|
D
O P O L ' 1 1 S E T T E M B R E
Bush: ecco perché ho ordinato l’attacco
Il testo integrale del messaggio del presidente americano
|

|
"Su mio ordine, le forze militari degli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi contro i campi di addestramento dei terroristi di Al Qaeda e contro le installazioni militari del regime dei talebani in Afghanistan. Queste
azioni attentamente mirate hanno come fine quello di distruggere l'uso dell'Afghanistan come base terroristica e di attaccare le capacità militari del regime dei talebani.
Più di 40 paesi in Medio Oriente, Africa, Europa e in Asia hanno dato la disponibilità dello spazio aereo o di terra. Molti di più hanno collaborato con informazioni di intelligence.
Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo. Più di due settimane fa, ho fatto ai leader dei talebani una serie di richieste chiare e specifiche: chiudete i campi di addestramento dei terroristi; consegnate i leader dell'organizzazione di Al Qaeda e rilasciate gli stranieri, compresi i cittadini americani
ingiustamente detenuti nel vostro paese. Nessuna di queste richieste è stata accolta. E ora i talebani pagheranno un prezzo.
STANARLI ANCHE NELLE GROTTE Distruggendo i campi e rendendo inutilizzabili le comunicazioni, renderemo più difficile per
l'organizzazione del terrore di addestrare nuove reclute e di coordinare i loro piani malvagi. |
|

1. 11 settembre 2001: le Torri bruciano poco dopo la strage. 2. Il Presidente Bush parla alla Nazione. |
All'inizio i terroristi possono rintanarsi in grotte sempre più profonde ed in altri luoghi fortificati per nascondersi. La nostra
operazione militare mira ad aprire la strada per operazioni sostenute, a largo raggio e incessanti per stanarli e portarli davanti alla giustizia.
SAREMO GENEROSI CON IL POPOLO AFGHANO
Il popolo oppresso dell'Afghanistan conoscerà la generosità dell'America e dei suoi alleati. Nel momento i cui colpiamo gli obiettivi militari, sganceremo anche cibo, medicine e rifornimenti per gli uomini, le donne e i bambini che patiscono la fame e soffrono in Afghanistan.
SIAMO AMICI DELL’ISLAM
Gli Stati Uniti d'America sono amici del popolo afghano e noi siamo amici di circa 1 miliardo di persone che nel mondo seguono la fede islamica. Gli Stati Uniti sono nemici di coloro che aiutano i terroristi e dei criminali barbari che profanano una grande religione commettendo crimini in suo nome.
Questa azione militare è parte della nostra campagna contro il terrorismo, un altro fronte nella guerra che è stata già ingaggiata attraverso la diplomazia, i servizi segreti, il congelamento dei beni finanziari e l'arresto di noti terroristi da parte delle polizie di 38 paesi.
Data la natura e la portata dei nostri nemici, vinceremo il conflitto accumulando con pazienza successi, affrontando una serie di sfide con determinazione e volontà. Oggi ci concentriamo sull'Afghanistan, ma la battaglia è più ampia. Ogni nazione deve fare la sua scelta.
IN QUESTO CONFLITTO NON SI PUO’ ESSERE NEUTRALI
In questo conflitto, non c'è un terreno neutrale. Se un governo aiuta i fuorilegge e gli assassini di innocenti, diventa fuorilegge e assassino. E intraprenderà una strada solitaria a suo proprio rischio e pericolo.
Vi sto parlando oggi dalla Treaty Room della Casa Bianca, un luogo dove i presidenti americani hanno lavorato per la pace. Siamo una nazione pacifica. Ma, come abbiamo imparato, così improvvisamente e così tragicamente, non ci può essere pace in un mondo di improvviso terrore. Di fronte a questa nuova minaccia di oggi, la
sola via di perseguire la pace è di perseguire coloro che la minacciano. Non abbiamo cercato questa missione, ma ci impegneremo in pieno in essa.
LIBERTA’ DURATURA
Il nome dell'operazione militare di oggi è Libertà duratura. Noi difendiamo non solo la nostra preziosa libertà, ma anche la libertà di tutti gli altri popoli a vivere e crescere i loro bambini liberi dalla paura.
Conosco molti americani che hanno paura oggi. E il nostro governo sta prendendo grandi precauzioni. Tutte le forze di sicurezza e i servizi segreti stanno lavorando in maniera aggressiva in America, nel mondo e a tempo pieno. Su mia richiesta, molti governatori hanno attivato la Guardia nazionale per rafforzare la sicurezza
negli aeroporti. Abbiamo richiamato i riservisti per rinforzare la nostra capacità militare e la protezione della nostra patria.
Nei mesi futuri, la nostra pazienza sarà la nostra forza, pazienza per le lunghe file provocate dai controlli più stretti, pazienza e comprensione per il fatto che ci vorrà del tempo per raggiungere i nostri obiettivi, pazienza per tutti i sacrifici che dovremo fare.
Oggi, quei sacrifici sono fatti dai membri delle nostre forze armate che ci difendono così lontano da casa, e dalle loro famiglie orgogliose e preoccupate.
MANDO I FIGLI D’AMERICA IN BATTAGLIA DOPO AVER MOLTO RIFLETTUTO E PREGATO
Un comandante in capo manda i figli e le figlie dell'America in battaglia in un paese straniero, solo dopo la più grande riflessione e tanta preghiera.
Chiediamo molto a coloro che indossano la nostra uniforme. Chiediamo di lasciare i loro cari, di viaggiare lontano, di rischiare di essere feriti, persino di essere preparati a sacrificare le loro vite.
Sono determinati. Sono da onorare. Rappresentano il meglio del nostro paese e noi dobbiamo loro gratitudine. A tutti gli uomini e le donne delle nostre forze armate, ad ogni marinaio, ad ogni soldato, ad ogni pilota, ad ogni guardia costiera, ad ogni marine, io dico: la vostra missione è precisa. Gli obiettivi sono chiari. Il
vostro obiettivo è lì.
Voi avete la mia piena fiducia, e avrete ogni mezzo di cui abbiate bisogno per adempiere al vostro dovere. Di recente ho ricevuto una lettera commovente che diceva molto sullo stato dell'America in questi momenti di difficoltà; una lettera di una bambina delle elementari con un papà nell'esercito. 'Non voglio che il mio
papà combatta - mi ha scritto - ma voglio dartelo'. Questo è un dono prezioso. Il più grande che poteva dare. Questa ragazzina sa cosa è l'America.
Dall'11 settembre, un intera generazione di giovani americani ha conquistato una nuova comprensione del valore della libertà, del suo costo e dovere, e del suo sacrificio. La battaglia è ora su molti fronti. Non vacilleremo, non ci stancheremo, non arretreremo e non perderemo. La pace e la libertà prevarranno. Grazie.
Possa Dio continuare a benedire l'America."
Fonte: http://www.mondadori.com/panorama/ultime/attaccobush.htm
Messaggio di bin Laden dopo la
strage delle Torri gemelle
|
Osama bin Laden |

|
|
Il logo della TV Al Jazeera
(Qatar) - L'unica foto esi stente di Mohammad Omar Mullah, il capo
dei talebani
|
Rajab
1422, Arabic station Al Jazeera 19 Message first broadcast on
Praise be to God and we beseech Him for
help and forgiveness.
We seek refuge with the Lord of our bad
and evildoing. He whom God guides is rightly guided but he whom
God leaves to stray, for him wilt thou find no protector to lead
him to the right way.
I witness that there is no God but God
and Mohammed is His slave and Prophet.
God Almighty hit the United States at
its most vulnerable spot. He destroyed its greatest buildings.
Praise be to God.
Here is the United States. It was filled
with terror from its north to its south and from its east to its
west. Praise be to God.
What the United States tastes today is a
very small thing compared to what we have tasted for tens of years.
Our nation has been tasting this
humiliation and contempt for more than 80 years.
Its sons are being killed, its blood is
being shed, its holy places are being attacked, and it is not
being ruled according to what God has decreed.
Despite
this, nobody cares.
