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T a l e b a n i e O c c i d e n t e
Prima e dopo l'11 settembre
P
R I M A D E L L ' 1 1 S E T T E M B
R E
Afghanistan
isolato, taliban più forti
di GILLES
DORRONSORO*
Agosto
2001
Sorte iniqua riservata alle donne, distruzione dei Buddha giganti
di Bamiyan...Il 22 maggio i talebani hanno deciso di obbligare gli indù
che vivono in Afghanistan a portare sui loro abiti un segno di
riconoscimento! Se ha aggravato l'isolamento diplomatico del regime,
l'embargo votato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite colpisce
in pieno soprattutto un popolo esangue e vittima di una siccità senza
precedenti. Inoltre, come reazione alle sanzioni, i taliban si sono
ritirati dai negoziati intrapresi con l'opposizione. Uno dei principali
dirigenti di questa, Ahmad Shah Massud, ha effettuato un giro in Europa
dove ha raccolto testimonianze di sostegno, che tuttavia mal celano le
incertezze della politica occidentale nei riguardi dell'Afghanistan.
Far avanzare i taliban e punire
l'Afghanistan, isolandolo! Al di là dei proclami virtuosi sui diritti
dell'uomo e la ricerca di una soluzione negoziata, queste due logiche
contraddittorie, determinate essenzialmente da Washington,
caratterizzano la politica occidentale nei confronti di Kabul. Infatti,
il ritiro dei sovietici nel 1989, poi del regime di Kabul nel 1992,
hanno ridotto in modo considerevole l'importanza dell'Afghanistan sulla
scena internazionale.
Tra
il 1992 e il 1996, i principali attori esterni nella guerra civile sono
state le potenze regionali: il Pakistan, l'Iran e la Russia.
Come reazione, questi scontri
hanno favorito l'emergere, nel 1994, dei taliban, movimento
ultra-fondamentalista comparso nel sud del paese. Grazie a un importante
aiuto militare pakistano e a un certo sostegno popolare, essi hanno
potuto conquistare tutte le città, e in particolare Kabul (settembre 1996). Le
numerose violazioni dei diritti dell'uomo perpetrate da questo regime
provocano una grande mobilitazione internazionale, in particolare contro
la condizione imposta alle donne e contro la distruzione delle statue di Buddha. Tuttavia gli Stati Uniti sono stati all'inizio favorevoli
ai taliban, e la presa di Kabul è stata salutata come una «positivo
passo avanti» dall'allora segretaria di stato americana Madeleine Albright. Tuttavia, e contrariamente a una idea diffusa, il sostegno
americano non aveva un rapporto diretto con i progetti della compagnia
petrolifera americana Unocal, che progettava di di costruire un gasdotto
attraverso l'Afghanistan per collegare il Pakistan e il Turkmenistan.
L'abituale allineamento al Pakistan della politica afghana degli Stati
uniti e la volontà di appoggiare una riunificazione del paese sembrano
ipotesi più convincenti (1).
Il
sostegno ai taliban è venuto meno a causa della presenza in Afghanistan
di Osama bin Laden, miliardario islamista di origine saudita, accusato
di diversi attentati contro gli interessi americani, e le violazioni dei
diritti umani da parte del regime di Kabul non ha avuto che un ruolo
marginale in questo voltafaccia. Il bombardamento dei campi di
addestramento dei radicali islamisti insediati in Afghanistan, come
rappresaglia agli attentati contro le ambasciate americane nell'Africa
orientale (agosto 1998) ha marcato questo cambiamento di rotta.
Paradossalmente questa operazione è stata determinante nella non
estradizione di bin Laden, essendo quest'ultimo immediatamente diventato
una figura morale di grande popolarità nella resistenza
all'imperialismo americano, soprattutto in Pakistan e nel Golfo.
Comunque gli Stati uniti non hanno offerto un grande aiuto
all'opposizione dominata da Massud. E soprattutto, la sola strategia che
avrebbe potuto essere efficace - premere sul Pakistan - è stata
scartata.
I
paesi occidentali hanno lasciato che Islamabad portasse a termine il suo
intervento diretto, permettendo ai taliban di averla vinta su Massud.
Durante l'estate del 2000 diverse migliaia di soldati dell'esercito
regolare pakistano sono stati inviati al fronte; la loro presenza si è
rivelata decisiva nella presa di Taloqan, un borgo che Massud
controllava dal 1986 e la cui perdita costituisce una minaccia diretta
per le sue linee logistiche tra il Panshir e il Tagikistan.
Questa
presenza, conosciuta e provata, non è stata denunciata dai paesi
occidentali - ad esempo davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu (2)
- neppure quando l'opposizione era riconosciuta come il governo
legittimo dell'Afghanistan. Perché questo rifiuto? Senza dubbio non si
è voluto destabilizzare ancora di più una potenza nucleare che si
trova in una condizione di cronica agitazione. Un accordo implicito ha
potuto essere concluso dopo la crisi di Kargil (3),
lasciando al Pakistan le mani libere in Afghanistan, in cambio di una
certa moderazione in Kashmir. D'altro canto, gli Stati uniti si
disinteressano della situazione: il loro unico obiettivo è
l'eliminazione di bin Laden. Ma - ed è questo l'aspetto perverso delle
posizioni occidentali - più i taliban guadagnano terreno, meno è
possibile inserirli nel gioco politico.
