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Nell’editoriale della nuova rivista Global FP, “Europa,
pallida madre che non ci fa sognare”, apparso anche sul
Corriere della sera di giovedì 25 marzo, Ernesto Galli della
Loggia rimprovera “intellettuali, poeti, romanzieri,
artisti” di non aver dato nessuna elaborazione all’idea e al
“sogno” di una nuova Europa Unita del terzo millennio cristiano.
È per questo motivo, secondo lui, che ora l’Europa si raduna
intorno a un “vuoto di anima e di cultura”,
che nella sua nuova costituzione osa chiamare “uno spazio
privilegiato della speranza umana”. Galli della Loggia,
giustamente, obietta che si tratta della solita dottrina occidentale
della democrazia+diritti umani, la stessa materia propagandistica
[il concetto è mio] degli USA per portare guerre preventive. In
definitiva, per Galli, si tratta di “vaghi ideali ripetuti con
formule rituali”. L’Europa, continua il nostro grande
intellettuale critico, non si è mai occupata realmente del problema
del rapporto con l’altro, “che alla fine è il mondo, anzi tutto
il mondo”. E conclude: “Gli europei di oggi godono della
massima libertà e dei più alti redditi […] perché mai
dovrebbero volere qualcosa di più dell’attuale area integrata
dell’euro, dei programmi Erasmus e dei fondi comunitari? Sono
interrogativi cui può rispondere solo chi si faccia portatore di
una “visione” che vada oltre la routine di ogni giorno. Ma di
leader simili nell’Europa di oggi non sembra esserci traccia.”.
Amen.
Galli della Loggia non ci spiega se a mancare oggi in Europa siano
intellettuali visionari o leader politici che siano capaci di fare
anche sogni. Ma se fossero gli intellettuali e gli artisti gli
incapaci, non ci spiega perché la pesantezza del vuoto d’anima
europeo del terzo millennio sia colpa loro. Esclusivamente loro.
Forse tutti gli europei che siano dei leader – nel senso di
portatori e produttori di cultura e politica – sono colpevoli. Ma
dove sta la ragione della colpa? E come la si può scovare e,
volendo sognare forte, provare a
rovesciarla?
I nostri intellettuali – Galli
della Loggia è uno storico – non
hanno nulla da proporre. Al massimo si lamentano sui giornali. E se
qualcosa propongono, quella cosa fa pena.
| Ascoltiamo
il famoso filosofo Gianni Vattimo, infatti, che scrive
su Il manifesto di domenica 28 marzo l’articolo, “La
via d’Europa”. Vattimo sostiene che tra la politica di
Bush e quella del terrorismo globale è possibile una
”terza via”, quella europea. Continuiamo ad
ascoltare l’illustre maestro di pensiero occidentale: “Una
terza via c’è ancora. L’Europa, approfittando della
scadenza delle imminenti elezioni, potrebbe e dovrebbe
finalmente capire che il suo avvenire e quello della
democrazia nel mondo risiede nel costruirsi proprio come terza
via mettendosi insieme (a capo?) [sic!] ai tanti paesi non
allineati, a cominciare dal Brasile di Lula, per contrastare
la terroristica divisione del mondo a cui gli Stati Uniti e i
loro alleati stanno lavorando. Certo una tale decisione
implicherebbe modifiche sostanziali nella politica economica
dell’Unione, per esempio una netta presa di distanza dal
protezionismo agricolo che strangola la produzione di tanti
paesi. È un esempio di come gli europei dovrebbero accettare
di immaginare una politica di riduzione delle proprie pretese
a favore della
costruzione di un futuro pacifico, e anche di una difesa delle
proprie condizioni, insieme economiche e culturali, di
sopravvivenza. Può darsi che la sinistra “di governo”
trovi che un tale orientamento sia poco realistico, in tempo
di elezioni è sempre obbligatorio parlare di “sviluppo”
(e cioè concorrenza, libero mercato, tanto peggio per i
deboli). Ma si potrebbe almeno cercare di non dimenticarsene
del tutto.”. Penoso davvero il
“sogno” del filosofo europeo del 2004! E anche del
giornale “Il manifesto” che lo diffonde. Sembra
aver ragione Galli della Loggia, un liberale, quando dice che
intellettuali europei hanno il vuoto nella mente e la
debolezza estrema della volontà di cambiare. E, anche se loro
non lo dicono mai, ciò che deve essere cambiato è il mondo e
la vita, come volevano i surrealisti; e cosa altro, se no?