When Almighty God rendered successful a
convoy of Muslims, the vanguards of Islam, He allowed them to
destroy the United States.
I ask God Almighty to elevate their
status and grant them Paradise. He is the one who is capable to do
so.
When these defended their oppressed sons, brothers, and sisters in Palestine and in many Islamic countries,
the world at large shouted. The infidels shouted, followed by the hypocrites.
One million Iraqi children have thus far
died in Iraq although they did not do anything wrong.
Despite
this, we heard no denunciation
by anyone in the world or a fatwa by the rulers' ulema [body of
Muslim scholars].
Israeli tanks and tracked vehicles also
enter to wreak havoc in Palestine, in Jenin, Ramallah, Rafah, Beit
Jala, and other Islamic areas and we hear no voices raised or
moves made.
But if the sword falls on the United
States after 80 years, hypocrisy raises its head lamenting the
deaths of these killers who tampered with the blood, honour, and
holy places of the Muslims.
The least that one can describe these
people is that they are morally depraved.
They champion
falsehood, support the
butcher against the victim, the oppressor against the innocent
child.
May God mete them the punishment they
deserve. I say that the matter is clear and explicit.
In the aftermath of this event and now
that senior US officials have spoken, beginning with Bush, the
head of the world's infidels, and whoever supports him, every
Muslim should rush to defend his religion.
They came out in arrogance with their
men and horses and instigated even those countries that belong to
Islam against us.
They came out to fight this group of
people who declared their faith in God
and refused to abandon their religion.
They came out to fight Islam in the name
of terrorism. Hundreds of thousands of people, young and old, were
killed in the farthest point on earth in Japan.
[For them] this is not a crime, but
rather a debatable issue.
They bombed Iraq and considered that a
debatable issue.
But when a dozen people of them were
killed in Nairobi and Dar es Salaam, Afghanistan and Iraq were
bombed and all hypocrite ones stood behind the head of the world's
infidelity - behind the Hubal [an idol worshipped by pagans before
the advent of Islam] of the age - namely, America and its supporters.
These incidents divided the entire world
into two regions - one of faith
where there is no hypocrisy and another
of infidelity, from which we hope God will protect us.
The winds of faith and change have blown
to remove falsehood from the [Arabian] peninsula of Prophet
Mohammed, may God's prayers be upon him.
As for the United States, I tell it and
its people these few words: I swear by Almighty God who raised the
heavens without pillars that neither the United States nor he who
lives in the United States will enjoy security before we can see
it as a reality in Palestine and before all the infidel armies
leave the land of Mohammed, may God's peace and blessing be upon him.
God
is great and glory to Islam.
May
God's peace, mercy, and blessings be upon you.
|
Massimo Cacciari |
Il
vero scontro è nelle coscienze
Faccia a
faccia tra il teologo Bruno Forte e il filosofo Massimo
Cacciari
Il
Mattino, 2 ottobre 2001
TITTI
MARRONE - Il
crollo delle Twin Towers ha avuto un effetto che molti hanno
paragonato a quello del muro di Berlino, ma con un risultato
opposto. Ha spalancato nuove ferite, eretto nuove barriere. E
soprattutto, ha dato corpo allo spettro dello scontro tra civiltà,
su cui convergono le riflessioni più disparate: vi si potrebbero
collegare in un filo unico, dal passato al presente, da Huntington a
Berlusconi, a Oriana Fallaci. Ma perché la solidarietà, lo sdegno
unanimi e la preoccupazione comune per una rappresaglia scomposta
sono durate così poco? Perché invece prevalgono le divisioni? Ne
abbiamo parlato con il filosofo Massimo Cacciari e il teologo Bruno
Forte, in un faccia a faccia lungo e appassionato, di cui diamo qui
una rapida sintesi.
|
MASSIMO
CACCIARI -
Un attentato epocale come quello alle Twin Towers è una nuova forma
di guerra che dovrebbe essere responsabilità di tutti disinnescare.
Si è avverata la più tragica profezia di alcuni grandi interpreti
del Novecento come Carl Schmitt e Ernst Jünger. Le guerre del
futuro, avevano previsto questi due pensatori anticomunisti, non
avverranno più tra Stati sovrani ma saranno conflitti permanenti,
atroci, senza regola né forma, con il massimo di coinvolgimento di
civili. Dunque, è evidente che la guerra a questo tipo di
terrorismo dovrà essere condotta anche con azioni militari. Io mi
auguro che la leadership americana sappia che i suoi mezzi non
possono essere le portaerei, i missili e le bombe atomiche. E che la
reazione sia la più limitata, la più rapida possibile: capisco di
dire cose eticamente sgradevoli, ma mi auguro che si lasci sul
terreno il numero più basso di morti innocenti che sia possibile.
L’aspetto militare della reazione dev’essere sostanzialmente
guidato da una intelligence politica. Bisogna convincere la
stragrande maggioranza degli Stati islamici di poter lavorare per la
costruzione di un nuovo ordine, prima di tutto in Medio Oriente e
poi anche planetario. Bisogna coinvolgerli in questo processo: è la
condizione per vincere la guerra anche sul piano militare. Così i
settori conniventi e complici degli atti terroristici troveranno
terra bruciata intorno a sé. Altrimenti non essendoci più l’Urss,
con i suoi legami con i servizi segreti dei Paesi arabi antiamericani, prepariamoci alla guerra terroristica permanente
profetizzata dagli Schmitt e dagli Jünger. Perché, una volta
bombardato bin Laden, ne sorgeranno subito altri dieci.
FORTE
- Però
in passato gli Usa hanno fatto un lavoro di intelligence che li ha
indotti a sostenere Saddam Hussein, Milosevic e gli stessi talebani
contro regimi precedenti. Poi quelli da loro appoggiati sono
diventati il nemico successivo.
CACCIARI
-
Ma il lavoro di intelligence è di alta scuola culturale. Prevede la
conoscenza capillare del mondo del nemico. Faccio una battuta: nei
film tratti da Fleming, James Bond sa tutte le lingue, conosce tutte
le usanze, le culture. Nella realtà, invece, gli Usa scontano un
gap conoscitivo abissale nei confronti dei mondi non loro. E temo
che non riusciranno mai ad entrare nella testa di qualcuno diverso
da loro.
FORTE
- Ho delle riserve su questo discorso. Gli Usa sono un grandissimo
Paese soprattutto per la loro capacità di melting pot, di
accoglienza. Non bisogna compiere una lettura ideologica o
semplificata della complessità Usa. Mentre per l’Europa le
identità diverse si sono finora solo contrapposte con logiche
ottuse, leghiste, in America il processo d’integrazione delle
diversità è stato vissuto da sempre con naturalezza. Anche la
figura del cow boy, con cui ci siamo rappresentati quasi
inevitabilmente l’America di fronte al diverso, e che abbiamo
temuto entrasse in gioco nella prima reazione americana alla
tragedia dell’11 settembre, si sta disgregando in una complessità.
Per esempio, Colin Powell non è il cow boy tradizionale, né lo è
il vicepresidente Cheney. Sono stato di recente invitato
dall’American Government Intelligence Agency a un ciclo di
conferenze, e ho ammirato la capacità di autocritica delle
moltissime persone che ho incontrato. Io sarei sempre molto esitante
nell’usare gli schemi che una certa moda di destra e di sinistra
hanno usato verso gli Usa. Sulla guerra, poi: certo, vogliamo
evitare tutto ciò che è evitabile in termini di costi umani. Ma la
ricerca del male minore non mi basta. Come credente, ho
un’esigenza maggiore. Una guerra come questa, contro il
terrorismo, si può fare solo attraverso un esercizio sofisticato di
intelligence, come dice Massimo.
