S i b i l l a  d i   C u m a

 home page

chi

cosa

servizi

culture comparate

ritratti di donne

corsi di formazione

collaborazioni

progetti

links

news

 

La Sibilla di Cuma e... le altre

1. Sibilla cumana               2. Sibilla cimeria

3. Sibilla delfica                  4. Sibilla egizia

5. Sibilla dell'Ellesponto    6. Sibilla eritrea

7. Sibilla europea                8. Sibilla frigia 

9. Sibilla samia                   10. Sibilla libica

11. Sibilla persica               12. Sibilla tiburtina

13. Sibilla cumana di Michelangelo

14. L'Antro della Sibilla a Cuma-Bacoli

Campi Flegrei (Napoli)

 

Secondo il canone di Varrone (I sec. a. C.) le Sibille sono dieci, a cui verranno aggiunte Europa e la Sibilla Egizia in epoca medioevale da parte dei cristiani: per fare pendant con i dodici apostoli di Gesù. Qui esse sono raffigurate da un anonimo autore veneziano del '500 (Museo Querino).

 

              

1. Cuma antica, quando la sua Acropoli era lambita dal mare

2. Il dromos dell'Antro della Sibilla a Cuma

 

Abbiamo chiamato la nostra Associazione "L'Antro della Sibilla", perché, pur amando la bellezza e il mistero che molti luoghi dei Campi Flegrei esprimono, siamo stregati dall'Antro della Sibilla cumana, come luogo preistorico e simbolico della potenza profetica femminile.

 

Intanto Enea verso la rocca ascese,

ove in alto sorgea di Febo il tempio,

e là dov'era la spelonca immane 

dell'orrenda Sibilla, a cui fu dato 

dal gran Delfo profeta animo e mente

d'aprir l'occulte e le future cose.

 

(Eneide, VI Libro, tr.di Annibal Caro)

 

 

L'Antro è a pochi passi da noi, si allunga miracolosamente  intatto sull'Acropoli dell'antica e potentissima  Cuma e conserva tra le scure rocce di tufo il grido invasato della Sibilla che predisse ad Enea la morte del suo trombettiere, il viaggio nell'Averno, le guerre e i destini di Roma imperiale.

 

Avvi d'intorno

cento vie, cento porte; e cento voci 

 n'escono insieme allor che la Sibilla 

le sue risposte intuona. Era a la soglia

il padre Enea, quando: Ora è il tempo (disse

la Vergine): di', di'; chiedi tue sorti: 

Ecco lo dio che è già comparso e spira.

Ciò dicendo, de l'antro in su la bocca

in più volti cangiossi e in più colori; 

scompigliossi le chiome; aprissi il petto; 

le battè il fianco, e il cor di rabbia l'arse.

 

(Eneide, VI Libro, tr. di Annibal Caro)

 

 

 

L'Antro è la nostra coscienza, la ricerca della nostra umanità, il bisogno insopprimibile delle origini. E andare alle origini significa andare verso il divino della Grande Madre. 

Meglio, per le donne, se quel divino si manifesta attraverso una sacerdotessa selvaggia e profetica, la cui fama si perde nella notte dei tempi dei Misteri Eleusini e che la religione cristiana riuscì a bandire dal cuore delle popolazioni solo dopo secoli e secoli di trasformazione degli attributi divini in attributi stregoneschi. 

 

La sequenza delle dodici Sibille in apertura è interessantissima, perché costituisce la testimonianza di questo lentissimo cambiamento culturale. Siamo nella fase mediana.

 

Le Sibille, non ancora demonizzate,  hanno già perduto tutti i connotati mantici e gli oggetti simbolici del paganesimo si limitano al libro, al velo e alle tavole; dall'altro canto esse sempre più assumono sembianze di vergini  e connotati di profetesse della buona novella

 

Abbonda, infatti, il simbolismo iconografico dell'antica cristianità:  gigli (purezza di Maria), cornucopia (abbondanza per l'avvento di Cristo), spada (la strage degli innocenti), corona di spine (la passione di Cristo) e così via. Per la Sibilla Cumana il pittore ha fatto un plateale errore, giacché le ha messo in mano "il vessillo profetizzante la resurrezione di Cristo", un simbolo che nella tradizione cristiana appartiene alla Sibilla Frigia.

 

Pur non chiamandola ancora strega e pur non mettendola ancora al rogo, la chiesa cristiana ha già  stravolto la facies della sacerdotessa d'Apollo. E' difficile riconoscere nelle levigate e dimesse pennellate dell'anonimo pittore del Cinquecento la grande Sibilla Delfica, che profetizzò la guerra di Troia, nè l'antica Sibilla Frigia dedicata al culto di Artemide, né la scompigliata Sibilla Cumana, che andava scrivendo  le sue profezie sulle foglie disperse talvolta dal vento  improvviso che investiva  la grotta e alla quale  Enea implorò per sicurezza:

 

Ti prego, canta la profezia tu stessa

 

Abbiamo chiamato la nostra Associazione "L'Antro della Sibilla" perchè siamo convinti che in questo terzo millennio i cambiamenti da realizzare sono così profondi che dobbiamo ritrovare dentro di noi la rabbia positiva, il fuoco divino della Prima Sibilla. 