Il
paese è isolato, soprattutto a causa delle sanzioni - sul modello di
quanto è stato fatto in Iraq. Dopo la conquista di Kabul, il
riconoscimento internazionale era stato legato a dei progressi in tre
campi: diritti della persona, sradicamento della droga, lotta al
terrorismo.
La situazione sembra tuttavia
ad un punto morto. I taliban rifiutano di fatto di estradare Osama bin
Laden e propongono di farlo giudicare da un tribunale islamico. Inoltre,
i diritti dell'uomo vengono fatti derivare dalla sharia, la legge
islamica, della quale i taliban hanno una concezione molto rigida. Essi
rifiutano le pressioni occidentali in quanto illegittime e motivate da
considerazioni politiche: forse l'Occidente non riconosce il regime
saudita?
Votate
su proposta degli Stati Uniti, le prime sanzioni sono state applicate
nel novembre del 1999, dopo il rifiuto dei taliban di rilasciare bin Laden. Le misure erano volte essenzialmente a impedire alla compagnia
nazionale Ariana di effettuare voli internazionali, a congelare i beni
dei taliban all'estero, a vietare gli investimenti stranieri.
Queste sanzioni non hanno
avuto effetti sugli obiettivi voluti, ma l'impatto economico e
psicologico sulla popolazione non è stato di poco conto (4).
Nuove sanzioni sono entrate in vigore all'inizio del 2001. Agendo come
il rappresentante dei soli interessi nazionali americani, il Consiglio
di sicurezza non prende in considerazione né il contesto globale della
crisi, né la siccità che colpisce il paese.
La conseguenza (o
l'obiettivo?) delle sanzioni è dunque di punire la popolazione. Infatti
aggravano la situazione dei civili, discreditano gli afghani che
propongono soluzioni più vicine alla modernità - considerati come
agenti degli stranieri - e rafforzano le correnti xenofobe e fondamentaliste, sempre più potenti dall'inizio della guerra. La
questione non è tanto di sapere se i taliban violano i diritti umani -
tutti concordano su questo punto - ma quali conseguenze trarne.
Le sanzioni e l'isolamento
crescente del regime non possono in alcun caso apportare modifiche
positive, ma, al contrario, diventano un fattore di radicalizzazione.
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Ahmad Shah Massud, il capo dell'opposizione ai talebani ucciso prima dell'11 settembre


Due immagini del fronte settentrionale, che risulterà vincitore contro i talebani

Massud, durante una delle rare interviste concesse a giornalisti occidentali.
Source: foto di Ciriello |
I taliban sono infatti
convinti che non otterranno mai il riconoscimento internazionale. Così,
la chiusura delle loro rappresentanze a New York è il segno che gli
Stati Uniti non li considerano più come interlocutori.
Inoltre, il fatto che le
sanzioni siano state proposte da Washington e Mosca è stato percepito
come una provocazione. La debolissima reazione dei paesi occidentali
alle richieste delle Nazioni unite di aiutare le milioni di persone
costrette a spostarsi a causa della siccità spinge verso un crescente
isolamento, oggettivo e psicologico. (5)
In questo contesto, la distruzione delle statue di Bamiyan non si spiega
con motivi religiosi ma costituisce il segno di una radicalizzazione
politica (6).
Con questo evento dalla straordinaria risonanza mediatica, i taliban
hanno espresso il loro rifiuto della comunità internazionale.
Prima
conseguenza di questa politica di isolamento: l'abbandono, de facto, di
una soluzione negoziata. Questa presupporrebbe la ricerca di un
compromesso politico che, per essere accettabile, deve tenere conto dei
rapporti di forza sul terreno. Ciò implica l'accettazione dei taliban
come principale attore politico, e il fatto che Massud divenga un
partner minoritario in un governo di unità nazionale. Questa prospettiva è stata
scartata dagli Stati Uniti. In pratica, la missione Vendrell (7)
è fallita prima ancora di cominciare davvero.
Poiché non faceva parte di
un negoziato, la visita di Massud in Europa, nell'aprile scorso, e
l'aiuto militare che la Francia gli fornisce, avrà come prima
conseguenza di indurire ulteriormente l'opposizione dei taliban ai paesi
occidentali, con il rischio reale di rappresaglie contro le
organizzazioni non governative francesi che lavorano su quel territorio.
Molti esperti hanno
legittimato queste strategie di non-negoziato, sostenendo che i taliban
erano un fenomeno tribale e transitorio, esterno alla società, o che la
«società civile» poteva rappresentare una soluzione di ricambio
politico (8).
Nel rispetto del dogma dell'Onu - «non esiste soluzione militare» - la
tendenza è stata quella di ritenere che il tempo fosse dalla parte di Massud. Le avanzate dei taliban, come pure il loro livello di
organizzazione, sono state sistematicamente sottovalutate mentre la
capacità militare e gli appoggi politici dell'opposizione venivano
sopravvalutati. I
taliban non cadranno da soli, soprattutto perché godono di sostegno
all'interno della società e perché hanno un livello di organizzazione
sufficiente a imporsi in un paese profondamente destabilizzato da venti
anni di guerra civile.