Però
deve anche trovare a livello internazionale una capacità di
mediazione d’interventi complessi che coinvolgano energie non solo
del blocco angloamericano. Riservare il protagonismo dell’azione
militare agli Usa, come sta avvenendo, rischia di essere un grave
errore, perché potrà dare al mondo l’immagine di un blocco
contro il resto del mondo. Ma poi, la vera guerra non è contro i talebani, ma contro le cause di quest’odio montante contro i
signori del mondo. E qui il profilo etico è evidente: è contro la
fame, l’ingiustizia, la violenza. Si gioca su tre fronti, il primo
dei quali è l’Occidente stesso. Non credo si possa dimenticare
che gli Usa sono il Paese più ricco del mondo, in cui ogni giorno
27 milioni di presone mangiano alle mense organizzate dalla Caritas.
Il mondo islamico è quello con la più alta concentrazione di
ricchezze nelle mani di pochi. Non è possibile che continui a
vivere così, occorre una redistribuzione. Ma poi, dove
s’incontrano queste culture, con le loro specificità e diversità, cioè in Terra Santa, la soluzione giusta per il Medio Oriente
diventa emblematica per tutta l’umanità. Il laboratorio
israelo-palestinese si riflette ormai nelle nostre case, e non solo
in Usa: a questo siamo del tutto impreparati. Dobbiamo imparare a
convivere nella diversità, gli uni e gli altri. E credo che quanto
successo l’11 settembre deve aiutarci in questo.
CACCIARI
-
Se l’Europa si muovesse nel senso di una riforma dell’Onu, se
riuscisse a imporre una linea di riforma rimuovendo gli ostacoli che
ormai condannano l’Onu all’impotenza, dotandola di effettivi
strumenti d’intervento, potrebbe avere un ruolo essenziale. È
utopistico aspettarsi che siano gli Usa a promuovere questo
processo: l’Europa invece dovrebbe avere un po’ più di Islam
nel suo Dna, lo scambio con quei Paesi è nella sua storia. A meno
che non la intendiamo come un’appendice, una provincia della
grande isola atlantica, e della potenza americana.
Una
parte della coscienza occidentale è rimasta sepolta sotto le torri.
Sente un attentato perenne al proprio modo di vivere, mosso da una
civiltà che ha avuto antiche grandezze ma che oggi opprime le
donne, offende la libertà di tutti. Un’altra parte soffre per il
confronto tra morti più o meno spettacolari, quelle americane
contro quelle afghane, tra vite che sembrano avere più valore, e
esistenze troncate in Paesi lontani, senza le luci dei riflettori,
di cui non si sa niente: bisogna per forza sentirsi schierati in
questi fronti contrapposti?
FORTE
-
Il vero scontro di civiltà è interno all’Occidente, tra due sue
anime. Con la fine dei blocchi contrapposti, estintosi
l’avversario visibile, la disgregazione ha preso il sopravvento.
Ma non sarebbe emersa così drammaticamente nella coscienza
occidentale fino all’11 settembre. È allora che ci si è resi
conto di un fatto: il modello del gendarme del mondo, dell’unico
capo che poteva intervenire a suo arbitrio con le bombe nei Balcani
o defilarsi dalla questione palestinese, non poteva più funzionare.
Allora, il vero conflitto è di quelli che vorrebbero continuare a
ragionare coltivando l’illusione di una fine della storia
all’insegna di un suo compimento realizzato dall’Occidente. E
invece oggi l’Occidente è chiamato a un esame di coscienza, a
chiedersi quali siano le sue responsabilità verso il disordine del
mondo. E se tutto questo abbia una giustificazione sul piano etico.
Credo che il riconoscimento delle colpe del passato fatto dalla
chiesa cattolica sia un esempio che tutta la cultura occidentale
dovrebbe seguire.
Il
nemico non è bin Laden, non sono i talebani: è la miseria che c’è
nel mondo, che dipende dalle responsabilità del nord opulento del
mondo. Ma non dev’esserci alcuna demonizzazione, né da una parte
né dall’altra. Bisogna comprendere le complessità, l’enorme
potenziale di riconciliazione contenuto nell’Islam. Non farlo
significa dare alimento alla violenza, e credere che tutto l’Islam
s’identifichi con il fanatismo dei talebani equivarrebbe ad aver
confuso il Cristianesimo con il fanatismo dei cristiani che si
macchiarono degli eccidi di Gerusalemme. Ora, questa complessità è
stata completamente ignorata in dichiarazioni come quelle del nostro
presidente del Consiglio. Mentre è proprio la scandalosa complessità
della Croce che rende forte il messaggio del papa.
CACCIARI
- Io ho la sensazione che oggi il papa sia abbastanza isolato dentro
la chiesa. Ma come ha detto Bruno, ci sono differenze radicali tra
gli Islam e i cristianesimi. Ammettiamo per un attimo che, negli
ultimi 50-60 anni, ci siamo liberati dai rischi fascisti o comunisti
che non vengono certo da Confucio o Maometto, non hanno nulla di
marziano o di asiatico ma sono frutto della civiltà occidentale.
Bene, ammettiamo che una volta liberi da questi incubi, siamo
sbarcati sulla terra felice della democrazia. Dobbiamo armarci?
Imporla a tutti i poveretti che non ci sono ancora arrivati?
Ripetere Napoleone Bonaparte?
Organizzare
gli eserciti di liberazione delle povere donne musulmane costrette a
portare il velo? Abbiamo un’idea di democrazia come di noi
difensori di diritti umani e degli altri bestie? Dobbiamo dialogare,
dibattere, vedere criticamente la nostra storia, e presentarci con
veste critica a quel che non conosciamo, o dobbiamo evangelizzare?
Beninteso, io so che, se fossi nato in un Paese islamico,
probabilmente sarei nelle carceri di qualche ajatollah, e mi
avrebbero fucilato come è accaduto ai miei amici islamici laureati
con me, trent’anni fa, ad Architettura a Venezia. Insomma, la
domanda centrale è: si può concepire la modernizzazione senza
occidentalizzazione? Se pensiamo di no, andiamo al conflitto di
civiltà. Da anni intellettuali islamici si pongono questo
problema.
E
di recente una nuova generazione, impropriamente definita dei no global, si era affacciata manifestando quest’esigenza e muovendosi
su piani dall’etico al politico al religioso, con naturale sete di
giustizia. Ora, dopo le Twin Towers è in atto una straordinaria
semplificazione dei valori e dei discorsi politici che coinvolge
anche la stampa. Si va a una elementarizzazione dei discorsi. Torna
una logica amico-nemico nel modo più brutale, con l’alibi che
siamo in guerra. Ma se vuoi vincerla, la guerra, e se essa è
prosecuzione della politica con altri mezzi, soffocare la complessità
e portare il cervello all’ammasso vorrà dire ridurre la politica
a razionalità aziendale, e basta.
Death
to terrorism of all brands!
Afghanistan
Liberation Organization (ALO)
26th Sep.2001
At last the
day approached for the Islamist terrorist monster to devour its
creator.
However, it is not the creator but the innocent American
people that are paying the price for the bloody act of the monster.
The horrible criminal attack of 11th Sep. on New York and
Washington struck thousands of Americans and non-Americans and made
them mournful.
Afghanistan Liberation Organization which has been
struggling against the most rabid section of these forces and has
lost its leader and tens of its outstanding cadres and members in
the plots and terrorist attacks of the mentioned criminals,
understands well the dimensions of the11th September
horrific incident.
And for this, it expresses its deep sympathy with
the families and friends of the victims and with the US people as a
whole.
In response to
the attack, the US government is preparing for an unprecedented war,
a war with Osama and Taliban as its foremost targets.
But do the
majority of the American people know that the creator and trainer of
the dirtiest Afghan terrorist groups as well as Osama since 20 years
is no one else but the US government itself? Do they know that US
government could destroy all these terrorists and heroine-kings
exactly the way it did with Noriega of Panama if it paid the least
attention and concern about the far-reaching interests of the
American and Afghan people and democratic values and human rights? The US didn’t do because it wanted to use them as its running dogs
during the cold war.
Now as the
religious terrorism has reared its degusting head and slap in the
face of its yesterday’s mentor, the US government shouldn’t take
the revenge of the appalling attack from the people of Afghanistan,
the people who have already been terrorized, looted and impoverished
by the Northern Alliance, Taliban and Osamas.