 

Tornare nell'Antro per disegnare sulle foglie i contorni di un altro mondo. Tornare nell'Antro per riuscire a rinunciare a qualche privilegio. Tornare e uscire profeti di un nuovo ordine sociale.

 

 

 

Come è fatto l'Antro della Sibilla di Cuma

 

     L'Antro della Sibilla fu uno dei santuari più venerati dell'antichità, scavato, nella parte più antica, dai Greci nel V-IV sec. a.C., mentre l'ambiente terminale dovette essere ampliato e trasformato nella sua forma attuale nel IV-III sec. a.C.


     L'antro consta di una galleria rettilinea, il dromos, di forma trapezoidale e privo dell'ingresso originario. Il lato esterno è scandito da sei grandi fenditure, anch'esse trapezoidali, che immettono luce nella galleria. Sul lato orientale si apre un'altra galleria con tre ambienti rettangolari disposti a croce costituenti altrettante cisterne rifornite da un canale nelle quali si dice la Sibilla si lavasse e poi, indossata una lunga veste, si recasse nella stanza più interna, donde da un alto trono vaticinava. 

     In fondo alla galleria si apre una camera rettangolare, con copertura a volta più alta della restante parte e con tre grandi nicchie, con un vestibolo posto sul lato sinistro chiuso da una cancellata che immette in una piccola aula divisa in tre celle più piccole: è l'oikos endotatos, la stanza oracolare, il luogo dove la Sibilla pronunciava i vaticini.


     Nel I sec. dell'Impero il culto ufficiale della Sibilla Cumana cessò e l'antro servì in parte da cimitero per i Cristiani; tuttavia il ricordo dell'antico rito persisteva ancora nel IV sec. d C.

     L'antro ha subito, ovviamente, diverse trasformazioni nel tempo. All'originario dromos del periodo sannita si è aggiunto, in epoca romana, il braccio articolato  a tre grandi celle, le cisterne. Queste, dal IV sec. d.C. in poi, furono utilizzate come tombe. 

     I primi due tratti della galleria, l'uno di m. 17 è a cielo aperto e privo di pareti, al secondo di m. 15 manca la copertura, la rimanente parte del dromos è invece ben conservata.

     L'Antro è stato portato alla luce nel maggio 1932 dall'archeologo Amedeo Maiuri, il quale, dopo sei anni di scavi, giunse alla scoperta del corridoio trapezoidale "alto e solenne come un tempio" descritto da Virgilio nell' Eneide. 

     Prima del maggio 1932 l'antro della Sibilla era stata localizzata per secoli sulla sponda del Lago d'Averno, in una grotta  molto suggestiva, ancora oggi visitabile.

Cuma, la più antica colonia greca in Italia  e in Sicilia (1050 a. C.)

La via sacra che conduce al Tempio di Apollo, nell'Acropoli di Cuma

L'Antro della Sibilla

La parte iniziale dell'Antro

 

La sala interna dell'Antro, dove la Sibilla cumana  prediceva il futuro 

Il Lago d'Averno, vicino Cuma, dove Enea incontrò il padre Anchise secondo il vaticinio della Sibilla (Eneide, VI)

 

Arcofelice, vicino Cuma, costruito dai Romani e conservatosi fino ad oggi

 

Capo Miseno, vicino Cuma_Bacoli, dove Enea seppellì il corpo del suo trombettiere Miseno (Eneide, VI)

Bacoli (da bauli, buoi) è un paese vicino Cuma, il luogo dove Ercole nascose i suoi buoi. La zona mozzafiato Bacoli- Miseno è identificata nei "Campi Elisi".

Baia "la bella", dove i patrizi romani, inclusi Cicerone, Ovidio, Orazio, Properzio, trascorrevano l'estate.

 

ALLA RlCERCA DELL'ANTRO DELLA SIBILLA

 

     Se i più antichi riferimenti a un antro della Sibilla a Cuma si trovano in un testo pseudoaristotelico (De mirab. ausc., IV-III sec. a.C.) e in Licofrone (III sec. a.C), I'evocazione più famosa è quella di Virgilio, nel VI libro dell'Eneide, che tuttavia vuol ricreare un'immagine suggestiva più che rappresentare una situazione topografica reale. 