Già da vari anni, Massud, alla testa di una
coalizione eterogenea, non rappresenta una vera alternativa politica. In mancanza di una soluzione
negoziata, si possono delineare due scenari. Un accresciuto sostegno
militare e diplomatico a Massud, unito a pressioni sul Pakistan, che però
porterebbe a un prolungamento della guerra praticamente indefinito.
Massud resterebbe bloccato nelle montagne del nord-est, e i taliban
controllerebbero il resto del paese. Assai ipotetica, una riconquista
del nord da parte di Massud non farebbe che complicare il gioco: la
coalizione di comandanti e di partiti che forma l'opposizione è troppo
poco coesa per resistere a un successo, sia pure limitato.
Seconda
ipotesi: i taliban riescono a conquistare il Panshir. |
Considerandosi
vincitori delle potenze occidentali e dei russi, non sarebbero certo
disposti a compromessi con la comunità internazionale. Un più grande
isolamento potrebbe tradursi in un ritiro dell'Ong, sola presenza
straniera nella società afghana e principale fonte di testimonianze (9).
Così
la strategia degli Stati Uniti è un fattore di destabilizzazione e
radicalizzazione nella crisi. È pensabile un'altra politica, proposta
in un quadro europeo? La sospensione delle sanzioni, in parallelo con
forti pressioni diplomatiche sul Pakistan, potrebbe fermare l'avanzata
dei taliban e, soprattutto, rilanciare i negoziati. L'altro punto forte
della strategia potrebbero essere massicci investimenti, soprattutto
attraverso le Ong, per cercare di rispondere ad alcune richieste sociali
- l'istruzione in particolare - e favorire così, a medio termine,
l'emergere di nuove élite.
* Institut d'études politiques di Rennes (Crap), autore de La Révolution afghane, des communistes aux talibans, Karthala, Parigi, 2000.
Note
(1)
Gli Stati Uniti, seguendo in questo il Pakistan, hanno sostenuto
prioritariamente l' Hezb-i Islami, il solo movimento afghano di
resistenza dalle evidenti potenzialità totalitarie, malgrado l'unanime
denuncia di tutti gli esperti dell'area.
(2)
Inoltre, il gruppo dei sei (Tagikistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan,
Cina, Pakistan) più due (Stati Uniti e Russia) formato nel 1997 dai
paesi vicini dell'Afghanistan, aveva firmato un accordo nel 1999 per
porre fine agli interventi esterni nella crisi afghana.
(3)
Nella primavera del 1999, l'esercito pakistano ha infiltrato alcune
truppe a Kargil (Kashmir indiano), provocando una grave crisi
internazionale.
(4)
Difficoltà a viaggiare per i singoli, impedimenti al commercio, ad
esempio l'esportazione di frutta fresca verso il Golfo, costi
supplementari per l'importazione di medicine indiane ecc.
(5)
Secondo l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur)
il 10 per cento delle somme richieste sono state fornite dagli stati.
Alla frontiera pakistana, i rifugiati versano in condizioni tali che il
governo pakistano ha impedito a Kofi Annan di visitare un campo, durante
una sua recente visita in Pakistan.
(6)
Decreti precedenti del mullah Omar proteggevano l'insieme delle opere
d'arte afghane dal saccheggio e dal degrado. Si legga Les Nouvelles
d'Afghanistan, Parigi, febbraio 2001.
(7)
Francesc Vendrell è il rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per gli affari afghani, incaricato di riavviare il processo di
pace.
(8) Olivier Roy, «Has Islamism a Future in Afghanistan?» in William Maley
(ed.), Fundamentalism Reborn? Afghanistan and the Taliban, Hurst and
Company, 1998, e Ahmed Rashid, Taliban, Tauris, 2000.
(9)
Le Ong spendono circa 100 milioni di dollari l'anno in Afghanistan,
somma irrisoria per una popolazione di più di 20 milioni di persone.
La loro influenza è tuttavia molto superiore a quello che le cifre
lasciano supporre, soprattutto perché esse permettono il mantenimento
di servizi sociali e danno lavoro a migliaia di quadri afghani.
Fonte: "Monde diplomatique", agosto 2001
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Afghanistan,
la città di Herat nel 1971 |
Afghanistan, la città di Kabul
nel 1971 |
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Afghanistan, Statua n.1 del Buddha gigante di Bamiyan, prima della demolizione da parte dei Talebani |
Afghanistan, Statua n.2 del Buddha gigante di Bamiyan, prima della demolizione da parte dei Talebani |

Le
restrizioni dei Talebani alle donne afghane
Associazione
Rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan (R.A.W.A.)
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Meena, guida di RAWA
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Logo dell'Ass. RAWA |
L'Associazione
Rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan (RAWA)
offre solo un elenco abbreviato delle situazioni
infernali che le donne Afghane sono costrette a vivere sotto i Talebani
e che non può riflettere pienamente le privazioni e le sofferenze delle
donne.