None of the
media in the West explains when, how and by whom the Islamist
terrorists were created, trained and equipped, because in this way
the one who has to be held responsible by the people of America is
nobody else but those at the very helm of the US.
Apparently
America, at first thought that through fostering the fundamentalist
groups in Afghanistan it could obtain a base in the heart of Asia
for achieving its political and economic aims.
But it seems that the
control of most of these religious hired murderers is no longer in
the hand of the US. And they, possessing vast financial sources and
a safe haven such as Afghanistan are going to wage a “crusade”,
to which Mr. Bush has also indicated
The ruling
classes of America, without considering the interests of the
majority of the US people, are not taking the incident of 11th
September as a warning to completely wash its hands off the
fundamentalist organizations and regimes, let alone their elimination. On the contrary, they want to exploit it as a favorable
opportunity to suppress the oppressed nations and anti-imperialism
and anti-reactionary liberation movements.
And by doing so, it not
only will solve its domestic quarrel with the Islamist
fundamentalists in its favor but also strengthen and stabilize its
undisputed domination on the world and whitewash its vulnerability. In addition,
US, through this new pretext, tries to suppress and hold back the
ever-increasing of anti-war and anti-globalization movements within
America and in its Western allies which brings under question the
very principle of capitalist system.
Though even in
Muslim countries, most people don’t support the fundamentalist Islamists, the US blind retaliatory act could change the situation
in favor of the fundamentalist forces. Nonetheless, we hope that
with the fading of today’s emotions, the US government, under the
pressure of people, especially the powerful working class of the US,
won’t find it possible to add fuel to the religious contradictions
in the world and as a consequence further vitalize the religious and
non-religious reactionary forces by its militaristic policies.
Afghanistan
Liberation Organization (ALO) which has been engaged in struggle
against the dirty religious creatures of US, Iran, Pakistan and some
other Islamic countries for years, now too will continue its
struggle against the Taliban and other reactionary bands till the
end. Liberation of Afghanistan is not possible unless the setups
dependent to Pakistan and criminal regimes of Iran, Saudi Arabia
etc. are overthrown.
Cooperation of
the Afghan and other people of the world is the only way for a
successful and effective struggle against religious terrorism.
And
it is the task of all proletarian and revolutionary movements of
America and other developed capitalist countries to practically
demonstrate their inspiring impact and presence in the current
showdown of religious terrorists and their yesterday’s masters by
securing a militant solidarity with the progressive movements in
underdeveloped and backward countries and in the first place
Afghanistan.
DAL
PROGRAMMA di Afghanistan
Liberation Organization (A.L.O.)
|
WOMEN
Economic backwardness and the dominance of mediaeval
culture has given the exploiting classes the power and the means of
depriving our women from their basic social and political rights in
the name of God, religion and tradition.
They are effectively barred
from equal participation in production and social and cultural life.
The ALO firmly believes that the chains of bondage from the hands
and feet of women can be broken only when they firstly attain
political and class consciousness and secondly become organised and
participate actively in the anti-feudal and anti-imperialist
revolutionary struggle under the leadership of the proletariat.
No
other power can emancipate the women of our society from political
and class oppression, and "no revolution is victorious without
the participation of women".
The political and social
inequality of women and of the exploited classes is rooted in the
inequality of ownership and distribution of material wealth.
The
victory of the political revolution assigned by history to the
proletariat and its revolutionary vanguard party shall be assured
only when one half of society (women’s movement) unites with its
other half (men’s movement) and stages a concerted assault on the
bastions of feudalism and its patron, imperialism.
Equal rights of
men and women can be realised and assured only with complete
democratisation of society. Struggling for women’s rights is an
integral part of the struggle for true democracy and none but the
proletariat and its political party can be the true champions of
true democracy.
It was with staunch belief in this principle that
the ALO from the very outset focused on women’s revolutionary
suffragist movement by undertaking to raise its Marxist awareness
and assisting in its political organisation.
Under the circumstances,
we can claim remarkable achievements.
Afghanistan
Liberation Organization (A.L.O.) |

Unicef:
sette milioni e mezzo di afghani rischiano la morte
L'obiettivo è quello di portare gli aiuti prima che arrivi
l'inverno
|

|

|

|
|
Rifugiati alla
frontiera di Chaman, tra l'Afghanistan e il Pakistan |
ROMA, 24
OTTOBRE 2001 - Sono 7 milioni e mezzo gli afghani che rischiano di
morire senza nessuna forma di assistenza: la task force istituita
dal Ministero della Salute per coordinare gli aiuti sanitari lancia
l'allarme. L'obiettivo è quello di portare gli aiuti prima che
arrivi l'inverno.
«È una lotta contro il tempo - ha spiegato il sottosegretario
Antonio Guidi, presidente della task force, istituita in
collaborazione con il Ministero degli Esteri e con le organizzazioni
internazionali - ogni minuto può essere prezioso per salvare vite
umane nel Paese con il più alto numero di mine antiuomo e di
mutilati».
Tra poco più di dieci giorni, infatti, oltre alla guerra,
l'Afghanistan si troverà a fronteggiare un altro storico nemico:
l'inverno afghano, con temperature abbondantemente inferiori ai 20
gradi sotto lo zero.
Secondo dati dell'Unicef, sette milioni e mezzo di cittadini afghani,
per il 70% donne e bambini rischiano di morire se non riceveranno
urgentemente aiuti umanitari e in particolare sanitari. La rete
delle strutture sanitarie del Paese è stata distrutta da oltre
venti anni di guerra e i centri messi in piedi dalle istituzioni
internazionali e dalle organizzazioni non governative non possono da
sole garantire l'assistenza. «In Afghanistan manca tutto -
sottolinea Guidi - dall'acqua potabile ai medicinali più comuni,
alle garze e alle siringhe per le iniezioni. Ma soprattutto mancano
i medici in grado di gestire situazioni di estremo disagio.
Chirurghi capaci di intervenire con i pochi strumenti e in tempi
limitati dettati dal ritmo dei bombardamenti o dell'esodo dei
profughi. Medici senza Frontiere e le equipe di Emergency stanno
facendo un lavoro eroico, ma da soli non possono andare avanti.
Mancano soprattutto ortopedici, oculisti e anestesisti per assistere
in particolare i bambini vittime delle mine antiuomo».
Guidi ha aggiunto che si sta cercando di superare in accordo con le
Regioni quelle pastoie burocratiche che condizionano la disponibilità
da parte dei medici di partire in missione all'estero, garantendo
nel contempo l'incolumità dei volontari.
Al tavolo della task force del Ministero della Salute hanno finora
aderito il Ministero degli Esteri, la Croce Rossa Internazionale,
l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati,
l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Unicef l'ARCI, la
Conferenza Episcopale Italiana, la Caritas, Medici Senza Frontiere,
Emergency, la Comunità di Sant'Egidio, i Fatebenefratelli e l'Anspi.
Da un punto di vista operativo case farmaceutiche, il mondo
dell'industria e della produzione sono state contattate per rendere
disponibili ad horas materiale da consegnare ai centri di
distribuzione in raccordo con le strutture sanitarie nei territori
coinvolti dal conflitto.
«L'obiettivo di lungo periodo - ha aggiunto Guidi - è di
trasformare la task force in un tavolo di lavoro permanente per
intervenire con rapidità ed efficacia in tutti gli oltre 40 focolai
di guerra attualmente presenti sul pianeta».

E' arrivata l'ora di liberare l'Islam rapito!
di Faraj Abu al-Asha
E' arrivata l'ora di liberarsi dalla
schiavitù della cultura dei fondamentalismi totalitari e oscurantisti alleati della religione, siano essi islamici, cristiani, ebraici, indù, buddisti, confuciani o che si tratti di positivismo scientifico..!
|
Sì, è arrivata l'ora in cui i musulmani liberino se stessi e l'Islàm dalla cultura della superstizione e dalla mentalità dell'assassinio, come se ciò fosse la cosa migliore da dare in prestito agli altri! Il Corano ha una visione totale dell'Universo e dell'Essere. E' un testo di pace, di pace dell'Essere con
se stesso, con l'altro e con l'Universo. E la preghiera, con i suoi riti, dispone l'anima ad invocare misericordia e tranquillità, in amore e in pace. Si dice "la pace e la misericordia di Dio siano con te [noto saluto arabo-islamico, ndt] e si risponde "la pace e la misericordia di Dio siano con
te". Quella è la comune lettura umana delle religioni, poichè la massima aspirazione della religione è l'Altissimo.