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Il filosofo Gianni Vattimo

Lula. Presidente del Brasile
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Viviamo o no nel peggiore dei mondi possibili
prodotto dalla civiltà europea moderna e universale? Viviamo
o no nel mondo della massima ingiustizia, consolidata? Farcitori e
farciti, avrebbe detto Montale, divisi e tagliati da una frontiera
invisibile e ubiqua di lame e dolore. Ma tutti insieme, amaramente.
A questo punto è opportuno tirare dentro il discorso la
questione della novità del Movimento newglobal e/o pacifista, che
il 20 marzo ha manifestato in tutto il mondo contro la guerra
preventiva di Bush e dei suoi alleati in Iraq e in qualsiasi altro
posto del pianeta a loro convenga portare il terrore. A Roma si è
trattato di più di un milione di persone in marcia. Un
giornalista-filosofo-narratore molto influente, Eugenio Scalfari,
vicino alle posizioni del centro-sinistra, ha scritto un articolo
nel giornale la Repubblica (da lui fondato) in cui elogia il
Movimento dei movimenti. Riporto qui di seguito il testo che
scrissi, mai pubblicato, a Scalfari, ma anche al Movimento.
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Io
non fotografo i miserabili. Fotografo persone che hanno meno
risorse, meno beni materiali. Ho visto spesso la miseria in
paesi ricchissimi.
Per
me miserabile è quello che non fa più parte di una comunità,
che è isolato e che ha perso la speranza. Ho incontrato
molta gente affamata. Non erano miserabili perché
appartenevano a una comunità, credevano in qualcosa.
L'unico modo in cui le persone possono resistere, nella
situazione difficile in cui si trovano, è credere nella
comunità.
Sebastiâo
Salgado |

Illustre
Direttore Scalfari,
intendo reagire al pensiero da lei manifestato nell’articolo di
domenica 21 marzo “Il popolo della pace può
vincere la guerra”. Lei assegna molta importanza politica
al movimento pacifista mondiale e italiano. E indica con grande
lucidità gli obiettivi epocali di un’Europa che “si muove”.
Un’Europa che bonifichi i depositi di violenza in nome dei diritti
umani e che sviluppi l’umanesimo globale. Lei afferma che questo
è il lascito che le nuove generazioni hanno da attendersi dai
padri. Infine, lei desidera che l’Europa si
proponga in questo momento di crisi come protagonista della storia.
E aggiunge che “questo fatto non è mai accaduto finora…”.
Vorrei esprimere il mio pensiero su questi punti molto importanti.
Come facente parte della generazione dei padri (ho 58 anni), sono in
parte d’accordo con lei: sull’umanesimo globale e sulla necessità
dell’impegno degli europei. Ma poi non lo sono più: come
si fa a sostenere che l’Europa non sia mai stata “soggetto della
storia”? Lei sa benissimo che non è vero; e che è vero
proprio il contrario.
La
Modernità è segnata ed è stata prodotta dall’esplosione del
capitalismo e del colonialismo planetari europei. Hegel ce lo mostra
gloriosamente con grande dottrina nei corsi di “Filosofia della
storia universale” dal 1822 al 1831. I giovani Marx e Engels ci
spiegano la “stessa cosa” ma diversamente nel “Manifesto”
del 1848. Infine, Kipling nell’Ode sul “fardello dell’uomo
bianco” del 1898 consegna il testimone dell’impero mondiale
dalle mani britanniche a quelle della giovane democrazia
transoceanica (atlantica&pacifica) USA.