I talebani trattano le donne peggio degli animali. Infatti,
anche se i Talebani dichiarano illegale tenere uccelli e animali in
gabbia, essi imprigionano le donne afghane entro le quattro mura delle
loro case. Le donne non hanno importanza agli occhi dei talebani se non
per fare bambini, soddisfare i bisogni sessuali degli uomini o fare i
lavori domestici. I fondamentalisti Jehadi come Gulbbudin Hekmatyar, Rabbani, Masood, Sayyaf , Khalili, Akbari, Mazari e i loro criminali
Dostum hanno commesso i peggiori crimini contro le donne Afghane. E poiché sempre più aree cadono sotto il controllo dei talebani, anche
se il numero delle violenze e dei crimini perpetrati contro le donne
diminuisce, le restrizioni dei talebani - paragonabili a quelle del
Medio Evo - continueranno a uccidere lo spirito della nostra gente
privandoci dell'esistenza umana. Noi consideriamo i talebani più
colpevoli e ignoranti dei Jehadis. Secondo il nostro popolo, "i Jehadis
ci stavano uccidendo con fucili e spade ma i Talebani ci stanno
uccidendo col cotone".
Le restrizioni e i
maltrattamenti dei Talebani verso le donne includono:
1.
Completo divieto per le donne di lavorare fuori casa, il che vale
anche per insegnanti, ingegneri e la maggior parte dei professionisti.
Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in
alcuni ospedali a Kabul.
2. Completo divieto per le donne di attività fuori casa se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o
un marito).
3. Divieto per le donne di trattare con negozianti maschi.
4. Divieto per le donne di essere curate da dottori maschi.
5. Divieto per le donne di studiare in scuole, università o altre
istituzioni educative (i Talebani hanno convertito le scuole per ragazze
in seminari religiosi).
6. Obbligo per le donne di indossare un lungo velo (burqa) che le copre
da capo a piedi.
7. Sono previste frustate, botte e violenza verbale per le donne non
vestite secondo le regole Talebane o per le donne non accompagnate da un
mahram.
8. Frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte.
9. Lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni
sessuali al di fuori del matrimonio (numerose amanti sono state lapidate a morte per questa regola).
10. Divieto di uso di cosmetici (a molte donne con unghie dipinte sono
state tagliate le dita).
11. Divieto per le donne di parlare o di dare la mano a uomini non
mahram.
12. Divieto per le donne di ridere ad alta voce (nessun straniero
dovrebbe sentire la voce di una donna).
13. Divieto per le donne di portare tacchi alti perché produce suono
quando camminano (un uomo non deve sentire i passi di una donna).
14. Divieto per le donne di andare in taxi senza un mahram.
15. Divieto per le donne di essere presenti in radio, televisione, o
incontri pubblici di qualsiasi tipo.
16. Divieto per le donne di praticare sport o di entrare in un centro
sportivo o in un club.
17. Divieto per le donne di andare in bicicletta o motocicletta anche se
con il mahram.
18. Divieto per le donne di indossare vestiti dai colori vivaci. In
termini talebani questi sono colori 'sessualmente attraenti'.
19. Divieto per le donne di incontrarsi in occasioni di festa o per
scopi ricreativi.
20. Divieto per le donne di lavare i vestiti vicino a fiumi o in luoghi
pubblici.
21. Modificazione di tutti i nomi di luogo dove è inclusa la parola 'donna'.
Per esempio, i 'giardini per donne' sono stati chiamati 'giardini di
primavera'.
22. Divieto per le donne di apparire sui balconi dei loro appartamenti o
case.
23. Pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicché le donne non
possano essere viste da fuori.
24. Divieto per i sarti maschili di prendere misure per le donne o
cucire vestiti femminili.
25. Divieto di bagni pubblici femminili.
26. Divieto per uomini e donne di viaggiare sugli stessi bus. I bus
pubblici sono ora stati nominati 'solo per uomini' o 'solo per donne'
27. Divieto di pantaloni larghi anche sotto un burqa.
28. Divieto per le donne di fotografare o filmare.
29. Divieto di fare foto di donne per giornali e libri o di appenderle
sulle pareti delle case e dei negozi.
A
parte queste restrizioni sulle donne, i Talebani hanno:
-
vietato ascoltare musica sia agli uomini che alle donne;
- vietato a tutti di guardare film, televisione e video;
- vietato celebrare il capodanno (Nowroz) il 21 marzo. I Talibani
hanno proclamato la festa non islamica.
- hanno tolto il Giorno del Lavoro (1 maggio) perché è considerata una
festa 'comunista';
- hanno ordinato che tutti i nomi non islamici siano cambiati in nomi
islamici;
- hanno obbligato i giovani afghani a tagliarsi i capelli;
- hanno ordinato a tutti di scegliere nomi islamici se i loro nomi non
sono islamici;
- hanno ordinato che gli uomini indossassero vestiti islamici;
- hanno ordinato che gli uomini non si radano, le loro barbe devono crescere lunghe fino ad uscire di un nodo sotto il mento;
- hanno ordinato che tutti seguano le preghiere nelle moschee cinque
volte al giorno;
- hanno vietato di tenere piccioni e di giocare con uccelli
considerandolo non islamico. Chi viola queste norme sarà imprigionato e
gli uccelli uccisi. E' vietato anche far volare aquiloni.