Eppure c'è qualcuno che offre la propria lettura, che interpreta il testo religioso partendo da
passioni ideologiche, che accetta le aspirazioni e gli intenti dei "dissidenti", dei "ribelli". E in questa lotta interpretativa, alcuni sono riusciti a rapire
l'Islàm e a prenderlo in ostaggio per i loro fini politici!
Quello che ora interessa è la necessità di liberare l'Islam dai suoi secondini, di recuperare una visione razionale, critica e profonda che apra un varco tra le polveri dei due grattacieli di New York e che ci possa far guardare alle domande del futuro e alle sfide del nostro tempo.
|

Peshawar, 27 settembre 2001

Afghanistan 2001, Bambini alla
frontiera |
Queste sfide avanzano le loro richieste in maniera chiara, decisa, severa: non possiamo dirigere i nostri sguardi verso coloro che non hanno ancora risposto con interventi efficaci; non possiamo arrestarci di fronte a complicati progetti culturali o davanti ad un terrorismo confuso di gente retrograda che brancola
nelle ombre della superstizione.
E' arrivato il momento della scelta epistemologica decisiva e dirompente fra due letture dell'Islàm:
la lettura dell'Islàm spirituale in sintonia con la sua promessa celeste, in quanto religione semplice, religione senza mediatore, religione magnanima e religione del perdono…quell'Islàm che attraversò le foreste africane, che si spinse fino in Cina grazie a commercianti che solcarono deserti lungo le vie della
seta!
E qui parlo con semplicità di un Islàm semplice che si astiene. L'Islàm della relazione diretta con Dio. L'Islàm del senso purificato rappresentato dal purificazione rituale [s'intende qui i due tipi d'abluzione che precedono la preghiera, il wudu', con acqua, e il tayàmmum, solo con sabbia e pietre in caso di
mancanza d'acqua, ndt] e del pregare in solitudine: l'Islàm semplice, il perdono e la misericordia…e anche il Jihàd che non è quello espresso nelle fatàwa [pl. di "fatwa", ndt] del Mullah 'Omar, di Bin Làden, di 'Abu Qatada, di Mùstafa Hamza, di Zawàberi, di Khattàb o di altri fuqaha' [pl. di
"faqìh", giureconsulto islamico ndt.] che vivono nell'oscurantismo e nelle vendette. E certo non è il Jihàd collegato ad aerei su cui viaggiano persone speranzosi di arrivare sani e salvi a destinazione, o non è il Jihad di quei missili distruttivi che bucano palazzi annientando migliaia di civili
innocenti!
Quel Jihad è il prodotto della lettura oscurantista dell'Islam rapito dai fuqaha' fontamentalisti illusi e dall'immaginazione superstiziosa della realtà!
L'Islam è diventato ostaggio delle interpretazioni tiranniche di Khattàb. Il guaio maggiore e
che egli, con il terrorismo alleato alla religione,vuole imporre al mondo e al tempo la sua ideologia totalitaria e la sua logica superstiziosa che chiama solo al sangue!
Il regime dei Talibani è il "regime" di studenti dell'ignoranza applicata, il regime non-regime, lo stato non-stato; in questo modo la "formula talibana" è diventata la massima aspirazione per gli estremisti del terrorismo internazionale. Anzi, i movimenti invocati dall'"Islàm politico"
sono scuole di tattica del terrore che non oppongono alcuna scusa o pretesto per nascondere le pratiche "talibane" e per giustificare le nefandezze della loro dittatura. Lì, in quei paesi vittime della distruzione, mentre si vietano tv e insegnamento alle donne e si impone la barba, si permette
l'utilizzo dei più moderni mezzi tecnologici, informatici, biologici, chimici e bancari al servizio del Jihàd terroristico!
Il pericolo è enorme e l'ora delle scelte decisive è suonata. Ci si chiede: che fare?
Agire significa agire oggi, e l'azione non tollera proroghe e indugi che, per secoli e secoli, hanno consumato gli arabi e i musulmani. Questi annegano nell'ignoranza e persi in questioni sterili affrontate spesso in modo contraddittorio.
Quella che si chiede è un'azione liberatoria rapida, il salvataggio dell'Islàm dai suoi rapitori ben noti. Non è più utile difenderli, tacere di loro, simpatizzare per loro, giustificare le loro azioni o abbracciare le loro idee.
Sono un pericolo distruttivo per l'Islàm, religione generosa che essi vogliono invece monopolizzare in base a passioni ideologico-politiche e giustificazioni pseudo-legali per arrivare al potere e sequestrarlo secondo il desiderio!
La realtà è che l'Islàm non è solamente sequestrata dai Talibani, da al-Qà'ida e da altri
gruppi terroristici ma è anche ostaggio della cultura che ha creato proseliti dietro l'idea che la spada è La Soluzione… così come è successo in Egitto e in Algeria. Questa cultura è quella che ha permesso che i Talibani e i loro sostenitori usassero concezioni sanguinarie, la folle intolleranza e la volontà
suicida!
Ci sia dunque un invito continuo alla liberazione dell'Islàm dalla cultura del terrorismo ideologico, dagli artigli degli ignoranti per un riscatto della Storia, per l'emancipazione dalla censura leggendaria e dalla mentalità della superstizione.
11/10/01, Asharc Al-Awasat (giornale arabo)
Fonte: www.arabroma.com

Dario Fo,
Franca Rame e Jacopo Fo
Dario Fo |
Quello che e' successo indurrebbe al panico, al silenzio, alla disperazione. Il mondo e' stato colpito da un ennesimo crudele massacro. Ma e' necessario, anche se doloroso, parlare. Cercare di capire. La prima osservazione che ci viene alla mente e'
l'assurdo che esplode fuori dal televisore.
Davanti a questo dramma il mondo si e' arrestato attonito. Ma non tutti. Le borse del mondo non si sono fermate neppure un secondo, hanno continuato a far soldi, a cercare utili selvaggi. Anzi hanno intensificato il ritmo. La gente ancora urlava appesa ai grattaceli in fiamme, prima che
crollassero, e già i grandi broker gridavano nei loro cellulari:
"Compra petrolio! Vendi tutto! Compra petrolio!" e mentre i titoli azionari perdevano il 10% in pochi minuti il petrolio saliva di 10 dollari al barile e i furbi facevano utili di miliardi di dollari. E mentre i presidenti di tutti i paesi europei si apprestavano a esprimere il loro cordoglio, i loro banchieri
succhiavano decimali al dollaro e finalmente l'euro segnava un bel po' di punti a suo favore. Nessuno ha pensato di chiudere le borse per decenza e rispetto ai cadaveri ancora freschi.
|
La belva feroce del capitalismo affondava felice i suoi denti nelle carni dei morti e fortune luminose si sono costruite in poche ore. E non c'e' da stupirsi. I grandi speculatori sguazzano in un'economia che uccide ogni anno decine di milioni di persone con la miseria, che
volete che siano 20 mila morti a New York?
Altra
immagine agghiacciante: la gente per strada, nei quartieri palestinesi,
dilaniati dalla guerra civile, che festeggiavano il massacro. Gente che ha un
morto in ogni famiglia e che non riesce più a vedere l'assurdità della
morte, di qualsiasi morte. Il sistema della violenza, dello sfruttamento, del
genocidio organizzato dei poveri cristi genera insensibilità alla violenza.