Noi europei siamo stati e ci siamo proclamati gli unici “soggetti
della storia del mondo”, ci siamo nominati e pensato come il suo
Spirito. Di una storia malnata e perversa, fatta di stermini
e schiavitù, di rapina
e devastazione della specie umana in tutti suoi siti. Una storia
della quale ancora non sappiamo riconoscerci “responsabili”.
Anzi, continuiamo a parlare di “civilizzazione” e
“conversione” all’unica verità “universale” quella con un
solo verso, occidentale.
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Martin Luther King e Malcolm X

Movimento
dei Sem Terra nel nord-est del Brasile.
Foto
di Sebastiâo Salgado

Il
sub-comandante Marcos.
Chiapas,
Messico
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Vogliamo
parlare, adesso, del Movimento pacifista
[o] newglobal? In Europa fa cortei, rompe qualche vetrina e
scapacciona il leader della sinistra Fassino. Ma non
ha alcun progetto politico, come ce l’ha invece in
Brasile o in Messico, in India o in USA. E cioè, lì dove
agiscono da tempo delle vere contro-culture, culture contro
il dominio occidentale: da Malcolm X e Spike Lee a Marcos e i
suoi capi maya, dai contadini del Kerala e Arundathi Roy ai
Sem Terra. Qual è la poetica-politica del Movimento
europeo e italiano? L’umanesimo globale? Io vedo soltanto
qualche scalmanato e il buon fiume carsico del volontariato
sociale. Il resto è intellettualismo e club del
“manifesto”.
La
nostra contro-cultura è rappresentata forse da Flores d’Arcais
e da Sofri editorialista giornaliero? Dai disobbedienti? Dai
comboniani? Da ecc.?
Credo,
invece, che noialtri europei prima di insegnare, ancora una
volta, democrazia e diritti umani, prima di proporci di nuovo
al mondo come portatori
della salvezza universale e della speranza dell’umano,
dobbiamo fare ancora moltissima strada, tuttora intatta.
Proprio noi sembriamo essere gli ultimi nella sfilata
dell’umanesimo globale, e abbiamo da imparare dai maya e dai
peul, dagli inuit e dai creoli caraibici e brasiliani, dai Rom
e dagli ex-jugoslavi. Ma, a ben vedere, non siamo gli ultimi,
perché a seguirci molto più indietro di noi, ci sono quei
popoli e individui, stati e gruppi che si riconoscono solo
nella religione dei loro dii monoteisti: Islam e Sion.
Noialtri europei, almeno, nel corso di due millenni, abbiamo
ridotto il nostro monoteismo a una specie di pia agenzia di
carità.
È
questa l’unica decolonizzazione di noi stessi che abbiamo
operato, sulla via che va da Epicuro a Jean Paul Sartre e
a Bertrand Russell. Credo che ciò sia dovuto al fatto che il
nostro monoteismo, quello cristiano, è stato temperato dalla
figura mediana, umana e divina, originaria e originale, del
Cristo: un predicatore umanista.
Gli
altri due monoteismi vivono nella fede [“pazza”] in un dio
alieno e vuoto, che sta, per loro, in un abisso oltre la
lontananza. Il pensiero protettivo più alienato che la specie
umana abbia osato concepire. Almeno i cani, che abbiamo
annodati nel cerchio dell’umano, hanno noi vicinissimi come
canidei. Anche se l’addomesticamento del lupo selvaggio ha
significato aver attirato un’altra specie dentro il cappio
della sudditanza metafisica; averle imposto addirittura la
presenza della trascendenza nel rapporto “amichevole” tra
specie diverse. Un delitto che ci è difficile perfino
intuire.