- hanno ordinato a tutti gli spettatori che incoraggiano gli sportivi di
cantare 'allah-o-akbar' (Dio è grande) e di non applaudire;
- chiunque sia trovato avere libri proibiti sarà punito con la morte;
- chiunque si converta dall'Islam a un'altra religione sarà punito con
la morte;
- tutti gli studenti devono portare il turbante. Essi dicono :
"Niente turbante, niente formazione".
-
le minoranze non mussulmane devono portare un contrassegno distintivo
o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti per differenziarsi dalla
maggior parte della popolazione che è musulmana.
Proprio come facevano i Nazisti con gli Ebrei.
- le minoranze non mussulmane devono portare un contrassegno distintivo
o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti per differenziarsi dalla
maggior parte della popolazione che è mussulmana.
Proprio come facevano i Nazisti con gli Ebrei.

Il dolore del poeta
Bahar Saeed
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Tragedia nazionale
Chi è colui che esplode il cuore di pietra?
Chi è colui che semina dolore in ogni casa?
Il sospiro di chi ha fame – non era abbastanza?
Lo stare a piedi nudi – non era abbastanza?
La mano resa violenta – non era abbastanza?
- E la gioventù zoppicante
Il sangue dei martiri - non era abbastanza?
Il sospiro dei familiari dei defunti – non era
abbastanza?
Anche vorresti macchiare di lordura e sangue
la nostra storia e la nostra cultura,
mettere a fuoco questo antico tesoro senza pari,
e di tanto in tanto punzecchiare i nostri bambini
- o combattere con i nostri antenati?
Possono le lacrime tristi dell’umanità lavare
dalla faccia della storia queste macchie di
disonore?
Bahar Saeed
poeta afghano
(rivolta ai talebani,
dopo la distruzione del primo Buddha)
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La
jihad nell'era digitale
Gilles
Kepel
Parla
Gilles Kepel, studioso del mondo musulmano e dei suoi movimenti
fondamentalisti. Ha ricostruito la galassia dei gruppi islamici di
opposizione in un libro titolato "Jihad. Ascesa e declino"
Francesca Borrelli, Parigi
IL
MANIFESTO, 2 Ottobre 2001
La storia dell'islamismo contemporaneo comincia e finisce esibendo un
profondo smarrimento. Quasi ottant'anni fa, nell'epoca della
colonizzazione europea più avanzata, Atatürk aboliva il califfato
ottomano di Istanbul, simbolo dell'unità dei credenti nel mondo intero, e
gli faceva succedere una repubblica nazionalista turca e laica. La
dimensione politica dell'islam perdeva il suo principale punto di
riferimento, lasciando in eredità una grande confusione e un fertile
terreno per la nascita di inediti fondamentalismi.
Era
la fine degli anni '20 quando veniva creata l'Associazione dei Fratelli
musulmani, modello di azione e di pensiero per i movimenti islamisti del
XX secolo, che crebbe in poco tempo fino a diventare un movimento di
massa, dotato di parole d'ordine destinate a guadagnare a sé milioni di
proseliti: "la nostra Costituzione è il Corano" gridavano in
risposta alle rivendicazioni nazionaliste dei partiti egiziani, che
reclamavano l'indipendenza dai colonizzatori e una Costituzione
democratica.
E'
da quelle parole che è arrivata sino a noi la concezione dell'islam come
un sistema "completo e totale", dove è possibile
contemporaneamente rivendicare la propria appartenenza alla modernità e
militare per la fusione di società, stato, cultura e religione.
Impenetrabile
alle categorie del mondo occidentale, l'universo islamico sembra procedere
nella storia trainando al suo seguito una galassia di contraddizioni, che
vanno dalla eterogeneità dei radicamenti sociali alla politica degli
agreement, di volta in volta, e spesso contemporaneamente, stabiliti sia
con degli esclusi dal potere e dal benessere che con le monarchie alleate
agli interessi dell'occidente per il tramite del petrolio.
Alla
fine della parabola inscritta nell'ultimo quarto del secolo, quando la
quasi totalità degli stati musulmani si trova costretta a solidalizzare
con l'orgoglio americano ferito dagli attentati più spettacolari e
sanguinari che si siano mai visti, una frangia di fondamentalisti impone
al resto del mondo gli effetti riconoscibili di una parola spesso
fraintesa: Jihad. La
sua radice significa sforzo: per essere un buon musulmano, per pregare e
fare il bene, per promuovere l'islam e difenderlo, se necessario, fino a
dichiarare la guerra santa contro gli empi.