Genera la logica della vendetta. Quasi ogni giorno, da anni, gli aerei Usa
bombardano l'Iraq, uccidendo donne e bambini, col pretesto di eliminare
impianti radar. E le televisioni occidentali non si degnano neppure di
riportare la notizia. Quella è gente spazzatura, muoiono a migliaia per gli
effetti dei proiettili all'uranio che hanno contaminato la loro terra, muoiono
perché mancano le medicine a causa dell'embargo, nel silenzio carico di
disprezzo dei media occidentali. Le lacrime di oggi dei commentatori
televisivi sono vergognose perché seguono al silenzio decennale sui crimini
dell'occidente cristiano.
E'
terribile ma e' così: la disperazione genera la follia della vendetta. Una
vendetta che non serve a nulla, una vendetta che porterà altri massacri tra i
diseredati del mondo. E attenzione: questo orrendo massacro di ieri, non è
stato realizzato schiacciando un bottone su un aereo che vola sicuro ad alta
quota. Qui ci sono decine di persone che sono diventate talmente pazze da
suicidarsi tutte assieme pur di colpire "i diavoli bianchi". Questa
misura della disperazione dovrebbe fare riflettere. Questa giornata di terrore
dovrebbe avere insegnato ai cultori della forza dell'uomo bianco che non
esiste sicurezza e pace per nessuno in un mondo dove il massacro e la
prevaricazione sono la legge.
E'
ormai un fatto. Le moderne tecnologie rendono talmente potenti gli individui
che nessun sofisticato sistema di sicurezza può proteggere. Non è più
possibile, neppure per i nordamericani ricchi, credere di essere al sicuro.
Non c'è nessun posto dove si possa stare al sicuro. Il cane feroce della
follia può azzannare chiunque ovunque. I telegiornali si stupiscono (idioti)
che i super controlli Usa non abbiano impedito a 4 aerei di essere dirottati
per essere usati come bombe gigantesche e colpire i luoghi più protetti del
mondo. Non vogliono capire che le moderne tecnologie e l'affollamento
incontrollabile delle città offrono decine di modi di fare massacri. Questi
orrendi attentati hanno ridicolizzato le pretese di Bush di costruire uno
scudo stellare.
Oggi
hanno usato aerei, ieri gas nervino in Giappone, bombole del gas a Mosca...
Domani basterà urlare: "C'e' una bomba!!!" in uno stadio per
provocare una strage. Un paese moderno non può garantire la sicurezza senza
strangolare completamente la "vita normale" dei cittadini. Non c'e'
modo.
Nessuno
può tenere milioni di persone chiuse in casa. L'unica garanzia di sicurezza
per il mondo ricco è sanare le ferite sanguinanti della fame e del sopruso.
Sennò si crea un humus sociale drammatico che non può che portare alla
violenza più folle. Attenzione: non si può dire, in questo momento, chi
abbia armato la mano dei kamikaze. Estremisti islamici? Estremisti di destra
americani? Sionisti pazzi? Chi lo sa? L'attentato di Oklaoma, il piu' grande
massacro terroristico avvenuto fino a ieri, fu imputato ai terroristi islamici
e poi si scoprì essere opera di terroristi bianchi e fascisti che volevano
provocare una reazione antislamica. Si potrebbe anche scoprire che dietro al
massacro di ieri ci siano tutte le fazioni terroristiche e tutti i servizi
segreti, uniti nel comune intento di gettare la società civile nel caos...
Una cosa è certa: al di là di chi siano gli esecutori materiali del massacro
questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e
dello sfruttamento disumano.
Questa
violenza, queste morti, rendono immensamente felici coloro che hanno
guadagnato milioni di dollari in poche ore speculando sul prezzo del petrolio,
i mercanti di armi e i capi terroristi brindano ebbri di felicità insieme ai
generali e agli ammiragli, stanchi di questa pace strisciante che minaccia
ogni giorno lo stato di guerra e i profitti fatti sulle mine antiuomo.
Domani i caccia bombarderanno qualche villaggio sperduto uccidendo civili
inermi con la scusa di fare giustizia dei colpevoli e le lobby delle iene
spingeranno per dare dignità alle spese militari.
"Gli Stati Uniti devono rispondere immediatamente a questa
aggressione!" Urlava un cretino della strada e le sue parole sono state
rilanciate da migliaia di telegiornali in tutto il pianeta.
"Rappresaglia!" Urla Bush, il boia del Texas. Colpiranno, faranno 10
morti con la pelle olivastra per ogni cadavere bianco. E qualcuno proporrà di
reagire con manifestazioni di piazza e di nuovo la polizia farà dei morti.
Deve essere chiaro a tutti che questo è un momento gravissimo. E' una nuova
forma di guerra strisciante quella nella quale ci vogliono portare.
Il partito della pace ha una sola possibilità:
continuare caparbiamente a lavorare con gli strumenti della pace. Affermare
con tutta la forza possibile che possiamo ed è necessario togliere il nostro
appoggio economico alle multinazionali della morte. Oggi più che mai la
scelta individuale di milioni di persone è l'unico strumento possibile,
l'unica strategia vincente. Togliamo i nostri soldi dalle banche che
finanziano l'economia del dolore, smettiamo di comprare il carburante della
Esso, i prodotti della Nestlè, smettiamo di bere Coca Cola, di mangiare Mac Donald's, convertiamo le nostre auto a olio di colza e a gas, mettiamo i
nostri risparmi sui fondi di investimento etico, abbandoniamo le assicurazioni
colluse col sistema della morte, non compriamo auto da chi produce mine
antiuomo, non compriamo scarpe da chi tiene in schiavitù i bambini, non
mangiamo i cibi della chimica, abbandoniamo i marchi della cultura del
profitto a tutti i costi.
In
questi anni abbiamo lavorato con successo per dimostrare che e' possibile
consociare i nostri consumi, risparmiare, avere prodotti migliori e,
contemporaneamente, boicottare il mercato della morte rifiutandoci di portare
i nostri soldi al loro mulino. Oggi queste scelte non sono più solamente
giuste e convenienti, sono anche urgenti e irrimandabili.
Ti chiediamo di fare un
gesto, subito, ora.
Non
c'è più tempo per pensarci sopra. La locomotiva del capitalismo selvaggio
sta accelerando la sua velocità, punta con determinazione assoluta verso la
guerra e la distruzione del pianeta. L'unica possibilità è tagliarle i
rifornimenti di carburante. Subito. Il mondo è governato dal denaro. I soldi
sono l'unico argomento al quale i potenti siano sensibili.
Dai una possibilità alla pace. Subito. Inizia tu. Non aspettare che lo
facciano gli altri.
Ogni lira che togli ai
signori del mondo è un respiro che regali all'umanità.
Voti ogni volta che fai la
spesa!
OSAMA,
LA MASCHERA DEL FALSO PROFETA
Tahar Ben
Jelloun
La Repubblica, 23 ottobre 2000
|

|
Torno ora dal Marocco, dove ho
sentito parlare molto di Bin Laden. Passata l'ondata di simpatia
per «il giustiziere degli umiliati», «colui che è riuscito a
fare del male all'America», le lingue si sciolgono e piovono
critiche. Quando Bin Laden ha fatto la sua dichiarazione
attraverso l'emittente televisiva Al Jazeera, il tono, la calma,
la sicurezza e l'indice leggermente curvo e alzato in segno di
minaccia hanno impressionato la gente e fatto paura a molti.
Quest'uomo fa tremare il pianeta e sfugge all'esercito e alla
polizia più grandi del mondo. Ma, se questo suscita
l'ammirazione dei popoli musulmani, alcuni hanno osservato che
Bin Laden ha appena commesso il suo primo errore teologico.
Facendosi riprendere davanti a una roccia, voleva suggerire di
trovarsi in prossimità di una grotta nella montagna. Così
facendo, però, riproduce l'immagine del profeta Maometto che ha
ricevuto la Rivelazione nella grotta del monte Hira. In questo
modo Bin Laden confonde le acque e scandalizza i veri musulmani.