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L’altra forma di decolonizzazione, quella dal dominio del capitale
sulle nostre vite e sulle società, la decolonizzazione/rivoluzione
marxista, è fallita per via. Forse non per sempre. Anzi, oggi
adoperare Marx per capire il mondo nel quale siamo capitati è
diventato un vero atto filosofico della libertà di pensiero. E
qualcuno è arrivato a dire (il filosofo francese Etienne Balibar)
che “il mondo è stato <<trasformato>> abbastanza, è
tempo di <<interpretarlo>>”.
Noialtri
europei occidentali e imperialisti, dobbiamo ancora comprendere,
comunque, che la nostra parte alla tavola planetaria del mondo nuovo
è quella di chi deve prima decolonizzarsi dalla propria vocazione
colona, come dicevano Sartre e Fanon, per potersi sedere e parlare
alla pari con tutti gli altri. Come sostengo da anni nei miei libri
e nella didattica. Altro che Europa Universalis e Movimento
Vincente.
Rispettosamente
[I
miei scritti “politici” vengono pubblicati in Brasile e, ora,
anche nei Balcani; in Italia non li accetta nessuno, nemmeno la
sinistra marxista e movimentista].

Dove sono arrivato? A dire che la cultura umanistica e politica
euroccidentale non ha più alcuna chance, né nella sua versione
illuministica né in quella movimentista. Perché: 1) non ha
elaborato alcuna poetica di controcultura. Forse l’ultima è
stata quella surrealista, che qualcuno vuole ancora sopravvivente
“in abisso”. 2) L’unica controcultura possibile per l’Europa
unita e ricca non sarebbe quella prescritta dallo studioso indiano
operante negli USA, Dipesh Chakrabarty, e cioè di “venire
provincializzati”: l’Europa lo è già, Provincia Mundi. Solo
che nella nostra provincia felix dovremmo anche interessarci del
mondo infelice che continuiamo a dominare – insieme al Nord
America e al Giappone, nel gruppo dei G8; la Russia possiede ancora,
addirittura, un impero coloniale asiatico invisibile: non
dimentichiamolo! – ed elaborare una qualche (qualsiasi?) “filosofia
dell’avvenire” meno vuota del vuoto che regna nei nostri
cuori.
Il che significa che non può bastare scendere nelle strade
con le bandiere colorate della Pace, portare la consolazione di
Cristo ai diseredati, aiutare i poveri del mondo, anche i nostri,
con qualche banca etica e qualche negozio di commercio equo e
solidale, con qualche gita a Sarajevo, al Chapas o a Mumbai ecc.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la costruzione di una
controcultura critica e propria dell’attuale Europa dell’Ovest.
3) L’unica forma di controcultura per noialtri potrebbe
essere quella di educarci ad andare contro noi stessi, per poter
rimordere (è un verbo di azione che riprendo dal nostro maestro di
etnologia, Ernesto de Martino) la nostra preponderante responsabilità
della modernità universale. 4) Da tempo chiamo e pratico questa
specie di controcultura come “decolonizzazione europea”. 5)
Che fare? Fare ciò che abbiamo fatto con il nostro monoteismo,
quello cristiano: liberarcene. Continuare a liberarci dalle nostre
“verità universali”, le Madri della volontà di potenza
inesaurita che continua a nutrirci, anche in provincia. Una
liberazione ardua e scorticante, lunga e appassionata, collegiale e
scolare. È ora che questo cammino sia intrapreso.
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Non ci interessa risuscitare le guerriglie
estinte. Ci interessa rinnovare la lotta per la dignità. Le
grandi frottole del nuovo ordine internazionale, del neo
liberalismo o del liberalismo sociale non si vendono più.
Qui nelle montagne del sud-est messicano
si è aperta una fessura. Altre fessure si stanno aprendo
nel resto del continente. La storia non è finita: sta solo
cominciando. E non marcia a favore dei potenti, bensì di
tutti coloro che finora non hanno avuto la possibilità di
dire: abbiamo vinto.
Sub-comandante
Marcos |

La pagina è
stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 7 giugno
2004
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