Quasi
nessuno si occupava di questi concetti in Europa, quando Gilles Kepel -
responsabile del programma di dottorato sul mondo musulmano all'Institut
d'études politiques di Parigi - cominciò a dedicarvi le sue
ricerche, che ora confluiscono in un libro titolato Jihad. Ascesa e
declino, pubblicato da Carocci. All'origine degli interessi che hanno
mosso lo studio di Gilles Kepel c'era una questione da indagare: come mai
alcuni movimenti islamisti erano riusciti a andare al potere e altri
avevano fallito? E all'approdo delle sue ricerche, una tesi che ha
generato molte polemiche: alla fine dell'era islamista avviata
all'indomani della guerra arabo-israeliana del 1973, mentre buona parte
del mondo musulmano aspira a condividere i valori democratici
dell'occidente, i movimenti di opposizione precipitano in una grande crisi
ideale e smarriscono ogni progetto politico.
Anche
nell'Iran sciita, che aveva portato l'utopia rivoluzionaria al potere, la
società afflitta dalla disoccupazione e mortificata da imperativi morali
logorati dal tempo ha votato nel '97 contro il candidato dell'estabishment
religioso e ancora l'anno scorso, alle elezioni legislative, ha confermato
la distanza dall'eredità dei valori imposti da Khomeini. Ma
nel mondo sunnita è andata, se possibile, ancora peggio: in Afghanistan,
dove la corrente salafista-jihadista nata negli anni '80 ha preso la
deriva terroristica che attualmente monopolizza l'attenzione del mondo,
l'ascesa al potere degli islamisti è stata finanziata dall'Arabia Saudita
e dalla Cia.
Mentre
in Sudan, un colpo di stato insieme militare e religioso ha ottenuto
quella vittoria politica che gli ideali avevano mancato. Il naufragio
dell'ideologia islamista si è consumato - ci dice il libro di Kepel -
anche nel progressivo abbandono di un sistema finanziario in cui le banche
non praticavano il tasso di interesse e molte società di investimento
subordinavano i movimenti speculativi alla compatibilità con i principi
religiosi.
Ora
l'economia di mercato è l'unica legge, e ha tra i fedeli di Bin Laden
alcuni dei suoi più abili profeti. Essi legittimano il cosiddetto
"scontro delle civiltà", ovvero che lavorano ad alimentare
l'immagine delle culture come insiemi omogenei e tra loro antagonisti,
facendo passare in secondo piano o negando del tutto, le contraddizioni
interne alle diverse società. Inoltre,
c'è da parte di costoro una forte tendenza a stringersi nella propria
cultura svalutando la solidarietà che attraversa società tra loro
distanti. Nel caso del mondo musulmano, i movimenti islamisti nati nel
corso del XX secolo, la cui forza è esplosa soprattutto a partire dagli
anni '70, si sono rivelati sempre molto desiderosi di produrre una
ideologia religiosa il cui obiettivo fosse di diluire o mascherare la
conflittualità sociale.
Nel
mio libro ho cercato di dimostrare come il movimento islamista sia
tutt'altro che omogeneo: fa parte dei fraintendimenti correnti considerare
i musulmani come una massa di poveracci, di individui a piedi nudi.
Accanto a loro è importante valutare il peso delle classi medie
religiose, dei commercianti e di una massa di studenti, intellettuali e
produttori di ideologie; perché la via per conquistare il potere è
sempre passata attraverso la saldatura di queste diverse componenti
sociali intorno a un discorso religioso folle. E' accaduto, per fare
l'esempio più clamoroso, in Iran, dove una volta che Khomeini ha
trionfato si è assistito alla eliminazione progressiva dei gruppi sociali
più deboli da parte del clero alleato con i mercanti dei bazar. Dovunque,
il successo e poi il fallimento dei movimenti islamisti sono dipesi dalla
capacità o meno di costruire alleanze di classe.
Un
altro tra gli equivoci più comuni riguarda l'uso del termine jihad: solo
in determinati contesti prende la valenza di lotta armata contro gli empi.
Ma nella storia dell'islam è stata usata dagli ulema con molta
parsimonia, perché è un provvedimento a doppio taglio e può facilmente
rivoltarsi contro chi l'ha proclamata. La jihad sospende gli obblighi che
regolano la società, crea una sorta di stato d'eccezione e se non è ben
controllata può sfociare nella sedizione e nella guerra civile, con le
ovvie conseguenze di un grave indebolimento sociale.
Dal suo libro sembra che i movimenti islamici più radicali abbiano
maturato una speciale vocazione mediatica, com'è anche dimostrato dalla
spettacolarità dei recenti attentati, unita a una ottima dimestichezza
con le nuove tecnologie. Lei racconta che fin dall'88 l'organizzazione di
Bin Laden ha creato un database in cui sono schedati tutti gli jihadisti e
i volontari passati per i campi di addestramento. Come si spiega la scelta
di questa contaminazione del fondamentalismo più intransigente con le
conquiste della tecnologia avanzata?
Non
si prende mai nella giusta considerazione quanto sia forte, per i
movimenti islamisti, il senso di appartenenza alla modernità
tecnologica.
Costretto dalla attualità del suo libro a dividersi tra migliaia di
inviti, richieste di interviste, revisioni delle molte traduzioni
richieste via via dalle case editrici che hanno già comprato il suo
titolo, Gilles Kepel riceve nell'ufficio di Boulevard Saint-Germain
appoggiato a una scrivania dove la stampante produce un insistente rumore
di fondo, e lo squillo dei telefoni scandisce i pochi minuti concessi alla
concentrazione. Quali sono, secondo lei, i fraintendimenti più comuni di
cui soffre il mondo musulmano quando è visto da una prospettiva europea?