Ho sentito parlare di eresia e di impostura. |
Allah
ha detto che Maometto è l'ultimo dei profeti e che chiunque sosterrà
d'essere un profeta sarà un bugiardo e un usurpatore. Come osa
quell'ex-agente degli Americani, che indossa una giacca dell'esercito
americano e un orologio sofisticato, lanciare una fatwa come se
fosse il profeta di tutti i musulmani, il loro rappresentante e la
loro guida? Con quale diritto scaglia una fatwa contro
l'America e l'Occidente? Una fatwa è un'indicazione religiosa,
non una legge. La può emettere un saggio, un teologo di rango
elevato, un uomo dalla moralità perfetta, una guida rispettata e
profondamente religiosa.
Originariamente, tale indicazione veniva espressa dai Compagni del
Profeta, persone di grandi qualità. Non certo guerrieri che mandavano
terroristi a seminare la morte in giro per il mondo. La fatwa
più celebre è quella lanciata da Khomeini contro lo scrittore Salman
Rushdie. Khomeini era il capo degli sciiti. Gli sciiti hanno un clero
gerarchizzato che i sunniti, cioè l'islam tradizionale e ortodosso,
rifiutano. Bin Laden è sunnita e appartiene al rito wahabita nato in
Arabia Saudita. Questo rito prescrive la distruzione dei marabut (le
tombe dei santi) e un rigorismo molto severo. Sono stati i wahabiti a
finanziare il fondamentalismo islamico in paesi come l'Algeria. Le
prime azioni dei fondamentalisti algerini sono state proprio la
demolizione dei marabut e dei luoghi di culto non ortodossi.
È
stato detto che Bin Laden padroneggia perfettamente la scienza della
comunicazione e fa la guerra anche attraverso la manipolazione delle
immagini. Di fatto appartiene al lato più oscuro della società dello
spettacolo. Il suo scopo è evidentemente quello di consumare una
vendetta personale contro l'America, il suo vecchio padrone, e di
destabilizzare il regime saudita che ospita soldati americani sul suo
territorio. Cerca, inoltre, di alimentare il risentimento dei
musulmani, un risentimento che nel mondo arabo è molto diffuso,
soprattutto dopo i bombardamenti sulla popolazione irachena e la
repressione dei Palestinesi. Questo risentimento rischia di annebbiare
i pensieri dei musulmani e impedire loro di dubitare e aprire gli
occhi sulla realtà del male immenso che Bin Laden sta facendo
all'islam e agli Arabi in tutto il mondo.
L'Islam
ha le sue malattie, che sono le cattive interpretazioni. I Taliban
rispecchiano tutte le malattie religiose costituite dall'ignoranza,
dal fanatismo e dal terrore. Non è un caso che Bin Laden, un uomo che
ha frequentato l'Occidente e ne conosce i meccanismi, ha scelto di
circondarsi di guerrieri nevrotici e dementi. Cerca di seminare il
terrore nel mondo e per questo applica quella logica dell'oscurantismo
che fa accapponare la pelle. Tutto ciò è lontano dall'Islam, ma
occorre che gli Stati musulmani diano inizio a una rivoluzione
culturale separando la religione dall'ideologia, e cioè dalla
politica. Purtroppo ne siamo ancora lontani. In Marocco, la figlia
dello sceicco Yassine, leader di un movimento fondamentalista
islamico, ha recentemente criticato con durezza l'atteggiamento del
governo, che ha condannato il terrorismo e chiesto giustizia per le
popolazioni irachene e palestinesi.
(traduzione di Elda
Volterrani)
11 settembre, il clash nella
mente occidentale/4. Intervista a Rosi Braidotti
Dopo
le Torri, il corpo che resta
L'impatto
dell'uomo-cyborg nel cielo di Manhattan e sul Vecchio
Continente, il progetto multiculturale e il soggetto nomade alla
prova della guerra identitaria, dell'Europa-fortezza e delle
nuove gerarchie imperiali, il femminismo dopo l'11 settembre fra
rigurgiti e implosione del patriarcato
IDA
DOMINIJANNI
All'indomani dell'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda, Rosi
Braidotti
- docente di women's studies all'università di
Utrecht, origini italiane, formazione filosofica francese,
frequentazione del femminismo europeo e americano - mi aveva
detto in un'intervista sul Manifesto che molto di quello che
stava accadendo in Olanda aveva a che fare con gli effetti
dell'11 settembre. Con Rosi, che è anche un'amica, per
ripensare l'anno che è trascorso ci sono angolature peculiari,
segnate da un percorso femminista per molti tratti comune. Però
parto anche con lei da una domanda analoga a quella che ho posto
nei giorni scorsi agli altri.
L'anniversario dell'11 settembre, come scrive Susan Sontag, ha riciclato
parole e immagini di un anno fa, svuotandole di significato. Un
anno dopo, a te sembra svuotato di significato anche l'evento in
sé?
Ne
abbiamo discusso qui all'università di Utrecht, dove alcune
studentesse, soprattutto di colore, sostengono che se c'è un 11
settembre da commemorare è quello del golpe cileno del `73. Non
sono le uniche, del resto, a ricordare polemicamente quella data
a confronto con quella del 2001: è un indice della memoria «d'opposizione»,
chiamiamola così se non vogliamo definirla antiamericana, che
sta montando da varie parti. Quanto a me, penso che l'11
settembre, quello del 2001 intendo, è stato certo un grosso
trauma per l'Occidente e per il mondo intero, ma a rigor di
termini filosofici non lo definirei un evento. Almeno se per
evento intendiamo qualcosa che spezza la sequenza lineare della
logica del capitalismo. Il crollo delle Torri, al contrario, sta
tutto dentro questa logica, che come ci hanno insegnato Deleuze
e Guattari è la logica della catastrofe annunciata. Gli
attentati terroristi, come i disastri ecologici, sono tutte
catastrofi annunciate: e il capitalismo non punta a evitarle, ma
solo a trarne il massimo profitto. La commodification, lo
svuotamento della catastrofe è la regola del funzionamento
spettrale dell'economia capitalistica, dice giustamente Derrida:
pensa solo a tutti quelli che sull'11 settembre hanno speculato
in borsa. Che il crollo delle Torri sia un disastro capitato al
cuore dell'Impero, rende solo più evidente questa regola e
questa logica, e ovviamente ci colpisce più di altri «ordinari»
disastri che capitano ovunque, e di fronte ai quali o ci
rassegniamo, come con l'Aids, o ci bendiamo gli occhi: mentre un
anno dopo torniamo a guardare in tv le immagini del crollo delle
Torri, abbiamo già dimenticato quelle di poche settimane fa di
Praga sommersa dall'acqua.
A proposito di immagini. L'immaginario è stato sempre nella cabina di
regia, nella vicenda dell'11 settembre. Come ha scritto
Baudrillard, le immagini hanno preso in ostaggio l'evento: ne
hanno deciso, e continuano a deciderne, la percezione e il
senso. Oggi il cinema - penso ovviamente a «11 settembre 2001»
- ci mette di fronte a una sua percezione planetaria e
articolata, ma per un anno l'icona televisiva dello schianto ha
fissato la nostra attenzione sul cielo sopra Manhattan; e
tutt'ora, a rivederla, continua a fare un grande effetto. Forse
perché col clash delle Torri ha fatto improvvisamente irruzione
nella realtà quello che l'immaginario aveva anticipato? Il
corpo-cyborg, l'uomo-macchina, l'uccello-Ufo... che cosa hanno
suggerito, a una come te che lavora sul tema delle metamorfosi
del corpo e dell'umano in questo inizio di millennio?