     Sono soltanto il cosiddetto pseudo-Giustino (IV sec. d.C.), Procopio e Agathias (VI sec. d.C.) a dare, nei secoli successivi, una descrizione compiuta dell'antro, ma la loro testimonianza, piuttosto tarda e influenzata da fantasiose tradizioni locali, non può ritenersi pienamente attendibile. Le loro indicazioni infatti sembrano riferirsi piuttosto alla cosiddetta Crypta romana, caduta probabilmente in disuso in quel periodo e la cui grandiosità poteva facilmente far pensare a un ambiente di destinazione sacrale. 

     Maggiore attenzione meritano, invece, altre due fonti che sembrano escludere l'esistenza di un'apposita sede oracolare della Sibilla, almeno in età tarda. Pausania (II sec. d.C.), infatti sostiene che i Cumani non avevano da mostrare nessun oracolo della Sibilla, ma soltanto un'urna con le ceneri della profetessa custodita nel tempio di Apollo. A questa affermazione sembra dare una conferma indiretta la notizia tramandata nella Vita (IV sec. d.C.) dell'imperatore Clodio Albino (196-197 d. C), secondo la quale questi si recò ad interrogare l'oracolo nel tempio di Apollo cumano. 

     L'interesse per la figura della Sibilla sopravvisse, comunque, alla scomparsa del mondo antico, cosicché anche nel Medioevo si cercò di individuare, sulla scorta della poesia virgiliana, spesso letta attraverso il commento di Servio, la sede dell'oracolo sibillino. Il rilievo dato all'episodio della discesa agli inferi di Enea, avvenuta sotto la guida della profetessa, portò, però, a cercare l'antro sulla sponda del lago d'Averno, localizzandolo negli ambienti ancora oggi noti con il nome di Grotta della Sibilla. 

     Tale identificazione restò canonica per tutto il Rinascimento, ripetuta, tra gli altri, dal Petrarca e dal Boccaccio, dagli antiquari locali e dai viaggiatori stranieri. Soltanto alcuni studiosi, come l'Alberti e il Capaccio, respinsero la localizzazione dello speco all'Averno sulla base di una lettura più attenta del testo virgiliano, riconoscendo nella cosiddetta Grotta della Sibilla un antico camminamento tra il Lucrino e l'Averno. Nonostante i crescenti dubbi degli eruditi, la visita all'antro dell'Averno rimase fin quasi al secolo scorso una delle tappe più suggestive del Grand Tour, mentre le rovine dell'Acropoli di Cuma, ormai da tempo interrate, giacevano in un secolare abbandono.

La psudo-grotta della Sibilla sul Lago d'Averno

La mappa della pseudo-grotta della Sibilla, risultata poi essere un antico camminamento tra il Lago Lucrino e il Lago d'Averno.

 

     Fu soltanto a partire dalla metà dell'Ottocento che l'interesse degli archeologi si portò su Cuma. Se le prime campagne di scavo ebbero come oggetto di studio solo la zona delle necropoli, nel 1910 E. Gabrici si volse al colle di Cuma con lo scopo dichiarato di riportare alla luce l'antro, che ormai si riteneva dovesse essere localizzato nei pressi della città. Il suo tentativo non ebbe successo, e l'impresa fu ritentata, nel 1925, da A. Maiuri il quale credette di riconoscere lo speco oracolare in una galleria, da lui scoperta, che attraversava il monte di Cuma (la cosiddetta Crypta romana). 

     Rivelatasi erronea tale interpretazione, tra il 1926 e il 1930, Maiuri riprese la ricerca; ulteriori indagini lo condussero, nel maggio del 1932, alla scoperta di un ambiente a pianta quadrangolare, scavato nel tufo e in parte interrato, sulla cui parete era visibile un'apertura a sezione trapezoidale. Questo ambiente, utilizzato come cellaio, si snodava in direzione della galleria esplorata nelle precedenti campagne di scavo. Dopo un mese l'antro, una volta liberato da tutti i detriti delle vecchie cave di tufo utilizzate in età borbonica, apparve molto simile a un dromos, rispondente alla descrizione dello pseudo-Giustino. 

     Il Maiuri poteva fiduciosamente affermare: "Il lungo corridoio trapezoidale alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta e a nicchioni, formavano un unico insieme. Era la Grotta della Sibilla, l'Antro del vaticinio quale ci appariva dalla poetica visione di Virgilio e dalla prosaica e non meno commossa descrizione dell'Anonimo scrittore cristiano del IV secolo".

(a cura di Maria Antonietta Pappalardo)

 

Fonti: 

Testo: Race Gianni, Bacoli, Baia, Cuma, Miseno: Storia e mito, Ed. Il punto di partenza, Bacoli, 1999

Testo: Sirpettino Mario, La terra della Sibilla, Di Mauro Ed., 1992

Sito: www.ottavo.cybernet.it

Sito: www.campiflegrei.it

Sito della Fondazione Querini Stampalia, Venezia

 

 home page

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

ma.pappalardo@virgilio.it

© Copyright 2002 Tutti i diritti riservati