Uno
dei problemi ricorrenti riguarda il fatto che da entrambe le parti ci sono
un certo numero di attori politici interessati a montare discorsi che
anche questo fa parte dei fraintendimenti. Molti dei militanti jihadisti
sono usciti dalle facoltà delle scienze applicate: tra loro ci sono
studenti di ingegneria, di medicina, di informatica diventati molto presto
attivi in questi campi con la pretesa di esercitare sulle conquiste
scientifiche un controllo che ponesse la loro visione del mondo al riparo
da ogni possibile contaminazione. Invece di rimettere in questione i
precetti religiosi avviando una riflessione che sarebbe stata d'obbligo,
si sono irrigiditi nella edificazione di una barriera tra l'ideologia
religiosa e quella tecnologica, salvo poi utilizzarne i risultati. Basta
guardare a come Osama bin Laden ha costruito la propria immagine: la sigla
del suo gruppo è spesso la prima cosa che ci viene incontro
all'atterraggio negli aeroporti mediorientali. E gli attentati al World
Trade Center, spaventosi per le migliaia di morti, i danni e le
conseguenze catastrofiche che hanno creato, si inscrivono deliberatamente
nella ricerca di un grande scenario. Certo, dietro alla persona di Bin
Laden in carne e ossa c'è tutto un reticolo complesso formato da
individui da lui utilizzati e che probabilmente lo usano. Bisognerebbe
capire a chi fa capo la rete delle sigle finanziarie, quali gruppi
nascondono e quali interessi incontrano nei diversi paesi, ma per ora non
arriviamo a conoscerli.
Quali
radici storiche e culturali ha il reclutamento degli attentatori suicidi
nel mondo islamico?
E'
un fenomeno variabile nel corso della storia. Ma colpisce il fatto che la
ricostruzione biografica dei kamikaze di cui è stato possibile accertare
l'identità mette in evidenza la loro provenienza dalle classi medie della
penisola arabica, insieme al fatto che hanno studiato e sono stati
allevati in buone famiglie. Lo dicono i siti Internet degli islamisti,
dove si trovano pubblicate le biografie dei "martiri della jihad"
morti in Bosnia, in Cecenia; e questo vale anche per i terroristi che
sappiamo coinvolti nei recenti attentati. Del resto, lo stesso Bin Laden
viene da una famiglia di muratori, anche se poi il padre si costruì una
carriera strepitosa come costruttore di corte. Dunque, il reclutamento non
avviene, come ci si sarebbe potuto aspettare, tra le masse dei diseredati
che non hanno nulla da perdere, e questo è un sintomo molto interessante,
che necessita di venire interpretato. E' come se l'ideologia e la forza
della jihad toccasse in particolar modo la sensibilità dei figli della
media borghesia.
Il
suo saggio dedica a Bin Laden un capitolo e varie menzioni. Lei lo
definisce un personaggio "improbabile", ma allo stesso tempo
sembra attribuirgli una certa coerenza ideologica. Per esempio, nei mesi
immediatamente precedenti l'invasione del Kuwait, le
"spacconate" di Saddam Hussein spinsero Bin Laden a offrire il
suo aiuto alla monarchia saudita per difendere le frontiere. Ma quando re
Fahd, nonostante fosse il "servitore dei due luoghi santi", si
appellò alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, Bin
Laden si unì ai gruppi ostili al potere e ruppe radicalmente con Riyadh...
Sì,
Bin Laden è stato educato in Arabia Saudita, ma la sua coerenza
ideologica è nata nel milieu salafista ed è stata ulteriormente
rinforzata nei campi di formazione afghani, intossicandosi con i principi
della jihad, che egli concepisce nella sua forma più violenta e
minoritaria. A questa Bin Laden è rimasto fedele, come pure al lavoro
sociale e di formazione delle masse, che ha indirizzato prima contro i
sovietici invasori dell'Afghanistan, poi contro i nemici americani
dell'islam che si erano insediati nell'Arabia Saudita. Quindi, in effetti,
Bin Laden sembra ancora fermo sulle sue posizioni, per quanto minoritarie
e ferocemente oltranziste.
I
talebani si sono formati alla scuola deobandita, una filiazione dell'islam
poco nota, che ha avuto larga influenza in India e in Pakistan. Quali sono
le origini storiche di questo gruppo?
