di
scrittore ha mai fatto tanto per perpetuare la memoria del marito e
diffondere la sua arte quanto lei. Non si contano le opere culturali
che realizzò nel nome di Dostoevskij, le edizioni che curò (anche
un’Opera omnia), le mostre organizzate, le biblioteche
fondate, le scuole a lui intitolate, le serate letterarie. Anche un
museo creò, per non parlare dei manoscritti, delle lettere, dei
taccuini che ordinò. Nel 1916 pubblicò i Ricordi, il racconto
più vivo ed attendibile relativo al periodo 1866-1881 quando furono
creati i cinque grandi capolavori.
Anna
si spense a poco a poco, in completa solitudine (a parte la donna che
la vegliava di notte). Vicino al letto teneva una cesta colma, in
pacchetti ben ordinati, delle lettere che Fëdor le aveva scritto
durante i felici quattordici anni del loro matrimonio.
Morì
il 19 giugno 1918. A causa della guerra civile in atto, la sua morte
passò quasi inosservata. Fu sepolta a Jalta; soltanto nel 1960 la sua
tomba fu casualmente ritrovata.
Il
9 giugno, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, le ceneri di
Anna Grigor’evna furono traslate da Jalta al monastero di Sankt
Aleksandr Nevskij. Sulla tomba di Dostoevskij, sul lato destro del
monumento, una semplice scritta:
ANNA
GRIGOR ‘EVNA DOSTOEVSKAJA
1846-1918