Non
c'è dubbio, quell'irruzione è stata per i più un grande
shock. Per quelle come noi che hanno lavorato sul rapporto fra
corpo e potere, una dolorosa conferma. Anche su questo piano
nell'11 settembre non vedo una rottura, ma solo il punto acuto
di una linea di tendenza riconoscibile anche altrove. Il corpo
cyborg del kamikaze ci impressiona tanto solo perché non
sappiamo riconoscere figure simili nella nostra esperienza
quotidiana. Tutti i nostri corpi sono traumatizzati dall'impatto
con l'attuale forma del capitalismo: lo stress fa dei luoghi di
lavoro luoghi patogeni, i clandestini muoiono di terrore a bordo
delle carrette che li trasportano, il corpo femminile si mostra
fra silicone, anoressia e bulimia, ci sono trafficanti di droga
che ingoiano chili di cocaina per portarla a destinazione e ogni
tanto esplodono...Siamo tutti corpi cyborg, corpi vettori, corpi
che si schiantano. Il suicide-bomber fa parte di questa
mutazione. In fondo, se ci pensi bene, c'è una linea che
collega il kamikaze e Schumacher.... Parlare del corpo-bomba del
terrorista e tacere di tutto il resto a me pare ipocrita. In
questo senso, l'irruzione nella nostra realtà di quei due aerei
e di quei diciannove kamikaze avrebbe potuto e dovuto portare a
una riflessione del rapporto fra corpo e potere. Anche in questo
campo, invece, ha aperto una spaventosa regressione.
Cambiamo campo. Qualche mese fa hai associato agli effetti dell'11
settembre anche la regressione politica e sociale che vedevi
dietro i risultati delle elezioni olandesi. Tu sei convinta che
l'11 settembre sia rimbalzato così fortemente nel Vecchio
Continente?
Beh,
dall'Olanda s'è visto benissimo. Il riflesso securitario è
stato molto forte e ha provocato un altrettanto forte riflesso
identitario che sta cambiando il profilo della società. Il
paese delle identità multiple, del meticciato etnico, della
tolleranza e del multiculturalismo, passato al setaccio della
paura, ha cambiato faccia. Per darti l'idea: si parla per la
prima volta di scorte armate per i politici in un paese in cui
finora il primo ministro andava in bicicletta. La lista Fortuyn
si sta rapidamente disintegrando, ma il fenomeno Fortuyn ha
portato in auge un nuovo tipo di middle class: gay bianchi
metropolitani, apparentemente trasgressivi e in realtà molto
integrati, che rivendicano spudoratamente una «olandesità»
post-tollerante e capitalista. Adesso stanno chiudendo le
discoteche gay perché non ce n'è più bisogno: la linea
trasgressiva disegnata sulla sessualità si dissolve, mentre si
consolida la linea razzista disegnata sulla differenza etnica.
Fermati un attimo. Tutto il pensiero postmodernista, e tu per prima,
aveva scommesso sulle identità sociali plurime, mobili, nomadi,
per contrastare le coazioni identitarie del politico. L'11
settembre dissolve questo progetto? O questo progetto rimane
utile per contrastare la retorica dell'identità - «noi»
contro «loro», l'Occidente contro l'Islam, il Bene contro il
Male - con cui la politica americana ha risposto al trauma? La
struttura materiale postcoloniale e multiculturale di società
come quella americana o olandese dovrebbe fungere da antidoto
contro i richiami patriottici e nazionalisti. Ammenoché quel
progetto non fosse arrivato a un punto morto, producendo una
nuova segmentazione, più che una fluidificazione, di quelle
società.
Io
punto ancora su quel progetto. Su tutte le soggettività nomadi
e diasporiche che si possono coalizzare contro le identità
fisse e la retorica nazionalista e razzista. Però quel progetto
va continuamente aggiornato. Nei paesi multiculturali come gli
Stati uniti o l'Olanda, si stanno producendo nuove
stratificazioni culturali e di classe: il multiculturalismo
disegna linee a zig-zag, non una cartografia di figure a tutto
tondo, in cui emergono contraddizioni inedite. Per dirne una, mi
racconta Angela Davis che in alcune realtà americane la
borghesia nera è diventata più intollerante di quella bianca:
sono i paradossi dell'assimilazione e dell'emancipazione. Queste
società sono multietniche e multicolorate, ma sono anche
pienamente occidentalizzate, e chi le abita, quale che sia la
sua origine, oggi rivendica l'identità e i valori occidentali
contro i «barbari» che vengono dall'Oriente incivile e
dispotico. Questi processi sono andati più in là di come lo
stesso pensiero postcoloniale, femminismo compreso, li aveva
descritti o ipotizzati: perché le nuove gerarchie imperiali
generano nuovi flussi, nuove frammentazioni, nuove
contraddizioni - tutt'altro che hegeliane e alquanto
schizofreniche, come ben rappresentava «Documenta» di
quest'anno a Kassel.
A quel progetto tu hai ancorato negli ultimi anni anche la tua
convinzione europeista, intendendo l'Europa come una costruzione
postnazionale e l'identità europea come un'identità
cosmopolita e aperta, idealmente connessa alla figura della
diaspora ebraica. L'esatto contrario, in breve, dell'Europa-fortezza.
Dopo l'11 settembre, anche la costruzione europea si è
arrestata. E la diaspora ebraica tace di fronte all'arroccamento
identitario di Israele...
Lo
so bene, le probabilità che «l'Europa minore», come la chiama
Bifo, proceda sono basse. Ma non bisogna recedere: l'Europa è
il nostro orizzonte necessario. E la genealogia ebraica europea
resta un punto di riferimento storico, anche se in questo
momento la diaspora ebraica è così sulla difensiva che perfino
alcune femministe ebree americane fanno il tifo per la
guerra...Oltretutto, lavorare sulla costruzione europea è una
mossa politica di scostamento da quella sinistra che quando
avevamo vent'anni «saltava» l'Europa in nome
dell'internazionalismo o del terzomondismo, dimenticando che è
sempre su ciò che è più prossimo che bisogna lavorare. Il
risultato è che oggi la sinistra europea non si sa dove stia:
rischiamo di diventare l'ultima stelletta della bandiera
americana. Guarda le giovani generazioni di femministe,
conoscono tutte il femminismo americano e ignorano quello
europeo.
Lo so bene, passano dalla California per arrivare a Roma o a Milano. Sul
femminismo dopo l'11 settembre, bisognerà fare il punto. Un
anno fa, negli Stati uniti c'erano femministe che credevano alla
guerra di liberazione delle donne afghane, in nome
dell'universalismo dei diritti. Ma c'erano anche quelle che
analizzavano le segrete simmetrie fra il patriarcato dei
talebani e i rigurgiti di patriarcato e di fondamentalismo
sessista in occidente. Io, con le amiche italiane con cui
lavoro, preferisco analizzare quello che sta succedendo nella
chiave opposta della fine del patriarcato: un'implosione
drammatica che fa molti danni, ma un'implosione. Tu che cosa
vedi?
Vedo
una galoppante virilizzazione dello spazio pubblico: Dio patria
e famiglia, guerra indefinita contro il terrorismo e microguerre
quotidiane, mascolinità gay femminilizzate che cannibalizzano
quello che noi abbiamo detto, genealogie femministe che si
frammentano nella nuova frammentazione delle società
occidentali di cui abbiamo parlato.
Solo questo? Dovremmo discuterne, non sarei d'accordo. C'è questo, ma c'è
anche molta distanza femminile - attiva, non indifferente - da
tutto questo. La regressione del discorso politico, della
retorica identitaria, degli appelli alle armi non trova molti
consensi fra le donne, e nelle società occidentali le donne non
sono più una parte marginale della sfera pubblica, come sai
meglio di me. E poi, in termini simbolici, lo schianto degli
aerei sulle Torri è stato visibilmente una catastrofe del
fallocentrismo... non credi che abbia anche liberato parola e
energia femminile?
Ora che mi
ci fai pensare: lì per lì io ho sentito solo che si metteva in
atto la logica della catastrofe che ti dicevo all'inizio.
Passato quel momento, ho avvertito che si stava anche aprendo
qualcosa. Che stavamo passando per un punto di non ritorno, che
accelerava l'urgenza di fare quello che dobbiamo fare, almeno
noi che non siamo precipitate nella depressione e nella
paranoia. E infatti le mie studentesse dicono che tutto s'è
rimesso in moto. In fondo anche questa è una funzione della
catastrofe, liberare energie. Da questo punto di vista, l'11
settembre del 2001 forse conta più di quello cileno.

|