Quando
gli inglesi si affacciarono alla storia del continente indiano, la
maggioranza del paese era indu, dunque la dinastia musulmana si trovò ad
essere contemporaneamente in una posizione di minoranza e sottoposta al
potere degli stranieri. Bisognava riuscire a trovare un modo di applicare
la legge della religione nella vita quotidiana: per se stessi, visto che
non c'era uno stato musulmano di riferimento che la rendesse d'obbligo. I
precetti religiosi vennero imposti attraverso ogni sorta di fatwa e di
diverse deliberazioni giuridiche prese dagli ulema, e da questa reazione
alla necessità di restare buoni musulmani in una condizione di marginalità
politica si originò la reazione dei deobanditi, i quali edificarono una
sorta di controsocietà senza stato. Al loro insegnamento si richiamano
dunque i telebani, ovvero gli studenti di teologia figli dei rifugiati
afghani durante la guerra contro i sovietici, che vennero educati nelle
scuole religiose pakistane, dove svilupparono appunto una idea di
controsocietà religiosa. Tornati in Afghanistan, a partire dal 1994
vennero aiutati a prendere il potere dai servizi segreti pakistani
appoggiati dagli Stati Uniti. Due anni prima i mujeaddin afghani avevano
rovesciato il regime filosovietico e la situazione era sfociata nella
anarchia più assoluta. Perciò, purché ci fosse un governo stabile, e
senza preoccuparsi di che natura esso fosse, i talebani vennero istallati
alla guida dell'Afghanistan con ingenti aiuti della Cia.
Tra
le tesi del suo libro, quella che in Francia ha fatto più discutere
riguarda la sua diagnosi di declino dei movimenti islamisti di
opposizione. Le violenze di cui si sono resi responsabili durante tutti
gli anni '90 avrebbero segnato - lei dice - il loro destino, allontanando
le correnti democratiche e spingendo i ceti medi religiosi a cercare
alleanze tra i laici. Dunque, pensa che il mondo islamico uscirà
ulteriormente indebolito dai recenti attentati?
E'
difficile dirlo oggi, perché tutto dipenderà dalla natura della risposta
americana, da che genere di offensiva verrà scatenata e contro chi. I
talebani stanno cercando di rendersi rappresentativi dei musulmani che
hanno intorno e della jihad in generale. E gli Stati Uniti si trovano di
fronte al problema di scongiurare questo grande abbraccio. Apparentemente
quel che si prepara è una risposta che punta a isolare i talebani e Bin
Laden evitando una strage di civili.
Come
valuta le ripercussioni degli attentati dell'11 settembre sulla pace tra
Israele e Palestina?
In
questa contingenza le tensioni in Medio Oriente sono particolarmente
esasperate, e questo fa pensare a ripercussioni molto pesanti. In effetti,
dall'inizio della seconda intifada, nell'autunno del 2000, si è formata
nella maggior parte degli stati musulmani una opinione pubblica fortemente
antiamericana. Il governo degli Stati Uniti viene accusato di non avere
posto freni alla politica di Sharon, e questo ha esasperato gli animi.
Certo, si è venuto a creare un clima tale che, nonostante gli
schieramenti recenti, la solidarietà con l'America è debole. Se
confrontiamo la situazione attuale con quella del '91, all'indomani della
vittoria militare americana in Iraq, la differenza è evidente. Allora,
Bush padre torse il braccio tanto agli israeliani che ai palestinesi per
costringerli a intraprendere la logica delle negoziazioni che avrebbe
condotto agli accordi di Oslo. Oggi, invece, sembra che l'amministrazione
Bush abbia completamente trascurato la questione mediorientale. Non c'è
dubbio che questa situazione vada superata, che gli Stati Uniti debbano
dare un segnale molto più forte di quanto non abbiano fatto sino ad ora,
se sperano di dissociare i talebani dalla massa del mondo musulmano.
Per
quali ragioni, secondo lei, i movimenti islamisti del mondo contemporaneo,
nonostante il seguito di cui hanno goduto, non sono mai andati al potere,
salvo che in Iran, e comunque anche qui per un tempo storicamente breve?
La sfida storica di fronte alla quale si sono trovati i
movimenti islamisti del XX secolo si è giocata sul terreno dei diversi
nazionalismi che si opponevano alle occupazioni coloniali. Una volta
conquistata l'indipendenza, gli islamisti di opposizione, che pure erano
presenti nella coalizione nazionalista, vennero sconfitti e il mondo
dell'islam storico si ritrovò frammentato in diverse comunità di
riferimento, dagli stati arabi alla Turchia, dal Pakistan alla Malesia e
all'Indonesia.
All'epoca, due diverse ideologie si scontravano nei nuovi
stati: quella dei nazionalisti laici, che esaltavano la rottura con il
passato, e quella dei pensatori islamisti più importanti che la
deprecavano. Ma il loro tentativo di promuovere una rivoluzione culturale
fondata non sugli ideali nazionali bensì sul riferimento religioso
all'islam fallì, travolto dalle ambiguità delle alleanze sociali o dalla
conflittualità di classe. I rapporti di forza si rovesciarono di nuovo
negli anni '70, quando i movimenti islamisti si riaffacciarono sulla
scena, proprio in opposizione alle istanze nazionaliste.
Ancora una volta, però, mancarono di coerenza politica:
la loro forza stava nel dare rappresentanza a una coalizione sociale
composita, com'è avvenuto in Iran. Ma per ottenere questo obiettivo
bisognava rendersi portatori di un ideale religioso e morale, che non può
allo stesso tempo contenere un progetto politico davvero moderno. E' da
questa ambiguità che nasce la loro debolezza ideologica.

mappa storia
continua con "Dopo l'11 settembre"
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